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mercoledì 15 luglio 2009

Ecco perché non sono entrato nel Parlamento europeo


12/07/2009

Prima premessa, grande quanto una casa: ciò che state per leggere non è frutto né di risentimento, né di delusione, né di recriminazione. Ma di pura e semplice esigenza di verità. E questo perché, come avevo detto “prima” di accettare la candidatura come indipendente alle Europee con l’IdV, “io ho già vinto nel momento in cui mi sono candidato”.
Ho vinto già in quel momento perché sono uscito dall’angolo del ring in cui mi avevano costretto la malapolitica, la malaeconomia, la malamagistratura e insomma la malavita che da sempre combatto.
Ho così esercitato il mio diritto alla legittima difesa e nello stesso tempo ho potuto condividere un progetto politico fondato sulla difesa e sull’applicazione della Costituzione italiana.
Un progetto di cui sono stato convinto protagonista, in quanto fondato su una “terna” di indipendenti (Alfano, de Magistris, Vulpio) proposta agli elettori come altrettanti “simboli” di temi forti, che sono state le ragioni fondanti delle rispettive candidature: l’antimafia, la giustizia, l’informazione.

Seconda premessa, anche questa grande quanto una casa: se non credete a ciò che ho appena detto, o se solo avete dei dubbi, allora fermatevi qui, non vi serve leggere oltre.

Io però, per quella insopprimibile esigenza di trasparenza e di verità di cui parlavo ne “Il virus benefico della libertà”, devo qualche spiegazione alle centinaia di persone che mi scrivono e soprattutto alle 37.499 persone che mi hanno votato.
Tutti, mi fanno la stessa domanda. Vogliono sapere da me come sono andate “davvero” le cose in questa campagna elettorale e come ha funzionato il meccanismo delle “opzioni” per stabilire quali dovessero essere, alla fine, i sette eletti dell’IdV per Strasburgo.

Bene. Consentitemi però un’ultima premessa: se dicessi che non immaginavo a che cosa sarei andato incontro candidandomi, direi una bugia. Sapevo benissimo che cosa mi aspettava e dunque non mi sono meravigliato di che cosa poi è accaduto.
L’unica cosa che non mi aspettavo – ma questo per colpa mia, perché io sono fatto così – è stata la scelta di alcuni miei “compagni di strada”, che hanno “sacrificato” sull’altare del risultato elettorale personale rapporti umani che ritenevo saldi e sinceri.

Sapevo bene, invece, di dover nuotare controcorrente, con gli squali che mi inseguivano e gli elicotteri che mi sparavano dall’alto. E sapevo anche che se ce l’avessi fatta a raggiungere la riva tutti avrebbero detto: “Ce l’abbiamo fatta”, mentre se fossi colato a picco tutti avrebbero detto, come in effetti hanno detto: “Peccato, non ci sei riuscito”.

Sapere in anticipo tutto questo però non significa doverlo accettare supinamente. C’era da battersi e mi sono battuto. Fino alla fine. Anche se a un certo punto, dopo la metà di maggio, stanco e sfiduciato, stavo per mollare.
Volevo convocare una conferenza stampa e ritirare la mia candidatura. Ma non l’ho fatto. Ho stretto i denti e, da solo, sono andato avanti. Non ho ritirato la candidatura perché dentro di me ha prevalso il senso di responsabilità.
Se lo avessi fatto in quel momento – oltre ad attirarmi addosso la scontata accusa di voler consegnare il Paese nelle mani del nemico – avrei sfasciato, senza che nessuno potesse comprenderne le ragioni, un progetto politico che qualche milione di italiani cominciava a ritenere nuovo, forte, credibile, trasparente, anche perché basato su “quella” terna.
La “terna” ha incontrato fin da subito il favore della gente e ha fatto anche da traino all’arrivo di altre ottime candidature. Tanto è vero che Di Pietro ha voluto candidarla in tutte le circoscrizioni italiane per l’alto valore simbolico (e l’appealing elettorale) attribuitole.

(Io poi ho rinunciato a candidarmi nella circoscrizione Isole per un gesto di rispetto e di considerazione nei confronti della Alfano, poiché sembrava probabile – ma poi non è stato così - che in quella circoscrizione si potesse esprimere una sola preferenza e non tre).

Cosa è accaduto, allora? Semplice. Una volta “incartate” le candidature, piano piano, la “terna” è diventata sempre di più una “coppia”. E non certo per mia volontà.

Per prima cosa, è stata ritirata dalla competizione elettorale la foto che ritrae Di Pietro insieme con la “terna”, foto che invece doveva essere l’unico manifesto gigante, 6 metri x 3, dell’IdV in tutto il Paese.

Poi, al momento della compilazione delle liste, senza che nessuno mi abbia interpellato, mi sono ritrovato – al Centro e al Nord Est – collocato agli ultimi posti, in ordine alfabetico, mentre la “coppia” era tra le teste di lista in tutte le circoscrizioni.
Un segnale politico preciso.
Persino nella circoscrizione Sud, da dove io provengo e dove i voti si comprano in mille modi più che altrove, sono finito al sesto posto, dopo un tale che aveva pesantemente attaccato de Magistris per le sue inchieste (naturalmente, io ho pubblicamente difeso l’ex pm, e lo rifarei, perché ho difeso un principio, mentre tutti gli altri sono rimasti zitti).

Ma questa è ancora una di quelle cose che mi aspettavo. Andiamo avanti. Con il passare dei giorni, la mia faccia e il mio nome – già oscurati completamente da tv, radio e giornali - scompaiono da volantini, video, manifesti, addobbi dei palchi, e persino dai discorsi “degli altri”… In Rete - o meglio sui blog di Grillo, Di Pietro e Idv, tutti e tre gestiti dalla medesima società commerciale “Casaleggio e Associati” – compare un logo: “Sonia Alfano e Luigi de Magistris in Europa”. E Vulpio, si chiedono in tanti, dov’è finito? Non deve andare anche lui in Europa? O forse è destinato alla Svizzera? E mi telefonano, mi scrivono… E io zitto… E nessuno che dica una parola…

Intendiamoci. Non ho mai chiesto, né mai preteso, e nemmeno mi aspettavo, che Grillo o Di Pietro o l’IdV – o chi per loro - sostenessero la mia candidatura, come è stato fatto con gli altri due candidati, benché il “progetto” poggiasse sull’idea trainante della “terna”. Ma da qui a essere epurato in malo modo da tutti e tre i blog e da ogni altra iniziativa che non fosse organizzata e pensata da me medesimo, come fossi un corpo estraneo, ce ne corre.

Un esempio, uno solo, farà capire ancora meglio.
Napoli, 23 maggio, Palapartenope. Grande manifestazione con Di Pietro e Grillo, musica e canzoni, con questo e quello, e con il logo della “coppia” che campeggia ovunque, sui tre blog e sui festoni del grande palco… Io, invece, scomparso. Non ci sono nemmeno nei “frames” del video che pubblicizza l’incontro sui tre blog e in cui compaiono tutti, ma proprio tutti, pure il gatto della zia Camilla, ma non Vulpio… E che diamine… Ma nessuno fiata. Tutti zitti…
Quella sera, cercano addirittura di non farmi parlare, cambiando la scaletta ogni due minuti e rinviando sempre e solo un intervento: il mio. Alla fine, devo afferrare un paio di persone per la collottola e alzare la voce. Solo così riesco a fare un intervento (scusate, ma lasciatemelo dire: applauditissimo) di sette-otto minuti.

Tutto questo per dire che la mia “suerte” era stata decisa prima, non dopo le elezioni. Per quanto anche il “dopo”, e cioè il meccanismo delle opzioni, abbia avuto il suo peso. Visto che le “opzioni” non hanno nulla di “tecnico”, come sostiene Di Pietro, ma sono frutto di una scelta politica. Specie se hai candidato una persona in tutte le circoscrizioni e quella ha ottenuto 38 mila preferenze…

Ma andiamo con ordine.
Al Nord Ovest, a urne chiuse, mi “classifico” dopo Gianni Vattimo. A quel punto, se Alfano optasse per il Sud o per le Isole (quella circoscrizione alla quale io avevo rinunciato per lei) sarei eletto. Ma ecco che prima di me, con 237 voti in più, spunta Roberto Louvin, del partito valdostano Democratie Liberté Autonomie, apparentato con l’Idv.
Forse ero l’unico a non saperlo, ma giuro che nessuno mi aveva detto nulla di questo apparentamento… Che strano… In ogni caso, non è certo colpa di Louvin, che ha preso più voti di me e ha il merito di averne portati 9.028 (io, 8.971) all’IdV.
Qui, comincia un'altra storia, che somiglia molto a un giochino davvero sgradevole. Lo dico, ripeto, senza alcun rancore. Anzi, con una certa tristezza.
La Alfano, che in campagna elettorale aveva sempre detto: “Cosa ci vado a fare io in Europa senza Carlo Vulpio?” e che ancora dopo le elezioni, anche sul suo blog, dice: “L’unico neo è l’assenza di Carlo a Strasburgo”, per quasi un mese non smentisce la notizia “ufficiale” diramata con grande fretta dall’IdV il 9 giugno, in base alla quale tutte le opzioni sarebbero state già fatte. Non smentisce, Alfano, nemmeno dopo il mio post in cui parlo di “frettolose opzioni”, che la coinvolgono direttamente.

Poi, diversi giorni fa, la Alfano mi telefona e mi dice che in realtà lei non ha fatto alcuna opzione e non ha firmato ancora nulla. La cosa mi sorprende. Ma potrebbe esser vera, visto che i termini scadono otto giorni dopo il deposito dei risultati definitivi in Corte di Cassazione.
“Carlo – aggiunge la Alfano -, se ci fosse anche un solo modo su mille per recuperarti non esiteremmo (plurale, ndr) a farlo”.
Le chiedo se è sicura di ciò che dice e, soprattutto, se è sicura di poter optare liberamente.
Sicurissima, dice lei.
Allora le prospetto questa soluzione, che sarebbe un forte segnale politico e che potrebbe recuperare in extremis il “progetto” della “nostra” terna: tu Alfano, le dico, potresti optare per le Isole (da dove provieni) e al Nord Ovest subentrerebbe Louvin. Con lui potremmo fare un “patto di legislatura”, in base al quale, dopo un anno o due, o comunque appena Louvin si candidasse in altre elezioni (cosa provabilissima, per non dire certa), io gli subentrerei come primo dei non eletti.
“Bene, parliamone con Louvin”, dice lei.
Lo faccio subito.
Louvin è d’accordissimo.
Risento la Alfano.
Mi dice che deve parlarne con Di Pietro e con de Magistris, ma che la decisione, com’è giusto, sarà sua e solo sua, anche perché lei è stata eletta come indipendente.
La avverto che questa sua opzione scatenerà l’inferno e che se non se la sente è meglio che lasci perdere.
Ma lei mi ribadisce la sua determinazione.
Ci risentiamo il giorno dopo e mi dice di essersi ricordata che Di Pietro, al momento della sottoscrizione delle candidature, aveva chiesto a lei e a de Magistris di lasciar decidere a lui sulle “opzioni”…
(A me, devo dire la verità, Di Pietro questo non lo ha mai chiesto: forse perché immaginava che da “indipendente” avrei obiettato che optare significa scegliere, e che la scelta è un libero e consapevole atto della propria volontà?).

La Alfano però mi ribadisce la sua determinazione e mi promette: “Oggi pomeriggio ti faccio sapere”.
Da quella mattina, sono passati dieci giorni. La Alfano non ha più richiamato.
Devo essere sincero però: immaginavo che la cosa sarebbe finita lì. Ma era necessario che fosse finalmente chiaro come il “dopo” (le opzioni preconfezionate e i finti dispiaceri) sia stato soltanto la chiusura del cerchio di quanto avvenuto “prima” (lo smembramento della “terna”, la creazione della “coppia” e la mia epurazione audio-video-stampa).

Resta da rispondere alla domanda: perché è stato fatto tutto questo? Non bisognerebbe chiederlo a me, ma a chi – persone fisiche, società commerciale, politburo o partito invisibile che sia - ha messo in atto questa “strategia”.

Per parte mia, posso solo provare a fare una ipotesi. Questa: ci sono dei cavalli a cui non puoi mettere né le redini, né il morso e nemmeno la sella. Altrimenti scalciano. Poi ce ne sono altri a cui puoi fare di tutto, anche infiocchettarli e addobbarli con campanelli e lucine colorate e farli trotterellare sulla pista di un circo.
Io, scusate, scalcio.

p.s.
Ringrazio Antonio Di Pietro, che ha avvertito la necessità di scrivere un post che mi riguarda (“Non volto le spalle a Carlo Vulpio”) e in cui fornisce spiegazioni che non condivido. Tengo a precisare tuttavia che non ho bisogno di incarichi né di altre forme di “coinvolgimento” che possano apparire un surrogato della mia mancata elezione. Anche perché gli uomini passano, ma i princìpi restano. E i miei princìpi, io me li tengo ben stretti.

martedì 23 giugno 2009

Puttanicizia e puttanizia. E la malasanità?

