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sabato 22 agosto 2009

Calabria al veleno

La motonave "Jolly Rosso" incagliata sulla costa di Paola, in Calabria


di Riccardo Bocca


Un'area radioattiva a pochi chilometri dal luogo del naufragio della motonave Rosso. Il sospetto di altri traffici di sostanze tossiche via mare. Con una grave minaccia per la salute. Ecco le ultime scoperte degli investigatori

Alla fine è emerso il peggio del peggio. Si è trovata un'area collinare, a pochi chilometri dal litorale cosentino, contaminata dalla radioattività. Si è scoperto che in quella stessa zona è avvenuto lo smaltimento di rifiuti tossici provenienti dalle lavorazioni industriali. Sono spuntate testimonianze che collegano questi ritrovamenti a traffici, via mare, di scorie pericolose. E soprattutto, si è riscontrato nei comuni limitrofi l'aumento dei tumori maligni, con un pericolo a tutt'oggi incombente sulla popolazione.


VIDEO Gli intrecci dei veleni sulle coste calabresi


Una vicenda terribile che parte il 14 dicembre 1990 dalla spiaggia di Formiciche, Calabria, mezz'ora di macchina a nord di Lamezia Terme. Pochi ombrelloni sparsi, turismo familiare e l'azzurro tenue del mare costeggiato dalla ferrovia. Qui, 19 anni fa, si è arenata davanti agli occhi perplessi dei residenti la motonave Rosso. Secondo l'armatore Ignazio Messina, si trattò di un incidente provocato dal mare in burrasca. Ai magistrati, invece, venne il dubbio che a bordo ci fossero sostanze tossiche o radioattive: bidoni che avrebbero dovuto essere smaltiti sui fondali marini, e che causa maltempo sarebbero finiti sulla costa, per poi sparire nell'entroterra. A lungo, come riferito in numerosi articoli da "L'espresso", gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità. Sia sul carico della Rosso, sia sulle altre carrette del mare: imbarcazioni in condizioni pietose, mandate a picco nel Mediterraneo colme di scorie. Un lavoro segnato da mille ostacoli e costanti minacce. Il 13 dicembre 1995, dentro questo scenario, è morto in circostanze più che sospette il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave della procura di Reggio Calabria. E intanto, dall'intreccio tra Italia e altre nazioni (europee e non, comunque disposte a tutto per smaltire pattume tossico) sono uscite le figure di agenti segreti, politici ai massimi livelli, faccendieri massoni e onorati membri della 'ndrangheta. Ma nonostante le migliaia di verbali, di indizi, di indicazioni sui presunti luoghi di occultamento, non si è raggiunta per anni la certezza. Ancora il 13 maggio scorso, il gip Salvatore Carpino si è trovato ad archiviare il sospetto di affondamento doloso e truffa pendente sugli armatori Messina. E loro hanno festeggiato: dichiarando che quest'atto chiude una stagione di "accuse infondate, calunnie, subdole diffamazioni e campagne stampa fondate sul nulla".

Tutto a posto dunque? Nessuno ha trafficato via mare in rifiuti nucleari? Nessuno, soprattutto, è più autorizzato a ipotizzare retroscena inconfessabili per il caso "Rosso"? La risposta è no, purtroppo: niente è ancora tranquillo in Calabria. Poco è stato definitivamente chiarito, in questa storia, e il primo a riconoscerlo è il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano: il quale non soltanto sta continuando a indagare, ma ha trovato quello che si sospettava da anni: appunto la presenza, a pochi chilometri dalla spiaggia di Formiciche, sulla strada provinciale 53 che sale in collina, di un'area radioattiva. "Prudenza e determinazione", sono comunque le parole d'ordine. "Anzi: ancora più prudenza che determinazione", si corregge Giordano. Teme si scateni il panico, in quest'angolo di campagna che prende i nomi di Petrone- Valle del Signore e Foresta, e che è incastrato tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d'Aiello, lungo il greto del fiume Oliva. Già nel 2004, l'Arpacal (Agenzia regionale protezione ambiente calabrese) aveva qui scoperto metalli pesanti e granulato di marmo, utilizzato dalla malavita per schermare la radioattività.

Allora, il perito Ornelio Morselli certificò la presenza eccedente di rame e zinco, ma anche di policlorobenzeni (Pcb) con "caratteristiche tossicologiche analoghe alle diossine". Se a questo si somma che un funzionario dell'ex genio civile, ha ammesso di avere visto un fusto nella briglia del fiume Oliva, si capisce perché l'ex pm di Paola, Francesco Greco, abbia ipotizzato un nesso tra il ritrovamento dei rifiuti e la motonave Rosso; e più in generale, un legame tra le sostanze tossiche e i traffici marittimi. Una tesi che qualcuno ha cercato di catalogare come azzardata, ma che oggi, con il ritrovamento di un documento inedito, assume tutt'altro spessore. Nel 2005, infatti, un investigatore della procura di Paola ha accompagnato al fiume Oliva Amerigo Spinelli, poliziotto municipale di Amantea (paesino accanto alla spiaggia di Formiciche). E nella sua relazione finale, ha scritto: "Spinelli indicò un'area che (...) corrisponde al greto della località Valle del Signore ed aree adiacenti ". Di più: Spinelli ha riferito "che un'ampia zona compresa tra la predetta zona e almeno 200 metri a ovest (...) era stata interessata dal deposito di rifiuti/materiali derivanti dallo smantellamento della motonave Rosso".

In seguito, la magistratura ha indagato tra Aiello Calabro e Serra d'Aiello, Amantea e San Pietro in Amantea. Ha cercato riscontri, materiali, tutto pur di inquadrare la situazione. E infatti, nel 2007, è arrivato il secondo colpo di scena, anch'esso sconosciuto fino a questo momento. Due ufficiali hanno notato dei camion che prelevavano terreno dai torrenti Catocastro e Valle del Signore (affluente dell'Oliva) per il ripascimento delle coste. E quando hanno ispezionato le spiagge interessate, hanno trovato svariati oggetti ferrosi, tra i quali un "coperchio (...) presumibilmente appartenente a un fusto", pezzi di lamiera e "quattro tubi di diverso diametro" che "possono essere ricondotti, verosimilmente, a parte delle protezioni in uso sui traghetti Ro-Ro": navi come la Rosso, con lo sportello ad hoc per imbarcare i carichi su ruote. A questo punto, l'ispettore che due anni prima aveva accompagnato Spinelli al fiume Oliva, è tornato in azione: ha svolto un nuovo sopralluogo, ha confrontato quel panorama con le fotografie scattate dagli ufficiali, e ha messo nero su bianco: "Con certezza posso dire che i due siti coincidono, e (che il perimetro) è individuato in agro di Aiello Calabro, località Valle del Signore e aree adiacenti". In altre parole, è probabile che i rifiuti tossico-radioattivi abbiano viaggiato per mare, e siano stati occultati qui. La stessa conclusione, d'altronde, suggerita da altri indizi concordanti. Il primo, a cavallo tra il 2007 e il 2008, è che l'Arpacal e il perito Morselli hanno riscontrato in profondità a Foresta agro di Serra d'Aiello, la presenza di Cesio 137 (lo stesso fuoriuscito da Chernobyl). Il secondo indizio, datato novembre 2008, è che grazie ai carotaggi "nelle immediate adiacenze della briglia del fiume Oliva", si è trovato un sarcofago (di dimensioni ancora ignote) in cemento a circa 10 metri di profondità. E all'interno, scrivono i consulenti della procura, "c'erano concentrazioni elevate di mercurio", presente anche in altri campioni. Da qui, parte l'ultima svolta di questo incubo. Dalla testardaggine con cui il procuratore Giordano insegue reati che vanno dal disastro ambientale all'avvelenamento delle acque. "Questioni fondamentali sotto il profilo della pubblica tranquillità ", le definisce. Per questo, a fine 2008, ha incaricato l'università della Calabria e il Cnr di sondare, con cartografie satellitari, eventuali anomalie termiche nell'entroterra calabro (segno di radioattività). E il 17 febbraio è arrivata la risposta: positiva.

