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sabato 26 febbraio 2011

LA TRATTATIVA

DAL BLOG DI ROBY BULGARO

http://robybulgaro.blogspot.com/

Già da qualche mese è in atto la trattativa tra parti sociali ed imprenditoriali per il rinnovo del CCNL (Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro) che comprende anche il commercio (T.D.S. = Terziario Distribuzione e Servizi). Confcommercio, uno dei maggiori, se non il maggiore, sindacato dei commercianti privati, si è proposto, con il rinnovo, di modificare alcune norme ed alcuni diritti, ritenendo, a suo avviso, di migliorare sensibilmente il rapporto azienda/lavoratore, soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi della crisi economica globale, che ha investito gravemente l’Italia soprattutto a causa dell’immobilismo politico del governo, al quale tutti siamo concordi nell’attribuirgli una grave colpa, soprattutto nella figura del Ministro Sacconi che, direi, tiene in una situazione di soggezione i due sindacati di minoranza - FISASCAT e UILTUCS - i quali molto blandamente si preoccupano dell’enorme portata negativa, lesiva dei diritti fino a qui acquisiti, che avrebbe la nuova normativa, se introdotta, così come Confcommercio la propone. Ci si avvia, dunque, verso una fase simile a quella del 2008 che ha visto i due sindacati di minoranza arrivare alla firma del contratto estromettendo FILCAMS-CGIL, nonostante gli sforzi fatti per tenere unito il sindacato(*).

Certo è che le modifiche proposte da Confcommercio, sarebbero a vantaggio suo medesimo. Forti di una situazione che vede soprattutto svantaggiate le fasce più deboli della popolazione, questi signori non vorrebbero perdere l’occasione di cancellare in un colpo solo diversi diritti, o quantomeno ridimensionarli, senza preoccuparsi dell’enorme disagio sociale che ne comporterebbe.

Senza entrare troppo nel dettaglio, posso scrivere di alcune cose, che già da sole allarmano: riduzione delle ore di permesso retribuito (PR), la cancellazione di 2 giorni all’anno di ferie, il ridimensionamento degli scatti di anzianità dagli attuali 10 ogni 3 anni agli 8 ogni 4 anni (che suppongo comporterebbero un risparmio notevole su base annua in rapporto al numero di dipendenti, e che quindi si misurerebbe su ampia scala, comportando un reale vantaggio solo alle grandi imprese: in pratica chi più è ricco più si arricchirebbe se passasse la norma), l’allargamento, che definire improprio sarebbe eufemistico, del periodo di prova da 45 giorni a 75, che permetterebbe, come dice Filcams, e non ci sono ombre di dubbio perché non esisterà una norma o legge che lo vieta, di superare surrettiziamente il contratto a termine, in tutte quelle occasioni dove servirà personale, come ad esempio durante le festività natalizie o durante il periodo estivo nelle località turistiche! Questo è inaccettabile. Poi, ciliegina sulla torta, il ripristino delle 40 ore a parità di salario: anche nel resto d’Europa, proprio come misura anticrisi, si adottata una misura simile per combatterla a fronte di un aumento della produttività (anche se poi non si traduce automaticamente in un aumento dei profitti), ma bisogna tener conto della portata salariale, e considerare che l’Italia, rispetto alla media europea, ha i salari più bassi del 30%, per cui è inaccettabile come soluzione perché andrebbe a penalizzare sempre gli stessi che già sono penalizzati ora: i lavoratori.

Si parla poi del lavoro domenicale e, più in generale, del lavoro festivo; si noti, innanzitutto, come il bacino d’utenza non sia variato, ma sia semplicemente spalmato anche su quel giorno, costituendo, di fatto, un costo per l’azienda, piuttosto che un reale vantaggio, ed un costo anche per l’ambiente in quanto mobilita, anche in quel giorno, una massa di gente che piuttosto che fare acquisti si reca ad una vetrina, in un luogo che è diventato, nel giorno domenicale, più un ritrovo che un negozio, ed in questo persino la maggior parte delle aziende è concorde. Non si capisce dunque perché portare avanti questa idea della “domenica sempre aperto”, iniziativa che, tra l’altro, tradisce l’indicazione regionale sulle chiusure festive, con una rincorsa sistematica non degna di un paese civile.

