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giovedì 11 agosto 2011

Costi della politica: tutti i tagli che si possono fare subito



Riduzione dei parlamentari: l'intesa è solo a parole

Vogliono la fiducia dei cittadini in questo momento nero? Se la guadagnino. Il governo, la maggioranza e la stessa opposizione non possono chiedere un centesimo agli italiani senza parallelamente (anzi: prima) tagliare qualcosa di loro. Conosciamo l'obiezione: non sarà un taglio di 1000 euro dallo stipendio reale (l'indennità è solo una parte) di deputati e senatori a risolvere il problema. Perfino se tutti fossero condannati a lavorare gratis risolveremmo un settemillesimo della manovra. Vero. Ma stavolta non hanno scelta: è in gioco la loro credibilità.
Per partire devono aver chiaro un punto: il perfetto è nemico del bene. In attesa di una ridefinizione generale dello Stato (campa cavallo) certe cose si possono fare subito. Alcune simboliche, altre di sostanza.


Sono stati presentati nove progetti di legge, dall'inizio della legislatura, per ridurre o addirittura dimezzare il numero dei parlamentari. Da destra, da sinistra... Dove sono finiti? Boh... Sono tutti d'accordo, a parole? Lo facciano, quel taglio. Senza allegarci niente. Sennò finisce come sempre finisce: la sinistra ci aggancia una cosa inaccettabile dalla destra, la destra ci aggancia una cosa inaccettabile dalla sinistra. E tutto resta come prima. Esattamente il giochino della riforma bocciata al referendum del 2006, che vedeva sì una modesta riduzione da 630 a 518 deputati, da 315 a 252 senatori (non il dimezzamento sbandierato: quella è una frottola) ma anche uno svuotamento dei poteri del Quirinale e un aumento dei poteri del premier. Dettagli che garantivano la bocciatura: la sinistra non l'avrebbe votato mai. Vogliono ridurre davvero? Trovino un accordo e lo votino tutti insieme: non servirà neanche il referendum confermativo. Sennò i cittadini sono autorizzati a pensare che sia solo propaganda. Come propaganda appare per ora la mega-maxi-super-riforma votata dal Consiglio dei ministri il 22 luglio. Se era così urgente perché non risulta ancora depositata e non se ne trova traccia neanche nel sito di Palazzo Chigi? Era sufficiente l'annuncio stampa? Forse erano più urgenti le vacanze.


Non si possono abolire subito le province senza ripartire parallelamente le competenze e i dipendenti? Comincino a toglierle dal tabù della Costituzione e a sopprimere quelle che hanno come capoluogo la capitale regionale destinata a diventare area metropolitana o non arrivano a un numero minimo di abitanti.


Vogliono inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione? Inizino col riconoscere, concretamente, che la cosa oggi più lontana dal pareggio sono le pensioni dei parlamentari: alla Regione Lazio i contributi versati sono un decimo di quanto esce per i vitalizi. Alla Camera e al Senato un undicesimo. Al netto dei reciproci versamenti addirittura un tredicesimo. Immaginiamo la rivolta: non si toccano i diritti acquisiti! Sarà, ma quelli dei cittadini sono già stati toccati più volte.
Deve partire una stagione di liberalizzazione? Partano introducendo una regoletta esistente nei Paesi più seri: un deputato pagato per fare il deputato può far solo il deputato. Un caso come quello di Antonio Gaglione, il parlamentare pugliese espulso dal Pd per avere bucato il 93% delle sedute e così assenteista («preferisco fare il medico»), da bigiare addirittura il passaggio chiave del 14 dicembre scorso che vide Berlusconi salvarsi per pochissimi voti dalla mozione di sfiducia, in America è impensabile. E così quelli dei tanti avvocati (uno su sette alla Camera, uno su sette al Senato) e professionisti di ogni genere che pretendono di fare l'una e l'altra cosa. Dice uno studio de «lavoce.info» che un professionista che continua a fare il suo lavoro anche dopo l'elezione «bigia» in media il 37% in più degli altri parlamentari. Basta.


Negano di intascare i soldi destinati ai collaboratori non messi in regola e pagati in nero? La riforma è già pronta e depositata: il deputato o il senatore fornisce al Parlamento il nome del collaboratore di fiducia e questi viene pagato direttamente dal Parlamento. Ed ecco che l'«equivoco infamante» su certe furbizie sarebbe all'istante risolto.


Il vero cambiamento, però, quella rivoluzionario, sarebbe la decisione di spalancare finalmente le porte alla legittima curiosità dei cittadini. Massima trasparenza: quella sarebbe la svolta epocale. Se un americano vuole vedere se «quel» deputato che si batte per la ricerca farmaceutica ha avuto finanziamenti, commesse, incarichi professionali da un'azienda di prodotti farmaceutici va su Internet e trova tutto. Se un tedesco vuol sapere se «quel» deputato ha guadagnato dei soldi fuori dal Parlamento e in che modo, va su Internet e trova tutto. Se un inglese vuole conoscere i nomi di chi quel giorno ha viaggiato su quel volo blu dal 1997 ad oggi o quanto spendono a Buckingham Palace per le bottiglie di vino va su Internet e trova tutto.


