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sabato 31 dicembre 2011

“Che ci facevano due ex ministri a pranzo a Berlino?”




di Luca Telese
   “Ha visto a cosa mi riferivo? Adesso capisce perché non potevo parlare?”. Questa intervista ha un precedente. Il giorno dopo la dimissioni di Berlusconi, Gianfranco Rotondi celebrò una conferenza stampa a Montecitorio, sparando su coloro che nel suo governo avevano avallato la capitolazione del Cavaliere. Alla buvette, per spiegare quella durezza così insolita per un democristiano come lui, aggiunse. “Siccome sono anche un giornalista e una persona seria, non avendo riscontri, non posso dire pubblicamente quello che ho saputo in via informale e confidenziale. Però si tratta di un fatto che considero politicamente molto grave”. Allora gli avevo detto: “Quale, ministro Rotondi?”. E lui: “Per ora taccio. Ma sono sicuro che ne riparleremo presto”.
   Onorevole Rotondi, lei sapeva già che la stampa internazionale era su questa pista?
   Assolutamente no. La notizia di cui le parlai mi arrivava da canali assolutamente politici.
   Fra poco ci spiegherà di cosa si trattava. Prima però vorrei che mi raccontasse dove era il giorno delle dimissioni.
   Ero con Berlusconi ad Arcore. E per questo, da testimone oculare, posso dirle con certezza che la metà dei retroscena che ho letto sono falsi.
   Cioè?
   Ci hanno raccontato che Berlusconi gettò la spugna perché il colpo di grazia glielo diede la famiglia e la “corte” di Milano.
   E non è così?
   Ma nemmeno per sogno….Io quelle discussioni non solo le ho sentite, ma ne sono stato anche in parte partecipe. Non è assolutamente vero che i figli, o gli uomini a lui più vicini abbiano detto: “Dimettiti”. Anzi…
   Anzi cosa?
   Berlusconi fu incoraggiato a resistere. E quando prese l’aereo per Roma era intenzionato a non mollare. Poi atterrò, non so che colloqui ebbe. E se ne ebbe, e come è noto cambiò idea.
   Però adesso ci spieghi cosa venne a sapere, e perché le sembrò così grave.
   Amici della Cdu, che io considero strettamente attendibili. Mi riferirono di un pranzo.
   Tutto qui. Mi pare un po’ poco per gridare al complotto.
   Mi lasci finire! … Un pranzo, che si tenne in un ristorante di Berlino dove due noti politici italiani, due ex ministri, parlarono a lungo, con dei politici e degli esponenti… come dire?... di alcune associazioni, della necessità che Berlusconi si dimettesse subito e che si formasse subito un nuovo governo, più gradito agli interlocutori dei nostri connazionali.
   Cosa per “associazioni”?
   Dei club diversi dal club di Topolino.
   Di che parla? Un complotto pluto-giudaico-massonico?
   Che cosa vuole che le racconti?  che ci fossero questo tipo di pressioni?
   Questo non credo.
   Quando dava della culona eccetera alla Merkel rispondeva ad una manovra diplomatica?
   Guardi, fece delle battute di vago sapore maschilista, ma non credo che sapesse nulla di quello che ha scritto il Wsj.
   Ma secondo lei la telefonata c’è stata davvero?
   Non ho motivo di dubitare.
   Quindi Berlusconi si è dimesso per colpa della Merkel?
   Conosco Napolitano da due Repubbliche per sapere che non ha dato retta.
   Quindi c’è il complotto o no?
   Non ho mai creduto alla tesi della estraneità delle pressioni internazionali.
   Qualche rimpianto sulle dimissioni?
   Nessuno. Oggi stiamo messi molto peggio e voi tirereste pece ogni giorno, sul governo di Rotondi e dei birilli vari come lui. Il colore della tavola e il numero dei grembiuli?
   Di nuovo la massoneria…
   Ma io non ho nulla contro la massoneria. Le posso citare una bella battuta di D’Alema a Buttiglione mentre scorrevano insieme la lista dei ministri del governo Dini?
   Alle battute di D’Alema mi metto sull’attenti.
   Questa era davvero deliziosa: “Rocco, un po’ di massoni in un governo vanno bene, ma troppi storpiano”.
   Non mi ha ancora detto i nomi dei due ex ministri italiani…
   Diciamo che uno dei due nel suo curriculum ha scritto molte volte “ex”, anche per incarichi più importanti.
   Il nome?
   Io non voglio prendere querele. Tanto il valore di questa notizia è politico.
   Lei ne parlò a Berlusconi?
   Secondo lei?

