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lunedì 1 novembre 2010

La catena delle verità mancate Ecco i sei punti rimasti oscuri


Una falsità certa. Un'altra affermazione o non corrispondente al vero o confinante con la sciatteria. Un rimpallo di versioni. Una controversia procedurale. Un ritardo. E una inadempienza. Sono questi i sei nodi della notte tra il 27 e il 28 maggio in cui una 17enne marocchina, scappata da una comunità protetta di Messina e rivelatasi in seguito una delle ospiti delle feste di Berlusconi ad Arcore sulle quali in estate deporrà ai pm, fu portata alle ore 19 in Questura per essere identificata di fronte a un'accusa di furto di 3 mila euro, e dopo due telefonate da Palazzo Chigi ai dirigenti della polizia ambrosiana uscì alle 2 di notte provvisoriamente affidata alla consigliere regionale pdl Nicole Minetti, anziché a una comunità per minorenni.

La bugia su Mubarak
Una delle poche certezze, paradossalmente, è diventata proprio la circostanza che all'inizio pareva più incredibile: gli stessi funzionari di polizia hanno infatti confermato che alle 11 di sera il presidente del Consiglio telefonò al capo di gabinetto della Questura, tramite il cellulare del suo caposcorta, per chiedere informazioni su una minore presente in quegli uffici: ragazza che - affermava Berlusconi - gli era stata segnalata come parente del presidente egiziano Mubarak, prospettando che perciò sarebbe stato opportuno evitare di trasferirla in una struttura di accoglienza, suggerendo fosse affidata piuttosto a persona di fiducia, e informando che a questo scopo sarebbe presto arrivata in Questura il consigliere regionale Minetti, disposta a prendersene cura. A cascata, la menzogna sulla parentela con il presidente Mubarak venne man mano riversata dalla polizia anche al pm di turno alla procura dei minorenni, Annamaria Fiorillo. Senza essere corretta neppure quando, ad identificazione avvenuta, sarebbe dovuta balzare agli occhi l'incongruenza tra le due nazionalità.

Non c'era o c'era posto
Questura e Viminale oggi ribadiscono che l'iniziale ordine del pm di portare la minorenne in una comunità protetta non sarebbe stato eseguibile perché la polizia aveva verificato che nelle comunità per minori contattate non vi era in quel momento disponibilità di accoglienza. Un agente, nello specifico, attesta di aver fatto un giro di telefonate ma di essersi sentito rispondere che ci sarebbe stato posto solo per qualche ragazzo, e niente invece per una ragazza. Il Corriere, con un giro di telefonate ieri, ha però rintracciato almeno quattro strutture «storiche» nel settore a Milano, che avrebbero avuto posto anche per una ragazza e che comunque non furono mai chiamate quella notte. O c'è stato un falso oppure, magari sotto pressione delle telefonate tra funzionari innescate da quella di Berlusconi, c'è stata una ricerca carente o sfortunata.

Il consenso del pm
Controverso è se il pm dei minori al telefono abbia dato a voce alla funzionaria di polizia, diversamente da un primo orientamento, il consenso a che la ragazza, se identificata con certezza con un documento, fosse provvisoriamente affidata all'adulta preannunciata da Berlusconi e comparsa in Questura a mezzanotte come «delegata per la presidenza del Consiglio»: e cioè la consigliere regionale Nicole Minetti, ex ballerina in tv e igienista dentale del premier, che in marzo l'aveva imposta nel listino sicuro di Formigoni per le elezioni del Pirellone. Benché ora il pm Fiorillo rifiuti di rispondere a domande, e il suo capo Monica Frediani dichiari che «per la mia Procura posso parlare solo io e io non voglio parlare per non partecipare a indebite ingerenze», asserite altre «fonti giudiziarie» veicolano infatti una versione divergente: e cioè che il pm non avrebbe dato l'autorizzazione ad affidare la giovane identificata alla Minetti, né avrebbe raggiunto con la polizia alcuna intesa in questo senso. Ma se il pm tace ufficialmente, altre persone riferiscono che a loro avrebbe detto di non poter ricordare con esattezza il contenuto delle telefonate quella notte. Non avrebbe più visto il fascicolo giacché il relativo rapporto di polizia arrivò alla Procura dei minorenni solo il 14 giugno, e non a lei ma (in base alle regole interne di assegnazione) a un altro pm di turno. E il 14 giugno la 17enne aveva già fatto in tempo a risparire, essere ritrovata e riaffidata stavolta a una comunità.