Ma parliamo di ciò che succede nel resto d’Europa: il modello commerciale che noi stiamo rincorrendo ora era il modello europeo, francese, ad esempio, o tedesco, di alcuni decenni fa; già da diversi anni, proprio mentre noi rincorriamo il modello vecchio, in Europa ci si è resi conto che quello dei grossi centri commerciali fuori città non è un modello vincente, in quanto svuota la vita cittadina, quella dei centri abitati, siano essi città o paesi, limitando di fatto, o costringendo anche chi ne farebbe a meno, anche lunghi spostamenti, spesso con la propria automobile, contribuendo sensibilmente anche all’inquinamento, oltre che costituire una spesa in termini di carburante.

Tutto questo uccide l’economia invece di aiutarla; dobbiamo riconquistare un impianto normativo e farlo rispettare ed, al contempo, rimettere in discussione il modello di sviluppo, perché quello che stiamo perseguendo adesso è un modello vecchio che è già stato rivisto e corretto nel resto d’Europa, ed è il sostanziale motivo per cui nuoce così ai lavoratori ed all’economia.

E comunque, se si vogliono certi servizi senza restrizioni, perché limitarli al commercio? Se fossero veramente così innovativi sarebbero da estendere agli uffici postali e agli sportelli bancari, ed a tutti gli uffici, comunali regionali ecc., ma questo non lo si è neppure proposto.

Sarebbe anche da approfondire il tema del collegato lavoro - proposto nel nuovo CCNL - che implicherebbe un aggravio della posizione giuridica del lavoratore, al quale sarebbe richiesto, al momento dell’assunzione, di firmare un documento nel quale si rinuncia di ricorrere al giudice in caso di controversia col datore di lavoro, al quale si anteporrebbe un arbitrato in sede privata; lascio immaginare le implicazioni in tema di diritti che avrebbe una simile eventualità.

Piangendo sempre miserie, chissà come, le catene più grandi, sia private che della cooperazione, continuano nell’espansione, aprendo continuamente nuovi centri commerciali, in barba alla crisi… Dov’è dunque questa crisi, se non scaricata in pratica completamente sulle spalle dei lavoratori, e solo in minima parte sulle piccole imprese? Certamente i grandi gruppi, con questi escamotage, di cui già il vecchio CCNL è pieno pur essendo migliore di quello in discussione, non sentono crisi. Eppure cavalcano l’onda della crisi!

Anche la cooperazione vorrebbe l’assimilazione al contratto del privato, con tutto quel che ne consegue; ma perché non chiede allora di essere equiparata, e quindi, di cancellare il contratto separato? Anche loro nel giro di pochi anni hanno aperto, solo in Romagna, ben 6 punti vendita, passando da 5 a 11.

Una nota di demerito a Mercatone Uno, che è riuscito ad istituire, senza che nessuno, a quanto pare, sollevasse l’obiezione di illegittimità (per usare un eufemismo), una nuova figura di lavoratore da mobbizzare: il S.I.N.P. - soggetti da denunciare (a cura dei colleghi) in quanto, a detta loro, influenzano negativamente il personale. C’è da far notare che, nella totale indifferenza di gran parte dei lavoratori stessi (che senza strumenti non hanno di che valutare), questo fenomeno già si verifica in altre realtà del commercio, senza che ci sia alcun bisogno di attribuirgli una figura acronima, ma che non ha meno significato dal punto di vista dello svilimento della persona, nel violare quel precetto imprescindibile citato dalla Costituzione Italiana che ha, nella realizzazione e nel rispetto della persona un valore fondamentale. Il tutto mentre, nella quasi totale assenza di informazione, un altro colosso del commercio come Esselunga, straccia di fatto il contratto di secondo livello, stipulato appena nell’estate del 2010, costituendo un precedente gravissimo a danno dei lavoratori.

Ci mancherebbe solo che tutti ci recassimo a donare una sacca di sangue da destinare a Confcommercio per sancirne la sudditanza. Aprissero qualche punto vendita in meno e si accontentassero degli introiti da favola che già hanno!

