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lunedì 5 aprile 2010

mercoledì 24 settembre 2008

Il museo del grammofono: com’è nata una passione


di Luigi Morsello

È proprio il caso di affermare che a Eboli risplendono di luce propria ormai solo gli ottuagenari, o quasi.
Vincenzo Mottola, classe 1929, è uno di essi.
L’immagine fotografica qui di lato, a sinistra, parla da sé e racconta di un uomo dai lineamenti scolpiti dal passare del tempo, che ripreso da chi scrive allo scopo di utilizzarla per questo ritratto, riesce ad accennare appena un sorriso.
Ma rende anche l’idea, l’impressione di un uomo dotato di una forza di carattere notevole, orgoglioso (di un orgoglio luciferino), del suo vissuto, delle sue conquiste e della sua travolgente passione.
Non alludo naturalmente al gentil sesso, non ve n’è necessità, si vede che gradisce.
Alludo invece alla sua passione per la meccanica, per i gioielli della meccanica, quelle macchine bellissime che sono i fonografi e i grammofoni meccanici, i dischi di bachelite, ad una sola facciata, proprio quelli dell’inizio della storia dell’imprigionamento dei suoni nella materia e delle tecniche di riproduzione degli stessi, fin dagli albori.
Infatti il pezzo della sua collezione-mostra del grammofono e dei dischi d’epoca del quale va più orgoglioso è il fonografo di Edison.
Il fonografo è uno dei primissimi strumenti pensati per poter registrare e riprodurre il suono, progettato da Thomas Edison, l'inventore della lampadina.
Non si vuole qui tracciare un profilo della storia di questa geniale invenzione.
Basti sapere che il 19 febbraio 1878 Edison ottenne il brevetto della propria invenzione, che consisteva in un oggetto costituito da un rullo di ottone (cilindro fonografico) di circa 10 cm. di diametro e di lunghezza, sostenuto da un asse filettato. Sul cilindro era tracciato un solco a spirale di 2,5 mm. di larghezza e la superficie del cilindro era ricoperta da un foglio di stagnola.
Durante la registrazione, il cilindro ruotava e la stagnola veniva sfiorata dalla puntina collegata alla membrana vibrante. La puntina, seguendo le oscillazioni della membrana, incideva una traccia profonda nella stagnola che, tesa sopra al solco, poteva cedere sotto la pressione.
Per la riproduzione, il processo sarebbe stato inverso, con l'unica differenza che in questo caso veniva utilizzata una seconda membrana, molto più elastica, posta all'altra estremità dell'apparecchio.
Il solco nella stagnola con le sue variazioni di profondità, faceva vibrare la membrana restituendo il suono registrato.
Il funzionamento era quindi alternativamente di registratore o riproduttore.
Edison compì molti studi e investimenti per migliorare il Fonografo: nel 1889 venne inventato da un altro inventore l'"Industructible Cylinder Record" un cilindro di grande resistenza meccanica. Poi fu adottata una tromba che consentiva l'ascolto collettivo. Nel 1908 arrivò il cilindro "Amberol", in una speciale mescola di celluloide e prodotti fenolici che permetteva di ridurre il passo del solco e raddoppiare la durata dell'incisione. Nel 1912 un ulteriore miglioramento arrivò con una nuova puntina di diamante che permetteva di ottenere una qualità del suono decisamente superiore a quella del disco.
Mi fermo qui, accennando solo che paralleli agli studi di Edison correvano quelli del concorrente (i laboratori Bell) e che successivamente, a metà degli anni 1880, un ingegnere tedesco che aveva lavorato ai laboratori Bell, Emil Berliner pensò di utilizzare un disco al posto del cilindro in cui la puntina invece di oscillare verso l'alto e il basso, oscilla a destra e a sinistra. Tale invenzione venne chiamata Grammofono e il brevetto venne ottenuto da Berliner nel novembre 1887.
L'incisione laterale consentiva di evitare che la forza di gravità smorzasse le oscillazioni della puntina e quindi garantiva una migliore qualità di riproduzione; d'altro canto il disco aveva il difetto della velocità angolare costante e la conseguente variabilità della velocità lineare. Questo impediva la corretta riproduzione delle frequenze più alte, che necessitavano di un'elevata velocità di oscillazione della puntina, ma che al centro del disco non poteva avvenire data la ridotta velocità lineare.