I documenti
La questione se fosse stata o meno compiuta una identificazione certa, presupposto dell'eventuale via libera all'affidamento alla Minetti, sembra trovare risposta in un passo del rapporto del 28 luglio dei due agenti del commissariato Monforte. Già si sapeva che la comunità di Messina, dalla quale la 17enne si era allontanata, aveva risposto alla polizia di avere una copia dei documenti della ragazza ma di poterli inviare via fax la mattina seguente. Gli agenti, però, attestano due cose in più: e cioè che poi «all'identificazione della ragazza si addiveniva col codice univoco ottenuto mediante il fotosegnalamento e la copia del documento pervenuto dalla struttura di Messina». Se dunque resta prudenzialmente da capire se l'espressione «pervenuto» si riferisse a un invio di documenti materialmente già avvenuto oppure solo dato per certo il giorno dopo, come identificazione a tutti gli effetti vale però già il «codice univoco», cioè la combinazione di cifre e lettere assegnata a una persona fotosegnalata che si ritrova nei riscontri dei precedenti fotodattiloscopici.

Il fascicolo sul furto
Che del resto anche in Procura dei minorenni ci sia stata qualche battuta a vuoto lo testimonia una circostanza collaterale: solo questa settimana, per una serie di disguidi emersi ora con la notorietà del caso, la 17enne è stata indagata per il sospetto furto che l'aveva portata in Questura cinque mesi fa il 27 maggio, formalmente denunciato dalla presunta derubata non quella notte ma giorni dopo.

Gli obblighi di Minetti
Da chiarire resta il successivo comportamento della Minetti, oggi indagata con Lele Mora e Emilio Fede per favoreggiamento della prostituzione (come sempre scritto in questi giorni, e non per sfruttamento come invece comparso ieri per un refuso tipografico). Dalla Questura alle 2 di notte Minetti uscì come provvisoria affidataria della minorenne, «con l'obbligo di tenerla a disposizione del pm e vigilare sul suo comportamento». Ma poi non ospitò a casa la 17enne, che invece fu trovata a casa di una brasiliana arrivata in Questura con la Minetti: la stessa che dice al Corriere di aver avvisato lei il premier che la 17enne fosse finita in Questura, e dalla quale dopo 9 giorni (in una violenta lite) la minorenne si dirà «malmenata» e «indotta a prostituirsi».

Luigi Ferrarella
01 novembre 2010

venerdì 29 ottobre 2010

«Ogni volta 5000 euro» Così venivano pagati gli incontri nella villa


Per ora ci sono tre circostanze sicure nella storia di feste e prostitute con politici, a casa Berlusconi ad Arcore, rappresentata in maniera controversa alla Procura di Milano da una 17enne marocchina. La principale è che la turbolenta minorenne (fughe da casa e da comunità protette, tre denunce per furto, una performance sessuale simulata davanti a due bambini di una comunità, reciproche accuse di meretricio tra coinquiline) è davvero stata ad Arcore nella residenza di Silvio Berlusconi: «Non conoscevo quella ragazza» e «non c'è stata nemmeno una stretta di mano», ma «potrei averla incrociata un paio di volte alle cene a casa del premier», ha infatti confermato ieri il direttore del Tg4 Emilio Fede, la cui iscrizione nel registro degli indagati per l'ipotesi di favoreggiamento della prostituzione, al pari dell'impresario tv Lele Mora e della consigliere regionale lombarda pdl Nicole Minetti, è stata imposta dalla natura delle dichiarazioni della minorenne.

La seconda certezza è che, pur giurando di aver soltanto incontrato il premier in queste feste, senza mai rapporti sessuali con lui, la minorenne ha davvero ricevuto contanti. Non somme epocali (regali a parte), ma pur sempre multiple dei mille euro che per Patrizia D'Addario retribuivano una notte con Berlusconi a Palazzo Grazioli. E cioè circa 5 mila euro a incontro, che si sospetta usciti dalla "cassa" familiare di Berlusconi storicamente amministrata da un uomo di fiducia: Giuseppe Spinelli, anni fa con lui indagato e uscito dai processi su Medusa film e sulla villa di Macherio, e già tra gli amministratori della holding Dolcedrago e dell'immobiliare Idra (che ha Arcore).