In questo scenario quasi apocalittico si colloca la politica immobile del governo; e la mancanza di proposte e di prese di posizione da parte della sinistra di certo non aiuta.

Filcams dice NO a questo andamento della trattativa, dove le proposte di Confcommercio hanno un vantaggio univoco e che chiaramente non coincidono con il benessere ed il vantaggio di chi fa il lavoro, di chi, ogni giorno produce ricchezza; ricchezza che sempre più finisce ad uso dei “padroni” e sempre meno nel già povero portafogli di chi deve arrivare a fine mese con uno stipendio che è, di fatto, tra i più bassi d’Europa… Per arrivare all’ultimo posto, ci stanno lavorando!

(*note)

- Sarebbe il caso anche di far notare come, mentre negli ultimi mesi, con il caso Mirafiori, sia scoppiato il caso metalmeccanico, già da qualche anno il terziario sia investito da continui attacchi da parte di Confcommercio; ben prima del settore metalmeccanico, e senza alcun trampolino mediatico che disponesse la sua denuncia, i lavoratori del commercio hanno subito un’attuazione del CCNL a firme separate nel 2008, con gravi ripercussioni sui lavoratori, e nonostante ciò la volontà di peggiorare la loro condizione permane e, anzi, si aggrava.

sabato 27 novembre 2010

IL VANGELO SECONDO GESU' CRISTO

di Roby Bulgaro

Che cosa fa di noi dei buoni cristiani? Certamente essere coscienti dei limiti terreni del nostro corpo ci induce a comportarci in una certa maniera, ma non per tutti, questa maniera è uguale. C’è chi, ad esempio, sentendo di non avere, dopo la morte, nessuna altra vita a disposizione, crede di avere il diritto di comportarsi come meglio gli aggrada; crede che facendo tutto quello che gli passa per la testa, avrà, per lo meno, soddisfatto le sue voglie e morirà tranquillo e appagato. C’è invece chi, anche non credendo nello spirito, ritiene di dover rispettare tutte le altre persone, le regole e le leggi del vivere civile; chi si spinge ancor più in là, e vuole preservare la natura e rispettare pure gli animali, e l’ambiente in cui viviamo, noi e loro. E che dire di quelli che, ferventi cristiani cattolici, uccidono, rubano, spesso membri di organizzazioni mafiose, trovano giustificazioni quanto meno fantasiose per i loro delitti? Nulla. Certo condanniamo, ma non risolviamo il problema legato strettamente alla coscienza che ognuno di noi ha di un certo fatto, comportamento, modo di agire.

Spesso si dice "incoscienza", ma non è così. E’ una coscienza diversa, che deriva da una mancanza oggettiva, e spesso dovuta ad una mancanza di mezzi per raggiungerla, da una coscienza empatica, la sensibilità della persona verso fatti che non la riguardano da vicino, che le permettono di intercalarsi nelle vicissitudini altrui, per far si che i problemi di uno siano anche i problemi di tutti, e nel far questo ci si adoperi nel trovarne la soluzione che permetterà tutta la specie, ed all’ambienta che la ospita, di preservarsi.

Spesso, nella mia vita, ho cambiato idea sulla divinità, questo soprattutto in gioventù; ma anche ora mi interrogo sovente. Farò bene? Farò male? Nessuno può dirlo, nessuno. E’ però assolutamente legittimo. Con il libro "Il Vangelo Secondo Gesù Cristo", Saramago pone, o meglio, io credo che ponga, l’Uomo di fronte ad un quesito importante: come vivere la propria vita cessando di essere succubi del sentire comune, liberandosi delle catene che sono le usanze e le dottrine, i dogmi, il pensiero dominante?

Noi siamo ciò che mangiamo e l’ambiente dove cresciamo, ma se ci vengono dati i mezzi, o i giusti impulsi, anche in ambito familiare, possiamo sviluppare una coscienza empatica che ci permetterà di avere un senso critico, non ci lasceremo sedurre dal’accidia del non far nulla quando vedremo un’ingiustizia, anche se non è fatta a noi in persona.

