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martedì 21 ottobre 2008

Consulta: è bagarre in Aula - Intesa su Frigo, Veltroni apre


IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA - Una nuova fumata nera e il blitz dei radicali alla Camera durante la seduta per eleggere il giudice della Consulta. Ma ora i gruppi dei parlamentari del Pdl, dopo il ritiro di Gaetano Pecorella, convergono sul nome dell'avvocato Giuseppe Frigo. Trovando aperture anche da parte del Pd. «Penso che lo voteremo, ma lo formalizzeremo più tardi» ha detto Antonello Soro, capogruppo del Partito democratico alla Camera, riferendosi a Frigo. «La candidatura presentata verrà esaminata con assoluta attenzione con l'obiettivo di chi vuole sciogliere questo nodo» fa sapere il segretario dei democratici Walter Veltroni. Sottolineando tuttavia che «non c'è alcun baratto precisa tra la Consulta e la Vigilanza Rai» e annunciando che il Pd continuerà a votare Orlando «perché sono inaccettabili pregiudiziali verso una forza politica». Sì a Frigo da parte della Lega e dell'Udc. «È una persona che garantisce autorevolezza, indipendenza e professionalità. I nostri gruppi parlamentari voteranno questo nome» afferma in una nota Lorenzo Cesa.

SI VOTA ALLE 19 - La prossima votazione è in programma alle 19. Durante quella svoltasi in mattinata è mancato ancora una volta il numero legale. «Oggi sono un po' più ottimista rispetto ai giorni precedenti sulla Consulta. Giorni fa ho manifestato la mia preoccupazione, oggi manifesto un certo ottimismo» aveva detto il presidente del Senato Renato Schifani prima che il Pdl rendesse ufficiale la candidatura di Giuseppe Frigo.

«IO UN TECNICO» - Il diretto interessato intanto, l'avvocato bresciano che fu il legale della famiglia Soffiantini durante il sequestro dell'imprenditore, ringrazia per l’indicazione del suo nome come giudice della Corte costituzionale, rivendicando di essere «un tecnico» e auspicando che ciò possa contribuire a trovare «convergenze» in materia di giustizia. L’ex leader degli avvocati penalisti Frigo reagisce così, a caldo, alla ufficializzazione della sua candidatura alla Consulta. «Ringrazio per l’indicazione del mio nome, che mi fa onore, soprattutto - dice Frigo - perché corrisponde all’intento dell’indicazione di un tecnico, quale io ritengo di essere. Mi auguro che questo possa aiutare a trovare convergenze indispensabili per far progredire la giustizia italiana».

I RADICALI OCCUPANO L'AULA - Prima che il Pdl trovasse l'accordo su Frigo, il presidente della Camera Gianfranco Fini era stato costretto a sospendere la seduta per via dell'occupazione dell'Aula di Montecitorio da parte dei tre senatori radicali, Emma Bonino, Marco Perduca e Donatella Poretti. I tre occupavano l'aula della Camera da lunedì sera per protestare contro l'impasse sulla Consulta e sulla Commissione di vigilanza Rai. Martedì mattina, all'apertura dei lavori, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha invitato i radicali a lasciare l'Aula, perché nessun estraneo può restare nell'emiciclo durante la seduta. Al loro rifiuto, la seduta è stata sospesa e i commessi hanno portato fuori di peso i tre senatori. A quel punto sono ripresi i lavori. «Resteremo in quest'Aula e ci raggiungeranno i senatori che sono stati espulsi di peso fino al voto utile» del Parlamento in seduta comune per l'elezione di un giudice costituzionale, ha poi annunciato nell'Aula della Camera la radicale Rita Bernardini alla ripresa dei lavori dell'Assemblea.

21 ottobre 2008

giovedì 31 luglio 2008

In Italia 24 anni senza cittadinanza - Genova gli ha dato quella onoraria



MARCO GRASSO e MARCO LIGNANA
La Repubblica
29 luglio 2008
Nel 2001 la "beffa": Ayesh diventa cittadino per meriti di lavoro
Nella sua situazione molti palestinesi arrivati negli anni '80 e schedati in massa

GENOVA - Ayesh è due persone diverse a seconda di quale autorità lo giudichi. La città di Genova lo ha insignito del titolo di cittadino onorario per meriti di lavoro nel 2001. Lo Stato italiano si rifiuta di concedergli la cittadinanza, nonostante ormai ne abbia pieno diritto: vive in Italia regolarmente da ventiquattro anni e da sedici è sposato con una donna italiana, da cui ha avuto due figli. La ragione è che viene ritenuto un "pericolo per la Repubblica". Le carte lo definiscono un "sospetto simpatizzante del Fronte di liberazione popolare palestinese (Fplp)". Un'accusa che oltre a essere piuttosto debole non è mai stata provata in sedici anni di ricorsi e soprattutto che nessuno si è mai degnato di motivare. Il suo non è un caso isolato. Nella sua condizione ci sono quasi tutti gli immigrati dalla Terra Santa negli anni '80, quando essere palestinese significava essere schedato in maniera preventiva.

Le clienti affollano il suo negozio di parrucchiere a Quarto, quartiere residenziale di Genova. "Ho una fedina penale immacolata - dice in un italiano forbito Ayesh Abu Nahieh, 42 anni, originario di Gaza - ma quando uno ascolta una storia del genere finisce per avere il dubbio che ci sia qualcosa sotto". La prima domanda, presentata nel 1994, viene rifiutata: "ragioni inerenti alla sicurezza". Nessuna spiegazione. Segue un ricorso al Tar, la cui sentenza arriva dopo sette anni: "l'accusa" è di essere "un sospetto simpatizzante del Fplp, gruppo attestato su posizioni oltranziste rispetto all'Olp".

L'ennesima bocciatura arriva con il Consiglio di Stato nel 2004, che aggiunge: l'Amministrazione ha diritto a non dare spiegazioni. "A parte che "essere simpatizzante" assomiglia a un reato di opinione - si sfoga lui - Ma non mi hanno mai mostrato uno straccio di prova. Sono stato quasi tentato di autodenunciarmi, paradossalmente potrebbe essere l'unico modo per provare la mia innocenza". Resta un mistero anche il perché lo Stato italiano si terrebbe sul suo territorio un "pericolo" per 25 anni. La cittadinanza onoraria, un riconoscimento che si dà alle persone che la città è fiera di ospitare, assegnatagli dall'ex sindaco Beppe Pericu nel 2001, è un po' una consolazione e un po' una beffa.

Secondo il suo avvocato, Ayesh avrebbe più possibilità a presentare una seconda domanda, ma per lui ormai è una questione di principio: "Mi hanno rubato la vita, ora voglio una spiegazione, almeno delle scuse - dice - voi non capite cosa significa vivere come uno straniero, con la Digos che ogni tanto ti entra in casa". L'ultima volta nel 2001, poco prima del G8. Non hanno trovato nulla, come le altre volte. "Non ti dico lo shock per la bambina".

Situazioni a cui nel tempo si è abituato. Nel 1989 due poliziotti lo perquisiscono mentre riaccompagna la fidanzatina italiana. Uno impugna una mitraglietta, lei si spaventa e lo lascia. Più di recente una macchina rimane per giorni posteggiata fuori dal negozio. Dopo poco uno "strano" furto: i ladri rubano un vecchio pc, lasciano 60mila euro di prodotti e si portano via due shampoo e due balsami.

L'unica ad essersi interessata di lui fino ad ora è Milò Bertolotto, assessore alla Provincia del Pd, da sempre attiva per i diritti di immigrati, carcerati e donne: "E' una situazione kafkiana - dice Bertolotto - sto cercando di ottenere un'interpellanza parlamentare sul suo caso". Rimane ancora la Cassazione, ma le speranze sono poche. Ayesh è pronto a portare il suo caso davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Ma è un obiettivo costoso, soprattutto dopo un calvario processuale di 14 anni. Per questo sta cercando un'associazione che gli fornisca almeno supporto legale. "Lo faccio per i miei figli, a cui non ho insegnato una parola di arabo. Non voglio che abbiano un padre sospettato di essere un terrorista". E non solo per loro.

Nella situazione di Ayesh c'è un'intera generazione di palestinesi, arrivati in Italia negli anni '80. Migranti che si distinguono per caratteristiche molto particolari: erano arrivati per studiare, spesso da buone famiglie, oggi occupano posti di responsabilità e sono dei modelli di integrazione. Eppure lo Stato italiano non li vuole. Hanno tutti famiglia in Italia, ma pochi vogliono parlare: hanno paura di essere rimandati a casa. Accusati in maniera così grossolana, che alcuni sono stati definiti allo stesso tempo "simpatizzanti" del Fplp e Hezbollah, due fazioni contrapposte. "Non abbiamo mai fatto niente di male - dice uno di loro, anche lui in attesa di cittadinanza da più di venti anni - abbiamo frequentato l'università. Siamo tutti integrati e amiamo l'Italia. Ma non ci hanno mai permesso di partecipare attivamente a questa società: siamo stati schedati a vita e senza un motivo".

INCOMMENTABILE

martedì 29 luglio 2008

Intervista al Presidente del Senato Renato Schifani



Francesco Verderami
Il Corriere della Sera
28 luglio 2008

No all’immunità parlamentare Ora bisogna sminare il campo»
«Mancino? Impropria la sua sortita sul lodo Alfano»
ROMA- «L’appello del presidente della Repubblica non può né deve cadere nel vuoto, ed è compito della politica individuare il percorso per tornare al clima di dialogo che contrassegnò la campagna elettorale e l’avvio della legislatura». Anche il presidente del Senato si adopera per trovare quel «percorso », e sapendo che «l’ostacolo è la giustizia» indica la soluzione, invita a «escludere dal dibattito politico-parlamentare» la questione dell’immunità, si rivolge a Silvio Berlusconi e a Walter Veltroni, si dice «certo» che il premier e il leader del Pd «raccoglieranno l’invito di Giorgio Napolitano e non si faranno sfuggire l’occasione di dare al Paese le riforme ». Si muove al limite del proprio ruolo, Renato Schifani, ma lo fa «in sintonia» con il capo dello Stato «che si spende in questa fase di conflittualità estremamente preoccupante, e che fin dell’inizio della legislatura ha dato prova di non essere uno statico garante delle regole, ma un elemento propulsore perché la politica trovi appropriati toni di moderazione».