La terza evidenza è che, da quando il 27 maggio la minorenne in carico ai servizi sociali finì in Questura perché accusata da una amica di averle sottratto a casa 3 mila euro, si è attivata una molteplice rete di protezioni. A cominciare dalle pressioni dall'«alto» sui dirigenti della Questura, per cercare quella notte di propiziare la soluzione più soft possibile per la minorenne: poiché «nelle comunità per minori contattate non vi era disponibilità» e «sentito il pm dei minorenni», fu infine «affidata in via provvisoria, con avviso di tenere la minore a disposizione del pm», a una italiana di cui i poliziotti «constatavano la presenza nell'Ufficio denunce»: Nicole Minetti, l'igienista dentale di Berlusconi che in marzo l'aveva imposta nel listino di Formigoni per le elezioni regionali in Lombardia. Ieri Minetti ha invece affermato «di non aver mai ospitato la signorina» che «conosco come conosco altre persone del mondo tv». E Mora, che con la figlia Diana chiese poi invano l'affidamento della minorenne in una procedura in cui la ragazza era assistita da un avvocato impegnato in politica con il Pdl, anche ieri è restato in silenzio.


La Procura non ha indagato Berlusconi e prende con le molle il racconto della ragazza, che da giorni induce invece l'avvocato-onorevole del premier Niccolò Ghedini a interrogare, sotto forma di indagini difensive, molte persone che nel Pdl, nel governo e nella cerchia di Berlusconi ne avrebbero rallegrato le feste a detta della ragazza. La quale, come riportato ieri da Piero Colaprico e Giuseppe D'Avanzo su Repubblica, gli attribuisce una predilezione per dopocena sessuali battezzati in gergo «bunga bunga»: richiamo (secondo le versioni) a una pratica violenta di tribù africane, a racconti del colonnello Gheddafi, o a barzellette care al premier secondo quanto già riferito da Noemi Letizia nel 2009 in una intervista a Angelo Agrippa sul Corriere del Mezzogiorno.

Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it
29 ottobre 2010

domenica 25 luglio 2010

In carcere la vittima dell’usura «Al Nord omertà inaccettabile»


È stato strozzato dai tassi di interesse del 20% mensile impostigli da una famiglia di ’ndrangheta. Ma alla polizia, perfino dopo l’arresto del clan 15 giorni fa, continua a negare di essere mai stato vittima di usura. E anzi spaventa un altro usurato che invece sta parlando, gli dice «sei pazzo a dire quelle cose», gli prospetta che quando i clan lo verranno a sapere reagiranno male: «Magari anche verso tuo figlio». Così, per la prima volta, l’antimafia milanese ha fatto arrestare una vittima di usura per «favoreggiamento» dei suoi usurai, con la speciale aggravante della finalità di «voler avvantaggiare non questo o quel singolo indagato ma la famiglia di ’ndrangheta in quanto tale».

«Questi comportamenti e atteggiamenti omertosi vanno immediatamente bloccati e repressi perché l’idea che sia meglio avere i clan alle spalle piuttosto che il rischio di un procedimento penale è semplicemente inaccettabile», motiva il giudice delle indagini preliminari Giuseppe Gennari nell’ordinare l’arresto di Francesco A., 53 anni, gestore di un bar e di alcune società immobiliari. «O si dà atto che il territorio lombardo è in totale balia della criminalità organizzata, il che non è, oppure — argomenta il giudice— condotte omertose vanno giustamente sanzionate per quello che sono: favoreggiamento di un gruppo criminale che non può pensare di sostituirsi allo Stato». È la linea dura con la «società civile» che il nuovo procuratore aggiunto del Direzione distrettuale antimafia milanese, Ilda Boccassini, sta incarnando da mesi insieme alla collega Alessandra Dolci e agli «esperimenti» giuridici del pm Paolo Storari, teorico dello smantellamento di quel «capitale sociale dell’organizzazione criminale» costituito dalle «relazioni con imprenditori e politici coinvolti in un rapporto sistematico di cointeressenze».