venerdì 30 dicembre 2011

Baci e applausi E il tecnico diventò piacione





LA METAMORFOSI DEL PROFESSORE: SCHERZA E NON RISPONDE ALLE DOMANDE
di Luca Telese

La prima battuta di Mario Monti nella conferenza di fine anno arriva dopo un solo minuto, quando dietro la scrivania austera di marmi opachi e noce scura, Enzo Iacopino, presidente dell’ordine dei giornalisti, gli regala un tesserino onorario amaranto. Lui sorride: “Per me è una promozione avendo scritto tre o quattro articoli su qualche giornale, anni fa, avevo quello da pubblicista...”.
Poi però non si ferma più, molto più simile al suo imitatore Maurizio Crozza che a Carlo Azeglio Ciampi: “Parlerò dello spread, forse avrete già sentito questo termine”. Oppure: “Conosco anche io un minimo di economia”. O anche: “Ottimo interrogativo. Mi ponga la stessa domanda alla fine del prossimo anno”. O addirittura, quando gli chiedono se sia vero il vertice del tunnel: “Anche questo quesito, rivela quanto sono profonde le vostre domande”. Ci sono i ministri in prima fila, c’è Piero Giarda appoggiato a una parete, applausi a scena aperta. È nata una stella.
   NON CI SAREBBE nulla di male, se oltre all’ironia e a una generosa dote di autostima che lo colloca al centro della storia contemporanea (“Se crolla l’Italia crolla l’economia del mondo”), Monti non avesse brillantemente e sistematicamente eluso quasi tutti i 24 quesiti che gli sono stati posti.
Ha dato spettacolo: ma se fosse stato l’esame di un suo studente, forse non avrebbe raggiunto la sufficienza. Persino sulla spread, malgrado un momento-cult in cui siamo passati prodigiosamente dalle lavagne magiche di Berlusconi a casa Vespa, alla liturgia dello spread, con tanto di diagramma in retro-proiezione ha evitato la domanda delle domande. Quale dovrebbe essere – gli chiedono – il livello giusto dello differenziale tra titoli italiani e tedeschi? E lui: “Non c’è una risposta. L’economista dice che è il mercato a stabilire il prezzo giusto”.
Però, mentre illustra il grafico, è davvero meraviglioso l’intrico teologico-economico che il premier sottintende (ma nemmeno troppo) fra la crisi dei nostri tassi di interesse e la cronaca politica recente: “La guglia massima è stata toccata un giorno che ricordo bene per la telefonata in cui il presidente Napolitano mi annunciava una nomina”. Il 9 novembre, la nomina era a senatore a vita.
   Quella del presidente del Consiglio è una metamorfosi. Non la prima, certo, ma una delle più rapide e sorprendenti della storia politica italiana, e tutt’ora in corso. Come Romano Prodi, come Massimo D’Alema, come Fausto Bertinotti: la politica logora chi la fa (ma lo compiace assai). Il tecnico algido sta diventando un po’ piacione. Alla fine della conferenza stampa, che inizia alle 12.10 e finisce un’ora dopo il previsto, Monti di battute ne farà addirittura sedici: quelle di Silvio Berlusconi quasi sempre erano grossolane e facevano ridere solo lui (o Sandro Bondi). Quelle montiane sono molto argute, anche se spesso non si capiscono. Eppure, tornando a palazzo Chigi, dalla sala stampa della Galleria Alberto Sordi c’è stato un bagno di folla in cui il premier, applaudito e inseguito, si è spinto ben oltre le colonne d’Ercole della sua abituale glacialità professorale: è arrivato fino a baciare un bambino sorretto da una autentica mamma napoletana (non era una figurante). A una turista sudcoreana, che lo guardava stupita ha nientemeno sorriso: “Where are you from?”. Sublime.
   LE BATTUTE, dunque. Anche cattivelle, a dire il vero: “Come sottolineano i colleghi economisti di cui non trovo il ritaglio stampa…”. Si tratta ovviamente di due professori che Monti conosce molto bene perché lo cannoneggiano dalle colonne del Corriere della Sera, Francesco Giavazzi e Alberto Alesina (Tiè). Ma vuoi mettere la scenetta?
Si vendica anche citando positivamente la risposta di Sergio Romano a un lettore (un professore, guarda caso, di Diritto tributario): “Il giornalista ambasciatore tanto nessuno capisce chi è...”.
E poi gli anglicismi a pioggia, i dialoghi con il presidente (tedesco) della stampa parlamentare, trasformato in un cerimoniere ambasciatore. E anche le piccole deliziose gaffe, come quando confonde i diagrammi, o non trova gli appunti che il fido Paolo Peluffo – paonazzo e serafico – gli porge: “Ma dov’è quell’appunto della Fornero?”. Niente, non si trova: “Allora, presidente – dice chiedendo il soccorso di Iacopino – mi faccia un’altra domanda”.
   CERTO, il cambiamento c’è. Siamo passati dalla “Patonza che deve girare”, alle deliziose discettazione sul “midtermismo” (che noi italofoni potremmo tradurre “respiro corto”).
Il vocabolario internazionale irrompe impetuoso come per voler riscrivere quello della stampa nazionale : “Good point!”, esclama a un giornalista del Wall Street Journal per dire che gradisce la (dura) domanda.
Poi parla del credit crunch, ovviamente del “Long term”, del “trade off” e delle “best practice”, e addirittura del noto “Surfing degli italiani”.
Il Cavaliere raccontava barzellette, lui si esercita nell’ironia – anzi, scusate – i bocconiani direbbero: nell’understatement. E quanta autocelebrazione c’è nel definirsi: “Sono stato considerato il più tedesco tra gli economisti italiani”. E subito dopo aggiungere – altra battuta! – “E non tutti quelli che usavano questa definizione la intendevano come un complimento”.
Cita un editoriale della Washington Post sull’Italia (ma in realtà è su di lui). E uno sulla Suddeutsche Zeitung secondo cui è il “genero ideale”. Motivazione: “Perché parlo poco, vesto in modo serio e banale e non sono molto rumoroso”. Chissà che il vero momento verità, per capire l’enigma che passa per la testa di Monti sia quando gli scappa una parafrasi di Rino Formica: “Viviamo in un mondo di carne ossa e denaro, e non solo di principi”. Ce ne eravamo accorti, professore (battuta).

giovedì 29 dicembre 2011

Dagli affreschi alla scrivania: così cambia il rito politico




LA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO DI MONTI NELLA NUOVA SALA DI PALAZZO CHIGI: E LO SHOW DIVENTA SPETTACOLO DRAMMATICO
di Luca Telese

Prima di tutto i dati di fatto. Quella di oggi sarà la prima conferenza stampa di fine anno del Presidente del Consiglio, dal 2008, in cui il presidente del Consiglio non è Silvio Berlusconi. E già questa è una buona notizia.
   Ma quando stamattina a mezzogiorno Mario Monti inizierà a parlare in diretta tv e radiofonica di Rai, Mediaset e La7, gli italiani, anche al primo colpo d’occhio, saranno comunque colti da un brivido di inquietudine. Perché l’austera scenografia della sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio presso la Galleria Colonna la conoscono già. È’ in via santa Maria in via, a pochi metri da palazzo Chigi, ed è la stessa sala stampa dove fu presentato il “Decreto salva Italia” – quello dei tagli e delle tasse – al termine del Consiglio dei ministri che ha approvato la manovra anti-crisi. Ed è la stessa sala che in questo breve lasso di vita del governo tecnico ha battezzato il ministero mediatico e lacrimale di Elsa Fornero, all’annuncio dei tagli sulle pensioni, con il blocco della rivalutazione biennale e l’innalzamento dell’età pensionabile con il passaggio al contributivo. Come impone il rito politica spettacolo, dunque (anche quando è uno spettacolo drammatico è pur sempre spettacolo), la severa scrivania rettorile, con le sue tinte forti e scure, e le sue sfumature di marrone da tribunale gesuitico, si sostituisce definitivamente agli affreschi neorinascimentali, ai colonnati , agli ori bizantini e i cieli azzurrini del culto berlusconiano. Ogni tempo ha la sua lingua.
   È, dunque, una scelta di discontinuità non casuale quella di Monti e del suo staff. Un modo visivamente intuitivo per voltare pagina. Negli ultimi diciassette anni di governo, infatti sia Romano Prodi che il leader del Pdl avevano alternato – per il loro rendiconto – lo splendido scenario di Villa Madama e il complesso monumentale di San Michele a Ripa: il chiostro sobrio del refettorio trasteverino, o il clima incantato del gioiello delle residenze diplomatiche.
Proprio lì, un anno fa, rispondendo a una domanda ficcante posta da un collega di una agenzia (“Cosa pensa della politica internazionale?”) Berlusconi cesellò (di sicuro senza averne consapevolezza), ma senza dubbio attraversato da promozione profetica, il proprio epitaffio politico, componendo questo leggendario affresco geopolitico e antropologico: “Ho portato in dote all’Italia la mia diplomazia privata. E posso vantare di avere tre grandi amici personali fra i capi di stato del mediterraneo: Mubarak, Gheddafi e Ben Alì!”.
Micidiale. In meno di sei mesi due dei citati erano deposti, uno ammalato cronico l’altro latitante. In altri due mesi il terzo veniva brutalmente assassinato dopo quarant’anni di governo ininterrotto . Prima della fine dell’anno, per fortuna in modo incruento, e come per obbedire a una invisibile legge di simmetria – simul stabunt simul cadent - si era dovuto dimettere anche lui. Da una lato le rivolte popolari in piazza, dall’altro le sconfitte amministrative e referendarie (e il colpo di grazia delle spread).
Questo per dire quanto erano importanti quelle parole scandite davanti a una platea di spettatori italiani catodica e planetaria.
Per anni Berlusconi aveva cercato di ritualizzare e modellare a propria immagine e somiglianza, anche iconograficamente, questa cerimonia: nel tentativo quasi palese di metterla in competizione ideale con il sermone di fine anno del presidente della Repubblica.
Aveva costruito un logo ovale che prima non esisteva, contornato con le stelle della repubblica ma non la ruota dentata, forse troppo laburista (quella di cui Francesco Cossiga diceva: “Sembra il simbolo della Ddr!”).
Il Cavaliere aveva disposto l’apparato delle bandiere in modo gemello con l’addobbo quirinalizio. E poi – avendo sempre in testa dei format televisivi - aveva tentato di trasformare il botta e risposta in uno show. Un talk show monologante, ma pur sempre un talk show.
Nel 2008 aveva parlato per cinquanta minuti, annunciando una riforma della giustizia epocale di cui – per fortuna – non c’è traccia nei codici (leggi ad personam a parte). Forse anche per questo Monti parlerà in introduzione per 10-15 minuti al massimo, poi inizieranno le domande. Dipenderà dalla sinteticità dei primi botta e risposta il numero delle richieste che sarà soddisfatto nei circa novanta minuti messi a disposizione della stampa da palazzo Chigi, da inizio a chiusura dell’evento. Una nuova lingua, senza dubbio: molto sobria, sicuramente, a tratti feroce, ma del tutto diversa. L’anno scorso Berlusconi aveva sforato di un’ora il tempo prefissato. Il limite rigoroso annunciato da Palazzo Chigi è confortante. Se non altro in questo campo i tagli agli sprechi diventano realtà producendo effetti positivi.