Aveva allora torto Berlusconi quando indirettamente lo criticò, contestando che le cariche istituzionali erano «occupate dalla sinistra».

«Berlusconi contestava il metodo della scelta, non le persone che rappresentavano le istituzioni. L’azione di Napolitano va condivisa. Ritrovare un clima positivo non sarà facile, dato che l’approvazione del lodo Alfano ha esasperato le posizioni. Ma i margini a mio avviso ci sono».


Veltroni è parso voler chiudere il dialogo con il premier.

«Invece nella sua lettera al Foglio individua gli spazi per il confronto, vedo la sua volontà di rivendicare quel profilo di sinistra riformatrice che sta nel Dna del Pd. Insomma, io ci credo. A maggior ragione dopo l’esito del congresso del Prc, che intende proporsi al Paese come un partito solo di lotta e con una forte accentuazione dell’identità comunista. Questo esito dovrebbe imporre al Pd di tornare alla scelta originaria di partito a vocazione maggioritaria ».


Se ritiene che Veltroni sia disponibile al confronto, allora è da Berlusconi che deve venire un gesto di disponibilità.

«Il premier è aperto al confronto. È necessario sminare il terreno del confronto sulle riforme. Inutile girarci attorno: il problema è la giustizia. E vanno tolti dal campo gli elementi che possono esasperare il clima. Mi riferisco al ripristino della vecchia immunità per senatori e deputati. Penso che l’argomento vada accantonato, altrimenti temo si allontanerebbe la possibilità di trovare una convergenza tra schieramenti, forse si comprometterebbe definitivamente il dialogo, certamente lo si inquinerebbe. E comunque il tema non è nell’agenda del presidente del Consiglio».


Sì, ma potrebbe entrare in Parlamento con un emendamento.

«Le prerogative dei parlamentari vanno rispettate. Sollecito però caldamente la maggioranza a ragionare sul peso che una simile mossa avrebbe nel confronto con l’opposizione. Resta comunque da sciogliere il nodo politica-giustizia, e cioè l’alterazione degli equilibri tra poteri: un problema che ci trasciniamo dalla fine della Prima Repubblica ».


Un problema sollevato anche da Napolitano.

«E che a mio avviso può trovare soluzione non con il ritorno all’autorizzazione a procedere ma attraverso un’altra strada: con un percorso consensuale maggioranza- opposizione per una riforma costituzionale del Csm. Se ne parlò nella Bicamerale di Massimo D’Alema, se ne parla oggi nell’attuale opposizione. Non si vuole né si deve penalizzare la magistratura, semmai bisogna depoliticizzare il Csm, diventato una sorta di parlamentino politico. Le ipotesi sono tante: l’aumento dei membri laici rispetto ai togati, la creazione di una sezione disciplinare autonoma, una durata settennale del mandato come proposto dall’ex presidente della Camera Luciano Violante... Perciò non è il caso di cercare scorciatoie per ripristinare l’equilibrio tra poteri. La via retta è riformare il Csm con il consenso dell’opposizione o di parte di essa».


Magari la «via retta» il governo avrebbe potuto prenderla prima, evitando le norme blocca-processi e il lodo Alfano.

«La polemica sul decreto sicurezza ha offuscato purtroppo l’introduzione di norme pesantissime contro la mafia, con l’inasprimento del 416 bis e dei sequestri patrimoniali. E con il lodo Alfano, la maggioranza e il governo si sono assunti la responsabilità di garantire continuità d’azione all’esecutivo, stabilendo che la discontinuità può essere legata a scelte politiche e non ad ingerenze esterne della magistratura».


Considera un’ingerenza anche quella del vice presidente del Csm, che ha esortato a rafforzare il lodo con una legge costituzionale?

«Stimo Nicola Mancino, che è stato mio presidente del Senato ed è persona moderata. Ma devo confessare che la sua sortita mi è parsa impropria. Dietro quelle parole vi era un’esplicita non condivisione del percorso ordinario della legge. Personalmente non la penso così, e spogliandomi per un istante dalla carica che ricopro faccio un ragionamento giuridico: se la Consulta a suo tempo avesse ritenuto il "lodo Schifani" carente sotto quel profilo, l’avrebbe fatto subito, senza dover entrare nel merito. Non è stato così. E i rilievi della Corte sul merito sono stati recepiti nel nuovo lodo. La pensano allo stesso modo molti giuristi. Ora però si guardi avanti, a come togliere gli ostacoli».


Sulla giustizia ce ne sono altri?

«C’è quello sulle intercettazioni. Il capo dello Stato condanna giustamente il voyeurismo mediatico. Tutti concordano ma finora non si è riusciti a superare lo stallo. Il governo ha presentato un disegno di legge in materia e ritengo si possa arrivare a un’intesa con l’opposizione. Basterebbe dividere la disciplina per la modalità della pubblicazione sulla stampa—con sanzioni severissime che però escludano la reclusione dei giornalisti — dalle norme che regolano l’uso giudiziario delle intercettazioni. Per risolvere l’emergenza mediatica credo si possa trovare un’intesa bipartisan. Le altre norme andrebbero a mio avviso inserite nella riforma giudiziaria. Così eviteremmo il cortocircuito politico. E il Parlamento, in un clima sereno, potrebbe varare il pacchetto affrontando nodi molto delicati».


Compresa l’azione penale e la separazione delle carriere?

«Tutti sappiamo che l’obbligatorietà dell’azione penale ormai è un’affermazione retorica. Penso che dovrebbe essere il Parlamento a indicare le linee prioritarie. Però con una maggioranza qualificata, non con una maggioranza semplice. Quanto alla separazione delle carriere, che grazie alla legge in vigore sta comunque cominciando a realizzarsi, sarebbe un naturale sbocco a seguito della riforma del Csm».


Non pensa che il dialogo resti impossibile se il governo continua a fare uso sistematico della decretazione d’urgenza e della fiducia in Parlamento? Anche questo dice Napolitano.

«Non è un tema nuovo. Anche il precedente governo fece lo stesso. Ma siccome questa legislatura deve essere diversa dalle altre, mi impegnerò perché si dia più spazio all’iniziativa legislativa ordinaria, anche del Parlamento. A costo di lavorare qualche giorno in più».


Un Parlamento intasato, visto che Berlusconi punta a varare insieme il federalismo fiscale e la riforma della giustizia.

«Intanto da meridionale vorrei dire che il federalismo fiscale è una sfida. Il Sud non chiede più assistenzialismo ma infrastrutture, e questo il governo lo ha recepito. Ma il Sud deve avviare anche un processo di efficienza amministrativa per stare al passo con il resto del Paese. Comunque evitiamo i luoghi comuni. Perché la mia Sicilia, se potesse contare per intero sui redditi prodotti al proprio interno, sarebbe una Regione con un bilancio in attivo».


Torniamo alla tabella di marcia del premier sulle riforme.

«Solo in un clima di dialogo è possibile procedere su temi così delicati contemporaneamente, altrimenti il percorso si farebbe più complicato. Certo, la legislatura è lunga, ma non è questo il punto. Io credo sia necessario che si rassereni il clima, e che il Parlamento diventi il luogo del confronto. Il sistema politico non ha scelte, non può fallire, sebbene non mancheranno momenti difficili ».


A cosa si riferisce?

«Non vorrei che qualche forza politica, assumendo un ruolo pseudo-antagonista, si opponesse a una riforma condivisa sulla giustizia. Nel rispetto dei diritti garantiti costituzionalmente a ogni partito, ritengo però che forze minoritarie non dovrebbero pregiudicare le finalità che stanno a cuore alla stragrande maggioranza degli italiani».


Dal modo in cui ha solidarizzato con Piero Fassino, si ha l’impressione che per lei anche il caso Telecom venga usato come strumento di disturbo al dialogo

«Ho voluto manifestare la solidarietà a Fassino, perché lo considero una persona onesta. Il mio gesto voleva poi essere un messaggio per il ritorno al rispetto della politica e degli uomini che fanno politica. Quanto al caso Telecom, spero che questi eventi siano casuali. Ci sono dei momenti in cui il sistema vive fibrillazioni esterne al confronto fisiologico tra partiti, come se qualcuno lavorasse ad avvelenare i pozzi. Ma questo quadro politico in Parlamento, la nascita del Pd e la costruzione del Pdl, siano una garanzia per il processo di riforme. Occasioni così non ne abbiamo mai vissute. Per questo le parole di Napolitano non devono cadere nel vuoto, e sono certo che Berlusconi e Veltroni raccoglieranno l’appello».
COMMENTO
Gli italiani (ma quali ?) sono avvertiti, il programma del centro-destra è tutto nelle parole di Renato Schifani, seconda carica dello Stato, che si prende la soddisfazione di bacchettare Nicola Mancino, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.
Ha ragione Antonio Di Pietro, il dialogo si fa in due e prima di avere perpetrato le nefandezze legislative che sappiamo.
Adesso è un po' tardi, ma al centro-destra importa poco, andranno avanti a colpi di maggioranza, che saranno opposti al balbettìo del PD


lunedì 28 luglio 2008

NAPOLITANO: DIALOGO INDISPENSABILE

LA STAMPA
28 luglio 2008

Giorgio Napolitano ha definito «stucchevole» la disputa quotidiana che è stata registrata dai giornali su chi vuole il dialogo e chi no. Lo ha detto ai giornalisti durante la cerimonia del Ventaglio dicendo che occorre un vero ascolto reciproco fra maggioranza e opposizione, fra governo e Parlamento fino al momento delle decisioni, cercando convergenze sui temi di interesse generale e in particolare quando si parla di modificare regole istituzionali e della Costituzione. «Il luogo del confronto è soprattutto il Parlamento», ha aggiunto spiegando che lì si possono confrontare le posizioni «alla luce del sole» e si possono decidere anche l’agenda politica e le priorità.

«Liberiamoci- ha continuato il presidente della Repubblica- dalle angustie di una polemica politica che finisce, perdendo il senso della misura, per scadere nella volgarità e nell’ingiuria, per venir meno al rispetto da tutti sempre dovuto alle istituzioni e ai simboli della Repubblica».
E circa il lodo Alfano Napolitano ha puntualizzato di averne «nel modo più meditato e motivato firmato la promulgazione indipendentemente, come è mio dovere, da sollecitazioni in qualsiasi senso». Giorgio Napolitano è intervenuto sulla legge che sospende i processi delle quattro più alte cariche in occasione della cerimonia del ventaglio con la stampa parlamentare al quirinale. E ha aggiunto: «Mio solo punto di riferimento è stata nei termini che ho indicato la sentenza emanata nel 2004 dalla corte costituzionale». «Ogni altro giudizio sulla legge Alfano appartiene, legittimamente, alla politica: non può coinvolgere o chiamare in causa il presidente della repubblica». E ha concluso con il monito «Si stia attenti da parte di tutti a doverosi distinzioni di posizioni e di ruoli». Napolitano ha assicurato che in questo senso continuerà ad assolvere alle proprie responsabilità «con fermezza e serenità».