Ed è in quest’empatia con Gesù che si gioca la storia di questo libro; con l’empatia che si ha verso Giuseppe sin dall’inizio del libro, che apre ad un vecchio modo di concepire il rapporto tra gli uomini e le donne, ottuso e maschilista, e di questi con la Divinità, ermetica ed incurante del dolore che, spesso, provoca non senza una vena di piacere. Nello stravolgimento dei canoni cui siamo abituati sin dall’infanzia, riscopriamo una dimensione terrena, concreta, di Gesù, il quale deve misurarsi con una verità che si rivela, di molto, diversa da quella che ha imparato nelle sue frequentazioni alla sinagoga; così come è piuttosto diverso il racconto cui ci hanno abituato film e programmi dozzinali di indottrinamento, discorsi religiosi fatti da preti e papi di ogni tempo e luogo. Ma non lasciamoci ingannare dal discorso religioso. Il messaggio è che cercando di contrastare il volere di chi ha un potere immenso, sempre ci si trova a mal partito. L’unica scappatoia sarà quella di non accettare mai, fin dall’inizio, la regola che si impone a chi vuole seguire un idea ad ogni costo. Il fine non giustifica i mezzi quando il fine è un fine di sofferenza, ed a maggior ragione quando i mezzi infliggono una sofferenza, un tributo di sangue che, inevitabilmente, chiamerà altro sangue e sofferenza. Attraverso il racconto di emozioni concrete e di avvenimenti crudi ed a volte, oltre che crudeli anche efferati nel loro realismo, si smorza fino ad annientarsi, la favola del racconto di Natale, la tenerezza di un racconto che solo con l’ultimo film sull’argomento "La Passione di Cristo", se ne è capita la gravità e la sofferenza.

Le masse non si emanciperanno mai? Anche questa è un altro interrogativo che si pone, visto che, fin dall’alba dei tempi, sempre ci sono state moltitudini che si uniformavano, allora come oggi, agli interessi di potenti che inculcavano con vari mezzi il pensiero unico. Non ci tragga in inganno il finale, che non me ne vogliate, qui svelo molto meno truculento, e dolce, rispetto a scene descritte in precedenza: suona un po’ come uno zuccherino dato dopo le bastonate inferte ad un cristiano, che vede svilito il nesso umano/divino per il quale dà la vita. Mancano tante cose alle quali ci hanno abituato anni di indottrinamento, ed altre sono solo accennate, come cosa di poca importanza. Ma la cosa strana è che non se ne sente la mancanza; la spinta finale, la morale che se ne trae, è quella che ci dovrebbe portare, per lo meno quelli che ancora neppure ci pensano, ad aprire gli occhi, a guardarsi attorno e trarre delle conclusioni proprie, prescindendo drasticamente dal pensiero maggioritario, non smorzare mai il senso critico, soprattutto verso cose che ci stanno a cuore: occupiamoci di ciò che ci circonda con lo stesso impegno con cui ci occupiamo di noi stessi; e se non ci occupiamo bene di noi stessi, impariamo ad amare, ché non significa perseguire il successo personale con qualsiasi mezzo. Se fino a questo momento abbiamo amato qualcosa con tutti noi stessi, non vergogniamoci di ripudiarlo e denunciarlo se, dopo, ci appare in tutto il suo inganno.

martedì 16 novembre 2010

CENNI AUTOBIOGRAFICI


dal Blog di Roby Bulgaro

Nella sperduta provincia di Ferrara, nella val padana che lambisce il mare sulle coste tra le Valli di Comacchio con i suoi sette lidi, Roby nasce a Lagosanto il 31 dicembre 1966, in un inverno freddissimo, con tanta neve.

Da queste parti la neve, non voglio dire che sia rara, ma in quarant’anni è venuta solo un paio di volte così abbondante e copiosa; sarà la vicinanza del mare, o la latitudine o che so io. Fatto sta che la neve non la si vede se non in forma di una leggera spruzzata, e neppure ogni anno. La peculiarità della zona, qua nel basso ferrarese, è l’umidità; ma soprattutto, d’inverno, la nebbia.

