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mercoledì 28 dicembre 2011

Veltroni: 'Occhio, crolla tutto'



di Marco Damilano
«La situazione è più grave di come sembra. La depressione economica ricorda quella che negli anni '30 portò al nazismo e poi alla guerra. La democrazia rischia di essere sostituita dal populismo e dalla tecnocrazia. Noi politici dobbiamo capirlo. E proporre subito un nuovo grande patto sociale». Parla l'ex leader del Pd
(28 dicembre 2011)
Il 2011 è stato un anno pericoloso. Una grande cupezza, un pessimismo opprimente. Con due eventi positivi: l'uscita di scena di Silvio Berlusconi come premier, che non significa solo la fine di un governo ma la chiusura di un lungo tempo politico e culturale. E il risveglio della società civile, dal movimento delle donne in poi, un'opinione pubblica che vuole partecipare e contare". La politica ai tempi della recessione: Walter Veltroni ragiona sull'anno che verrà e non nasconde l'inquietudine: "Questo tempo non è una parentesi". E non lo sarà il governo dei tecnici: "Basta con le riserve. Il Pd deve appoggiare Mario Monti con autonomia, ma con convinzione".

Si annuncia una recessione più pesante del previsto. La politica è pronta ad affrontarla?
"Ho l'impressione che la politica non sia consapevole di quanto sta accadendo. Si parla di recessione, ma la direttrice del Fmi Christine Lagarde ha usato un termine più duro: depressione. E ha citato gli anni Trenta del Novecento. E' un precedente terribile: in quel decennio la depressione portò in Germania al nazismo e poi all'inizio del conflitto mondiale. Oggi sta venendo meno l'Europa che è stata il senso della seconda parte del Novecento. Sta crollando la fiducia che il sistema funzioni. Stiamo vivendo una fase storica in cui si è spezzata l'ininterrotta crescita economica e sociale dal dopoguerra a oggi, un terremoto che cambia la percezione del mondo. Non si uscirà da questo tempo come una parentesi. Vorrei utilizzare un'espressione antica: dobbiamo pensare a un nuovo modello di sviluppo. Non si evita il pericolo degli anni Trenta con una manovra economica, serve un New Deal. O la politica riesce a dare qualche risposta oppure ci penseranno la tecnocrazia o il populismo. Tanto più che la recessione accelererà la pulsione già presente nella società a ridurre la complessità. E se non recupera agli occhi dei cittadini legittimità e capacità di decisione, la politica e, questo è il rischio, persino la democrazia sembreranno un peso e non una opportunità". 
Lei parla di un cambio di mentalità, ma all'Italia sono richieste scelte dolorose e immediate, dopo le pensioni il mercato del lavoro. Fino a che punto siete disposti a sostenerle?
"Il nuovo modello di cui parlo richiede che si riveda la scala delle priorità: ci sono bisogni primari collettivi che vanno soddisfatti e bisogni secondari cui bisognerà rinunciare o che andranno rivisti, per estendere l'accesso ai primi in modo universale. E' una rivoluzione necessaria: fine di egoismo e individualismo esasperati e scoperta di un nuovo senso di comunità, di relazioni sociali e umane solidali. In Italia per decenni ci siamo retti su un patto che comprendeva le baby pensioni, una certa tolleranza per l'evasione fiscale, perfino la convivenza con la criminalità mafiosa, teorizzata anche da uomini di governo. Quel patto era per l'immobilismo, si è scaricato sul debito pubblico ed è diventato intollerabile. Ora serve un nuovo patto per il dinamismo. Un patto per le riforme, per la modernizzazione giusta del Paese".

Il governo tecnico serve a scrivere il nuovo patto?
"Vedo che c'è un eccesso di domanda nei confronti di Monti. Al premier viene chiesto di fare tutto: salvare l'Italia, evitare il tracollo, scrivere in pochi mesi riforme che attendono da decenni. La politica è molto esigente con Monti dopo essere stata pochissimo esigente con se stessa. Ma il compito di questo governo non è fare un Paese nuovo. Questo spetta ai partiti, ai sindacati, alle forze sociali. Se non si farà questo, non si staccherà la spina a Monti, si staccherà la spina al Paese".

Per Gustavo Zagrebelsky "i partiti, di fronte all'emergenza, hanno alzato bandiera bianca". Il governo Monti è una resa della politica?
"Aprendo la strada a Monti, in realtà, la politica si è portata all'altezza della situazione, come aveva chiesto il presidente Napolitano. E' stato un atto di responsabilità, di generosità e di intelligenza, tre virtù necessarie e non molto praticate. Chi ha compiuto questa scelta ha il diritto e anche il dovere di rivendicarla con orgoglio, non deve vergognarsi di averla fatta. L'anomalia non è Monti, sono stati i 17 anni in cui abbiamo avuto da una parte Berlusconi e sul fronte opposto gli anti-Berlusconi, cioè coalizioni costruite per mettere insieme tutti quelli che erano contro. Con un'eccezione: il governo Prodi del 1996-98. Considero quel governo di cui facevo parte il migliore della Repubblica. L'estremismo e poi il maldipancia dei partiti che il giorno dopo l'euro chiesero la fase due hanno provocato la sua caduta. E' stato come spalancare l'autostrada al ritorno di Berlusconi, il punto di svolta. E' in quel momento che tutto si è avvitato. Se fosse nato all'epoca il partito dell'Ulivo, il Partito democratico, la storia sarebbe cambiata...".


martedì 29 novembre 2011

Perché vincono gli evasori


di Corrado Giustiniani

I mezzi per recuperare 125 miliardi di tasse l'anno ci sarebbero. Quello che manca è la volontà politica. E alla fine, un condono tira l'altro

(29 novembre 2011)

Impossibile proporre nuovi sacrifici, e magari nuove imposte, senza assestare un colpo ai furbi che non pagano le tasse. Per propinare l'amara medicina, Mario Monti dovrà rivestire il cucchiaio con la glassa dell'equità, e la lotta all'evasione sarà forse il più importante banco di prova per il nuovo premier. Certo, nessuno può pretendere che, con il poco tempo a disposizione, arrivi a scalare il picco dei 125 miliardi di imposte evase annualmente (la stima è della Confindustria). Ma che riesca a piazzare qualche chiodo per una via ferrata di medio periodo, questo sì. Perché oggi, visto che il fisco può analizzare cinque annualità di imposta (e dunque pescare in un mare di 625 miliardi di evasione), i 10 miliardi e mezzo di euro recuperati nel 2010 appaiono davvero pochi.

LA MONTAGNA INCARTATA.
"In realtà, se togliamo interessi, sanzioni e minutaglie come gli errori nelle deduzioni mediche, è tanto se si arriva a tre miliardi di ricchezza nascosta recuperata", osserva Raffaello Lupi, professore di Diritto tributario a Roma Tor Vergata. La stima della Corte dei Conti, nel Rapporto 2011 sul coordinamento della Finanza pubblica, non si discosta molto: il recupero di imposta evasa sarebbe circa la metà di quello vantato ufficialmente dal direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Ma anche partendo da 10 miliardi di recupero, se si considera che sono cinque le annualità recuperabili, di questo passo, ci vorrebbero almeno 60 anni per arrivare in vetta. Come mai? Ci mancano i Walter Bonatti del caso? Non abbiamo corde e moschettoni? O quei monti sono nascosti da una malefica cortina di vapori velenosi che ostacola ogni ascensione tanto che, se per caso un governo ci si avventura, il successivo fa un rapido ritorno al campo base? Proviamo a capirlo.

I MEZZI CI SONO . Strumenti tecnici e risorse umane per indurre gli evasori a più miti consigli, ne avremmo. L'Anagrafe tributaria, nata quasi cinquant'anni fa, è una banca dati di dimensioni mostruose, che contiene tutte le dichiarazioni dei redditi - circa 40 milioni ogni anno - le transazioni immobiliari, gli atti di successione, le operazioni doganali, è collegata col catasto e con le utenze Enel e Telecom, ed elabora 200 milioni di documenti l'anno. Ora tutti i dati sono nei computer dell'Agenzia delle Entrate, che ha festeggiato all'inizio del 2011 i suoi dieci anni di vita, è dotata di grande autonomia e di 32 mila dipendenti (non più di 15 mila, però, addetti ai controlli sostanziali). Inoltre, il fisco può disporre dei militari della Guardia di Finanza, 60 mila in tutto, un terzo dei quali impegnati sulle tasse. Ma allora, perché i risultati sono così scarsi?