La riforma della giustizia è necessaria - ha aggiunto il capo dello Stato- «anche sotto il profilo della ridefinizione delle regole e limiti ai fini di equilibrio nei rapporti tra giustizia e politica». Napolitano ha espresso «un forte auspicio» affinchè il confronto superi le «contrapposizioni irriducibili» e renda possibili «intese concrete».

Le intercettazioni non devono essere diffuse «per soddisfare la mera curiosità voyeuristica dei cittadini». Ma unicamente per «informare su fatti oggettivamente rilevanti per la collettività». Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la cerimonia della consegna del Ventaglio da parte della stampa parlamentare. Napolitano ha auspicato «una corretta concezione del diritto di cronaca».

COMMENTO

Permetterà, sig. Presidente, di dissentire in qualche punto dal Suo saluto per le vacanze della politica.

Personalmente credo che questo Suo invito (“occorre un vero ascolto reciproco fra maggioranza e opposizione, fra governo e Parlamento fino al momento delle decisioni…”), come i precedenti, resterà del tutto inascoltato.

Ammetterà, sig. Presidente che, pur essendo d’accordo con Lei sul rispetto dovuto alle istituzioni dello Stato, nella specie il Presidente della Repubblica, che mai prima, che io ricordi, ciò era accaduto ciò che sta accadendo con il Suo settennato.

Forse ciò che Lei lamenta è dovuto a tante speranze riposte sulla Sua persona e figura, qualche delusione inizia a profilarsi in chi si aspettava da Lei una forte azione di contrasto del dilagante berlusconismo e degli assalti all’assetto costituzionale vigente e più di qualcuno si chiede se Lei dichiarerà formalmente di rinunciare allo scudo dell’inverecondo “Lodo Alfano”, quale atto e testimonianza del Suo dissenso di merito.

Lei se ne va in vacanza, sig. Presidente Napolitano, tante famiglie oggi in Italia non se lo possono permettere, tante altre faranno vacanze stentate.

Invece la “Casta” esibirà vacanze favolose, vedremo sui rotocalchi fotografie a milioni e fino alla nausea di questo o quell’altro ‘vacanziero’ della casta politica, ma anche di altere caste.

Vedremo vacanze milionarie, il lusso sfrenato esibito anzi ostentato.

Immagina sig. Presidente cosa pena il poveraccio, che deve accontentarsi di ‘lustrarsi’ gli occhi sapendo che a lui non accadrà mai ?

Pensieri truci saranno.

Buone vacanze sig. Presidente.

P.S.: il Lodo Alfano viola la costituzione e io cittadino comune posso e devo chiamare in causa Lei, non mi accontento delle sue parole, che suonano un po’ vuote e stucchevoli alle mie orecchie.

Lei ha avallato che quattro uomini non siano processabili per tutta la durata del loro mandato, fra questi c’è Lei.

Il cittadino comune non si accontenta di chiacchiere, vuole fatti e non ne ha finora visti, ha solo letto della marcia trionfale ed inarrestabile di Silvio Berlusconi e del berlusconismo.

Il cittadino comune, appena acculturato ed informato, che ovviamente non ha votato Berlusconi, si chiede cosa accadrà ancora e se questa povera, malata, sporca politica italiana sarà capace di evitare la deriva verso il fallimento del paese Italia e il suo inarrestabile declino verso l’ultimo posto nell’Unione Europea, se non addirittura la sua espulsione dall’Europa.

Spero che ciò sarà oggetto di Sue meditazioni e di Sue decisioni.

Non consegni alla storia un Suo settennato grigio, incolore e balbettante (Le ricordo che Lei ha detto di sentirsi come un naufrago che lancia messaggi in una bottiglia, sperando che qualcuno l’intercetti).

Non è questo ciò che ci si aspetta da Lei.

mercoledì 23 luglio 2008

IL LODO ALFANO E' LEGGE



Claudia Fusani
La Repubblica
23 luglio 2008
Immunità del premier "Anomalia solo italiana"

ROMA - "Un testo sobrio e ben calibrato nonchè in linea con le norme di altri ordinamenti occidentali". Così, ancora stamani durante la discussione generale nell'aula di Palazzo Madama sul lodo Alfano, il ministro della Giustizia Angelino Alfano motivava l'approvazione dell'immunità per le quattro più alte cariche dello Stato (presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio e presidenti delle due Camere).
Ma non è così. Come dice poco dopo il senatore Luigi Li Gotti (Idv) le altre democrazie prevedono un istituto di immunità "solo per i capi di Stato". Quindi, commenta il senatore rivolto ai banchi del governo, della maggioranza e allo stesso Guardasigilli, "dite sciocchezze quando affermate che questa norma ci allinea all'Europa. In realtà ci allontana".
E' lo stesso Ufficio studi del Senato, nella brochure di circa duecento pagine che analizza la nuova legge, a mettere nero su bianco l'anomalia tutta italiana.
Si comincia con un doveroso cenno storico: "Storicamente, la disciplina dell'immunità, a partire quanto meno dal Bill of rights votato dal parlamento inglese nel 1689 è dettata per tutelare i deputati contro le possibili persecuzioni da parte del potere esecutivo che all'epoca di identificava col sovrano". Quindi, seguendo l'evoluzione della storia, immunità come scudo di protezione per i parlamentari da parte di chi esercita il potere. I nostri padri costituenti quando nel 1948 introducono nella Carta l'istituto dell'immunità, lo fanno sotto la spinta antifascista per mettere al riparo il giovane parlamento repubblicano da una magistratura fino a qual momento totalmente sotto il regime.

Da questo presupposto deriva che, come si legge nella relazione dell'Ufficio studi del Senato, "nelle Costituzioni dei paesi membri dell'Unione europea e degli Stati Uniti, il capo del potere esecutivo e i ministri possono essere legalmente chiamati a rispondere delle loro azioni in sede penale e civile". La Costituzione italiana già tutela "la funzione e gli atti ad essi correlati", i cosiddetti atti funzionali. Per il resto ogni potere - tutti i poteri - a cominciare da quelli del Presidente della Repubblica - incontrano il limite che per i fatti estranei all'esercizio delle funzioni vige il principio di uguaglianza: tutti uguali di fronte alla legge.

I capi di stato. Nell'ambito delle costituzioni europee la sospensione del procedimento penale fino alla scadenza del mandato per gli atti penalmente rilevanti e privi di rapporto con l'esercizio delle funzioni di Presidente della repubblica "è prevista solo nella Costituzione greca (art.49), in quella portoghese (art.130) e in quella francese". La Francia è una repubblica presidenziale e quando nel 2007 fu introdotta l'immunità per il Presidente-premier, ci fu un dibattito furioso, si parlò di "colpo di mano" e comunque fu necessaria una revisione costituzionale. La modifica non avvenne cioè, come in Italia e con le differenze tra i due ordinamenti, per via ordinaria in un batter di ciglia.

Nessuna immunità in Germania. La Repubblica federale di Germania (art.1, legge 1953) "considera il Cancelliere e i ministri dell'esecutivo titolari di una funzione pubblica e applica ad essi la disciplina generale dei funzionari del pubblico impiego". Cioè sono processabili sempre e comunque se commettono qualche reato. Se i ministri sono anche membri del Bundestag, il Cancelliere e i membri del governo godono dell'immunità parlamentare, cioè la non perseguibilità ma solo per opinioni e voti espressi nel Bundestag. Questo è già previsto anche in Italia.

Spagna, Regno Unito e altre monarchie. I reali godono dell'immunità assoluta. Così, soprattutto, i Borboni in Spagna e i Windsor nel Regno Unito. A loro le rispettive Costituzioni assicurano "l'inviolabilità assoluta". Ma, osserva il dossier dell'Ufficio studi, "stiamo parlando di monarchie dove il capo del governo riveste una posizione costituzionale non dissimile da quella dei ministri" che sono regolarmente perseguibili.

In Spagna la Costituzione "istituisce una riserva di foro speciale (sezione penale del Tribunale supremo) a garanzia del membro del governo posto in stato di accusa".

In Gran Bretagna "il premier e i membri del governo rispondono civilmente e penalmente alla magistratura ordinaria di ogni loro azione compiuta nell'esercizio delle funzioni di governo".

Negli Usa, la legge è uguale per tutti. I padri fondatori americani non hanno avuti dubbi. E l'articolo II, sezione 4 della Carta prevede che "il Presidente, il Vicepresidente e ogni altro funzionario civile siano rimossi dall'ufficio ove, in seguito ad accusa mossa dal Congresso, risultino colpevoli di tradimento, concussione e altri gravi reati". In poche parole la Costituzione americana non contiene alcun riferimento esplicito all'immunità del Presidente, del Vicepresidente e dei titolari di alte cariche pubbliche federali. Un paio di esempi: Clinton dovette spiegare pubblicamente i suoi rapporti con Monica Lewinsky; Nixon fu costretto alle dimissioni dallo scandalo Watergate e poi sottoposto a processo.

Si legge nel documento dei cento costituzionalisti italiani presentato al Quirinale: "L'immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle costituzioni greca, portoghese, israeliana, francese con riferimento però solo al Presidente della Repubblica. Analoga immunità non è prevista per il Presidente del consiglio e per i ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro". Ecco: non si capisce perchè il ministro Guardasigilli ancora stamani abbia ripetuto che il Lodo mette l'Italia in linea con le norme degli altri paesi. (Semplice: fa il pesce in barile, n.d.r.).

Ludovico Fraia
Cittadino Lex
22 luglio 2008

Sì definitivo del Senato il 22 luglio al "lodo Alfano" il ddl che prevede l’immunità per le alte cariche dello Stato.

Il ddl, già approvato dalla Camera, prevede però alcuni limiti a questa immunità.

