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mercoledì 18 maggio 2011

Sulla Lega la rivincita del tricolore


LUIGI LA SPINA

Il carisma è un dono di Dio, come dice l’etimologia greca della parola. Come tale, può essere concesso senza un perché. Ma pure senza un perché può essere ritirato. E quando non c’è più, si interrompe improvvisamente quello straordinario dialogo diretto con i suoi adepti che trasforma un capo politico in un leader, appunto, carismatico. Sembra questo il caso delle due uniche personalità della politica italiana che abbiano, o abbiano avuto, questo dono.

Si tratta dei fondatori dei due partiti personali della seconda Repubblica, Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Quello che colpisce, tra i vari significati del voto di domenica e lunedì, è proprio la mancata risposta, per la prima volta, del popolo, del loro popolo all’appello dei due leader del centrodestra. Come se quella eccezionale, quasi rabdomantica capacità di intuire, rappresentare ed esaudire i desideri degli elettori-fan si fosse misteriosamente appannata. Un segnale grave, proprio perché a un capo politico è concesso di commettere errori, ma un leader carismatico non può perdere la vera legittimazione del suo potere: la garanzia di un contatto permanente con i sentimenti dei suoi fedeli.

Il presidente del Consiglio ha tentato a Milano di replicare la mossa già tante volte riuscita in altre simili circostanze, quella di far passare attraverso il lavacro della sua persona, questa volta il malessere degli elettori milanesi per l’operato della Moratti e di riscattare il disagio per i risultati del suo governo con l’appello alla solidarietà contro i magistrati. Ma l’operazione mediatico-politica è incappata nell’improvvisa sordità del corpo moderato cittadino. Un atteggiamento sorprendente, anche perché il rifiuto all’appello berlusconiano non si è tradotto in un rafforzamento della Lega, né del «Terzo polo» e neppure si è rifugiato nel tradizionale serbatoio della protesta: l’astensione dal voto. Un «mistero di Milano» che sarà probabilmente svelato da un’accurata analisi dei flussi elettorali in quella città e che potrà risultare, comunque, meno indecifrabile solo tra quindici giorni, al ballottaggio.

Quella bacchetta magica in grado di individuare subito la vena sotterranea degli umori della propria gente sembra essersi spezzata anche nelle mani dell’altro leader carismatico del centrodestra, Umberto Bossi. Il caso del leader della Lega è, forse, ancor più interessante di quello del presidente del Consiglio. Innanzi tutto perché è più sorprendente: mentre le difficoltà per Berlusconi erano già state segnalate dai sondaggi, si pensava che l’alleato di governo potesse ereditare una cospicua parte della delusione moderata. C’è, poi, la sensazione che la perdita di sintonia tra le scelte di Bossi e i sentimenti del popolo leghista stia durando da oltre un anno, con prove ripetute ed evidenti, anche se finora mascherate dalla sua «dittatura» nelle espressioni ufficiali dei suoi colonnelli.

Il riassunto di questa progressiva incomunicabilità tra il fondatore del partito e i suoi sostenitori è facile ed eloquente. Cominciamo dal motivo unificante e principale del desiderio collettivo nella base leghista, l’abbassamento delle imposte. Su questo argomento si è diffuso il timore che il modo con il quale si sta impiantando il federalismo fiscale, almeno in un primo momento, aumenti la tassazione invece di diminuirla. Bisogna segnalare, inoltre, il dilagante malumore per l’obbligo di difendere Berlusconi dai suoi guai giudiziari, in un campo, quello della morale pubblica e privata, che non trova, nelle sensibilità sostanzialmente conservatrici di quegli elettori, troppa indulgenza.

