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domenica 6 marzo 2011

Berlusconi e Gheddafi Il carisma grottesco


FRANCO CORDERO

CAMBIA spesso idea B., anche più volte al giorno, secondo gl'impulsi. Non ha l'aria del pensatore: il suo forte sta nei riflessi innescati da appetiti senza fondo; l'età li affievolisce (i riflessi, non l'appetito) ma restano aspetti temibili d'animale potente (caimano nella varietà "crocolidus ridens"). Era atto impulsivo la telefonata alla questura i cui sèguiti gli costano cari. In politica estera e presumibili affari occulti coltiva liaisons dangereuses (bel titolo d'un articolo d'A. Stille, qui, 25 febbraio). Lo sapevamo intimo del colonnello Gheddafi, tanto da compromettersi quando costui ordina il fuoco sui dissidenti: "Non volevo disturbarlo"; sotto pressioni europee e Usa, biasima i modi violenti ma ventila pericoli se gl'insorti prevalessero.

L'argomento va studiato perché emergono affinità personali, nella profonda diversità dei sistemi, efferata dittatura e Stato democratico. Sono ricchi da scoppiare, sulla pelle dei rispettivi sudditi, l'africano forse più del milanese, i cui ventimila milioni d'euro vantati illo tempore nessuno sa quanti siano ora, tanto invisibile è la mappa degl'investimenti nel groviglio societario tra le mura o fuori. In regime autocratico gli affari vengono facili: e lì stava meglio il colonnello, padrone effettivo del Paese; Re Lanterna aspira al dominio pieno ma tribola nelle ultime pastoie del rispettabile ordinamento che vuol seppellire. Ogni tanto ringhia d'avere poco potere: adopera governo e Camere come chi, pagando un personale domestico, lo esiga pronto ai comandi; detesta i tribunali perché non hanno padrone, e siccome la Carta impone dei limiti, vuol rifarsela. Entrambi usano mercenari. Il libico ingaggia sgherri che incutano paura, bastonino, sparino. L'italiano compra
animule vagabonde: s'era allevato "un popolo" nell'ipnosi televisiva; scelti secondo modelli servili, gli adepti ubbidiscono senza battere ciglio; tolto lui, al quale devono tanto o addirittura tutto, chi li degnerebbe? Non che lo seguano all'inferno, se vi è destinato: al penultimo passo salteranno dal carro ma fino ad allora sarà una gara rissosa; le corti berlusconiane ricordano l'Opera da tre soldi più che Versailles narrata da Saint-Simon, dove eleganze formali temperano mutui odi.

L'analisi clinica coglie aspetti comuni:
sono megalomani, narcisi, refrattari alla vergogna, sopraffattori, insensibili al ridicolo; il meno perdonabile è l'italiano, in conflitto stridente con modelli estetico-morali ancora normativi, sebbene trent'anni d'una sguaiata diseducazione quotidiana li abbiano affiochiti. Mantengono degli harem. Tra i due l'autorevole era l'ombroso beduino, forse perché più ricco, seduto sui pozzi petroliferi ed egualmente abile nel moltiplicare i soldi. Ricevendolo qui, mancava poco che l'italiano s'inginocchiasse: l'abbiamo visto baciargli l'anello; inscenava caroselli; offriva i parchi affinché l'altro vi piantasse le tende, né l'ospite lesinava gesti d'un simbolismo provocatorio (ad esempio, indottrinare nel suo catechismo duecento figliole pagate a giornata). Due monarchi dal carisma grottesco, simili anche nell'arnese verbale, quando invertono il senso delle parole. L'impennacchiato dittatore definisce "farsa" l'insurrezione sotto cui barcolla: degl'invidiosi ordivano incantesimi; al Qaeda guida la rivolta; gl'insorti sono drogati; Bin Laden inquina l'acqua e lo yogurt. In retorica altrettanto colta, Dominus Berlusco telefona ai promotori della libertà, istruiti dall'amazzone ministra Michela Vittoria Brambilla: eventi d'alta tensione mistica; i fedeli ascoltano guardando l'icona (una gigantografia anni Settanta); dei notabili annuiscono; qualcuno simula l'estasi; e Lui racconta come siano "farsa" i processi che gl'intentano eversori in toga cospiranti al colpo di Stato, mentre la Consulta complice, infetta d'ideologia sinistroide, "abroga" leggi virtuose; nomenclatura rudimentale (pardon, "rudi-" è quasi un calembour) ma i devoti bevono. È documento antropologico il film d'un sabba milanese in corso Porta Vittoria contro chiunque osi toccarlo. Tutt'e due vogliono essere amati. G. minaccia lo sterminio, nel senso fisico, e l'attua, dichiarando immeritevole della vita chi non l'ama. L'immagine arriva sugli schermi venerdì 25 febbraio. Poi appare l'Olonese, applaudito dagli ufficiali carabinieri nell'aula magna: sarebbe uno dei loro, confida, se i casi della vita non l'avessero condotto altrove; nella recita seguente sorride a piene ganasce richiamando i temi d'un pericoloso processo (buonumore esorcistico); restano dubbi su chi sia il migliore possibile premier? L'indomani in tre uscite pubbliche volta le spalle al cugino perdente, condanna l'insegnamento pubblico, difende i buoni costumi. Infine, invita tutti al rito sessuale libico: niente d'hard, beninteso; "ballare, ridere, bere qualcosa"; erompono ilari correnti d'empatia; gl'intenditori non stanno nella pelle.