CARLO VULPIO BLOG
22 giugno 2009


“Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”.
Così cantava Giorgio Gaber. E aveva ragione. Al punto che lo stesso Silvio Berlusconi, chi lo avrebbe mai immaginato, è in qualche modo rimasto vittima di quel se stesso che è in lui. E’ lui in questo momento la vittima più illustre del suo berlusconismo.

Però. Sultano, satrapo, pigmalione, quello che volete. Ma finora quelle che andiamo leggendo sui giornali sono più che altro storie di puttacinizia.

La puttanicizia è parola usata da Giuseppe Gioacchino Belli, e poi rilanciata da Carlo Emilio Gadda, per significare impudicizia, ed è una fusione tra puttanità (licenziosità, lascivia, per Pietro l’Aretino) e pudicizia.



Possiamo dunque tranquillamente dire, senza offesa per nessuno, che la puttanicizia è il profilo di tutte quelle signore che si mettono in coda per varcare la soglia di certi palazzi. Non soltanto di Palazzo Grazioli o di Villa Certosa ma, da che mondo è mondo, di tutti i palazzi del potere: civile, giudiziario, militare e anche religioso.

Queste storie però sono anche storie di puttanizia. Termine che Ennio Flaiano usava per indicare un’azione ignobile, una nefandezza, una nequizia. E su questo punto c’è solo l’imbarazzo della scelta per stabilire chi, tra tutti i protagonisti – interni ed esterni - abbia fatto più puttanizie.



Certo, queste sono anche storie che avrebbero un rilievo giudiziario e politico enorme se si riuscisse a dimostrare che il presidente del Consiglio è sotto schiaffo, se cioè è ricattato da qualcuna di queste signore al punto da essere costretto a conferirle una carica pubblica.

Ma fino a quando questa prova non c’è, le storie di cui stiamo parlando sono storie di puttanicizia e di puttanizia. Punto. E non c’entra niente nemmeno Monica Lewinsky, perché Bill Clinton fu messo in stato d’accusa non per essersi fatto sollazzare dalla stagista, ma per aver mentito al Congresso su ciò che aveva fatto con lei. Tanto è vero che mai nessuno s’è sognato di tirare in ballo la relazione di Marilyn Monroe (e non solo) con John Kennedy per far dimettere il presidente degli Stati Uniti. Il resto, per quanto puzzolente come soltanto le fogne dei servizi segreti sanno essere, è coreografia: dal fotografo che riesce a scattare cinquemila fotografie, in un posto che dovrebbe essere blindato, quasi avesse la supervista di Nembo Kid, alla signora che avrebbe copulato “microfonata”.

Sulla presunta satiriasi di Berlusconi, uno dei più prudenti, persino in campagna elettorale, è stato proprio Antonio Di Pietro. E ha fatto bene. “Non mi interessa guardare dal buco della serratura nella camera da letto di Berlusconi – ha sempre detto nei suoi comizi Di Pietro -. Mi interessa di più guardare cosa succede nella sala da pranzo degli italiani a causa della politica economica del governo”.
Di Pietro ha capito che battere la strada (è il caso di dirlo) della puttanicizia e della puttanizia non solo avrebbe portato più voti a Berlusconi, se non altro in base al principio del ”chi è senza peccato eccetera…”, ma avrebbe oscurato anche cose ben più serie e importanti. Come in effetti sta accadendo.



La cosa più seria e importante, di cui non si sta parlando è l’inchiesta sulla Sanità pugliese. Un settore che danza sull’orlo di un baratro di bilancio tra i 600 e i 700 milioni di euro. Ma questa è roba tosta. Roba che scotta. E’ un piatto bollente che da anni ambienti giudiziari e politici rigorosamente bipartisan cercano di raffreddare, e di fronte al quale il signor Tarantini e la relativa puttanicizia appaiono poco più che una compagine di smandrappati. Di questa inchiesta, che è l’inchiesta-madre, cosa che qualunque giornalista di buona volontà può facilmente verificare, abbiamo scritto sul “Corriere della Sera” l’otto maggio 2005 ("Sanità, Vendola tradito dall'assessore" e "Bari, la Procura adesso indaga sulla vendita della superclinica"). Sì, i due articoli qui a fianco risalgono addirittura a quattro anni fa.

Naturalmente, la speranza è che l’abbondanza di dettagli intimi, fino al colore pubico delle signore, non faccia velo su tutto il resto. Principalmente sul filone sanitario dell’inchiesta del pm Giuseppe Scelsi. Che è legata all’inchiesta-madre di cui dicevamo prima, oggi condotta dal pm Desirèe Digeronimo, della Direzione distrettuale antimafia di Bari.



L’inchiesta della Digeronimo “recupera” quella del 2005 e ruota attorno allo stesso personaggio-chiave di allora: Alberto Tedesco (Pd), assessore regionale della Sanità con la giunta guidata da Nichi Vendola. Con Tedesco, è indagata anche Lea Cosentino, direttore generale della più grande Asl pugliese, anche lei nominata da Vendola. Tedesco e Cosentino sono accusati di associazione a delinquere finalizzata al falso, alla corruzione e all’abuso di ufficio.



Alcuni mesi fa, in seguito a una miracolosa fuga di notizie dalla procura di Bari, Tedesco viene a sapere dell’indagine e si dimette dalla carica. Subito dopo comincia a fare il pazzo affinché il Pd gli offra un paracadute. Quello dell’immunità parlamentare. Lo ottiene, senza grandi difficoltà, in questo modo: alle ultime Europee il Pd candida il senatore Paolo De Castro (due volte ministro dell’Agricoltura, con i governi D’Alema e Prodi) e per Tedesco, primo dei non eletti alle precedenti elezioni politiche, si libera un posto in Parlamento. Et voilà.



Intanto, l’inchiesta della Dda di Bari va avanti e coinvolge anche la Tradeco, azienda leader nella raccolta e smaltimento di rifiuti al Sud. La Tradeco di Carlo Columella, sponsor elettorale di Tedesco e di Vendola, ma attenta alle esigenze di quasi tutte le forze politiche non meno che alla tutela dell’ambiente, in consorzio con la Cogeam di Emma Marcegaglia ottiene dalla giunta Vendola contratti ventennali per la costruzione di discariche in Puglia.



Tutto questo è stato anche denunciato da un coraggioso cronista di una radio libera, Alessio Dipalo, direttore di Radio Regio Stereo. Ma a Dipalo accade una cosa singolare. Querelato proprio da quegli imprenditori e politici che poi finiranno nell’inchiesta del pm Digeronimo, il cronista si vede chiudere la radio in seguito a un provvedimento del procuratore aggiunto di Bari, Marco Dinapoli. Così, senza che vi fosse stato un processo che si pronunciasse sulla attività “diffamatoria” di Dipalo. Un fatto mai accaduto dal 1976, da quando cioè esistono le radio libere.



Quando però Dipalo viene ascoltato dal pm Digeronimo le sue deposizioni diventano quelle di un super testimone. E il processo in cui il giornalista viene accusato di diffamazione a mezzo stampa (tutt’ora in corso, nella fase dibattimentale) comincia a diventare un boomerang per chi lo ha innescato e anche per chi vi partecipa con grande visibilità. Come fa il procuratore aggiunto Dinapoli, che rappresenta l’accusa e non salta un’udienza.



Nel mio libro “Roba Nostra”, a cui quest’anno è andato il premio Rosario Livatino (e lo dico con una punta d’orgoglio, se permettete), ho anche raccontato un altro particolare. Il 4 aprile 2007 – mentre infuria la polemica sul modo in cui la procura di Bari stava conducendo le indagini sulla scomparsa dei fratellini di Gravina di Puglia, Francesco e Salvatore Pappalardi, che verranno trovati morti -, a sostenere in aula l’accusa contro Dipalo si presentano in due, con scorta e auto blu: lo stesso Dinapoli e il procuratore capo di Bari, Emilio Marzano (da poco in pensione). In due. I due capi. Per una diffamazione a mezzo stampa, non per affrontare Al Capone. Non era mai accaduto, in nessun tribunale italiano.
Questi sono soltanto dei fatti messi in fila. Poi ognuno se ne fa l’idea che più gli aggrada. Ma la domanda che dobbiamo porci è: siamo disposti a non sapere più nulla degli intrecci tra malasanità e rifiuti se in cambio ci dicono tutto su puttanicizia e puttanizia?



lunedì 18 maggio 2009

giovedì 7 maggio 2009

Clementina Forleo "disinnescata"




2 maggio 2009

Siamo un Paese meraviglioso, una delle più riuscite costruzioni geopolitiche alla rovescia. Solo da noi, per dirne una, è possibile, che tolgano la scorta al giudice Clementina Forleo e la mantengono ad Emilio Fede. In Italia, che per magistrati ammazzati è seconda soltanto alla Colombia, Forleo non ha la scorta, e nemmeno la più attenuata forma di protezione che si chiama tutela, mentre Fede ce l'ha.

Forleo e tanti altri magistrati a rischio, perché fanno bene e con onestà il proprio lavoro, non hanno nessuno che li protegge, mentre tanti altri magistrati e politici, a cui non serve, esibiscono questa forma di protezione come status symbol, come segno del potere.

Voi tutti sapete che Clementina Forleo è il giudice che si era occupata, quando era giudice per le indagini preliminari a Milano, delle scalate bancarie dei furbetti del quartierino Ricucci, Coppola, Fiorani, con la complicità dell'ex governatore della banca d'Italia Fazio, mentre Consorte, Latorre, Fassino e D'Alema da sinistra, Comincioli, Cicu e Grillo da destra.

Voi tutti sapete che in seguito a tutte queste vicende la Forleo è stata ingiustamente trasferita da Milano a Cremona. Ma non sapete però, e nessun giornale o TV ve lo ha raccontato e probabilmente non ve lo racconterà, che la presunta incompatibilità ambientale che le è costata il trasferimento, con una decisione del CSM che non ha nulla di giuridico ma sembra un referto medico visto che dice che la Forleo era emotiva, nasce il 6 giugno 2007 in una riunione “segreta” tenuta nella stanza di Anna Finocchiaro in Parlamento. In quella circostanza, testimonianza resa dall'ex parlamentare e magistrato di Cassazione Fernando Imposimato, si sono visti la stessa Finocchiaro, Mastella, Latorre, Guido Calvi (ex parlamentare e avvocato di D'Alema) e altre persone. Tra queste persone la più prudente sembrava essere Mastella, perché in quella circostanza si discuteva se predisporre o meno un'ispezione al Palazzo di Giustizia di Milano, ovviamente un'ispezione che avesse come obiettivo la Forleo, visto che certe telefonate che iniziavano ad essere trascritte preoccupavano diverse persone. Mastella è stato più prudente degli altri perché di fronte all'idea di predisporre un'ispezione avrebbe detto che era giusto attendere le determinazioni di altre e più alte cariche dello Stato. Tradotto dal politichese significava che Mastella riteneva che si potesse procedere soltanto con l'appoggio di altre figure istituzionali, un appello che non si è fatto attendere perché nella stessa giornata, 6 giugno 2007, è immediatamente arrivata una lettera, a firma del Presidente della Camera Bertinotti e del Presidente Senato Marini, che esprimeva la preoccupazione del Parlamento per queste telefonate sulle scalate bancarie.

L'ispezione poi viene eseguita e sappiamo tutti com'è andata a finire, ma in quell'estate caldissima del 2007 succedono altre cose: alla Forleo arrivano minacce, proiettili calibro 38, viene incendiato il raccolto dell'azienda agricola di famiglia in Puglia, e soprattutto che venga preannunciata la morte con una lettera anonima di entrambi i genitori della Forleo, cosa che avviene in uno strano incidente stradale nel quale i suoi genitori muoiono e il marito della stessa Forleo finisce addirittura in coma. Nello stesso periodo, la Forleo viene denunciata da un tenente dei carabinieri di Francavilla Fontana, comune popoloso della provincia di Brindisi in cui la Forleo è nata, per presunte offese nei confronti di questo tenente incaricato delle indagini sulla morte dei genitori del giudice. In questa vicenda accade un'altra cosa strana: a denunciarla, insieme al tenente dei carabinieri, è anche Alberto Santacaterina, pm della procura di Brindisi, che oggi, per questa vicenda, a sua volta denunciato dalla Forleo, è stato rinviato a giudizio a Potenza per abuso d'ufficio e falso ideologico.

Nonostante tutto questo e nonostante sia chiaro a tutti che con la Forleo sono in tanti a dover chiudere i conti, nonostante sia chiaro a tutti che sia stata disinnescata sul piano giudiziario adesso si vorrebbe annichilirla sul piano umano e personale, il 25 aprile arriva una telefonata da un maresciallo dei carabinieri che la informa di due provvedimenti. Non solo non si fa una notifica, come chiede la legge, personalmente nelle mani della Forleo, ma con una telefonata le si comunicano due cose: un provvedimento, a firma del prefetto di Milano Gianvalerio Lombardi, con il quale si revoca la tutela alla Forleo e si mantiene invece un servizio di vigilanza radiocomandata con l'abitazione di Milano; un altro provvedimento, che sembra contraddire il primo, con la quale il prefetto di Cremona, Bruno di Clarafond, comunica che non soltanto viene revocata la tutela ma viene mantenuto soltanto il servizio di sorveglianza radiocollegato con il tribunale di Cremona.