CONDONO CONTINUO. E' il più grave handicap del fisco italiano. A causa sua, la lotta all'evasione si blocca, a volte, per anni interi. Come è accaduto con il condono fiscale del 2002: un colpo di spugna che ha cancellato tre anni di attività degli uffici e ripulito la "fedina fiscale" di evasori incalliti. Ma in quel condono è accaduto qualcosa di ancora più grave: poiché per sottrarsi ai reati tributari bastava versare la prima rata, molti si sono fermati lì. E il 20 per cento delle somme dovute non è mai arrivato, con il risultato che si è aperto un buco di 4-5 miliardi di euro rispetto alle previsioni di incasso. Lezione inutile: a luglio, è stata partorita l'ennesima sanatoria del governo di centro-destra sulle liti pendenti per le controversie sino a 20 mila euro. L'aspettativa di sempre nuovi condoni (anche sotto mentite spoglie: dichiarazione integrativa, chiusura liti pendenti, deflazione del contenzioso) è un disincentivo potente a pagare le tasse, un inquinamento letale di sistema. Si cura in un solo modo: inserendo il divieto di condoni fiscali nel testo della Costituzione.

MAL DI SCUDITE.
E' una variante del condono che si applica a chi mette i soldi in Svizzera e nei paradisi fiscali. Il primo scudo, del 2001, riservato a grandi capitalisti che avevano i soldi all'estero, ha fatto venire l'acquolina in bocca ai medio-piccoli, che hanno iniziato a portare fuori dell'Italia soldi in nero (basta arrivare a Lugano), in attesa di un immancabile nuovo provvedimento. Sono loro ad aver colto in pieno la chance dello scudo ter di Tremonti, che garantiva anonimato e un mini-pagamento del 5 per cento. In questo modo 180 mila contribuenti hanno regolarizzato 104,5 miliardi di euro, che al fisco hanno fruttato appena 5 miliardi. In 65 casi su cento i valori "scudati" sono stati inferiori a 250 mila euro.

ANEMIA DA CONTROLLI.
Su poco più di 700 mila controlli sostanziali effettuati nel 2010 dall'Agenzia delle Entrate, ben 317 mila sono stati del tipo automatizzato. Nella grande maggioranza piccole omissioni, per lo più dovute a errori o dimenticanze, chiamate in gergo "36 bis e ter", dall'articolo che le contempla. Gli accertamenti veri e pesanti non sono più di 200 mila: possono passare dunque fino a 25 anni senza che un esponente del popolo delle partite Iva (che sono circa 5 milioni) cada sotto le grinfie del fisco.
sanzioni-placebo. Ma cosa rischia chi viene sottoposto ad accertamento? Il pagamento dell'imposta evasa per quell'anno (o al massimo per due, poi i controlli si spostano verso altri contribuenti), più una sanzione che, in caso di adesione all'accertamento, con Vincenzo Visco ministro era pari al 25 per cento, e che Tremonti ha prima dimezzato al 12,25 e poi, nel 2010, rialzato al 16,66. "Non c'è però soltanto la sanzione irrisoria", osserva Salvatore Tutino, consulente scientifico del Centro Europa Ricerche di Giorgio Ruffolo, "è l'imposta stessa su cui si calcola la sanzione che, nella trattativa col fisco, può essere ridotta". In alcuni casi anche del 50 per cento.

SCONTRINI NO. C'erano una volta le verifiche sulla mancata emissione di scontrini e ricevute fiscali. Adesso non vanno più di moda: dal 2009 al 2010 si sono ridotte del 28 per cento, da 64.500 alle 46.300. Parola della Corte dei Conti. Annullata la norma che imponeva la chiusura temporanea dell'esercizio, con tanto di affissione sulla saracinesca del provvedimento, per tre scontrini non emessi anche in una sola giornata. Oggi le violazioni debbono essere almeno quattro nel giro di cinque anni, e commesse in tempi diversi. In pratica, non si chiude mai.

CON LA FERRARI IN GARAGE.
Dal 2007, da quando è stato abolito il segreto bancario, il fisco ha uno strumento potentissimo: l'anagrafe dei rapporti finanziari, che contiene i dati su tutti i conti correnti e gli investimenti mobiliari degli italiani. Denunci poco? Guardo quanto hai in banca e quanto investi in Bot, e ti concio per le feste. Peccato che praticamente non venga utilizzato. Le indagini finanziarie, nel 2010, sono state appena 9 mila 371, nemmeno lo 0,2 per cento di tutte le partite Iva. Di questo passo, ci vorrebbero sei secoli per avere la sicurezza che bussino a tutti i conti. L'anagrafe dei rapporti finanziari è come una Ferrari tenuta in garage, perché il segreto è stato rimpiazzato da una micidiale trafila burocratica: l'impiegato deve chiedere il permesso al direttore regionale delle Entrate (e lì la pratica si ferma un bel po'); se l'ottiene, la banca ha 30 giorni per rispondere: rinnovabili. E così passano i mesi.

EVASIONE CONTRATTATA
.
Ovvero gli studi di settore, che dovevano funzionare su dati di fatturato forniti dalle categorie professionali. Sono entrati in vigore nel 1998 e oggi si ammette che sono stati un fallimento. Una sorta di "minimum tax" che ha fatto recuperare ben poco e che si è accanita contro i soggetti più deboli all'interno delle professioni.

SUPERISPETTORI ADDIO.
Nel 1981, su proposta di Franco Reviglio, erano nati gli 007 del fisco, chiamati a indagare sulla grande evasione e anche a controllare che gli uffici del ministero da un lato, e la Guardia di Finanza dall'altro, facessero il loro mestiere nel migliore dei modi. Ma il Secit, così si chiamava il servizio dei superispettori fiscali, non è mai andato a genio ai ministri che sono seguiti a Reviglio. Così nel 2000-2001, con la riforma che ha dato vita all'Agenzia delle Entrate, Vincenzo Visco li ha allontanati dalla grande evasione, togliendo loro anche il controllo degli uffici e riducendoli a semplici esperti. Nel 2008 Giulio Tremonti ha completato l'opera, abolendo il Secit.

DECIDE LA POLITICA
L'intera macchina dei controlli è mossa dalla direttiva annuale del ministro. Un singolo funzionario non può di testa sua salire su uno yacht e indagare sul proprietario. E, se un ristoratore non gli dà la ricevuta, non può fare altro che muoversi come un cittadino qualsiasi, denunciandolo alla Guardia di Finanza. La quale, a sua volta, non ha alcun obbligo di tenerne conto, ma a discrezione può inserire il segnalato in un calderone ove attingere attuando la direttiva del ministro, oppure in una piccola quota di "controlli d'iniziativa" riservati alle Fiamme Gialle.

EVASORI & ELETTORI.
L'evasione fiscale muoverebbe in totale almeno 10 milioni di voti. Eppure l'81,7 per cento degli italiani la ritiene inaccettabile, secondo un'indagine condotta dal Censis per conto del Collegio nazionale dei dottori commercialisti. "Un governo che volesse davvero debellarla, dovrebbe decidere subito due misure: vietare il cash per tutti i pagamenti a professionisti dai 100 euro in su, e ripristinare l'elenco dei clienti e dei fornitori introdotto da Visco nel 2006 e poi soppresso da Tremonti", consiglia al nuovo governo Oreste Saccone, animatore del sito www.fiscoequo.it ed ex dirigente dell'Agenzia delle Entrate. Tutte queste somme dovrebbero finire in un conto dedicato all'attività professionale. Attualmente la tracciabilità dei pagamenti (bonifici, carte di credito, assegni non trasferibili) è obbligatoria solo dai 2.500 euro in su e senza che vi sia un conto dedicato. L'elenco clienti e fornitori, ovviamente telematico, potrebbe evitare che un imprenditore o un professionista rilascino al cliente una regolare fattura, ad esempio per 500 euro, ma poi non la registrino o lo facciano solo per 50 euro, confidando nella scarsa probabilità di incappare in un controllo incrociato. Con l'elenco telematico, invece, l'evasione verrebbe intercettata automaticamente dall'Anagrafe tributaria, attraverso l'incrocio tra i dati dell'elenco dei fornitori e di quello dei venditori.

CONTRASTO DI INTERESSI.
Sta perdendo appeal un vecchio sogno: concedere al contribuente di dedurre tutte le sue spese, dal falegname all'avvocato all'idraulico, costringendo costoro a rilasciare un documento fiscale. Se la deduzione fosse totale, il gettito fiscale crollerebbe, senza essere compensato dal recupero di evasione. Perché? "Se guadagno 1000 e dimostro costi per 800", spiega Ruggero Paladini, docente di Scienza delle Finanze alla Sapienza, "alla fine verranno tassati solo i 200 euro che non ho speso". Alla gran parte dei contribuenti, dimostra Alessandro Santoro, autore per Il Mulino di "Evasione fiscale, quanto come e perché", conviene accettare lo sconto che il professionista gli propone, 120 in nero anziché 150 con la ricevuta; solo per chi ha aliquote marginali dal 43 per cento in su conviene viceversa insistere per la fattura: mille euro di spese dal medico, per esempio, produrrebbero una minore imposta di 500.