Le anomalie ci sono, addirittura "evidenti " a Serra d'Aiello: proprio nella zona "prospiciente al fiume Oliva". Tanta è la delicatezza del problema, da richiedere un controllo diretto sul terreno, con il supporto del reparto Nbcr (Nucleare batterico chimico radiometrico) dei Vigili del fuoco di Cosenza e Catanzaro. E gli esiti sono tanto gravi quanto inequivocabili: "Il monitoraggio ha permesso di individuare limitate seppur significative anomalie di radioattività". Il 2 marzo seguente, l'Arpacal ha trasmesso alla procura "l'esito delle analisi radiometriche campali" attorno al fiume Oliva. Ed è giunta l'ennesima conferma, supportata dai rilievi in una vecchia cava che "si estende per 200-300 metri dalla provinciale 53, al chilometro sei", di fianco all'Oliva. Il risultato è che ci sono tracce di contaminazione. Non solo: ci sono "radionuclidi artificiali" che "non dovrebbero normalmente essere presenti nel terreno". Ma sono stati rilevati. Ecco perché, sempre Arpacal, ha suggerito ai magistrati di svolgere ancora accertamenti, per "escludere un qualsiasi aumento del rischio alla popolazione, soprattutto di inalazione e/o ingestione". Ed ecco perché, in questo contesto, assume speciale rilevanza la consulenza di Giacomino Brancati, dirigente del settore prevenzione nel Dipartimento calabrese per la tutela della salute. Il quale, in un documento di 300 pagine, segnala espressamente "l'esistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro in Amantea e Serra d'Aiello, circostante al letto del fiume Oliva a sud della località Foresta (centri di Campora San Giovanni, Coreca e Case sparse, comprese tra il mare e Foresta)". Un allarme, dice Brancati, "dovuto alla presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non", a cui va sommato "un consistente danno ambientale".

Possibile, con queste premesse, infilare la vicenda in un faldone e seppellirla in archivio? Ha senso trascurare i segnali che rievocano il mistero della motonave Rosso? Risponderanno nel merito la Protezione civile, i carabinieri del Noe e il ministero dell'Ambiente: tutti consultati dal procuratore Giordano. Nel frattempo, è il caso di ricordare un ultimo dettaglio. Il 9 giugno 2005, "L'espresso" ha pubblicato il dossier di un ex boss della 'ndrangheta che si accusò di avere affondato, d'accordo con il clan Muto, carrette del mare zeppe di sostanze tossiche. Tra le navi, ne indicava tre che transitavano "al largo della costa calabrese, in corrispondenza di Cetraro, provincia di Cosenza". E proprio in questo tratto di mare, a 487 metri di profondità, l'Arpacal ha individuato il 14 dicembre scorso un "rilievo di forma ellittico/circolare", lungo "circa 80 metri e largo non più di 50, che si eleva rispetto alle profondità medie circostanti di circa 4 metri". Guarda caso, agli investigatori risulta che il titolare della vecchia cava accanto al fiume Oliva (oggi defunto) fosse taglieggiato dagli 'ndranghetisti Muto. «L'ennesima traccia del meccanismo di smaltimento illegale ", dicono. "L'ennesimo passo verso una verità scomoda".

Ha collaborato Paolo Orofino
(20 agosto 2009)

lunedì 17 agosto 2009

Pubblica insicurezza



di Riccardo Bocca


I tagli dei fondi rendono la vita degli agenti impossibile. E lasciano i cittadini senza protezione. Mentre partono le ronde, ecco in quali condizioni opera la polizia italiana

Ci sono due parole che irritano profondamente i poliziotti italiani. La prima è 'ronde': le cosiddette associazioni di volontari per la sicurezza. Quelle tanto apprezzate dal ministero dell'Interno, e che stanno per pattugliare le nostre città (sperando non finisca sempre come a Massa, dove lo scorso 26 luglio una ronda di destra e una di sinistra si sono a prese a pugni e seggiolate). La seconda parola sgradita, invece, è 'militari'. Almeno quelli utilizzati, da circa un anno, per arginare la delinquenza urbana. Secondo il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, è merito loro se in certi quartieri i reati sono diminuiti del 40 per cento. Al contrario, i poliziotti li considerano "perfetti in guerra ma non nell'ordine pubblico". E, per giunta, ironizzano, "dobbiamo fargli da balia".

Polemiche su polemiche. È questa la quotidianità degli agenti di pubblica sicurezza. Si dicono dimenticati. Stanchi. Avviliti. E delusi, soprattutto. Come il graduato che parla a ruota libera nei 40 gradi della Palermo estiva. Scuote la testa e spiega come, nel disinteresse generale, sono costretti a lavorare i colleghi che scortano Maria Falcone, sorella dell'icona antimafia Giovanni e divulgatrice della legalità nelle scuole. "Alla signora spetta una protezione di terzo livello, cioè una Lancia K blindata con due uomini armati a bordo", dice, "ma questo non basta a garantirne la sicurezza". Oltre alla minaccia delle cosche, infatti, "c'è da combattere la drammatica condizione del nostro parco automobili". Di recente, ad esempio, "la macchina di Maria Falcone non ce l'ha fatta a uscire dal deposito della caserma: perdeva potenza". E quando è stata sostituita da un'altra vettura, quello stesso giorno, è finita ancora peggio: "Di colpo, lungo la strada, si è rotta l'aria condizionata e si sono bloccati i finestrini, trasformando l'abitacolo in un forno e obbligando la scorta a chiedere rinforzi".

"Assurdo ma frequente", confermano altri agenti. Lo sa bene il magistrato Anna Maria Palma, capo di gabinetto alla Presidenza del Senato, che si è trovata con l'auto della scorta inchiodata sulla Palermo-Messina. E altrettanto bene lo sa il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, i cui uomini di protezione hanno dovuto muoversi - causa assenza fondi- anche su una vecchia Punto senza blindatura. "Episodi che altrove farebbero scandalo, mentre in Italia sono diventati normali", dice Felice Romano, segretario generale del Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia): "Ormai la pubblica sicurezza è allo stremo in ogni parte d'Italia e su ogni fronte operativo: dalle scorte all'antidroga, dai commissariati di zona alle squadre volanti". Non a caso. Sul tavolo, il capo del Siulp ha le carte dei tagli che il governo ha riservato alle forze dell'ordine. Cifre paurose, quando si arriva al capitolo polizia di Stato: 263 milioni 497 mila euro cancellati nel 2009. Altri 283 milioni levati nel 2010. Ulteriori 492 milioni 726 mila euro eliminati nel 2011. Unica voce incoraggiante, i 100 milioni destinati alle polizie comunali, che sono un niente rispetto ai complessivi 3 miliardi e mezzo tagliati al comparto Sicurezza e difesa. Morale: da un lato "l'opinione pubblica viene stordita con gli effetti speciali", denuncia il sindacato Uilps, dall'altro si "trascura la gestione ordinaria". Cioè l'indispensabile.

Cosa significhi, in concreto, si può vedere a Milano: in teoria il simbolo dell'efficienza padana, in pratica una metropoli dove la polizia è in ginocchio. Basti pensare all'organico bloccato da 18 anni a 3.900 uomini, con una carenza di 50 sovrintendenti e ispettori, 30 funzionari, dieci dirigenti e oltre 500 agenti. Per non parlare delle 487 auto in dotazione alla questura, delle quali 250 ferme per riparazioni che avverranno quando avverranno. O ancora, dei 13 membri del pool antiterrorismo internazionale Digos, costretti a indagare fianco a fianco in un ufficio di 12 metri quadri. "La politica ci aveva promesso più personale, più mezzi, più soldi; ci aveva illuso che da bruchi saremmo diventati farfalle", spiega un agente milanese: "Invece siamo sprofondati in un baratro dove manca tutto: dalle divise alla carta del fax. Fino ai giubbotti antiproiettile, in certi casi scaduti dal '92". Un incubo che si materializza alla caserma Garibaldi di piazza Sant'Ambrogio, dove si trovano gli uffici che gestiscono volanti, scorte e personale. "S'intrufoli al secondo o al terzo piano", suggerisce qualcuno. Ed è una scena sconsolante, quella che appare. Una sequenza di vetri spaccati, bagni con porte mancanti, cumuli di mozziconi e spazzatura, televisori preistorici abbandonati nei corridoi, neon che non si accendono e materassi lerci appoggiati alle pareti. "Da qui parte il degrado", annuisce un sindacalista: "dal nostro quartier generale...".