Da noi per avere le sole dichiarazioni dei redditi dei parlamentari un cittadino di Vipiteno o di Capo Passero deve andare a Roma, presentarsi in un certo ufficio della Camera o del Senato, dimostrare di essere iscritto alle liste elettorali e poi accontentarsi di sfogliare un volume senza manco la possibilità di fare fotocopie. Per non dire del Quirinale dove ogni presidente, per quanto galantuomo sia, pur di non smentire la cautela del predecessore, mantiene riservato il bilancio del Colle limitandosi a dare delle linee generali. Che magari sono sempre meno oscure ma certo sono lontanissime dalla trasparenza britannica.

Cosa risparmieremmo? Moltissimo. Un solo esempio: sapere che il passaggio dato su un volo di Stato a una ballerina di flamenco finirebbe all'istante sui giornali, spingerebbe automaticamente a ridurre se non a eliminare del tutto certi «piacerini». Lo stesso vale per certi voli elettorali vietati, come ricorda una dura polemica sui giornali, anche in Turchia. Il governo, la maggioranza e l'opposizione (per quanto possa incidere) ritengono di avere, sui costi della politica, la coscienza a posto? Pensano di avere tagliato il massimo del massimo e che non si possa tagliare di più? Mettano tutto online. Con un linguaggio non inespugnabile. Ma soprattutto, vale per la destra e per la sinistra, la smettano una volta per tutte di gettare fumo fingendo di fare confusione (confusione voluta, ipocrita, pelosa) tra il qualunquismo, la demagogia e il diritto di sapere dei cittadini. Che sudditi non sono.

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
08 agosto 2011

Sì ai sacrifici, cominci la casta

SERGIO RIZZO
GIAN ANTONIO STELLA

Sotto lo slogan «No problem. W l'Italia», quasi surreale di questi tempi, il governatore calabrese Giuseppe Scopelliti partecipa nelle vesti di «Peppe Dj» alla diretta radio di Rtl 102.5 . Evviva. Il guaio è che i soldi per sponsorizzare «Miss Italia nel mondo» e tre settimane di «diretta» dal lungomare reggino, accusa il Corriere della Calabria, sarebbero stati presi dall'amputazione dei fondi per il «contrasto alla povertà e il sostegno alle famiglie».
Di là dello Stretto, in Sicilia, dove l'assessorato al Turismo offre 600 (seicento) serate-show compresi i «Nuovi Angeli» a Comitini, centinaia di pensionati-baby sfruttano la legge 104 (parente disabile da accudire) e vanno a prendere assegni regionali che sono mediamente di 45.447 euro l'anno, il triplo di una pensione media dell'Inps.

Alla Regione Lazio, che schiera 11 dipendenti per ogni «onorevole» (Palazzo Madama ne ha 3 per ogni senatore), il vitalizio degli ex consiglieri, che vanno in pensione anche a 50 anni, è calcolato non solo sull'indennità ma addirittura sulla diaria. La diaria! A Bologna la proposta del nuovo sindaco pd di ridefinire l'area metropolitana svuotando la Provincia è avversata dalla presidentessa pd della Provincia che punta anzi a una nuova sede da 31 milioni.

Nel Veneto, il consigliere Massimo Giorgetti ha ritirato la delega a una trattenuta dal suo stipendio di 500 euro: era stufo di essere l'unico baccalà ad aver preso sul serio la legge «moralizzatrice» votata dai colleghi all'unanimità. A Verona il presidente della municipalizzata luce e gas, che è anche segretario della Lega (messo lì dal sindaco leghista: l'avessero fatto i dicì o i comunisti apriti cielo!), ha deciso di sponsorizzare l'Hellas: 700 mila euro. Offrendo pure uno sconto sulle bollette a chi fa l'abbonamento allo stadio.

Pochi episodi. Che mostrano come i costi della politica, diretti o indotti, non riguardino solo Roma. Anzi, sotto certi aspetti i privilegi, gli sprechi, le megalomanie (si pensi alle «ambasciate» aperte dalle regioni in giro per il pianeta) sono più estesi, gravosi e difficili da sradicare là dove l'occhio dei cittadini è meno attento.

Tutto ciò pone a chi oggi deve chiedere sacrifici agli italiani un obbligo morale: per chiedere quei sacrifici deve farne. Dimostrando di volere dare davvero un taglio a un andazzo che appare sempre più insopportabile. Vale per il Palazzo, per lo Stato centrale, per gli enti locali.

E non ne usciremo invocando l'autonomia e il federalismo (troppe volte interpretati come capriccioso arbitrio) quasi fossero la panacea di tutti i mali. Serve una svolta. Che riconosca, ovvio, il diritto di ciascuno a governarsi e assumersi le proprie responsabilità. Ma con paletti rigidi. Il prezzo di tanti reucci, principi e ducetti decisi a ingraziarsi la plebe non ce lo possiamo permettere.
Come ricorda nella sua ultima requisitoria il procuratore generale siciliano della Corte dei conti, Giovanni Coppola, una certa deriva politica disperde enormi quantità di denaro in migliaia di gocce clientelari. Ogni goccia è solo una goccia. «Ma in definitiva il mare è formato da tante gocce d'acqua». E noi rischiamo di annegarci.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
10 agosto 2011

lunedì 18 luglio 2011

La Casta paghi. Qualche idea...