mercoledì 28 dicembre 2011

Boccia-De Girolamo, un matrimonio “tecnico”




LUCA TELESE

Si sposeranno, anzi non si sposeranno, sì, lo faranno, ma non ora, macché, ci sono le pubblicazioni già affisse dal 23 dicembre, fino al colpo di scena (falso) di ieri: il matrimonio è stato già celebrato, in Campania, all’insaputa di tutti. Per una intera giornata, la solita soffiata ben informata di Dagospia – quella sulla pubblicazione nuziale affissa in un comune della Campania, Sassano – ha alimentato un giallo sulla coppia più in vista del Parlamento italiano e sull’ipotesi imminente delle sue nozze. Da un lato l’azzurra Nunzia De Girolamo, dall’altro il democratico Francesco Boccia. Non era vero, ma l’apologo che salta fuori dalla storia può insegnare qualcosa.

Intanto i fatti. Qualche cronista locale, anticipando i tempi della notizia e chiedendosi come mai la pubblicazione fosse stata affissa a ridosso del Natale, aveva ipotizzato una cerimonia lontana da occhi indiscreti. Ma in serata è stato lo stesso deputato del Pd a smentire, un po ’ divertito e un po ’ anche indispettito, dopo essere stato raggiunto al telefono da metà (l’altra era in ferie) dei giornalisti italiani: “Ma quale matrimonio segreto!? Ci troviamo, molto spensieratamente in Puglia, i miei due figli sanno già che ci sposeremo a settembre, perché mai dovremmo anticipare i tempi?”.

In realtà i 51 mila esiti che saltano fuori se si incrociano i nomi dei due deputati su Google e la facilità con cui attecchiscono le leggende metropolitane sul loro conto, sono una delle tante misure indirette di un clima politico che cambia e un simbolo involontario di una nuova stagione istituzionale.

Intanto perché quando dopo tanti mormorii la coppia si rivelò ufficialmente (nella sede a dir poco eterodossa di Un giorno da pecora, avendo per testimoni quei due dioscuri irriverenti di Giorgio Lauro e Claudio Sa-belli Fioretti), la De Girolamo e Boccia militavano in due fronti contrapposti e potevano sembrare l’ennesima possibile parafrasi della favola di Romeo e Giulietta: di centrosinistra lui, di centrodestra lei, un amore impossibile nei tempi della battaglia campale fra berlusconismo e antiberlusconismo.

Poi però, subito dopo aver enunciato il cliché, le cose si complicavano. Se non altro perché lei si divertiva a mischiare le acque: “Ma quale sinistra e sinistra? Francesco è un moderato, un popolare centrista, sono molto più di sinistra io di lui! Ha giocato il ruolo di arcinemico sfidando due volte Vendola, mentre a me Vendola è molto simpatico…”. E Boccia: “Non vi fate fregare: Nunzia è maestra nel dire a tutti la cosa che mi mette più in imbarazzo. Io sono un democratico europeo, lei è una conservatrice liberista che gioca a fare la spiritosa”. Era ancora più divertente incrociare le loro presenze negli studi televisivi, quando invitato nello stesso programma (la puntata dopo di lei), lui diceva ridendo: “Nunzia si prepara molto, ma in studio è una vera carogna, poveretto chi se la ritrova contro”. E lei ribatteva rispondendo pan per focaccia e non meno divertita: “Controllate l’Auditel… La verità è che al contrario di me Francesco abbassa gli ascolti”.

Il mistero delle pubblicazioni, però, è stato presto svelato. Il giovane sindaco di Sassano Tommaso Pellegrino, ex deputato dei Verdi (chirurgo dei tumori alla mammella) è stato il galeotto tramite dell’amore fra i due. Amico di entrambi, infatti, li aveva invitati a un convegno, a Napoli, dove Boccia e la De Girolamo si erano conosciuti assieme allo stilista Marinella. E così, in suo omaggio, i due deputati hanno deciso di sposarsi proprio nel comune delle orchidee.

Ma qui, uscendo dai merletti della cronaca rosa, si passa al cortocircuito politico. Durante i due anni più difficili della legislatura, sia lui che lei erano inseguiti da sospetti di tradimento, maldicenze, alzate di sopracciglio. In Internet fioccava pure qualche insulto: “Ma come si fa a stare con una di destra?” (o viceversa). Persino fra i colleghi qualche scetticismo c’era. Adesso, nel tempo dei tecnici, la coppia anomala si è fatta coppia profetica e lo spettro del tradimento si è mutato nell’epifania della solidarietà nazionale, incarnata nella spensieratezza di una promessa nuziale che si carica di significati fino a ieri inimmaginabili. “Da questa esperienza abbiamo imparato – ammette lui in privato – a giudicare meno e a capire di più”.

E se è vero che Boccia e la De Girolamo non hanno ancora celebrato nessun matrimonio e che si sposeranno (prima in municipio e poi in Chiesa) alla fine dell’estate, è altrettanto certo che un piccolo colpo di scena ci sarà. “La data che abbiamo in mente – spiega lei – è l’8 settembre”. E lui: “Essendo l’anniversario dell’armistizio più drammatico della storia nazionale, direi che può andare abbastanza bene, anche per testimoniare il bisogno di pacificazione che vorremmo rappresentare”. Auguri agli sposi. Sempre che, visti i tempi della politica, prima di allora non sia deflagrato un nuovo conflitto fra le rispettive fazioni di appartenenza.

Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2011 

domenica 25 dicembre 2011

IL FINTO TECNICO CRESCIUTO NELLA POLITICA. CHE NON SA MAI DI CHE PARLA




di Luca Telese
   Che meraviglia l’ultimo tecnico approdato alla gloria del piccolo schermo e alla vanità della sobria esternazione neo-governativa. Che spettacolo la neolingua io-non-centrista del neo sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo, quel sublime dire e non dire, una risorsa per il paese. Vedendolo martedì sera esternare sul nulla a Ballarò, il sottosegretario Polillo, si veniva presi da un moto di irresistibile nostalgia per i vecchi politiconi democristiani, che almeno erano esperti di tutto e di niente, ma che sapevano sempre di cosa parlavano (e quindi anche di cosa non dovevano parlare, che non è poco).
   VEDENDO la sfumatura alta e argentea del sottosegretario, ascoltando il suo vocione romafono, e il suo splendido eloquio da bar sport ti veniva un forte senso di rimpianto per quei campioni della prima repubblica che ci mettevano sempre la faccia (anche quando non era bella), e si beccavano sempre gli insulti (anche quando non erano meritati), perché quelle erano le regole del gioco e loro sapevano stare al mondo. Mentre invece, quando si assiste allo spettacolo nullista del sottosegretario Polillo, viene da pensare che al confronto lo sfuggente Arnaldo Forlani era un filosofo zen, colto, eruditico ed essenziale, conciso solo di fronte all’indicibile.
   STA DI FATTO che a Ballarò il sottosegretario Polillo è stato davvero spettacolare, nelle sue gincane per dribblare qualsiasi domanda. Le gare sulle frequenze televisive? “Ehhh, ci sono dei vincoli…”. E il suo sfidante, Antonio Di Pietro: “Non la fate perché c’è il veto del Pdl”. E Polillo: “Scusi, scusi, scusi…”. E quello: “Lo stai amettendo !”. E lui: “Scusi…”. E ancora: “Ma perché non l’avete fatta la gara?”. E il sottosegretario: “Non l’abbiamo fatta perché abbiamo fatto una scelta diversa!”. Elementare Watson. Anzi, di più, il sottosegretario ci ripensa e raddoppia: “Ci sono dei vincoli! Ci sono dei vincoli, come per tutte le maggioranze”. E Di Pietro, trionfante: “Appunto! Non fate la gara perché sennò il Pdl non vi vota”.
   ANCHE perché, quando poi è in difficoltà, il supertecnico si arrabbia e ricorre all’eloquio forbito: “Di Pietro, a Roma si dice: ‘Non la vorrei buttare in caciara!’”. Oppure. “Di Pietro, non essere populista!”. E il leader dell’Italia dei valori, sempre più arrabbiato: “Ma come, io ti faccio le domande e tu mi dici sempre che la butto in caciara e mi dici che sono populista!?”. E l’Ici sui beni della Chiesa va pagata o no? “Ehhh...... è un problema…”. E le tasse sui capitali scudati? “Ehhh..... Forse non si possono imporre…”. Fantastico. Ancora più bello il duello in due fasi con Di Pietro. Fase uno: il supertecnico attacca il leader dell’Italia dei valori con motivazioni squisitamente politiche: “Non ha perso la forma mentis del magistrato!” (come se parlasse di un ex ufficiale delle SS). Oppure, lanciandosi in una citazione cinematografica: “E’ come il dottor Stranamore che gli sfugge il braccio e gli parte il saluto”. Gli chiedono se la manovra sia equa, e di nuovo il sottosegretario tecnico con vocazione per l’invettiva politica torna subito vago. Allora Di Pietro gli fa: “Per me l’evasione è un reato punto”. E Polillo scuote la testa, come dire: vedete, è un manettaro. Si parla poi di trasporti e di ferrovie, cioè della materia di Polillo al ministero, e – soprattutto - del tema della puntata: “Diamo un sacco di soldi alle ferrovie, adesso non mi ricordo quanti gliene davamo esattamente”. Allora in studio chiedono: “Quanti?”. Polillo, molto tecnicamente non ricorda. E allora a chi si rivolge? Nientemeno che a quello con la forma mentis da magistrato: “Ma forse Di Pietro che è preparato sa quanti sono esattamente”. Meravigliosa la perfidia dell’ex ministro delle Infrastrutture, che a quel punto inalbera il suo sorriso da Aristogatto e si sottrae alla richiesta di soccorso del Sottosegretario: “Parla, parla… che io ti ascolto”. Il sindaco di Tombolo gli chiede se lo Stato si impegna a ripianare i buchi di bilancio che ci creano con l’Imu. Il sottosegretario Polillo, eroicamente, non risponde nemmeno questa volta. Altra domanda: “Il governo si impegna ad aprire un tavolo con le ferrovie? Il sottosegretario Polillo tira fuori la giustificazione per non essere pronto all’interrogazione. “Siamo stati chiamati all’improvviso….”. E allora Di Pietro, come il gatto che acchiappa il topo maramaldeggia : “Ma tu ci sei sempre stato al governo…Eh eh…”.
   E ALLORA ti viene voglia di scoprire quanto sia tecnico Polillo. Intanto bisogna ricordare che il sottosegretario, ex funzionario della Camera, è stato l’uomo del “buco”. Ovvero l’inventore della meravigliosa campagna contro il presunto deficit del governo Prodi (non ci sono notizie di suoi studi sul baratro del governo Berlusconi). Ex consulente di Giulio Tremonti, quindi molto tecnico, grande giocatore di tennis al circolo Montecitorio, quindi molto tecnico (soprattutto sul rovescio) già membro della fondazione Free ispirata da Renato Brunetta, quindi molto, molto tecnico, diciamo. Quindi uomo ovunque di Stefano Caldoro ai tempi in cui era ministro, quindi molto tecnico, tecnico di famiglia socialista. Ed ex guru di Fabrizio Cicchitto, secondo qualcuno l’ispiratore – nei panni del ghost writer dei suoi discorsi più ispirati. Quindi molto, molto, decisamente super-tecnico. Dopo aver svolazzato nel sottobosco di tutti i ministeri di centrodestra, dunque, il nostro mitico Polillo, scende ora nell’agone della politica e nell’epifania del governo Monti. Nulla di male. Ma se vuole fare il tecnico, la prossima volta, assuma qualche lato positivo della forma mentis da magistrato. E perlomeno si prepari.