Poi c'è l'esterno: ossia la parte che tutti i milanesi possono vedere e giudicare. A partire dai 17 commissariati, dei quali solo cinque riescono a garantire volanti per penuria di uomini e auto. "Contenitori di storie grottesche", li chiama chi ci lavora. Senza esagerare. Al commissariato Greco-Turro, ogni giorno confluisce un mare di extracomunitari per i permessi di soggiorno, e ad accoglierlo c'è il bagno dei disabili riadattato a stanzetta per le impronte. Il commissariato Porta Genova, invece, è un ex carcere minorile dove anche i settori aperti al pubblico hanno finestre sbarrate (in barba alle più ovvie norme di sicurezza), mentre il pavimento dell'archivio è pericolosamente piegato sotto a una montagna di fascicoli. "Problemi segnalati e mai risolti", lamentano i poliziotti. Al pari del commissariato Monforte-Vittoria, nel centro storico, gestito a colpi di buona volontà da Edmondo Capecelatro (anche dirigente del Siulp): "Nel 2003", dice, "l'organico prevedeva 99 persone: oggi siamo rimasti in 75, dei quali due ispettori pensionandi, due aggregati fuori sede, 15 assenti in media per ferie o malattia, una decina disseminati tra centralino e altri servizi, sette o otto richiesti ogni giorno per i servizi di ordine pubblico e un'altra decina bloccata negli uffici denunce e passaporti, ai quali va sommato un gruppetto per la burocrazia indispensabile. Risultato: ho circa sette uomini per presidiare una zona con 90 mila residenti. Che razza di sicurezza posso garantire?".

Scarsa, risponde lui stesso: anzi scarsissima. Come nella vicina Monza, dove gli agenti della squadra investigativa hanno dovuto attraversare la città in autobus, con i faldoni sottobraccio, perché tutte le auto erano fuori servizio. O come alla Stazione Centrale di Milano, dove l'area di sorveglianza è stata quasi raddoppiata per l'apertura di nuovi spazi, ma senza aggiungere un solo agente alla già misera polizia ferroviaria. Il che può stupire i non addetti ai lavori, ma conferma il contenuto di un appunto riservato a firma Dipartimento di pubblica sicurezza. Due pagine nelle quali si indicano i tagli più pesanti alla polizia di Stato: meno 5,1 milioni di euro per le missioni nazionali, meno 2,3 per quelle all'estero, meno 3,8 per i servizi di pulizia e meno 10,8 per le spese telefoniche. Fino alla batosta conclusiva: 6,2 milioni tagliati agli armamenti, pari a un meno 84,72 per cento. "Tenuto conto di quanto sopra premesso", si legge in calce al documento, "anche quest'anno vi saranno notevoli difficoltà per assicurare alcuni dei servizi particolarmente penalizzati". Di più: "La situazione", scrive il Dipartimento, "è aggravata dal trascinamento di notevoli debiti dei passati esercizi", i quali a quanto pare "non hanno trovato copertura nelle dotazioni di bilancio".

Parole chiare. Lapidarie. Sufficienti, insomma, per catalogare automaticamente sotto la voce 'uscite infelici' quella di Renato Brunetta, ministro della Funzione pubblica, secondo cui il guaio della polizia è di avere troppi "panzoni" dietro le scrivanie e pochi Rambo in strada: dichiarazione dello scorso 28 maggio, poi rimediata con scuse generiche. "Una visione distorta della realtà", la chiama uno dei sovrappeso sotto accusa: "Non siamo noi poliziotti da ufficio a essere scadenti, ma le strumentazioni che abbiamo e le strutture in cui operiamo". Caso esemplare, in questo senso, è la sede della polizia postale di viale Trastevere, a Roma, nella quale si combattono crimini tutt'altro che secondari come la pedofilia on line. Al primo piano del palazzo, solo in teoria inaccessibile agli estranei, gli uffici operativi hanno vetri blindati che non si possono aprire: "Neanche se scoppia un incendio", testimoniano i dipendenti: "Inoltre, l'areazione è quasi sempre rotta, tant'è che una collega è svenuta dal caldo". Quanto all'aspetto investigativo, "il 30 per cento dei computer risale a fine anni '90: quindi è obsoleto, lento ed esposto ad hackeraggi". Ragione per cui gli agenti, stufi di chiedere e non ricevere, si arrangiano portando avanti e indietro da casa i loro personal, "con comprensibili timori per la riservatezza dei dati".

Dopodiché tutto è possibile, nell'Italia delle polemiche. Si può sostenere, come ha fatto il ministro dell'Interno Roberto Maroni, che nel bilancio 2009 la polizia ha avuto circa il 10 per cento in più rispetto all'anno precedente per le spese correnti ("Tralasciando di specificare che non si tratta di uno stanziamento aggiuntivo, ma del tentativo di sanare i buchi pregressi, più le somme per pagare gli aumenti contrattuali decisi dal governo Prodi", contestano i sindacalisti). "Si può anche continuare ad appoggiarsi sulla nostra voglia di sacrificio", provocano gli agenti, "sorvolando sugli stipendi che ci vengono pagati in ritardo". Ma certo colpisce sapere che nella capitale il commissariato Tuscolano ha solo una volante per un'area affollata da 500 mila abitanti. Dispiace sentire che, in occasione dell'ultimo G8, decine di poliziotti sono stati per ore sull'autostrada Roma-L'Aquila, senza ricevere un bicchiere d'acqua o un panino. E ancora più pesante, per il morale degli agenti di polizia, è stato quanto accaduto durante le vacanze pasquali a Napoli del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. "Una volta arrivati", riferisce chi c'era, "il seguito dei carabinieri ha dormito al Grand hotel Oriente, quattro stelle nel cuore della città". Per i poliziotti, invece, il budget non prevedeva l'albergo: né ad alto né a basso costo. "Li hanno portati in convento".

E qui si torna al punto di partenza: alla dedizione degli agenti, che nel 2009 "ha consentito di ridurre la delittuosità dell'11,4 per cento rispetto al 2008", usando le parole del capo della polizia Antonio Manganelli, ma anche alla penuria di finanziamenti e personale diffusa sul territorio italiano.

Allarmante, per dire, è la segnalazione del Silp (Sindacato italiano lavoratori polizia) riguardo al porto di Genova, dove "a fronte di un organico di 305 unità previsto nel 1989, operano attualmente 178 agenti": il che significa che quattro poliziotti, in un giorno, hanno dovuto controllare 1.600 passeggeri. Altrettanto condivisibili sono le preoccupazioni della polizia stradale per il comprensorio Forlì-Cesena, dove gli agenti hanno denunciato al Dipartimento di pubblica sicurezza lo "scarso livello di sicurezza" e le "sporadiche pattuglie presenti". Per non parlare di Perugia, con i poliziotti mortificati dalla "carenza di scarpe, divise e automezzi". O dell'ufficio immigrazione di Modena, dotato di 31 agenti per "gestire quasi 80 mila stranieri". O ancora, dei poliziotti in servizio nella nuovissima sede di Fiumicino, costretti a pietire il toner delle stampanti al gestore dell'aeroporto.

"Piccole cose, certo, ma enormi se accumulate una sull'altra", commenta Vittorio Costantini, segretario provinciale Siulp a Palermo. Una frase che ripete spesso, mostrando di persona le emergenze della sua città, dalle scorte in poi. C'è il commissariato di Brancaccio, zona ad altissima densità criminale, dove la mafia si combatte con un'unica volante e una sede che cade a pezzi: talmente vulnerabile da avere subìto l'assedio di familiari dei malavitosi arrestati. C'è il reparto a cavallo nel parco della Favorita, cruciale per i servizi antidroga e antistupri, che su otto animali ne ha due troppo anziani e due non montabili per tare caratteriali (dettagli sconcertanti quanto gli spogliatoi a ridosso della fogna, o i container sfondati che dovevano sostituire i vecchi uffici). E c'è, ancora una volta, il delirio dell'ufficio immigrazione, con 6 mila domande di permesso di soggiorno arretrate, un ex magazzino accanto (in uso alla questura) infarcito di topi e un cortile sommerso dalla spazzatura.