Tuttavia i vantaggi derivati dall'utilizzo del disco, sopperivano decisamente a questo svantaggio.
Tra questi è da ricordare il fatto che il disco poteva essere riprodotto in più copie identiche in maniera molto più semplice di quanto si potesse fare con i cilindri di Edison.
Vincenzo Mottola possiede un esemplare del fonografo di Edison, con i relativi rulli, che risale al periodo 1895/1905.
Come nasce questa passione per fonografi, grammofoni, dischi d’epoca?
Vincenzo Mottola la fa risalire al lavoro del padre Adolfo (meccanico di automobili e non solo) del quale occorre parlare per capire e far capire.
Adolfo Mottola, un bell’uomo ed uomo di altri tempi (Vincenzo ne conserva una fotografia nel suo Museo), lavorava con le funzioni di caporeparto del parco automobili dell’industria conserviera (lavorazione del pomodoro) Baratta di Battipaglia, società oggi scomparsa.
La famiglia, ebolitana d.o.c., si trasferiva a Battipaglia e Vincenzo, nato il 19 giugno 1929, trascorreva la sua infanzia lì, fino al 1940, quando la dichiarazione di guerra italiana del 10 giugno 1940 faceva entrare l’Italia nel conflitto della II^ guerra mondiale.
Vincenzo era stato, come d’obbligo, Balilla ed era Avanguardista allo scoppio del conflitto mondiale, che motivava il padre Adolfo a lasciare la ditta Baratta per essere assunto all’Alfa Romeo di Pomigliano D’arco, in provincia di Napoli, mentre la famiglia continuava a vivere a Battipaglia.
Nel 1943, fra bombardamenti della zona industriale napoletana e riduzione di personale Adolfo lascia L’Alfa Romeo ed apre in proprio una officina meccanica, in località Scorzo nel comune di Sicignano degli Alburni e la famiglia trasloca da Battipaglia a Sicignano.
Vincenzo ha 14 anni, consegue il diploma di scuola media inferiore e inizia a lavorare a fianco del padre. L’attività dell’officina si conclude nel 1946, per motivi di salute del padre Adolfo, la famiglia fa finalmente ritorno a Eboli, mentre Adolfo riprende il suo lavoro, con le stesse mansioni, presso la ditta Baratta, lavoro che svolge fino al 1950, data sotto la quale lascia la ditta Baratta ed apre in Eboli una Officina Meccanica, con alterne fortune.
Prima di procedere oltre occorre riferire che Adolfo Mottola non solo riparava i grammofoni ma vi apportava anche modifiche e migliorie nella meccanica. Il giovane Vincenzo guardava ed apprendeva, sia nel campo della meccanica automobilistica che in quello che poi è divenuta una sua passione dominante: i grammofoni d’epoca.
Adolfo viene meno alla sua famiglia a febbraio dell’anno 1954, Vincenzo continua l’attività del padre, ma le cose non vanno bene, i clienti scarseggiano e tardano a pagare, quando non pagano affatto.
Però la passione per la meccanica non viene meno e, collateralmente, quella per i grammofoni, dei quali lo affascina anche l’acustica.
La famiglia si componeva di quattro figli, con un unico maschio, Vincenzo.
A maggio 1954 Vincenzo viene assunto dall’Ente Riforma Fondiaria, dipendente dal Ministero dell’Agricoltura, svolge il proprio lavoro nel territorio comunale ebolitano.
Ebbene cosa fa ? Si diverte a costruire una automobilina con componenti di fortuna, che somiglia moltissimo ad un Go-Kart, nato negli U.S.A. nel 1956, ma importato in Italia nei primi anni sessanta, come si vede nella foto.
Correva l’anno 1961, la costruzione veniva realizzata nel mese di settemb
re e l’officina era in località Cioffi.
Alla guida nella foto è Vincenzo Mottola.
Questa attività lavorativa si svolge fino all’anno 1961.
Vincenzo frequenta a Genova un corso triennale presso la Scuola Meccanica e consegue il diploma di insegnante di meccanica, tecnologia e disegno.
Fa domanda e viene chiamato a svolgere la sua nuova professione di insegnante a Napoli, presso la Scuola di Formazione Professionale dell’IRI, per tre anni.
Quindi viene assegnato presso l’Istituto Nazionale per l’addestramento professionale dei lavoratori dell’Industria (I.N.A.P.L.I.) di Salerno dove presta la sua attività di insegnante fino alla pensione. Correva l’anno 1995.