Tra questi limiti, dopo l'approvazione di un emendamento presentato dal Pd, c'è quello che precisa che l'immunità non si estende in caso di cambio di carica, anche nel corso della stessa legislatura: se il presidente del Consiglio venisse nominato presidente della Repubblica, perciò, il lodo Alfano non gli si applicherebbe più, mentre gli si applicherebbe se succedesse a se stesso a Palazzo Chigi. Ciò deriva dal fatto che la non reiterabilità della sospensione, come si è visto, ha un'unica eccezione: la nuova nomina a presidente del Consiglio nel corso della legislatura.

Il testo, di un solo articolo, prevede che i processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di Presidente del Consiglio dei ministri siano sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione.

La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l'assunzione della carica o della funzione. In dettaglio il comma 1 del provvedimento prevede che nei confronti del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio dei ministri, la sospensione riguarda i reati extrafunzionali, dato che i cosiddetti «reati funzionali» rientrano nella disciplina già prevista dalle norme costituzionali, secondo cui il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione; mentre il Presidente del Consiglio dei ministri, per i predetti reati, può essere sottoposto alla giurisdizione ordinaria, dopo la decisione di rinvio a giudizio adottata dal tribunale dei ministri e, in ogni caso, previa autorizzazione della Camera di appartenenza.

Il comma 1 prevede, inoltre, che la sospensione del processo opera anche in relazione a fatti commessi anteriormente all'assunzione della carica o della funzione.

Il comma 2 prevede che, in ogni momento, l'imputato può rinunciare alla sospensione, anche attraverso il difensore munito di procura speciale. Questa disposizione esclude l'automatismo della sospensione, tutelando il diritto di difesa dell'imputato, che può volontariamente decidere di affrontare il processo senza doversi dimettere dalla carica ricoperta.
Il comma 3 consente al giudice, qualora ne ricorrano i presupposti, di acquisire, nel processo sospeso, le prove non rinviabili. Si tratta di una norma che, escludendo la paralisi assoluta delle attività processuali, salvaguarda il diritto alla prova e impedisce che la sospensione operi in modo generale e indifferenziato sul processo in corso.

Il comma 4 prevede che, in caso di sospensione del processo, è sospeso anche il corso della prescrizione dei reati in esso contestati, secondo il meccanismo generale previsto dall'articolo 159 del codice penale. La prescrizione riprende il suo corso dal giorno in cui è cessata la causa della sospensione.

Il comma 5 prevede che la sospensione opera per l'intera durata della carica o della funzione. La diversa durata delle quattro cariche e la possibilità di una nuova nomina del Presidente del Consiglio dei ministri hanno tuttavia imposto di prevedere, per quest'ultima carica, una limitata eccezione alla regola della non reiterabilità, nel caso del nuovo incarico assunto nella stessa legislatura.

Il comma 6 prevede la possibilità, per la parte civile, di trasferire l'azione in sede civile, in deroga all'articolo 75, comma 3, del codice di procedura penale. Tale deroga non soltanto è compatibile con i princìpi generali - posto che la rinuncia agli atti del giudizio, derivante dal trasferimento dell'azione civile nel processo penale, non preclude la riproposizione della domanda - ma è una scelta costituzionalmente obbligata, secondo quanto indicato dalla Corte costituzionale, nella citata sentenza n. 24 del 2004, al fine di evitare che la posizione della parte subisca gli effetti della sospensione del processo penale. Per apprestare una piena tutela del diritto della parte civile viene, inoltre, previsto che, in caso di riproposizione della domanda in sede civile, la causa debba essere trattata con priorità, attraverso la riduzione del termine per comparire.

Il comma 7 contiene una disposizione transitoria, che estende la sospensione anche ai processi penali già in corso, in ogni fase, stato e grado, alla data di entrata in vigore della legge. Infine, il comma 8 stabilisce che la legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Ddl Camera 1442 - Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato

Art. 1.

1. Salvi i casi previsti dagli articoli 90 e 96 della Costituzione[1], i processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di Presidente del Consiglio dei ministri sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l'assunzione della carica o della funzione.

2. L'imputato o il suo difensore munito di procura speciale può rinunciare in ogni momento alla sospensione.

3. La sospensione non impedisce al giudice, ove ne ricorrano i presupposti, di provvedere, ai sensi degli articoli 392 e 467 del codice di procedurapenale[2], per l'assunzione delle prove non rinviabili.

4. Si applicano le disposizioni dell'articolo 159 del codice penale[3].

5. La sospensione opera per l'intera durata della carica o della funzione e non è reiterabile, salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura né si applica in caso di successiva investitura in altra delle cariche o delle funzioni.

6. Nel caso di sospensione, non si applica la disposizione dell'articolo75, comma 3, del codice di procedura penale[4]. Quando la parte civile trasferisce l'azione in sede civile, i termini per comparire, di cui all'articolo 163-bis del codice di procedura civile[5], sono ridotti alla metà, e il giudice fissa l'ordine di trattazione delle cause dando precedenza al processo relativo all'azione trasferita.

7. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado, alla data di entrata in vigore della presente legge.

8. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

sabato 19 luglio 2008

Giustizia, sale la tensione al Colle: «Amarezza, appelli inascoltati»



Marzio Breda
Il Corriere della Sera
19 luglio 2008
Fredda irritazione di Napolitano per la nuova sortita sui magistrati.

SAN PIETROBURGO — I cronisti in trasferta tra Mosca e l'ex Leningrado ancora non sanno della metafora scatologica sul «Csm-cloaca» frutto dell'esternazione via radio del capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. Ma ci provano lo stesso, a sollecitare un'analisi del capo dello Stato sull'eterna prova di forza tra toghe e politica. Così, visto che non vuole parlare di affari interni all'estero, la prendono alla larga e gli buttano tra i piedi l'affaire Khodorkovskij, cioè la storia dell'oligarca incarcerato per il quale da queste parti alcuni recriminano l'esistenza di un «nichilismo giudiziario» da superare attribuendo un minimo di autonomia alla magistratura (l'opposto della situazione italiana, dunque).

Napolitano, invece, probabilmente sa bene ciò che è appena successo a Roma, ma evita di farne cenno, anche se si incupisce di colpo quando replica: «Io, francamente, dovendomi già occupare della giustizia in Italia non posso occuparmi della giustizia in Russia». Discorso interrotto. Sia per quanto riguarda le polemiche in corso nella Federazione russa, sia per quelle di casa nostra. E fino a notte rimane questa, per il quasi zero che fa trapelare lo staff del Colle (in corsa verso l'aeroporto di San Pietroburgo e poi in volo verso Ciampino), la risposta di Giorgio Napolitano a chi ha definito con un insulto l'organo istituzionale da lui presieduto. Risposta da intendere come una «diagnosi di estrema preoccupazione per un confronto-scontro in cui qualcuno butta ogni giorno nuova benzina sul fuoco». Una vertenza che, in un rilancio continuo di accuse e minacce, ha ormai raggiunto asprezze insopportabili. Non accennano all'umore del capo dello Stato, gli uomini dello staff. Ma il silenzio che ha deciso di opporre — almeno per il momento — al nuovo, scurrile capitolo del conflitto, tradisce l'ira fredda e lo sgomento dei giorni peggiori. Rientrato al Quirinale all'ora di cena, Napolitano ha un lungo colloquio con il suo vicario al Consiglio superiore della magistratura, Nicola Mancino, dipinto a sua volta come «amareggiatissimo».

Dopo vari contatti telefonici intercorsi nel pomeriggio, ascolta un dettagliato resoconto conclusivo della vicenda: dalla sortita di Gasparri che ha scatenato la bagarre alla sua parziale retromarcia, dalla frettolosa proclamazione berlusconiana del "caso chiuso" al mezzo contrattacco dall'ex radicale Capezzone ("la vera volgarità sta nella deriva ideologica dei magistrati"), appena traghettato nel centrodestra in veste di portavoce. Per il Quirinale e per Palazzo dei Marescialli si tratta adesso di decidere se, quando e in quale modo intervenire. Il che è tutt'altro che facile, dopo il recente sfogo nel quale il presidente della Repubblica ha dipinto se stesso alla stregua di un naufrago che lancia «messaggi in bottiglia» che non vengono raccolti. L'allusione era agli infiniti e inascoltati appelli per una comunicazione politico-istituzionale più civilizzata e meno barbarica. Inviti che, dalla sponda del Csm e in sinergia con il Colle, sono stati ripetuti più volte pure da Mancino, con la richiesta che la riforma della giustizia non si faccia «contro qualcuno» ma «con la ricerca costante e paziente di un dialogo». Ora, ripetere domani tali e quali i medesimi messaggi rischia di banalizzare la moral suasion presidenziale e di mortificare il ruolo dell'istituzione come quello di un'autorità impotente. Ed è questo pericolo che impone al capo dello Stato di trovare parole nuove per frenare un'escalation ormai sfociata nel peggiore trash.

COMMENTO

Mi riesce difficile credere che la Carta Costituzionale non fornisca al Capo dello Stato, nella sua veste di Garante della Costituzione, i mezzi e gli strumenti per frenare, anche se non bloccare, la deriva autoritaria messa in atto da Silvio Berlusconi.
100 costituzionalisti, fra i quali due ex presidenti della Corte Costituzionale, ha dichiarato che le due iniziative legislative del governo Berlusconi (la norma blocca-processi ed il lodo Alfano) sono incostituzionali.
Giorgio Napolitano eserciti la prerogativa di rifiutare la firma delle due norme, rinviandole al Parlamento per un loro riesame, meglio un accantonamento.
Qualora, come appare scontato, il Parlamento le riproponesse pari pari in secondo lettura, non ha scampo, le deve promulgare.
Però avrà raggiunto un duplice effetto, di tutelare il prestigio dell’organo costituzionale che è il Presidente della Repubblica (oltre quello suo personale di Presidente in carica), e di aaver fornito anche una sponda formidabile alla Corte Costituzionale per esaminare, ed eventualmente (ma a mio giudizio, molto probabilmente) cancellare le due norme perché incostituzionali, che saranno certamente sottoposte al suo esame.
Non dica, Presidente, che i suoi appelli sono come il lanciare del naufrago in mare messaggi in bottiglie nella speranza che qualcuno le raccolga.
Non può non rendersi conto che la sua franchezza suona ed è quasi una resa.
Non faccia come Vittorio Emanuele III negli anni venti.
Studi finché vuole, ma in fretta, molto in fretta, la caduta nell’abisso è ormai lì davanti, anzi un piede è già fuori verso l’abisso.