Il bisnonno, Alessandro, già novantenne, lo chiamava “l’omino della luna”, come a denotare una sua particolarità, che non era di questo mondo. Il nonno disperso in Russia durante la seconda guerra mondiale e le vicissitudini di quegli anni, che tracciavano la prima repubblica con solchi indelebili di sangue, non potevano segnare l’infanzia del bimbo che, ancora, non sapeva nulla del mondo; le sue giornate estive passavano a rincorrere tra campi di mais e di grano a perdita d’occhio, e giochi a rimpiattino (“muffa” per noi Laghesi) tra amici ed amichette, in cantieri edili piccoli, che ancora non denotavano alcuna espansione urbana. L’autunno e l’inverno invece passavano nella scuola con poco interesse, tanto era l’impegno delle maestre nell’insegnamento; dal canto suo, Roby, non mostrava un vero interesse per le cose della cultura, che pure c’era e c’è, ma che senza un reale entusiasmo da parte di chi doveva insegnare a stento uscivano. Come dire: una noia mortale. In quegli anni di scuola avrei voluto fare il disegnatore, preso com’ero, assieme a tanti altri bambini, dall’avvento dei cartoni animati giapponesi, primo fra tutti Goldrake, che spinse me e tanti miei compagni a disegnarne le gesta ed a inventare nuovi robot-guerrieri per combattere il male che proveniva dallo spazio. Inventai un robot e lo chiamai Cyclops, per via del casco con visiera a “V”che faceva sembrare un solo grande occhio al centro della faccia, dal quale sprigionava il solito devastante raggio che non lasciava scampo ai malvagi. Il mio cuginetto, che invece, come lui stesso dichiarava, non aveva uno straccio di immaginazione, rimaneva sempre in disparte al momento di chinarsi sul quaderno e disegnare, allora cercai il modo e una maniera per coinvolgerlo; dopo vari e comunque numerosi tentativi riuscii a convincerlo, e finalmente, facendomi promettere che non avrei riso di lui, mi presentò la sua creatura robotica: “Cleciups”. Quando pronunciò il nome ad alta voce, entrambi prorompemmo in una fragorosa risata. Fu così che la sua carriera da disegnatore durò lievemente meno della mia.

Ricordo nitidamente una primavera, quella del 1978. Quando fu rapito Aldo Moro. Stavo andando a scuola e, una volta giunto, mi rispedirono a casa, perché, dissero, avevano rapito lo statista, e quindi era un periodo di disgrazia. Abitavo a poche centinaia di metri dalla scuola elementare, e quindi, sempre a piedi come vi ero arrivato, ne feci ritorno, mormorando fra me e me che era una cosa inconcepibile: rapire un uomo a fini “politici”; un termine che ancora non comprendevo. Curioso che i ricordi si fermino a quella riflessione, mentre facevo ritorno da scuola, sotto un bellissimo sole primaverile; forse un po’ troppo caldo per il periodo; col grembiule nero ed il fiocco azzurro al collo.

Per la musica rock e le droghe leggere, ancora non era maturo il tempo, e le giornate passavano al rito di scorribande nei campi e le prime sbirciate sotto le gonne delle ragazzine. Senza che questo precludesse la mia verginità, protrattasi all’età post adolescenziale con mia gran sofferenza, dovuta ad una timidezza indomita, impossibile da dissimulare.

L’insuccesso della scuola superiore, dalla quale mi ritirai dopo pochi mesi, non contribuì ad accrescere la stima in me stesso; lo stress addirittura mi procurò un eczema sulle braccia che mi durò due anni ancora dopo quell’esperienza; collezionai poi un’altra delusione, quando seguii un corso di disegno pubblicitario presso una scuola privata, che mi dotò, quello si, di una mano più sicura nel tratto, ma che non mi conferì alcun titolo accademico col quale far leva nel mondo del lavoro.

Certo erano bei tempi quelli in cui l’unico problema era quello di trovare un passatempo divertente col quale passare le giornate. Un padre poco propenso a tramandare il lavoro ai figli rendeva la cosa ancora più semplice, ma costruiva un futuro incerto alla progenie che, in seguito, si dovette arrangiare.