Intanto, la sua passione per fonografi, grammofoni e dischi d’epoca cresce ed egli sostiene notevoli spese e fa grandi sacrifici economici, non solo e non tanto per l’acquisizione degli stessi, ma anche per il restauro cui molti di essi devono essere sottoposti. Ma qui (si fa per dire) ha buon gioco, è la sua professione, è il suo campo, la sua manualità mescolata all’ingegno, ereditati dal padre Adolfo, gli fanno capire se e quanto i “pezzi”, che cadono sotto la sua osservazione e suscitano il suo interesse, sono recuperabili.
Non si perde d’animo, con pazienza, perizia e grande forza di volontà mette assieme una ragguardevole collezione, che si amplia via via fino all’attuale dimensione e che meriterebbe un intervento sia dell’autorità comunale di Eboli che di quella provinciale di Salerno. Invece, non solo non ha ricevuto nessuna sovvenzione (aspetta ancora un misero contributo di 250 (dico duecentocinquanta) euro dovuti in base ad impegno formale per la partecipazione con una mostra di grammofoni e dischi d’epoca nell’ambito dell’annuale manifestazione culturale EBURUM-EBOLI sponsorizzata dal comune ebolitano: una vergogna ! Sopratutto se confrontata con il fiume di denari spesi in manifestazioni promozionali come quella dei giorni scorsi, che è apparsa, e non solo ai miei occhi, del tutto inconsistente ed inutile.
Il Sindaco Melchionda sembra del tutto impermeabile alla cultura del bello, segnatamente dello storicamente bello.
Ma tant’è, sono in buona compagnia, a tutti i livelli, nazionale, regionale e, perché no, provinciale e comunale, vivaddio !
Torniamo a Vincenzo Mottola, che non approva queste mie riflessioni e coltiva ancora la speranza che il comune trovi una sala in cui collocare la sua preziosa collezione, esposta al pubblico ed a visite guidate.
Dubito che accadrà.
Adesso devo descrivere altri due gioielli della collezione di Vincenzo Mottola.
Sono:
1. un grammofono portatile a cofanetto dell’epoca 1935/1940, rivestito in pelle, chiamato “Peter Pan” dal produttore, che si compone di una macchina a molla singola, di una tromba retrattile ad anelli conici in alluminio leggero, con piatto portadischi snodabile (sono quattro segmenti in croce, incernierati);
2. un grammofono a tromba esterna Victor, costruito su brevetto del 1906 a Camden, New Jersy, U.S.A., accompagnato da una serie di altre macchine similari di incomparabile bellezza.
Per concludere devo tornare sul fonografo di Edison, per descriverlo meglio.
È una macchina a molla singola, con tromba esterna di ottone, cilindro del diametro di 50 mm., costruito negli U.S.A. nel periodo 1895/1905.
E poi vi sono i dischi d’epoca ! Una vera goduria, dischi in bachelite, anche da 30 centimetri di diametro, incisi agli inizi del secolo scorso su una sola facciata, che hanno imprigionato le voci dei grandi cantanti di allora, per tutti Enrico Caruso, ma anche Titta Ruffo, Adelina Galli Curci ed altri ancora, tanti altri, una lista lunghissima di artisti dei quali le generazioni di oggi sono del tutto immemori.
Vi sono circa 3.000 dischi da catalogare. Un vero patrimonio da tutelare, salvaguardare.
E poi, ascoltare Titta Ruffo (toscano, definito “una cooperativa di baritoni” per la versatilità della sua voce, che insieme a Caruso e Chaliapin sono i tre più grandi interpreti del primo novecento), com’è accaduto a chi scrive proprio quando acquisivo le notizie necessarie per tracciare questo ritratto, cantare la cavatina di Figaro nel Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini, immaginate quale privilegio è questo, che potrebbe diventare una possibilità per tutti, per i giovani di oggi che vivono una vita superficiale, anonima, senza valori, nell’ignoranza e nell’indifferenza.
È dovere dei pubblici amministratori farsi carico di un tentativo di recupero, promuovendo, reclamizzando, agevolando.
Se non sentono questa esigenza, questo dovere morale, che ci stanno fare lì, in quelle cariche elettive ?
Che vadano a casa ! Altrimenti si diano da fare, in Eboli non è rimasto granché da valorizzare, se ne facciano carico.
A Vincenzo Mottola va un sentimento di gratitudine per la sua preziosa, paziente e costosa opera di raccolta in collezione, che egli espone al pubblico in via Francesco Romano n. 15, in un locale di proprietà della figlia Luigina, diploma in flauto al Conservatorio di Salerno.
Naturalmente le spese sono tutte a carico suo.