Tutto questo cosa significa? Che Clementina Forleo viene lasciata completamente sola, viene oscurata ogni informazione su ciò che la riguarda, oscurata ogni informazione su ciò che lega la necessaria protezione di questo magistrato, e abrogata ogni memoria recente e meno recente su tutte queste vicende che invece stanno producendo delle conseguenze incredibili e pericolose.

Perché non scriviamo al ministro dell'Interno Maroni, inondando il Ministero dell'Interno di mail, e chiediamo al ministro se non sia il caso di togliere la scorta a Vespa, a Fede, e a quei magistrati e politici a cui la scorta non serve assolutamente, e venga mantenuto il servizio di protezione per un magistrato come Clementina Forleo, soprattutto quando esce dal tribunale di Cremona e va in giro per l'Italia e magari torna nella sua Puglia nella quale sono diversi a non amarla e avere con lei dei conti in sospeso?

Poniamo questo semplice quesito, che possa valere anche per tutti quei magistrati e per tutte quelle persone che sono in prima linea e rischiano davvero senza alcuna scorta ne protezione da esibire come status symbol e segni del potere.

Il silenzio è d’oro, anche quello di Santoro


CARLO VULPIO
6.5.2009


gip di Salerno proscioglie de Magistris e Vulpio. Il Tar Lazio dà ragione a Forleo. Il tribunale del Riesame di Roma scagiona Genchi

Lo avete letto da qualche parte? Ve lo ha detto qualche tv o qualche radio? No, non lo sapete.

Forse qualcuno di voi lo sa, ma giusto perché ha scovato la notizia fra le “brevi”, poche righe e frettolose, o perché avrà letto l’unico articolo che si è occupato della vicenda, raccontandola però in maniera deformata e maliziosa.

E’ successo che io, il giudice Luigi de Magistris, il consulente Gioacchino Genchi e il giudice Clementina Forleo abbiamo avuto tutti ragione, purtroppo, nei diversi procedimenti aperti contro ognuno di noi. Perché purtroppo? Perché dovevamo vederci riconosciuta questa ragione “prima”, non dopo.

Io e de Magistris eravamo accusati di rivelazione di segreti d’ufficio, ma i giudici hanno detto che non era vero.
Così Genchi. Accusato di essere un super spione fuorilegge, l’uomo che per Rutelli e Berlusconi era addirittura all’origine del “più grande scandalo della storia repubblicana”, Genchi è stato riconosciuto innocente.
E Forleo? Il Tar del Lazio le ha dato finalmente ragione. La sentenza con cui il Csm l’ha trasferita a Cremona, ha detto il tribunale amministrativo, è ingiusta, va cancellata, e Forleo, se lo volesse, potrebbe tornare a Milano anche subito.

Ma chi ha raccontato tutto questo? Perché per queste (e altre) vicende nessuno in Italia sente il dovere di fare un giornalismo onesto, quello che in America si individua con la splendida definizione di “honest journalism”?

Eppure c’è stato un linciaggio a reti e giornali unificati durato mesi e mesi, nel silenzio di giornalisti “liberi”, magistrati “indipendenti” e politici “onesti”. Eppure per ognuno di noi è cambiata la vita, perché quando accadono certe cose nulla è più come prima. Eppure lo avevamo detto e qualche volta anche urlato, non è che ce ne stiamo accorgendo adesso.

Non c’è stato niente da fare. Ci danno ragione soltanto ora, cioè “dopo”. E tuttavia, nemmeno questo basta affinché un tg qualsiasi, un giornale qualsiasi, un talk show qualsiasi racconti - ma per intero, senza omettere nulla e senza “dimenticare” nessuno – come sono andate a finire quelle vicende che hanno causato il trasferimento di Forleo e de Magistris, la revoca dell’incarico a Genchi, la decisione del direttore del giornale per il quale lavoro di “sollevarmi” dall’incarico per le inchieste di cui mi stavo occupando.

Pensate, non lo ha fatto nemmeno Michele Santoro. Nella puntata di Anno Zero sull’informazione, in cui si sarebbe dovuto parlare di giornalismo “sdraiato” e “oscurato”, Santoro non ha trovato un minuto, un secondo, un attimo, per chiedere ai suoi ospiti – che so, a Paolo Mieli per esempio – com’è che il 3 dicembre 2008 mi hanno improvvisamente fatto smettere di scrivere su quelle inchieste che sono state all’origine dei guai di de Magistris, Forleo e Genchi, e che io seguivo da due anni.

Un dibattito sul giornalismo oscurato che non parli del più clamoroso caso di oscuramento degli ultimi vent’anni, come dimostra la catena di sant’Antonio di rimozioni e trasferimenti che ne è seguita, è un’operazione ardita. Spiace dirlo, ma quella puntata di Anno Zero non è stata un esempio di “honest journalism”.

Una volta Marco Travaglio, ospite di Daniele Luttazzi, disse che la differenza tra la Francia (dov’era in visita il premier Berlusconi) e l’Italia, per quelli che fanno il nostro mestiere, era che in Francia i giornalisti fanno domande. Ecco, io non so perché nemmeno lui abbia fatto una domanda, una sola, agli ospiti della trasmissione – che so, a Paolo Mieli per esempio.

Sono portato a credere che Santoro possa averglielo impedito, e infatti Travaglio nella sua rubrica ha fatto un eccellente intervento su Genchi. Ma poiché non so se sia andata davvero in questo modo, giuro che appena vedo Marco glielo chiedo.

Nemmeno Vauro, che io (come tanti altri) ho difeso quando è stato sospeso, ha fatto sentire la sua voce, o almeno il graffio della sua matita. Vauro, sospeso per una settimana, ha ricevuto (giustamente) tanta solidarietà pubblica. Io, sospeso “ad interim” e abrogato da Anno Zero come si sbianchetta una foto compromettente, non ho ricevuto nemmeno una telefonata di solidarietà privata da Vauro.

Nessuna telefonata nemmeno da Michele Santoro. Al mattino, il giorno della puntata sull’informazione, gli avevo anche inviato un sms. Nessuna risposta anche all’sms. Giuro: non gli ho mai fatto niente di male, né mai ho avuto screzi con lui. Anzi.

Non so cosa sia accaduto prima di quella puntata di Anno Zero. E forse non voglio nemmeno saperlo. Ma poiché non si tratta di un fatto personale, per principio e per rispetto di tutti quelli che mi seguono sul blog e hanno letto il mio libro “Roba Nostra” non posso anch’io far finta di nulla.
E quindi, per ora, almeno una domanda la faccio: sarà stata questa la puntata “riparatrice” che era stata chiesta a Santoro per evitare rogne? Tipo un trasferimento, una sospensione, una sollevazione dall’incarico?

martedì 7 aprile 2009

CARLO VULPIO

Pubblichiamo il video ed il testo dell'intervista a Clementina Forleo e Carlo Vulpio, realizzata dal nostro inviato, sul tema dell'informazione.
Alle elezioni europee di giugno torniamo in Europa, con l'informazione vera.
Testo dell'intervista:
Claudio Messora: "Oggi andiamo a Catania. L'occasione è quella della presentazione del libro "Roba Nostra", dello scrittore giornalista Carlo Vulpio, che ha pagato a caro prezzo la sua determinazione nel non lasciarsi imbavagliare circa le indagini denominate Why Not e Poseidon. Ha pagato con la rimozione dal suo incarico presso il Corriere della Sera, il giornale diretto da Paolo Mieli dove lavorava. Oggi Carlo Vulpio si candida da indipendente nelle liste dell'Italia Dei Valori per le prossime elezioni europee."

Carlo Vulpio: "Mi è stata proposta questa candidatura da indipendente affinchè continuassi a fare, con un impegno politico diretto, un lavoro da indipendente, che era quello che facevo fino a qualche settimana fa, per il giornale dove lavoro. Adesso sono in aspettativa perchè ho accettato questa candidatura, che è appunto indipendente perchè nessuno mi ha chiesto nulla in cambio, se non l'impegno a portare un valore che in Italia è un valore scarso, quello della libertà di informazione che non è garantita, quello di un'informazione vera che è un valore non ancora garantito e che ci vede collocati negli ultimi posti in Europa e nel mondo."

Claudio Messora: "All'incontro partecipa anche Clementina Forleo, un magistrato che a sua volta ha pagato a caro prezzo la sua determinazione nel portare avanti il caso dei "Furbetti del quartierino", che coinvolgeva tra gli altri anche Fassino e D'Alema.
Per ogni cittadino italiano uno dei diritti fondamentali è partecipare alla vita politica della polis decidendo attivamente leggi e regole comuni. Sembra però che oggi ci sia qualcuno che contesta che questo diritto possa applicarsi anche ad un magistrato."

Clementina Forleo: "Un magistrato, come tutti i cittadini, può scendere in politica, e può fare della sua esperienza un patrimonio fondamentale per partecipare attivamente alla politica, intesa con la 'P' maiuscola. Ritengo però che nel momento in cui un magistrato decida di scendere in campo, debba essere necessariamente una scelta irreversibile, non può tornare a prendere la toga perchè ne verrebbe intaccata la sua immagine di imparzialità e indipendenza. Questo è un principio che io ho sempre affermato. Devo dire che mi meraviglia che solo alcuni giorni fa, con la discesa in campo di Luigi de Magistris, il problema sia stato sollevato da vertici della magistratura quali Nicola Mancino, e si sia gridato allo scandalo da parte di grossi esponenti della politica e del giornalismo. Ritengo che queste persone abbiano poca memoria e che questa discesa in campo sia pericolosa."

Carlo Vulpio: "Le parole sono importanti, e con le parole ci imbrogliano. Un esempio è questo continuo utilizzo della parola legalità, trasformata immediatamente in giustizialismo. Cioè chiunque di noi, chiunque di voi chieda l'applicazione della legge per quel famoso Articolo 3 della Costituzione, perchè ritiene che la legalità è il potere dei senza poteri, per ciò stesso evocherebbe un intervento giustizialistico, un dispiegamento di forze giustizialiste che godono al tintinnar di manette. Ecco il primo imbroglio.
Noi che stiamo qui a parlare adesso, siamo dei sovversivi. Se venisse qualcuno di questi tempi in Italia ad osservare un incontro di questo tipo e avesse sentito l'intervento della dottoressa Forleo, dedurrebbe che qui si sta lavorando alla costruzione di un covo di sovversivi, perchè si sta addirittura ponendo il problema della vigenza dell'articolo 3 della Costituzione. Niente di meno! Io l'altro giorno ho letto sul mio quasi ex giornale una filippica contro l'articolo 3 della Costituzione, e piano piano mi andavo convincendo che effettivamente anche io fossi dalla parte dei sovversivi, laddove arrivato al commento dell'articolo 3, secondo comma, della Costituzione, cioè quello che materialmente dovrebbe rimuovere gli ostacoli che si frappongono ad un'uguaglianza effettiva, diceva il commentatore di cui non farò il nome per non fargli pubblicità, che era troppo generico quest'articolo 3 della Costituzione, era troppo ampio, era troppo! E' fondamentale questo passaggio. Si comincia così. Si comincia a gettare il sasso nello stagno. Si comincia con il grande giornale, il grande commentatore magari un tanto al chilo, che propone un articolo di questo tipo, si dice tecnicamente 'detta l'agenda', detta l'agenda politica, del dibattito pubblico, e una volta dettata l'agenda le pecore, il pubblico, l'opinione pubblica che non esiste, è un'invenzione, l'opinione pubblica non c'è, segue.
E' proprio internet, è proprio la rete che in qualche maniera ci ha salvati. Ha salvato quelli come noi: giornalisti, magistrati, lavoratori comuni che non avrebbero più potuto far sentire la loro voce, sarebbero entrati definitivamente in un cono d'ombra, se non ci fossero stati i blogger, i blog, il cosiddetto popolo della rete. E grazie alla rete si è formata un'opinione pubblica nuova, con caratteristiche totalmente inedite, che ovviamente hanno allarmato i tradizionali poteri, anche quelli che editano i giornali. Se una nuova opinione pubblica si forma sulla rete, e se la rete ci salva, allora la rete diventa pericolosa. Se la rete non ci fosse stata noi non avremmo potuto parlare adesso, così, a centinaia, migliaia, milioni di persone, e probabilmente le nostre storie sarebbero state storie eccellenti, ma sarebbero deperite in questa loro eccellente solitudine."