Ecco così non soltanto gli ormai continui sequestri di beni e società, che seguono le retate antimafia come quella recente dei 300 arresti, ma anche ad esempio la fresca condanna a 4 anni e mezzo di un imprenditore che si rappresentava come vittima della pressione intimidatoria di una cosca sui lavori di movimentazione terra nell’hinterland milanese. Ecco, in un altro processo, la Procura teorizzare che un imprenditore non affiliato alla ’ndrangheta, non prestanome dei boss, e nemmeno finanziato dai clan, di fatto «contribuisce a realizzare un utile strumento di appoggio» alle cosche anche solo se «con il libero esercizio della sua attività imprenditoriale agevola l'attività di indagati per usura, estorsione riciclaggio e associazione mafiosa»: col risultato di andare incontro alla «sospensione» giudiziaria della sua impresa «dall’attività economica Calabria») e la più prosaica realtà documentata dalle intercettazioni e dalle ammissioni di un altro degli usurati: «I Valle padre e figlio (Francesco e Fortunato), con la mediazione di una terza persona, hanno finanziato l’imprenditore e intendono rientrare della loro prestazione— riassume il giudice —. Nella fase di recupero interviene anche Ciccio Lampada», personaggio di spicco di un’altra famiglia di ’ndrangheta imparentata con i Valle, «il quale rintraccia il debitore» (che per la paura aveva addirittura chiuso il bar ed era scappato da casa), «lo accompagna dal "nonno" Valle e lo invita caldamente a trovare una soluzione al suo problema, magari anche cedendo il suo bar. I metodi sono sempre gli stessi: minacce più o meno esplicite, riunioni davanti a tutta la "famiglia", induzione di una forte condizione di preoccupazione e pressione in capo al debitore».

E come negli altri casi, aggiunge il giudice, «il debitore è un imprenditore con beni immobili, sui quali i Valle allungano le loro mire» attraverso i cancelli da aggiustare, come nelle intercettazioni gli usurai chiamano i prestiti man mano rinegoziati per strozzare il debitore: «...più tardi io ho un appuntamento con uno che mi deve aggiustare un altro cancello, tu devi sapere quanto vuole e quanto non vuole... E se ci conviene di aggiustarlo...». esercitata e in particolare dall’utilizzo del complesso aziendale, ivi comprese le partecipazioni societarie detenute». Nel caso di ieri, invece, l’arresto dell’usurato per favoreggiamento degli usurai nasce dall’abisso tra le bucoliche deposizioni rese dalla vittima in Questura aMilano dopo l’arresto a inizio mese della famiglia Valle («i miei rapporti con loro erano e sono tuttora di amicizia, essendo essi miei compaesani e precisamente della città di Reggio).

Luigi Ferrarella
25 luglio 2010

mercoledì 9 giugno 2010

Divieti irrazionali



Credibile che arrivi l’Italia a impartire lezioni di privacy agli americani? Appena l’altro giorno a Chicago è cominciato il processo al governatore dell’Illinois, Rod Blagojevic, arrestato 18 mesi fa mentre cercava di vendere all’asta il seggio senatoriale lasciato dal presidente Obama, eppure già all’indomani dell’arresto il 9 dicembre 2008 i giornali pubblicavano le intercettazioni che lo incriminavano: provenienti non da chissà quale suburra, ma da un documento ufficiale della Procura al Tribunale Federale, accessibile ai giornalisti in maniera trasparente, al pari dei successivi documenti prodotti dalla difesa.

Con la legge «blindata» ieri dal vertice del Pdl, invece, in Italia un caso-Blagojevic non si ripeterà perché mai le intercettazioni saranno pubblicabili (nemmeno per riassunto) fino al processo, anche se ormai depositate e non più coperte da segreto, anche se penalmente rilevanti e su fatti non privati ma di interesse pubblico.