CON L'AIUTO DELLA SCUOLA.
I servizi sociali che funzionano male continueranno a fornire un alibi potente per non pagare le imposte, e pare tuttora inossidabile la convinzione espressa negli anni Cinquanta dal grande scienziato delle Finanze Cesare Cosciani: per gli inglesi un evasore è un reprobo; per gli italiani è un furbo. L'equità fiscale richiede dunque un impegno di lungo periodo. "Perché allora non far iniziare sui banchi delle scuole medie la lotta all'evasione?", suggerisce Tutino, "inculcando nei ragazzi l'articolo 53 della Costituzione: tutti sono chiamati a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva". E' davvero il minimo che si possa sperare.

venerdì 11 novembre 2011

'Io, Silvio e la politica'


di Stefania Rossini

«Berlusconi? Simpatico e bravo a raccontare barzellette. Candidarmi? Preferisco dare consigli. Governare? Può farlo bene solo chi non ne faccia la propria ambizione». Nel 2005 Monti rilasciò all'Espresso l'unica intervista 'privata' della sua vita. Parlando anche di Dio, d'amore, del suo carattere e dei gatti neri. L'abbiamo ripescata

(11 novembre 2011)

Proporre un'intervista sentimentale a Mario Monti è un atto di presunzione che si paga quasi subito. L'uomo è cortese, disponibile, pronto a concedere più del solito notizie su di sé e giudizi sul mondo. Ma a condizione di guidare lui, se non gli argomenti, almeno lo stile della conversazione. E di essere seguito in quella dimensione più alta dove l'Italia si guarda con occhi europei, la politica quotidiana con il distacco del grande esperto internazionale, mentre il linguaggio vigila sulle sfumature e l'understatement è d'obbligo. Il Monti privato somiglia inoltre così tanto al Monti pubblico che è difficile separare il funzionario rigoroso dal marito devoto, l'economista dal padre di famiglia, il presidente della Bocconi dal tifoso del Milan. Ci proveremo con alterne fortune, scoprendo qua e là frammenti di passioni, piccole superstizioni e qualche peccato d'orgoglio.

L'ex commissario europeo alla concorrenza che si conquistò il nomignolo di Supermario multando Bill Gates per mezzo miliardo di euro e facendo saltare più volte i nervi a qualche capo di Stato, ci riceve nel grande studio dell'Università milanese che lo ha visto studente, professore, rettore e infine presidente, in un percorso di fedeltà che la dice lunga su di lui. Sono i giorni della disfatta dell'Unione europea sotto i colpi dei referendum e dei mancati accordi, e quasi dispiace cominciare da lì.

Glielo chiedo brutalmente: questa è la fine dell'Europa?
«No, è solo una gravissima battuta di arresto. Ma spero che sia almeno la fine dell'uso cinico dell'Europa come capro espiatorio».

Con chi ce l'ha?
«Con il costume, sempre più diffuso, di dare all'Unione la colpa delle carenze nazionali e di usarla spregiudicatamente a fini di politica interna. Non si può, come ha fatto Chirac, parlare per sei giorni contro l'Europa e poi aspettarsi che la domenica i cittadini votino sì alla Costituzione».

Non sta pensando solo alla Francia, vero?
«Vero. Anche in Italia l'abitudine di sparare a zero sull'Europa dà fiato ai filoni più populisti e dà spazio a pericolosi fenomeni di leadership che sono in realtà delle followership, perché seguono e non guidano l'opinione pubblica».

Come prevede che andrà a finire?
«I singoli Paesi si accorgeranno presto che procedendo individualmente nell'arena mondiale, morirebbero anche prima. Sarà quindi lo stesso interesse nazionale a portare alla ripresa del cammino europeo. Intanto però si saranno perduti anni preziosi in un momento in cui l'Europa non poteva permetterselo».

Lo dice con malinconia. Sembra un dolore personale, oltre che un disappunto politico.
«Infatti lo è. I miei dieci anni a Bruxelles sono stati impegnativi e di grande soddisfazione. Nel secondo mandato ho potuto fare una concreta politica della concorrenza, un campo in cui l'Europa ha la capacità e i poteri per decidere. Ho visto paesi come la Germania che, dopo estenuanti resistenze, hanno dovuto abbandonare privilegi vecchi di cent'anni, come le garanzie pubbliche alle banche. E ho gustato la soddisfazione personale di vedere dissolversi la convinzione che a un italiano non potesse essere dato un potere di vigilanza».

Il pregiudizio sulla inaffidabilità italiana ha colpito anche lei?
«Non si arriva con crediti di fiducia da un Paese come il nostro. Quando, nel '94, Berlusconi mi mandò a trovare Santer perché mi conoscesse in vista del mio ingresso nella Commissione, ricevette questa telefonata: "Ah caro Silvio, il suo professor Monti mi ha fatto un'ottima impressione, non sembra neanche italiano". Si rende conto? Lo stava dicendo al presidente del Consiglio italiano».

Dica la verità: avrebbe fatto volentieri un terzo mandato.
«Non l'ho mai nascosto. E' stato anzi l'unico caso in tutta la mia vita in cui sono stato io a candidarmi. Il presidente Barroso aveva dichiarato pubblicamente che mi avrebbe voluto nella sua Commissione e io ero pronto a spendermi per le cose in cui ho creduto e credo».

Ma c'era la candidatura Buttiglione...
«Già. E preferisco pensare che, come mi ha detto Berlusconi, siano state le difficoltà interne a suggerirgli quella scelta e non, come è stato detto da qualcuno, che furono il presidente della Repubblica francese e il cancelliere tedesco a chiedergli espressamente di non riconfermarmi».

Adesso è pronto per incarichi nazionali. Si parla di lei ad ogni sospetto cambio di guardia: ministro dell'Economia, premier, governatore della Banca d'Italia, persino presidente della Repubblica. Ne è gratificato?
«Non sono mica delle offese. Né sono cose da prendere sul serio».

Vuol dire che non le andrebbe?
«Molti mi dicono: "Perché non si candida? La situazione è difficile. Lei sarebbe di aiuto". Io rispondo con due considerazioni. Prima: pur rispettando molto chi fa questa scelta, non entro in politica perché non mi sento di conferire la mia capacità di valutazione - se ne ho - ad altri. Preferisco esercitarla di volta in volta, anche pubblicamente, con il giudizio e la proposta».

Seconda?
«Riguarda il fatto che la merce veramente rara oggi in Italia non è quella di bravi e volenterosi politici, ma quella di persone nei confronti delle quali nessuno possa avere l'alibi di dire: "Non prendo in considerazione quello che dice perché appartiene alla parte X"».

Nell'insieme un bel peccato di narcisismo.
«Può darsi che non manchi questa componente caratteriale, ma le ragioni di fondo sono di principio. Del resto se ho rifiutato degli incarichi è stato perché rifiutavo di far mie decisioni altrui. E' andata così anche ultimamente, quando Berlusconi mi ha offerto il posto lasciato libero da Tremonti».

Racconti.
«Siamo nel luglio 2004 e vengo invitato a cena a Macherio per discutere la proposta. In una conversazione molto approfondita emerge che io considero prioritario non ridurre l'Irpef mentre il presidente del Consiglio ritiene il contrario. Con molta serenità arriviamo alla conclusione che, per fare un contratto con me, lui non può rompere il suo contratto con gli italiani. Sono convinto che sia necessario essere molto esigenti sulle condizioni in modo che poi, ove capiti, si possano fare le cose bene e con forza».

E a quel punto non piacerà più a tutti.
«E' evidente. Lei lo chiama narcisismo, ma nella situazione particolarmente difficile dell'Italia di oggi può governare bene solo chi non faccia del governo la propria ambizione».

Incarichi a parte, com'è il suo rapporto personale con Berlusconi?
«Di simpatia. Non abbiamo mai avuto difficoltà di dialogo nelle non numerose occasioni in cui ci siamo incontrati. E' una persona di prorompente cordialità».

Non è facile immaginarla mentre, a tavola, ride alle barzellette del premier.
«Ma si sbaglia. Anche se sono incapace di ricordarle e di raccontarle, le barzellette mi piacciono. E Berlusconi ha una vera arte in questo genere. Se poi la mette in mostra con altri capi di governo, non so. Non è il mio girone».

Monti, lei ha fama di impassibilità, ma non risparmia sottotesti. L'ha imparato alla scuola dei gesuiti?
«Al Leone XIII di Milano, dove ho studiato per dieci anni, ho appreso semmai altre capacità. Se ne accorse una volta anche il cancelliere Schroeder che alla fine di un'estenuante trattativa in cui io non potevo concedere ciò che voleva, mi chiese: "Lei ha studiato dai gesuiti? Sì? Ah, ecco perché argomenta, argomenta, argomenta e non concede mai niente"».

Qui invece dovrà concederci un po' di vita privata.
«Proviamo, ma non prometto niente».

Lei è sposato da quasi quarant'anni con la stessa donna. E' stato anche il suo primo amore?
«Sì, e non intendo parlarne».

Perché no? In fondo lei è persona dalle molte monogamie.
«Questa è una definizione che mi piace. E' vero: la Bocconi, l'Europa, il "Corriere della Sera", sento il valore della continuità. Neanche Gianni Agnelli riuscì a convincermi a scrivere per "La Stampa". Gli dissi: "Vedrà che verrà prima lei al "Corriere". E poco dopo infatti lo comprò».