Mio fratello fu il primo: dopo qualche anno dovette fuggire dall’intolleranza di un padre che non sapeva (o non voleva) insegnare con pazienza il lavoro; e poi toccò a me. Di qualche anno più giovane, ma con uno spirito ancora più indomito, non potei tollerare che per qualche mese il modo brusco di porsi di un uomo che a stento riconoscevo da quello che mi era sempre apparso tra le mura domestiche, e, quando anche a causa di una malattia ossea che mi costrinse ad una gravosa operazione, mi dissociai definitivamente dal suo lavoro, nonostante tutto, fu un sollievo.

Dall’età di 14 anni fino a poco più dei 17 frequentai la scuola di karate stile shotokan che si teneva nella vicina Comacchio, a 16 anni cominciai a diventare vegetariano, eliminando per prima cosa le carni di animali terrestri e volatili, per arrivare, ma molto più in là, nel ’94, ad eliminare anche quella degli animali acquatici. Durante la mia frequentazione alla scuola di karate, riuscii a raggiungere la cintura blu, ma già dal gennaio ’86 la malattia cominciava a farsi sentire, e ben presto dovetti rinunciare alla via delle arti marziali per intraprendere, ad operazione riuscita, quella della musica, che meglio si addiceva alla mia mansuetudine. L’operazione chirurgica fu eseguita presso l’ospedale Policlinico di Modena, nel reparto di Chirurgia della Mano, dall’equipe del dottor Cristiani, al quale va ancora oggi la mia gratitudine per avermi salvato l’arto, che versava in condizioni, ma me lo dissero solo poi, molto gravi.

Non trascorsero che sei mesi dall’intervento, ancora ero convalescente dal trapianto osseo e dovevo scrupolosamente seguire una terapia idonea al consolidamento dei tessuti, che venni chiamato alle armi.

Avevo da 3 mesi compiuto vent’anni.

Qui urge una spiegazione: come mai così in ritardo per la leva, quando solitamente a quei tempi si veniva chiamati a 18? Nessun mistero.

Successe, 2 anni e mezzo prima, che nella mia superficialità protratta dall’adolescenza, feci la domanda per entrare nell’arma dei carabinieri. Due mesi dopo l’operazione, soprattutto a scopo terapico avevo iniziato lo studio della batteria, proprio quell’anno (siamo nel 1987). E solo da qualche mese mi dilettavo a percuoter bidoni; nel mentre che una mattina facevo confusione, mi entrarono in camera i carabinieri: “Perdinci! Faccio così chiasso?!?”, invece no, dopo oltre due anni avevano valutato la mia domanda di ammissione e l’avevano accettata, aspettavano solo la mia conferma. Io confermai che no, non volevo fare il carabiniere, e dopo circa un mese, il 27 aprile, dovetti partire alla volta di Albenga per affrontare la dura vita militare. Il C.A.R. fu una merda! Dopo tre giorni che ero in caserma mi spedirono a Savona, all’ospedale militare, e vista l’enorme cicatrice del trapianto, ancora rossa, la mobilità limitata dell’arto, invece di rispedirmi a casa per ricevere le cure del caso, mi declassarono solamente, in maniera che non potessi fare cose troppo pesanti, ma che, comunque, dovessi fare la Naja. Passarono i mesi tra imboscamenti al centralino della caserma di Aviano, alla quale ero stato assegnato dopo il C.A.R., in provincia di Pordenone, tra uscite al paese e fumate in camerata. Al decimo mese, durante una licenza, marcai visita e mi recai all’ospedale di Bologna: cose da matti! Dopo aver visionato la cartella clinica dell’intervento, ed avermi sottoposto ad un’attenta visita ortopedica, decisero che dovevo essere esonerato dal servizio militare! Dopo dieci mesi!!! Oltre al danno la beffa: nonostante abbia fatto dieci mesi di militare, è come se non lo avessi fatto per inidoneità. Mi recai alla caserma di Aviano un’ultima volta, quell’anno e per sempre, per portare a casa alcuni effetti personali che erano rimasti là, così ne approfittai per salutare alcuni miei amici commilitoni, coi quali fumavamo pacchetti di MS a partire già dalle 7 del mattino, per finire alla sera con le canne che ci conciliavano un sonno tranquillo, a dispetto dello squallore del luogo dove ci trovavamo. Ricordo con enorme soddisfazione, le bevute fatte nella storica enoteca di Pordenone, bellissimo locale su tre piani: vino e grappe di un’eccellenza unica.