lunedì 7 luglio 2008

Il governo anticipa il Lodo Alfano - Verso modifiche "salva premier"


La Repubblica
7 luglio 2008
Di Pietro: "Neanche durante il fascismo accadevano cose del genere"

La maggioranza va avanti. Smentendo ogni voci di una possibile mediazione, l'esecutivo non si ferma sulla giustizia. Il lodo Alfano approderà in aula alla Camera già mercoledì pomeriggio. Alla conferenza dei capigruppo, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito ha chiesto e ottenuto di modificare il calendario di Montecitorio anteponendo il voto sul Lodo Alfano a quello sul decreto sicurezza, nel quale è inserita la norma salva processi. Quella stessa norma che sarà modificata "nelle parti più contestate" dice il capogruppo del Pdl Elio Vito.
Secondo il programma fissato, le commissioni riunite affari costituzionali e giustizia dedicheranno la mattinata di mercoledì all'esame del ddl, che andrà in aula nel pomeriggio con prosecuzione notturna della seduta. La maggioranza prevede il voto per l'intero provvedimento già per giovedì prossimo. Si allinea anche la Lega che però chiede garanzie "certe" per l'approvazione del decreto legge sulla sicurezza in tempi certi.
L'opposizione. "Non abbiamo aderito a questa modifica - spiega Marina Sereni del Pd - insistendo sulla possibilità di sopprimere l'articolo 2-ter del decreto sicurezza contenente la norma blocca processi". in sintesi: senza la rimozione della norma blocca-processi non ci può essere nessun dialogo sul Lodo Alfano "che - dice Anna Finocchiaro - non è urgente".
Fini. 'Invertire l'ordine del giorno dei lavori dell'aula senza cancellare dal calendario provvedimenti già inseriti è possibile quando c'è la maggioranza dei gruppi che lo chiede. E sull'anticipazione del lodo Alfano gli unici gruppi che si sono opposti sono stati quelli dell'Idv e del Pd visto che l'Udc ha solo preso atto della questione". Fini spiega così il perché in conferenza dei capigruppo si sarebbe deciso di discutere prima il lodo Alfano del decreto sicurezza.

La giornata. "Questa sera chiederemo di anticipare l'esame in aula del Lodo Alfano rispetto al decreto legge sulla sicurezza" annuncia, in mattinata, il ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito. E c'è chi vede in questa mossa la volontà della maggioranza di fare un ulteriore passo avanti verso il tentativo di una mediazione sulla questione giustizia, come anticipato da Repubblica. Br>In sostanza si ipotizza il voto anticipato sul Lodo Alfano in Aula prima di togliere, o quantomeno di ridurre la portata, della norma blocca-processi contenuta nel decreto sicurezza. L'obiettivo del centrodestra è quello di far approvare il provvedimento che sospende i procedimenti giudiziari per le quattro più alte cariche dello Stato entro l'estate, da parte di tutti e due i rami del Parlamento. Negativa la prima reazione del Pd: senza la rimozione della norma blocca-processi non ci può essere nessun dialogo sul Lodo Alfano. Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato, ribadisce la posizione del Pd: "Non ci presteremo ad artifici, proposte alternative o ipotesi di scambio. Chiediamo chiarezza all'esecutivo: non esiste il congelamento della norma in attesa di altri passaggi". Per Antonio Di Pietro "è umiliante assistere ad un Parlamento che si piega. Non accadeva nemmeno nel ventennio. Si sta consumando un reato gravissimo e osceno".
Poi, nel pomeriggio, le commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera accantonano l'esame dell'articolo 2 ter del dl sicurezza che contiene la cosiddetta 'blocca-processi'. Rimandando ogni decisione alla capigruppo. Si pensa ad una possibile mediazione. Il risultato è il voto a maggioranza che anticipa il Lodo Alfano e la "disponibilità" del Pdl a modificare la blocca-processi.

COMMENTI

Il PD è servito.


martedì 1 luglio 2008

BERLUSCONI SFIDA IL QUIRINALE



Claudio Tito
La Repubblica
1 luglio 2008


"Se sulla nostra legge c'è un giudizio politico, la nostra risposta sarà politica. E le conseguenze saranno quelle di chi non assolve ai propri doveri istituzionali". Ecco il redde rationem, ecco la resa dei conti. Per il suo futuro e per il prosieguo della legislatura. Così domenica scorsa ne ha discusso con i presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini. "Questa volta non transigo", ha ripetuto. E forse non è stato un caso che ieri gli inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama abbiano chiesto un incontro "urgente" a Giorgio Napolitano.

Un colloquio - a tratti molto teso - per esporre le loro "preoccupazioni" sul parere che oggi il Consiglio Superiore della Magistratura dovrebbe esprimere sulla cosiddetta norma "Salva-Premier". Un summit organizzato in fretta e furia, con una procedura d'emergenza che ha sorpreso il presidente della Repubblica appena rientrato da Capri. Un appuntamento cui Schifani e Fini si sono presentati con una lettera. Poche righe per denunciare l'allarme legato all'"invasione di campo" del Csm. E sulle quali chiedevano l'avallo del capo dello Stato.

"Il giudizio di costituzionalità - è il ragionamento svolto dai due sul Colle - è una prerogativa parlamentare, delle commissioni affari costituzionali e quindi della Corte costituzionale. Non del Csm che sta scavalcando i compiti delle Camere. E il Quirinale, come garante della Costituzione non può non tenerne conto".

Un faccia a faccia piuttosto nervoso, con toni cordiali ma con una sostanza ben poco diplomatica. Anche perché la risposta di Napolitano è stata piuttosto ferma. "Io - è stato il suo discorso - non intervengo nell'attività di altri organi istituzionali". Soprattutto il presidente della Repubblica ha richiamato i suoi due interlocutori sui rischi della loro nota. Uno "scontro istituzionale" senza precedenti tra poteri dello Stato. Un conflitto tra Parlamento e Csm in grado di aprire una voragine nei rapporti tra Istituzioni. "Non potete", ha avvertito. Un confronto acceso, insomma, in cui alla fine Fini e Schifani hanno derubricato il loro documento con la nota diramata dagli uffici stampa. Ma incassando un impegno del Quirinale a "intervenire" nella vicenda.

E già, il punto di mediazione faticosamente raggiunto ieri è stato proprio questo. I presidenti di Camera e Senato adesso si aspettano un passo "formale" di Napolitano. La richiesta di uno slittamento del Plenum fissato per oggi pomeriggio o un richiamo del capo dello Stato a rispettare le competenze di tutti gli organi istituzionali. Anche Palazzo Chigi si attende una mossa di questo tipo da parte della più alta carica dello Stato.

Stamani, in effetti, ci dovrebbe essere un colloquio tra il presidente e il vice presidente del Csm, Nicola Mancino. Per valutare le diverse opzioni. Sebbene, al momento, non c'è un'indicazione precisa sulle scelte che compirà il capo dello Stato.

Sta di fatto che Berlusconi aspetterà che si consumi questo passaggio per imboccare una strada o un'altra. "Perché questa volta - ha fatto sapere attraverso i suoi "ambasciatori" al Colle - non transigo". Teme, infatti, che il parere del Csm induca Napolitano a non firmare il "blocca-processi". Un'ipotesi che al momento nemmeno nel centrosinistra prendono in considerazione. Semmai, la firma potrebbe essere accompagnata da un messaggio "critico".

Eppure a Via del Plebiscito, molti pensano il contrario. E del resto il premier ha messo ieri sul tavolo le sue carte. La "missione" di Fini e Schifani in qualche modo rispondeva a questa paura. Non solo. Il presidente del consiglio considera cruciali le prossime due settimane. Il parere del Csm, poi il voto a Montecitorio sul decreto sicurezza quasi in contemporanea con la decisione della Corte d'appello di Milano sulla ricusazione formulata nei confronti della presidente Gandus. E infine, appunto, la controfirma del Quirinale.

"Se tutto si risolverà come temo - ha avvertito - allora anche Napolitano avrà fatto una scelta politica e la nostra risposta sarà politica". Se la Gandus non verrà ricusata e la legge non arriverà sulla Gazzetta ufficiale, l'affondo contro il Colle sarà senza tregua. "Terremo conto di chi non ha assolto ai propri doveri istituzionali. E le conseguenze saranno riconducibili a questa mancanza".

Un riferimento nemmeno tanto implicito ai percorsi che la Costituzione traccia per le responsabilità della più alta carica dello Stato. Come minimo, allora, è il monito di Palazzo Chigi ci sarà la "Scalfarizzazione" (da Oscar Luigi Scalfaro) del settennato di Napolitano. E quindi la guerra aperta con i magistrati: "Anche il capo dello Stato deve sapere che se andrà a finire così, noi non solo riformeremo il Csm, ma incideremo sulla gestione dei giudici. Separazione delle carriere, orario di lavoro con il tesserino da timbrare all'ingresso dei tribunali, ferie di 30 giorni come tutti i dipendenti pubblici e lo stipendio indicizzato ai contratti del pubblico impiego".