I veri bocconi amari, però, sono venuti da alcune scelte di Berlusconi, avallate da Bossi. Il più indigeribile è il passaggio del ministero dell’Agricoltura, indispensabile tutore degli allevatori padani, prima dal leghista Zaia al berlusconiano Galan e, poi, addirittura a un siciliano, peraltro molto discusso, come Saverio Romano. Con il contorno di scelte altrettanto meridionalistiche tra i sottosegretari, per recuperare l’appoggio dei deputati cosiddetti «responsabili», stretti intorno al loro leader mediatico e simbolico, Salvatore Scilipoti.

Decisioni concrete che si sono affiancate a un altro clamoroso cortocircuito tra Bossi e suoi elettori, quello avvenuto in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità italiana. I dirigenti della Lega hanno cercato di boicottare e, comunque, di sminuire il valore della festa, non intuendo che il clima generale del Paese, compreso quello della maggioranza degli abitanti anche del Nord, non era affatto disposto a seguirli in una posizione che è apparsa meschina, provinciale, venata da un antipatriottismo ingiustificato. Il coro di fischi che puntualmente si è levato di fronte a tale atteggiamento si è ritrovato nei risultati elettorali. Sintomatico quello di Novara, patria del tandem Cota-Giordano che guida la Regione in Piemonte. Mauro Franzinelli, fedelissimo della coppia più forte nella Lega del Nord Ovest, non è stato eletto al primo turno in una città dove il precedente sindaco di quel partito aveva superato, cinque anni fa, il 60% dei suffragi. I consensi della lista di Bossi, inoltre, hanno seguito lo stesso destino, calando dal 22 al 19 per cento.

Non bisogna, quando si parla di carisma, fare mai previsioni per il futuro. Quel «dono di Dio» è tanto forte, quanto labile. E’ possibile che Berlusconi e Bossi, come l’hanno improvvisamente perso, così improvvisamente lo ritrovino. Ma devono fare in fretta, perché il canale di comunicazione tra loro e il loro popolo potrebbe non riaprirsi più.

giovedì 17 febbraio 2011

Le elezioni sono il male minore


LUIGI LA SPINA

Un futuro da brivido. E’ quello che aspetta l’Italia nei prossimi mesi sull’asse Milano-Roma. Da una parte, al tribunale di Milano, un processo a Silvio Berlusconi che rischia di essere tutt’altro che breve e sicuramente pieno di ostacoli, come ha spiegato, ieri su «La Stampa», Carlo Federico Grosso. Con imbarazzanti e imbarazzate sfilate di giovani testimoni, al bivio tra la difesa personale e quella del premier. Un rito, destinato a una via crucis dilatoria, tra eccezioni di incompetenza, appelli al legittimo impedimento, richieste di annullamento di atti, e stretto tra le contemporanee udienze di altri tre procedimenti, sempre a carico del presidente del Consiglio.

Dall’altra parte, nelle aule del Parlamento, un governo che, con una risicatissima maggioranza, cercherà di far approvare riforme fondamentali, come quella sul federalismo o quella sulla giustizia, che richiederebbero un larghissimo consenso. Sia per superare gli ostacoli di una opposizione disposta a tutto pur di non farle passare, sia per evitare, come già successo, che l’arma del referendum vanifichi il risultato di tanti sforzi. Se questo è il cupo profilo che si staglia sul nostro orizzonte, aggravato probabilmente da un conflitto istituzionale tra poteri e ordini dello Stato quale non si è mai verificato nella storia della nostra Repubblica, l’augurio non può essere quello che il meglio prevalga sul peggio, ma solamente che, tra i mali, vinca almeno il male minore.

Da molte settimane, ormai, l’interrogativo dominante è uno solo: saranno le elezioni anticipate a far uscire il Paese, in qualche modo, da questa drammatica situazione? L’ipotesi viene caldeggiata o osteggiata, alternativamente, solo per le opposte convenienze elettorali. In una prima fase, l’aveva minacciata il presidente del Consiglio, per convincere i «responsabili» a evitare il rischio di non essere più eletti nel prossimo Parlamento e per chiudere la porta a eventuali successori a Palazzo Chigi nel corso della legislatura. L’opposizione, invece, avrebbe preferito evitare la prova del voto, per avere il tempo di organizzare un’offerta elettorale agli italiani più convincente dell’attuale.