Clementina Forleo: "Io credo che se siamo qui, se siamo qui questa sera a parlare di queste cose, che poi sono i temi fondamentali del libro Roba Nostra, è perchè ci sentiamo un poco intrappolati, perchè purtroppo la trappola, senza accorgercene, è scattata sulle regole, sulla democrazia, sulla legalità, sulla giustizia, sull'etica... cioè è scattata su quelli che dovrebbero essere i termometri di una democrazia moderna. E allora dobbiamo cercare di evitare di fare la fine appunto di quel famoso topolino di un altrettanto famosa metafora, il quale appunto preso in una trappola, ai suoi amici intenti a liberarlo diceva che non si lamentava poi della trappola, ma si lamentava della cattiva qualità del formaggio. E allora leggendo i giornali, soprattutto negli ultimi tempi, io ho paura appunto di questo, del fatto che ci stiamo convincendo che tutto sommato stiamo meno male di quanto si può stare.
La rete ci salva e ci salverà. Io fino a poco tempo fa avevo una speranza. Avevo la speranza che alcune testate conservassero dei margini di libertà. Purtroppo mi sono resa conto che anche in questo campo sono stata un po' ingenua, e che ultimamente le testate più libere si sono un po' asservite, probabilmente perchè i tempi sono difficili e bisogna assecondare i poteri forti, dove per poteri forti in questo caso intendo i potentati economici e politici che sorreggono le grosse testate. Quindi i blog, internet e la rete, nell'immediato quanto meno (mi auguro che nel medio e lungo termine le cose possano cambiare) sono destinati a sostituire la classica informazione, che è un'informazione deviata, un'informazione deviante, un'informazione che non ci passa le cosiddette notizie."

Carlo Vulpio: "In Italia siamo, per libertà di informazione, agli ultimi posti in tutte le classifiche europee e mondiali. Questo non è un fatto grave in sè, è un fatto grave perchè attraverso l'informazione che è uno snodo strategico, passano mille altre cose, alcune delle quali fondamentali per il destino di un paese. Pensate a come è stata trattata la giustizia."

Clementina Forleo: "Sul caso Salerno - Catanzaro, per esempio, è stata forse volutamente fatta passare l'opinione, attraverso un'informazione non sempre fedelissima, l'idea di questo scontro, di questa guerra tra Salerno e Catanzaro. A mio avviso non si è trattato di uno scontro, perchè uno scontro presuppone due corpi in movimento. In questo caso Salerno aveva legittimamente, come è stato appurato dal Tribunale del Riesame, disposto una perquisizione e un sequestro di atti nei confronti appunto di Catanzaro. Catanzaro non poteva replicare con un contro-sequestro per il semplice motivo che i reati ipotizzati da Catanzaro dovevano essere denunciati all'autorità competente, cioè appunto un'altra autorità, perchè evidentemente i magistrati di Catanzaro non potevano autodifendersi. Quindi non tanto la politica ma la stessa magistratura ha voluto consgnare al potere dei magistrati che stavano facendo onestamente il proprio lavoro e avevano toccato, come aveva toccato poi in fondo Luigi de Magistris, dei nervi scoperti che toccavano anche lo stesso potere giudiziario in Calabria, e che avevano aperto uno squarcio sul terzo potere dello Stato, e che poteva poi far saltare dei nervi anche in altri territori dello Stato."

Carlo Vulpio: "Pensate a come è stata trattata l'economia, pensate a come è stato trattato il lavoro dall'informazione. Un'informazione addomesticata, un'informazione orientata non serve. Per entrare davvero in Europa noi abbiamo bisogno di una informazione a livelli europei. L'Italia ai livelli europei, da questo punto di vista, non è ancora arrivata.
Tutto quello che accade nella sfera pubblica è affare nostro. Se noi non ce ne occupiamo, qualcun altro farà in modo di occuparsene al posto nostro."

Giudici e giornalisti italiani cercano rifugio nell’Unione Europea

Vi segnaliamo un articolo pubblicato il 23 marzo 2009 da "Information", quotidiano della Danimarca, a firma di Mads Frese, sulla candidatura di Carlo Vulpio al Parlamento europeo.

In Italia alcuni giudici e giornalisti si sentono costretti ad assumere un ruolo attivo in politica. ‘Vogliamo verificare se la società civile è ancora in grado di reagire’ dice il giornalista Carlo Vulpio candidato per le elezioni Europee di giugno.

Molti di coloro che pensavano di poter difendere la democrazia in Italia applicando la legge o scrivendo critica giornalistica, hanno capito che ci vogliono altri mezzi. La settimana scorsa il pubblico ministero Luigi De Magistris e il giornalista Carlo Vulpio si sono candidati alle elezioni europee che si terranno a giugno per il partito di opposizione Italia dei Valori.

Candidandoci alle elezioni europee, usiamo un’uscita di emergenza. L’Italia è in coda in tutte le indagini sulla libertà di stampa in Europa e ciò dovrebbe far suonare tutti i campanelli di allarme. La situazione può solo peggiorare se iniziano a spararci”, dice Carlo Vulpio a Information.

Nel 2005 Luigi De Magistris, allora pubblico ministero della città di Catanzaro nell’Italia del sud, si occupò di una società che costruisce impianti di depurazione usufruendo di un contributo dall’UE di 800 milioni di euro. Ma l’acqua non diventò pulita - al contrario. Allo stesso modo, De Magistris ha compiuto indagini su un’agenzia di lavoro che, nonostante ingenti sovvenzioni pubbliche, non ha mai procurato un singolo posto di lavoro.

Egli ha rivelato una rete di persone, tra cui un capo della polizia segreta, il vice presidente della giunta regionale in Calabria, un segretario di partito, un segretario di un ministro e molti colleghi, che hanno sistematicamente rubato fondi pubblici (stanziati dall’Europa) nella regione più criminale d’Europa.

Nell’autunno del 2007 De Magistris è stato trasferito su ordine del suo capo: “Se parte della magistratura non fosse stata coinvolta, la criminalità organizzata sarebbe stata sconfitta. Il collante di questo sistema sono i poteri occulti che governano le istituzioni. La mia indagine ha agito proprio in questi contesti, e direi che è stato uno dei i principali motivi per cui mi hanno trasferito dalla Calabria “, ha detto Luigi De Magistris.

Il tribunale di Salerno, competente per le indagini sul tribunale di Catanzaro, aveva già ricevuto numerose denunce nei confronti di De Magistris. Tuttavia le denunce non sono state accolte e i giudici di Salerno hanno osservato che i colleghi di De Magistris di Catanzaro avevano cercato di sabotare l’inchiesta.

“Questo, come tutti sapevano ma nessuno ha osato dire, si stava per svelare in Calabria e in altre regioni del sud Italia. Non ci sarebbe mafia o corruzione diffusa, se una gran parte del potere giudiziario (in particolare ai piani alti) non coprisse o fosse direttamente coinvolta in questo scandalo”, spiega Carlo Vulpio.

L’ultima occasione
L’Italia dei Valori è stata fondata dall’ex p.m. Antonio Di Piero, che agli inizi degli anni 90 partecipava all’operazione Mani Pulite. Di Pietro fu però vittima di una serie di tentativi di diffamazione, orchestrata da Berlusconi, e scelse quindi di dimettersi ed entrare in politica.

Per i giudici ‘la soluzione finale’ è vicina. Per Berlusconi i giudici rappresentano quello che gli ebrei rappresentarono per Hitler: una razza indegna che deve essere eliminata”, ha dichiarato Antonio Di Pietro un paio di mesi fa.

Se Berlusconi vincerà anche le elezioni per il parlamento europeo, potrà inventarsi qualsiasi cosa”, avverte il nuovo segretario del Partito Democratico, Dario Franceschini. Il suo predecessore Walter Veltroni ha deciso di dimettersi in febbraio, dopo che la destra ha consolidato la sua posizione di potere alle elezioni locali in Abruzzo e Sardegna. Oltretutto il maggior partito di opposizione è stato coinvolto in una serie di casi di corruzione nelle amministrazioni locali di alcune regioni. Perciò al momento l’Italia dei Valori è l’unico partito con una linea coerente e di principio nella lotta alla mafia.

“Vogliamo verificare se la società civile è ancora in grado di reagire. Se non ci sarà reazione, ne prenderemo atto e ce ne andremo all’estero o ci rifugeremo nella vita privata”, dice Carlo Vulpio.

Sabato a Napoli oltre 100,000 persone hanno partecipato alla più grande manifestazione di sempre contro le organizzazioni mafiose, che hanno una influenza sempre maggiore sulla vita in Italia.

Italia imbavagliata

CARLO VULPIO

Pubblichiamo il video ed il testo dell'intervento di Carlo Vulpio, giornalista e candidato indipendente nelle liste dell'Italia dei Valori alle elezioni Europee del 6 e 7 giugno, sul tema dell'informazione.
"Il Governo manovra per piazzare uomini di fiducia a capo dei giornali di maggior prestigio
Il cataclisma finanziario, la crisi pubblicitaria, l’adattamento all’universo digitale e i licenziamenti dei giornalisti sono temi comuni a tutti i giornali del mondo.
Molti esperti, e non pochi lettori, temono che tale situazione incida sulla qualità della stampa. In Italia, forse il paese europeo insieme alla Russia in cui il controllo politico dei media è meno discutibile, l’inquietudine è doppia.
Al duopolio televisivo, o più semplicemente monopolio assoluto, formato da Mediaset e RAI, potrebbe aggiungersi molto presto una sorta di rivoluzione della stampa.
Dietro a questo movimento tellurico in elaborazione risuona il solito nome: Silvio Berlusconi, magnate dei media e primo ministro, il cui nuovo obiettivo sono le due testate giornalistiche milanesi di maggior prestigio, Corriere della Sera, il più importante quotidiano italiano, e Il Sole 24 Ore, il principale giornale economico nazionale.
“Questa volta Berlusconi non farà prigionieri, vuole controllare tutto e lo farà”, dice Giancarlo Santalmassi, giornalista RAI dal 1962 al 1999 e direttore di Radio24 fino a quando, l’autunno scorso, fu allontanato dopo essere stato dichiarato nemico ufficiale del Governo del Cavaliere nel 2006.
Enzo Marzo, storico giornalista del Corriere, è pienamente d’accordo con Santalmassi; giovedì scorso, nel corso di un dibattito sulla libertà di stampa che si è svolto presso la sede della Commissione Europea a Roma, ha affermato che la battaglia per la direzione del giornale è già iniziata.
Il nucleo dirigente del gruppo RCS (editore di Unedisa in Spagna) e proprietario del Corriere, spiega Marzo, ha ritirato la fiducia al direttore del quotidiano, Paolo Mieli, e sta valutando due sostituti: il primo, Carlo Rossella, sponsorizzato da Berlusconi e il secondo, Roberto Napoletano, direttore de Il Messaggero che, come ricorda Marzo, “divenne famoso durante l’ultima notte elettorale perchè fu pizzicato da una telecamera mentre concordava al telefono con il portavoce di Casini (leader dei democratici dell’UDC e genero dell’editore del quotidiano) il titolo principale che avrebbe piazzato il giorno dopo”.
Rossella è il presidente di Medusa, società di distribuzione cinematografica di Berlusconi, ed ha ricevuto la benedizione de Il Giornale, quotidiano della famiglia del magnate che ha ricordato che il Cavaliere “lo tiene particolarmente a cuore e gli ha già dato l’incarico di dirigere le sue due più grandi testate, Panorama e TG5.”
All’interno del RCS, Rossella conta su altri importanti sostenitori: Diego della Valle, proprietario di Tod’s e della Fiorentina, e Luca Cordero di Montezemolo, patron della Fiat e del gruppo Ferrari e amministratore delegato de La Stampa.
Ma la parola di Berlusconi sarà quella decisiva, spiega senza ombra di pudore il quotidiano di suo fratello, perché mentre la crisi strangola i giornali, “l’intero sistema bancario dipende dal primo ministro”.
Napoletano ha le sue carte: non dispiace a Berlusconi ed è tra i pochi che comunicano telefonicamente con Giulio Tremonti, ministro dell’Economia ed editorialista de Il Messaggero.
Secondo Il Giornale il ministro “sa che il peggio della crisi economica sta per arrivare” e la sua idea è quella di piazzare Napoletano a Il Sole (proprietà, come Radio24, del patronato di Confindustria) e di passare al suo attuale direttore, Ferruccio de Bortoli, il timone del Corriere.
Se non parlassimo dell’Italia tutto questo affanno sarebbe inverosimile, degno al massimo di un articolo scandalistico. Ma tutte le fonti sono concordi nel segnalare che si tratta di “manovre serie e reali” il cui effetto causerà “un terremoto”.
Il malcontento del Governo nei confronti di un altro giornale, La Stampa di Torino, proprietà della Fiat è palese. Secondo l’entourage berlusconiano, il suo direttore Giulio Anselmi sarà tentato con un’altra importante poltrona: quella di presidente dell’agenzia ufficiale Ansa. Se dovesse accettare, prenderebbe il suo posto un direttore meno ostile al Governo.
Mentre questo disegno politico prende corpo, i media italiani cercano, per quanto possibile, di tener testa a questa tempesta. Il presidente del RCS Piergaetano Marchetti, che ha visto nel 2008 scendere i profitti del gruppo a 38 milioni di euro rispetto ai 220 milioni del 2007, ha confermato che stanno soffrendo “tagli pubblicitari feroci ed immediati”.
E il suo amministratore delegato ha annunciato che l’andamento del gruppo dei primi mesi dell’anno obbligherà a “una riduzione del personale”. “Bisogna agire sui costi e sui modelli economici in Italia e all’estero”.
Marco Benedetto, vicepresidente del Gruppo Espresso, prevede anch’egli “tagli e cambiamenti”. Ironicamente Benedetto non è pessimista sul futuro del settore: “Tra una decina d’anni sarà splendido”.

