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giovedì 16 dicembre 2010

La Bastiglia del Cavaliere


di MASSIMO GIANNINI

Sono bastate appena ventiquattrore, per capire quanto sia posticcio lo "straordinario trionfo" ottenuto l'altroieri da Silvio Berlusconi ai danni del suo nemico Gianfranco Fini. Appena ventiquattrore, per toccare con mano quanto sia fragile la Bastiglia forzaleghista nella quale il premier si trincera, fingendo di voler governare il Paese "fino alla fine della legislatura". Nel dolceamaro "day after" dell'ordalia del 14 dicembre, il presidente del Consiglio deve prendere atto che quella prova di forza (che pure c'è stata e che pure ha superato di strettissima misura) non solo non serve ad annientare l'opposizione disarticolata del centrosinistra, ma produce come reazione immediata la nascita di un'opposizione strutturata di centrodestra.

Il battesimo ufficiale del Terzo Polo tra Fli, Udc, Api e Mpa cambia profondamente il panorama politico di metà legislatura. È una risposta politica dell'area moderata anti-berlusconiana alla vittoria aritmetica della destra radicale berlusconiana. Ed è significativo che quella risposta arrivi immediatamente dopo che il Cavaliere ha riaperto il borsino della compravendita dei parlamentari, rivelando una transumanza collettiva di numerosi esponenti di Fli e annunciando un "porta a porta" individuale con singoli esponenti dell'Udc.

Lo slogan sul quale poggia la pubblicità ingannevole del premier, che per questa via si spaccia agli italiani come un "leader rafforzato", è "allargare la maggioranza". Obiettivo facile, a suo dire, per chi ha appena sconfitto i traditori e per questo diventa una calamita che attrae i pentiti, invece di respingere i transfughi. La verità è esattamente l'opposto. L'allargamento della maggioranza, per il premier, non è il test della sua ritrovata forza, ma la prova della sua moltiplicata debolezza. Non è un atto di generosità, ma di necessità. Con tre voti di scarto, il
governo Berlusconi-Scilipoti non va da nessuna parte. Per questo, e con la sola stampella della Lega, getta un ponte verso il centro.

Ma la novità è che il centro ha già mollato gli ormeggi. La nascita del Polo della Nazione è un altro effetto della vittoria di Pirro berlusconiana. Piuttosto che terremotare il campo di Futuro e Libertà, raccogliendo le macerie a suo vantaggio, Berlusconi ha spinto definitivamente Fini nella faglia in movimento del Nuovo Centro. Ha gettato cioè l'ex co-fondatore del Pdl nelle braccia di Casini, che insieme a Rutelli e Lombardo possono annunciare oggi la nascita di un coordinamento tra i parlamentari, domani il varo di un unico gruppo parlamentare, e magari dopodomani la formazione di una lista unitaria e più in là, chissà, di un vero e proprio partito.

Il
PdN si configura dunque non come "costola", ma come alternativa assoluta al Pdl. E con questa prospettiva, non più teorica ma pratica, il Terzo Polo si blinda: la sua costituency parlamentare appare oggettivamente meno permeabile alle lusinghe del Cavaliere. In qualunque forma si materializzino: mutui o poltrone. Così muta la geo-politica del Paese, che assume un assetto tendenzialmente tripolare. Anche questo è un esito della battaglia di martedì scorso, oltre che della più generale deriva populista e tecnicamente eversiva del berlusconismo. Pessimo risultato, anche dal punto di vista del Cavaliere: da alfiere irriducibile del bipolarismo, diventa il maieuta involontario del tripolarismo.

Vuole allargare la maggioranza.
Per ora è riuscito ad allargare l'opposizione. Dopo il 13 aprile 2008, alla Camera aveva "contro" 276 parlamentari. Ora ne ha contro 311. Questa è la dura realtà di una maggioranza che si pretende tuttora autosufficiente. Il PdN potrà anche sembrare l'ultimo "fortino degli sconfitti". Potrà anche apparire velleitario in un'Italia in cui, dalla virata maggioritaria indotta dai referendum dei primi anni '90, le terze forze non hanno mai goduto di particolari fortune. Potrà persino risultare nefasto, per chi ricorda la sciagurata politica andreottiana dei due forni all'epoca della Prima Repubblica. Ma resta il fatto che dietro ai sacchi di sabbia della trincea appena costruita, l'artiglieria terzopolista può fare danni incalcolabili, nei confronti di Berlusconi e di quel che resta della sua coalizione.

Li può fare a legislatura vigente. Molto più di quanto non dimostri la rigida ed eccezionale aritmetica del voto di fiducia dell'altroieri. Quel 314 a 311 a favore della maggioranza è infatti una situazione unica e irripetibile.
Un esempio: nell'attuale perimetro Pdl-Lega ci sono almeno 30 parlamentari che sono anche ministri e sottosegretari, e che dunque sono spesso assenti dall'aula per impegni istituzionali e internazionali. Nella fisiologia dei lavori parlamentari, la maggioranza non sarà materialmente in grado di schierare stabilmente i suoi 314 effettivi alla Camera, e i suoi 162 al Senato. Per questo la neonata opposizione di centrodestra, insieme all'opposizione di centrosinistra, ha sulla carta i numeri sufficienti per mandare sotto il governo sulla mozione di sfiducia a Bondi o su quella per il pluralismo radiotelevisivo, sul disegno di legge Gelmini per l'università o sul decreto legge s per i rifiuti.

Ma il PdN può fare danni irreparabili anche nella prospettiva delle elezioni anticipate. Con l'attuale legge elettorale il Terzo Polo sarebbe ininfluente alla Camera, dove non potrebbe arrivare comunque primo rispetto al Pdl e al Pd, e dunque non potrebbe in alcun modo incassare il colossale premio di maggioranza garantito dal Porcellum. Ma sarebbe decisivo al Senato, dove il premio di maggioranza è su base regionale, dove non gioca il fattore "voto utile" e dove la soglia di sbarramento per i partiti coalizzati è solo del 3%. Dunque in questo caso, almeno a Palazzo Madama, il Terzo Polo sarebbe decisivo. Una lista unitaria Fini-Casini-Rutelli-Lombardo raggiungerebbe un risultato sicuro: farebbe perdere Berlusconi, che con la sola maggioranza alla Camera non potrebbe tornare al governo del Paese.

Non sappiamo quanto filo da tessere avrà la Cosa Bianca, che è forse ancora informe, ma che certo è già conforme all'idea di un "altro centrodestra". Una formazione davvero moderata e finalmente costituzionale, ormai avversaria conclamata della destra estremista di Berlusconi e Bossi, che può avere a cuore l'interesse nazionale, e non più quello di un singolo. E con la quale persino il Pd può dialogare senza pregiudizi, per provare almeno a riscrivere un modello di legge elettorale e un programma di messa in sicurezza dell'economia del Paese. Una cosa è certa: questo Cavaliere, con il suo "governo del Cepu", non può farcela.
m.giannini@repubblica.it

(16 dicembre 2010)

martedì 7 dicembre 2010

Il cecchino Matteo


MASSIMO GIANNINI

"Oltre le ideologie". Nella strisciante balcanizzazione in corso all'interno del Partito democratico, prende dunque corpo una "dottrina Renzi". Il leader della fertile corrente dei Rottamatori del centrosinistra l'ha illustrata in queste ore, per spiegare le ragioni che l'hanno indotto a recarsi in visita ad Arcore, cioè nella trincea del "nemico", per ottenere dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi "un impegno per Firenze". L'intento è nobile: come ha chiarito lui stesso, il giovane sindaco del capoluogo toscano l'aveva incontrato qualche tempo fa per parlare della questione dei rifiuti, e il Cavaliere gli aveva fatto una promessa: avrai più fondi, magari addirittura una legge speciale dedicata a Firenze. Figuriamoci: quando mai una promessa è stata un problema per Berlusconi? Governa il Paese promettendo tutto a tutti da quindici anni, perché non promettere qualcosa anche a Renzi? Forte di questa cambiale in bianco, il buon Matteo ha dunque provato a passare alla cassa. Con il suo solito piglio: realistico, pragmatico. "Per il bene di Firenze vado dove mi chiamano. E anche stavolta sono andato oltre le ideologie". Ma il bene del Pd? Se ne occupa qualcuno, di questi tempi? L'iniziativa di Renzi è discutibile. Nella forma e nella sostanza.

