lunedì 27 aprile 2009

I corvi volano sull’Aquila


di Riccardo Bocca

Costruttori d'ogni genere si muovono per mettere le mani sul business del dopo-terremoto. Mentre la popolazione delle tendopoli chiede una ricostruzione rapida e senza scandali


Arrivano in due, con l’aria decisa. Il più alto ha le spalle larghe e la pancia pesante sulla cintura dei pantaloni. L’altro è secco, con la camicia nera senza cravatta sotto un completo grigio. Insieme entrano al Dicomac, la direzione operativa per i soccorsi alla periferia dell’Aquila. L’accesso, in teoria, sarebbe vietato ai non addetti ai lavori. Nella pratica no. La centrale direttiva è all’interno della scuola della Guardia di Finanza, in una grande palestra dove lavorano giorno e notte uomini della regione, della provincia, dell’esercito, della croce rossa, dei carabinieri, della protezione civile. Un labirinto di voci e facce in cui succede che due sconosciuti non autorizzati superino i controlli e approdino indisturbati alle scrivanie della provincia. "Siamo imprenditori campani", dicono a un dipendente allibito: "Teniamo le ruspe, noi, vogliamo dà ‘na mano.".

Va così, in questa terra dove il terremoto ha ucciso 295 persone, e dove le scosse dal 6 aprile non si sono ancora fermate. Dopo il terrore, le macerie, i morti, i funerali, le lacrime, le parole del presidente Giorgio Napoletano sull’avidità e il disprezzo per le regole, è partita la corsa alla ricostruzione. Psicologica, ma anche e soprattutto materiale. Una partita da 12 miliardi, come sostiene il ministero dell’Interno, o da qualche miliardo in meno, come ipotizza il ministro Altero Matteoli, ma che comunque fa gola a molti. "La gente perbene è qui, nei campi di accoglienza", dice un dirigente della Croce rossa, "fuori invece sguazzano gli squali". Che sarà anche un’immagine esagerata, e un po’ retorica, ma dà l’idea del clima che si respira all’Aquila tra camion carichi di pietre e fango e colonne di Tir e mezzi dei vigili del fuoco. Oltre che stanchi, i 65 mila sfollati sono sospettosi. Temono speculazioni sulla disgrazia e diffidano della solidarietà esibita. Nei giorni scorsi, per dire, il presidente della Carispaq (Cassa di risparmio della provincia dell’Aquila) Antonio Battaglia, ha esordito all’assemblea dei soci con parole toccanti: "Il terremoto mi evoca le paure dell’infanzia, il nemico appostato nel buio che è tornato a colpire". Dopodiché ha illustrato il piano da 35 milioni di euro per costruire un nuovo campus universitario. "Il sisma ha cancellato il 30 per cento delle aule dove studiavano 26 mila ragazzi (su 73 mila residenti, ndr)", dice Battaglia: "Noi possiamo partire con i lavori a giugno, e consegnare il complesso nel novembre 2010".

Ottimo, se contribuirà a rinforzare l’università. Resta il fatto che questo campus, progettato da Paolo Desideri e costituito da tre strutture a quattro piani, con 7.800 metri quadri di verde attrezzato e circa 15 mila di parcheggi interrati, all’inizio non era destinato a studenti. Doveva essere un centro direzionale con negozi e servizi. Poi la terra ha tremato, la città ha collassato e l’operazione ha cambiato al volo indirizzo e nome. "Tutti si muovono a velocità pazzesca", dice il presidente del Consiglio comunale dell’Aquila, Carlo Benedetti, davanti alla tenda dove ha spostato l’ufficio. "Quarantott’ore dopo il terremoto si erano già offerte via mail 142 ditte, italiane e non". Un dinamismo che stride con il lutto dell’economia locale: 9 mila imprese artigiane scomparse per sempre o chiuse, 3 mila piccole e grandi industrie in crisi e 30 mila disoccupati. Uno scenario mortificante per una popolazione che si sta adattando a dormire in branda, a fare file in mensa e lavarsi in docce comuni. Ma anche un’opportunità irripetibile per chi ha capitali da investire. "Stiamo lavorando alla grande", spiega Marco Urbano, 36 anni, ex campioncino di bob a quattro e titolare di un’agenzia immobiliare. Lui è uscito indenne dal 6 aprile, e si vede: mocassini griffati, calzoni a vita bassa, entra in Mercedes dentro una tendopoli e carica sui sedili decine di bottiglie d’acqua, mentre il cellulare gli squilla a raffica. "Stia tranquillo", risponde a un cliente, "ho la sede perfetta per spostare i vostri uffici. Una soluzione top da 3, 4 o 5 mila metri in zona Aquila ovest. Oppure ho altri immobili non danneggiati dal terremoto.". Poi riattacca e accenna ad Aquila Due, la new town del futuro. "Abbiamo alcuni progetti pronti", sostiene. Di più: prende due fogli che ha scritto, titolati come una soap ‘Rivivere’, e illustra i rapporti con "realtà lombarde e della capitale", mentre misteriosi "studi di progettazione, imprese e operatori immobiliari, stanno scaldando le macchine per individuare le modalità di intervento più corrette".