Che figlio è stato, professore?
«Del tutto normale, cresciuto nel rispetto verso un padre direttore di banca con una schizzinosa distanza dalla politica e una madre che aveva la dote dell'allegria. Non ho ripreso da lei, purtroppo».

Non sembra triste.
«Ma non sono neanche allegro. Non ho il dono della convivialità splendente. Può immaginare quanti 'dinner speech' ho dovuto fare in tutti questi anni e in tutti i Paesi del mondo. Ogni volta è stata una piccola fatica».

Ha intenzione di raccontare sessant'anni di sobrietà? Rintracci almeno un attimo di irrequietezza. Anche lei sarà stato adolescente.
«Un po' tardivo, per la verità. Non ero precoce da nessun punto di vista. Studiavo, ero appassionato di ciclismo e passavo molte notti ad ascoltare la radio ad onde corte. L'ho fatto per anni».

Le serviva per evadere?
«No. E' stato utile un po' per conoscere le lingue e molto per capire il mondo. Ascoltavo trasmissioni dall'Australia, dai Paesi dell'Est e dall'Africa. Nel 1958 ho capito da parole in codice che era scoppiata la ribellione in Algeria. Nel 1960 ho sentito in diretta il discorso di insediamento di John Kennedy».

E' nata lì la sua vocazione sovranazionale?
«In parte. Quando ho avuto 16 e 17 anni mio padre mi ha anche portato qualche settimana in Urss e poi negli Usa. Voleva che mia sorella ed io ci facessimo un'idea personale delle due potenze».

Funzionò?
«Sì, anche se mi procurò un piccolo infortunio con i gesuiti del mio liceo. Avevo apprezzato il sistema scolastico russo e lo avevo onestamente raccontato in un articolo per il giornalino "Giovinezza nostra". Poco dopo mi arrivò una lettera del padre rettore: mi spiegava che aveva cestinato lo scritto perché avevo avuto un approccio ingenuo verso un sistema pericoloso sul piano etico. Lui aveva ragione, ma avevo ragione anch'io e strappai la lettera in un impeto di rabbia».

Ha visto che abbiamo scovato un piccolo gesto di ribellione. Continuiamo?
«Non credo che troverà altro».

Il suo primo incarico universitario è stato alla facoltà di Sociologia di Trento. Era il 1969 e molti suoi coetanei erano nel movimento. Lei partecipò?
«Ero un docente e mi comportavo come tale. Capo del movimento era Marco Boato e ricordo che il primo giorno lui e altri leader studenteschi, che davano del tu ai docenti, dissero quasi incidentalmente: "Ah, naturalmente faremo l'esame politico a ognuno di voi". Quella notte non ho mica dormito».

Come andò l'esame?
«Non lo feci. E in fondo anche Trento è stata un'esperienza interessante. L'anno dopo mi spostai a Torino e in seguito alla mia amata Bocconi, che è stata la cosa più importante della mia vita professionale».

Professor Monti, lei crede in Dio?
«Sì, ma lo considero un fatto importante per me, non un elemento di identità pubblica».

Con i tempi che corrono questa è una grande risposta. Come si è schierato nel dibattito intorno alle radici cristiane dell'Europa?
«Non l'ho considerata una questione decisiva. Nelle Costituzioni le parti declaratorie sono importanti, ma il fatto che l'Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro garantisce forse la piena occupazione? Nell'Europa dei Trattati c'è già valore etico, non solo mercato. Lo ha capito anche la Conferenza episcopale polacca».

A cosa si riferisce?
«Alla visita che una delegazione presieduta dal cardinale Glemp fece a Bruxelles nel 1996. Volevano decidere quale posizione prendere per orientare il governo polacco sull'ingresso o meno nell'Unione. Pensavano che l'Europa fosse solo roba di mercato, monete e banche».

Non è così?
«E' anche così, ma dietro quella moneta e quel mercato c'è la possibilità di ristabilire un rapporto eticamente corretto tra le generazioni successive. Io spiegavo il caso Italia dei decenni scorsi, Paese che si proclamava guidato da istanze etiche, cattoliche, marxiste o un misto di entrambe, ma che primeggiava nell'imbroglio sistematico verso i propri figli caricandoli di debiti prima ancora che nascessero».

A proposito di figli, lei ne ha due ormai adulti. Che padre ricorda di essere stato nella loro infanzia?
«Un padre non abbastanza presente, persino a sentir loro che, come tutti i ragazzi, potevano essere più infastiditi dall'eccesso di attenzioni che dall'assenza».

Siamo alla fine, professore, e mi viene in mente che un suo collaboratore avrebbe detto: «Sono di quelli che l'hanno visto ridere». Non mi spiego più la battuta: lei oggi ha riso parecchie volte.
«Un po' troppe in realtà, forse mi sono distratto. Ma vuole sapere una cosa veramente ridicola sul mio conto?».

Certo.
«Ho paura dei gatti neri che attraversano la strada. Specie se provengono da sinistra. Non me ne chieda la ragione, ma è così».

E quando accade che cosa fa?
«Mi fermo e aspetto che qualcuno, passando prima di me, si prenda il carico di irrazionale sfortuna di quel povero gatto».

venerdì 21 ottobre 2011

Io, pm anticamorra senza scorta


di Emiliano Fittipaldi e Duccio Giordano

Il Ministero della giustizia ha ridotto la protezione ai magistrati in prima linea contro la criminalità organizzata a Napoli: la domenica e dopo le 6 di sera devono cavarsela da soli. Tra loro Catello Maresca, che ha appena chiesto pene durissime per il boss Setola e l'ala stragista dei Casalesi. E che ora dice: «Posso soltanto incrociare le dita e rinchiudermi in casa. O cambiare lavoro»

(21 ottobre 2011)

Ad aprile Giuseppe Setola, il killer più spietato del clan dei Casalesi, l'aveva minacciato nell'aula-bunker di Santa Maria Capua Vetere. «Teniamo tutti famiglia: dottore Maresca, voi dovete lasciare stare la famiglia mia!». Catello Maresca, giovane pm anticamorra che insieme al collega Cesare Sicignano sostiene l'accusa nel processo contro l'ala stragista dei Casalesi, non ha fatto una piega. Sa che le minacce dei camorristi fanno parte del mestiere che ha scelto. Sei mesi dopo, a inizio ottobre, ha chiesto ai giudici di condannare il superboss detto 'o Cecato a 30 anni di reclusione, più altre pene durissime per gli altri 34 imputati accusati a vario titolo di associazione per delinquere di stampo camorristico, racket, omicidio.

GUARDA LA VIDEOINTERVISTA AL MAGISTRATO

Mercoledì prossimo, il 26 ottobre, è attesa la sentenza di primo grado. Quel giorno Maresca spera che il suo impianto accusatorio tenga, e soprattutto che i giudici si sbrighino. Già: se la lettura della sentenza si dovesse protrarre oltre le 18, per tornare a casa sua non potrebbe contare sulla protezione della sua scorta.

Sembra una battuta, ma proprio è così: il ministero della Giustizia - guidato prima da Angelino Alfano e oggi da Nitto Palma - ha tagliato tutto il tagliabile, e dal 6 ottobre la procura di Napoli non ha più soldi per pagare gli straordinari agli uomini che guidano le auto blindate. Da due settimane i pm della Dda il pomeriggio se tornano a casa dopo l'orario d'ufficio lo fanno a loro rischio e pericolo. Anche la domenica, se volessero uscire, devono farlo senza la protezione.

«Questa storia va avanti da due settimane», racconta Maresca. «Due giorni fa sono uscito dalla procura da solo, ieri la Guardia di Finanza mi ha cortesemente accompagnato a casa, ma senza macchina blindata. Come mi sento? Ammetto che un po' di paura ce l'ho. Incrocio le dita e spero che tutto vada bene. La mia famiglia è in pensiero, ma che vuole... Qualche giorno fa dovevo accompagnare mia moglie in clinica per un accertamento, ma non sono potuto andare. Domenica non sono uscito, e come tutti gli altri colleghi mi sono dovuto chiudere in casa. Ma a lei sembra possibile?
Maresca ha scelto di servire lo Stato. E lo Stato lo premia così. «Ma che esempio diamo? Noi diciamo sempre che gli imprenditori non denunciano il crimine organizzato, e promettiamo a chi si espone protezione. Ma oggi chi vede che neppure i funzionari dello Stato che lottano in prima fila contro le mafie sono tutelati, pensano: "Figurati gli altri"».