Questo articolo non è uscito su un giornale italiano. Lo ha scritto un giornalista spagnolo, Miguel Mora, ed è uscito su un noto quotidiano spagnolo, El Pais. Lo avrei voluto scrivere anche io, ma non me lo pubblicavano."

giovedì 12 marzo 2009

UNA NUOVA TANGENTOPOLI


La nuova Tangentopoli è peggio di quella del ’92: è più semplice e più raffinata nei meccanismi, è più remunerativa e più perfetta. Ed è per questo che è molto più difficile raccontarla su giornali e tv. E quando qualcuno ci prova, viene “sollevato” dall’incarico. Storia di una censura al Corriere della Sera. E della metastasi degli yesmen tra giornalisti e magistrati.

di Carlo Vulpio, da MicroMega 1/2009

Non ci sono martiri, né eroi in questa storia.
E non c’è nemmeno un Humphrey Bogart che dica: “E’ la stampa, bellezza”. Ci sono soltanto giornali e giornalisti. Fatti della vita, che spesso sono fatti scandalosi, e modi diversi di raccontarli. Poteri forti e uomini deboli.
Come forse qualcuno già sa, per il mio giornale, il Corriere della Sera, mi sono occupato per quasi due anni delle inchieste Poseidone, Why Not e Toghe Lucane dell’ex pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, e delle disavventure, chiamiamole così, di Clementina Forleo, da quando l’ex gip di Milano ha cominciato a occuparsi delle scalate bancarie illegali Unipol-Bnl-Antoveneta-Rcs.
Su queste cose, e su altre molto simili, ho scritto anche un libro, “Roba Nostra” (il Saggiatore), in cui si narra di una Nuova Tangentopoli italiana: il primo punto fermo sul quale si basa questa riflessione.
Molti, a destra e a sinistra, naturalmente interessati a smontare sia il contenuto di queste inchieste, senza conoscerle né discuterle, sia l’idea stessa che possa esserci una Nuova Tangentopoli hanno di volta in volta cercato di liquidare le une e l’altra. Come un rigurgito di giustizialismo, come l’irresistibile mania di protagonismo dei soliti magistrati in cerca di autore, o come l’insopprimibile desiderio di riattivare quel circolo (definito sarcasticamente anche circo) mediatico-giudiziario che porta certe notizie fin sui giornali (ma guarda un po’). Insomma, tutto l’armamentario propagandistico che di fronte a un problema serio sposta sempre il problema un po’ più in là per parlar d’altro e rovesciare le parti. Così il problema, il “caso”, per tornare a noi, sono diventati de Magistris e Forleo.
Sapete tutti com’è andata a finire. Forleo e de Magistris trasferiti con motivazioni risibili, pretestuose, addirittura inesistenti e le loro inchieste fatte a pezzi. Anche se alcuni mesi dopo la loro defenestrazione e l’uscita di “Roba Nostra” sono stati in molti, a destra e a sinistra, a riconoscere come stanno realmente le cose. Due persone, in modo particolare. L’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e Primo Greganti, sì, proprio l’uomo del “conto Gabbietta” e delle tangenti rosse. Entrambi, Ciampi e Greganti, hanno detto la stessa cosa: oggi non è “come”, ma è “peggio” di Tangentopoli ’92.
Se la nuova Tangentopoli è più grave della vecchia, allora si capisce meglio perché scriverne e parlarne in tv e sui giornali è cosa molto, molto più difficile di quanto non lo fosse nel ’92. E non solo perché è cambiata l’aria, o perché ci sono dentro tutti (anche allora c’erano dentro tutti, ma alcuni hanno pagato e altri no), quanto perché questa Tangentopoli è davvero “nuova”: innanzi tutto è, al tempo stesso, più semplice e più raffinata nei meccanismi; poi, è più remunerativa e più nascosta; infine è di una trasversalità perfetta, in alcuni casi sembra studiata a tavolino affinché i suoi protagonisti “simul stabunt, simul cadent”.
Per questa ragione, nessuno di noi (pochi) giornalisti che avevamo deciso di scrivere ciò che sapevamo si è mai illuso che il giorno dopo avrebbe continuato a scrivere sull’argomento. In questi ultimi due anni però, bene o male, ci siamo riusciti. Con prezzi alti, in termini di costi umani e professionali, ma ci siamo riusciti.
Abbiamo scritto di questa Nuova Tangentopoli nonostante non operassimo in “pool”, come facevano i cronisti ai tempi di Mani Pulite, ma fossimo altrettanti cercatori di notizie “maledetti e solitari”. E nonostante tutti quei “colleghi” che, pur avendo le nostre stesse notizie, sceglievano di non pubblicarle, di non battersi all’interno dei rispettivi giornali per pubblicarle, o addirittura facessero a gara per “smentire” quelle notizie prima ancora di venirne a conoscenza e di verificarle.
Per questa “presenza” del Corriere della Sera sulle inchieste più delicate del Paese, nell’estate del 2007, i magistrati di Matera indagati in Toghe Lucane mi hanno accusato (assieme ad altri quattro giornalisti e a un capitano dei carabinieri) di “associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa”, un reato inedito e delirante, per il quale sono ancora indagato.
Le indagini a nostro carico sono state prorogate quattro volte. Ma per questa vicenda nessuna presa di posizione “garantista” da parte dei commentatori un tanto al chilo della “libera stampa”. Per questa vergogna, nemmeno un decimo dell’attenzione riservata da stampa e tv per le proroghe d’indagine, naturalmente subito condannate, decise nelle vicende abruzzesi, campane, toscane, in cui sono indagati politici e imprenditori, cioè i principali protagonisti di ogni tangentopoli che si rispetti.
Con l’imputazione di “associazione a delinquere eccetera”, i magistrati di Matera mi hanno intercettato e hanno ascoltato tutto ciò che dicevo con i miei colleghi e con il mio direttore, e hanno intercettato - meglio sarebbe dire: spiato -, anche l’ufficiale dei carabinieri e il pm de Magistris che parlavano delle indagini su quei magistrati indagati. I quali si sono trasformati d’autorità in indagatori dei loro indagatori (una vera e propria anticipazione, quasi un esperimento, di quanto avverrà a dicembre 2008, nella cosiddetta “guerra” tra le procure di Salerno e Catanzaro).
Quando accadde tutto questo, che se non è un vero e proprio golpe giudiziario molto vi somiglia, tra i pochi a capire cosa stesse succedendo e cosa ci stessero combinando - come giornale e come informazione libera, intendo -, fu proprio Paolo Mieli. L’ho scritto anche in “Roba Nostra”, in un momento non sospetto. Quindi il valore di questa testimonianza è doppio.
Mi disse Mieli: “La cosa più grave, più terribile che possano fare a uno di noi, a un giornalista, è questa. Intercettarlo e metterlo sotto controllo in questo modo. Dopo di che, possono solo sparargli”.
Io lamentai il silenzio degli altri giornalisti. Ma capii che anche il direttore del mio giornale era sotto tiro e sotto pressione come me, a causa di quelle inchieste raccontate dal Corriere, e uscii dalla sua stanza forte di una convinzione: che “l’intesa” con un direttore che rischiava di suo facendomi scrivere certe cose valesse molto di più di scontate dichiarazioni di solidarietà dei “colleghi” e della “categoria” (che in ogni caso non ci sono state). Insomma, la migliore dimostrazione che non fossi solo e che non rischiassi l’isolamento era nel fatto che i miei articoli su quelle vicende, che ormai erano diventate il più grave scandalo giudiziario dal dopoguerra, potessero continuare a essere pubblicati.
Invece, il 3 dicembre scorso, dopo un mio articolo ricco di nomi eccellenti sulle perquisizioni e sui sequestri ordinati dai magistrati di Salerno nei confronti dei magistrati di Catanzaro, sono stato improvvisamente “rimosso” da quel servizio. Stop. Basta. Senz’alcuna motivazione. E da quel momento non posso più scrivere di Salerno, Catanzaro, Poseidone, Why Not, Toghe Lucane.
Ma come, lo stesso Mieli che fino a quel momento si era fatto “garante” della mia libertà e quindi della mia incolumità, proprio lui dice basta? Articoli fatti male? Tutt’altro. Qualche grave “scivolone” su un fatto, su una circostanza di rilievo, su un dettaglio? Nemmeno.
Dopo, molti giorni dopo, nel mio giornale circolerà voce che ero stato rimosso perché ero “indagato”. Un tentativo debole di dare una motivazione alla mia rimozione. Ma anche un tentativo maldestro, perché non specificava che ero, e sono, indagato per quella acrobazia giuridica definita “associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa”, elaborata strumentalmente dalla procura di Matera. Avrebbe dovuto scattare come un sol uomo, la “categoria”, di fronte a un fatto così grave e così palesemente fuori dalle regole del diritto. Per difendere me, ma soprattutto per difendere il principio di libertà e indipendenza dell’informazione. E invece eccola pronta a farne un motivo di autogiustificazione della propria condotta.
Ma poi, cosa c’entra Matera con la cosiddetta “guerra” tra le procure di Salerno e Catanzaro, che stavo seguendo?
E in ogni caso, cosa c’entra accampare questa motivazione balorda basata su una figura di reato balorda, a sua volta basata sull’assenza di qualsivoglia processo o sentenza che abbia definito diffamatori i miei articoli? Articoli che, al contrario, in questi due anni hanno trovato via via conferma negli sviluppi delle indagini. Articoli che in diversi casi sono stati inchieste giornalistiche dalle quali – dopo – sono scaturite inchieste giudiziarie.
Ancora. Si può davvero credere che siccome un giornalista viene querelato da un cittadino, o peggio da un indagato, debba per ciò stesso smettere di occuparsi dei fatti che coinvolgono quel cittadino o quell’indagato?
Se siamo a questo punto, allora chiunque (ma già siamo su questa strada) userebbe la querela (e ormai anche la citazione al risarcimento danni) proprio per centrare l’obiettivo di togliersi (o far togliere) dai piedi il giornalista “indesiderato”. Come del resto è stato fatto per il pm Luigi de Magistris, quando ha iscritto tra gli indagati Clemente Mastella. Qual è stata l’abnormità logica, prima che giuridica, concepita in quel caso per trasferire de Magistris? Si è detto: un pm che indaghi sul ministro si mette in una posizione di conflitto di interessi con il ministro indagato… Ne consegue, quindi, che non si può indagare un ministro (nemmeno quando quel ministro, come nel caso di Mastella, era indagato per fatti risalenti al periodo in cui era senatore). Ma per favore!
La verità è che io dovevo smettere di occuparmi di ciò che avevo seguito per due anni per una ragione molto semplice. Una ragione che trascende i direttori di testata. In Italia, poi, li sopravanza di parecchie lunghezze, non c’è gara. Ed è la ragione della forza.
La forza dei poteri forti, che si sono sentiti in pericolo per le inchieste di magistrati che svolgevano il proprio compito di servitori dello Stato senza accucciarsi sotto l’ala protettiva dei politici e dei magistrati come loro. Ma, al contrario, hanno messo sotto accusa proprio i magistrati, come mai era stato fatto prima, facendo emergere un dato sconvolgente, che nessun procedimento disciplinare e nessun trasferimento potranno mai fiaccare.
Questa storia, che non ha martiri e non ha eroi, è, pensateci bene, anche una storia di trasferimenti decisi da altrettanti poteri forti: la magistratura ha trasferito Forleo da Milano a Cremona e de Magistris da Catanzaro a Napoli, il Vaticano ha fatto cambiare aria al vescovo di Locri, monsignor Giancarlo Bregantini, mandandolo a Campobasso, l’Arma dei carabinieri ha trasferito nelle Marche il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris in Basilicata, la procura generale di Catanzaro (quella che secondo i magistrati di Salerno ha avocato illegittimamente l’inchiesta Why Not) ha sollevato dall’incarico il consulente informatico del pm de Magistris, Gioacchino Genchi. Mancava un giornalista. E’ toccato a me.
I poteri forti, dicevamo. Tra questi, vi è senz’altro la magistratura. Ma cosa fa paura davvero in tutta questa storia? Qual è la novità indicibile? Eccola. Partendo dalla Calabria e dalla Lucania, su su per l’Italia intera, stava venendo fuori ciò che in fondo tutti pensavano ma non osavano confessare nemmeno a se stessi. E cioè che non c’è mafia e non c’è tangentopoli e non c’è corruzione e non c’è sistema di malaffare che regga e prosperi, come purtroppo accade in Italia, se non ci sono interi pezzi di magistratura, soprattutto ai livelli direttivi, che garantiscono e coprono questo sistema di nefandezze e in moltissimi casi vi partecipano a pieno titolo.
E’ stata la prima volta che un potere forte come la magistratura si è trovata a doversi confrontare non con il problema di alcune “mele marce” al suo interno, ma con una realtà ben più estesa e radicata, che minacciava, partendo da Toghe Lucane, di provocare uno sconquassante effetto domino per “il sistema”.
Ecco dunque spiegata la corsa del ceto politico – ma non era l’avversario “storico” della magistratura? – a difendere i magistrati inquisiti per reati gravissimi e a garantirli nei loro posti e nelle loro funzioni. Mentre, insieme con il Csm e l’Anm, preparava il rogo per tutti i magistrati liberi, appassionati al loro lavoro, pronti a fare il proprio dovere, impartendo così una durissima lezione, che fosse d’esempio per tutti gli altri, ai due giudici “senza partito”, le pietre dello scandalo Clementina Forleo e Luigi de Magistris.
Il potere forte “magistratura”, per esempio, prima ancora che il potere forte “politica”, non gradisce che si dica, e infatti non lo dice nessuno, che nel Palazzo di giustizia di Milano è rimasta chiusa nei cassetti per due mesi la risposta della giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato riguardante l’iscrizione del senatore Nicola Latorre sul registro degli indagati (sempre per la vicenda delle scalate bancarie).
Siamo nella primavera-estate 2008. Il caso doveva essere trattato dal giudice competente, che era ancora il gip Clementina Forleo. Invece le carte, regolarmente trasmesse dal Senato il 29 maggio al presidente del tribunale di Milano, Livia Pomodoro, sono state tenute letteralmente nascoste negli uffici del Palazzo di giustizia fino al 29 luglio. Fino a quando cioè la Forleo, per un piccolo incidente domestico, ha dovuto ricorrere a qualche giorno di congedo per malattia. Appena la Forleo va in malattia, con la motivazione della “urgenza a provvedere” (l’urgenza? due mesi dopo?) le carte vengono tirate fuori e assegnate ad altro gip, Pietro Gamacchio. Il quale “in tempo reale” studia un processo complesso, che non conosce, e il primo agosto (il giorno prima del rientro della Forleo) rinnova la richiesta di autorizzazione all’iscrizione del parlamentare nel registro degli indagati.
Dov’è l’inghippo? Nel fatto che a quel punto la procura di Milano poteva tranquillamente iscrivere Latorre nel registro degli indagati (e così D’Alema e gli altri parlamentari, perché la Camera dei deputati aveva già dato il nulla osta, affermando che non era necessaria l’autorizzazione del Parlamento). Ma non lo ha fatto. Grazie al gip Gamacchio. Infatti, in un caso del genere, dice la legge, il giudice “può” (può, non deve) rinnovare la richiesta di autorizzazione.
Se Gamacchio non avesse fatto ciò che con ogni probabilità non avrebbe fatto la Forleo (qualora le avessero trasmesso gli atti che le spettava avere), a quest’ora le cose starebbero diversamente. Non ci sarebbero state tutte le danze inutili tra Roma e Strasburgo, tra parlamento italiano ed europeo, e Latorre, D’Alema e gli altri telefonisti, a loro garanzia si capisce, come per ogni altro cittadino, risulterebbero iscritti nel registro degli indagati.
Ma questo, in Italia, non si può dire. Non si può dire che il “caimano” Berlusconi, bene o male, nelle aule di giustizia ci è entrato (giustamente) affinché alcuni processi a suo carico fossero celebrati. Mentre per il “caimano” D’Alema (e compagni) non ci può essere nemmeno la semplice iscrizione in un registro degli indagati.
Ognuno a questo punto tragga le conclusioni che vuole, anche quelli ancora convinti che la logica del “meno peggio” sia opportuna o necessaria. Per la cronaca, resta l’esito finale: Forleo trasferita e Gamacchio promosso a presidente di sezione.
Queste cose, per chi volesse conoscerne tutti i passaggi e i dettagli, sono state da me già scritte in una nota (“Su Forleo e de Magistris è calato il silenzio totale”) pubblicata non sul giornale per il quale lavoro, bensì sul blog del giudice Felice Lima, “Uguale per tutti”. Quella nota è stata poi ripresa da “Dagospia” e ora è anche sul mio blog, carlovulpio.it. “Ne dobbiamo scrivere in rete, quasi fossimo esuli o clandestini”, così concludevo quella ricostruzione, che in qualunque altro Paese “a democrazia occidentale” avrebbe trovato almeno un giornale o una tv disposti a parlarne.
Forse adesso si comprende meglio perché non è il 3 dicembre, non è la mia “rimozione” dai fatti di Catanzaro il cuore del problema. Quell’episodio è solo l’acme di una patologia. Di un sistema malato. In cui vi sono poteri forti non controllati né temperati da necessari contrappesi, tra i quali - essenziale, vitale – l’informazione. Che invece è fatta da “uomini deboli”, i giornalisti, una categoria che non c’è.
Per i giornalisti, o per la maggior parte di loro, l’idea che l’informazione sia prima di tutto un mezzo per difendere e garantire la democrazia è un’idea superata, o peggio, inservibile per far carriera e per scalare posizioni di potere.
Se non fosse così, se fosse vero il contrario, non sarebbe passata sotto silenzio la intimidazione messa in atto da magistrati inquisiti che intercettano un intero giornale per sapere come ragionano i suoi giornalisti e per conoscere in anticipo cosa pubblicheranno. Se non fosse così, quei magistrati inquisiti e coloro che li hanno sostenuti, a tutti i livelli istituzionali, si sarebbero ben guardati dall’attuare l’azione eversiva di spiare i magistrati che indagano su di loro.
Su questo, non c’è stata ancora una sola procura della Repubblica che abbia aperto un’inchiesta. Mentre il sistema dell’informazione si è ben guardato dal trattare l’argomento. Ma il silenziatore non ha funzionato. Non può più funzionare. Perché c’è un mondo reale, ormai, fatto di persone reali, che utilizzano lo strumento virtuale della Rete e che si parlano, si informano, si confrontano. E’ molto difficile ingannarle. E infatti, che questa mia “rimozione” dal “caso Catanzaro” non fosse solo un deprecabile episodio, ma il sintomo di una malattia ben più grave, che va ben oltre la mia persona e il mio lavoro, lo hanno capito subito qualche milione di frequentatori della Rete. Associazioni, singoli individui, blog noti come quelli di Beppe Grillo e di MicroMega, o meno noti (elencarli tutti non si può), e finanche un migliaio di giornalisti (ebbene sì, ce ne sono ancora) che hanno firmato un documento senza sbavature “corporativistiche”.
Tutto questo ha un valore ancora più grande se pensiamo che negli altri Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, esiste una più o meno profonda convinzione che la stampa debba essere libera e indipendente. Mentre in Italia libertà di espressione e di informazione (sia come diritto a informare, sia come diritto a essere informati) sono ormai considerati beni di lusso, o armi improprie. O entrambe le cose. E quindi vanno tenute sotto controllo.
Ecco, appunto, il controllo. Come si fa a controllare, a purgare, a troncare e a sopire, a narcotizzare, a seppellire? E qual è la “linea rossa” oltre la quale scatta il controllo e, zac, la tagliola si chiude?
Rispondere a queste domande sembra facile. Si dirà: ci sono tanti modi per modificare un articolo, o per censurarne le parti più scomode. Si potrebbe cominciare da quel “taglia e cuci” praticato all’insaputa dell’autore da tempo immemore in tutte le redazioni, magari in nome della esiguità dello spazio, e si potrebbe finire con il pressing e con le “raccomandazioni” di un caporedattore, o di un membro della direzione, o del direttore in persona: raccomandazioni che in certi casi sono più cogenti di quelle emanate dalla Unione europea…
Ma tagliare brutalmente un articolo è ormai considerato un modo primitivo di raggiungere l’obiettivo. Mentre il pressing e la “raccomandazione”, oltre a scoprire i giochi, possono creare antipatici incidenti diplomatici.
E allora come si fa? Non si fa. Siamo in una nuova era, ormai. Nella quale, l’Uomo Nuovo – immaginiamolo come la creatura di Aldous Huxley trasferita in tutti i mezzi di comunicazione di massa – è uno Yes Man perfetto.
Ecco, i giornalisti oggi sembrano dei replicanti, altrettanti Yes Men pronti a ubbidire. Ma la grandezza di questa ultima fase dell’evoluzione della specie è nel fatto che costoro ubbidiscono senza nemmeno attendere gli ordini. Che, attenzione, non sono sempre e necessariamente gli ordini di un Altro. Sono, ormai, gli ordini che lo Yes Man ha imparato a impartire a se stesso. Se non lo facesse si sentirebbe perduto. Oltre ogni autocensura, dunque, che pure si pensava fosse il massimo stadio del controllo della stampa “libera”.
Poteri forti e uomini deboli, affinché il controllo totale delle notizie e delle loro chiavi di lettura sia sempre più efficace. La perfezione però si raggiunge quando il controllo si evolve in riflesso condizionato. La tomba di ogni senso critico. I cani di Pavlov.
Se invece il meccanismo dell’autoimposizione non dovesse funzionare per una ragione qualsiasi, scatta il sistema d’allarme tradizionale. La catena di sant’Antonio delle telefonate. Da un giornalista all’altro, come dal brigadiere al maresciallo al colonnello, fino al generale e oltre. E naturalmente anche in senso contrario, poiché non si telefona mica soltanto “dal” giornale (o dalla tv). Si telefona anche “al” giornale (o alla tv). E le telefonate da un Palazzo all’altro non sono mica soltanto chiamate urbane, è ovvio.“E’ la stampa, bellezza”. Sollevarne uno per far sentire sollevati tutti gli altri. Ma non dura, vedrete.