No, non possono chiedere ai cittadini di fidarsi ancora. Se Gianfranco Fini si dice «certo», in una lettera a il Fatto quotidiano, che «entrambe le Camere faranno la loro parte» e che i tagli ai costi della politica saranno «votati in Aula prima della pausa estiva» non può pretendere che gli italiani gli credano sulla parola. Sono stati già scottati troppe volte. Carta canta. Le promesse, le rassicurazioni e gli impegni non bastano più. Il presidente della Camera, nella sua prima intervista dopo l'insediamento, convenne che «il primo dei buoni esempi che devono dare i parlamentari è quello della presenza» perché «il vero costo che produce la "casta" è quello della improduttività». E ammonì: «I parlamentari devono essere presenti e lavorare da lunedì a venerdì, non tre giorni a settimana». Risultato? Prendiamo quest'anno: dal 1° gennaio a oggi, su 28 venerdì in calendario, quelli con sedute in Aula sono stati 2. Non sarà colpa sua, ma è così.

Quanto a palazzo Madama, Renato Schifani si prese mesi fa lo sfizio, nel corso della seduta imposta per varare la riforma universitaria voluta dal governo, di bacchettare i soliti criticoni: «Oggi, 23 dicembre, antivigilia di Natale, siamo qui a lavorare». Ciò detto, diede appuntamento a tutti al 12 gennaio 2011: 20 giorni dopo. Da allora, l'Aula è stata convocata 68 giorni su 198 e mai (mai!) di venerdì. Come del resto era successo in tutto il 2010: mai. C'è il lavoro in commissione? Anche a Washington. Eppure lì, dice uno studio di Antonio Merlo della Pennsylvania University, il Senato lavora in media 180 giorni l'anno: il 54% in più. Con un assenteismo 10 volte più basso.
Quanto ai costi, la Camera e il Senato Usa nel 2011 pesano insieme sulle pubbliche casse circa cento milioni meno dei nostri. Ma in rapporto alla popolazione, ogni americano spende per il suo Parlamento 5,10 euro l'anno, ogni italiano 27,40: cinque volte e mezzo di più. Diranno: ma poi lì ci sono i parlamenti statali. Vero: ma in California c'è un parlamentare locale ogni 299mila abitanti, in Lombardia ogni 124mila. Nel Molise ogni 10.659.

Questo è il quadro. C'è poi da stupirsi se una pagina di Facebook aperta domenica mattina da un anonimo ex dipendente della Camera deciso a vuotare il sacco sotto il titolo «I segreti della casta di Montecitorio», alle otto di sera aveva 135 mila «amici»? L'impressione netta è che, mentre chiedono ai cittadini di mettersi «una mano sul cuore e una sul portafoglio», per usare un antico appello di Giuliano Amato riproposto da chi aveva seminato l'illusione di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani, quelli che Giulio Einaudi chiamava «i Padreterni», non si rendano conto che il rifiuto di associarsi a questi sacrifici rischia di dar fuoco a una polveriera.

Come possono imporre «subito» i ticket sanitari fino a 45,5 euro a operai e impiegati rinviando a «domani» (quando?) l'inasprimento del costo a carico dei parlamentari dell'assistenza sanitaria integrativa? Come possono imporre «subito» un taglio alla rivalutazione delle pensioni oltre i 1.400 euro rinviando a «domani» (quando?) quello dei vitalizi loro, che nel 2009 hanno pesato per 198 milioni di euro e pochi mesi fa sono stati salvati con voto plebiscitario dalla proposta che voleva trasformarli in pensioni «normali» soggette alle regole comuni? Come possono imporre «subito» il raddoppio della tassa sul deposito titoli che colpirà i piccoli risparmiatori rinviando a «domani» (quando?) l'abolizione di quell'infame leggina che consente a chi regala denaro ai partiti di avere sconti fiscali 51 volte più alti di quelli concessi a chi dona soldi alla ricerca sulle leucemie infantili?
Nessuno contesta la necessità di provvedimenti anche duri. È irritante subirli dopo aver sentito e risentito che «la crisi è già alle spalle» (Renato Brunetta, agosto 2008), che occorreva «finirla con i corvi del malaugurio» (Claudio Scajola, febbraio 2009) e che chi diffidava dell'ottimismo era un «catastrofista» che alimentava, come tuonò Silvio Berlusconi nel maggio di due anni fa, «una crisi che ha origini soprattutto psicologiche». Ma è così: quando la casa brucia, va spento l'incendio. Costi quel che costi. Ma il golpe notturno che, con un paio di emendamenti pidiellini, ha stravolto all'ultimo istante la manovra di Tremonti che prevedeva l'adeguamento delle indennità dei parlamentari italiani a quelle dei colleghi europei, non è solo un insulto ai cittadini chiamati a farsi carico della crisi. È una scelta che rischia di delegittimare la stessa manovra delegittimando insieme la classe dirigente che la propone al Paese. Non è più una questione solo economica: è una questione che riguarda il decoro delle istituzioni. La rappresentanza. La democrazia stessa.