sabato 24 dicembre 2011

Il nostro Hugh Grant che non vuole insegnare niente a nessuno




di Luca Telese
   In fondo è semplice, Fabio Volo ha un difetto imperdonabile: è un piccolo genio. Un genio minimale, certo, popolare: ma sempre genio. Basterebbe questo riassunto: mentre la critica storce il naso, Volo è protagonista di un film che veleggia verso i 4 milioni di euro di incasso e che – manco a dirlo – è tratto da un suo romanzo: una commedia brillante, commovente, piena di trovate, girata come un congegno perfetto di battute ed emozioni. Senza volgarità, senza faccioni da botteghino, senza effetti speciali. E poi ha scritto un altro libro – Le prime luci del mattino – che negli stessi giorni sta sbancando la top ten della narrativa italiana arrampicandosi sopra la vetta inumana del milione di copie. Ha massacrato il libretto natalizio ruffiano di Bruno Vespa, il monumento letterario funebre a Steve Jobs, ha dato punti a quello schiacciasassi che è Giorgio Faletti, superato un mostro sacro come Isabel Allende. Ma in un paese nonnista come il nostro Volo ha due difetti che per la critica puzza-sotto-il-naso sono imperdonabili: ha un pubblico popolare, piace alle donne, scrive commedie e romanzi sentimentali, non si occupa della fame nel mondo. E poi riempie le sale. E – soprattutto – è un giovane. Il che è a dir poco un crimine. Prendete Il giorno in più. È l’Harry ti presento Sally (italiano) del Terzo millennio. Ovvero un film che con il pretesto della commedia, viviseziona perfettamente i difetti fatali dei trenta-quarantenni italiani. Splendidamente immaturi, furbi e romanticamente egoisti. Il protagonista della storia è (come sempre) una sorta di alter ego di Fabio: grande successo nel lavoro, splendido sentimentalismo amorale, incapacità di trovare una relazione stabile. Isabella Ragonese, invece, è il suo esatto contrario, una perfetta Mag Ryan palermitana: trentenne solida, corazzata, stanca delle storielle, pronta a traversare il mondo per trovare la sua strada. Prendi questi due personaggi è dentro c’è tutta l’alchimia di una generazione. Ma siccome Fabio non cerca la morale, i grandi critici sono freddini. E poi dicono che Volo “è furbo” (gli altri invece sono tutti interessati all’arte?) che mette in scena se stesso, che riempie i suoi libri di citazioni da cioccolatini Perugina, che “fa parabiografia” , che forse ha un ghost writer.
   IL CHE ovviamente è vero. Ma se ha un ghost writer vorrebbero scritturarlo tutti (li aveva anche Simenon, ma nessuno lo sminuisce per questo, anche sceglierseli è un talento). Se cerchi su Google le voci sugli aforismi sono le prime tre (di tre milioni!), e sui Baci Perugina ci vanno Herman Hesse e Simone de Beauvoir. Quanto alla parabiografia, bisognerebbe decapitare metà della narrativa mondiale, e metà di quella italiana, a partire da Pavese e Pratolini. In realtà il fenomeno sconvolgente della narrativa di Fabio Volo è che chiunque lo conosca sa che solo lui potrebbe scrivere quei libri, e che la sua bibliografia è un meraviglioso caso di evoluzione in corsa: Esco a fare due passi era una sorta di zibaldone compilato in corsa da un disc jockey di successo, Il tempo che vorrei è un bellissimo e denso romanzone di formazione sulla gavetta di un giovane di provincia. Memorabile la scena in cui lui porta nella casetta dei genitori un vino costosissimo. “Vi piace?”. E loro: “Buono. Anche il Tavernello, però”. Il giorno in più è una miniera di trovate e caratteri: una grandissima Luciana Littizzetto nel cameo della collega scavalcata, Lino Toffolo commovente marito della moglie, Stefania Sandrelli, ancora una volta, mamma delle mamme italiane. Fabio Volo ha costruito una commedia sentimentale perfetta che fa impallidire quelle con Hugh Grant e, se volete, è un Cary Grant postmoderno

mercoledì 21 dicembre 2011

C’era una volta Ruby (e Berlusconi)




LUCA TELESE

È nata, è nata! E così Karima el Mahroug, compie l’ennesima metamorfosi della sua breve e densa biografia, da ragazza dissoluta e scapestrata, a madre discreta e pudica, da Rubacuori a santa.

Come tutte le favole a tinte forti, anche questa si alimenta di leggenda e fantasia. L’ultimo capitolo (per ora) lo ha scritto Luca Risso, compagno della ragazza che fece tremare Arcore, la presunta “nipote di Mubarak” su cui il Parlamento discettò e votò, per scongiurare – ci raccontarono – una crisi internazionale: “La bimba – dice Risso – sta bene. Pesa tre chili e 700 grammi, l’abbiamo chiamata Sofia Aida”.

Ma la leggenda parallela, sovrastando la notizia, ha acceso anche il mondo del web, scatenato in lazzi feroci come: “È nato PierMubarak“. Oppure “La figlia di Ruby è nata maggiorenne”, o anche:“Domani si terranno i test di paternità a San Siro dalle 9 alle 19”. Per chiudere con la più prevedibile: “Le prime parole: Papi”. Fino ai magistrali cattivacci di Spinoza: “È nata la figlia di Ruby, Ghedini la inserisce nella lista dei testimoni”.

È quindi straordinario che, simbolicamente, mentre il dispositivo di rinvio a giudizio (ormai retrocesso nell’agenda dei media a notizia minore) ci dice che secondo i magistrati di Milano ad Arcore c’erano festini con prostitute, mentre la drammaturgia delle “cene eleganti” si vira di luce rossa, l’immagine di Ruby sia invece in queste ore trasfigurata angelicamente (e provvidenzialmente) in quella più dolce di neomadre.

Proprio per questo forse, per tenere in esercizio la memoria, è interessante ripercorrere la saga della marocchina che fece tremare il governo: sembra mille anni fa, era solo il novembre 2010, e sui media se ne dissero, e scrissero, di tutti i colori. Il 21 dicembre, gusto un anno fa iniziava l’indagine. L’accusa: “Concussione e prostituzione minorile”.

Che strano effetto rileggere quelle prime e frettolose dichiarazioni invecchiate così precocemente, ripercorrere il turbinoso valzer di parole che avvolse l’Italia. A partire ovviamente da Silvio Berlusconi che, interrogato sull’inchiesta Bunga Bunga, sibilò: “Sono qui a parlare di spazzatura vera, non di spazzatura mediatica”. E poi: “Io sono uno di cuore, mi muovo per aiutare le persone in difficoltà”.

E che dire di Roberto Maroni, ministro dell’Interno, che si stupiva delle domande sul caso?“Parliamo di politica, per favore”. E Bondi? Tuonava: “È l’ennesimo capitolo di una campagna scandalistica, il segno più spaventoso di una inciviltà che minaccia di corrodere le fondamenta della nostra vita democratica”. Boom!

E la trasecolata Nicole Minetti? Inconsapevole di quello che avremmo appreso poi, si schermiva:“Ci tengo a precisare che con la signorina Ruby non ho rapporti di amicizia”. Emilio Fede (più tardi avremmo scoperto che era proprio lui il “talent scout”) cadeva dalle nuvole con candore virginale: “Credo di aver conosciuto quella ragazza a qualche cena a casa Berlusconi, ma non gliel’abbiamo presentata né io, né Lele Mora”.

È istruttivo ripercorrere questo alfabeto di mirabili corbellerie, per scoprire quanto la memoria di questo paese sia corta. Alla controinformazione del Pdl si aggiunse presto quella della fanciulla marocchina: “Mio padre mi ha ripudiata perché sono cattolica”, “Silvio è come la Caritas, mi ha aiutata, gli voglio bene”. Fino all’ultima perla: “Vorrei fare il carabiniere, ma sto dall’altra parte”. Ruby iniziò la sua metamorfosi piangendo sul divano di Alfonso Signorini a Kalispera, mentre le indagini parlavano di una ragazza capricciosa che andava da Genova a Milano in taxi e fuggiva nella notte per non pagare il conto.