COMMENTO

L'art. 90 della Costituzione repubblicana recita:"Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.
In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.".
E' questa la minaccia, abbastanza esplicita, che il Presidente del Consiglio rivolge, tramite i presidenti di camera e senato, al Presidente della Repubblica.
Confesso che sono allibito, non mi aspettavo tanto, anche se le premesse ci sono tutte.
Tra l'altro la minaccia passa attraverso al riforma del CSM e, ma il giornalista non lo dice, della Corte Costituzionale.
L'art. 135 Cost., ultimo comma, recita: " Nei giudizi d'accusa contro il Presidente della Repubblica intervengono, oltre i giudici ordinari della Corte, sedici membri tratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i requisiti per l'eleggibilità a senatore, che il Parlamento compila ogni nove anni mediante elezione con le stesse modalità stabilite per la nomina dei giudici ordinari.".
Modificare la Costituzione è molto difficile, occorre la maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento, con doppia lettura, o la maggioranza assoluta seguita da referendum popolare confermativo.
Dunque, la strada più semplice è fare pressione sul CSM e sulla magistratura più in generale.
I magistati di ogni ordine e grado sono avvertiti:
1) separazione delle carriere;
2) orario di lavoro con timbratura del tesserino;
3) 30 giorni di ferie l'anno;
4) indicizzazione della loro retribuzione ai contratti del pubblico impiego.
Questo è ciò essi si devono aspettare, se l'emendamento salva-premier non passa in tempo utile: il processo di Milano (Sesta Sezione Penale del Tribunale) incombe, ma anche la Procura della Repubblica di Napoli è una seria minaccia per Silvio Berlusconi.
Sembra il 'deja vu' di qualcosa accaduto una ottantina di anni fa, in chiave moderna, che a mio giudizio evolverà verso una repubblica di tipo semipresidenziale, come in Francia, senza la garanzia dei pesi e contrappesi necessari in un moderna democrazia di quel tipo, come accade negli U.S.A. e nella stessa Francia.
Intanto gli italiani vanno in vacanza: la vacanza è "sacra", guai a toccargliela !
Il risveglio potrebbe essere peggiore del peggiore incubo possibile.


mercoledì 25 giugno 2008

Il Cavaliere tenta il decreto "Subito scudo per le alte cariche"


Liana Milella
La Repubblica
25 giugno 2008

Il provvedimento dovrà proteggere i vertici dello Stato da qualsiasi procedimento o indagine giudiziaria

ROMA - La richiesta è arrivata sul tavolo di Giorgio Napolitano a metà pomeriggio. Forte, impegnativa, destinata a sollevare un nuovo vespaio, di per sé già foriera di un diniego praticamente certo. È questa: Berlusconi vuole dal Colle un lasciapassare per proporre il nuovo lodo Schifani per decreto legge. Proprio così. Procedura d'urgenza estrema (eh sì, visto che di mezzo c'è il rotolare verso la sentenza del processo Mills). Decreto per lo scudo che dovrà proteggere le alte cariche dello Stato, quattro o cinque che siano, da qualsiasi procedimento o indagine giudiziaria.
Tutto congelato per uno o due mandati. Messa in freezer che l'imputato può anche rifiutare, mentre le altre parti possono rivalersi in sede civile. Nella partita a scacchi col Quirinale il Cavaliere ancora una volta alza il tiro. Non bastava il decreto sicurezza con la sospensione dei processi per un anno, ecco un'altra mossa per spegnere l'ossessione giudiziaria: un lodo di cui poter usufruire subito, prima della fatidica data del 10 luglio, quando a Milano il tribunale dovrà decidere sulla richiesta di ricusazione presentata dall'avvocato Niccolò Ghedini. Decreto approvato già venerdì in consiglio dei ministri e applicato ovviamente ad horas.

Ed ecco Berlusconi libero da ogni incubo processuale, per qualsiasi inchiesta passata, presente, futura, per qualsiasi reato commesso in qualsiasi momento. Ché questo è lo scopo e lo spirito del lodo, Schifani o comunque si chiami. Come avviene in Francia e altrove.

La mossa, imprevista, ha lasciato di stucco il capo dello Stato e tutta la sua diplomazia. Mentre ex presidenti della Consulta del rango di Valerio Onida parlano di "necessaria legge costituzionale", il Cavaliere rilancia non solo con una norma ordinaria, ma pure per decreto legge. La richiesta ha una sua logica e ben s'inquadra nel tam tam che proprio dal Colle incombe su palazzo Chigi. E di cui è testimonianza il fitto scambio di telefonate con il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta.

Il Quirinale insiste: vuole che il decreto sulla sicurezza, appena approvato al Senato, cambi nel giro di boa alla Camera. L'attuale formulazione, sospensione di un anno dei processi per reati superiori ai dieci anni, non è accettabile. Lo dirà anche il Csm che domani, o lunedì al massimo, approverà un parere in cui si parla "di dubbi di legittimità costituzionale". Il plenum di martedì sancirà la bocciatura. Un passo che, se non lega le mani a Napolitano, comunque rende complicata la sua firma sotto alla legge di conversione del decreto e potrebbe costringerlo a un rinvio parziale.

Tutto questo viene rappresentato agli emissari di Berlusconi con la dovuta fermezza ed energia. Ma la risposta lascia pochi spazi al dialogo. Berlusconi lo dice ai suoi: "Basta frenate, il nostro elettorato non capirebbe una marcia indietro nel giro di pochi giorni. Dobbiamo andare avanti". Il luogotenenti parlano la stessa lingua. Il sottosegretario Paolo Bonaiuti: "Si va avanti così, per noi resta tutto com'è". Il consigliere giuridico Ghedini: "Non mi risultano né trattative, né modifiche".

La richiesta del Quirinale potrebbe essere accolta solo in un modo: subito, per decreto, il nuovo lodo Schifani, che Ghedini già battezza "lodo Alfano", processo di Milano bloccato, e magari a quel punto la sospensione dei processi potrebbe cadere perché il premier sarebbe finalmente libero dalle sue pendenze milanesi. Ma questo è solo un libro dei sogni. Come la garanzia, che nessuno può dargli, di una sentenza rinviata solo a quando il lodo diventerà legge. Chi gli sta vicino ragiona così: "Se non è un decreto, è inutile illudersi, dovremo aspettare l'autunno. E ogni giorno potrebbe essere a rischio sentenza. Quindi la sospensione deve rimanere così com'è". E il capo del governo se ne avvarrà.
Berlusconi cita coi suoi, perché le citino al Colle, le nuove carte a suo favore, come l'intervista a Repubblica del segretario dell'Anm Cascini che dà via libera al lodo, l'apertura del leghista Castelli, quella del centrista Casini, i "nì" dei Democratici. Ma se il Quirinale boccia un decreto sul lodo Alfano non resta che la sospensione dei processi. Da realizzare subito, comunque prima che il dibattimento di Milano vada avanti.
La data capestro è il 10 luglio. Eventuali modifiche e ammorbidimenti, come un periodo di sospensione minore o un range di reati più ampio, non solo allungherebbe i tempi di approvazione, ma metterebbe a rischio il definitivo sì al decreto, obbligatorio entro il 24 luglio. Su questo l'altolà del ministro dell'Interno Roberto Maroni è stato perentorio. "Niente scherzi, il decreto deve passare a tutto i costi. Anzi, entro la fine di luglio voglio anche la legge sulla sicurezza". Quella che contiene il reato d'immigrazione clandestina. Con chi insisteva a chiedergli di possibili stralci della norma salva-premier Bobo è stato secchissimo: "Non c'è alcun motivo di dare ascolto a richieste pretestuose. La sinistra si vada a guardare il disegno di legge approvato da D'Alema nel '98 che stabiliva priorità per i processi. L'ha detto bene Gasparri. Perché le cose sono buone solo se le fa la sinistra e cattive se le facciamo noi?".

COMMENTO

È obbiettivamente incredibile che qualcuno abbia potuto credere alle parole date dal presidente del consiglio.
Prima D’Alema, poi Veltroni sono caduti nella rete come allocchi.
Adesso anche il Capo dello Stato resta di “stucco” !
Ma come, tanti anni in politica e non ha ancora imparato a distinguere ?
Io non ci credo.
Credo invece che ancora una volta è in atto la solita solfa: Berlusconi chiede 100, si accontenterebbe di 10, ma, non si capisce perché, gli viene concesso 50.
Marco Travaglio l’ha descritto così bene, possibile che non l’abbia capito nessun altro ?
Quand’ero in servizio chiedevo anch’io 100 per ottenere 50, parlo dei fondi del bilancio passivo dello Stato, necessari per far funzionare il carcere.
Ed ero un modesto direttore di carceri.

venerdì 20 giugno 2008

SCODINZOLINI


Marco Travaglio
Ora d'Aria
L'Unità
20 giugno 2008

C’era una volta Licio Gelli, venerabile maestro del minimalismo. E, soprattutto, dell’ingenuità. Nel Piano di rinascita democratica della P2 scrisse che, per controllare i giornali, bisogna corrompere i giornalisti, «almeno due a testata». Poveretto. Non aveva capito che molti giornalisti obbediscono anche gratis, e prima di ricevere ordini.
Lasciamo stare gli house organ tipo Il Giornale che, mentre il padrone abolisce i suoi processi e ricusa il suo giudice, titola: «Ci risiamo: guerra a Berlusconi».
Lasciamo stare il semprelucido Paolo Guzzanti che, con l’esercito per le strade e i poteri legislativo ed esecutivo che soffocano il giudiziario e l’informazione, denuncia «la tentazione autoritaria della sinistra».
Lasciamo stare la voce bianca Mario Giordano che, poveretto, attribuisce il lodo Schifani agli «altri paesi civili, come la Francia o gli Usa» (così civili che in Francia l’immunità provvisoria è solo per il capo dello Stato, non per il premier; e negli Usa s’è processato un certo Clinton, il presidente, l’uomo più potente del pianeta terra).
Ecco, lasciamo stare Tiramolla e passiamo al Corriere. Nella staffetta dei vedovi inconsolabili del Dialogo, ieri era il turno di Piero Ostellino. Il quale, come già Franchi, Franco e Panebianco, stigmatizzava la svolta del Pd, a suo dire ridotto a «forza di pura agitazione» (magari).
Non una riga su quel che sta facendo il governo Berlusconi, che poi è la causa della svolta del Pd.
Interessa solo l’effetto.
Sul berlusconismo eversivo che calpesta la Costituzione, la divisione dei poteri, il principio di eguaglianza e, pur di liberarsi del processo Mills, sospende sine die tutti quelli per rapine, furti, scippi, violenze al G8 (ma solo quelle degli agenti), crac Cirio, affare Oil For Food, non una parola.
Anzi, Ostellino prende per buone tutte le balle di regime, ribaltando totalmente la realtà: «L’emendamento rinvia i processi minori» (la corruzione giudiziaria è «minore»?!) e il Lodo «mette al riparo le cariche istituzionali dalle incursioni della magistratura» (regolari processi avviati da anni sarebbero «incursioni»!?).
Per lui il vero pericolo è un Pd che «rischia di (ri)precipitare nel rivoluzionarismo verbale» (magari) anzichè far il suo dovere di opposizione: cioè digerire pure il Lodo, invitando però «Berlusconi ad assumersi la responsabilità delle misure» e - questa è strepitosa - «a impegnarsi a non sottrarsi» ai processi «una volta assolto il mandato». Se no il Pd dimostrerebbe di «voler sconfiggere il centrodestra per via giudiziaria».
Ecco: affermare l’art. 3 della Costituzione e lasciar celebrare i processi secondo le leggi vigenti è la prova che si vuol abbattere il Cainano. Dunque, per dissipare il sospetto, bisogna dargliele tutte vinte, invitandolo però a «prendersi le sue responsabilità» (cosa che peraltro lui ha già fatto con la sfrontata lettera al fido e scodinzolante Schifani). È il solito ritornello della «guerra tra politica e magistratura», come la chiamano i giornali paraculi, anche se qui a fare la guerra è uno solo, il solito.
Esemplare la «cronaca» su La Stampa di Augusto Minzolini, valoroso inviato embedded nelle fioriere di Palazzo Grazioli e sotto le scrivanie di Palazzo Chigi. Origliando origliando, non riesce più a distinguere quel che accade nella realtà da quel che gli soffiano le sue fonti. E allora «i magistrati di Milano sono in rivolta, assecondati da Csm e Anm» e soprattutto «sobillati da Di Pietro» (gliel’ha confidato un MochoVileda abbandonato dalla colf del Cainano). Per cui «Berlusconi, fiutata la trappola, tira dritto come un carrarmato», incurante delle bavose «lagnanze del Capo dello Stato».
Ed ecco la prova che la giudice Gandus ce l’ha con lui: «Ho un testimone - dice il premier secondo Minzo - che ha ascoltato una conversazione tra la Gandus e un altro magistrato. Gandus ha detto: “A questo str. di Berlusconi gli facciamo un c. così. Gli diamo 6 anni e poi lo voglio vedere a fare il presidente del Consiglio”».
È la pistola fumante: un cronista dice di aver saputo da un altro che il premier ha detto a non si sa chi di aver saputo da un Mister X che aveva sentito una giudice dire una cosa.
E tanto basta per provare che la giudice è prevenuta. Il tutto mentre si vorrebbero cestinare le intercettazioni in cui il Cainano, con la sua voce, mercanteggia con Saccà: ecco, quelle non provano nulla, non valgono. Resta da capire chi sia Mister X. Igor Marini? Scaramella? O magari David Mills, che come supertestimone ha sempre dato ottima prova, specie dopo aver incassato 600 mila dollari da Milano2.