Ma la tappa più avvilente, e importante, è quella successiva: lo sfogo di due agenti della squadra mobile al tavolino di un bar. Poliziotti pieni di rabbia non per le 90 mila ore di arretrati non pagate, ma per l'impossibilità di battersi ad armi pari contro Cosa nostra. "Dopo i tagli ai finanziamenti", spiegano, "ci hanno chiesto di indagare soltanto all'interno della città. Mai fuori, senza eccezioni. Anche se tutti sanno che le famiglie dei boss si annidano nelle province".

Una beffa ai danni degli italiani, la definiscono. Un colpo basso per quei poliziotti che si dedicano giorno e notte all'antimafia. "In altre parole: il più bel regalo che lo Stato potesse fare agli eredi di Riina e Provenzano".

(12 agosto 2009)

domenica 31 maggio 2009

Quando la bestia si chiama uomo


di Riccardo Bocca


Violenze. Abbandoni. Incuria. Commerci illegali. In Italia si moltiplicano i casi di maltrattamento degli animali. Spesso nella indifferenza delle istituzioni

Non ci sono parole. C'è il delirio di 120 cani che abbaiano disperatamente. C'è la distesa di feci e urine attorno a queste bestie. C'è il tanfo dell'acqua putrida dentro abbeveratoi che grondano muffa. C'è la pena per il lupo e i bastardini che saltellano allucinati, roteando su se stessi con lo sguardo fisso. Questo si trova nel canile privato D.a.c. di Crispiano, 13 mila abitanti alle porte di Taranto.

Un quadro che gli attivisti Lav (Lega anti vivisezione) denunciano dal 2006: «L'unica alienante prospettiva visuale, per gli animali, è l'opprimente muro perimetrale», hanno scritto alla Procura. Hanno segnalato anche «la totale e ininterrotta costrizione in cattività, in spazi estremamente squallidi e angusti». Eppure non è servito. I magistrati non hanno ritenuto di procedere, e per la Asl locale il caso non esiste. Così si è andati avanti.

Con un dettaglio incredibile: il trasferimento in furgone, per 800 infiniti chilometri, di molte bestie imprigionate a Crispiano dentro un canile in provincia di Reggio Emilia, dove il titolare Claudio Balugani conferma il meccanismo. Anche se un documento della Regione Puglia, firmato dall'assessore alle Politiche della salute, specifica che «gli animali non possono essere ospitati in rifugi fuori dalla Regione». Anche se è una storia triste, e dolorosa per i cani che la devono subire. «La parola tabù è maltrattamento», commenta Maria Rosaria Esposito, fondatrice del Nirda (Nucleo investigativo forestale per i reati in danno agli animali): «Gli italiani si dichiarano grandi amici delle bestie, ma troppo spesso le trascurano. Le umiliano. Le trattano come oggetti e non esitano a sfruttarle: negli allevamenti, nei canili e anche in zoo e circhi che violano le regole».

Dal 2006 a oggi, non a caso, le indagini della Forestale hanno portato alla denuncia di 137 persone e a 5 .849 sequestri tra cani (3.635), gatti (760) e altri animali. Interventi realizzati grazie alla legge del 2004, sottolinea Esposito, che punisce con severe multe e il carcere (dai 3 ai 18 mesi) «chiunque sevizi o provochi, per crudeltà o senza necessità, la morte di un animale». Un buon deterrente, sulla carta. E altrettanto suggestivo, a livello internazionale, è il Trattato di Lisbona del dicembre 2007, in cui si dice che «l'Unione e gli Stati membri tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere degli animali». Poi però c'è la quotidianità, fatta di canili come quello di Crispiano. O quello di Campobasso, dove i consulenti della Procura hanno trovato in un sopralluogo «pessime condizioni igienico-sanitarie, giacigli sporchi, acqua insufficiente » e bestie «con lesioni cutanee». Per non parlare del randagismo e dei maltrattamenti legati alle sue cause occulte.


«Perché la gente, a ragione, resta turbata quando i branchi di cani attaccano l'uomo», spiega l'ausiliario di polizia giudiziaria Bruno Mei Tomasi, presidente dell'Anta (Associazione nazionale tutela animali): «Ma l'abbandono di queste bestie non è casuale: alle spalle c'è un business da un miliardo e mezzo di euro». Un affare, testimonia Mei Tomasi, gestito silenziosamente da canili privati del Centrosud: «Lager indecenti che catturano gli animali (ottenendo dai Comuni tra i 2 ai 5 euro al giorno per il mantenimento), li fanno riprodurre in condizioni pietose, e liberano i nuovi nati per poterli riacciuffare».

Tutto senza problemi, da anni. In un clima generale che non si scompone per gli abusi sugli animali. Anzi: li tollera e sottovaluta, dicono le associazioni ambientaliste, «soprattutto nelle aree agricole dove le bestie sono strumenti di lavoro e profitto, e più in generale in provincia». Il 7 maggio, per esempio, sono stati uccisi a bastonate vicino a Perugia (Umbertide) quattro gattini con la madre, scaraventati nel giardino della signora che li accudiva. Tre giorni prima a Villa del Bosco, Biella, un uomo di 47 anni ha decapitato a colpi d'ascia un barboncino perché «creava ansia» alla fidanzata. Ma non è finita. Il 27 marzo, in provincia di Pordenone, una coppia di ventiduenni ha cercato di accoppiare un meticcio a un dobermann. E quando la bestia si è rifiutata, i ragazzi l'hanno massacrata con una stanga di ferro, attaccando la carcassa a un montacarichi e filmando la scena con il cellulare.

«Il tragitto è lungo, perché gli italiani imparino a rispettare gli animali», ammette il sottosegretario alla Salute Francesca Martini (Lega). Più in generale, «è la società occidentale a essere anti-animalista », sostiene Valerio Pocar, docente di Sociologia del diritto all'università di Milano- Bicocca (nonché autore per Laterza del saggio "Gli animali non umani"): «Si infierisce sulle bestie in quanto esseri inferiori», dice, «ed è uno schema riproposto nelle relazioni umane». Il risultato è che un pastore lodigiano, transitando con il gregge per la sua città, ha trovato naturale scaricare un agnello vivo nel cassonetto, perché non riusciva a tenere il passo. E con la stessa disinvoltura, un signore della provincia barese ha imprigionato il suo daino in un recinto di 30 metri quadri, ai bordi della provinciale, lasciandolo senza riparo dalla pioggia e il sole fino allo stremo (condanna a 5 mila euro di multa).

«Anche se attenzione», avvertono i forestali, «un conto sono le barbarie dei singoli cittadini, per quanto gravi, gravissime, un altro gli abusi reiterati dei commercianti». A cosa alludano, gli investigatori si capisce parlando con Alessandro, 36 anni, diploma di liceo scientifico, professione importatore clandestino di animali di razza. La sua attività, racconta senza imbarazzi, consiste nel trasferire cuccioli di cani, uccelli e quant'altro dai paesi dell'Est («Romania, soprattutto, ma anche Slovenia e Polonia») stipandoli dentro il doppio fondo del suo furgoncino, e vendendoli a negozianti e privati. «Un sistema rodato e molto diffuso», sorride. Certo, ammette, «un buon 20 per cento delle bestie non sopporta il viaggio, le trovo morte all'arrivo». E un'altra buona percentuale, aggiungono gli animalisti, muore nel periodo successivo, infestata da parassiti intestinali, cimurro e patologie ereditarie.

«Perché così vuole il mercato», denuncia Massimiliano Rocco, responsabile per il Wwf della lotta al traffico degli animali: «Troppe famiglie cercano esemplari di razza ma vogliono spendere poco. E se alla fine il cucciolo non è di razza e i proprietari se ne accorgono tardi, finisce che se ne sbarazzano». Per questo, per stroncare i mercati illeciti, il magistrato di Cassazione Maurizio Santoloci (responsabile dell'ufficio legale Lav) e altri specialisti dedicano corsi di formazione a tutte le forze di polizia, aiutandole a intervenire con velocità e competenza. «Anche se è una guerra impari», fa notare Mei Tomasi. Uno sforzo che s'incunea tra i due estremi italiani: «Da un lato i 500 milioni spesi nel 2008 per la toelettatura, le pensioni e l'addestramento degli animali d?affezione. Dall'altro il cinismo sfrenato di certi allevatori».