Il governo, la maggioranza e la stessa opposizione sono certi di essere nel giusto e che quanto prima metteranno mano sul serio ai costi della politica? Mettano da subito tutti i costi in piazza, su Internet. Tutto pubblico: stipendi, prebende, assunzioni, distribuzione delle cariche, consulenze, curriculum dei prescelti, voli blu, passeggeri a bordo, tutto. Barack Obama, pochi giorni fa, ha rivelato che i suoi più stretti collaboratori alla Casa Bianca prendono al massimo 172.200 dollari lordi: 118.500 euro. Cioè 15 mila in meno di quanto poteva guadagnare quattro anni fa un barbiere del Senato. Hanno o non hanno diritto, anche i cittadini italiani, a essere informati?

È stupefacente, oltre che offensivo, che in un momento di difficoltà qual è questo, una classe politica obbligata a farsi «capire» da un Paese scosso, impoverito, spaventato, non capisca la drammatica urgenza di una svolta. Ed è sconcertante che ancora una volta, a chi chiede conto dell'arroccamento in difesa delle Province o dei rimborsi elettorali cresciuti fra il 1999 e 2008 addirittura 26 volte di più del parallelo aumento degli stipendi dei dipendenti pubblici (per non dire di quelli privati...) risponda rinviando tutto a una riforma complessiva ormai entrata nel mito come l'«Isola che non c'è» di Peter Pan.

Una riforma che, in un futuro rosa pastello, vedrà finalmente ricomporsi in un magico e perfetto equilibrio la Camera e il Senato, il Quirinale e le città metropolitane, le province e le circoscrizioni e i bacini imbriferi montani. Un mondo meraviglioso dove tutti vivremo finalmente felici e contenti. Con Biancaneve, Pocahontas, Cip e Ciop.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
18 luglio 2011

martedì 11 maggio 2010

Il gattopardo, la fata cattiva e il supplizio inflitto al Belice


Nulla più della Chiesa Madre di Gibellina rende l’idea del supplizio inflitto al Belice. L’hanno inaugurata il 28 marzo 2010, quarantadue anni dopo il terremoto. Ma solo perché il sindaco Vito Bonanno è ricorso a uno stratagemma per trovare i pochi soldi che mancavano: l’ha fatta dichiarare ufficialmente «opera di interesse artistico». Così la Regione ha tirato fuori un po’ di denari: trecentomila euro. Meno della metà di quanto spendono nei piani alti di Palazzo dei Normanni per abbonamenti alle agenzie di stampa e ai giornali online. Ci credereste? C’è voluta l’ostinazione di un sindaco che quando Gibellina tutta intera collassò non era neppure stato concepito. Aveva un anno appena quando l’architetto Ludovico Quaroni progettò la chiesa, con la sua enorme «sfera metafisica». Andava per i sedici quel giorno del 1985 in cui i lavori cominciarono. Ne aveva venticinque il 13 agosto del 1994 in cui la copertura della Chiesa, costata cinque miliardi, crollò. Inchieste, controinchieste, perizie. Otto anni per riaprire il cantiere e altri otto per chiuderlo: grazie a un’elemosina. Così, a quarant’anni suonati, il sindaco Bonanno ha potuto tagliare il nastro. Uno scandalo nello scandalo. Il dispetto della «fata cattiva» che ne Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa aveva accompagnato 150 anni fa, in quei paesi della Sicilia occidentale, il plebiscito per l’annessione all’Italia di Vittorio Emanuele. A Santa Margherita di Belice il terremoto del ’68 non risparmiò nemmeno la casa, del Gattopardo. In una delle memorabili cronache pubblicate in quei terribili giorni dal Corriere, Giovanni Russo fece vedere la polvere antica delle macerie: «Il Palazzo dei Filangieri di Cutò, il palazzo nel quale Tomasi di Lampedusa ha ambientato il Gattopardo, è rovinato con le povere case di tufo di migliaia di contadini, le stesse del tempo in cui il principe Francesco Salina vide arrivare i garibaldini e assistette alla fine del suo regno». Solo la facciata era rimasta in piedi. Ma il resto era un cumulo di mattoncini Lego colorati. Gli ambienti dove il bisnonno di Tomasi, alias Principe di Salina, aveva davvero passato la vita, erano stati spazzati via in un solo istante, Insieme ai ricordi del Gattopardo: «Salì la scala interna, passò per il salone degli arazzi, per quello azzurro, per quello giallo; le persiane abbassate filtravano la luce, nel suo studio la pendola di Boulle batteva sommessa…».

Il palazzo lo rimisero in sesto. Ma nel paese di Tomasi due generazioni hanno vissuto nelle lamiere. Le ultime baracche sono state smantellate nel 2007, senza risparmiare l’ennesimo sfregio a quella terra martoriata. I tetti delle baracche erano fatti di amianto e ciò che è rimasto quando le hanno smontate assomigliava a una landa devastata da un bombardamento chimico, con milioni di invisibili frammenti cancerogeni. Sarebbe necessaria una bonifica radicale, ma intanto bisognerebbe completare lo smaltimento dei pezzi e delle schegge d’amianto: se ci fosse una discarica. L’unica esistente in Sicilia, a Catania, è in esaurimento. Così non resta che spedire i veleni verso la Germania. Con costi stratosferici che rallentano la bonifica. Come se non bastasse, nel cratere della ricostruzione ci sono ancora interi quartieri senza fogne, che scaricano i liquami nei pozzi neri e strade di terra battuta, senza lampioni. Da non credere. Tutto per via di una vecchia legge del 1987, che diede ai comuni il potere sulla ricostruzione delle abitazione, ma senza dire nulla sulle cosiddette opere di «urbanizzazione primaria ». È stato calcolato dai sindaci dei 21 comuni della valle del Belice che sarebbero necessari almeno 140 milioni per quel capitolo. Ammesso che bastino. Poi servirebbero ancora 230 milioni per completare la ricostruzione delle abitazioni. Ammesso che bastino anche quelli. In tutto 370 milioni. Meno di quanto si è speso per le opere del G8 della Maddalena finite nelle fauci di Anemone & co. Ma per chiudere questa pagina vergognosa i soldi non si trovano. «Cinque milioni l’anno, ci vogliono dare. Sa che le dico? Che se li tengano», ringhia il sindaco di Gibellina.