mercoledì 4 giugno 2008

CHE FINE HA FATTO LA REPUBBLICA ?


Marco Cedolin
dal suo blog
1 giugno 2008

Renato Mannheimer in un articolo del 1 giugno sul Corriere della Sera, rende noti i risultati di un sondaggio da lui compiuto in occasione della festa della Repubblica del 2 giugno. A stupire oltremodo Mannheimer è il fatto che un italiano su tre (il 29% degli intervistati) abbia dichiarato di essere all’oscuro di cosa sia successo il 2 giugno e ignori perfino a quale anno preciso ci si riferisca. In parole povere un terzo degli italiani ignorano l’esistenza del referendum del 1946 che decretò la nascita della Repubblica Italiana, nonostante la ricorrenza venga celebrata ogni anno con tanto di parata militare e diretta TV.
Per quanto sia lecito lo stupore di Mannheimer riguardo “all’ignoranza” del 29% degli italiani, non si può evitare di stupirsi molto più profondamente per il fatto che la totalità degli stessi, lui compreso, ignorino completamente che fine abbia fatto la Repubblica Italiana, fondata nel 1946 e regolata dalla Costituzione.
Viveva nell’Articolo 4 : La Repubblica riconosce a tutti cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. E nell’ Articolo 36 : il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. L’hanno assassinata gli economisti, i sindacalisti e i politici di ogni risma e colore, dando vita alla riforma Biagi, perseguendo la precarizzazione del sistema lavoro attraverso una flessibilità esasperata, creando disoccupazione, riducendo il valore di acquisto dei salari, ben al di sotto del limite di sostentamento delle famiglie e privando il lavoratore di ogni punto fermo che gli consenta quell’esistenza “libera e dignitosa” che ormai alligna solo nelle parole del legislatore.
Viveva nell’ Articolo 11 : L’Italia ripudia la guerra, come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. L’hanno ammazzata una sequela di governi guerrafondai che hanno mandato i nostri soldati ad occupare degli stati sovrani, nascondendoli sotto le mentite spoglie di fantomatici aiuti umanitari. I nostri soldati occupano, combattono, sparano, uccidono, annichiliscono! Non sono, né sono mai stati una forza di pace, poiché non vi è pace dove esistono l’occupazione e la prevaricazione, esistono solo la guerra e l’offesa all’altrui libertà.
Viveva nell’ Articolo 13 : è punita ogni violenza fisica o morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà. L’hanno strangolata le forze dell’ordine che si sono coperte di vergogna, a Napoli, come a Genova, come in Valle di Susa, come a Serre, come a Chiaiano. Poliziotti e carabinieri, trasformatisi in bastonatori di donne e anziani, veri e propri torturatori senza scrupoli e senza dignità. Fuorilegge che si nascondono dietro ad una divisa, forti della certezza di rimanere impuniti grazie alla protezione del mondo politico e giudiziario.
Viveva nell’ Articolo 9 : La Repubblica tutela il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico della nazione. L’hanno massacrata le “Grandi Opere” attraverso le quali la mafia delle infrastrutture ha inteso perpetuare il bengodi legato alla cementificazione indiscriminata del territorio. Il TAV, il Mose, il progetto Quadrilatero, sono solo gli esempi più eclatanti di come anche dal punto di vista ambientale continui a non esistere alcun tipo di rispetto. Le hanno tolto la vita le cartolarizzazioni selvagge, il programma di dismissioni d’immobili di proprietà pubblica, la svendita del territorio demaniale.
Viveva nell’ Articolo 32 : la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e assicura cure gratuite agli indigenti. Come è stato tutelato il “fondamentale diritto alla salute” dei lavoratori di porto Marghera o di Fincantieri o di Casale Monferrato, morti a centinaia di mesotelioma? Di miglia di cittadini che tutti i giorni sono costretti a vivere a sterro contatto con l’amianto, dei napoletani che vivono nel triangolo della morte, di tutti coloro che vengono avvelenati attraverso i fumi degli inceneritori, delle acciaierie, delle fabbriche chimiche e dei cementifici? Quale diritto viene tutelato tagliando i fondi e quindi l’ossigeno alla sanità pubblica, reintroducendo i ticket, facendo si che il malato, se indigente possa solo ambire ad essere curato poco e male?
Viveva nell’ Articolo 41 : l’attività privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. L’ha decapitata una classe politica che negli ultimi 15 anni si è arrogata il diritto di privatizzare la maggior parte dei servizi pubblici, oggi al servizio dei privati che li gestiscono secondo l’unica logica che conoscono, quella del massimo profitto. Una classe politica che ha trovato nel conflitto d’interesse l’humus necessario alla sua sopravvivenza, generando una classe imprenditoriale inetta e priva di qualità che continua a sopravvivere solamente perché sovvenzionata attraverso il denaro pubblico.
Viveva nell’ Articolo 47 : la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme, disciplina, controlla e coordina l’esercizio del credito. L’hanno stritolata uomini di stato, autorità e speculatori di ogni razza, asserviti ad un sistema bancario marcio e corrotto, ormai privo di ogni dignità. Una palude legislativa che è stata in grado di partorire voragini quali Cirio, Parmalat e mille altre ancora.
Se certamente non è edificante il fatto che un terzo degli italiani ignorino cosa è accaduto il 2 giugno 1946, il vero dramma è altresì costituito dal fatto che tutti gli italiani ignorino quello che è accaduto dopo, quando la Repubblica è stata svuotata di tutti i suoi valori e la costituzione ridotta a carta straccia, anche se per il momento i sondaggi di Mannheimer non si sono interessati dell’accadimento.


COMMENTO


Ho esaminato il tuo profilo, non sei giovanissimo (44 anni), hai avuto modo di apprezzare come la scuola italiana abbia, per colpa di governanti imbelli, sfornato quattro generazioni di semi-ignoranti.
Il sondaggio di Mannehimer lo dimostra.
Non lo sottovalutare, anche se nemmeno io lo trovo simpatico.
Ecco qualche dato.
Renato Mannheimer (Milano, 27 luglio 1947) è un giornalista italiano.
Docente di Analisi dell'opinione pubblica, Tecniche di analisi dell'opinione pubblica, Tecniche di rilevazione presso l'
Università degli studi Milano-Bicocca, collabora con diversi programmi televisivi di informazione, tra cui Porta a Porta. Inoltre è sondaggista ed analista delle tendenze elettorali per il Corriere della Sera. Presiede l'ISPO, Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione.
In gioventù ha fatto parte di gruppi della sinistra extra-parlamentare, tra cui il gruppo
maoista Servire il popolo. È stato sposato con Barbara Pollastrini.
Non è uno stupido nè un ignorante.