Recentissima, per citare un caso clamoroso, è la condanna a sei mesi di un allevatore di Godega di Sant'Urbano (Treviso), al quale i Nas hanno trovato 7 mila conigli abbandonati senza cibo, in parte morti ma lasciati in gabbia con quelli vivi. Altrettanto orribile è il fenomeno delle cosiddette "mucche a terra", che al macello Calzi di Bertodico (Lodi) è costato il patteggiamento a quattro mesi del titolare. Sotto accusa, in particolare, è il trattamento riservato alle vacche "da riforma": bestie massacrate dai cicli intensivi di produzione, non più in grado di alzarsi o camminare. «Per spostarle», documenta un'inchiesta svolta per otto mesi in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna dell'organizzazione internazionale Animal's Angels, «le colpiscono con pungoli elettrici, le trascinano con corde e catene, le alzano con verricelli e le caricano a forza sui camion».

Il tutto in barba al regolamento europeo, secondo cui «gli animali che presentino lesioni, problemi fisiologici o patologie, non vanno considerati idonei al trasporto». Premesse sconfortanti, oltre che fuorilegge. Ancora di più se confrontate con le riflessioni di Francesca Rescigno, docente di Istituzioni di diritto all'università di Bologna: «Neppure l'antropocentrismo giuridico più estremo», ha riferito a Montecitorio lo scorso ottobre, «può rimanere impassibile rispetto alle elaborazioni scientifico-dottrinali, che dimostrano come gli animali siano esseri senzienti ». Ormai, ha proseguito, è certo che le bestie sono «in grado di provare piacere e dolore, di avere desideri e aspettative». E appunto per questo «meritano di evolvere dalla condizione di cose a quella di soggetti». Resta il fatto, che chi fa business con gli animali applica parametri più spicci.

E la riprova, secondo gli investigatori, arriva da vicende come quella di Zoo Grunwald, società che «da trent'anni fornisce animali al cinema». Tra i registi nel suo curriculum, ci sono mostri sacri tipo Martin Scorsese e Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Bernardo Bertolucci. Eppure gli uomini del Nirda, perquisendo la sede romana, sono rimasti perplessi: «Tutta la struttura», spiega la relazione di servizio, era «in condizioni igienico-sanitarie e strutturali assolutamente inadatte a detenere animali». Le bestie, nel complesso, risultavano «sottoposte a notevole stress psicofisico ». I lupi si trovavano «in grave stato di denutrizione»; i serpenti giacevano in un locale senza «finestre, completamente imbrattato di feci dall'odore acre e nauseabondo »; i bovini venivano nutriti «con verdure marcescenti a contatto con il letame». E persino i pappagalli, erano «detenuti in condizioni pessime».

Il 15 luglio ci sarà la prima udienza del processo. Ma a prescindere dalla Zoo Grunwald, e dai sospetti che la riguardano, resta un disagio di fondo. È la sensazione che «il maltrattamento animale non sia soltanto una questione di regolamenti violati, ma anche un sintomo di imbarbarimento sociale», per usare le parole del giudice Santoloci. Non basta, insomma, la «vigilanza assoluta» assicurata dal sottosegretario Martini. E nemmeno il tavolo sul benessere animale, avviato meritoriamente «con le associazioni ambientaliste piccole e grandi, i veterinari, le Regioni e i dirigenti del ministero». Bisogna visitare una mattina qualunque (quella del 7 maggio scorso) lo zoo di Napoli, per rendersene conto. All'ingresso, infatti, campeggia la scritta «Abbiamo gettato le fondamenta per la rinascita dello zoo».

E anche sulle vecchie gabbie, chiuse per palese inadeguatezza, risaltano cartelli arancioni (in parte arrugginiti) dove si torna ad annunciare il «nuovo zoo», in cui «gli animali verranno esposti in spazi più ampi, che riprodurranno i loro ambienti naturali». Nel frattempo, però, lo spettacolo è quello riassunto da una nonna al nipotino: «Che tristezza...», dice scuotendo la testa. Ed è difficile darle torto. Davanti agli occhi, ha la fossa di cemento con spezzoni di legno dove un orso bruno, spelacchiato, ripete ciclicamente lo stesso percorso: un cerchio che non s'allarga e non si stringe. Identico e ossessivo.

La stessa sorte, d'altronde, toccata alle due tigri poco lontane, costrette in una gabbia ammuffita senza gli arricchimenti naturali previsti dalle norme Cites (Convention on international trade in endangered species of wild fauna and flora). Solo una pozzanghera d'acqua, spetta a questi felini, che la sfiorano camminando avanti e indietro, indietro e avanti. Alla fine, dopo avere visto e filmato anche l'elefante sotto al sole, in uno spazio privo di cespugli e alberi, fisso davanti al cancello del suo ricovero (chiuso, sostengono gli animalisti, per assicurare la visione al pubblico), lo sconforto è totale. E il disagio contagia, parlandone, anche il sottosegretario Martini: «In tempi stretti», promette, «invierò un'ispezione per verificare questa o altre situazioni ». Un intervento che molti, umani e animali, attendono fiduciosi.


(29 maggio 2009)

lunedì 27 aprile 2009

I corvi volano sull’Aquila


di Riccardo Bocca

Costruttori d'ogni genere si muovono per mettere le mani sul business del dopo-terremoto. Mentre la popolazione delle tendopoli chiede una ricostruzione rapida e senza scandali


Arrivano in due, con l’aria decisa. Il più alto ha le spalle larghe e la pancia pesante sulla cintura dei pantaloni. L’altro è secco, con la camicia nera senza cravatta sotto un completo grigio. Insieme entrano al Dicomac, la direzione operativa per i soccorsi alla periferia dell’Aquila. L’accesso, in teoria, sarebbe vietato ai non addetti ai lavori. Nella pratica no. La centrale direttiva è all’interno della scuola della Guardia di Finanza, in una grande palestra dove lavorano giorno e notte uomini della regione, della provincia, dell’esercito, della croce rossa, dei carabinieri, della protezione civile. Un labirinto di voci e facce in cui succede che due sconosciuti non autorizzati superino i controlli e approdino indisturbati alle scrivanie della provincia. "Siamo imprenditori campani", dicono a un dipendente allibito: "Teniamo le ruspe, noi, vogliamo dà ‘na mano.".

Va così, in questa terra dove il terremoto ha ucciso 295 persone, e dove le scosse dal 6 aprile non si sono ancora fermate. Dopo il terrore, le macerie, i morti, i funerali, le lacrime, le parole del presidente Giorgio Napoletano sull’avidità e il disprezzo per le regole, è partita la corsa alla ricostruzione. Psicologica, ma anche e soprattutto materiale. Una partita da 12 miliardi, come sostiene il ministero dell’Interno, o da qualche miliardo in meno, come ipotizza il ministro Altero Matteoli, ma che comunque fa gola a molti. "La gente perbene è qui, nei campi di accoglienza", dice un dirigente della Croce rossa, "fuori invece sguazzano gli squali". Che sarà anche un’immagine esagerata, e un po’ retorica, ma dà l’idea del clima che si respira all’Aquila tra camion carichi di pietre e fango e colonne di Tir e mezzi dei vigili del fuoco. Oltre che stanchi, i 65 mila sfollati sono sospettosi. Temono speculazioni sulla disgrazia e diffidano della solidarietà esibita. Nei giorni scorsi, per dire, il presidente della Carispaq (Cassa di risparmio della provincia dell’Aquila) Antonio Battaglia, ha esordito all’assemblea dei soci con parole toccanti: "Il terremoto mi evoca le paure dell’infanzia, il nemico appostato nel buio che è tornato a colpire". Dopodiché ha illustrato il piano da 35 milioni di euro per costruire un nuovo campus universitario. "Il sisma ha cancellato il 30 per cento delle aule dove studiavano 26 mila ragazzi (su 73 mila residenti, ndr)", dice Battaglia: "Noi possiamo partire con i lavori a giugno, e consegnare il complesso nel novembre 2010".