Per quanto riguarda la forma: non c'è nulla di male che un sindaco incontri un capo di governo per parlare dei problemi della sua città. Ma i luoghi, in quanto simboli, contano. Non si può andare, cappello in mano, nella residenza privata del premier. Tanto più se si ammette che "la notizia doveva restare riservata". Ci sono tanti posti, dove le istituzioni possono e devono dialogare. A Roma c'è Palazzo Chigi, sede naturale del governo. A Firenze c'è Palazzo Vecchio, sede naturale del Comune. A Milano c'è la Prefettura, campo neutro per definizione. Ma Arcore no, ad Arcore non si può. Nell'ottobre del 2002 accusammo i vertici della Fiat (all'epoca Paolo Fresco e Gabriele Galateri) che in una piovosa domenica d'autunno si recarono in processione riservata a Villa San Martino, a prendersi gli sberleffi del premier sulla mala gestione del colosso automobilistico sull'orlo della bancarotta. Anche lì: cappello in mano, in una sede impropria e inadeguata. Oggi Renzi commette lo stesso errore. Inaccettabile, ingiustificabile.

Per quanto riguarda la sostanza: alla vigilia di un voto che probabilmente sancirà la fine di questo governo, la visita del sindaco di Firenze è quanto meno intempestiva. E dunque persino sospetta. Cosa può garantire, a Firenze, un presidente del Consiglio che tra una settimana, a quest'ora, starà forse già al Quirinale a rassegnare le sue dimissioni? Nulla, con tutta evidenza. E allora non si può non pensare che anche questa mossa di Renzi, persino suo malgrado, rientri in una più generale "strategia della tensione" che serve a destabilizzare il Pd. Non ci vuole molto, visto che il partito guidato da Bersani è esposto ormai a tutte le scorrerie possibili e a tutte le spallate immaginabili. In questo, magari anche al di là delle intenzioni, il sindaco fiorentino si sta rivelando un cecchino inesorabile. Sparare sul "quartier generale" è una sua specialità. In molti casi ha anche ragione: la campagna di svecchiamento delle classi dirigenti è un tema vero, a sinistra come a destra. Ma in molti casi ha anche torto: far fuori qualunque dirigente politico dopo tre legislature, indipendentemente dall'autorevolezza, dall'esperienza e dal contributo dato al Paese oltre che al partito, è una scorciatoia nuovista che non porta lontano.

Se confonde il "nuovo" col "nuovismo", il Pd si scava da solo la sua fossa. Per ritrovare il radicamento sul territorio, per parlare il "linguaggio della gente", per tornare a candidarsi al governo del Paese, il centrosinistra deve sapere innanzi tutto da dove viene. Quali sono i valori da salvare, dal Novecento italiano che ha espresso Gramsci e De Gasperi, Moro e Berlinguer. Quali sono i principi da ridefinire, nel programma del Terzo Millennio che esige fantasia ma ancora e soprattutto identità. Solo quando avrà spiegato questo, saprà poi dire agli italiani dove vuole andare. Andare "oltre", sempre e comunque, non serve a niente e a nessuno. Le ideologie del secolo scorso hanno prodotto tragedie, dal fascismo italiano al comunismo sovietico. Ma un manifesto politico che abbia come unico slogan l'idea di andare "oltre le ideologie" non è niente. È il vuoto. O forse è solo un altro ideologismo.
(07 dicembre 2010)

venerdì 26 novembre 2010

La Spectre globale


di MASSIMO GIANNINI

Complotto contro l'Italia. In un pirotecnico gioco di specchi, si potrebbe capovolgere così il titolo del magnifico romanzo di Philip Roth, dove la dura e rancorosa e America di Lindbergh si chiude in se stessa per non vedere i suoi guai, e addita il mondo come nemico. Oggi Silvio Berlusconi e il suo governo fanno la stessa cosa. Per non vedere quanto è già sotto gli occhi di tutti, dal disastro dei rifiuti al crollo di Pompei, dalle inchieste della magistratura su Finmeccanica ai file segreti di Wikileaks, il nostro Consiglio dei ministri si riunisce come fosse un gabinetto di guerra, e alla fine stila il suo comunicato farneticante, dove si rievoca una "Cosa" pericolosa e informe che somiglia tanto alla cara, vecchia congiura giudo-pluto-massonica. "C'è una strategia per colpire l'Italia e la sua immagine internazionale", scandisce il nostro ministro degli Esteri, ripreso in un comunicato ufficiale di Palazzo Chigi. 1

Una "strategia" nella quale si mescola tutto, per confondere tutti. La monnezza di Napoli e le macerie della Domus dei gladiatori, gli avvisi di garanzia sul caso Enav-Selex e le "rivelazioni imbarazzanti" sui rapporti Italia-Usa che il terribile e temibile Assange sta per diffondere in rete. Un'enormità, sul piano politico e diplomatico: il governo italiano spara in alto, e nel mucchio, senza dire chi, dove, come, quando, perché. Poco più tardi, forse consapevole della sparata, lo stesso capo della Farnesina si corregge, con una prosa avventurosa: "Non c'è nessun complotto contro di noi, ma elementi preoccupanti che sono la combinazione di informazioni inesatte, di enfatizzazioni mediatiche, di fattori negativi per l'Italia". Salvo poi aggiungere, con involontaria comicità, che "non c'è un unico burattinaio, ma una combinazione il cui risultato è dannoso per la nostra immagine".

Riepilogando. C'è una strategia internazionale contro l'Italia e contro il suo governo. Magari nasce in America, va a sapere, e poi dilaga in Europa. E non c'è una sola "centrale", al lavoro contro il Belpaese. Forse ce n'è più d'una. È grottesco che si possa anche solo immaginare uno scenario da Spectre globale, soprattutto se rapportato alla nostra sostanziale irrilevanza nello scenario internazionale. Possibile che il Cavaliere e i suoi accoliti non dubitino che di "centrale" anti-italiana non ce n'è proprio nessuna? Possibile che non abbiano il ragionevole dubbio che l'unica "centrale" che, in questo momento, sta arrecando veri danni all'immagine e alla credibilità dell'Italia è proprio l'istituzione che la governa? È colpa delle cancellerie europee se la Campania è invasa dai rifiuti come due anni fa? È colpa di Obama se l'inchiesta su Finmeccanica porta ad avvisi di garanzia che colpiscono al cuore la nostra industria della Difesa, strategica per il Paese?

È vero che ogni tramonto di un'illusione (è tale è il rovinoso declino del berlusconismo) contiene in sé elementi teatrali, oltre che tragici. Ma qui stiamo davvero esagerando. Manca solo l'attacco frontale alla Perfida Albione, da un balcone di Palazzo Grazioli. Poi la farsa sarà davvero completa.

(26 novembre 2010)

venerdì 19 novembre 2010

Le nomine fine regime


di MASSIMO GIANNINI

Ci sono due possibili chiavi di lettura, per decrittare il pacchetto di nomine varato dal Consiglio dei ministri ai vertici di Consob, Antitrust e Authority per l'energia. Può essere un atto di fine regime. La spartizione finale di un potere al crepuscolo, che un esecutivo al capolinea consuma in un clima da ultimi giorni di Pompei, nel quale il crollo della casa dei gladiatori anticipa simbolicamente l'autodafé della casa del Cavaliere. Oppure può essere un atto di rifondazione dell'establishment: il nuovo inizio di una maggioranza che si credeva ormai in liquidazione, e che invece rilancia la ditta con la protervia e la sicurezza di aver "ricomprato" i numeri giusti al mercatino di Montecitorio, in vista dell'ordalia parlamentare del prossimo 14 dicembre. In tutti e due i casi, le scelte compiute dal governo sono pessime, per non dire indecenti. Nel merito e nel metodo.

C'è prima di tutto una questione di merito. Cominciamo dalla Consob. Era già di per sé uno scandalo che l'organo di vigilanza sulla Borsa e sui mercati finanziari fosse da quasi cinque mesi senza presidente (dopo la scadenza del mandato di Lamberto Cardia a fine giugno) e da nove mesi senza il quarto commissario (dopo le dimissioni di Paolo Di Benedetto a inizio marzo). Ora questa intollerabile "vacatio" viene finalmente colmata. Ma la toppa è quasi peggiore del buco. Il nuovo presidente Giuseppe Vegas, viceministro al dicastero dell'Economia con Tremonti, è persona seria e credibile. Ma ha vasta esperienza di finanza pubblica, e poca dimestichezza di finanza privata. E poi è stato pur sempre senatore di Forza Italia per ben due legislature e mezza, tra il 1996, il 2001 e il 2006. Lo definiscono un "tecnico", in realtà è a tutti gli effetti un "politico". E questa non è una buona cosa, per un'istituzione che dovrebbe esprimere il meglio della tecnocrazia di un Paese.

Il nuovo quarto commissario (che affiancherà Vittorio Conti, Luca Enriques e Michele Pezzinga) è
Paolo Troiano. E qui la scelta è ancora peggiore. Consigliere di Stato, Troiano è stato nominato vicesegretario generale della presidenza del Consiglio nel corso della seconda legislatura berlusconiana 2001-2006. Già citato (suo malgrado) nelle intercettazioni telefoniche dell'inchiesta sullo scandalo napoletano e poi romano di Alfredo Romeo, il ras degli appalti, Troiano è salito agli onori delle cronache ai tempi della legge Gasparri sul sistema radio-televisivo, una delle tante "leggi-vergogna" e "ad aziendam", servita a blindare lo strapotere di Mediaset dentro lo schema del falso duopolio televisivo con la Rai. All'epoca, era il 2004, si disse che proprio Troiano fosse uno dei due grand commis che avevano scritto materialmente quella legge, in nome dell'allora ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri e per conto dell'allora premier Silvio Berlusconi.