A violare questo irrazionale divieto, ben diverso dal divieto invece ragionevole di pubblicare telefonate private o irrilevanti di cui il giudice abbia ordinato la distruzione, verrà seppellito da sanzioni pecuniarie fino a 309.000 euro a notizia, agganciate alla responsabilità amministrativa oggettiva dell’editore: norma che costringerà l’editore ad adottare modelli organizzativi e organi di vigilanza che impediscano ai giornalisti di commettere questo reato, e esproprierà direttore e redazioni della scelta su notizie suscettibili di determinare vita o morte economica di una testata.

Nel guazzabuglio di emendamenti presentati-ritirati-modificati, non mutano poi assurdità difficili da ritenere «un punto di equilibrio »: l’estensione, già giudicata irragionevole dalla Corte Costituzionale, delle più rigide regole delle intercettazioni anche ai meno invasivi tabulati; o il rischio di paralisi dei piccoli tribunali di capoluogo, a causa della nuova competenza collegiale sulle intercettazioni di un intero distretto (con il risultato che ci vorranno tre giudici per decidere se acquisire un pezzo di carta indicativo di chi-ha-telefonato-a-chi, mentre uno solo darà l’ergastolo in abbreviato). Sfocia in presa in giro il recupero delle intercettazioni ambientali, da autorizzare di 3 giorni in 3 giorni; diventa telenovela oraria la proroga di quelle telefoniche dopo i 75 giorni; e cala la tagliola dell’inutilizzabilità delle intercettazioni se a fine processo il fatto risulta diverso da quello per cui erano iniziate.

Mettere a punto la legge a casa propria, e poi annunciare che Senato e Camera dovranno votarla a scatola chiusa—come ha fatto ieri il premier, tornato anche ad attaccare la Consulta «dalla quale i pm vanno a farsi abrogare le leggi che non gli piacciono» —, sembra frustrare ogni residua speranza di resipiscenza. Ma dove dispera la logica, chissà faccia breccia almeno la paura del paradosso: ad esempio di votare una legge che, sui tabulati, direbbe il contrario di un’altra legge (l’articolo 132 del Codice della privacy) approvata nel 2003 dalla medesima maggioranza.

Luigi Ferrarella

09 giugno 2010

giovedì 20 maggio 2010

Bavagli e amnesie


Due velocità contro notizie e malaffare

Impegnati a smentire l’impietosa statistica che al Senato dall’inizio dell’anno segnala 9 ore di lavoro alla settimana, da giorni i senatori della maggioranza in Commissione Giustizia si impegnano a lavare l’onta facendo le 3 di notte per mandare in Aula a giugno il disegno di legge governativo sulle intercettazioni. Neofiti dello stakanovismo. E pure incompresi da tutti, ma proprio tutti.

Il capo della polizia e i sindacati delle forze dell’ordine, i magistrati e gli avvocati, la federazione degli editori dei giornali accanto al sindacato dei cronisti, l’associazione degli editori di libri, per non parlare dell’opposizione e persino di liberi battitori nella maggioranza, i professori universitari, fino a chi fa sommessamente presente la giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo: tutti mettono in guardia dalle assurdità e incongruenze di una legge che, con la scusa di colpire l’abuso di intercettazioni, renderà i cittadini più insicuri di fronte alla delinquenza; meno uguali, a forza di eccezioni per parlamentari, preti e agenti segreti; e più disinformati. Proprio ieri, infatti, la Commissione ha approvato gli emendamenti che, come ripetutamente segnalato dal Corriere, impedirebbero fino all’inizio del processo (sotto il pugno di sanzioni agli editori fino a 465.000 euro per notizia) anche il semplice riassunto di qualunque atto d’indagine non più coperto da segreto: come le deposizioni delle due sorelle che vendettero casa a Scajola o l’esistenza di 80 assegni, dati giudiziari a partire dai quali i quotidiani hanno condotto le inchieste giornalistiche sfociate nelle dimissioni del ministro neppure indagato.

Sarà interessante verificare se il Parlamento si farà animare da analoga verve notturna per rimpolpare di contenuti l’anemico disegno di legge governativo contro la corruzione che, annunciato a dicembre 2009 e presentato in marzo, deve ancora iniziare il proprio iter.