Eppure pareva che di quattrini ne fossero piovuti a secchiate. Nel 1996 il primo governo di Romano Prodi tirò le somme: al Belice era arrivato in 28 anni l’equivalente, attualizzato, di 12 mila miliardi di lire. Neanche metà di quanto era stato destinato al Friuli. Ma che fossero pochi non si può proprio dire: i comuni del Belice colpiti dal sisma erano 21 e quelli del Friuli 137, sette volte più numerosi. Si parlava, all’epoca, di 650 milioni di lire per ogni famiglia terremotata. Peccato che all’inizio, cioè quando servivano, fisicamente arrivarono con il contagocce. E non sempre dove ce n’era davvero bisogno. Colpa della «fata cattiva»... Passi per la stella esoterica di Pietro Consagra, un monumento alto 25 metri che accoglie il visitatore sulla strada d’accesso a Gibellina Nuova. Passi per il colossale aratro di Arnaldo Pomodoro, la torre civica a forma di ala di jet dell’architetto Alessandro Mendini, la scultura metallica «Contrappunto» di Fausto Melotti. Passi anche per la scelta di seppellire l’antica Gibellina sotto il Cretto del grande Alberto Burri, l’immenso sepolcro di cemento che oggi custodisce le macerie di un paese che all’inviato del Corriere Egisto Corradi, uno dei primi arrivati lì dopo il terremoto, apparve come fosse «stato schiacciato da un gigantesco maglio di pietra». Può darsi che davvero non sembrasse possibile altra scelta, quarant’anni fa, che quella di spostare più a valle di chilometri e chilometri il paese sorto prima dei Greci, poi arabo, poi medievale. In fondo, c’erano già dei precedenti storici. Come quello di Giuseppe Lanza duca di Camastra, il quale dopo il disastroso terremoto del 1693 aveva spostato di otto chilometri Noto.

Fu una scelta culturalmente coraggiosa, quella di riempire Gibellina Nuova con le opere (talora stravaganti) di alcuni dei nostri più rinomati architetti e artisti. Ma è proprio assurdo e offensivo verso l’arte chiedersi oggi se quell’operazione aveva senso? Era più importante dare spazio alla fantasia di alcune grandi «firme » come Francesco Purini che disegnò un favoloso «Sistema di piazze» a dimensione di genio destinato a restare vuoto per l’eternità o ricreare una piazza a dimensione di uomo dove la gente strappata al vecchio paese distrutto, devastata dai lutti, annientata nella memoria, potesse trovare un caffè, un angolo alberato, un circolo anziani, un qualcosa dove tentare di ritrovarsi? Prima di investire in grandi e a volte ciclopiche opere d’arte esposte e case rotonde a rischi di degrado e incuria non sarebbe stato meglio pensare alle strade, alle fogne, ai lampioni che ancora oggi mancano? Per non parlare degli abusi in tutta l’area terremotata. Nel 2004 l’ex sindaco di Salemi, Biagio Mastrantoni, denunciò che diversi residenti avevano aperto cantieri fantasma pur di intascare i fondi per il terremoto. Chi aveva comprato la fuoriserie, chi era andato in vacanza alle Maldive… Tre anni più tardi Accursio Soldano riferì su Repubblica il fondato sospetto che molti destinatari dei contributi per la ricostruzione avessero impiegato quei soldi per farsi la villetta al mare. E nell’estate del 2009 il nuovo sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi, è arrivato a sospendere tutti i finanziamenti: «I contributi dello Stato sono stati erogati in modo fraudolento, con l’alibi della messa in sicurezza sono stati demoliti edifici intatti nel centro storico!». Tra i quali quello che, per lui, era «il più bel palazzo della cittadina». Il risultato è che a 42 anni dal terremoto nessuno è in grado di dire quando e se la ricostruzione della Valle del Belice sarà davvero finita. Il conto? Nemmeno su quello si possono fare previsioni certe. Esattamente un anno fa il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, annunciò una commissione regionale per «valutare ciò che non è stato fatto e le eventuali partite finanziarie da rivendicare a Roma in sede di federalismo fiscale». Una commissione! Dopo quarantuno anni! Detto fatto (ci si passi l’ironia) il parto è durato un anno. Fino alla nascita, il primo marzo scorso. Da allora si è riunita una volta, per esaminare una proposta di disegno di legge. «Che fine abbia fatto non sappiamo», allarga le braccia sconsolato Vito Bonanno, uno dei suoi undici componenti. I quali, stando al decreto, «espletano l’incarico a titolo gratuito». Che sia per quello che poi non si riunisce?