Veniamo alle nomine nelle altre authority. All'Autorità per l'energia, liquidata la stagione felice di Alessandro Ortis che in questi anni l'ha gestita da solo con grande coraggio e con troppa autonomia, il governo trasferisce Antonio Catricalà, che lascia così l'Antitrust. Al suo posto, al vertice dell'organo di vigilanza sulla concorrenza e sui monopoli, assurge Antonio Pilati, attuale membro "anziano" della stessa Authority. Ma Pilati non è famoso per la tenacia con la quale in questi anni ha "marcato" i grandi trust, a beneficio dei consumatori e a vantaggio del libero mercato. È invece più noto per essere il secondo grand commis ad aver redatto di suo pugno, insieme al già citato Troiano, la Legge Gasparri. Ricapitolando: un politico ex forzista sulla poltrona della Consob, e due "apparatciki" promossi sul campo (alla stessa Consob e all'Antitrust) per meriti acquisiti nel core business del Cavaliere.

C'è poi una questione di metodo. Ancora una volta, dopo mesi di colpevole attesa nel riorganizzare e ridefinire gli organigrammi di istituzioni di garanzia decisive per il buon funzionamento di tutti i mercati, quello che prevale è il "Sistema-Letta". In tutte le grandi democrazie economiche, le autorità amministrative indipendenti sono preziosi custodi dei principi di uguaglianza delle regole e di bilanciamento dei poteri. Chi vi entra, per scelta di governi consapevoli, deve avere rigorosissimi requisiti di autorevolezza, professionalità, indipendenza. In Italia non funziona così. In questi gangli vitali per il controllo delle società quotate in Borsa, dei grandi gruppi industriali e dei colossi dell'elettricità e del gas, la scelta dei nomi viene fatta secondo il collaudato rito lettiano, cattolico, apostolico e romano. Il bacino degli "eletti" è sempre lo stesso: la nomenklatura che orbita intorno alle magistrature pubbliche capitoline (Tar, Consiglio di Stato, Corte di Cassazione, gabinetti ministeriali) sulle quali il sottosegretario di Palazzo Chigi esercita da sempre il suo dominio assoluto e incontrastato. È un sistema chiuso e autoreferenziale, che si riproduce per partenogenesi e che ormai si sposta dall'una all'altra istituzione con un meccanismo di "porte girevoli" (il caso Catricalà insegna). Un sistema che controlla poteri e apparati, e che talvolta purtroppo è anche finito al centro delle inchieste della magistratura, per il modo in cui può pilotare le sentenze e dirottare gli appalti.

Questo metodo è anti-democratico e pre-moderno. Non è degno di un Paese che si immagina ancora come la quinta potenza mondiale dell'Occidente. Un Paese che chiede regole, efficienza, competitività. E che sulle poltrone dei regolatori si ritrova ogni giorno a fare i conti con i cavalli scelti dall'ultimo Caligola di un impero comunque in declino.
m.giannini@repubblica.it

(19 novembre 2010)

lunedì 8 novembre 2010

E' arrivato il 25 aprile


di MASSIMO GIANNINI

Sembra impossibile, eppure il 25 aprile è arrivato davvero. Gianfranco Fini chiude il sipario, su Berlusconi e sul berlusconismo. Scaduto il tempo delle segrete trame di palazzo, gli oscuri riti bizantini, i vecchi tatticismi da Prima Repubblica. Esaurito lo spazio per i giochi del cerino, le partite a scacchi, lo sfoglio dei tarocchi. Quello che va in scena non è più il solito "teatrino della politica" che il Cavaliere esecra abitualmente a parole, rappresentandolo quotidianamente nei fatti. È invece il dramma pubblico di una maggioranza che si dissolve.

L'ultimo atto, esibito sul palcoscenico delle tv, di un governo che muore. La cerimonia degli addii collettivi ad un partito mai nato. Non sappiamo esattamente come e quando cadrà il Berlusconi IV. Stavolta sappiamo però che la fine è imminente. Questione di ore, tutt'al più di giorni. E il Paese si libererà anche di questa ennesima, fallita messinscena cesarista. Di questo ulteriore, disastroso esercizio di leaderismo populista.

Dovrà ricredersi, chi da Perugia si aspettava un Fini ambiguo e attendista sul destino del governo, o prudente e possibilista sul futuro della maggioranza. Il presidente della Camera è stato netto e inequivoco, sul primo e sul secondo.

Il famoso "Patto di legislatura" che Berlusconi gli ha riproposto mercoledì scorso durante la direzione del Pdl è una cambiale in bianco che nessuno potrebbe firmare, perché ormai palesemente scaduta. Era stato lo stesso Fini a fare al premier un'analoga offerta, a Mirabello, in un estremo tentativo di ricucire uno strappo che già allora si intuiva non più ricomponibile. Anche questo risibile ping pong, adesso, è finito. Il leader di Futuro e Libertà chiede al premier di prenderne atto. Di salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni, di riconoscere di fronte all'Italia che il governo non ce l'ha fatta e che ne serve un altro, con una nuova agenda, un nuovo programma e soprattutto con una maggioranza più ampia e allargata all'Udc. Pena il ritiro della delegazione del Fli dall'esecutivo.

Quello di Fini è stato, innanzi tutto, un atto di coraggio politico. Non era facile, per l'erede di Giorgio Almirante, consumare fino in fondo la rottura con l'alleato che, dal 1994, ha definitivamente sdoganato la destra post-missina nell'arco costituzionale, ha fatto entrare An nella stanza dei bottoni e il suo capo nell'ufficio di presidenza della Camera dei deputati. Non era scontato, per il co-fondatore del Pdl, decretarne unilateralmente la definitiva bancarotta politica, addebitandone tutta intera la responsabilità al fondatore. Era il 17 novembre di tre anni fa, a Piazza San Babila, quando il Cavaliere lanciava la Rivoluzione del Predellino. Non erano le "comiche finali", come le liquidò troppo frettolosamente lo stesso Fini. Era invece l'inizio di una "commedia politica" che lui stesso avrebbe contribuito a rappresentare nei molti mesi successivi, dentro il Partito del popolo delle Libertà.

Ma oggi è proprio questo progetto che è fallito, perché non è stato capace di dare anima e corpo alla "rivoluzione liberale" che aveva promesso, e perché ha esaurito la sua missione nel momento in cui ha costruito se stesso sull'illusione che l'intera destra italiana potesse riflettersi e riassumersi in Silvio Berlusconi, e che tutto il resto fosse un orpello ridondante, quando produceva condivisione, o un intralcio ingombrante, quando esprimeva dissenso. Fini lo ha capito e lo ha detto, facendo mea culpa. L'uomo è il messaggio: su questa scorciatoia falsamente carismatica e smaccatamente populista è fallito il Pdl.

E con il partito è fallito il governo. Non "governo del fare", piuttosto "governo del fare finta". Governo che "non ha più il polso del Paese", che galleggia sulle emergenze, che "vive alla giornata". Senza vedere, ma anzi spesso contribuendo a creare l'indebolimento dell'identità nazionale, la caduta della coesione sociale, il crollo di competitività dell'economia, la diffusione della cultura dell'arbitrio e dell'illegalità, il decadimento morale e la perdita di decoro delle istituzioni infangate dal Ruby-gate. Di nuovo: Fini lo ha capito e lo ha detto, denunciando lo scandalo pubblico che interroga e pregiudica la nostra democrazia. Raccontando agli italiani tutto quello che sta accadendo sotto i loro occhi, e che solo un sistema televisivo addomesticato dal regime finge di non vedere e si sforza di nascondere. E ha avuto la forza di dire basta.

Ma quello di Fini è stato anche un atto di posizionamento strategico. Il leader futurista sapeva di correre un rischio mortale. Che il suo obiettivo di "staccare la spina" al governo, cioè, potesse esser letto come una banale manovra di palazzo. Una disinvolta forma di "intelligenza col nemico", per far fuori il "Tiranno" e sostituire il suo governo con una nuova e un po' spuria "macchina da guerra" guidata da molte, troppe mani: Fli e Pd, Udc e Idv, Mpa e Sinistra e Libertà. Una specie di "Cln", che desse effettivamente corso a un atteso 25 aprile, ma che avesse un respiro troppo corto e un orizzonte troppo confuso. Anche su questo, Fini ha mostrato coraggio, raccogliendo una sfida allo stesso tempo più circoscritta, ma più alta. La sfida è più circoscritta, perché il presidente della Camera ha tracciato con nettezza assoluta i confini di una forza politica, la sua, che nasce, cresce e si consolida rigorosamente nella metà campo del centrodestra. Certo, un centrodestra che si rifà al popolarismo europeo, e dunque costituzionale, repubblicano, laico. Ma pur sempre un centrodestra. Cioè una forza politica che rivendica i suoi valori fondativi, e che per questo non vuole essere né la zattera di tutti i naufraghi dell'indistinto anti-berlusconiano.