Un’altra eroina veniva ora plasmata dai media amici, mentre lei, parlando con il padre al telefono diceva (26 ottobre): “Silvio ha detto all’avvocato ‘ Dille che la pagherò il prezzo che vuole l’importante è che lei chiuda la bocca, che neghi il tutto, e che dica… che dica pure di essere pazza ma l’importante è che lei mi tiri fuori da tutte queste questioni, che io non ho mai visto una ragazza che ha 17 anni, o che non è mai venuta a casa mia’”.

E Ruby la pazza la fece benissimo, facendo turbinare una giostra di disinformazja su carta stampata, su cui dovrebbero assegnare tesi nelle scuole di giornalismo. Mentre il parroco di Letojanni, don Adelino Affannato si stupiva (“Conosco la sua famiglia che è musulmana, di sicuro in parrocchia non l’ho mai vista”), il Foglio sfidava l’iperbole (“Berlusconi ha fatto benissimo a dire spavaldo che ama le donne”), Niccolò Ghedini annunciava profetico: “Quando saranno resi noti gli atti documentali e testimoniali sarà agevole comprendere la risibilità degli attuali assunti giornalistici”. Stefania Prestigiacomo azzardava una critica feroce al suo leader: “Forse Berlusconi esagera in generosità”.

Franco Frattini, ministro degli Esteri, assicurava: “Berlusconi ha testualmente detto che era stata segnalata come una parente di Mubarak”. Mara Carfagna: “I tempi dell’inchiesta fanno pensare a una persecuzione”. E di nuovo Ghedini, sublime: “Berlusconi ha avuto occasione di scherzare con Mubarak durante una cena, presenti gli ambasciatori, dicendo che aveva conosciuto una sua parente molto bella”. Fede chiosava che in realtà era “bruttina”, Inascoltato M’Hamed el Marough, il padre di Ruby, diceva: “Davanti a una storia del genere un genitore può solo provare vergogna, mia figlia è una bugiarda”. E allora fu Lele Mora a chiarire tutto:“Berlusconi ha una fidanzata, di trent’anni”.

Ma il punto più alto della saga fu il conflitto di attribuzione con cui il Parlamento voleva strappare l’inchiesta ai giudici, con l’indimenticabile e applauditissima arringa in cui l’onorevole Maurizio Paniz tuonava: “Berlusconi era convinto che fosse nipote di Mubarak!”. Ora che nel cuore dell’Italia familista la maternità estingue il peccato, tutte queste favole andranno perdute, come lacrime nella pioggia, nel giorno in cui Mubarak divenne bisnonno.

Il Fatto Quotidiano, 21 dicembre 2011 

sabato 17 dicembre 2011

DAMIANO “Il Pd ha già scelto sui licenziamenti non si tratta”




L’EX MINISTRO DEL WELFARE CHIEDE PIÙ AMMORTIZZATORI SOCIALI, ALTRO CHE FLESSIBILITÀ E NUOVI CONTRATTI
di Luca Telese
   Con l'Italia in piena recessione l'articolo 18 non può essere toccato. Siamo alle soglie di un drammatico choc occupazionale: le tutele vanno aumentate, non certo ridotte”. Visto che è un sabaudo rigoroso e antiretorico come Cesare Damiano, a parlare, un ex ministro del Welfare, non si può che trarre un motivo di inquietudine da questo allarme con cui il deputato del Pd apre il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro.
   Onorevole Damiano, perché parte da una visione apocalittica?
   Siamo in recessione. Abbiamo speso 3 miliardi di ore di cassa integrazione dal 2008 a oggi. Abbiamo 2 milioni e 700 mila persone disoccupate che hanno rinunciato a trovare un lavoro, mezzo milione in cassa integrazione, 2 milioni e 100 mila disoccupati, 3 milioni in nero. Secondo Confindustria 800 mila si preparano a diventare nuovi disoccupa-ti.
   Proprio per questo il governo sostiene che la riforma della flex security potrebbe migliorare il quadro.
   Se l’idea è aumentare le protezioni per fronteggiare la crisi, non solo sono d’accordo, ma la sosterremo.
   I teorici del modello danese dicono che per realizzarlo la licenziabilità è una condizione irrinunciabile.
   Mi ascolti bene: consideriamo del tutto fuori luogo un nuovo attacco all'articolo 18.
   Questa è la sua posizione personale o un plurale collettivo che indica il suo partito?
   Fino a prova contraria è la posizione di tutto il Pd, votata a grandissima maggioranza l'estate scorsa.
   Ma questo dibattito allora non era all'orizzonte?
   Quel documento era il prodotto di un dibattito di due anni in cui questi problemi sono stati affrontati con serietà dal Pd.
   Il principale teorico della flex security, Pietro Ichino è un suo collega di partito.
   Che fa benissimo a sostenere le idee di cui è convinto. Ma che, con altrettanta onestà, non può pretendere di far diventare queste posizioni personali quelle di un intero partito.
   Ichino sostiene che se gli imprenditori avranno la possibilità di licenziare per motivi economici assumeranno di più.
   Non credo alla favola della licenziabilità che produce lavoro.
   Mi spieghi perché.
   Oggi l'articolo 18 non si applica alle imprese con meno di 16 dipendenti. Che sono il 90 per cento. E l'80 per cento delle nuove assunzioni é costituito da contratti precari. Vuol dire che anche chi non ha l'articolo 18 ricorre a contratti precari. E sa perché?
   Me lo spieghi lei.
   Il primo motivo per cui si ricorre a forme di precarietà non è contrattuale ma economico. Assumere a tempo indeterminato costa di più. Quindi si deve agire sulla riduzione del costo del lavoro per le imprese, non certo sulla possibilità di mettere fuori organico i suoi dipendenti
   Esempio?
   Il primo passo deve essere alzare il costo dei contratti precari e diminuire quello dei dipendenti fissi. Noto con piacere che uno dei provvedimenti del governo sull'Irpef, concede uno sgravio per i neo assunti che va in questa direzione.
   Che altro?
   Allargare il periodo di prova a tre anni. Mi pare che sia già tanto, per chi aspetta la stabilizzazione.
   Si dice: un buon imprenditore non ha motivo per privarsi dei suoi lavoratori.
   Ma in tempo di crisi il problema di abbattere i costi diventa la prima condizione da rispettare per salvarsi. Le faccio un esempio sui cassaintegrati. Chi è in cassa resta in organico e può tornare al lavoro se la crisi si attenua. Se scatta la licenziabilità economica, invece, la logica vuole che vengano messi fuori per primi: in Italia sono 500 mila.
   Ma i teorici della flex security dicono: una grande ingiustizia esiste già e divide chi ha garanzie da chi ne è privo.
   È un ragionamento che parte da una premessa giusta, ma di cui non mi convince la conclusione.
   Perché?
   Questo fantomatico contratto unico non sarebbe unico affatto. Resterebbero quelli con i vecchi contratti e poi anche i nuovi continuerebbero ad avere contratti di lavoro interinale, a chiamata o tempo determinato.
   La riforma delle pensioni ha complicato le cose?
   Le faccio un solo esempio, quello dei lavoratori “esodati”. Il termine è orribile, ma indica coloro che sono usciti dalle imprese licenziandosi con uno scivolo – tipo un anno di stipendio – che permettesse di arrivare alla pensione.
   E adesso sono finiti nel limbo.
   Peggio. Non possono andare in pensione, perché mancano loro tre o quattro anni. Ma non possono tornare indietro.
   Quanti sono?
   Il ministero sta facendo i calcoli. Ma sono tanti. E per assisterli bisogna inventare nuove tutele. Avevamo preparato un emendamento che non è entrato nella manovra, però abbiamo presentato un ordine del giorno firmato da tutti i partiti di maggioranza perché sia reintrodotto.
   Sono quei lavoratori che rientravano nella famosa “quota Damiano”, 96 anni fra età anagrafica e anzianità lavorativa.
   Già, la famosa quota 96: quando l'abbiamo varata mi hanno fatto i cortei contro. Adesso viene considerata un insopportabile privilegio.
   Quale dovrebbe essere dunque la base di partenza del governo per questa riforma del lavoro?
   Stanziare fondi ingenti per nuovi ammortizzatori sociali perché sta arrivando una nuova tempesta e ne abbiamo bisogno per evitare che il Paese vada socialmente a fondo.