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella

08 maggio 2010

La grande truffa siciliana dell’eolico senza vento


Ferma. Ferma. Ferma. Ferma. Ferma. Non ce n'è una, nella selva di immense pale eoliche stagliate nel cielo della stupenda valle di Mazara, che accenni a muoversi sotto un refolo di vento. Non una. Don Chisciotte, che nel romanzo di Cervantes si scaglia lancia in resta ammonendo i mulini «potreste agitar più braccia del gigante Briareo, che me l'avete pur da pagare », non correrebbe alcun rischio, qui, di finire rovesciato a gambe all'aria. «Mai: non si muovono mai», maledice Vittorio Sgarbi, che il bidone dell'eolico in Sicilia lo ha denunciato da un pezzo, «Peggio: se anche si muovessero e producessero energia, quelli di Terna, che gestiscono la rete, hanno detto che non sarebbero in grado di prenderla e redistribuirla». Eppure, per tirar su questi bestioni giganteschi, hanno sventrato i fianchi delle colline, devastato i crinali, annientato ettari ed ettari di vigne in tutta la valle, tutto il Belice, tutta la Sicilia. Anche a ridosso di aree di pregio altissimo dove aziende modello come Donnafugata, Pellegrino o Tasca d’Almerita tentano tra mille difficoltà di tenere alto con prodotti di eccellenza l’onore dell’isola.

Uno sconcio. Sia chiaro: quella dell’eolico è una fonte di energia alternativa che un Paese che dipende in modo eccessivo dall'estero non può trascurare. Ma c'è modo e modo. Luogo e luogo. Vento e vento. E la storia del boom di questi ultimissimi anni dice che l'ultimo dei problemi che si sono posti molti investitori è quello di produrre sul serio energia nel modo giusto, nel posto giusto, col vento giusto. Lo dimostra una tabella di Terna sull'attività degli impianti in Europa: le pale girano mediamente per 1880 ore in Danimarca, 1960 in Belgio, 2000 in Svizzera, 2046 in Spagna, 2067 in Olanda, 2082 in Grecia, 2233 in Portogallo. Sapete quante ore, da noi? Solo 1466. E la media siciliana, spiegano gli esperti, è ancora più bassa. E allora come mai Terna ha domande di connessione alla rete per il solo eolico pari a 88.171 megawatt, cioè una volta e mezzo la punta massima del consumo italiano, che è di 56.000 megawatt? L’Anev, che riunisce i produttori di energia eolica, stima che al massimo la produzione nel 2020 potrà raggiungere nel nostro paese 16.000 megawatt. Dieci anni prima già ci sono domande per 5 volte quel totale. Altra domanda: come è possibile che la potenza installata in Sicilia sia di 1.140 megawatt, cioè più di un quarto del totale italiano? Che senso c’è a installare pale a vento dove non c’è vento?

Il segreto è negli incentivi elevatissimi per le energie rinnovabili. Nettamente superiori alla media europea. Dice un rapporto dell’Autorità dell’energia che nel 2009 il costo totale per la spinta alle fonti rinnovabili, come l’eolico e il fotovoltaico, avrebbe superato i 2 miliardi di euro, per salire di questo passo a 3 miliardi quest’anno, 5 nel 2015 e 7 nel 2020. Chi paga? Semplice: gli utenti, sulle bollette. Che già sono le più care d’Europa a causa della scelta scellerata di dipendere dal petrolio e dal gas, e diventano ancora più care, paradossalmente, via via che aumenta la componente delle fonti rinnovabili. Introdotti nel ‘99 dal governo di centrosinistra con la durata di otto anni, gli incentivi sono stati poi portati a 12 e quindi, con l’ultima finanziaria Prodi, addirittura a 15. Il che significa che chi tira su una pala non solo becca un incentivo, ma lo becca per tre lustri dal momento in cui comincia a girare. Se gira. Il meccanismo è un po’ complesso. Si basa sui cosiddetti certificati verdi, dei veri e propri titoli che si vendono e si comprano alla borsa elettrica. Spiegare la cosa nei dettagli porterebbe via ore. Basti sapere che mediamente questi certificati verdi cui hanno diritto i produttori valgono 80 euro a megavattora. Ai quali vanno aggiunti i soldi che lo stesso produttore incassa per l’energia venduta al sistema e immessa in rete. Una somma che varia fra 60 e 70 euro a megavattora nella media italiana ma che in Sicilia sale fino a 90-100 euro. Risultato finale: fatti tutti i conti, l’installazione e la manutenzione d’una pala media costa un milione in Danimarca (lo stato europeo che più ha investito sull’eolico) e può arrivare a costare in Sicilia, in 15 anni di vita, il quadruplo: quattro milioni.