Venne il tempo del primo lavoro e del primo amore serio: il 1988.

Il primo lavoro consisteva nel gestire la cucina di una piccola enoteca, situata in una viuzza della vicina Codigoro; ero assunto come aiuto cuoco, col contratto di “formazione lavoro”, ma di fatto ero il cuoco, senza aiuti, ma con l’insegnamento del proprietario che conosceva l’arte culinaria, e che ebbe molta pazienza ad insegnarmela. Il primo amore serio, nel senso che si smise di ridere quando dovetti presentarmi ai genitori di lei, lo ebbi con una ragazza mia coetanea, di Comacchio, conosciuta sulle spiagge dei lidi ferraresi. Il lavoro, benché mi piacesse molto, anche se dovevo preparare pietanze a base di carne, durò pochi mesi, a natale di quello stesso anno ebbi un diverbio col titolare e venni licenziato. Il primo amore serio durò un po’ di più, circa 3 anni e mezzo; a gennaio del 1991 ci lasciammo per incompatibilità nel’intendere le priorità della vita. Il lavoro: l’anno seguente, l’89, lo passai, d’estate, a raccogliere angurie nelle campagne; le meravigliose e buonissime angurie che solo dalle mie parti sono così speciali. Poi, dall’autunno, iniziai un’avventura lavorativa che, benché fosse solo un lavoro stagionale, si protrasse per oltre 10 anni, inframmezzata con due piccole esperienze in fabbrica, nel settore chimico; durata una anno e mezzo la prima, che mi costò la perdita totale dell’olfatto ad opera dei solventi devastanti che usavamo senza nessuna protezione, che mi bruciarono le mucose nasali; mi ci vollero quasi dieci anni per recuperare in parte l’olfatto, e tuttora non ho una percezione normale degli odori, anche se ritengo di averlo recuperato del tutto; durata sei mesi la seconda esperienza lavorativa, presi servizio in una fabbrica dove si lavorava la gomma, a Fusignano, nel Ravennate; si chiamava “Evergomma”, ora non esiste più, dove ero carrellista di reparto; dovetti cessare la mia collaborazione per un rapporto squilibrato tra stipendio e spese sostenute per andare fin là e soggiornarvi. L’avventura lavorativa decennale è stata quella dell’essiccatoio. Si essiccavano i raccolti di riso provenienti da tutto il basso ferrarese, ma arrivavano camionate provenienti anche dal vercellese e da altre parti d’Italia piuttosto lontane, era infatti un impianto di essicazione tra i più rinomati del nord Italia, gestito da una cooperativa locale, ora fallita per inettitudine dei nuovi dirigenti. Dieci anni di lavoro duro, pericoloso, ma assolutamente originale e responsabilizzante, al fianco di persone affidabili e professionali che mi trasmisero queste qualità; l’unico vero lavoro, ripeto, durissimo, ma bello, che abbia mai fatto. Ci arrampicavamo su tralicci senza nessuna cautela o protezione, ci inerpicavamo all’interno degli essiccatoi, che sono enormi silos con delle camere interne dove passa aria calda, con l’unica arma per non farsi male la nostra esperienza e accortezza. Non erano rari gli incidenti, ma mai gravi ve ne furono durante il mio servizio; l’unico che ricordo fu la perdita di tre falangi delle dita della mano, dovuto al malfunzionamento di una centralina che mise in moto un rotore nel momento meno indicato: mentre qualcuno lo stava pulendo.

Indescrivibili sono le operazioni che facevamo per svuotare le celle - o silos - del riso a base quadrata 10x10 metri, 13 metri di altezza. Vi rimaneva, sul fondo piatto, una quantità di riso che poteva variare tra i 700 e gli 800 quintali: una montagna alta anche 6 metri, interamente da svuotare a mano, con l’ausilio, ma fino ad un certo punto, di un verricello con attaccato al cavetto una specie di pala artigianale di metallo, con la quale ci arrampicavamo sopra al mucchio, la piantavamo, e, salendoci sopra, ci facevamo trainare giù in una specie di surf su riso, avendo l’accortezza di saltare giù un attimo prima di cozzare contro la parete del silos. Posso assicurare che la descrizione non potrà mai rendere la situazione: ci fu qualcuno che scappò via in lacrime per la disperazione. Ma io la prendevo con filosofia: una volta iniziato mi ci divertivo pure, nonostante le tonnellate di polvere respirata.