mercoledì 17 settembre 2008

Giuseppe Di Stefano, chiamato affettuosamente "ZI' PEPPE"


di Luigi Morsello

Significa, per chi non conosce il dialetto “zio Giuseppe”. Fin qui nulla di strano, senonché i nipoti, che lo chiamano così, erano più anziani di età, circostanza questa non infrequente nei grovigli genealogici delle famiglie. Lo chiamavano così anche quando lo andavano a trovare sul campo di calcio, da ciò è derivato il nomignolo affettuoso “Zi’ Peppe” con il quale viene chiamato da tutti anche oggi.

La persona il cui ritratto intendo tracciare è nota in Eboli; anzi: è una gloria calcistica (e non solo) ebolitana.

Si chiama Giuseppe Di Stefano, classe 1929, non è parente del suo omonimo siciliano grande tenore “Pippo” Di Stefano, scomparso da poco, noto nel campo dei melomani anche per una relazione avuta con l’ultima Maria Callas, in procinto di perdere la voce, che non si era curata di proteggere, per poi affondare in una crisi esistenziale irreversibile che la condusse ad una morte misteriosa e prematura.

È stata una gloria calcistica locale, ma non è il parente italiano di Alfredo Di Stefano, argentino di origine italiane, classe 1926, vivente, giudicato e non a torto il più grande calciatore di tutti i tempi.

Oggi Zi’ Peppe è un tranquillo signore di 79 anni, che ha alle spalle una vita intensa e di fronte a sé (gode ottima salute) molti anni di vita.

È un mio amico, tanto per cominciare, uno dei miei pochi amici di tutti i tempi.

È una persona onesta, dotata di solidi principi morali, corretta nei rapporti interpersonali, è un pensionato come me (corrono fra di noi nove anni di differenza). Ha dei parametri di comportamento inossidabili: non deflette mai. Inoltre, veste sempre con eleganza.

Quasi tutte le sere, almeno d’estate (quando io soggiorno a Eboli dove sono residente, abitando altrove per la restante parte dell’anno) lo si incontra con un gruppo di amici della sua, nostra età, in piazza della Repubblica (ciò che ne resta dopo un dissennato intervento di rifacimento).

È anche la memoria storica di Eboli, dal suo punto di vista di appassionato del calcio e calciatore per alcuni anni, di lavoratore instancabile oggi in pensione, che è vissuto e vive a Eboli, che ha conosciuto tanti ebolitani, che ha visto la Eboli anteguerra, le distruzioni causate dalla guerra, la ricostruzione e poi, per ultimo, la dissoluzione del tessuto cittadino, iniziata dopo il terremoto disastroso del 1980, che toccò Eboli solo marginalmente, innescando una speculazione edilizia senza precedenti.