Inutile stupirsi. Inutile invocare controlli severissimi sugli affari in decollo nei prossimi mesi. Il destino dell’Aquila, e degli altri comuni terremotati, si sta impostando adesso. Con riunioni frenetiche che per prudenza antisismica si svolgono anche in strada o in macchina. Con i politici che telefonano agli amici costruttori, e i costruttori che si alleano tra loro ("Sennò ci spazzano via", dice l’imprenditore Gianni Di Cosmo). Ed è angosciante il contrasto tra questa corsa al business e il dolore che si respira a Onna, a Paganica, o nel centro storico dell’Aquila. Incute rispetto e vergogna, la presenza dei palazzi crollati. In particolare la notte, quando le pattuglie anti-sciacalli si aggirano tra gli appartamenti sventrati. Sostano silenziosi i poliziotti, i carabinieri, i ragazzi della protezione civile davanti alla Casa dello studente, o all’hotel Duca degli Abruzzi. Fissano le rovine dalle quali hanno estratto morti su morti e temono di trovarne altri, in qualche buco nascosto, immigrati clandestini che nessuno ha reclamato e reclamerà. "Da qui dobbiamo ripartire", dice il presidente della Provincia Stefania Pezzopane: "Dalla difesa della legalità e dal rifiuto di far seguire al lutto una ricostruzione cialtrona". Anche se l’impresa, anticipa, sarà "in salita, condizionata da interessi e imposizioni a metà strada tra l’Abruzzo e Roma".

Gli stessi problemi, d’altronde, riscontrati nelle riunioni a porte chiuse per restituire un tetto ai terremotati. Un argomento su cui Silvio Berlusconi e il capo della protezione civile, Guido Bertolaso, hanno imposto da subito la loro linea: gli sfollati, prima del prossimo inverno, dovranno trasferirsi in migliaia di alloggi modulari con basamenti antisismici, che diventeranno in seguito residenze di studenti. Un’idea cara al premier (anche per il colpo d’immagine che garantirà), ma assai meno agli amministratori locali, delusi dalla mancanza di vero dialogo. Altrettanto insoddisfatti sono i costruttori della zona, che escono da questa prima fase a mani vuote (a parte l’ipotesi, per aria, di affittare allo Stato 2 mila appartamenti liberi). Così la tensione aumenta, le incomprensioni pure, e scivolano in secondo piano questioni cruciali per il dopo sisma. Ad esempio, nessuno parla dei micidiali danni subiti dall’acquedotto, che il gestore Gran Sasso Acqua spa stima in 250 milioni di euro. "La scossa del 6 aprile", riferisce il direttore tecnico Amelio Melaragni, "ha spaccato le tubature dove scorrevano 500 litri al secondo verso l’Aquila e i comuni limitrofi". In sette ore la falla è stata tappata, "ma la pressione dell’acqua ha spalancato una voragine lunga 300 metri, allagando le abitazioni a valle". "Nei giorni seguenti", continua il direttore commerciale Carlo Sandolo, "le segnalazioni delle perdite sono aumentate, e la media quotidiana è di 15-20, malgrado gran parte della rete sia chiusa. Cosa succederà quando i cittadini torneranno nelle case agibili e riapriremo l’acqua? Quante centinaia di falle ci troveremo a tappare? E come può la Protezione civile, con un acquedotto a brandelli, parlare di ritorno alla normalità?".

Una risposta c’è, ma non quella che aspetta la Gran Sasso Acqua spa. Si tratta invece della testimonianza di un esponente della Protezione civile, che per logiche ragioni chiede l’anonimato. "Il nostro impegno è assoluto", spiega, "ma non tutto sta girando bene. Faccio un esempio banale, e per questo grave: al campo Centi Colella, gestito dalla Croce rossa alle porte dell’Aquila, hanno montato l’11 aprile 64 tende con luce e riscaldamento per alloggiare dignitosamente 512 persone. Eppure, per giorni e giorni, gli sfollati sono rimasti ammassati, branda contro branda, senza uno straccio di intimità, sotto due orrendi palloni. Sa perché? Non abbiamo consegnato i dispositivi per allacciare l’elettricità". Non solo: dal campo in questione, si apprende che la Protezione civile non ha inviato anche parte dei quadri elettrici dentro le tende. Ed è mancato anche il filo per collegare il quadro generale a quelli periferici: "La gente è esasperata", spiega un volontario, "tant’è che abbiamo minacciato di ammainare il tricolore".

Questa è la base da cui si parte per ricostruire l’Abruzzo. Fragile, per certi aspetti (logistici). Contraddittoria, per altri (politici). Inquietante, per altri ancora (immobiliari). E a tutto ciò si aggiunge un ultimo capitolo, titanico da affrontare sia sul fronte economico che su quello operativo: il recupero del patrimonio culturale. "Dai nostri calcoli", sostiene il sovrintendente regionale ai beni architettonici Maurizio Galletti, "ci vorrà un investimento di circa cinquanta milioni di euro soltanto per il castello dell’Aquila". Risanare i complessi del duomo, della chiesa di San Bernardino e della splendida basilica di Collemaggio, costerà invece attorno ai 75 milioni di euro. "Un’enormità", sospira il sovrintendente. "Ma ce la faremo. Alla fine, noi abruzzesi, ce la facciamo sempre".

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