Ma la sfida è anche più alta. Quando ripete che Futuro e Libertà è una formazione che punta a raccogliere il consenso dei moderati italiani, confermando che la sua costituency politica è e resta la destra italiana e che a quel mondo vuole parlare e in quel mondo vuole prendere voti, Fini osa l'inosabile. Si candida ad esserne il leader. Dunque il prudente Gianfranco, sempre incline all'attacco e poi al ripiegamento, stavolta rompe gli ormeggi. E si lancia subito, qui ed ora, "oltre Berlusconi". È un passaggio cruciale. Che lo vedrà in mare aperto, forse a navigare insieme ai Bersani e ai Di Pietro contro il "vascello fantasma" del Cavaliere. Ma è e resta pur sempre un passaggio provvisorio. Affondata la nave berlusconiana, Fini riprenderà la sua rotta, che è quella di dare forma e sostanza a "un'altra destra" italiana, finalmente risolta e compiutamente europea. Apertamente anti-leghista e naturalmente post-berlusconiana. È importante che il leader futurista l'abbia chiarito. Per sgombrare il campo dagli equivoci, sul durante e sul dopo crisi di governo. Ci potrà essere un nuovo esecutivo, tecnico, istituzionale, di salute pubblica, sostenuto da una maggioranza eterogenea che vari una nuova legge elettorale e tenga salda la barra del timone dell'economia. Ma sarà molto più difficile che, in caso di voto anticipato e sotto le stesse insegne multi-partitiche, nasca un "cartello elettorale" che veda insieme Fini da una parte, e i Vendola, i Ferrero e i Bonelli dall'altra.

Vedremo ora come, quando e dove precipiterà la rottura. Il premier non può accettare l'ultimatum finiano, che lo inchioda ben al di là del "compitino dei cinque punti" richiesto in Parlamento agli "scolaretti" del centrodestra. Per questo ha già risposto picche. Sia pure chiedendo, com'è logico e giusto, che l'eutanasia del governo si realizzi comunque in Parlamento. Andreottianamente parlando: Berlusconi non può più tirare a campare, può solo tirare le cuoia. Capiremo presto se dopo la crisi arriveranno altri governi o elezioni anticipate. Nel frattempo ci sarebbe da brindare a champagne, a questo 25 aprile imminente. Ma c'è poco da festeggiare: il "conto" di questi rovinosi due anni e mezzo, purtroppo, li ha pagati e li pagherà l'Italia.
m.giannini@repubblica.it

(08 novembre 2010)

sabato 23 ottobre 2010

Il nuovo Lodo Alfano un Frankenstein costituzionale


di MASSIMO GIANNINI

Questa volta, dunque, non c'è bisogno di attendere una pronuncia della Consulta. Il nuovo Lodo Alfano voluto dal premier per proteggersi dai suoi processi, anche nella sua formula "rinforzata" di legge di revisione costituzionale, non è solo l'ennesima e intollerabile norma ad personam di questo quindicennio berlusconiano. È un Frankenstein giuridico, che mina alla base i principi su cui si regge la nostra Costituzione. Lo scrive nero su bianco il presidente della Repubblica che, della Carta del 1948, è il supremo "custode e garante".

Se Giorgio Napolitano ha avvertito l'urgenza di intervenire subito, a dibattito parlamentare ancora in corso, per indicare le sue "profonde perplessità" e la "palese irragionevolezza" del testo all'esame del Senato, vuol dire che il rischio di vedere stravolti gli equilibri repubblicani ha superato il livello di guardia. Proprio ieri avevamo segnalato su questo giornale i "dubbi" che inquietano il Capo dello Stato, per un provvedimento dagli effetti devastanti e imprevedibili: "Rischia di stravolgere la forma di governo parlamentare sancita dagli articoli 55-69, di alterare le prerogative del presidente della Repubblica fissate dagli articoli 87-91, di squilibrare i poteri del governo disciplinati dagli articoli 92-96".

Ora Napolitano esplicita e precisa questi "vizi" giuridici del disegno di legge, confermando che "incide sullo status complessivo del presidente della Repubblica", e ne riduce "l'indipendenza nell'esercizio delle sue funzioni". Il Quirinale concentra l'attenzione sull'emendamento che equipara il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio, ai fini della sospensione dei processi penali, sulla quale il Parlamento può votare in seduta comune e "a maggioranza semplice". Una norma contraria all'articolo 90 della Costituzione, secondo cui "il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione", e in tali casi il presidente "è messo in stato d'accusa dal Parlamento in seduta comune e a maggioranza assoluta dei suoi membri".

"Degradando" il Capo dello Stato sullo stesso piano del Capo del governo, il nuovo Lodo Alfano trasforma il presidente della Repubblica da garante super partes della Carta costituzionale in ostaggio permanente della maggioranza parlamentare. Un problema che nei mesi scorsi era stato segnalato da diversi costituzionalisti, a partire da Stefano Ceccanti, e che il premier e i suoi Dottor Stranamore non hanno mai voluto affrontare e risolvere. Un problema che si rinviene in tutti gli altri punti critici della legge all'esame del Senato, compreso quello che esclude i ministri dalla sospensione dei processi, trasformando il presidente del Consiglio in un "primus super pares" ed "elevandolo", in questo caso, allo stesso rango del presidente della Repubblica.

Ma al di là dei singoli motivi "tecnici", quello che si evince dalla lettera di Napolitano è che questa pseudo-riforma, in un insensato e micidiale meccanismo di causa-effetto, produce come unico risultato l'assoluto disordine costituzionale. Con l'unico obiettivo di salvare il Cavaliere dalle sue solite ossessioni processuali, stravolge in modo irrimediabile tutti gli equilibri istituzionali. Ancora una volta il cesarismo carismatico, mondato dai suoi peccati e sacralizzato attraverso il lavacro dell'urna, pretende che la biografia collettiva della nazione si pieghi e si modelli sulla biografia personale di Silvio Berlusconi. Non più con l'uso della legge ordinaria, ma ormai addirittura attraverso l'abuso della Costituzione.

Diciamo subito che questo scempio da macelleria costituzionale, compiuto sulla carne viva del Paese, non può e non deve passare. Per quanto disperato e incattivito dal declino avventuroso e perciò pericoloso del suo leader, il centrodestra non può ignorare il monito di Napolitano. Se non al prezzo di aprire un conflitto tra i poteri dello Stato che non ha precedenti nella storia repubblicana. Una riflessione che vale per tutti. Non solo per Berlusconi, che farà bene a meditare sui rischi ai quali lo espone la sua irresponsabile "fuga presidenzialista". Ma anche per Fini, che farà bene a riconsiderare il via libera fin troppo arrendevole concesso al nuovo Lodo Alfano. "Sulla nostra democrazia grava un macigno", ha detto ieri il Cavaliere alla "Frankfurter Allgemeine Zeitung". Alludeva ai magistrati, ovviamente. Ma è chiaro a tutti che ormai il vero "macigno che grava sulla democrazia" è solo lui.
m.giannini@repubblica.it

(23 ottobre 2010)

venerdì 15 ottobre 2010

Maggioranza in agonia


di MASSIMO GIANNINI

IL PROCESSO di "balcanizzazione" del centrodestra compie un ulteriore salto di qualità. In un solo giorno si moltiplicano gli strappi sul già logoro tessuto politico che dovrebbe tenere insieme il governo per l'intera legislatura. In Parlamento Schifani e Fini rompono sulla legge elettorale. A Palazzo Chigi i ministri rompono con Tremonti sulla finanza pubblica. Al Senato il Pdl rompe con se stesso sul Mezzogiorno. Tre indizi, stavolta, fanno una prova: questa maggioranza non regge più.


Eppure, proprio mentre agonizza, il "berlusconismo da combattimento" diventa più dannoso. Lo dimostra l'ultimo blitz sulla bugiarda "riforma della giustizia" in arrivo: una norma che prevede l'obbligo per la Consulta di deliberare con una maggioranza dei due terzi in tutti i casi in cui si giudichi l'incostituzionalità su una legge. Un'altra misura eversiva: limiterebbe drasticamente l'autonomia dei giudici e squilibrerebbe una volta di più il bilanciamento dei poteri. Un'altra norma ad personam: per il passato, avrebbe impedito la bocciatura del vecchio Lodo Schifani, e per il futuro potrebbe impedire la bocciatura del nuovo Lodo Alfano. C'è solo da sperare che, nella totale entropia della fase, salti anche questa ennesima manomissione dei principi repubblicani.