Nato il 9 maggio 1929 da una famiglia di agricoltori, modesti ed onesti, ha vissuto la prima infanzia all’interno del “centro storico” (lo chiamiamo così per convenzione, visto che oggi è del tutto scomparso, per effetto delle sua accennate speculazioni edilizie), in S. Nicola, per poi trasferirsi con la famiglia in via S. Berardino, ancor prima della seconda guerra mondiale.

All’epoca l’attuale via S. Berardino e zone limitrofe era tutta una serie di vigneti, la zona dove Eboli si sarebbe sviluppata, disordinatamente, nel dopoguerra.

Vicino la sua abitazione c’era un ampio campo sportivo, costruito dal regime fascista, utilizzato anche per le adunate del c.d. “sabato fascista”, onorato da una visita del Duce, che utilizzò e, forse, inaugurò lì il suo celebre grido di guerra “Me ne frego”, dopo le sanzioni inflitte all’Italia dalla Società delle Nazioni, antesignana dell’attuale O.N.U.; e infatti su un pilastro dell’ingresso del campo sportivo fu immediatamente incisa, a perenne gloria, la celebre frase: “Me ne frego”.

A causa del mio salto generazionale io non ricordo di averla letta, ma ho uno sfumato ricordo di questo campo sportivo mirabile, almeno agli occhi di una ragazzino classe 1938.

La vicinanza del campo sportivo esercitò un’attrattiva irresistibile sul giovane Di Stefano, che era tutti i giorni, o quasi, e per molte ore al giorno lì, assieme ad altri ragazzini, a “giocare al pallone”.

Si generava così una passione durata tutta la sua vita, tuttora vivida.


Terzo figlio di quattro, fra cui due sorelle, allo scoppio della II^ Guerra Mondiale aveva dieci anni, Benito Mussolini entrava in guerra il 10 giugno 1940 e questa sua decisione segnava il destino di milioni di italiani.

Il Nostro zi’ Peppe aveva compiuto gli undici anni, aveva frequentato le scuole elementari e si era fermato al secondo anno di scuola di avviamento professionale.

Come dargli torto. Basti ricordare che, appena tre anni dopo la dichiarazione italiana di guerra, l’8 settembre 1943 il Governo del gen. Pietro Badoglio, in carica dal 25 luglio 1943 al 17 aprile 1944, firmava l’armistizio con le forze militari alleate.

In Eboli vi fu il disastroso bombardamento aereo del 4 agosto 1943, mentre il 9 settembre 1943 (il giorno dopo l’armistizio) le forze militari alleate sbarcarono a Salerno (in realtà lo sbarco avvenne anche in località Campolongo, zona costiera del territorio del comune di Eboli), in una ampia fascia che andava da Maiori ad Agropoli.

Sbarcò la 5^ armata americana, alla guida del gen. Mark Clarck, che incontrò una forte resistenza tedesca.

Fu una delle tre grandi invasioni alleate in Italia, e fu chiamata: “Operazione Avalanche”.

In Eboli vi erano degli insediamenti militari che il giovane Di Stefano ricorda benissimo: una batteria di cannoni da campagna presso la collina S. Giovanni (così chiamata da una chiesa omonima, oggi scomparsa), mentre insediamenti italo-tedeschi insistevano in località Ceffato.

Addirittura una batteria antiaerea fu piazzata nel cortile del castello Colonna, ben mimetizzata, mentre la Casa Rieducazione Minorenni presso il castello era stata opportunamente sgomberata (il Castello Colonna di Eboli fu acquistato dallo Stato fascista nel 1935 e adibito a quello scopo), come mio padre, che vi lavorava come agente di custodia, mi ha ricordato più volte.

La seconda guerra mondiale sconvolse anche la vita di Eboli e dei suoi abitanti.

Durante l’occupazione alleata il giovane Di Stefano si industriò a lavorare, come tutti alla giornata, per le forze alleate insediatesi a Eboli; egli parla di 20.000 militari anglo-canadesi, che si servirono di mano d’opera locale (due-trecento persone) per realizzare le infrastrutture necessarie ai loro accampamenti, mentre si provvedeva a sgomberare le macerie dei numerosi edifici distrutti, riversandole nell’ormai defunto campo sportivo.