Veniamo all'aspetto più allarmante
: nessuno dei due contempla l'idea d'andarsene, sebbene in politica sia evento naturalissimo; Agostino Depretis va e viene otto volte in undici anni; Giolitti s'è dimesso cinque volte spontaneamente, ma erano statisti, ossia servitori dello Stato, mentre l'affarista barzellettiere lo occupa piantandovi le tende, come Gheddafi a Villa Pamphilj. Naturale che difendano l'insegna autocratica. Se qualcuno domanda chi sia più rimovibile, rispondiamo: Sua Maestà beduina; l'ambrosiano ha invaso Palazzo Chigi sull'onda delle sue televisioni perché doveva salvarsi; va gonfiandosi ogni giorno e non può desistere; attore d'un barbaro sacco, deve continuarlo o rendere i conti. Non esistono precedenti italiani d'una simile coazione a regnare. Sfiduciato dal Gran Consiglio domenica notte 25 luglio 1943, dopo vent'anni, otto mesi, ventisei giorni, Mussolini restituisce mansueto i poteri al re, che l'ha proditoriamente arrestato nell'allora Villa Savoia: dipendesse da lui, non vi sarebbe la commedia macabra repubblichina; Hitler è deluso, vistolo così remissivo, e gli squadristi schiumano. Uomo politico, capiva che il ciclo fosse chiuso. L'attuale successore ha idee banditesche della res publica. Qui finiscono le similitudini. Gheddafi massacra i rivoltosi. L'omologo italiano non torce un capello ai dissidenti: siamo in Italia e l'Italia è ancora Europa, ma la difesa del bottino configura una patologia su cui c'è poco da ridere; converrà definirla.

(06 marzo 2011)

giovedì 12 novembre 2009

Coazione a ripetere


di FRANCO CORDERO


Il patologo chiama "magnifiche" cose brutte e penose. Esiste una patologia delle norme, le cui meraviglie fanno storia nell'età berlusconiana, formalmente databile dal marzo 2001 ma l'embrione sta nei lavori della famigerata Bicamerale, in pieno centrosinistra, quando pensatori d'ambo le parti ripresentano idee annotate dal Venerabile Licio Gelli nel "Piano" d'una "rinascita democratica" (tardi anni Settanta). Le ultime notizie forniscono un reperto.

L'altra mattina, martedì 10 novembre, il miglior capo del governo negli ultimi 150 anni, così autodefinitosi, visita il presidente della Camera bassa. Conversano, anzi discutono quasi due ore con punte calde perché sono antagonisti: uno è demiurgo (con le televisioni s'era allevato "un popolo") e trasforma l'Italia su modello autocratico ignoto alla cultura politica europea (esclusi i 12 anni del Terzo Reich, mentre cadono nel conto i 23 dell'era fascista, nella quale bene o male sopravvivono residui d'una legalità statutaria, vedi l'epilogo 25 luglio 1943); l'altro, dicono, difende i resti della legalità. Frasi forti hinc inde. Perso lo scudo immunitario, B. vuol liberarsi dei giudizi pendenti: chiedeva il taglio d'un quarto alla prescrizione penale (già accorciata nel suo secondo gabinetto), più il cosiddetto "processo breve"; F. gli accorda solo quest'ultimo, irremovibile perché la prescrizione corta sarebbe un'amnistia mascherata, dannosa agl'italiani; persuaso dall'onnipresente ciambellano, B. incassa la metà del richiesto ed esce digrignando i denti. Salvo coups de main in aula, resta intatto il minimo legalitario. Così intendono l'esito alcune glosse. Tale linea parrebbe "riservatamente" condivisa dal "Quirinale" (F. Verderami, "Corriere della Sera", 11 novembre).

Viene in mente una formula del lessico psicoanalitico, "coazione a ripetere": il coatto ripete gesti i cui effetti pativa, convinto d'agire in situazioni nuove; o ha addirittura dimenticato quella d'allora. Fenomeni simili non sono spiegabili nella solita chiave (l'appagamento d'un desiderio inconscio), nota Freud, rilevando l'aspetto "demonico" delle relative pulsioni. Qualcosa d'analogo connota le fobie berlusconiane e quanti vi restano coinvolti. Abbiamo sotto gli occhi tre precedenti in sei anni scarsi: avendo due Camere ubbidienti, s'affattura un lodo d'immunità e la Consulta lo dichiara invalido, 20 gennaio 2004 n. 24; subisce la stessa sorte la l. 20 febbraio 2006 che aboliva l'appello del pubblico ministero, scomodo in una sua congiuntura (Corte cost. 6 febbraio 2007 n. 26); e poche settimane fa quel lodo, riacconciato, riaffonda.