La rottura sul "Porcellum" è preoccupante. La bega procedurale non riflette più solo un dissenso politico, ma si traduce in un conflitto istituzionale. Il presidente del Senato "avoca" a sé il dibattito sulla nuova legge elettorale, con l'intenzione di frustrare le velleità riformatrici del presidente della Camera. Fini vorrebbe modificare a Montecitorio la "porcata" di Calderoli, per consentire agli italiani di tornare a votare con una legge elettorale più giusta, che tolga alle segreterie di partito il "potere" di nominare i propri parlamentari e restituisca ai cittadini il "diritto" di scegliere i propri rappresentanti. Schifani glielo impedisce, ancorando il confronto nelle sabbie mobili di Palazzo Madama, perché in ossequio ai voleri del Cavaliere preferisce che gli italiani votino con questa pessima legge elettorale. Il risultato, oltre alla spaccatura orizzontale tra Pdl e Fli, è una frattura verticale tra la seconda e la terza carica dello Stato.

La rottura sulla Legge di stabilità è devastante. I "tagli lineari" del ministro dell'Economia affondano non tanto sulla pelle sottile degli altri dicasteri, ma nella carne viva della società italiana. Scuola e università pagano il conto più salato della recessione. Ma è l'intero Sistema-Paese che, senza ossigeno, è a un passo dall'asfissia. Tremonti tiene sotto scacco il governo: in Europa è tornata la tensione sui debiti sovrani, e si teme la "seconda ondata" della tempesta perfetta. L'Italia è ad altissimo rischio: non ha un euro da spendere, e nei prossimi tre anni la Ue esigerà manovre per 9 punti di Pil. Ma la linea del rigore assoluto, se può premiare a Bruxelles, è ormai insostenibile a Roma. Non si governa dicendo solo "no". Neanche (o soprattutto) in tempi di crisi. Il "genio dei numeri" avrebbe dovuto costruire una exit strategy per lo sviluppo. Non l'ha fatto. E oggi è troppo tardi. La "speranza" non c'è più. È rimasta solo la "paura". Il governo non è più in grado di costruire consenso intorno a un progetto di crescita dell'economia e della società italiana.

La rottura sui crediti d'imposta al Sud è promettente. In Senato, ancora una volta, si è formato l'embrione di una maggioranza diversa, intorno ad un emendamento presentato dal gruppo "Io Sud", votato da finiani, Pd, Mpa e alcuni senatori del Pdl. Per il Cavaliere è una calamità. Per il Paese può essere un'opportunità. Fuori dal disperato perimetro berlusconiano, c'è forse una maggioranza alternativa. Per bloccare nuove leggi ad personam ed altri sabotaggi agli organi di garanzia. Per far passare una legge sul conflitto di interessi. Per cambiare la legge elettorale. E magari per sostenere, nel pieno rispetto della Costituzione, un governo che si dia proprio quell'unica missione, e poi riporti gli italiani alle urne. Non si vede altra via, per uscire da questa livorosa e pericolosa decomposizione del "corpo mistico" berlusconiano.
m.gianninirepubblica.it 1

(15 ottobre 2010)

sabato 2 ottobre 2010

Ma nell'agenda manca l'Italia


di MASSIMO GIANNINI

DATEMI il Lodo, e vi solleverò il mondo. Sarebbe il "titolo" migliore, per la due giorni parlamentare che è valsa al presidente del Consiglio la "fiducia avvelenata" con la quale dovrebbe governare fino al termine della legislatura. E a sentire le sue parole di ieri al Senato, sembra davvero che Silvio Berlusconi abbia in mano i destini dell'universo. Forse non ce ne siamo accorti. Ma ha salvato lui le banche americane dal disastro, convincendo Obama a varare il più grande piano di aiuti della storia americana (mentre tutti sanno che il Tarp nasce alla Casa Bianca dalla testa di Lawrence Summers).

Ha salvato lui la Russia, convincendo l'amico Putin a non attaccare la "nemica" Georgia (mentre tutti sanno che a Tbilisi nessuno conosce il Cavaliere). Ha salvato lui il mondo, convincendo Obama a firmare con Putin il trattato sulla riduzione degli arsenali atomici "prima del G8 dell'Aquila" (mentre tutti sanno che a firmare Start 2 è stato Medvedev il 7 aprile di quest'anno, cioè nove mesi dopo il vertice dei Grandi in Abruzzo). L'ultimo stadio del berlusconismo ci precipita dunque in una surreale "terza dimensione". Tra la meta-storia e la meta-politica. Tra la propaganda velleitaria del salto nel cerchio di fuoco staraciano, e la comicità involontaria del "Grande Dittatore" chapliniano.

Se in questo "tempo sospeso" il premier si fosse occupato anche dell'Italia, magari adesso staremmo tutti un po' meglio. E invece, a dispetto della tonitruante campagna mediatica di regime, stiamo molto peggio. Peggio nei tassi di crescita, che come si è finalmente accorta anche la leader della Confindustria Marcegaglia ci inchiodano stabilmente agli ultimi posti dell'Eurozona. Peggio nei salari, che come denuncia il segretario della Cgil Epifani ci fotografano storicamente agli ultimi posti dell'area Ocse. In questa lenta accelerazione del declino, l'unica certezza della fase è la strutturale latitanza del governo. L'ultimo provvedimento qualificante varato dall'esecutivo risale al 28 maggio scorso: la manovra economica da 25 miliardi. Da allora, a Palazzo Chigi e in Consiglio dei ministri, più nulla. Il governo è "sede vacante", come dimostra la vicenda di due istituzioni che aspettano da troppo tempo di tornare alla piena funzionalità gestionale e amministrativa.

Oggi ricorrono i 95 giorni di assenza del presidente della Consob. Da quando ha lasciato il suo incarico Lamberto Cardia, il 28 giugno scorso, il principale organo di vigilanza sul mercato finanziario e sulla Borsa è senza "testa". È vero che in questi tre mesi i tre commissari che provvisoriamente lo governano (Vittorio Conti, Luca Enriques e Michele Pezzinga) stanno facendo un lavoro egregio e infinitamente migliore di quello che la stessa Commissione ha svolto nei sette anni di gestione Cardia. Questo è un miracolo che ci conforta, ma che non può durare. In Piazza Affari accadono fatti di un qualche rilievo, tra le società quotate sta avvenendo di tutto, dal ribaltone su Unicredit ai movimenti su Premafin. Come si può accettare che l'unica poltrona che interessa alla maggioranza sia quella del quarto commissario (anche quello mancante), sulla quale si allungano ancora una volta i tentacoli della Lega di Bossi, attraverso la candidatura tutt'altro che eccelsa di Carlo Maria Pinardi? Come si può immaginare che un'autorità amministrativa così importante per il controllo dei mercati possa operare a "scartamento ridotto"? Si parla da settimane della probabile nomina dell'attuale viceministro dell'Economia, Giuseppe Vegas. Forse non è la migliore delle scelte possibili, vista la provenienza del candidato da un impegno governativo e da un partito politico (è stato senatore di Forza Italia). Ma potrebbe essere comunque accettabile. Cosa si aspetta a formalizzarla?

Ma oggi si "celebrano" soprattutto i 150 giorni di interim del presidente del Consiglio alla guida del dicastero dello Sviluppo Economico. Da cinque mesi esatti, la quinta potenza economica d'Europa non ha un ministro che si occupa stabilmente e strutturalmente della gestione dei fondi alle imprese. Dei 170 tavoli di crisi aziendali sparse per la penisola. Delle vertenze Fiat di Melfi e Pomigliano. Dei dissesti dell'Eutelia e degli esuberi Telecom. Dei disastri della Glaxo e della chimica in Sardegna. Una "vacatio" inconcepibile, in qualunque altra democrazia industriale, e invece "normale" nell'autocrazia berlusconiana. In compenso, il premier-ministro, in quanto competente "ad interim" anche sulla materia delle telecomunicazioni e del sistema radiotelevisivo, si occupa della distribuzione delle frequenze tv nel "triangolo delle Bermude" Rai-Mediaset-Sky, e del rinnovo del contratto di servizio con la stessa Rai. Un conflitto di interesse intollerabile, in qualunque altra democrazia occidentale, e invece "normale" nell'anomalia berlusconiana.