sabato 21 febbraio 2009

La marachella di Gambardella

21/02/2009

Il “giallo” delle pagine strappate dal decreto di perquisizione della procura di Salerno nei confronti dei magistrati (e altri) inquisiti della procura di Catanzaro è, in realtà, una furbata dell’avvocato Francesco Gambardella da Lamezia Terme, difensore di Antonio Saladino, uno dei principali indagati nelle inchieste dell’ex pm di Catanzaro, Luigi de Magistris.

Al corposo documento mancavano dieci pagine (ora ci sono
tutte, grazie al controllo effettuato dal collega Roberto Galullo, che ringrazio via blog) e la modifica interessa la parte 16 (pag 783-786) e la parte 17 (da pag 841-844 e pag 851-852).

Cos’ha fatto Gambardella il furbacchione?

Quando mi ha gentilmente dato il decreto di perquisizione destinato anche al suo assistito Saladino - cosa che Gambardella poteva ben fare poiché il provvedimento non era più coperto da segreto -, si è premurato di purgarlo di alcune paginette. Guarda caso proprio quelle in cui compare lui.

Per parte mia, quando ho ricevuto il provvedimento, che era di 1486 pagine, ed ora e' di 1496, non mi sono accorto delle dieci pagine mancanti, sia perché non è infrequente che nella riproduzione di atti si possa saltare qualche foglio, sia perché il mio primo pensiero, anche in considerazione dell’atteggiamento censorio di tutta la stampa e di tutte le tv, è stato quello di diffondere il provvedimento in rete per metterlo a disposizione di tutti nel più breve tempo possibile.

Inoltre, la mancanza di quelle dieci pagine – tre qui, quattro lì, altre tre più avanti – non cambia l’impianto e l’importanza del provvedimento dei magistrati di Salerno, che è un documento di portata eccezionale.

In quelle dieci pagine non ci sono cose sconvolgenti, e nemmeno inedite. Ci sono però cose sicuramente molto interessanti. Non soltanto per l’avvocato Gambardella (e a prescindere da eventuali aspetti costituenti reato), ma per tutti noi e per tutti coloro che vogliano capire meglio “il contesto” in cui certe vicende sono accadute e accadono.

In sintesi, lo avevamo già detto e scritto, ci ritroviamo ancora una volta di fronte a quel fortissimo collante che tiene insieme le “grandi famiglie allargate” composte di professionisti, imprenditori, magistrati, faccendieri, giornalisti, militari e compagnia cantando, dedite principalmente a curare gli affari propri.

E dunque, ecco che da pagina 850 a pagina 852 si legge di cene, di feste nuziali e di appuntamenti riservati. Uno di questi appuntamenti è tra lo stesso Gambardella e il procuratore aggiunto di Catanzaro, indagato a Salerno, Salvatore Murone. La festa nuziale, invece, nella nota tenuta “Calivello-Caraffa”, è quella tra Stefania Di Palma e Giovanni Cefaly, figlio del gip di Catanzaro, Adalgisa Rinardo, la occhiuta bocciatrice dei provvedimenti di de Magistris, anche di quelli che poi la Corte di Cassazione avrebbe considerato conformi alla legge.