La notte, oltre che consiglio, potrebbe ad esempio portare memoria di quando non un passante, ma il ministro più influente del governo, Giulio Tremonti, nel 2008 nella relazione annuale del Ministero dell’Economia al Parlamento sollecitava l’introduzione del reato di autoriciclaggio, cioè la punibilità di chi reimpiega i soldi frutto di un reato che ha commesso: modifica già reclamata nel 2005 dal Fondo monetario internazionale, richiesta dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nell’audizione in Senato il 15 luglio 2008, invocata dal Procuratore nazionale antimafia (sia Piero Grasso sia Pierluigi Vigna), e già esistente non solo negli Usa ma ad esempio anche in Francia e persino nella bistrattata Svizzera.

Bene: sono trascorsi due anni, ma in Italia l’autoriciclaggio dei soldi delle tangenti o dell’evasione fiscale continua a non essere reato, e nel ddl Alfano contro la corruzione non si trova traccia di questo intervento, benché proposto nel 2009 anche da un disegno di legge di iniziativa governativa (il ddl 733-bis).

Lo stesso vale per la «corruzione tra privati» e il «traffico di influenza»: traduzioni giuridiche di quel «sistema gelatinoso» nel quale le inchieste sulla «cricca» stanno sorprendendo imprenditori, politici, funzionari e magistrati non sempre in un classico scambio corruttivo (tangente in cambio di appalto), quanto piuttosto in una ragnatela di reciproche opacità che, quand’anche non sconfini nella bustarella, deruba comunque i contribuenti, fa lievitare costi e tare degli appalti, falsa la concorrenza tra imprese e sovverte i criteri di merito tra le persone. Eppure neanche il ddl Alfano introduce la «corruzione tra privati» e il «traffico di influenza», nonostante li raccomandi quella Convenzione del Consiglio d’Europa contro la corruzione che, firmata nel 1999, l’Italia continua a non ratificare.

Del resto, per chi voglia legiferare sulla corruzione, senza limitarsi a qualche aumento di pena massima (pura grida manzoniana se non si cambia la prescrizione accorciata nel 2005 dalla legge ex Cirielli) o all’annuncio di un nuovo «Piano nazionale anticorruzione» affidato all’ennesimo «Osservatorio», c’è poco da inventare. Basterebbe ripescare i 22 suggerimenti stilati dal «Comitato di saggi» presieduto da Sabino Cassese nel 1996 su nomina del presidente della Camera; i rimedi individuati dalla «Commissione di studio» istituita sempre nel 1996 dal ministero della Funzione pubblica e presieduta da Gustavo Minervini; o le 8 proposte di sintesi della «Commissione parlamentare » del 1998, compreso il testo sul quale confluirono persone molto diverse come Veltri (allora ulivista), Tremaglia (An) e Frattini (Fi, oggi ministro degli Esteri).

Invece ecco un Parlamento messo alla frusta di notte per approvare norme sulla stampa che non soltanto avrebbero fatto conoscere le intercettazioni 2005 della scalata Unipol-Bnl appena un anno fa, a fine udienza preliminare; ma ad esempio avrebbero reso molto più difficile, nel caso dell’asilo di Rignano Flaminio, la sterzata delle cronache rispetto all’errata prospettazione delle accuse, all’inizio costate l’arresto al poi scagionato benzinaio cingalese.

Non solo: la Commissione giustizia prima chiede a poliziotti e magistrati cosa pensino delle nuove regole sulle intercettazioni, poi ne ignora completamente gli allarmi, e a tappe forzate corre ugualmente a strozzare la durata delle intercettazioni; limitare le microspie in ambienti diversi da quelli nei quali si stia commettendo un reato; assoggettare anche la semplice acquisizione di tabulati agli stessi rigidi requisiti delle intercettazioni; paralizzare molti uffici giudiziari in un insostenibile andirivieni logistico di atti riservati verso il tribunale collegiale del capoluogo, che ora si vorrebbe competente sulle intercettazioni di un intero distretto.

Poi magari domani, al prossimo boss catturato o patrimonio confiscato, fioccheranno dalla maggioranza gli apprezzamenti per gli investigatori. Deve essere colpa di un sortilegio: perché nei convegni sì, e poi nei luoghi della decisione pubblica no?