Da cinque mesi il premier prende in giro gli italiani, le parti sociali e le istituzioni. Al presidente della Repubblica aveva promesso la nomina del successore di Claudio Scajola "la prossima settimana": era il 28 giugno scorso, e da allora sono passati invano altri tre mesi. Non pago di aver snobbato irresponsabilmente l'invito di Giorgio Napolitano, Berlusconi ha bissato la presa in giro il 3 settembre. "La prossima settimana sottoporrò al capo dello Stato il nome di un nuovo ministro per lo Sviluppo Economico", ha scritto in un comunicato ufficiale. Quasi quattro settimane dopo, non c'è traccia del nuovo ministro. Il Quirinale aspetta. Gli industriali aspettano. I sindacati aspettano. Per "intrattenerli" ancora un po', l'altroieri alla Camera, nel suo discorso sulla fiducia il presidente del Consiglio si è lanciato in un'autodifesa appassionata non solo della sua missione di risolutore dei problemi planetari, ma anche del suo lavoro di ministro pro-tempore: "Allo Sviluppo Economico non c'è alcun vuoto di potere: ho lavorato ininterrottamente anche nel mese di agosto, esaminando i dossier di decine di crisi aziendali, intervenendo per la soluzione e firmando più di 300 decisioni per il ministero".

I risultati pratici di questo "lavoro ininterrotto" non si sono visti. L'unica cosa di cui non dubitiamo è che il premier abbia effettivamente esaminato "decine di dossier". Ma con tutta evidenza devono aver riguardato "altro", considerato ciò che nel frattempo ha sfornato la macchina del fango nella battaglia contro Gianfranco Fini. La Consob, il ministero per lo Sviluppo, l'economia italiana: tutto può aspettare. Il presidente del Consiglio ha ben altri impegni. Non possiamo pretendere che trovi anche il tempo per governare l'Italia.
m.giannini@repubblica.it

(01 ottobre 2010)

mercoledì 15 settembre 2010

La lezione del Presidente


di MASSIMO GIANNINI

La democrazia rappresentativa intesa come premierato di comando. Il consenso popolare declinato come assenso populista. Il Parlamento svilito a gran bazar. Nella fase discendente del ciclo berlusconiano, tocca ancora una volta al Capo dello Stato l'esercizio di una "pedagogia repubblicana", senza la quale l'Italia di oggi rischierebbe una deriva sudamericana. A Salerno, dove nel '44 Palmiro Togliatti annunciò la sua "svolta" contro il fascismo, Giorgio Napolitano impartisce la sua "lezione" al berlusconismo. È prima di tutto una lezione di ordine politico. Non è vero che il ricorso al popolo è sempre "il sale della democrazia", come hanno ripetuto spesso in queste settimane il Cavaliere e i suoi scudieri. E non è vero che il ricorso al popolo "è il balsamo per ogni febbre". Il messaggio del presidente della Repubblica è chiarissimo. Ha una portata generale: in democrazia la sovranità appartiene certamente al popolo, che tuttavia la esercita nei modi e nelle forme previsti dalla Costituzione.
Ma ha anche una portata specifica: nelle condizioni attuali, non si può immaginare di risolvere un problema interno alla maggioranza ricorrendo alle urne. Sarebbe una farmacopea dissennata: se il centrodestra ha la febbre, è il centrodestra che deve curarsi, non le Camere che devono sciogliersi. Dunque, Berlusconi si dimentichi l'automatismo "crisi di governo-elezioni anticipate": il ricorso alle urne, oggi, non avrebbe alcun senso. In attesa dell'ordalia di fine settembre, e del voto sui cinque punti di rilancio programmatico, c'è una maggioranza che ha il dovere di riorganizzarsi, e c'è un governo che ha il dovere di governare. Il resto sono chiacchiere, alibi o diversivi.

Sembrano ovvietà. E lo sarebbero, in un Paese normale. Non lo sono affatto nell'Italia di oggi, dove il "contesto" riflette ed amplifica la sempre più gigantesca anomalia berlusconiana. Il presidente del Consiglio vive sospeso. Ha rotto con Gianfranco Fini. Non si fida di Giulio Tremonti. È ostaggio di Umberto Bossi. In questa inconsueta condizione di vuoto politico e di solitudine personale, alterna fragorose minacce e indecorose retromarce. Nei giorni pari, in privato, lascia trapelare la sua ferma volontà di arrivare alle elezioni anticipate. Nei giorni dispari, in pubblico, rilancia la sua ferrea certezza di poter arrivare in gloria alla fine della legislatura.

Nel frattempo, mentre il Dottor Stranamore studia per lui qualche altra "ghedinata" per ripararlo dai processi di Milano, il premier mette in scena un indecente mercato delle vacche, azzardando la più massiccia compravendita di parlamentari che la storia repubblicana ricordi. Con un doppio, paradossale effetto boomerang. Primo: l'operazione di sostituire il pilastro dei finiani con la stampella dei centristi muore in culla il giorno dopo la nascita: persino le anime vacue in transito perenne tra Pri, Udc e Mpa preferiscono non salire su un carro che appare ormai perdente.

Secondo: l'operazione tradisce la visione palesemente contraddittoria e volgarmente trasformista del berlusconismo. Dopo aver invocato il delitto di lesa maestà contro il presidente della Camera, reo di aver fondato il suo gruppo parlamentare di "Futuro e Libertà" che avrebbe modificato il perimetro della maggioranza e alterato la natura del Pdl, il premier inventa una manovra uguale e contraria, assecondando la nascita del gruppo parlamentare di "Responsabilità nazionale". Bisognerebbe spiegare agli italiani perché la seria diaspora della destra vicina a Fini è un "tradimento degli elettori", mentre l'improbabile armata Brancaleone riunita intorno a Nucara è un "rafforzamento della maggioranza".

In questo abisso di bassezze e di controsensi, quella di Napolitano è anche una lezione di ordine costituzionale. Dopo un'estate di spallate violente contro le istituzioni di garanzia, il Capo dello Stato è costretto a ricordare "la polemica allusiva e non sempre garbata" che la maggioranza ha sollevato nei suoi confronti, proprio a proposito delle elezioni anticipate. "Si è mostrato stupore per il fatto che il presidente della Repubblica non apparisse pronto, con la penna in mano, a firmare un decreto di scioglimento delle Camere...".

Con l'arma dell'ironia, Napolitano risponde agli attacchi del presidente del Consiglio e dei suoi luogotenenti, che da mesi tengono sotto assedio il Quirinale e sotto ricatto la Costituzione formale, in nome di un'inesistente "Costituzione materiale" forgiata dagli elettori attraverso l'indicazione del nome del candidato premier sulla scheda. Con l'arma della fermezza, Napolitano ripete che "la vita di un Paese democratico e delle sue istituzioni elettive, nelle quali si esprime la volontà popolare, deve essere ordinata secondo regole per potersi svolgere in modo fecondo".

Ma è proprio sulle regole che il berlusconismo svela ancora una volta i suoi limiti strutturali e i suoi deficit culturali. Il premier non conosce Saint Just, che alla vigilia del Termidoro scriveva "le istituzioni sono la garanzia della libertà pubblica, perché moralizzano il governo e lo Stato". Non sa nulla di Rousseau, che diceva "la forza non fa il diritto". Per il Cavaliere l'unico diritto possibile si chiama Berlusconi. E oggi non è più neanche una forza, ma semmai una debolezza. Per questo, e non è un paradosso, è ancora più pericolosa.
m.giannini@repubblica.it

(15 settembre 2010)

lunedì 6 settembre 2010

Il manifesto di Fini per un'altra destra


di MASSIMO GIANNINI

Forse è davvero finita un'epoca, per l'anomala destra italiana nata dalle macerie del popolarismo democristiano e forgiata nel fuoco del populismo berlusconiano. Con il Manifesto di Mirabello, Gianfranco Fini varca un confine politico, ed entra in una terra incognita sulla quale può costruire finalmente un'"altra destra". Compiutamente democratica e liberale, moderata e costituzionale. Nel solco delle grandi famiglie conservatrici europee.

Era enorme l'attesa per questo rientro in campo del presidente della Camera, dopo un agosto trascorso nella trincea di Ansedonia a patire in silenzio l'assalto del "Giornale". Quella di Fini, stavolta, è davvero una svolta radicale. Può ridisegnare geografie e geometrie della politica italiana. E può cambiare il corso della legislatura berlusconiana.

Con un discorso di un'ora e mezzo, degno per toni e per temi di un congresso di fondazione e non certo di un raduno di corrente, Fini ha reciso per sempre le sfibrate e impalpabili radici che ancora lo tenevano unito a Berlusconi. Certo, le vicende personali hanno pesato. La "macchina del fango" messa in moto a Montecarlo dai giornali-fratelli del presidente del Consiglio non può non aver influito sulla reazione durissima messa in scena a Mirabello dal presidente della Camera. Quei "Tg ridotti a fotocopie dei fogli d'ordine del Pdl", quelle "campagne paranoiche e patetiche", quegli "atti di lapidazione islamica" e quegli "atteggiamenti infami rivolti non a me, ma alla mia famiglia": era difficile, se non impossibile, che la rabbia finiana covata in queste settimane ed esplosa ieri dal palco non si traducesse solo in una inesorabile denuncia dell'aggressione subita, ma alla fine sfociasse anche nell'inevitabile rinuncia a proseguire la convivenza politica nel Pdl.