Ottimo, se contribuirà a rinforzare l’università. Resta il fatto che questo campus, progettato da Paolo Desideri e costituito da tre strutture a quattro piani, con 7.800 metri quadri di verde attrezzato e circa 15 mila di parcheggi interrati, all’inizio non era destinato a studenti. Doveva essere un centro direzionale con negozi e servizi. Poi la terra ha tremato, la città ha collassato e l’operazione ha cambiato al volo indirizzo e nome. "Tutti si muovono a velocità pazzesca", dice il presidente del Consiglio comunale dell’Aquila, Carlo Benedetti, davanti alla tenda dove ha spostato l’ufficio. "Quarantott’ore dopo il terremoto si erano già offerte via mail 142 ditte, italiane e non". Un dinamismo che stride con il lutto dell’economia locale: 9 mila imprese artigiane scomparse per sempre o chiuse, 3 mila piccole e grandi industrie in crisi e 30 mila disoccupati. Uno scenario mortificante per una popolazione che si sta adattando a dormire in branda, a fare file in mensa e lavarsi in docce comuni. Ma anche un’opportunità irripetibile per chi ha capitali da investire. "Stiamo lavorando alla grande", spiega Marco Urbano, 36 anni, ex campioncino di bob a quattro e titolare di un’agenzia immobiliare. Lui è uscito indenne dal 6 aprile, e si vede: mocassini griffati, calzoni a vita bassa, entra in Mercedes dentro una tendopoli e carica sui sedili decine di bottiglie d’acqua, mentre il cellulare gli squilla a raffica. "Stia tranquillo", risponde a un cliente, "ho la sede perfetta per spostare i vostri uffici. Una soluzione top da 3, 4 o 5 mila metri in zona Aquila ovest. Oppure ho altri immobili non danneggiati dal terremoto.". Poi riattacca e accenna ad Aquila Due, la new town del futuro. "Abbiamo alcuni progetti pronti", sostiene. Di più: prende due fogli che ha scritto, titolati come una soap ‘Rivivere’, e illustra i rapporti con "realtà lombarde e della capitale", mentre misteriosi "studi di progettazione, imprese e operatori immobiliari, stanno scaldando le macchine per individuare le modalità di intervento più corrette".

Inutile stupirsi. Inutile invocare controlli severissimi sugli affari in decollo nei prossimi mesi. Il destino dell’Aquila, e degli altri comuni terremotati, si sta impostando adesso. Con riunioni frenetiche che per prudenza antisismica si svolgono anche in strada o in macchina. Con i politici che telefonano agli amici costruttori, e i costruttori che si alleano tra loro ("Sennò ci spazzano via", dice l’imprenditore Gianni Di Cosmo). Ed è angosciante il contrasto tra questa corsa al business e il dolore che si respira a Onna, a Paganica, o nel centro storico dell’Aquila. Incute rispetto e vergogna, la presenza dei palazzi crollati. In particolare la notte, quando le pattuglie anti-sciacalli si aggirano tra gli appartamenti sventrati. Sostano silenziosi i poliziotti, i carabinieri, i ragazzi della protezione civile davanti alla Casa dello studente, o all’hotel Duca degli Abruzzi. Fissano le rovine dalle quali hanno estratto morti su morti e temono di trovarne altri, in qualche buco nascosto, immigrati clandestini che nessuno ha reclamato e reclamerà. "Da qui dobbiamo ripartire", dice il presidente della Provincia Stefania Pezzopane: "Dalla difesa della legalità e dal rifiuto di far seguire al lutto una ricostruzione cialtrona". Anche se l’impresa, anticipa, sarà "in salita, condizionata da interessi e imposizioni a metà strada tra l’Abruzzo e Roma".

Gli stessi problemi, d’altronde, riscontrati nelle riunioni a porte chiuse per restituire un tetto ai terremotati. Un argomento su cui Silvio Berlusconi e il capo della protezione civile, Guido Bertolaso, hanno imposto da subito la loro linea: gli sfollati, prima del prossimo inverno, dovranno trasferirsi in migliaia di alloggi modulari con basamenti antisismici, che diventeranno in seguito residenze di studenti. Un’idea cara al premier (anche per il colpo d’immagine che garantirà), ma assai meno agli amministratori locali, delusi dalla mancanza di vero dialogo. Altrettanto insoddisfatti sono i costruttori della zona, che escono da questa prima fase a mani vuote (a parte l’ipotesi, per aria, di affittare allo Stato 2 mila appartamenti liberi). Così la tensione aumenta, le incomprensioni pure, e scivolano in secondo piano questioni cruciali per il dopo sisma. Ad esempio, nessuno parla dei micidiali danni subiti dall’acquedotto, che il gestore Gran Sasso Acqua spa stima in 250 milioni di euro. "La scossa del 6 aprile", riferisce il direttore tecnico Amelio Melaragni, "ha spaccato le tubature dove scorrevano 500 litri al secondo verso l’Aquila e i comuni limitrofi". In sette ore la falla è stata tappata, "ma la pressione dell’acqua ha spalancato una voragine lunga 300 metri, allagando le abitazioni a valle". "Nei giorni seguenti", continua il direttore commerciale Carlo Sandolo, "le segnalazioni delle perdite sono aumentate, e la media quotidiana è di 15-20, malgrado gran parte della rete sia chiusa. Cosa succederà quando i cittadini torneranno nelle case agibili e riapriremo l’acqua? Quante centinaia di falle ci troveremo a tappare? E come può la Protezione civile, con un acquedotto a brandelli, parlare di ritorno alla normalità?".

Una risposta c’è, ma non quella che aspetta la Gran Sasso Acqua spa. Si tratta invece della testimonianza di un esponente della Protezione civile, che per logiche ragioni chiede l’anonimato. "Il nostro impegno è assoluto", spiega, "ma non tutto sta girando bene. Faccio un esempio banale, e per questo grave: al campo Centi Colella, gestito dalla Croce rossa alle porte dell’Aquila, hanno montato l’11 aprile 64 tende con luce e riscaldamento per alloggiare dignitosamente 512 persone. Eppure, per giorni e giorni, gli sfollati sono rimasti ammassati, branda contro branda, senza uno straccio di intimità, sotto due orrendi palloni. Sa perché? Non abbiamo consegnato i dispositivi per allacciare l’elettricità". Non solo: dal campo in questione, si apprende che la Protezione civile non ha inviato anche parte dei quadri elettrici dentro le tende. Ed è mancato anche il filo per collegare il quadro generale a quelli periferici: "La gente è esasperata", spiega un volontario, "tant’è che abbiamo minacciato di ammainare il tricolore".

Questa è la base da cui si parte per ricostruire l’Abruzzo. Fragile, per certi aspetti (logistici). Contraddittoria, per altri (politici). Inquietante, per altri ancora (immobiliari). E a tutto ciò si aggiunge un ultimo capitolo, titanico da affrontare sia sul fronte economico che su quello operativo: il recupero del patrimonio culturale. "Dai nostri calcoli", sostiene il sovrintendente regionale ai beni architettonici Maurizio Galletti, "ci vorrà un investimento di circa cinquanta milioni di euro soltanto per il castello dell’Aquila". Risanare i complessi del duomo, della chiesa di San Bernardino e della splendida basilica di Collemaggio, costerà invece attorno ai 75 milioni di euro. "Un’enormità", sospira il sovrintendente. "Ma ce la faremo. Alla fine, noi abruzzesi, ce la facciamo sempre".

martedì 24 marzo 2009

L'altra velocità



di Riccardo Bocca

Vagoni vecchi. Sovraffollati. Sporchi. E poi ritardi. Convogli e linee soppressi. Disservizi. Così Trenitalia e Regioni condannano all'inferno i due milioni di pendolari Martedì 10 marzo. Alle 4 e 20 di mattina, le porte della stazione di Ragusa sono sbarrate. Impossibile scaldarsi nella sala d'aspetto. Impossibile sedersi. Impossibile accedere alle obliteratrici interne. Impossibile, soprattutto, salire su un treno che da quest'angolo orientale della Sicilia arrivi in tempi accettabili a Trapani, cittadina in linea d'aria a 300 chilometri di distanza. L'unica possibilità, oggi come tutti i giorni, è aspettare al buio che l'autista rumeno Florin avvii il motore del pullmino parcheggiato davanti alla stazione. Sul lato superiore del parabrezza c'è scritto: Servizio sostitutivo Trenitalia. Perché è così, che parte questo viaggio nel medioevo ferroviario: barcollando per un'ora e 22 minuti sul bus tra le buche della statale 115. Fino alla stazione di Gela. Poi toccano 38 minuti di attesa, senza la possibilità di accedere ai bagni (chiusi a tempo indeterminato per garantire "la sicurezza e il decoro della stazione", dice un cartello di Fs). Poi altre tre ore e 57 minuti per salire fino a Palermo. E ancora, dopo un'ora e 12 minuti di attesa, ulteriori due ore e 21 minuti per ridiscendere a Trapani. A questo punto, dopo 440 chilometri di tragitto, si è finalmente arrivati. Alle 13 e 50. Nove ore e mezza dopo la partenza da Ragusa.