Chi scrive abitava nel palazzo Nigro, un palazzone chiamato “Sing Sing”, e ricorda l’impianto di trasporto su rotaie delle macerie, con carrelli da miniera che servivano a trasportare e riversare le macerie suddette in cumuli enormi nell’ex campo sportivo.

Gli operai a giornata, anche di mano d’opera qualificata, venivano compensati in AM-LIRE, cioè la carta moneta stampata dalle forze militari alleate durante l’occupazione, in sostituzione della moneta nazionale, la lira.

Furono stampate dopo lo sbarco in Sicilia del 1943. i tagli da 1, 2, 5, 10 lire avevano una forma quadrata, quelli da 50, 10, 500 e 1000 lire una forma rettangolare.

Il valore di cambio era di 1 dollaro = 100 am-lire.

Tutti i biglietti riportano sul retro, in inglese, le quattro libertà sancite nella Costituzione americana: freedom of speech (libertà di parola), freedom of religion (libertà di religione), freedom from want (libertà dal bisogno), freedom from fear (libertà dalla paura).

Nel 1946 cessarono di essere moneta dell’occupazione militare e si usarono assieme alle banconote normali fino al 3 giugno 1951.

Zi’ Peppe se le ricorda benissimo, anche chi scrive le ricorda, anche se meno bene.

Il lavoro sporadico con le forze alleate cessò quando furono sfollate nel territorio del comune forze militari iugoslave, transfughe del regime di Tito, assieme alle loro famiglie, circa 10.000 persone.

Allora il settore divenne “off limits” per gli ebolitani, quella gente zi’ Pepe la ricorda come troppo pericolosa.

Zi’ Peppe ricorda anche un conflitto a fuoco avvenuto fra alcuni di quegli slavi e i Regi Carabinieri nella centralissima piazza oggi piazza della Repubblica, allora Francesco Spirito.

Dopo la necessaria digressione storica, necessaria per raccontare i tempi ed il clima sociale di quei tempi, di guerra e di occupazione militare, torniamo a parlare del nostro amico.

Prima però desidero riferire un dettaglio che non conoscevo: le grandi sfere metalliche (chiamate ‘palle di cannone’) poste a capo dei pilastri d’ingresso del vecchio campo sportivo oggi si trovano sul sagrato della nuova chiesa di S. Bartolomeo, sul viale Amendola.

La chiave di svolta della vita di Di Stefano è l’anno 1948, l’anno in cui la sua pratica dello sport del calcio inizia a dare frutti.

Siamo già nel dopoguerra.

In località S. Giovanni era stato realizzato un nuovo campo sportivo, oggi abbandonato (ve n’è un terzo più moderno).

I neonati, sarebbe meglio dire i rinati, partiti politici decidono di organizzare ognuno una propria squadra di calcio.

Siamo a livello locale, insomma dilettantistico.

È chiara la valenza propagandistica dell’iniziativa e si decide di giocare un torneo di calcio fra squadre ebolitane, chiamato COPPA AGI. Non è noto il significato dell’acronimo.

Nell’immediato dopoguerra fiorirono due industrie manifatturiere, un pastificio ed un’industria di conserve alimentari in scatola.

Il pastificio era dovuto all’iniziativa imprenditoriale di Luigi Pezzullo, che riuscì in breve tempo e con una certa disinvoltura a far nascere uno stabilimento, oggi dismesso, alle porte di Eboli, lungo la S.S. 19, a ridosso della chiesa della Madonna delle Grazie.

Anche il pastificio Pezzullo volle partecipare al torneo ed organizzò una propria squadra di calcio, la S.A.M.P.E.(Società Anonima Molini Pastifici Ebolitani), una squadra aziendale, insomma.

Le squadre organizzate furono:
1) Monarchia (Partito Monarchico);
2) Libertas (Democrazia Cristiana);
3) Garibaldini (Partito Comunista Italiano);
4) Movimento Sociale Italiano;
5) S.A.P.M.E., già menzionata.

Di Stefano, che era stato già reclutato (a voce) dalla squadra del Partito Monarchico, senza tuttavia giocarvi una sola volta, venne chiamato a far parte della S.A.P.M.E. sopra citata, con la promessa, mantenuta, in caso di accettazione, di essere assunto a lavorare presso il pastificio.