Lo scorso 27 luglio il ministero della Giustizia con una circolare ha annunciato che - se una procura finisce i fondi annui a disposizione - non può più spendere un euro. Il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore ne ha preso atto, e lo scorso 6 ottobre ha scritto un ordine di servizio a tutti i sostituti, spiegando che «con efficacia immediata», gli straordinari sono sospesi fino al 31 dicembre 2011. Traduzione: niente più autisti per le macchine di scorta dopo una cert'ora. «In un altro Paese, non voglio dire civile ma almeno "normale", in vista di una sentenza delicata come quella su Setola ci sarebbe stato, credo, un potenziamento della scorta per i pm più esposti. In Italia avviene tutto il contrario. E' incredibile».

Ci sono 16, 17 magistrati della Dda nella stessa situazione di Maresca: solo in due - le loro scorte dipendendo direttamente dalla Guardia di finanza e dalla Polizia - si sono salvati dai tagli. «Qualcuno pensa davvero che la camorra non ammazzi dopo le 18 o durante i week-end? Qualcuno dice che dovremmo essere contenti, così possiamo lavorare meno. Ma tornare a casa prima delle 18 è una cosa ridicola, la lotta ai Casalesi richiede tempo e impegno».

Maresca è uno dei pm impegnati notte e giorno nella caccia al superlatitante Michele Zagaria, ora le indagini si sono rallentate. «Ho chiesto spiegazioni, ma le risposte finora non sono state tranquillizzanti: c'è uno scaricabarile tra ministero, Prefettura e il Comitato per l'ordine e la sicurezza».

martedì 4 ottobre 2011

Beppe Grillo, l'ultimo 'vaffa'


di Mauro Munafò

Dopo aver litigato con De Magistris e Sonia Alfano, il comico genovese rompe anche con il giornale che gli era più amico, 'il Fatto', bollando come un 'residuato' il suo direttore. E subito finisce anche la collaborazione con Marco Travaglio

(03 ottobre 2011)

L'ultimo divorzio in casa Grillo è compiuto: dopo aver lasciato per strada Luigi De Magistris e Sonia Alfano, dopo aver additato come amico di Berlusconi perfino Saviano, adesso il comico genovese chiude le porte anche a Marco Travaglio e al Fatto Quotidiano, unica testata che finora non aveva preso di mira, ma che adesso giudica non abbastanza 'pura' per condividere le battaglie del movimento.

In un post sul suo blog, Grillo ha voluto ribadire la campagna solitaria del Movimento 5 Stelle, lanciando un duro attacco al giornale diretto da
Antonio Padellaro e in cui, secondo Beppe Grillo, lavorano «giornalisti schierati, residuati dell'Unità che ha sempre vissuto di contributi pubblici» che «attaccano il Sistema con la forza di un cane da pagliaio» poiché ospitano la pubblicità di Eni e Banca Intesa.

Poche ore dopo la pubblicazione del post, Marco Travaglio ha annunciato l'interruzione della videorubrica settimanale
'Passaparola', ospitata dal maggio 2008 dal sito di Beppe Grillo e sancendo nei fatti la rottura dei rapporti. I messaggi di commiato di entrambe le parti non resteranno nella storia per le manifestazioni d'affetto reciproche, e si limitano a sbrigare in poche righe la faccenda. «Marco ha deciso di interrompere Passaparola. Io non posso che ringraziarlo per quanto ha fatto finora, sperando che sia un arrivederci. Grazie ancora Marco», scrive Grillo, mentre Travaglio dal suo blog non aggiunge molto altro: «Ho deciso di interrompere il Passaparola dopo 3 anni e 4 mesi perché faccio troppe cose e, da quando trascorro gran parte del mio tempo a Roma come vicedirettore del Fatto Quotidiano, rischio di non farle bene come dovrei e vorrei».

Lo stesso Grillo ha poi sostituito Travaglio nell'appuntamento del lunedì, senza dedicare nella sua prima uscita neppure una parola alla questione, ma ribadendo anzi che «chi non prende i finanziamenti pubblici e fa paginate di pubblicità dell'Eni, Telecom, dell'Expo è ancora peggio di chi prende i finanziamenti pubblici». Il riferimento al Fatto Quotidiano è, se fosse stato necessario, sottolineato ancora una volta. Intanto, apostrofato come un residuato, il direttore del Fatto Antonio Padellaro reagisce senza dilungarsi troppo: «E' la battuta di un vecchio comico che non fa più ridere», e no comment sul resto.


L'ultima uscita di Grillo e la decisione di Travaglio hanno però scatenato il dibattito nei siti del Movimento a 5 Stelle. Tra i commenti del blog si leggono infatti prese di posizione molto critiche: «Si è arrivati a dare addosso anche a Travaglio (spalleggiati dal giornale e da libero, complimenti!). Beppe, tra un po' i bersagli da colpire saranno esauriti, aspetto il giorno in cui comincerai a spararti da solo», scrive Giorgio. «Dopo Di Pietro, De Magistris, Vendola ecc. adesso è cominciata anche l'epurazione di giornalisti che possono veramente fregiarsi di questo titolo», ribatte Franco. Cercando sugli altri siti della galassia dei meetup la situazione non cambia. «Antonio Padellaro e Beppe Grillo sono praticamente coetanei. Certe volte mi viene il dubbio che Grillo abbia un problema in comune con l'arcorese. La differenza è che il secondo cerca di risolverlo circondandosi di ragazze giovani e disponibili. Il primo negando a se stesso di essere in età pensionabile», scrive 'Little John' sul meetup dei grillini di Napoli.

Ma le ragioni della spaccatura con il Fatto Quotidiano, per un certo periodo considerato "testata amica" dal movimento di Grillo, potrebbero andare molto oltre un semplice post.

Come spiega a l'Espresso una fonte interna al Movimento, un peso determinante nella rottura lo potrebbero aver avuto delle motivazioni meno politiche. In una prima fase infatti, il lancio della testata di Padellaro avrebbe raccolto il plauso di Grillo, che nei suoi vari comizi non mancava di segnalare l'iniziativa invitando i suoi sostenitori ad appoggiarla.

Il rapporto si sarebbe però incrinato con l'arrivo della versione on line del Fatto, datata giugno 2010 (a poco meno di un anno dalla versione cartacea) e per il cui sviluppo sarebbe stata contattata in un primo momento la Casaleggio Associati, società che gestisce il blog di Grillo e ne cura la comunicazione. Saltato l'accordo, il rapporto tra la galassia di Grillo e il giornale di Padellaro avrebbe iniziato a raffreddarsi. La ragione sarebbe la comparsa sulla scena di 'Cado in Piedi', un portale di informazione realizzato dalla stessa Casaleggio dal dicembre 2010 per conto della casa editrice Chiarelettere.

La concorrenza tra i due siti, piuttosto simili anche graficamente e rivolti allo stesso target, avrebbe motivato gli spin doctor di Grillo a cercare di boicottare il Fatto riducendo progressivamente i link verso il relativo sito (la pagina ufficiale su Facebook di Grillo presenta link esclusivamente a Cado in piedi e al blog) e lanciando frecciate più o meno dirette al giornale, l'ultima delle quali potrebbe aver sancito il divorzio.

SERENETTA BEPPE E IL M5S


Serenetta Monti, per chi ha seguito un po’ l’evoluzione del movimento fondato da Beppe Grillo, non è una qualsiasi. E’ stata attiva nei meet-up a Roma fin dall’inizio, lavorando e distinguendosi fino a diventare la candidata sindaco della capitale, scelta attraverso le primarie, nel 2008. Nelle urne ha poi preso 44 mila e passa voti, pari al 2,7 per cento, superando vecchi lupi della politica come il centrista Mario Baccini e sfiorando l’ingresso in consiglio comunale.

Questo, tre anni fa.

Poi Serenetta Monti è tornata al suo lavoro (si occupa di beni culturali in un’azienda controllata dal comune) ma ha continuato a fare politica di base. E’ in una di queste occasioni – non mi ricordo se a un dibattito o a un sit in – che ci siamo conosciuti di persona e abbiamo iniziato a confrontarci su tante cose, dalle battaglie comuni per la libertà della rete alla questione Grillo. Lei si ricordava tra l’altro di un mio post non tenerissimo nei suoi confronti, ma questo non ci è stato d’ostacolo nel ritrovarci on line e off line.

Nel 2010 Serenetta si è quindi presentata come indipendente nelle liste dell’Idv alle regionali del Lazio (in quell’occasione, tra l’altro, non c’era una lista vicina a Grillo).

Qualche giorno fa Serenetta mi ha telefonato. Lei conosce bene la mia posizione tanto critica verso il personaggio Grillo quanto aperta e curiosa verso le battaglie del suo movimento. Mi ha chiesto di fare una chiacchierata in merito. E così abbiamo parlato a lungo al tavolino di un bar alla Garbatella.

Questo è quello che ne è uscito e che pubblico mettendomi in anticipo maschera e boccaglio per quanti riterranno di proferire insulti vuoi all’intervistata vuoi all’intervistatore.