Ma insieme, e oltre alla rottura umana, pesa la rottura politica. Nell'elenco puntiglioso dei motivi che in questi due anni hanno portato al divorzio definitivo tra fondatore e co-fondatore non c'è solo la rivendicazione del diritto al dissenso che dovrebbe costituire l'essenza di un vero "partito liberale di massa". C'è invece la piattaforma identitaria di una destra politica che non è più conciliabile, e forse non lo è mai stata, con quella berlusconiana. Dall'idea malintesa della "riforma della giustizia" fatta nell'interesse di un singolo e del garantismo come "impunità permanente", coltivata da chi al potere si sente forte e crede per ciò di essere "meno uguale" degli altri di fronte alla legge, al disprezzo per le istituzioni e gli organi di garanzia, esercitato da chi usa "il Parlamento come dependance dell'esecutivo". Dalla mancata difesa dei diritti degli "extracomunitari onesti", praticata da chi declina l'immigrazione come pura "guerra ai clandestini", alla mancata difesa dei veri valori dell'Occidente, svenduti per bieca "realpolitik" nella "genuflessione" di fronte a Gheddafi. Nell'aspra requisitoria finiana su ciò che è accaduto nel Pdl in questi mesi, non c'è conflittualità "congiunturale" che non nasconda anche un'evidente incompatibilità culturale.

E questo non vale soltanto per la "cifra" identitaria delle due anime che in questi mesi hanno faticosamente convissuto nel Pdl. Vale anche per l'azione di governo, che per Fini è stata deficitaria sotto tutti i punti di vista. Dai tagli lineari di spesa che hanno generato le "proteste sacrosante" delle forze dell'ordine e dei precari della scuola al ridicolo "ghe pensi mi" col quale si è creduto di riempire il vuoto al ministero dello Sviluppo. Dal federalismo inteso come "favore a Bossi" alle promesse tradite sul taglio delle province, sulle norme anti-corruzione, sugli aiuti alle famiglie. Il presidente della Camera non fa sconti, né al Berlusconi-leader né al Berlusconi-premier. E il dissenso, stavolta, è totale e radicale. Di metodo e di merito. Perché Fini ha finalmente il coraggio di dire quello che era ormai chiaro da almeno sei mesi. Da quando cioè, in quell'incredibile direzione del 22 aprile scorso, andò in onda in diretta su tutte le televisioni lo scontro "fisico" tra i due. E cioè che si sente ormai "altro" da questo Pdl, che il Cavaliere ha ridotto a "contorno del leader", a "coro di plaudenti" o a "popolo di sudditi". Ha fatto regredire a rozzo "partito del predellino", o a versione scadente di "Forza Italia allargata a qualche ex colonnello di An" pronto a servire qualunque generale.

Dunque, quando il leader di Futuro e Libertà dice che "il Pdl è morto il 29 luglio", con quell'atto autoritario di marca "staliniana" con il quale il co-fondatore è stato estromesso, non si limita a chiudere per sempre la breve stagione del Popolo delle Libertà. Fa molto di più. Il suo non è solo l'epitaffio conclusivo di un vecchio ciclo. Ma è anche l'atto fondativo di un nuovo corso. Non c'è ancora l'annuncio ufficiale della nascita del partito, che deve dare forma e sostanza a quello che per ora continua ad essere solo un gruppo parlamentare. Ma c'è già il manifesto di principi e di valori sul quale il nuovo partito sarà edificato. Un partito rigorosamente di destra, questo è chiaro. Pronto a rivendicare il suo Pantheon e a risalire all'Msi di Giorgio Almirante, che Fini non esita a celebrare. Pronto a dimenticare in fretta le tappe di uno "sdoganamento" repubblicano che avremmo voluto assai più sofferto, assai più autocritico. Ma un partito di destra pronto a saldare definitivamente il conto con Berlusconi, e a saldare direttamente la "rivolta di Mirabello" del 2010 con la "svolta di Fiuggi" del 1995. Come se il Cavaliere - in questi quindici anni di "traghettamento" dell'ex Movimento sociale, dalle "fogne" di un tempo alle alte cariche istituzionali di oggi - fosse stato una parentesi. Più o meno felice. Ma ormai chiusa per sempre.
Il presidente della Camera ha cercato in tutti i modi di non vestire i panni del Bruto, capace di accoltellare Cesare in nome di chissà quale congiura di Palazzo. "Né ribaltoni, né cambi di campo", quindi. Ed è stato attento anche a non offrire alibi al Cavaliere, né sulla fine anticipata della legislatura (che sarebbe "un fallimento per tutti noi") né sulla minaccia di elezioni anticipate (che è solo "avventurismo politico"). Non solo: il presidente della Camera ha offerto al premier un "patto di legislatura", per far fare a questo governo tutto quello che ha promesso in campagna elettorale e non è stato capace di garantire ai cittadini. Certo, in un quadro e in un equilibrio politico diverso, dove la maggioranza non poggia più su "un tavolo a due gambe di Berlusconi e Bossi", dove i parlamentari non sono in vendita "come i clienti della Standa" e dove le grandi riforme "in nome del bene comune si fanno anche coinvolgendo l'opposizione". Persino sulla giustizia il leader di F&L si è spinto a dare una sponda estrema al Cavaliere, non certo sul processo breve, ma su un provvedimento che ricalchi il Lodo Alfano e il legittimo impedimento, e gli garantisca "il diritto di governare" senza fare strage dei processi che interessano migliaia e migliaia di cittadini in attesa di giudizio.

Ma è chiaro che, al punto in cui siamo, queste offerte appaiono inutili. Improponibili per chi le formula, e irricevibili per chi le dovrebbe accogliere. Se è vero, come dice Fini, che il Pdl non c'è più, e che "non si rientra in una cosa che non c'è più", allora è ancora più vero che non c'è più neanche la maggioranza che ha vinto le elezioni il 13 aprile di due anni fa. Ancora una volta, la previsione più sensata l'aveva fatta quell'animale politico che risponde al nome di Bossi: "Fini romperà, e allora vedo grossi problemi per il governo: il Cavaliere sarà un premier dimezzato...". Il Senatur è stato fin troppo ottimista. Più che dimezzato, stavolta il presidente del Consiglio sembra finito. Ha di fronte a se soltanto una strada: aprire la crisi, e azzardare la richiesta di elezioni anticipate, che non dipendono da lui ma dalle regole della Costituzione e dalle prerogative del Capo dello Stato. E' un rischio mortale. Il "pifferaio di Arcore" ha smesso di ammaliare i finiani. E forse comincia a incantare un po' meno anche gli italiani.

(06 settembre 2010)

martedì 31 agosto 2010

Sviluppo economico, 4 mesi senza ministro mentre il Paese insegue la ripresa


di MASSIMO GIANNINI

C'È una vicenda esemplare che la politica, l'establishment e l'opinione pubblica continuano a sottovalutare. Fotografa la palude nella quale sta sprofondando il governo Berlusconi. Riflette l'irresponsabilità nella quale sta declinando il presidente del Consiglio. Questa vicenda si chiama ministero per lo Sviluppo Economico. Oggi sono 119 giorni. Sabato prossimo saranno 4 mesi esatti. Nell'anno più nero dell'industria italiana, nel cuore di una recessione di cui non si vede l'uscita, a tanto "ammonta" il vuoto di potere in quel dicastero, strategico per la tenuta del Sistema-Paese e per il sostegno delle imprese.

La sede è "vacante" da maggio. Da allora il premier esercita un'impalpabile e insostenibile "supplenza", in attesa di nominare il nuovo ministro. Attesa vana, consumata nel Palazzo tra annunci ambigui, tentativi grotteschi, promesse inevase. Attesa cara, pagata dall'Italia al prezzo di una crisi economica e occupazionale gravissima. Ci si chiede come sia possibile, in una grande democrazia industriale impegnata a fronteggiare la "tempesta perfetta" di questi ultimi due anni.

Eppure succede, nell´Italia berlusconiana di oggi, dove l´intera dimensione della politica economica si esaurisce nella tenda beduina di Gheddafi, nella pacca sulle spalle con Putin, nel verso del «cucù» ad Angela Merkel. Era il 4 maggio scorso, dunque, quando Claudio Scajola si dimise da ministro dello Sviluppo Economico in circostanze avventurose. Sui giornali rimbalzano da giorni i verbali delle procure, dai quali si evince senza ragionevoli dubbi che la «cricca» del G-8 - cioè quel micidiale sistema di potere imperniato intorno ad Anemone, Balducci e la Protezione Civile di Guido Bertolaso - ha pagato al ministro il prestigioso appartamento romano, vista Colosseo, nel quale risiede con la famiglia. In conferenza stampa, di fronte ai cronisti attoniti, l´autodifesa di Scajola è surreale: «Un ministro non può sospettare di abitare una casa pagata in parte da altri... Siccome considero la politica un´arte nobile, con la p maiuscola, per esercitarla bisogna avere le carte in regola e non avere sospetti... Mi devo difendere, e per difendermi non posso fare il ministro come ho fatto in questi due anni...». Quasi un caso di comicità involontaria. Il premier assume invece i toni gravi: «Scajola ha assunto una decisione sofferta e dolorosa, che conferma la sua sensibilità istituzionale e il suo senso dello Stato...». È un testacoda, nel quale il colpevole diventa vittima, il sospettato diventa colui che sospetta. La sera stessa Berlusconi va al Quirinale da Napolitano, e prende l´interim del dicastero. Rassicura il Capo dello Stato: «Presidente, dammi qualche giorno e tornerò da te con il nuovo ministro per il giuramento».