La COPPA AGI fu vinta, naturalmente, dalla S.A.M.P.E.

Indovinate chi fu il capocannoniere ? Lui, naturalmente.


Iniziarono così un’attività sportiva ed una collaterale attività lavorativa.

Quest’ultima si concluse con il pensionamento da operaio specializzato.

L’attività sportiva, che darà a Di Stefano fama duratura, anche se locale, si concluderà nel campionato 1959/1960, in cui Zi’ Peppe appese le scarpette da giocatore al classico chiodo.

Era bravo, mi dicono, MOLTO BRAVO nei ruoli prima di ala sinistra e poi di mediano sinistro.

Eboli annovera fra le sue glorie sportive anche un signore che si chiama Ciro Ferrara, ex juventino, oggi dirigente della Juventus, nato a Napoli ma da genitori ebolitani.

Fosse nato qualche anno dopo zi’ Peppe avrebbe fatto una carriera altrettanto se non più sfolgorante: era velocissimo.

Ma è andata diversamente e l’interessato non nutre né scontento né invidia: è fatto così !

Come giocatore veniva compensato con premi partita ed una certa libertà di allenarsi, senza riduzioni di paga da operaio.

La sua “carriera” calcistica si svolse in questi anni e squadre:

1) anno 1952/53: la Pezzullo;
2) anni 1954-1957: l’Ebolitana;
3) anno 1958-1960: la Battipagliese
(squadra della oggi fiorentissima città di Battipaglia, distante 7 km. Da Eboli).

Poi smette di giocare.

Era ed è una roccia zi’ Peppe, alto 1,73 metri circa, ma solidissimo.

Ancora oggi che ha 79 anni, se passeggiando assieme a lui ci si vado a sbattere di fianco, sono io a rimbalzare (e peso 95 chili), non lui, che ne pesa meno di ottanta).

Fa il militare di leva, ferma 14 mesi, negli anni 1953-54 (dopo un rinvio di due anni in quanto calciatore, a 23 anni di età), viene assegnato al 14° Reggimento Artiglieria da campagna, ma preso servizio presso il reggimento in qualità di autista del colonnello comandante.

Non è difficile capire perché, chi lo conosce sa che ha una faccia pulita, lo specchio della persona perbene.

Il servizio militare lo presta a Foggia, naturalmente viene chiamato ad un torneo calcistico militare a Bari (figuriamoci se diceva di no !).

Il 24 aprile 1963 si sposa, ha due figli maschi e adesso dei nipoti.

Viene considerato ancora oggi, fra i giovani (grazie ai nipoti) e i meno giovani, una vecchia gloria calcistica.

Ma non finisce qui questa vicenda umana.

Avrete capito che il soggetto è a dir poco volitivo, uno che non si arrende mai, uno che è in grado di superare moltissimi ostacoli, perché è intelligente.

Intelligente ed onesto.

Bene, possiede, per eredità credo, un pezzo di terreno collinoso.

Vi si è applicato per sfruttarlo.

Vi ha costruito una villetta. Sì, vi ha costruito, non fatto costruire !

L’ha fatta con le sue mani, ricorrendo alle forniture indispensabili di natura specializzate, un solaio, il calcestruzzo, gli infissi. Tutto il resto lo ha fatto da sé, compresi impianto elettrico ed idro-sanitario.

Vi ha impiegato 20 anni a farla, mentre coltivava anche il terreno, roccioso, circostante, con alberi di ulivo secolari ed il resto piantato da lui.

Ci ha guadagnato qualche malanno fisco, del quale si è di recente liberato, adesso gode ottima salute.

Ogni mattina, da quando è in pensione, alle ore 6 circa si alza e va in macchina alla sua terra, vi resta fin verso le ore 12 circa.

Così tutti i santi giorni, eccetto le feste comandate, il cattivo tempo, le assenze per motivi familiari.

Non posso che augurargli di raggiungere il centenario.

Non credo sia superstizioso, ma se lo è allora ha diritto di toccarseli !