Eccola, l'altra Italia dei binari. Non quella ad alta velocità battezzata entusiasticamente dall'amministratore delegato di Fs Mauro Moretti. Niente a che vedere con i Freccia Rossa che in tre ore e mezza collegano Milano a Roma. Qui si parla di trasporto regionale. Di tratte brevi, trascurate da dieci, venti, trent'anni. Di una materia sconcertante ovunque: dalla Sicilia al Piemonte, dal Lazio alla Liguria, dalla Lombardia alla Calabria. Un universo fatto di "scarsa puntualità, frequenti ritardi e soppressioni, carentissima pulizia e scarsa manutenzione", scrive Federconsumatori nel dossier 'Essere pendolari, una scelta difficile'. Un capitolo tanto scivoloso che Vincenzo Soprano, amministratore delegato di Trenitalia (responsabile per Fs del materiale rotabile), mette le mani avanti: "Il nostro impegno, su questo fronte, è massimo. E i risultati iniziano a vedersi, almeno sul fronte dei ritardi e dell'igiene. Ma non c'è dubbio: dobbiamo migliorare. Tantissimo".

Un problema ben chiaro ai due milioni di connazionali che quotidianamente si spostano avanti e indietro in treno per studio o lavoro. Solo lo scorso anno, scrive Federconsumatori, i pendolari hanno accumulato cento ore di ritardo. E il disagio continua con punte imbarazzanti, come quelle registrate lo scorso mese. "Il 2 febbraio", scrive l'agenzia Ansa, "la ferrovia Torino-Milano è nel caos. Alle 5,30 si è guastato il locomotore del treno da Cuneo che ha bloccato la linea per Milano. Così il regionale delle 5,50 da Porta Nuova per Milano è stato fermato, ed è ripartito con oltre 20 minuti di ritardo". Dopodiché "lo stesso treno è stato fermato per far transitare l'Intercity, ma una quarantina di persone furibonde sono balzate sui binari e lo hanno bloccato per salire a bordo".

Un episodio unico, eccezionale? Tutt'altro. Passano 72 ore, e alla stazione di Genova Pegli crolla un cavo della linea ad alta tensione. Negli stessi giorni, sulla tratta Pescara-Roma un treno si blocca sui binari e paralizza la linea per l'intera mattina. Il tutto mentre un Intercity Napoli-Milano si rompe in Lazio, prima di Orte, accumula due ore e mezza di ritardo e rallenta la zona. "L'emergenza è culturale, prima ancora che strutturale", dice l'ingegnere trasportista Andrea Debernardi: "I trasferimenti a corto raggio assorbono il 90 per cento del traffico ferroviario. E in futuro sarà sempre così, con masse di italiani che lasciano le città per trasferirsi in centri satellite. Eppure nessuno affronta questa rivoluzione, scomoda da gestire ma fondamentale da risolvere". Tanto cruciale, sottolinea Debernardi, da incidere sui treni a lunga percorrenza, quelli a prestazioni eccellenti: "Perché attenzione: alta velocità non è il tempo che separa una stazione ferroviaria dall'altra, ma quello che il cittadino impiega da casa alla meta finale".

Un concetto condiviso da Marco Suriani, sindaco di Caluso, comune della provincia torinese con 7 mila 500 abitanti e una folla di pendolari. Alle 6 di mattina, nella stazione del paese, mentre studenti e lavoratori aspettano il primo treno in ritardo, stringe tra le mani due orari ferroviari: quello in vigore dal 14 dicembre 2008 e quello sbiadito del 1962. Un confronto impietoso. "Oggi", mostra Suriani, "si parte da Caluso alle 8,10 del mattino, si cambia treno a Chivasso e si arriva a Torino Porta Nuova alle 9,10. Tempo trascorso, un'ora piena per percorrere soli 43 chilometri. Nel lontano 1962, invece, c'era un treno diretto che fermava a Caluso alle 8,07 e arrivava a Torino in 53 minuti". Peggio ancora, il paragone dopo le 9 di sera. "Nel '62 avevamo un treno che partiva alle 21,32 da Torino Porta Nuova e ci portava a Caluso in 43 minuti. Ora c'è un treno che parte alle 22,50, si ferma a Chivasso e ci costringe a un bus sostitutivo che arriva a Caluso alle 23,45. Tempo di percorrenza, quando tutto va bene, 55 minuti".

Domanda obbligata: perché i treni locali corrono indietro nel tempo? Cos'ha portato l'Italia a questa débâcle generale? "La risposta viene da lontano", dice l'ingegnere Ivan Cicconi, esperto di trasporti e autore di svariati saggi sul sistema ferroviario: "Nel 1991, la politica ha deciso che la nazione doveva essere spaccata in due: da un lato i treni ad alta velocità, con poche e costose linee (vedi tabella qui sopra), dall'altro il trasporto regionale, finito nel dimenticatoio e lasciato senza investimenti". Un quadro già di suo critico, a cui nel 2000 si è aggiunto un nuovo elemento: il passaggio, con la riforma Bassanini, della competenza e delle risorse del trasporto ferroviario locale alle Regioni, le quali versano alle ferrovie i finanziamenti ricevuti dallo Stato. "Un sistema sulla carta efficace", spiega Edoardo Zanchini, responsabile trasporti di Legambiente, "ma nella pratica fonte di continui attriti. Ogni giorno le Regioni contestano a Fs i suoi servizi inadeguati. Ed Fs, in parallelo, lamenta il misero contributo dei governi regionali (vedi tabella nella pagina a sinistra, ndr)". Risultato: in tutte le Regioni è scaduto l'accordo annuale con Fs (il cosiddetto 'contratto di servizio'), "e soltanto in Emilia si è sottoscritto il nuovo patto".

Un clima teso, insomma. Nel quale tutto è possibile: soprattutto il peggio. "In Calabria", scrive in una nota la Fit (Federazione italiana trasporti) Cisl, il livello delle ferrovie è zero. Il dito viene puntato contro la carenza di "collegamenti diretti tra i capoluoghi", contro i tempi di percorrenza "lunghissimi" e la mancanza di un "programma di integrazione tra rotaia e gomma". Ma sono fatti che non stupiscono, purtroppo: è l'agonia del Meridione, il degrado nell'indifferenza assoluta. Come le tre ore e 45 minuti che impiega il treno delle 10,22 da Crotone per coprire i 180 chilometri fino a Cosenza. Più sorprendente, invece, è quello che accade nella moderna Lombardia. E in particolare sulla linea tra Milano e Lecco, dove Marco Molgora, assessore verde all'Ecologia della Provincia di Lecco (nonché membro del Comitato pendolari del meratese), allarga le braccia: "Siamo sfiancati. E anche molto delusi", dice. Sul risvolto della giacca ha spillato un nastrino viola: "Il simbolo della nostra protesta. Dal primo marzo, visto il disastro dei treni, ci rifiutiamo di mostrare gli abbonamenti ai controllori". Strano, verrebbe da obiettare: il 10 settembre 2008, proprio su questa linea, è stato inaugurato il raddoppio dei binari tra Carnate e Airuno. "Ma le cose, malgrado i circa 200 milioni spesi, non sono migliorate. Al contrario", dice Molgora: "Su 20 chilometri della tratta sono stati eliminati gli scambi di connessione tra un binario e l'altro, per cui se un treno si guasta blocca automaticamente i successivi". Quanto alla qualità dei convogli, "sono identici a prima: pochi, sporchi, con le soppressioni che abbondano, i ritardi che si moltiplicano e la gente furiosa".