Mai promessa fu più bugiarda. Il presidente del Consiglio ci prova, ma a modo suo. Risultano agli atti almeno tre tentativi. Il primo è un sondaggio telefonico con Luca Cordero di Montezemolo, a metà maggio. Respinto al mittente: il presidente della Ferrari non lascia il suo team, e comunque ha ben altre ambizioni. Il secondo tentativo è di pochi giorni dopo. Il 27 maggio, all´assemblea annuale della Confindustria, il premier lancia un´«opa» su Emma Marcegaglia. Davanti ai duemila delegati confindustriali, sale sul palco e dice: «Volete voi che il nostro presidente di Confindustria affianchi il presidente del Consiglio al ministero dello Sviluppo Economico? Alzi la mano chi dice sì...». In una sala ammutolita, tra lo stupore e l´imbarazzo, cala il gelo. E il premier chiosa la sua gaffe: «Nessuno? Allora non potete lamentarvi di quei poveracci che sono al governo e che hanno ereditato un deficit pubblico che si è moltiplicato per otto...». Il terzo tentativo è di un mese dopo: a metà giugno, al termine di un incontro a Palazzo Chigi con le parti sociali, Gianni Letta «abborda» il leader della Cisl, Raffaele Bonanni: «Silvio mi chiede di dirti se saresti disposto a fare il ministro dello Sviluppo Economico...». La notizia non è il rifiuto di Bonanni. Quanto piuttosto la disinvoltura con la quale un importante incarico di governo, decisivo per gli assetti dell´economia, viene offerto indifferentemente a chiunque: un leader degli industriali o un dirigente sindacale.

Incassati i tre no, Berlusconi tira avanti come nulla fosse. Fa di peggio: non nomina un ministro necessario, ne nomina uno impossibile. Il 24 giugno porta al Quirinale non il successore di Scajola, ma Aldo Brancher, premiato «ad personam» all´Attuazione del federalismo, e nominato ministro solo per sfuggire a un processo penale, come nella migliore tradizione berlusconiana. Intanto crescono le tensioni sociali, e in parallelo le pressioni politiche. Dilagano le crisi della Glaxo, deflagrano le proteste dei minatori nel Sulcis, esplode il conflitto sulla Fiat di Pomigliano. In Parlamento piovono le interrogazioni parlamentari su un interim che, alla luce di quello che sta avvenendo nel Paese, sembra sempre più incomprensibile. Il 22 luglio i capigruppo dell´Idv al Senato, Donadi e Belisario, scrivono al presidente della Repubblica: «Intendiamo, con questa lettera aperta, portare alla Sua attenzione la nostra preoccupazione per questo delicatissimo dicastero, strategico per il rilancio dell´economia italiana...». L´iniziativa coglie nel segno. Il giorno dopo al Quirinale, durante la cerimonia del Ventaglio, Napolitano parla chiaro ai giornalisti, prima della pausa estiva: «L´istituzione governo non può ormai sottrarsi a decisioni dovute, come quella della nomina del titolare del ministero dello Sviluppo Economico e del presidente di un importante organo di sorveglianza come la Consob...». Nel frattempo, infatti, all´urgenza di sostituire Scajola si aggiunge quella di sostituire Lamberto Cardia, che il 28 giugno ha lasciato dopo 13 anni il vertice della Commissione di controllo sulle società e la Borsa. Altra posizione «apicale», che una grande nazione capitalista alle prese con fibrillazioni finanziarie e tracolli di mercato non dovrebbe permettersi di lasciare sguarnita.

L´appello del Capo dello Stato sembra raccolto. Lo stesso giorno, a Milano, al termine di un bilaterale con il presidente russo Putin, Berlusconi in conferenza stampa fa un annuncio impegnativo: «In questo periodo ho fatto qualche cambiamento importante nella struttura del ministero, ma ora posso annunciare che la prossima settimana procederemo alla nomina del nuovo ministro per lo Sviluppo Economico...». La notizia viene accolta da un sospiro di sollievo. Non solo sul Colle, ma anche in Parlamento e tra le parti sociali. Ma il sollievo svanisce presto. Il 4 agosto, nell´ultimo Consiglio dei ministri prima delle ferie, la nomina del nuovo ministro «non compare all´ordine del giorno». Il leader del Pd Bersani tuona: «È una vergogna». Fioccano nuove interrogazioni parlamentari. Trapela l´irritazione del Quirinale. Ma il premier tace. Non ha nulla da dire. Nella maggioranza parla solo Daniela Santanchè, con una frase memorabile: «Berlusconi all´interim sta facendo bene...». Da allora, più nulla. E adesso, alla ripresa di settembre, lo Sviluppo Economico rimane ancora «sede vacante».

Nel metodo, l´interim è un´anomalia per due ragioni. La prima ragione è che Berlusconi ci ha abituato a farne un uso smodato. Accadde il 5 gennaio 2002, quando lo assunse agli Esteri dopo le dimissioni di Renato Ruggiero in polemica sull´Europa. Accadde il 2 luglio 2004, quando lo assunse all´Economia dopo le dimissioni di Giulio Tremonti in seguito agli scontri con An e Udc. Accadde il 10 marzo 2006, quando lo assunse alla Sanità dopo le dimissioni di Francesco Storace travolto dal Laziogate. in totale, 471 giorni di interim in tre legislature. Troppi. La seconda ragione è che anche questo interim amplifica, ancora una volta, l´ennesimo conflitto di interessi di un presidente del Consiglio-proprietario di un impero mediatico che, nella sua veste di «ministro competente», deve decidere l´assegnazione delle frequenze televisive alle quali concorre anche Sky (principale concorrente di Mediaset sulla tv digitale) e deve firmare il contratto di servizio con la Rai (principale concorrente di Mediaset sulla tv generalista).

Nel merito, l´interim è un danno per il Paese. Mentre Berlusconi si occupa d'altro, la recessione non rallenta, semmai morde più a fondo nella carne viva degli italiani. Il premier-ministro non parla delle numerose crisi emerse, da Telecom alla Fiat di Pomigliano e Melfi. E non si occupa delle innumerevoli crisi sommerse. Secondo Movimprese, nel secondo trimestre di quest´anno (e dunque in piena coincidenza con l´interim) le aziende italiane che hanno portato i libri in tribunale per fallimento sono aumentate a 3.505, contro le 2.897 dello stesso periodo del 2009. E secondo un report diffuso dallo stesso dicastero dello Sviluppo Economico a metà agosto, i «tavoli» di crisi aziendale aperti presso il ministero, nei primi otto mesi dell´anno, sono passati da 100 a 170. Chi se ne occupa? «I posti di lavoro a rischio - si legge nel documento - sono circa 200 mila». Chi se ne fa carico? «Su 686 "Sistemi locali di lavoro" mappati a livello nazionale, 113 sono in "elevata crisi", 136 sono in "crisi medio-alta"». Chi li monitorizza? Sono domande senza risposta. L´unica cosa certa è che prima dell´estate (come «Repubblica» ha certificato) è cominciato un silenzioso smembramento del ministero. La manovra 2011 gli ha sottratto 900 milioni di fondi di dotazione. I fondi Ue e Fas sono stati trasferiti al ministro degli Affari regionali Raffaele Fitto. I circa 800 milioni di fondi per il turismo sono passati direttamente sotto la gestione di Michela Vittoria Brambilla. L´Istituto per la Promozione Industriale è stato soppresso. E il 24 giugno 150 imprenditori che avevano vinto il bando per le agevolazioni previste dal programma «Industria 2015» e non hanno visto un solo euro, hanno scritto una lettera al premier: «In queste condizioni è difficile realizzare gli obiettivi condivisi dal ministero».

Non hanno avuto né soldi né risposte. La poltrona dello Sviluppo Economico è mestamente vuota. Da 119 giorni. Quella della Consob lo è altrettanto, da 64 giorni. Ma non importa. «La nave va», avrebbe detto uno dei più famosi «maestri» del Cavaliere. Giusto pochi mesi prima di sfasciarsi sugli scogli.

(31 agosto 2010)