Negli ultimi giorni, le parti si sono invertite. I sondaggi sui consensi a Berlusconi non sembrano troppo rassicuranti per il presidente del Consiglio. Ma le travagliate vicende del neonato partito di Fini, con lo sfilacciamento dei suoi parlamentari, impediscono di pensare che un altro governo riesca a essere sostenuto da una maggioranza diversa. In più, il sorprendente successo delle manifestazioni delle donne ha indotto a sospettare, forse con troppo semplicismo e con forzature magari arbitrarie, che sia mutato il clima psicologico e morale dei cittadini italiani davanti ai costumi pubblici e privati del Cavaliere.

Questa improvvisa inversione tra speranze e paure ha rovesciato ipocriticamente le tesi. Berlusconi, da sempre fautore del consenso popolare come unica patente di legittimità a governare, da sempre fustigatore degli intrighi romani, delle trasmigrazioni di deputati e senatori da un partito all’altro è diventato il più rigoroso difensore della, una volta negletta, «centralità del Parlamento». Scrupoloso e legalistico cultore della «libertà di mandato» che la Costituzione prevede per i rappresentanti del popolo nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama. Senza considerare che, proprio dal punto di vista politico, lo schieramento vittorioso quasi tre anni fa era del tutto diverso dall’attuale, perché comprendeva un partito che aveva in Fini addirittura il cofondatore.

L’opposizione, invece, galvanizzata, forse con troppo entusiasmo, dai verbali delle intercettazioni, dalle piazze, dai numeri dei sondaggi pensa sia questo il momento della spallata elettorale al premier. Nella convinzione, probabilmente fondata, che Berlusconi non sia minimamente disposto a lasciare la poltrona di Palazzo Chigi a un suo erede, Tremonti, Alfano o Letta che sia. E nella speranza, altrettanto probabilmente fondata, che, alla fine, sia Bossi l’unico possibile becchino di questo governo.

Come si è visto, i sofismi dialettici, le ipocrisie ideologiche possono giustificare l’inosservanza di qualunque scrupolo costituzionale, di qualunque coerenza politica e, persino, di qualunque regola della logica. L’anomalia italiana, rispetto alle democrazie occidentali più evolute, è tale, poi, da rendere del tutto inutile un confronto internazionale per trovare una via d’uscita. E’ vero che, all’estero, un primo ministro che si trovasse investito da accuse quali vengono rivolte a Berlusconi si sarebbe subito dimesso e presentato ai giudici per dimostrare, con la massima rapidità, la sua innocenza. Ma, in Francia, in Germania o in Inghilterra il detentore di un così grande potere mediatico e plutocratico non sarebbe mai arrivato a presiedere un governo e, quindi, quelle magistrature non sarebbero state messe nelle condizioni di dirimere una legittimità politica, come, di fatto, è avvenuto nel nostro Paese.

E’ vero, infine, che le elementari regole di un ordinamento liberale non affidano al popolo e alla sua maggioranza elettorale il verdetto su un caso giudiziario. Ma, nella realistica valutazione delle convenienze, questa volta degli italiani, il voto anticipato non può risolversi come il male minore?

sabato 15 gennaio 2011

L'eredità che resta all'Italia


LUIGI LA SPINA

Conclusa la votazione sul futuro di Mirafiori e in attesa di conoscerne il verdetto, si può osservare che l’altissima affluenza alle urne ha testimoniato la profonda consapevolezza dell’importanza di questa scelta per i destini individuali e concreti sia dei 5500 lavoratori direttamente interessati, sia per tutti coloro che, fuori da quei cancelli, sanno che anche la loro sorte è legata allo sviluppo produttivo di quella fabbrica. Ma costituisce anche il segnale di come sia stato compreso pure il valore simbolico che ha ormai assunto questo risultato, caricato inoltre, nei giorni scorsi, da una discussione a volte troppo astratta, con toni esasperati e inquinati da pregiudizi ideologici e polemiche strumentali.