C’è poi da stupirsi se la corsa all’energia del vento, anche quando appare insensata, continua? Anche là dove i cavi di Terna non sono in grado di sopportare il carico elettrico, come spesso accade lungo la dorsale appenninica meridionale, con punte di crisi paradossali in Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia? Direte: niente energia fornita, niente soldi. Macché: i produttori hanno comunque diritto al saldo per l’energia che «avrebbero prodotto se…» E anche questo si scarica sulle bollette. Quanto ci costa? Boh… I certificati verdi non sono disaggregabili per tipologia di fonte d’energia. Ma le cifre contenute a gennaio nella segnalazione dell’Authority al governo lasciano basiti: nel 2008 abbiamo sborsato 1.230 milioni di euro. Per la metà (630 milioni) a causa «dell’eccesso di offerta». Testuale. Va da sé che i primi ad accorgersi dell’affarone, insieme ad alcuni imprenditori seri, sono stati certi affaristi, spesso legati alla mafia, con pochissimi scrupoli. Men che meno quello di devastare il paesaggio. Anche quando si tratta di terre incantate, punteggiate qua e là da antichi bagli di pietra tra vigne dal fascino struggente, come la Val di Mazara. Che il grande storico dell'arte Cesare Brandi definì «la più bella strada del mondo». E che Giuseppe Garibaldi risalì 160 anni fa da Marsala per arrivare a Salemi, l’antica Alicia. Dove, dal Palazzo che si affacciava sulla splendida piazza del Municipio oggi ribattezzata piazza della Dittatura, davanti a una folla festante che occupava tutta la non meno splendida scalinata che scende verso l'uscita del paese, tuonò: «Siciliani! Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all'eroico grido della Sicilia, resto delle battaglie lombarde. Noi siamo con voi! Non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra. Tutti uniti, l'opera sarà facile e breve. All'armi dunque!» Ciò detto, come molti siciliani ricordano con orgoglio, proclamò provvisoriamente Salemi prima capitale dell'Italia unita. Precisazione indispensabile: molti sono orgogliosi, non tutti. Anzi. Fu lo stesso Raffaele Lombardo, un paio di anni fa, a parlare a nome di altri siciliani convinti che l'Eroe dei due mondi sia stato per l'isola una specie di peste bubbonica. Al punto che Vittorio Sgarbi, paracadutatosi da Ferrara come sindaco per una specie di scommessa futurista, sbottò: «Non vorrei che per un pregiudizio ideologico nei confronti di Garibaldi si perdesse qualche milione di euro. Perché, sia chiaro, è questo il rischio che la Sicilia sta correndo. E forse è già troppo tardi». Esatto: per le grandi iniziative era già troppo tardi davvero. Così, visto che i soldi non c'erano, il pirotecnico critico d'arte si è arrangiato come poteva.

Le pale eoliche sono irrimediabilmente ferme? Vittorio gira a mille. Organizza mostre d'arte, convoca architetti, insulta sconosciuti al cellula re, ammaestra muratori, sfiducia assessori, pubblica libri, restaura palazzi, nomina consulenti, litiga con Oliviero Toscani, fa la pace con Oliviero Toscani, abbraccia Oliviero Toscani, scopre artisti sconosciuti, scegli piastrelle per il restauro del municipio, tampina una mora dai vistosi davanzali, prende per i fondelli i mafiosi, sbuffa con gli antimafiosi «che sono peggio dei mafiosi », rastrella volontari da tutta Europa disposti a partecipare «all'unico sforzo davvero utopista in corso in Italia», manda a spasso chi lo fa arrabbiare, sale scalini, scende scalini, si arrampica sui bastioni dell'antica rocca, declama versi davanti ai ruderi della Matrice lasciata appositamente scoperchiata dal progetto del portoghese Alvaro Siza, rimorchia qualche biondona di passaggio, fa spostare un paio di quadri, esalta le varie fasi del pittore Fausto Pirandello, maltratta un po' di collaboratori troppo lenti… Un tornado. Infaticabile, incontenibile, irrefrenabile. Attaccassero a lui i cavi elettrici invece che alle pale, accenderebbe i fari di uno stadio. Arrivò quaggiù nella primavera del 2008, invelenito come solo lui sa essere contro il sindaco Letizia Moratti che lo aveva fatto fuori come assessore alla cultura di Milano, deciso a dimostrare che tutti quelli che lo giudicavano un genialoide troppo collerico donnaiolo e dispersivo per combinare qualcosa di buono non capivano un fico secco. Candidato per sfizio dall'incandidabile signorotto politico locale, Pino Giammarinaro («Giamburattinaro», lo chiama Toscani) alle prese con qualche grana giudiziaria, fu incredibilmente eletto. Da quel momento, la bellissima e sventurata Salemi è il suo «giocattolo». Il luogo dove vuole dimostrare, sia pure in scala ridotta, cosa potrebbe fare se avesse lui per le mani il patrimonio artistico italiano. Cosa che il Cavaliere («Il berlusconismo cominciò a finire il 20 giugno 2002, quando fui cacciato dal governo») si è ben guardato dal fare.