LA POLITICA IN TV “DALLO SHOW AL BIANCO&NERO”





Freccero: “Monti ha l’autorevolezza del servizio pubblico delle origini”
di Luca Telese
   È un terremoto: siamo passati da temi come escort e consumi, alla drammaturgia dell’angoscia sullo spread e sui dilemmi dello sviluppo. Cambia tutto per la politica, ma – soprattutto – per l’informazione e per il giornalismo”. Carlo Freccero, come tutti sanno, non è solo il direttore di Rai4, ma uno dei massimi esperti italiani di comunicazione mediatica. Freccero ama la provocazione e l’iperbole e quando parla del giornalismo televisivo nell’era del post Berlusconi ipotizza il passaggio a una nuova stagione.
   Freccero, proviamo a spiegare cosa sta cambiando nella nostra tv?
   La prima cosa che si nota è il cambiamento di agenda. Sembra passato un secolo, anni luce, da quando il Parlamento, in piena crisi economica internazionale, era impegnato a votare sul caso Ruby e sulla sua credibilità come nipote di Mubarak.
   E questo perché, secondo te?
   Il governo di oggi rientra nei ranghi della modernità e restituisce al potere il suo legame con il sapere.
   Basta questo?
   Non sto facendo un ragionamento politico, ma una constatazione. Oggi il premier è autorevole e competente, mentre Berlusconi tendeva a mimetizzarsi con l’uomo qualunque.
   Cosa intendi?
   La filosofia di Berlusconi, parlo delle intenzioni, era inclusiva. Aveva l’aspirazione di comprendere tutti gli italiani nel suo racconto.
   E oggi, invece?
   Il tempo dei tecnici e dei sacrifici sposta tutto il contendere su chi deve essere escluso o incluso dal benessere.
   Anche nel rapporto con i poteri Berlusconi puntava all’inclusione ...
   In realtà aveva colonizzato ogni settore del Paese, dall’economia alla cultura e alla comunicazione, e quindi sommato ogni forma di potere nella sua persona.
   La tv era metafora di questo?
   Per usare termini catodici possiamo dire che Monti ha l’autorevolezza del primo servizio pubblico televisivo: è pedagogico e “sobrio”, mentre Berlusconi era l’espressione della sua televisione commerciale, divertente, disimpegnata, costruita direttamente dal pubblico.
   Abbiamo parlato per venti anni di veline e di propaganda...
   E oggi invece torna al centro del dibattito un tema da tempo rimosso: il lavoro. Le figurine del calciatore, della escort, della velina e del cantante sono sostituite dal lavoratore e dal cassintegrato, proprio perché il lavoro manca.
   Se è cosi i talk show sono impreparati...
   E infatti tornano in forma drammatica perché il lavoro non c’è più e cominciamo a renderci conto che lo spettacolo non può sostituire la produzione. E anziché occuparsi dei casting, le famiglie devono fare i conti con la sopravvivenza quotidiana.
   Però la Lega torna allo spartito dei puri e duri.
   Ieri era vitale, oggi anacronistico.
   Perché?
   Come tutti i movimenti dialettici continua ad avanzare ritornando al passato, ma si torna al passato in forme nuove. Questo governo è autorevole come il governo di una Repubblica normale e ha la freschezza che gli è conferita dal tornare alla normalità dopo due decenni di puro spettacolo. Quello che ieri era noioso è oggi credibile perché siamo stanchi di un governo la cui comunicazione era paradossalmente sempre all’opposizione e in cui una vera opposizione era assente.
   Pensi che la protesta non paghi?
   No. La Lega deve recuperare le proprie radici di contestazione ruspante, replicando in Parlamento le manifestazioni eccessive che, alle proprie origini, esibivano nelle piazze e nei talk show come Profondo Nord di Lerner. Ma se ieri la loro protesta poteva apparire volgare, ma vitale e nuova, oggi appare falsa, semplicemente fuori luogo.
   Cosa consiglieresti, allora, ai politici?
   Provo a dire per immagini: ritornano la centralità della competenza e dell’intelligenza, a scapito della bellezza, spesso costruita dal bisturi. Sino a ieri improbabili parlamentari ci impartivano dai media la lezione che, per una donna, la bellezza è l’unico valore, citando inconsapevolmente il discorso di Marylin Monroe ne Gli uomini preferiscono le bionde. Oggi tutto questo appartiene a un remoto passato.
   Sembra che i tecnici siano tutti rose e fiori, per te.
   Sto descrivendo il nuovo campo da gioco. Non lo esalto. Certo è che la Fornero a sinistra, battezzata dalle sue lacrime mediatiche e Passera per il centrodestra, sono due potenziali Papi neri del futuro.
   E Monti?
   Un potenziale presidente della Repubblica, anche nella cifra con cui comunica.
   E la cosiddetta Casta?
   Non comunica più. È incapace di capire la complessità. Il talk show che era il luogo della Casta e della semplificazione invecchia di colpo.
   La sinistra è compresa in questa tua analisi?
   Da un lato emerge il pensiero tecnocratico, dall’altro quello radicale. Ma solo se sorretto da analisi e risposte. Quello che è in mezzo si è obsoletizzato.
   Esempio?
   La drammaturgia dello spread ha sostituito l’infotainment. La dialettica primaria non è più destra e sinistra, ma potere-antipotere
   Il Potere economico prevale su quello politico, non è detto che sia un bene.
   È vero. Ma per questo l’oppositore e l’indignato devono essere competenti, non tifosi. Toni Negri ha da dire più dei Cobas. Sai che la finanziarizzazione è iniziata nel 1979, assieme alla tv commerciale?
   E adesso che il processo arriva a compimento?
   La democrazia rappresentativa delegata per procura ai poteri politici viene spazzata via. La televisione che è sismografo di tutto ha corroso la Casta e l’oppositore ideale deve essere come il Pci parlamentare di una volta, competente e autorevole.
   I tg e Vespa contano come prima?
   Se Monti avesse presentato la manovra da Vespa prima di passare dal Parlamento sarebbe stato un errore clamoroso. Dal punto di vista comunicativo la cornice quasi funerea della nuova sala stampa è stata un set perfetto per illustrare la Finanziaria lacrime e sangue. Finito il tempo degli scudieri e delle amazzoni berlusconiane vedo già i nuovi Richelieu, come Giarda.
   Tutto bene, allora?
   No, affatto. Sta emergendo tutta la crudeltà del pensiero unico, liberista ed escludente. Solo che se lo vuoi raccontare, o abbattere, devi riscrivere tutti i codici e tutte le mappe.