Infine, la cena-evento. Saladino la organizza meglio di un matrimonio e dirama gli inviti via mail. La partecipazione all’evento dev’essere corale, un “tutti insieme appassionatamente” attorno allo stesso desco, e quindi ecco allertati il sottosegretario alle Attività produttive Giuseppe Galati (Udc), l’ex governatore di Calabria Giuseppe Chiaravalloti, l’assessore regionale al Turismo e poi europarlamentare Beniamino Donnici (IdV), il presidente del tribunale di Lamezia Terme Sandro Garofalo, il capo della procura di Lamezia Terme Raffaele Mazzotta, il comandante provinciale dei carabinieri di Catanzaro Giuseppe Lanzillotti, il colonnello dei carabinieri Carlo Tartaglione, il magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Marisa Manzini, con il marito Claudio Tomasello, la dirigente della prefettura di Catanzaro, Concetta Malacaria, il gip Rinardo e il procuratore aggiunto Murone.
Ovviamente, non sappiamo se a questa cena, i cui inviti partono il 25 gennaio 2006, quando cioè si sapeva su che cosa e su chi stava indagando de Magistris, abbiano partecipato tutte le persone elencate. Sentiamo di dire però che coloro che ci sono andate hanno fatto molto male.


Nelle quattro pagine che vanno da 841 a 844 la protagonista è una testimone importante, Daniela Marsili. Lei è la compagna di Giuseppe Greco, in quel momento giudice del Lavoro a Vibo Valentia. Quando la Marsili viene assunta in una società di Saladino, questi insiste fino a sfiancarla affinché lei gli presenti il giudice Greco. Cosa che avviene il 19 marzo 2007, cioè nel pieno svolgimento dell’inchiesta Why Not.
Ma la cosa più importante che riferisce la Marsili è che l’indagato Saladino e il suo avvocato Gambardella cercano di farle dire che il pm Luigi de Magistris aveva ordito un complotto contro Saladino.
La Marsili racconta di non avere riferito questo fatto direttamente a de Magistris, ma di averlo raccontato ai marescialli dei carabinieri di Catanzaro, Chiaravalloti e Manzi.
Poi, Daniela Marsili lamenta le “manipolazioni” del quotidiano “Calabria Ora” e il silenzio degli altri giornali sulla vicenda. Racconta, per esempio, di aver ricevuto una telefonata dal collaboratore del “Corriere della Sera” da Reggio Calabria, Carlo Macrì, che le aveva chiesto di commentare i fatti senza però poi pubblicare nemmeno un rigo.

Le ultime quattro pagine, da 783 a 786, vedono ancora una volta Gambardella il furbacchione fare un po’ l’avvocato, un po’ il mediatore, un po’ l’ambasciatore. Questa volta a parlare è la super testimone Caterina Merante. L’argomento è un’altra creatura societaria di Saladino, il consorzio “Brutium”. Saladino vuole che la Merante lo aiuti a “enucleare bene il concetto dei malati di mente” perché vuol scrivere una lettera al presidente della giunta regionale calabrese Agazio Loiero.

Scopo della lettera è la richiesta di sostegno - quattrini - della Regione all’iniziativa del consorzio “Brutium”, che creerebbe posti di lavoro per persone con problemi psichici.
Ma Saladino, che sa come va il mondo, non spedisce la lettera direttamente a Loiero. Vuole fargliela arrivare. Come? Per mano, dice la Merante, di quattro personaggi eccellenti (per modo di dire). Quattro magistrati. I già citati Murone e Mazzotta, il capo della procura di Catanzaro Mariano Lombardi e il giudice Garofalo. A quest’ultimo la lettera la consegnerà suo nipote, Francesco Garofalo, dipendente a tempo indeterminato di “Obiettivo lavoro”, altra società saladiniana. Mentre agli altri tre la darà, indovinate un po’, quel furbacchione dell’avvocato Francesco Gambardella. Che poi purgherà il decreto di perquisizione delle dieci paginette qui riassunte.

giovedì 12 febbraio 2009

Censura al “Corriere” e altri yesmen


La nuova Tangentopoli è peggio di quella del ’92: è più semplice e più raffinata nei meccanismi, è più remunerativa e più perfetta. Ed è per questo che è molto più difficile raccontarla su giornali e tv.
quando qualcuno ci prova, viene “sollevato” dall’incarico. Storia di una censura al Corriere della Sera. E della metastasi degli yesmen tra giornalisti e magistrati.