Era forse inevitabile, del resto, una reazione così accesa alla proposta Fiat per Mirafiori perché non si può sottovalutare la sua forte carica innovativa, anche oltre gli stretti confini delle relazioni industriali, almeno per due motivi: la chiarezza con la quale si sono poste le condizioni all’Italia di un mercato globalizzato e altamente competitivo, quale quello dell’auto, e l’impossibilità di risolvere il confronto con le vecchie liturgie politico-concertative di un consenso da raggiungere ad ogni costo. Semplicemente perché quel possibile costo rischia di escludere il progetto dalle compatibilità del mercato. In un Paese dove i settori protetti da corporazioni agguerrite e non esposti a una concorrenza aperta e mondiale sono la maggioranza, il solo aver presentato, senza ipocrisie e senza possibilità di dilazioni a tempi infiniti, tali problemi ha avuto perciò un effetto dirompente.

La speranza è quella che il risultato del voto confermi le prospettive di un forte sviluppo dell’attività nello stabilimento di Mirafiori, condizione essenziale pure per il lavoro nell’indotto, ma anche per il futuro economico e sociale di tutto il territorio torinese. Ma, da domani, qualunque sia il verdetto e la sua proporzione tra i «sì» e i «no», è necessario che si allarghi il carico di responsabilità che si è abbattuto, ingiustamente, solo su 5 mila e 500 persone. Sì, perché è parso che solo da loro, dal loro comprensibile e comunque difficile travaglio di coscienza, dipenda tutto il futuro della manifattura italiana e, magari, dell’intero settore dell’industria nazionale.

Le questioni che hanno determinato il voto a Mirafiori, infatti, coinvolgono i destini, le condizioni di vita di milioni di nostri cittadini e la posizione dell’Italia nella competizione mondiale dei prossimi decenni. Tocca al governo porle al centro della sua attività, al Parlamento farne il tema dominante del dibattito politico. Così come le forze sociali organizzate, a partire dalla Confindustria e dai sindacati, non possono certo assumere la posizione di «tifosi», più o meno accesi, delle parti in causa. Perché i vecchi rifugi corporativi e assistenziali non reggono più le novità di economie e di società in cui le regole sono profondamente cambiate.

E’ vero che, in una democrazia, le condizioni del lavoro non possono essere solo sottoposte ai voleri del mercato, ma le tutele dei diritti, proprio in una democrazia, non possono essere difese solo per alcune categorie e trascurate per altre. Onestà intellettuale dovrebbe costringere a non ignorare l’ingiustizia che si compie nei confronti di tanti giovani disoccupati, di tanti lavoratori precari, costretti a una flessibilità esasperata e di cui non si vede mai la fine, che non sono difesi da nessun sindacato e la cui voce non ha mai alcun megafono per essere ascoltata.

Ecco perché il futuro dell’industria italiana, ma pure dell’economia italiana, non può dipendere e non si può caricare sulle spalle di coloro che hanno votato a Mirafiori. Anche perché è legato alle condizioni generali del cosiddetto «sistema paese»: lo sviluppo delle infrastrutture, le semplificazioni normative e burocratiche necessarie per alleviare il carico di adempimenti per chi vuole avviare una attività, la struttura di una imposizione fiscale squilibrata e non favorevole al lavoro, una riforma del Welfare che dia anche un po’ di serenità a quelle categorie che oggi ne sono ancora escluse. Infine, forse la condizione più importante: una scuola e una università che riprendano la funzione fondamentale in una democrazia. Quella di una formazione educativa e professionale che favorisca una mobilità sociale ormai negata, di fatto, nell’Italia d’oggi e che, insieme, metta i nostri giovani nelle condizioni di trovare un lavoro dignitoso.