Nel 1994 conobbi il mio secondo amore importante, che divenne mia moglie dopo circa 4 anni, ma non avemmo la benedizione di un figlio, a tutt’oggi. Nel ’98 entrai per sei mesi in una fabbrica metal meccanica (fu durante la mia permanenza lì che mi sposai, in luglio), e fu l’assaggio di un periodo nel settore, che iniziò con l’entrata in un’altra fabbrica, alla fine dell’anno seguente, e che era il reparto di sbavatura dei getti in ghisa di una fonderia modenese, distaccata a Codigoro. Dal settembre ’98 a quasi tutto luglio ’99 lavorai per l’ultima volta, quasi ininterrottamente, all’essiccatoio, che aveva anche un capannone dedicato alla pulitura e raffinazione del riso, dove facevamo anche confezionamento per un noto marchio oltre che per la nostra ditta. Poi, la crisi dirigenziale cominciò a farsi sentire, dopo la morte per incidente stradale del presidente della cooperativa. I successori non erano all’altezza del loro compito, e ben presto si cominciò a risentirne. Quando ebbi la possibilità di avere un lavoro fisso presso le fonderie distaccate a Codigoro, presi la palla al balzo e vi entrai; ma fu una sciagura morale. Mai lavoro che feci fu così deprimente, le mie difese immunitarie in tre anni si abbassarono tanto che frequentemente ero preda di influenza ed altri malanni che interessano le vie respiratorie; era pesante anche come fatica ed il mal di schiena non tardò a punirmi per movimenti inconsulti, dovuti a un modo di lavorare che non prevedeva aiuti meccanici per sollevare pesi dall’interno di cassoni troppo alti per potercisi chinare con prudenza. Per non crepare del tutto dovetti ancora una volta cambiare. Fu così che approdai all’ipermercato dove sono sfruttato tutt’ora, dove passo le mie giornate in un ambiente che ti vuole rispettoso di tutto e tutti ma privato del rispetto verso te stesso; con uno stipendio ridicolo che ti permette a stento di pagar le bollette e che per farsi una vacanza piccola piccola necessita di enormi sacrifici, e magari anche qualche aiuto.

Una menzione speciale va al mio viaggio in India.

Dopo essermi licenziato nel 1991, dalla fabbrichetta che mi costò le mucose nasali, avendo conosciuto un gruppo che si preparava a partire per l’India, mi aggregai. Me lo potei permettere perché vivevo ancora con i miei, anche se erano già in procinto di separazione. Soggiornai in India per quattro mesi, quasi tutto il periodo ospite in un monastero assieme ad altri connazionali amici. Ebbi modo di condividere con quel popolo il loro modo di vivere, il cibo, il lavoro e la povertà che spesso lambiva anche noi occidentali nella scarsità di mezzi, ai quali siamo abituati nella nostra opulenta società. È così. Alla fine, anche se a noi può sembrare di andare indietro - ed in effetti ci si sta andando - le condizioni di molti popoli sono, per chi non li ha constatati, inimmaginabili. Ma i motivi di questa disuguaglianza sono invece uguali per tutti; si riassumono nella fame di potere e di ricchezza di una piccola parte di persone, che ha perso di vista la causa comune e si illude di inseguire un futuro luminoso che possa essere solo suo, nel totale disinteresse della sofferenza altrui.

A mia Mamma Loretta.

Nel giugno 2009, il 21, mia madre è venuta a mancare, ed è a lei che voglio dedicare questa lunga lettera autobiografica. Lei che sempre mi ha appoggiato ed aiutato nelle scelte, che mi ha salvato dalle disgrazie, che mi ha sempre amato, non senza attriti, ma con incondizionato amore di mamma. Amore eterno che io ricambio. In eterno.

ROBY BULGARO