Non ci sono martiri, né eroi in questa storia.
E non c’è nemmeno un Humphrey Bogart che dica: “E’ la stampa, bellezza”. Ci sono soltanto giornali e giornalisti. Fatti della vita, che spesso sono fatti scandalosi, e modi diversi di raccontarli. Poteri forti e uomini deboli.
Come forse qualcuno già sa, per il mio giornale, il Corriere della Sera, mi sono occupato per quasi due anni delle inchieste Poseidone, Why Not e Toghe Lucane dell’ex pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, e delle disavventure, chiamiamole così, di Clementina Forleo, da quando l’ex gip di Milano ha cominciato a occuparsi delle scalate bancarie illegali Unipol-Bnl-Antoveneta-Rcs.
Su queste cose, e su altre molto simili, ho scritto anche un libro, “Roba Nostra” (il Saggiatore), in cui si narra di una Nuova Tangentopoli italiana: il primo punto fermo sul quale si basa questa riflessione.
Molti, a destra e a sinistra, naturalmente interessati a smontare sia il contenuto di queste inchieste, senza conoscerle né discuterle, sia l’idea stessa che possa esserci una Nuova Tangentopoli hanno di volta in volta cercato di liquidare le une e l’altra. Come un rigurgito di giustizialismo, come l’irresistibile mania di protagonismo dei soliti magistrati in cerca di autore, o come l’insopprimibile desiderio di riattivare quel circolo (definito sarcasticamente anche circo) mediatico-giudiziario che porta certe notizie fin sui giornali (ma guarda un po’). Insomma, tutto l’armamentario propagandistico che di fronte a un problema serio sposta sempre il problema un po’ più in là per parlar d’altro e rovesciare le parti. Così il problema, il “caso”, per tornare a noi, sono diventati de Magistris e Forleo.
Sapete tutti com’è andata a finire. Forleo e de Magistris trasferiti con motivazioni risibili, pretestuose, addirittura inesistenti e le loro inchieste fatte a pezzi. Anche se alcuni mesi dopo la loro defenestrazione e l’uscita di “Roba Nostra” sono stati in molti, a destra e a sinistra, a riconoscere come stanno realmente le cose. Due persone, in modo particolare. L’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e Primo Greganti, sì, proprio l’uomo del “conto Gabbietta” e delle tangenti rosse. Entrambi, Ciampi e Greganti, hanno detto la stessa cosa: oggi non è “come”, ma è “peggio” di Tangentopoli ’92.
Se la nuova Tangentopoli è più grave della vecchia, allora si capisce meglio perché scriverne e parlarne in tv e sui giornali è cosa molto, molto più difficile di quanto non lo fosse nel ’92. E non solo perché è cambiata l’aria, o perché ci sono dentro tutti (anche allora c’erano dentro tutti, ma alcuni hanno pagato e altri no), quanto perché questa Tangentopoli è davvero “nuova”: innanzi tutto è, al tempo stesso, più semplice e più raffinata nei meccanismi; poi, è più remunerativa e più nascosta; infine è di una trasversalità perfetta, in alcuni casi sembra studiata a tavolino affinché i suoi protagonisti “simul stabunt, simul cadent”.
Per questa ragione, nessuno di noi (pochi) giornalisti che avevamo deciso di scrivere ciò che sapevamo si è mai illuso che il giorno dopo avrebbe continuato a scrivere sull’argomento. In questi ultimi due anni però, bene o male, ci siamo riusciti. Con prezzi alti, in termini di costi umani e professionali, ma ci siamo riusciti.
Abbiamo scritto di questa Nuova Tangentopoli nonostante non operassimo in “pool”, come facevano i cronisti ai tempi di Mani Pulite, ma fossimo altrettanti cercatori di notizie “maledetti e solitari”. E nonostante tutti quei “colleghi” che, pur avendo le nostre stesse notizie, sceglievano di non pubblicarle, di non battersi all’interno dei rispettivi giornali per pubblicarle, o addirittura facessero a gara per “smentire” quelle notizie prima ancora di venirne a conoscenza e di verificarle.
Per questa “presenza” del Corriere della Sera sulle inchieste più delicate del Paese, nell’estate del 2007, i magistrati di Matera indagati in Toghe Lucane mi hanno accusato (assieme ad altri quattro giornalisti e a un capitano dei carabinieri) di “associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa”, un reato inedito e delirante, per il quale sono ancora indagato.
Le indagini a nostro carico sono state prorogate quattro volte. Ma per questa vicenda nessuna presa di posizione “garantista” da parte dei commentatori un tanto al chilo della “libera stampa”. Per questa vergogna, nemmeno un decimo dell’attenzione riservata da stampa e tv per le proroghe d’indagine, naturalmente subito condannate, decise nelle vicende abruzzesi, campane, toscane, in cui sono indagati politici e imprenditori, cioè i principali protagonisti di ogni tangentopoli che si rispetti.
Con l’imputazione di “associazione a delinquere eccetera”, i magistrati di Matera mi hanno intercettato e hanno ascoltato tutto ciò che dicevo con i miei colleghi e con il mio direttore, e hanno intercettato - meglio sarebbe dire: spiato -, anche l’ufficiale dei carabinieri e il pm de Magistris che parlavano delle indagini su quei magistrati indagati. I quali si sono trasformati d’autorità in indagatori dei loro indagatori (una vera e propria anticipazione, quasi un esperimento, di quanto avverrà a dicembre 2008, nella cosiddetta “guerra” tra le procure di Salerno e Catanzaro).
Quando accadde tutto questo, che se non è un vero e proprio golpe giudiziario molto vi somiglia, tra i pochi a capire cosa stesse succedendo e cosa ci stessero combinando - come giornale e come informazione libera, intendo -, fu proprio Paolo Mieli. L’ho scritto anche in “Roba Nostra”, in un momento non sospetto. Quindi il valore di questa testimonianza è doppio.
Mi disse Mieli: “La cosa più grave, più terribile che possano fare a uno di noi, a un giornalista, è questa. Intercettarlo e metterlo sotto controllo in questo modo. Dopo di che, possono solo sparargli”.
Io lamentai il silenzio degli altri giornalisti. Ma capii che anche il direttore del mio giornale era sotto tiro e sotto pressione come me, a causa di quelle inchieste raccontate dal Corriere, e uscii dalla sua stanza forte di una convinzione: che “l’intesa” con un direttore che rischiava di suo facendomi scrivere certe cose valesse molto di più di scontate dichiarazioni di solidarietà dei “colleghi” e della “categoria” (che in ogni caso non ci sono state). Insomma, la migliore dimostrazione che non fossi solo e che non rischiassi l’isolamento era nel fatto che i miei articoli su quelle vicende, che ormai erano diventate il più grave scandalo giudiziario dal dopoguerra, potessero continuare a essere pubblicati.
Invece, il 3 dicembre scorso, dopo un mio articolo ricco di nomi eccellenti sulle perquisizioni e sui sequestri ordinati dai magistrati di Salerno nei confronti dei magistrati di Catanzaro, sono stato improvvisamente “rimosso” da quel servizio. Stop. Basta. Senz’alcuna motivazione. E da quel momento non posso più scrivere di Salerno, Catanzaro, Poseidone, Why Not, Toghe Lucane.
Ma come, lo stesso Mieli che fino a quel momento si era fatto “garante” della mia libertà e quindi della mia incolumità, proprio lui dice basta? Articoli fatti male? Tutt’altro. Qualche grave “scivolone” su un fatto, su una circostanza di rilievo, su un dettaglio? Nemmeno.
Dopo, molti giorni dopo, nel mio giornale circolerà voce che ero stato rimosso perché ero “indagato”. Un tentativo debole di dare una motivazione alla mia rimozione. Ma anche un tentativo maldestro, perché non specificava che ero, e sono, indagato per quella acrobazia giuridica definita “associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa”, elaborata strumentalmente dalla procura di Matera. Avrebbe dovuto scattare come un sol uomo, la “categoria”, di fronte a un fatto così grave e così palesemente fuori dalle regole del diritto. Per difendere me, ma soprattutto per difendere il principio di libertà e indipendenza dell’informazione. E invece eccola pronta a farne un motivo di autogiustificazione della propria condotta.
Ma poi, cosa c’entra Matera con la cosiddetta “guerra” tra le procure di Salerno e Catanzaro, che stavo seguendo?
E in ogni caso, cosa c’entra accampare questa motivazione balorda basata su una figura di reato balorda, a sua volta basata sull’assenza di qualsivoglia processo o sentenza che abbia definito diffamatori i miei articoli? Articoli che, al contrario, in questi due anni hanno trovato via via conferma negli sviluppi delle indagini. Articoli che in diversi casi sono stati inchieste giornalistiche dalle quali – dopo – sono scaturite inchieste giudiziarie.
Ancora. Si può davvero credere che siccome un giornalista viene querelato da un cittadino, o peggio da un indagato, debba per ciò stesso smettere di occuparsi dei fatti che coinvolgono quel cittadino o quell’indagato?
Se siamo a questo punto, allora chiunque (ma già siamo su questa strada) userebbe la querela (e ormai anche la citazione al risarcimento danni) proprio per centrare l’obiettivo di togliersi (o far togliere) dai piedi il giornalista “indesiderato”. Come del resto è stato fatto per il pm Luigi de Magistris, quando ha iscritto tra gli indagati Clemente Mastella. Qual è stata l’abnormità logica, prima che giuridica, concepita in quel caso per trasferire de Magistris? Si è detto: un pm che indaghi sul ministro si mette in una posizione di conflitto di interessi con il ministro indagato… Ne consegue, quindi, che non si può indagare un ministro (nemmeno quando quel ministro, come nel caso di Mastella, era indagato per fatti risalenti al periodo in cui era senatore). Ma per favore!
La verità è che io dovevo smettere di occuparmi di ciò che avevo seguito per due anni per una ragione molto semplice. Una ragione che trascende i direttori di testata. In Italia, poi, li sopravanza di parecchie lunghezze, non c’è gara. Ed è la ragione della forza.
La forza dei poteri forti, che si sono sentiti in pericolo per le inchieste di magistrati che svolgevano il proprio compito di servitori dello Stato senza accucciarsi sotto l’ala protettiva dei politici e dei magistrati come loro. Ma, al contrario, hanno messo sotto accusa proprio i magistrati, come mai era stato fatto prima, facendo emergere un dato sconvolgente, che nessun procedimento disciplinare e nessun trasferimento potranno mai fiaccare.
Questa storia, che non ha martiri e non ha eroi, è, pensateci bene, anche una storia di trasferimenti decisi da altrettanti poteri forti: la magistratura ha trasferito Forleo da Milano a Cremona e de Magistris da Catanzaro a Napoli, il Vaticano ha fatto cambiare aria al vescovo di Locri, monsignor Giancarlo Bregantini, mandandolo a Campobasso, l’Arma dei carabinieri ha trasferito nelle Marche il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris in Basilicata, la procura generale di Catanzaro (quella che secondo i magistrati di Salerno ha avocato illegittimamente l’inchiesta Why Not) ha sollevato dall’incarico il consulente informatico del pm de Magistris, Gioacchino Genchi. Mancava un giornalista. E’ toccato a me.
I poteri forti, dicevamo. Tra questi, vi è senz’altro la magistratura. Ma cosa fa paura davvero in tutta questa storia? Qual è la novità indicibile? Eccola. Partendo dalla Calabria e dalla Lucania, su su per l’Italia intera, stava venendo fuori ciò che in fondo tutti pensavano ma non osavano confessare nemmeno a se stessi. E cioè che non c’è mafia e non c’è tangentopoli e non c’è corruzione e non c’è sistema di malaffare che regga e prosperi, come purtroppo accade in Italia, se non ci sono interi pezzi di magistratura, soprattutto ai livelli direttivi, che garantiscono e coprono questo sistema di nefandezze e in moltissimi casi vi partecipano a pieno titolo.
E’ stata la prima volta che un potere forte come la magistratura si è trovata a doversi confrontare non con il problema di alcune “mele marce” al suo interno, ma con una realtà ben più estesa e radicata, che minacciava, partendo da Toghe Lucane, di provocare uno sconquassante effetto domino per “il sistema”.
Ecco dunque spiegata la corsa del ceto politico – ma non era l’avversario “storico” della magistratura? – a difendere i magistrati inquisiti per reati gravissimi e a garantirli nei loro posti e nelle loro funzioni. Mentre, insieme con il Csm e l’Anm, preparava il rogo per tutti i magistrati liberi, appassionati al loro lavoro, pronti a fare il proprio dovere, impartendo così una durissima lezione, che fosse d’esempio per tutti gli altri, ai due giudici “senza partito”, le pietre dello scandalo Clementina Forleo e Luigi de Magistris.
Il potere forte “magistratura”, per esempio, prima ancora che il potere forte “politica”, non gradisce che si dica, e infatti non lo dice nessuno, che nel Palazzo di giustizia di Milano è rimasta chiusa nei cassetti per due mesi la risposta della giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato riguardante l’iscrizione del senatore Nicola Latorre sul registro degli indagati (sempre per la vicenda delle scalate bancarie).
Siamo nella primavera-estate 2008. Il caso doveva essere trattato dal giudice competente, che era ancora il gip Clementina Forleo. Invece le carte, regolarmente trasmesse dal Senato il 29 maggio al presidente del tribunale di Milano, Livia Pomodoro, sono state tenute letteralmente nascoste negli uffici del Palazzo di giustizia fino al 29 luglio. Fino a quando cioè la Forleo, per un piccolo incidente domestico, ha dovuto ricorrere a qualche giorno di congedo per malattia. Appena la Forleo va in malattia, con la motivazione della “urgenza a provvedere” (l’urgenza? due mesi dopo?) le carte vengono tirate fuori e assegnate ad altro gip, Pietro Gamacchio. Il quale “in tempo reale” studia un processo complesso, che non conosce, e il primo agosto (il giorno prima del rientro della Forleo) rinnova la richiesta di autorizzazione all’iscrizione del parlamentare nel registro degli indagati.
Dov’è l’inghippo? Nel fatto che a quel punto la procura di Milano poteva tranquillamente iscrivere Latorre nel registro degli indagati (e così D’Alema e gli altri parlamentari, perché la Camera dei deputati aveva già dato il nulla osta, affermando che non era necessaria l’autorizzazione del Parlamento). Ma non lo ha fatto. Grazie al gip Gamacchio. Infatti, in un caso del genere, dice la legge, il giudice “può” (può, non deve) rinnovare la richiesta di autorizzazione.
Se Gamacchio non avesse fatto ciò che con ogni probabilità non avrebbe fatto la Forleo (qualora le avessero trasmesso gli atti che le spettava avere), a quest’ora le cose starebbero diversamente. Non ci sarebbero state tutte le danze inutili tra Roma e Strasburgo, tra parlamento italiano ed europeo, e Latorre, D’Alema e gli altri telefonisti, a loro garanzia si capisce, come per ogni altro cittadino, risulterebbero iscritti nel registro degli indagati.
Ma questo, in Italia, non si può dire. Non si può dire che il “caimano” Berlusconi, bene o male, nelle aule di giustizia ci è entrato (giustamente) affinché alcuni processi a suo carico fossero celebrati. Mentre per il “caimano” D’Alema (e compagni) non ci può essere nemmeno la semplice iscrizione in un registro degli indagati.
Ognuno a questo punto tragga le conclusioni che vuole, anche quelli ancora convinti che la logica del “meno peggio” sia opportuna o necessaria. Per la cronaca, resta l’esito finale: Forleo trasferita e Gamacchio promosso a presidente di sezione.
Queste cose, per chi volesse conoscerne tutti i passaggi e i dettagli, sono state da me già scritte in una nota (“Su Forleo e de Magistris è calato il silenzio totale”) pubblicata non sul giornale per il quale lavoro, bensì sul blog del giudice Felice Lima, “Uguale per tutti”. Quella nota è stata poi ripresa da “Dagospia” e ora è anche sul mio blog, carlovulpio.it. “Ne dobbiamo scrivere in rete, quasi fossimo esuli o clandestini”, così concludevo quella ricostruzione, che in qualunque altro Paese “a democrazia occidentale” avrebbe trovato almeno un giornale o una tv disposti a parlarne.
Forse adesso si comprende meglio perché non è il 3 dicembre, non è la mia “rimozione” dai fatti di Catanzaro il cuore del problema. Quell’episodio è solo l’acme di una patologia. Di un sistema malato. In cui vi sono poteri forti non controllati né temperati da necessari contrappesi, tra i quali - essenziale, vitale – l’informazione. Che invece è fatta da “uomini deboli”, i giornalisti, una categoria che non c’è.
Per i giornalisti, o per la maggior parte di loro, l’idea che l’informazione sia prima di tutto un mezzo per difendere e garantire la democrazia è un’idea superata, o peggio, inservibile per far carriera e per scalare posizioni di potere.
Se non fosse così, se fosse vero il contrario, non sarebbe passata sotto silenzio la intimidazione messa in atto da magistrati inquisiti che intercettano un intero giornale per sapere come ragionano i suoi giornalisti e per conoscere in anticipo cosa pubblicheranno. Se non fosse così, quei magistrati inquisiti e coloro che li hanno sostenuti, a tutti i livelli istituzionali, si sarebbero ben guardati dall’attuare l’azione eversiva di spiare i magistrati che indagano su di loro.
Su questo, non c’è stata ancora una sola procura della Repubblica che abbia aperto un’inchiesta. Mentre il sistema dell’informazione si è ben guardato dal trattare l’argomento. Ma il silenziatore non ha funzionato. Non può più funzionare. Perché c’è un mondo reale, ormai, fatto di persone reali, che utilizzano lo strumento virtuale della Rete e che si parlano, si informano, si confrontano. E’ molto difficile ingannarle. E infatti, che questa mia “rimozione” dal “caso Catanzaro” non fosse solo un deprecabile episodio, ma il sintomo di una malattia ben più grave, che va ben oltre la mia persona e il mio lavoro, lo hanno capito subito qualche milione di frequentatori della Rete. Associazioni, singoli individui, blog noti come quelli di Beppe Grillo e di MicroMega, o meno noti (elencarli tutti non si può), e finanche un migliaio di giornalisti (ebbene sì, ce ne sono ancora) che hanno firmato un documento senza sbavature “corporativistiche”.
Tutto questo ha un valore ancora più grande se pensiamo che negli altri Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, esiste una più o meno profonda convinzione che la stampa debba essere libera e indipendente. Mentre in Italia libertà di espressione e di informazione (sia come diritto a informare, sia come diritto a essere informati) sono ormai considerati beni di lusso, o armi improprie. O entrambe le cose. E quindi vanno tenute sotto controllo.
Ecco, appunto, il controllo. Come si fa a controllare, a purgare, a troncare e a sopire, a narcotizzare, a seppellire? E qual è la “linea rossa” oltre la quale scatta il controllo e, zac, la tagliola si chiude?
Rispondere a queste domande sembra facile. Si dirà: ci sono tanti modi per modificare un articolo, o per censurarne le parti più scomode. Si potrebbe cominciare da quel “taglia e cuci” praticato all’insaputa dell’autore da tempo immemore in tutte le redazioni, magari in nome della esiguità dello spazio, e si potrebbe finire con il pressing e con le “raccomandazioni” di un caporedattore, o di un membro della direzione, o del direttore in persona: raccomandazioni che in certi casi sono più cogenti di quelle emanate dalla Unione europea…
Ma tagliare brutalmente un articolo è ormai considerato un modo primitivo di raggiungere l’obiettivo. Mentre il pressing e la “raccomandazione”, oltre a scoprire i giochi, possono creare antipatici incidenti diplomatici.
E allora come si fa? Non si fa. Siamo in una nuova era, ormai. Nella quale, l’Uomo Nuovo – immaginiamolo come la creatura di Aldous Huxley trasferita in tutti i mezzi di comunicazione di massa – è uno Yes Man perfetto.
Ecco, i giornalisti oggi sembrano dei replicanti, altrettanti Yes Men pronti a ubbidire. Ma la grandezza di questa ultima fase dell’evoluzione della specie è nel fatto che costoro ubbidiscono senza nemmeno attendere gli ordini. Che, attenzione, non sono sempre e necessariamente gli ordini di un Altro. Sono, ormai, gli ordini che lo Yes Man ha imparato a impartire a se stesso. Se non lo facesse si sentirebbe perduto. Oltre ogni autocensura, dunque, che pure si pensava fosse il massimo stadio del controllo della stampa “libera”.
Poteri forti e uomini deboli, affinché il controllo totale delle notizie e delle loro chiavi di lettura sia sempre più efficace. La perfezione però si raggiunge quando il controllo si evolve in riflesso condizionato. La tomba di ogni senso critico. I cani di Pavlov.
Se invece il meccanismo dell’autoimposizione non dovesse funzionare per una ragione qualsiasi, scatta il sistema d’allarme tradizionale. La catena di sant’Antonio delle telefonate. Da un giornalista all’altro, come dal brigadiere al maresciallo al colonnello, fino al generale e oltre. E naturalmente anche in senso contrario, poiché non si telefona mica soltanto “dal” giornale (o dalla tv). Si telefona anche “al” giornale (o alla tv). E le telefonate da un Palazzo all’altro non sono mica soltanto chiamate urbane, è ovvio.
“E’ la stampa, bellezza”. Sollevarne uno per far sentire sollevati tutti gli altri. Ma non dura, vedrete.
Carlo Vulpio (da MicroMega di gennaio/febbraio 2009)