mercoledì 14 maggio 2008

IL DISCORSO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

dal blog di
Antonio Di Pietro

Il discorso del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al Parlamento per chiedere la fiducia al suo Governo – in puro stile “papista” e pseudobuonista - ricorda tanto la favola del ragno che invita la mosca nella propria ragnatela. Non so se il partito democratico farà l’allocco e ci cadrà ma certamente non lo faremo noi dell’Italia dei Valori.
Egli ha descritto il paese da sogni e di balocchi che vorrebbe ma non ha indicato come fare per realizzarlo. Il suo discorso – pieno di “ma anche” è apparso solo un esercizio di equilibrismo per farci stare dentro tutto ed il contrario di tutto, nella speranza di ingraziarsi maggioranza e opposizione, Nord e Sud, lavoratori e datori di lavoro, imprenditori e sindacati, parti sociali deboli e poteri forti, pacifisti e guerrafondai, rigoristi e scialacquatori.
Dice di volere il dialogo ma ad una voce sola: la sua! E chi non la pensa come lui “peste lo colga”: è solo un qualunquista, un forcaiolo, un populista, insomma un disturbatore del manovratore da isolare e condannare.
Per rendersene conto basta rileggere il suo discorso, pieno non di proposte di governo ma di “eclatanti omissioni” su questioni chiave, come il rilancio della lotta all’evasione fiscale, la funzionalità della giustizia, la trasparenza dei mercati, la pluralità dell’informazione, la lotta alla “Casta”, gli sprechi nella pubblica amministrazione, la lentezza e la farraginosità della burocrazia, la questione della Rai come servizio pubblico, la scandalosa vicenda Europa/-Rete4 ed il connesso rispetto delle Direttive e delle sentenze degli organismi di controllo.
Nel suo discorso, Berlusconi ha posto l’accento sul verbo “crescere”. Avrebbe dovuto usare il verbo “cambiare”. Senza un cambiamento la crescita non potrà avvenire. Il verbo giusto è cambiare.
Per ripartire bisogna eliminare alla radice le cause che in questo momento bloccano il Paese. Tra queste la mancanza di una libera informazione, la diffusione della criminalità organizzata, la non certezza della pena.
Economia e etica sono due facce della stessa medaglia. Una forte economia non può prescindere dall’”etica dei comportamenti” e questo non è il caso dell’Italia con leggi ad personam e condannati eletti in Parlamento su precisa scelta del leader del PDL.
Un Paese che voglia attrarre investimenti dall’estero non può permettersi ombre su chi ha primarie responsabilità nel sistema bancario come è il caso di Cesare Geronzi.
La libera informazione è alla base della democrazia. La recente sentenza della Corte di Giustizia europea impone che Rete 4, di proprietà del presidente del Consiglio, ceda le sue frequenze a Europa 7, in caso contrario i cittadini italiani pagheranno, con effetto retroattivo dal primo gennaio 2006, tutti i giorni 300.000 euro di multa. L’Alitalia costa ai contribuenti più di un milione di euro al giorno grazie alla mancata fusione con Air France dovuta al PDL. Di fronte a un debito pubblico di circa 1630 miliardi di euro con interessi annui di 70 miliardi di euro pagati dallo Stato, Rete 4 e Alitalia possono sembrare sciocchezze, ma sono un chiaro segnale di chi fatica a distinguere gli interessi privati da quelli pubblici.
Berlusconi dice di voler rivalutare la casa come bene primario. Ma per dare concretezza a questi obiettivi bisognerà rivedere i rapporti tra istituti di credito e cittadini, decine di migliaia di famiglie stanno perdendo la casa per l’impossibilità di pagare il mutuo.
Egli dice che vuole una giustizia che funzioni ma non dice che bisogna cancellare le leggi vergogna che hanno allungato i tempi di prescrizione rendendo quasi impossibile ogni condanna.
Egli dice che vuole servizi efficienti accompagnati a una diminuzione dei costi dello Stato. Chi non li vorrebbe? Non ho però sentito quali in concreto sono le misure che consentirebbero questi obiettivi. Ad esempio l’abolizione delle Province, l’accorpamento delle Province, l’abolizione delle Comunità montane, l’allineamento dei compensi parlamentari al resto d’Europa, un utilizzo produttivo e controllato dei miliardi di euro di finanziamento della Comunità Europea, una rivisitazione complete e concreta della legge sui finanziamenti pubblici ai partiti ed ai cosiddetti giornali di partito.Il federalismo fiscale della Lega può conciliarsi con i 15 miliardi di euro per lo Stretto di Messina?
Con le centinaia di migliaia di dipendenti pubblici e para pubblici del nostro Meridione? Il Sud non può sopravvivere se le risorse fiscali rimarranno nel Nord. Tutti sanno che il federalismo fiscale senza una reale autonomia economica del Sud è solo fumo negli occhi e che il Sud, fino a quando non sarà affrancato dalla criminalità organizzata, non potrà essere autonomo. Ma la criminalità organizzata oggi si combatte prevedendo ferree leggi e decisi interventi sull’evasione fiscale, sui falsi in bilancio, sulla contiguità esistente e persistente fra politica e mafia, sulla non candidabilità delle persone condannate, tutte questioni-chiave di cui il Presidente del Consiglio si è ben guardato dal prendere posizione.Egli ha più volte teso la mano all’opposizione, ha chiesto e offerto collaborazione, alla condizione, ovviamente, che non venga alterato lo status quo sull’informazione e sulla giustizia.
L’opposizione ideale per Silvio Berlusconi è un’opposizione morbida che non denunci, non alzi i toni, non faccia battaglie, anche dure, per il rispetto delle regole democratiche. Insomma una “opposizione di Governo”. Ripeto, non so cosa voglia fare e come voglia comportarsi il Partito democratico di Veltroni. Da oggi, però, deve essere chiaro che esiste ed esisterà una opposizione forte, decisa e senza compromessi, fatta di critiche ma anche di proposte costruttive, che è quella dell’Italia dei Valori.

Dario Fo: Contro Travaglio un'azione bipartisan

A proposito della bufera esplosa in conseguenza delle parole di Travaglio da Fazio, mi viene in mente un commento di Gianni Rodari, col quale il poeta apre un suo testo:"Le parole sono come pietre. - dice - Lanciate nello stagno producono cerchi concentrici che s'allontanano dai tonfi allargandosi fino alla riva. Quelle pietre hanno spaventato gli uccelli e i pesci che schizzano via... nessuno si cura delle rane e delle carpe colpite dai sassi. La parola muove l'acqua, creando scompiglio e sgomento. Se ne approfittano alcuni passanti che raccolgono veloci rane e pesci che galleggiano storditi."
Assomiglia un po' al cataclisma innescato da Travaglio l'altro giorno a 'Che tempo che fa'.
I commenti tratti da un libro scritto da Marco insieme a Peter Gomez ed edito un mese fa, hanno sdegnato ed anche sconvolto gli inquilini dello stagno. Perfino alcuni pesci rossi, in verità un po' sbiaditi, sono letteralmente guizzati fuori dall'acqua in una danza d'indignazione!
Ma che suono avevano quelle parole lanciate nella calma gora? E' semplice....ricordavano amicizie e frequentazioni ambigue fra l'appena eletto Presidente del Senato, Renato Schifani, e alcuni figuri di capi cosca mafiosi. Ma attenti: lo Schifani (strana onomatopeica di un nome) non s'è gettato furente insieme ai suoi numerosi sostenitori contro il libro di prevedibile enorme tiratura, ma contro le parole dette attraverso un mezzo - la televisione - che normalmente si occupa di giochi per famiglie, concorsi fra giovani disposti a esibire cosce e glutei, telegiornali disinformanti, vacui e noiosi.... Sta qui lo scandalo! In quella stessa acqua incolore, le pietre scagliate hanno prodotto un'eco insopportabile.
Tant'è che Renzo Lusetti della Margherita, partito Democratico, ha urlato: "....il direttore generale Rai, Cappon, deve prendere provvedimenti concreti, cioè a dire sanzioni, interdizioni dal video...." E poi aggiunge disperato "Purtroppo la Rai non si decide mai".S'indigna Luigi Bobba del Pd: "La televisione che fa Santoro con Travaglio è come un format (Bella questa del format!) Cioè chi preconfeziona un discorso e lo avalla con delle prove è un indegno mestatore!
Da cui si evince che tutti i grandi scrittori, poeti, registi di questo mondo sono manipolatori infami, furbacchioni abietti.... a partire da Dante, che scriveva pure in rima!
E' un esercito di protestatori offesi da sinistra al centrosinistra, a destra un po' a sinistra, a destra senza sinistra fino ai fasci littorio ante litteram.
Infatti alle parole di Travaglio s'è indignato perfino Ciarrapico: cinque processi, cinque condanne, oggi senatore del Popolo delle Libertà.
Ma attenti, non c'è di che farci troppo sollazzo satirico. Questo schizzare di indignati prelude a un'azione questa volta sì preconfezionata e terribile.
Bipartisan.
Finalmente destra e sinistra si ritrovano coinvolte dentro a una medesima cultura: quella dell'insofferenza verso la satira e la denuncia di ogni illecito.
Qui fate attenzione, non si tratta di occasionali esternazioni prodotte da un fastidioso ronzare contestatorio.... Qui, per la prima volta, dentro tutto o quasi l'arco politico del nostro Paese si è deciso di imporre il silenzio, la pace dello spirito e soprattutto delle idee.
"Basta con l'antipolitica" come ripetono gli eletti dello stagno e le rane sopravvissute all'ultimo conflitto "eliminiamo i mestatori".
Come dice la canzone: "Silenzio. Zitti e basta di gracchiare!" Si chiude. Piantatela con le denunce non controllate, le inchieste sopra le costruzioni abusive, le accuse di appalti truccati, con concorsi dove i vincenti sono già stabiliti. Smettiamola di eccitare gli animi, soprattutto le menti dei giovani e dei pensionati, a costo di annullare qualche garanzia di libertà e persino di democrazia.
In poche parole, interriamo lo stagno. Sabbia, per favore! Via le rane, pesci e uccelli. Guai a chi gracchia e rompe il silenzio di chi governa unito.
DARIO FO

IL SILENZIO DI SCHIFANI

di Pino Corrias

Nei Paesi di ordinaria democrazia, dove l’informazione esercita il suo ruolo (guardare, controllare, raccontare) sono all’ordine del giorno le polemiche, anche aspre, e gli scontri, anche scomposti, tra i giornalisti e gli uomini del potere politico.

Il conflitto, com’è ovvio, avviene sui fatti.

Se siano veri o falsi, prima di tutto, se abbiano una rilevanza penale, oppure solo politica. Tradire la propria moglie con una giovane stagista non è proprio un reato tra le eleganti elites di Washington. Ma può diventare un notevole guaio politico se a farlo è l’inquilino della Casa Bianca quando per di più prova a negarlo, - “mentendo al popolo americano”, secondo l’accusa – fino a rischiare l’impeachment.

Marco Travaglio si è limitato a raccontare un fatto che riguarda la biografia di Renato Schifani. Quel fatto è vero o è falso? Ha una rilevanza penale? Ha una rilevanza politica? Interessa l’opinione pubblica, visto che nel frattempo Schifani è stato eletto presidente del Senato? Interessa l’opposizione che pure siede in Senato? Interessa il giornalismo italiano che in certi casi ha persino studiato alla Columbia University?

Renato Schifani, seconda carica istituzionale italiana, ha tutti i diritti del caso, naturalmente, compreso quello di sentirsi offeso e di replicare ai fatti raccontati. Ha persino il diritto di rimanere in silenzio, come pure ha fatto con il Tg1, divagando al solito sulla politica, quando il tema era la cronaca. Il silenzio, però, non fa onore alla sua carica e neppure alla sua prossima biografia.

Schifani, indignandosi quanto crede, dovrebbe invece dire il necessario e disdire l’ingiusto. Sempre che non adotti la linea di condotta del suo capo, il presidente Berlusconi, che quando vuol sottolineare domande proibite a sè o ai propri amici, lietamente mima il mitra.
Pino Corrias

Renato Schifani ha denunciato/querelato Marco Travaglio.
La parola è passata alla magistratura.
Travaglio si è dichiarato contento di ciò !
L.M.