Luigi Ferrarella

20 maggio 2010

giovedì 21 gennaio 2010

Fretta, errori e conseguenze: manca una riforma di sistema


Da 6,5 a 10 anni per un processo non sarebbero pochi, a patto di risorse commisurate. Ma senza misure coerenti e complessive sulla giustizia, e fuori da riassetti costituzionali delle immunità, spicca la norma retroattiva che farà evaporare due interi processi del premier in corso.

Mai prima d’ora in Parlamento, con pari evidenza in nessuna delle 7 leggi approvate dal 2001 dalla maggioranze di Silvio Berlusconi e poi applicate ai suoi processi, una norma retroattiva si appresta ad avere l’immediato effetto di far evaporare non due figure di reato, o due prove d’accusa, ma addirittura due interi processi del premier già a metà del loro percorso verso la sentenza di primo grado: quelli nei quali il presidente del Consiglio è imputato di frode fiscale sui diritti tv Mediaset, e di corruzione in atti giudiziari del testimone David Mills. Ascolta, una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice, e subito dopo la legge. Risuona De Andrè (1973) nella legge che, approvata ieri dal Senato, paradossalmente Berlusconi fa mostra di non apprezzare perchè «prevede tempi ancora troppo lunghi, sino a 10 anni è eccessivo». Ha proprio ragione. Solo che non è il suo caso. E’ piuttosto il caso delle 465 vittime di altrettanti reati che ogni giorno in Italia restano con un pugno di mosche in mano davanti a imputati graziati dalla prescrizione. E’ il caso delle parti offese dei 12 processi che, ogni 100, «saltano» per un difetto nei 28 milioni di notifiche manuali l’anno che affannano 5mila cancellieri. Ed è il caso dei 30mila italiani che reclamano indennizzi per l’eccessiva durata dei loro processi, già costata allo Stato 118 milioni.

Non è invece il caso di una politica che finge di ascoltare l’Europa quando Strasburgo condanna la lentezza italiana (per la verità raccomandando, invece di rigide gabbie temporali, l’adeguamento di risorse proporzionali al tipo di cause), ma fa orecchie da mercante quando l’Europa condanna l’Italia a risarcire i detenuti in 2,7 metri quadrati a testa. Se almeno accompagnassero una coerente e sistematica riforma della giustizia, le controverse norme sull’estinzione dei processi troverebbero forse maggiore asilo. Anche perché tre anni per arrivare a una sentenza di primo grado, altri due per l’Appello e 18 mesi per la Cassazione non sono pochi, a patto di ben ponderare la congruità, e quindi la sostenibilità, delle attuali dotazioni della Giustizia rispetto alla nuova tempistica con la quale lo Stato vuole garantire ai cittadini, per il futuro, di non far durare tre gradi di giudizio appunto più di 6 anni e mezzo nella maggior parte dei casi (7 anni e mezzo per gli altri, 10 anni per mafia e terrorismo elevabili a 15).

Ma nessuno può ignorare la norma transitoria retroattiva che a gamba tesa cambia, a metà partita, le regole sulla cui base si stanno celebrando i processi in primo grado per reati con pene sotto 10 anni e commessi prima del 2 maggio 2006: appena in vigore, la norma transitoria ne determinerà l’estinzione se sono trascorsi 2 anni non dall’inizio del dibattimento, e neanche dal rinvio a giudizio, ma addirittura dalla richiesta del pm di rinvio a giudizio. Un totale non senso. Che però ne acquista uno solo, se si bada al fatto che il giudizio sui diritti tv Mediaset nasce da una richiesta del 22 aprile 2005, e il processo Mills da una del 10 marzo 2006: entrambi saranno dunque estinti dalla norma transitoria retroattiva. Che, come danni collaterali, falcidierà anche tutti gli altri processi nelle medesime condizioni. Quanti non si sa, ma quali, in alcuni casi, sì: per esempio la scalata Antonveneta, l’aggiotaggio Parmalat contestato ai colossi bancari mondiali, i dossier illegali Telecom e Pirelli, le truffe allo Stato sui rifiuti da parte di Impregilo, le corruzioni Enipower-Enelpower. Peccato che l’altra domanda nel testo di De Andrè, oggi un giudice come me lo chiede al potere, se può giudicare, non riesca a trovare risposta in una equilibrata disciplina costituzionale delle immunità, e in un rinnovato bilanciamento di contrappesi tra politica e magistratura a garanzia dei rispettivi terreni di autonomia: guasti sempre più profondi sarebbero risparmiati all’ordinamento, e acute tensioni smetterebbero di lacerare la società. Invece si stanno tramutando i proclami sulle «immunità» in sotterfugi di «impunità». E si sta scegliendo di mettere la colonna sonora di De Andrè (Tu sei il potere: vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?) pure sotto il nuovo «calendario» dei processi.