Serenetta, ho perso un po’ il filo, tu sei ancora con Grillo? L’ultima volta che ne abbiamo parlato, nel settembre scorso, eri fresca reduce dalla ‘Woodstook’ di Cesena…
«In realtà nel novembre del 2008 ho iniziato ad allontanarmi e non per motivi da poco. C’era ormai un clima molto particolare, anche all’interno del movimento non sono mancati gli attacchi, il mio buon risultato elettorale non era andato giù a qualcuno. Era stata una sorpresa, quel 2,7 per cento, anche per me. Tra l’altro avevamo fatto una campagna molto basica, porta a porta, volantini, una presenza di Beppe molto più ridotta rispetto a quello che è successo alle ultime amministrative con il M5S. Poi la situazione è cambiata».

In che senso?
«Il movimento vicino a Beppe Grillo qui a Roma è entrato in una stasi che è sotto gli occhi di tutti anche adesso. Sul territorio non fa campagne da tempo, a parte l’ultima per i referendum. Disoccupazione, precariato, casa, bilancio comunale: tutti questi temi sono stati abbandonati. Non si è riusciti nemmeno a fare una lista per le regionali, l’anno scorso. E su quattro consiglieri municipali eletti nel 2008 tre hanno lasciato il movimento. Ne è rimasto uno solo, ma lavora con mille difficoltà, non è supportato da nessuno».

Ma a parte le questioni locali, ci sono altri motivi per cui ti sei allontanata?
«Io penso che la presenza di Grillo sul movimento sia troppo vincolante. E lo dimostra il fatto che non ci sia un sito vero del Movimento 5 Stelle, tutto passa attraverso il blog di Beppe e soprattutto la Casaleggio, che è la struttura fisica sia del blog sia del Movimento. E’ Casaleggio, ad esempio che per le amministrative ha organizzato i tour di Grillo nelle varie città, con tutto il rispetto per i ragazzi che si sono sbattuti localmente».

Quindi?
«Quella di Grillo e della Casaleggio – che fa il suo blog – è una presenza troppo ingombrante. La famosa frase su Pisapia-Pisapippa ne è un esempio. Ha disorientato tutti, è una di quelle leggerezze che non ci si possono permettere».

Ma nel movimento ci sono alcuni (o tanti) che la pensano come te?
«All’interno del movimento ci sono tre tipi di persone. C’è una parte che vede comunque in Grillo un personaggio che con la sua notorietà consente di portare avanti delle battaglie civili e politiche; ci sono altri che invece vorrebbero che Grillo si facesse da parte già adesso; e ci sono infine persone che si sono attaccate al carro di Grillo per cercare di guadagnare una posizione di privilegio».

E che percentuali, che forze hanno nel movimento queste componenti?
«Quelli che vorrebbero chiedere a Grillo di lasciare ormai sono una buona percentuale, una presenza importante. Quel che è successo in Veneto – con la lista di proscrizione dei candidati – non è stato un fatto da poco».

Che cosa è successo in Veneto?
«Che l’anno scorso, prima delle regionali, è arrivato un ordine di allontanare persone che avevano versato il sangue per questo movimento, solo per imporre il candidato dall’alto».

A proposito, ma la questione dello statuto che non c’è (insomma c’è una cosa chiamata non-statuto che di fatto non prevede regole democratiche) è una questione che viene discussa nel movimento?
«Il non-statuto in teoria dovrebbe garantire il fatto che il movimento è una continua creazione dal basso, in realtà l’asssenza di regole crea risultati differenziati e non sempre positivi. Si produce ad esempio la stasi di cui ti parlavo qui a Roma, ma anche il fatto che le primarie a volte si fanno e a volte no. Ma soprattutto, in questa assenza di regole alla fine tutti i ragazzi si sentono vincolati alle dichiarazioni di Beppe e del suo blog. E gli imbarazzi non mancano. Basta un’affermazione di Grillo per mandare in frantumi il lavoro di mesi di centinaia di ragazzi».

Ad esempio, quando si mette a litigare con altre voci della coscienza civile e dell’opposizione italiana, da Saviano a De Magistris, fino a Sonia Alfano?
«Sì, l’isolamento in cui si è rinchiuso Grillo è un’altra questione calda. Ed è un limite enorme il fatto che lui non scenda mai al confronto con nessuno, specie con il resto della politica».

Ma quando dici che molte decisioni vengono prese ‘dall’alto’ esattamente cosa intendi? Grillo fa tutto da solo o ha un ‘inner circle’ di collaboratori con cui prende le decisioni?
«Attorno a lui c’è solo lo staff della Casaleggio. Anche noi candidati sindaci alla fine dovevamo rapportarci o direttamente con lui o con loro. E non sono mancati gli attriti».

Ma secondo te che cosa dovrebbe fare Grillo per il bene del movimento che ha fondato?
«Dovrebbe dire ‘grazie ragazzi, arrivederci, adesso il movimento è vostro, è di chi porta avanti le battaglie’».

E lo farà mai secondo te?
«Lo farà quando la Casaleggio gli dirà che è ora di farlo».

Ma perché, Grillo prende ordini dalla Casaleggio?
«Temo di sì».

E tu che cosa pensi oggi di Grillo?
«Io ho sempre un sentimento di gratitudine nei suoi confronti. Mi ha aperto la strada, mi ha aperto gli occhi, senza di lui non avrei trovato tante informazioni in rete, senza i meet-up non avrei conosciuto un modo diverso di fare politica. Proprio quel modo di fare politica per cui oggi posso dire che dovrebbe fare un regalo al movimento staccandosi dalla Casaleggio e lasciando che il movimento cammini con le sue gambe».

Grillo, razzismo e bufale


di Alessandro Capriccioli

«I calabresi? Abituati al voto di scambio. Gli zingari? Entrano nei nostri sacri confini e sono un pericolo per i nostri anziani. La Levi Montalcini? Una vecchia puttana. Io condannato per omicidio colposo? Non ne parlerò mai più. La cura Di Bella? Sconfiggerà i tumori. L'Aids? Non esiste». Ecco una raccolta quasi completa delle dichiarazioni di un capo popolo che ogni giorno somiglia di più al duo Bossi-Berlusconi

(10 maggio 2011)

Beppe Grillo non ama molto che gli si ricordino le sue frasi. Come tutti i politici, preferirebbe il diritto all'oblio. Ma qui si sono già raccolti gli stupidari di altri capi partito e quindi ci perdonerà se lo sottoponiamo, per par condicio, allo stesso trattamento.

Dibellerò anch'io il cancro
«Mongolfier aveva scoperto il volo: è stato il primo, Mongolfier. Ha gonfiato un pallone e volare era gonfiare qualche cosa più leggero dell'aria: l'autorità diceva quello! Un giorno arrivanoi fratelli Di Bella (i fratelli Wright) con l'aereo, e han detto: "guardi che anche noi riusciamo a volare". "Ma non dica cazzate!" "Guardi che voliamo". "Va bene, facciamo il protocollo". Han preso l'aereo e han cominciato a gonfiarlo, e han detto: "Ma che cazzo dice, vede che non vola?"
(1998. L'inefficacia della cura Di Bella è stata unanimemente accertata l'anno successivo)

Nobel e Ignobel
«Vecchia puttana».
(2001, a Rita Levi Montalcini, insinuando che la scienziata torinese avesse ottenuto il Nobel grazie a una ditta farmaceutica che materialmente le aveva comprato il premio)

Il nuovo che avanza 1
«E' quattro anni che mi sono comprato il computer. Clicco, io non sono della società del click, questi lavorano con l'indice, noi apparteniamo alla società del pollice: con gli attrezzi, noi ci siamo separati dall'orango per il pollice, l'orango non riesce a prendere un attrezzo, noi sì».
(2000, spaccando un computer durante il suo spettacolo. Cinque anni dopo aprirà un blog)

Il nuovo che avanza 2
«Un computer pesa quindici chili, per farlo occorrono quindici tonnellate di materiali. Ogni sei mesi lo buttiamo nella spazzatura. E' la tecnologia più pesante che esista».
(2000, sempre durante la crociata luddista)

Nessuno mi può mai più dire niente
«Io, Beppe Grillo, ne ho piene le tasche di dovermi giustificare. Oggi vi dirò delle cose su di me, sulla mia vita privata, su alcune illazioni. Lo faccio oggi e poi basta. Ho avuto un incidente di macchina nel 1980, guidavo io, mi sono salvato per miracolo, ma sono morte tre persone che erano con me e sono stato condannato per omicidio colposo a un anno e tre mesi (2005, sull'incidente di Limone Piemonte)

L'Aids non esiste
«Veltroni va là e scopre i malati di AIDS. Arriva qui e ci ha la soluzione: dice cazzo, l'Aids, bisogna mettere a tutti il preservativo! E lo dice uno che è dieci anni che il preservativo ce l'ha sulla testa e non se ne accorge. Allora, lui non dice che sull'Aids ci sono dei seri sospetti che sia una bufala».
(1998)

Biocarburanti sì, anzi no
«In Italia si preferisce far chiudere chi offre alternative al petrolio. Alternative verdi, meno inquinanti, meno costose. La Alcoplus di Ferrara che produce biocarburanti chiuderà. Società come la Alcoplus che vanno moltiplicate: una, cento, mille Alcoplus»
(2007)
«Il costo del grano, del riso, della soia sta crescendo. Il valore delle azioni delle aziende che producono biocarburanti aumenta. I campi producono etanolo al posto del pane. Il cibo crea energia meccanica, non più umana. Le macchine vengono sfamate, i poveri del mondo tirano la cinghia. Il biocarburante genera un surplus azionario per le aziende dell'energia. L'assenza di cibo crea invece i morti di fame».
(2008)

E' una palla, compratela
«Io l'ho provata. La mia famiglia usa Biowashball da due mesi e anche le famiglie di alcuni miei amici. Per noi funziona. Prima di dare un giudizio vi consiglio di usarla, magari in prestito da un conoscente. In Rete ci sono centinaia di testimonianze di utenti italiani soddisfatti».
(2008. L'efficacia della "Biowashball" viene successivamente smentita danumerosi studi: la pallina non solo lava come farebbe l'acqua semplice ma potrebbe addirittura provocare un accumulo di muffe e batteri nella lavatrice).