Può sembrare un'esagerazione, eppure non lo è. I viaggiatori sono umiliati, per questo handicap giornaliero. E reagiscono d'impulso, quando si trovano spalle al muro. Lo si è visto, il 27 febbraio, sul treno che parte da Milano alle 17,50 e in teoria arriva a Lecco alle 18,36. È un venerdì sera e i pendolari sono stanchi, desiderosi di godersi il weekend. Ma tra le fermate di Carnate e Osnago, succede ciò che non dovrebbe succedere: il treno inchioda nella campagna e rimane fermo per un'ora e 20. Senza che nessuno fornisca informazioni. L'amarezza è tanta, tra chi viaggia, come l'abitudine a inconvenienti del genere. Così un gruppetto si fa coraggio: spalanca una porta e si avventura al buio sui binari. "Vergogna...", scuote la testa una signora affondando i tacchi tra i ciottoli: "Come siamo ridotti...". Poi la colonna umana s'incammina lungo la ferrovia fino a Carnate. E sempre a piedi, costeggiando la statale, raggiunge Osnago alle nove di sera.

Ora: di tutto questo si dovrebbe parlare con le istituzioni locali. In particolare con Raffaele Cattaneo (Forza Italia), assessore alle Infrastrutture e alla Mobilità della Lombardia. Tra l'altro, il 13 marzo, il pendolare Francesco Graziano gli ha inviato due fotografie, dove mostra le condizioni vergognose del locale 2627 su cui è salito il giorno stesso a Bergamo ("Da dentro", scrive, "si faticava a distinguere cosa c'era fuori, tanto erano sporchi i vetri!"). L'ufficio stampa di Cattaneo, però, informa che l'assessore preferisce non intervenire. E quindi la parola passa al suo omologo in Lazio, Franco Dalia (Partito democratico), il quale spara a zero: "Inutile mentire", dice, "ogni giorno, sui nostri treni vengono calpestati la dignità dei cittadini e il diritto alla mobilità". In questi anni, aggiunge, il trasporto ferroviario locale "ha toccato abissi inaccettabili. E altrettanto inaccettabile è che i vertici di Fs facciano pesare sui pendolari i debiti accumulati, incassando in parallelo con l'Alta velocità".

"Falso", ribatte Soprano, l'amministratore delegato di Trenitalia: "La verità è che nessuna società per azioni si accollerebbe il trasporto ferroviario locale. Per una semplice ragione: non conviene. Noi incassiamo, tra Regioni e biglietti, solo 11,8 centesimi per passeggero a chilometro; una cifra ridicola, se paragonata ai 21 o 22 centesimi di Francia e Germania. Le Regioni chiedono più qualità? Investano più denaro. E firmino contratti di servizio stabili, da sei anni almeno, per sviluppare insieme un serio piano di investimenti".

Una polemica che non finisce mai. Con gli assessori che definiscono Fs un "monopolista arrogante", e i vertici delle ferrovie che li invitano a fare bandi di gara, e vedere chi si presenta a gestire un affare in perdita. Così il tempo scorre, la tensione aumenta e situazioni come quella del Lazio collassano. Basti pensare che, in questa fetta cruciale d'Italia i chilometri di rete ferroviaria sono 1.100, dei quali il 38 per cento a binario unico. Da parte sua, la Regione fa quello che può: ha avviato, per dire, l'acquisto di sei locomotive e di 30 vetture a doppio piano. Ha previsto tra il 2009 e il 2013 incrementi dei servizi. Ma la parola ottimismo resta tabù. O almeno, è vietato nominarla con l'Associazione pendolari della Valle dell'Aniene, da anni schierata contro le carenze della linea che dai confini abruzzesi scende nella capitale. "Ci riservano un servizio scandaloso", dice alla stazione di Mandela (54 chilometri da Roma) il rappresentante dei viaggiatori Enrico De Smaele. Poi sale sul treno delle 6,29 per Tiburtina e lo spettacolo è indegno. Stipati uno addosso all'altro, i viaggiatori oscillano tra sedili macchiati e poggiatesta divelti, carrozze gelide e bagni inaccessibili. "Guardate!", chiama uno studente. Di fianco a una porta d'uscita c'è un pannello di controllo che dovrebbe essere chiuso. Invece è aperto, accessibile a tutti. "Manometterlo, per un vandalo, sarebbe uno scherzo", dice De Smaele. Più difficile, invece, è arrivare in orario: ogni giorno, giurano i pendolari dell'Aniene. Di sicuro oggi, 26 febbraio, con 24 minuti in più rispetto all'ora e 4 minuti prevista.

Tale è l'umiliazione, per chi viaggia in queste condizioni, che qualcuno a un certo punto si ribella. E si rivolge ai magistrati. Lo ha fatto, in gennaio, l'avvocato Umberto Fantagrossi, legale dell'Associazione pendolari piacentini, al quale il giudice di pace Luigi Cutaia ha dato soddisfazione dopo vent'anni di ritardi tra Piacenza e Milano. La cifra del risarcimento è minima, mille euro, ma il precedente non è piaciuto a Trenitalia (che prepara un ricorso). La sentenza, infatti, specifica che il danno da risarcire non è soltanto legato al diritto alla puntualità, ma anche alla "violazione delle norme che regolano l'erogazione dei servizi pubblici, e soprattutto i diritti fondamentali della persona che ispirano la nostra Costituzione, come il rispetto della personalità e della dignità".

Un successo che ha sollevato i pendolari, ma anche una rivincita che sfuma tra mille criticità. Istruttiva, in questo senso, è l'analisi dell'ingegner Cicconi sul materiale rotabile di Fs dal 2000 al 2007: "Il totale delle carrozze", documenta, "è diminuito in sette anni da 85 mila 889 a 58 mila 098. Le motrici sono scese da 5 mila 272 a 4 mila 823, mentre i chilometri di binari sono saliti da 15 mila 974 a 16 mila 335 (di cui a doppio binario, solo 6 mila 156)". Va da sé, afferma Cicconi, "che in questo crollo a perderci è stato il traffico regionale, al quale le ferrovie hanno riservato un risibile rinnovamento dei treni". E come non bastasse, interviene il trasportista De Bernardi, "ci si è messa l'Alta velocità, che senza nodi ferroviari adeguati (pronti nei prossimi anni, ndr) intasa le stazioni con i treni superveloci. I quali, gioco forza, hanno priorità assoluta".

Anche da qui, prendono spunto le migliaia di proteste che finiscono sui siti e blog ferroviari
(www.ilpendolare.com/dblog), (http://www.ritarditalia.it),(www.libero.it/trenitaliawww.libero.it/trenitalia)(http://www.pendolari.altervista.org/). Molti attaccano l'Alta velocità, "il treno dei ricchi che danneggia i poveri", come ironizza Ilda di Benevento. Altri invece, esclusi dall'asse Roma-Milano-Torino, si sentono trattati da cittadini di serie B. E si sfogano. Scrive l'architetto Matteo R.: "Avete presente la linea Bologna-Porretta Terme? Lo sapete che ogni giorno ci saliamo in 8 mila 500? E che c'è ancora il binario unico come nel 1850, quando l'hanno progettata?". "Nel 1919", continua la descrizione Giovanni Zavorri, del Comitato per la ferrovia porrettana, "la tratta era percorsa con la trazione a vapore in 105 minuti. Poi è arrivata la trazione elettrica e si è scesi a 87. Poi ancora, nel 1958 i minuti sono diventati 75, vent'anni dopo 74 e nel 1993 70. Finché il progresso si è fermato: oggi, sui nostri treni lumaca, sfioriamo gli standard del 1958".

Con simili premesse, per i pendolari, è dura non irritarsi quando Alitalia e Fs si contendono, sulla stampa nazionale, il primato per la tratta Roma-Milano. E altrettanto ostico è sorvolare sull'ultima, incredibile vicenda, che ha per protagonisti Bolzano, i treni locali e i disabili. Da dicembre, infatti, entrerà in vigore il regolamento europeo sul trasporto ferroviario. All'interno si dice che i soggetti con mobilità ridotta hanno lo stesso diritto a circolare degli altri cittadini. Ma a Bolzano non è così: "Nel 2007 Trenitalia ha comunicato che avrebbe realizzato appositi interventi", denuncia Annamaria Molin Ferremi, referente in consiglio comunale per i problemi dei disabili. "Invece non ha fatto nulla". Anzi: "Se prima si saliva in carrozzella su regionali e interregionali, ora il servizio non è più attivo".

Per questo, l'11 marzo, il Centro tutela dei consumatori ha annunciato un esposto in Procura, non fidandosi delle ulteriori promesse di Trenitalia. "Saranno anche sincere", sorride Annamaria Molin, "ma sempre a bassa velocità".


(20 marzo 2009)