mercoledì 14 dicembre 2011

GOVERNO MONTI PD, SI SPEZZA MA NON SI SPIEGA


La manifestazione dei sindacati fa deflagrare il partito

di Luca Telese

E alla fine torna il “bersanese”. “Il Pd – dice il suo segretario - è un partito di governo che non perde il contatto con la realtà sociale. Chi ha più soldi non può mica mangiare dieci volte al giorno...”. Il bersanese come tentativo di dire qualcosa di sensato mentre nel partito risuona il tana libera tutti. Chi va a destra, chi a sinistra, chi esalta il rigore, e chi dice che bisogna cambiare finanziaria: il centrosinistra, un tempo critico, sta diventando criptico. Dice Furio Colombo, deputato eretico del Pd: “Il governo Monti all’inizio sembrava un stanza calda, dopo l’inverno gelato di Berlusconi. E’ diventato una stanza tiepida dopo la lista dei ministri. Adesso, dopo la finanziaria, è una stanza gelida”. Il problema, come si diceva un tempo è politico. Quale deve essere la posizione del Pd sulla manovra? Quale è il giusto equilibro fra la legittima critica e l’opposizione pregiudiziale?

Ieri Bersani ha capito che il partito è troppo sbilanciato sulla difesa dei sacrifici e ha provato a correggere la rotta incontrando i sindacati: "Chiederemo che vengano corretti alcuni punti sulle pensioni per garantire maggiore equità - ha spiegato - Ci auguriamo che il governo faccia qualche passo avanti e per quello che non sarà fatto insisteremo, vedremo quanto sarà collaborativo, cercheremo di convincerlo e chiederemo che sia attento al Parlamento e alle forze sociali". E poi, quasi sconfortato: "Ieri (l’altroieri, ndr.) c’è stata una mobilitazione, qualcosa il governo la deve dire”.

Era stata proprio la manifestazione unitaria Cgil – Cisl e Uil di lunedì a far deflagrare il dibattito, nel partito, tra due estremi non più conciliabili. Da un lato i cosiddetti “montiani del Pd” (così li ha efficacemente definiti il Foglio), l’area che tiene insieme sul sì alla manovra gli ex veltroniani, i lettiani e gli ex popolari capitanati da Beppe Fioroni. Dall’altro l’ala “laburista” del partito, raccolta sempre di più intorno ai due giovani leoni quarantenni: Matteo Orfini e il responsabile Economia Stefano Fassina. E poi a un ex ministro come Cesare Damiano. A loro si aggiungono, anche se fuori da una logica di corrente, il parere pesante dell’ex segretario della Cgil Sergio Cofferati, e quello della sinistra interna guidata da Ignazio Marino. In mezzo, con il compito non facile di trovare una quadra, Bersani, che ha visto slittare verso la vecchia minoranza, una parte della sua mozione congressuale.

LA CONTESA è deflagrata quando Fassina – da tempo inviso all’ala centrista e a quella riformista del partito – ha annunciato che sarebbe stato al fianco dei sindacati in piazza. Apriti cielo. Aveva aperto il fuoco Morando, ex leader della componente liberal: “E’ insensato opporsi alle misure di Monti. Quella seguita dal governo tecnico è la linea che dovrebbe essere di tutto il Pd”. Ed è ancora più duro lo stesso Fioroni, che usa parole di fuoco per bollare il gesto di Fassina e di quelli che sono d’accordo con lui: “Andare a quella manifestazione è gravissimo errore. Non possiamo essere contemporaneamente pesce e carne, perché poi finiamo per diventare una pietanza insipida”. Il ragionamento dell’ex ministro, a tratti spietatamente sarcastico, è questo: “Non possiamo sostenere la manovra e poi manifestare contro. Se ci sono dei cambiamenti da fare si fanno in Parlamento. Altrimenti si tace”. Fioroni ce l’ha, ovviamente, con i suoi colleghi: “Ci dobbiamo mettere la faccia. Non possiamo fare le ombre cinesi”. Poi l’ex ministro annuncia una resa dei conti: “E’ ora di sciogliere quei nodi e assumere un profilo di governo”. Fioroni – è questa la cosa più interessante - conclude prefigurando scenari futuri: “Quello che decidiamo ora è importante perché anche dopo le elezioni servirà un governo di grande responsabilità”. Se ascolti Fassina e Orfini ti stupisce quanto sia opposta la loro visione. Orfini è pacatissimo: “Suggerirei ai cosiddetti ‘montiani’ di essere più prudenti. La nostra base ritiene questa manovra iniqua e da correggere. Ed è esattamente questa la linea del partito”. Non si sente un apostata il giovane dirigente della segreteria: “In piazza ci si va, of course. Vengo da un giro nelle sezioni del Pd, in Puglia, in cui la gente è preoccupata per quello che accade. Bisogna vedere le facce dei pensionati che si sono fatti la casa da soli e pagheranno due volte, prima di parlare. Non c’è nulla di irresponsabile nel voler migliorare la manovra. Sarebbe sbagliato se un partito come il nostro dimenticasse la sua linea per accettare acriticamente tutte le misure del governo tecnico. Quella sì, sarebbe una resa della politica”. Sorride Orfini: “Bersani ha detto che il Pd simpatizza per chi manifesta, quindi non mi sento affatto fuori linea”. Anche Fassina è andato. Sabato scorso era a Bruxelles, in un vertice del partito socialista europeo: “Io rimango fedele alla linea che abbiamo votato nei nostri documenti. Perché mai dovremmo cambiarla? Il governo Monti non ha le nostre posizioni, perché è un governo che si sostiene anche con i voti della destra e con loro deve mediare”. Chiedi a Fassina: il segretario con chi sta? Risposta sibillina: “E’ con il Pd. Al fianco di chi paga il peso di questa manovra e chiede equità. Noi siamo con i lavoratori e i sindacati che questa equità la vogliono affermare con le giuste modifiche possibili”. Ma prendete Marina Sereni, vicecapogruppo alla Camera: “Tutto è migliorabile, e si possono anche trovare mediazioni. Ma perché tornare indietro? Se non si prova a rompere ora incrostazioni e rendite di posizione quando daremo all'Italia il segnale che dobbiamo cambiare per ricominciare a crescere?”. Dicono che il colloquio tra Monti e Franceschini fosse pieno di luci ed ombre, Paolo Gentiloni mostra scetticismo su Twitter. “Senza un coordinamento politico manca una regia e così la confusione regna sovrana", dice Francesco Boccia. Il problema è che se dalla dialettica D’Alema-Veltroni si passa a quella Fassina-Letta, il rischio è che il risultato – lo stallo del Pd - non cambi.