Sono un martire del comunismo
«La Cina ha oscurato la mia immagine. Un cittadino cinese che volesse vedere Beppe Grillo ottiene questo risultato dalla versione cinese di Google. Nel resto del mondo la mia faccia invece si vede ancora». (2006. La notizia si rivela immediatamente una bufala, dovuta ad un errore nel metodo di ricerca su Google adottato dallo stesso Grillo).

Io le uova le cucino così
«Alcuni ricercatori hanno messo un uovo in un portauovo di porcellana tra due cellulari. Quindi li hanno messi in comunicazione tenendoli accesi. Nei primi 15 minuti non è cambiato nulla. Dopo 25 minuti il guscio dell'uovo ha cominciato a scaldarsi. Dopo 40 minuti la parte bianca dell'uovo era solida. Dopo 65 minuti l'uovo era ben cotto. Questo esperimento rivela il vero motivo della decadenza dell'Italia. Il primo Paese al mondo per la diffusione dei telefonini. Le radiazioni ci hanno fuso il cervello».
(2006. Il video era una burla, ma durante un'intervista con Paolo Attivissimo lo stesso Grillo ribadì che lo considerava autentico).

Belin, mi scrive pure il Papa
«Illustre signor Giuseppe Grillo, è per me un piacere poterLe inviare questa lettera sul tema delle energie rinnovabili. I miei pensieri ritornano agli anni in cui iniziai la mia attività di insegnante accademico all'università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. I contatti con gli storici, gli economisti e naturalmente anche con le facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile una vera esperienza di universitas: il fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva ancora – delle energie rinnovabili. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi sull'eolico e sul solare per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era però una convinzione indiscussa.
(Pubblicata sul blog come se fosse una lettera indirizzata a Beppe Grillo, 2007)

E' per me un momento emozionante trovarmi ancora una volta nell'università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l'Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all'università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile un'esperienza di universitas – una cosa a cui anche Lei, Magnifico Rettore, ha accennato poco fa – l'esperienza, cioè del fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione indiscussa.

(Lectio Magistralis di Joseph Ratzinger a Ratisbona, 12 settembre 2006)

I sacri confini minacciati dagli zingari
«Un Paese non può scaricare sui suoi cittadini i problemi causati da decine di migliaia di rom della Romania che arrivano in Italia. E' un vulcano, una bomba a tempo. Va disinnescata. Un governo che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini a cosa serve, cosa governa? Chi paga per questa insicurezza sono i più deboli, gli anziani, chi vive nelle periferie, nelle case popolari. Una volta i confini della Patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati».
(2007)

Come si dice 'fora di ball' in genovese?
«L'Italia dell'imbonitore Berlusconi, che promise casa e lavoro per gli immigrati alla televisione tunisina, ha il 20 per cento di disoccupazione e almeno 100 mila extracomunitari disoccupati che diventeranno il doppio dopo il crollo ampiamente previsto del mercato immobiliare. Dove li mettiamo? Con che risorse li gestiamo? Gli daremo una casa, un lavoro? Li ospiterà D'Alema sul suo Ikarus o faranno compagnia ai nostri "ultimi", pensionati e disoccupati delle periferie?»
(2011)

Nessuno mi può contraddire
«Ho accettato di intervenire a Exit dalle 21.35 alle 22. E così ho fatto, forse ho sforato anche di qualche minuto. Nessuno mi ha pagato per la mia presenza. Ho chiesto solo di non proporre la pubblicità prima del collegamento. Ma così non è stato. Non ho promesso a nessuno di fermarmi per un contraddittorio. La dissociata D'Amico ha preso la pippite da Baudo che si scusò con Craxi. Ha imitato lo stuoino Fabio Fazio che si umiliò in diretta con Schifani dopo l'intervista a Travaglio».
(2009)

Nessuno mi può domandare
«Io sono un monologhista. Invece dell'intervista scrivo un pezzo io e voi lo pubblicate»
(2008, risposta a una richiesta di intervista de 'L'Espresso')


Quell'omertoso di Saviano
«Signori! Italiani! Aprite gli occhi: 'Vieni via con me' lo produce Endemol, e chi è Endemol? E' Berlusconi. Il programma fa ascolti altissimi: quindi Berlusconi guadagna un sacco di soldi. Se aggiungiamo che Saviano non fa i nomi dei politici collusi, né in Lombardia né in Parlamento, è chiaro che poi il nano gode come un riccio».
(2010)

Terroni che non siete altro...
«Il Movimento Cinque Stelle è arrivato molto poco dalla Calabria. Abbiamo sempre riscontrato difficoltà a fare rete al Sud, al contrario di quello che invece avviene nelle regioni del Nord. Da cosa dipenderà? Forse è questione di carattere, ma può anche darsi che là siete più abituati al voto di scambio».
(2011)

...e froci che non siete altro
«Vendola è un buco senza ciambella»
(2 marzo 2011, comizio a Bologna)

«At salut, buson»
(8 maggio 2011, frase conclusiva del comizio nella piazza di Bologna dove poco dopo avrebbe parlato Nichi Vendola).

Grillo censura la satira su di lui

di Mauro Munafò

Lo staff del comico genovese ha fatto oscurare un video su YouTube che lo prendeva in giro. Motivazione ufficiale, la stessa che usa Mediaset: "Violazione del copyright"

31 agosto 2011

E' un comico di successo, ma il senso dell'umorismo di Beppe Grillo e del suo staff forse è un po' arrugginito. Lo ha scoperto sulla sua pelle Tony Troja, popolare autore di canzoni e video politici online, che si è visto rimuovere da YouTube (4 milioni di visitatori) il video di un suo lavoro satirico dedicato al comico genovese. Motivo della rimozione: una misteriosa violazione del copyright segnalata dallo staff di Beppe Grillo. Motivazione piuttosto fragile, considerando che nel filmato ci sono solo pochi secondi di una dichiarazione del comico, e che finisce per alimentare il sospetto di una censura verso una voce critica nei confronti del genovese e dei suoi consulenti della Casaleggio e associati.

"Paradossalmente non ho mai avuto problemi di questo tipo con le altre mie canzoni - spiega Tony Troja, autore del video insieme al socio Massimo Merighi, a 'L'Espresso' . "Ho fatto satira sul Pd e sul Pdl, ma persino gli elettori di Berlusconi hanno accettato la cosa e ci hanno riso sopra. Nessuno era arrivato al punto di cancellarmi un video da YouTube".


domenica 2 ottobre 2011

I dieci anni sprecati da B.


di Orazio Carabini

Ecco tutte le riforme che avrebbero salvato l'Italia dalla retrocessione in serie B. E adesso tutti gli italiani pagheranno il conto

(23 settembre 2011)

Un decennio perduto. Come quello del Giappone che tra il 1990 e il 2000 ha vissuto una prolungata fase di stagnazione economica. L'Italia berlusconiana sarà ricordata così nei libri di storia e nelle statistiche economiche: dieci anni sprecati per la crescita, l'occupazione, l'aggiustamento dei conti pubblici, la costruzione di infrastrutture, il rafforzamento del sistema industriale. La "rivoluzione liberale" non c'è stata. E pazienza. Ma tra il 2001 e il 2011 è mancata la capacità di gestire l'economia sebbene la maggioranza avesse i numeri per imporre la sua volontà e il centrodestra abbia potuto governare a lungo per gli standard italiani: due intere legislature (se l'attuale arriverà alla scadenza naturale), con la sciagurata pausa del governo dell'Unione di Romano Prodi nel 2006-07.

In realtà la stabilità politica era ed è solo apparente. E non si è tradotta in fatti concreti. Gli avvertimenti si sono sprecati: organismi internazionali, agenzie di rating, Banca d'Italia ed economisti di varia formazione hanno spronato il governo a fare di più, a sfidare le corporazioni che bloccano lo sviluppo dell'economia italiana.