Luigi Ferrarella
21 gennaio 2010

venerdì 15 gennaio 2010

Che cosa è un processo giusto


di Luigi Ferrarella

E se gli aspiranti riformatori della giustizia facessero prima un salto a Cassano d’Adda, sezione distaccata del Tribunale di Milano? Qui non la carenza, ma l’assenza ormai da mesi di cancellieri sta totalmente bloccando la registrazione di 450 sentenze civili e 520 decreti ingiuntivi già fatti: tutti provvedimenti di giustizia ordinaria, spicciola ma importante per la vita delle persone, che i giudici hanno già deciso, ma che formalmente non esistono e dunque non possono dispiegare i loro effetti per i cittadini che li attendono.
Ma non sembra essere questa «la durata indeterminata dei processi» dai quali proclama di volerli «tutelare » il riscritto disegno di legge sul «processo breve», soave etichetta che dovrebbe rendere digeribile «la tagliola» sui processi (diritti d’autore al pdl Gaetano Pecorella): quasi che un cittadino dovesse felicitarsi di veder garantito il proprio diritto a constatare in breve l’estinzione del processo penale da cui attende giustizia, e non invece di ottenere in breve il risultato dell’accertamento, cioè la sentenza che fa scaturire diritti, obblighi, sicurezze e risarcimenti.

«La giustizia perfetta non esiste », notava nel 1974 Carlo Bo nell’articolo «La regola di Ponzio », ma «dovrebbe esistere una giustizia sollecita, responsabile, che non si abituasse a sostituire il proprio tempo, soddisfatto nella tranquillità, al tempo senza risposta di chi attende». E in effetti solo un incosciente oggi potrebbe assuefarsi al match tra Italia e Somalia in fondo alle classifiche annuali della Banca Mondiale sui tempi e costi per far rispettare un contratto. O rassegnarsi al malsano «federalismo giudiziario» delle abissali disparità tra tribunali, che per l’esito di un fallimento a Reggio Calabria o Ascoli fa mettere in cantiere battesimo, comunione e cresima dei figli, mentre a Trieste fa aspettare 4 volte meno. E il vero decreto-competitività per le imprese sarebbe quello che le sottraesse alla «tassa» occulta (2,2 miliardi la stima annuale) che l’inaffidabilità tempistica della giustizia, specie civile, scarica su ogni azienda.

Solo che la risposta del governo alla «regola di Ponzio»—processo breve, rincorsa a 18 mesi di quasi automatico legittimo impedimento per il premier, e nel frattempo decreto legge per fermare subito e per 2 mesi i processi nei quali, proprio come i suoi, vi sia stata una modifica delle imputazioni — è sbagliata.
Per il clima che compromette, proprio quando pareva potersi avviare in Parlamento una limpida discussione tra le coalizioni almeno sui corretti termini di una costituzionalizzazione di prerogative delle cariche istituzionali.
Per le distorsioni che introduce nel merito, ad esempio applicandosi nell’ultima versione anche alle imprese indagate, e così avvantaggiando Impregilo nel processo a Napoli sui rifiuti, o Telecom e Pirelli nel processo a Milano sui dossier illegali. E per il consueto sapore agro del metodo, restituito anche stavolta dalla permanenza della norma transitoria che, estinguendo tutti i processi senza sentenza di primo grado a due anni dalla richiesta di rinvio a giudizio, conclama la volontà del premier di liberarsi in questo modo dei due nei quali è imputato di corruzione in atti giudiziari del teste Mills e di frode fiscale sui diritti tv Mediaset.

Luigi Ferrarella
13 gennaio 2010