Da quel momento, ne ha fatte di tutti i colori. Per cominciare, «assunse» (gratis, si capisce) come «assessore alla creatività» Oliviero Toscani, il quale radunò mezzo migliaio di ragazzi per selezionarne una cinquantina da coinvolgere (gratis) nel «Progetto terremoto», una fucina di idee come non se ne vedevano dai tempi in cui nel cielo del paese, nel 1911, con la gente a bocca aperta per la meraviglia, si levò una mongolfiera destinata però, di lì a poco, a sgonfiarsi e ad afflosciarsi sui tetti. Episodio documentato da un’immagine in bianco e nero nel libro fotografico «Ritratto di paese/Salemi da Cicerone a Sgarbi». Libro che il nostro apprezza assai. Soprattutto per l'accostamento con il retore, che in questo caso non ritiene riduttivo. Fare un elenco di tutte le iniziative varate a Salemi in questi due anni sarebbe troppo lungo. Mostre, concerti, presentazione di libri, conferenze... Di tutto. Dalla piscina riempita di vino per la kermesse eno-gastronomica «Benedivino» alla nomina dell’artista Graziano Cecchini quale «assessore al nulla». Dalla delega al grande chef Fulvio Pierangelini come «assessore alle mani in pasta» all'arruolamento come bibliotecario di Philippe Daverio, critico d' arte già assessore alla cultura di Milano. C'è chi dirà: «uffa, le solite sgarbate ». Errore. Non si tratta solo di fuochi d'artificio. Basti ricordare un po’ di cose che resteranno patrimonio della cittadina anche «dopo». Come l’accelerazione dei restauri della Rocca e del palazzo municipale. O lo stop imposto alla demolizione di palazzi di grande valore storico. O il progetto di recuperare un antico e straordinario baglio. O la battaglia, appunto, contro l'installazione di nuove pale eoliche. Battaglia che avrebbe procurato al sindaco una delle sorprese più brutte: il ritrovamento d’una testa mozza di maiale con un biglietto per Sgarbi contenente l'invito ad «andare via dal paese, per non fare la stessa fine».

Lui, fedele al personaggio, fa spallucce: «Con Oliviero siamo riusciti a portare gratis a Salemi strappandola a New York (dico: a Salemi!) la collezione “Kim’s video”, donataci da Yongman Kim, un ricco americano di origine coreana che aveva messi insieme 55.000 pellicole, cassette, dvd: la più straordinaria raccolta del cinema indipendente che esista». Per non dire del progetto «una casa a un euro»: «Mi hanno fatto diventare pazzo, coi problemi burocratici, ma finalmente ci siamo. Possiamo cominciare a distribuire le abitazioni acquisite dal comune dopo che tanti terremotati hanno preferito prendere i soldi per la ricostruzione e andarsi a rifare la casa, nuova, ai piedi del paese. I patti sono chiari: un euro e la casa va (ce ne sono di bellissime) a chi si impegna a ripararla entro due anni con criteri rispettosi». Mille case, giura, diecimila richieste: da Massimo Moratti a Bill Gates. Per l'arrivo di Giorgio Napolitano, martedì prossimo, il cuore del paese è tutto un cantiere. Il presidente della Repubblica, oltre a un intervento del giurista Michele Ainis sul valore della costituzione, troverà tra il Castello normanno e il collegio dei Gesuiti una serie di mostre. Dal nuovo museo del Risorgimento ai «Paesaggi d’Italia» in collaborazione con il FAI, da «La Sicilia, il suo cuore» (ritratti d’autore di Leonardo Sciascia) all’esposizione «W Garibaldo».

Su tutto, però, svetta un museo che la Sicilia e l’Italia intera non hanno mai avuto e che non piacerà non solo ai mammasantissima ma neppure, viste le ultime battute su «Gomorra», a Silvio Berlusconi: il Museo della mafia. L'hanno voluto Sgarbi e Toscani (che ha disegnato il logo: una macchia di sangue a forma di Sicilia), l’hanno costruito Nicolas Ballario, Elisabetta Rizzuto e i ragazzi della «gruppo terremoto», l’ha ideato nella struttura Cesare Inzerillo, un giovane artista palermitano. Niente coppole, lupare, oggetti simbolici che poi ammuffiscono sotto la polvere. Ma un percorso multimediale. Nere le pareti, neri i pavimenti, nera l'atmosfera. Dentro, dieci cabine elettorali ognuna delle quali «arredata» per un tema: la violenza, la Chiesa, la famiglia, il potere, il carcere, l'informazione, la sanità... Pochi mezzi, pochi soldi (63.000 euro in totale, tutto compreso: un terzo di quello che costerà la «La Regata dei Mille» della vicina Marsala, che ha tappezzato i muri di manifesti accorgendosi troppo tardi che il lungomare era quello di Trapani!) ma in compenso tante idee. Sviluppate soprattutto attraverso i video. Intriganti. Affascinanti. Agghiaccianti. Da non perdere la strepitosa ricostruzione della storia della mafia attraverso le prime pagine dell'ultimo secolo, dall'uccisione di Petrosino all’arrivo del prefetto Mori, dal delitto Notarbartolo al sacco di Palermo, dalla morte di Salvatore Giuliano alla strage di Capaci. Undici sale complessive ricche di storia, dolore, orrore. Come quella dedicata a «Palermo felicissima» dove, dopo un amaro raffronto tra quella che era la bella città d’un tempo e la devastazione palazzinara, Inzerillo ha riprodotto un vero e proprio abuso edilizio, che culmina nella mummia di un morto ammazzato dalla mafia e cementata in un pilone. Non farà buona pubblicità all'Italia? Può darsi. Ma la mafia, al di là delle chiacchiere, si sfida anche così. A proposito: perché Garibaldi quella volta scelse Salemi? Lo ha spiegato ieri mattina, su Repubblica di Palermo, Lino Buscemi: perché la cittadina, dopo essere stata per secoli un esempio di convivenza con le sue comunità cristiana, islamica e ebraica, era piena anche di massoni e la massoneria...

Ma ne parleremo nella prossima puntata.

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella

08 maggio 2010