Ma le esortazioni non sono bastate. E l'immobilismo è prevalso. Se ne sono accorti gli investitori che questa estate, nell'ansia di trovare approdi sicuri per i loro capitali, hanno "scaricato" i titoli di Stato italiani. Con il risultato di far decollare i rendimenti e di costringere la Banca centrale europea (Bce) ad acquistare Btp per evitare che l'intera costruzione dell'euro saltasse per aria.

Spaventato dalla sanzione dei mercati il governo ha reagito con una manovra pesante: 54 miliardi, a regime nel 2013, che dovrebbero avvicinare il bilancio pubblico al pareggio. Ma c'è arrivato in modo confuso e pasticciato. Tanto che il miglioramento in termini di tassi d'interesse è stato modesto, quasi impercettibile. Mentre l'euro si avvicina al collasso a causa della Grecia. E così le preoccupazioni per un'economia ferma sono riprese.

La crescita che non c'è più
Se il Prodotto interno lordo (Pil) aumenta, tutto è più semplice: la gente trova lavoro, lo Stato incassa più tasse e spende meno in sussidi, le famiglie consumano di più, le imprese investono. Tra il 2001 e il 2010 il Pil italiano è aumentato poco o nulla (vedere grafico), perché le piccole variazioni all'insù sono state compensate dal tonfo all'ingiù del 2008 e soprattutto del 2009. "Secondo i nostri calcoli", osserva Luca Paolazzi, direttore del Centro studi della Confindustria, "il Pil pro capite italiano nel 2012 sarà uguale a quello del 1999 e inferiore del 7 per cento a quello del 2007. Ed è significativo il confronto con la media dell'Unione europea: mentre nel 1991 il Pil pro capite italiano era il 106 per cento, nel 2007 era il 99 per cento e nel 2012 scenderà al 93 per cento".

Perché l'Italia non cresce? L'elenco dei motivi è lunghissimo: tasse elevate, tanta burocrazia, poca ricerca, molta corruzione, malavita diffusa. In un recente studio (Global innovation index) predisposto dall'Insead, una prestigiosa scuola di management francese, l'Italia si colloca al 35esimo posto su 129 Paesi nella classifica compilata in base a una serie di indicatori che misurano l'idoneità dell'ambiente all'innovazione e allo sviluppo economico. Non c'è da stupirsi, quindi, che gli stranieri investano poco da noi. Lo ricorda anche Standard & Poor's nel rapporto con cui ha spiegato il declassamento dell'Italia: gli investimenti diretti esteri in Italia sono solo il 16 per cento del Pil contro il 43 della Spagna, il 36 della Francia e il 27 della Germania. "E questo è un problema serio per l'Italia", dice sempre Romano Prodi quando parla da economista industriale, "perché il progresso va avanti con gli investimenti incrociati".

Non è un Paese per giovani
Nell'Italia che non cresce trovare lavoro è sempre più difficile. Soprattutto per i giovani. Dalle statistiche risulta che il tasso di disoccupazione non è alto, anzi è più basso che in molti altri Paesi europei. E' un dato positivo, non c'è dubbio, ma è anche parzialmente fuorviante. Quello che conta per misurare quanto la gente ha accesso al mercato del lavoro è il tasso di occupazione. Ovvero il rapporto tra occupati e popolazione. Nella classe di età che va dai 15 ai 64 anni il tasso di occupazione è sceso dal 57,4 per cento del 2004 al 56,9 del 2010. E' migliorato per le femmine (da 45,2 a 46,1 per cento) ed è peggiorato per i maschi (da 69,7 a 67,7 per cento). Vuol dire che è cresciuto il numero delle persone che hanno perso il posto o che hanno rinunciato a cercare un lavoro. Proprio quando uno dei principali obiettivi della politica economica era un maggior coinvolgimento della popolazione nella fase produttiva.

sabato 1 ottobre 2011

I dieci anni sprecati da B.


di Orazio Carabini

Ecco tutte le riforme che avrebbero salvato l'Italia dalla retrocessione in serie B. E adesso tutti gli italiani pagheranno il conto

(23 settembre 2011)

Un decennio perduto. Come quello del Giappone che tra il 1990 e il 2000 ha vissuto una prolungata fase di stagnazione economica. L'Italia berlusconiana sarà ricordata così nei libri di storia e nelle statistiche economiche: dieci anni sprecati per la crescita, l'occupazione, l'aggiustamento dei conti pubblici, la costruzione di infrastrutture, il rafforzamento del sistema industriale. La "rivoluzione liberale" non c'è stata. E pazienza. Ma tra il 2001 e il 2011 è mancata la capacità di gestire l'economia sebbene la maggioranza avesse i numeri per imporre la sua volontà e il centrodestra abbia potuto governare a lungo per gli standard italiani: due intere legislature (se l'attuale arriverà alla scadenza naturale), con la sciagurata pausa del governo dell'Unione di Romano Prodi nel 2006-07.

In realtà la stabilità politica era ed è solo apparente. E non si è tradotta in fatti concreti. Gli avvertimenti si sono sprecati: organismi internazionali, agenzie di rating, Banca d'Italia ed economisti di varia formazione hanno spronato il governo a fare di più, a sfidare le corporazioni che bloccano lo sviluppo dell'economia italiana.

Ma le esortazioni non sono bastate. E l'immobilismo è prevalso. Se ne sono accorti gli investitori che questa estate, nell'ansia di trovare approdi sicuri per i loro capitali, hanno "scaricato" i titoli di Stato italiani. Con il risultato di far decollare i rendimenti e di costringere la Banca centrale europea (Bce) ad acquistare Btp per evitare che l'intera costruzione dell'euro saltasse per aria.

Spaventato dalla sanzione dei mercati il governo ha reagito con una manovra pesante: 54 miliardi, a regime nel 2013, che dovrebbero avvicinare il bilancio pubblico al pareggio. Ma c'è arrivato in modo confuso e pasticciato. Tanto che il miglioramento in termini di tassi d'interesse è stato modesto, quasi impercettibile. Mentre l'euro si avvicina al collasso a causa della Grecia. E così le preoccupazioni per un'economia ferma sono riprese.

La crescita che non c'è più
Se il Prodotto interno lordo (Pil) aumenta, tutto è più semplice: la gente trova lavoro, lo Stato incassa più tasse e spende meno in sussidi, le famiglie consumano di più, le imprese investono. Tra il 2001 e il 2010 il Pil italiano è aumentato poco o nulla (vedere grafico), perché le piccole variazioni all'insù sono state compensate dal tonfo all'ingiù del 2008 e soprattutto del 2009. "Secondo i nostri calcoli", osserva Luca Paolazzi, direttore del Centro studi della Confindustria, "il Pil pro capite italiano nel 2012 sarà uguale a quello del 1999 e inferiore del 7 per cento a quello del 2007. Ed è significativo il confronto con la media dell'Unione europea: mentre nel 1991 il Pil pro capite italiano era il 106 per cento, nel 2007 era il 99 per cento e nel 2012 scenderà al 93 per cento".

Perché l'Italia non cresce? L'elenco dei motivi è lunghissimo: tasse elevate, tanta burocrazia, poca ricerca, molta corruzione, malavita diffusa. In un recente studio (Global innovation index) predisposto dall'Insead, una prestigiosa scuola di management francese, l'Italia si colloca al 35esimo posto su 129 Paesi nella classifica compilata in base a una serie di indicatori che misurano l'idoneità dell'ambiente all'innovazione e allo sviluppo economico. Non c'è da stupirsi, quindi, che gli stranieri investano poco da noi. Lo ricorda anche Standard & Poor's nel rapporto con cui ha spiegato il declassamento dell'Italia: gli investimenti diretti esteri in Italia sono solo il 16 per cento del Pil contro il 43 della Spagna, il 36 della Francia e il 27 della Germania. "E questo è un problema serio per l'Italia", dice sempre Romano Prodi quando parla da economista industriale, "perché il progresso va avanti con gli investimenti incrociati".

Non è un Paese per giovani
Nell'Italia che non cresce trovare lavoro è sempre più difficile. Soprattutto per i giovani. Dalle statistiche risulta che il tasso di disoccupazione non è alto, anzi è più basso che in molti altri Paesi europei. E' un dato positivo, non c'è dubbio, ma è anche parzialmente fuorviante. Quello che conta per misurare quanto la gente ha accesso al mercato del lavoro è il tasso di occupazione. Ovvero il rapporto tra occupati e popolazione. Nella classe di età che va dai 15 ai 64 anni il tasso di occupazione è sceso dal 57,4 per cento del 2004 al 56,9 del 2010. E' migliorato per le femmine (da 45,2 a 46,1 per cento) ed è peggiorato per i maschi (da 69,7 a 67,7 per cento). Vuol dire che è cresciuto il numero delle persone che hanno perso il posto o che hanno rinunciato a cercare un lavoro. Proprio quando uno dei principali obiettivi della politica economica era un maggior coinvolgimento della popolazione nella fase produttiva.