La stessa sorte attende l'ultimo capolavoro dei pasticheurs, sfortunati ma se lo vogliono: il diritto ha una logica refrattaria all'imbroglio; stentano a capirlo, mentre l'ha capito l'augusto committente, infatti vuol rifondare l'intero sistema secondo massime temporibus illis vigenti nell'isola pirata Tortuga.

Vediamo i termini della questione. Non è lodevole che i processi durino in media sette anni. Le cause sono presto dette: mancano i mezzi (persone, case, macchine, denaro); e garantismi talvolta criminofili hanno sviluppato procedure labirintiche dove trovano gioco facile tecniche difensive del perditempo, vedi i famosi processi milanesi durati una decade e passa, perché lo volevano gl'interessati. Tra le idee covate dal pensatoio forzaitaliota scegliamone una: che il giudice debba acquisire quante prove le difese chiedono, fuori d'ogni filtro d'economia, pena l'annullamento della decisione emessa su materiali incompleti (secondo l'assunto difensivo); dibattimenti simili durano finché i perditempo vogliano (avevano indicato come testimoni 1500 magistrati del distretto romano, il cui esame, condotto da escussori ostruzionisti, Dio sa quanti anni riempirebbe, né hanno limiti gli estrosi quesiti peritali). Strategia costosa, non praticabile dai poveri diavoli: infatti, nasce una procedura classista; raccontava d'avere speso £. 500 miliardi in avvocati (F. Verderami, "Corriere della Sera", 30 aprile 2004).

Ora, la durata anomala richiede rimedi. Ovvio quali siano: adeguati mezzi; e regole d'un fair play accusatorio alieno dalle furberie (cresciute rigogliosamente nel malcostume inquisitoriale). Il rimedio escogitato dagl'innovatori è sbalorditivo: impongono un massimo dei sei anni; scaduti i termini, qualunque fosse l'accusa e comunque suonino le prove nonché eventuali sentenze, il processo svanisce, chiuso dal non doversi procedere, come quando risulta un reato perseguibile a querela e quest'ultima manchi. Bella soluzione, pulita e ingegnosa. L'equivalente medico sarebbe lo sterminio eutanasico dei malati che non guariscano nei tempi prestabiliti. Discorso delirante. Tra persone assennate, l'antidoto ai giudizi lunghi non è la mannaia ma un contesto meno deficitario.

Ecco dove viene utile la formula "coazione a ripetere". I cervelloni seminano una quarta débâcle davanti alla Corte, violando ancora quel maledetto art. 3. I profili sono multipli. Cominciamo dalla norma transitoria pro divo Berluscone: la lex superveniens vale anche nei procedimenti in corso, contro gl'incensurati, purché pendano nel primo grado; due limiti manifestamente incompatibili col predetto canone. Perché diavolo escludere i gradi ulteriori e gl'imputati nel cui record figuri un precedente magari minuscolo? Ma quando anche la novità valesse solo nei procedimenti futuri (ipotesi assurda: tutti sanno chi sia il beneficiario; gli altri vadano al diavolo), la disparità emerge dai numeri: rebus sic stantibus, il termine sarebbe rispettato in sei casi su sette; e niente giustifica la fortuna del settimo. Prendiamo Freud alla lettera: dev'esserci del demonico nella pulsione a ripetere; abbia, anzi avesse o no speso 500 miliardi in vecchie lire (se è vero, gli pesano perché ha l'aria dello spenditore parsimonioso), sèguita a battere la testa in quell'articolo.

(12 novembre 2009)

martedì 13 gennaio 2009

La grammatica violata


LA REPUBBLICA
di FRANCO CORDERO

BENEDETTO Croce, coltissimo e ricco signore con largo ascendente nella cultura novecentesca, aveva manifestato qualche vaga simpatia al fascismo emergente, castigatore delle mattane sovversive, ma cambia avviso vedendo come il castigamatti s'impadronisca dello Stato, in barba all'etica liberale.

Da allora impersona un implicito dissenso, rispettato dagli occupanti perché ogni soperchieria sul papa dell'idealismo italiano guasterebbe l'immagine fascista; Mussolini non è Hitler. I numeri bimestrali della "Critica" hanno devoti lettori, bollettino d'una sommessa opposizione. Privatamente circolano battute spiritose. Sentiamone una, cosa sia il regime mussoliniano: un governo degli asini "temperato dalla corruzione". Era formidabile conversatore, spesso feroce, ad esempio nell'arrotare un ex pupillo rumoroso e rampante diagnosticandogli "priapismo dell'Io". Varrà la pena spiegare in qual senso sia peggiore l'attuale governo onagrocratico (dal latino "onager", asino selvatico). Qui notiamo come la natura asinina sfolgori nel protocollo d'intesa 26 novembre 2008: i partner sono due ministri; lo scassasigilli era segretario particolare del sire d'Arcore, padrone d'Italia nei prossimi 12 o 17 anni se gli spiriti animali gli durano; l'altro, ministro innovatore dalle frequenti epifanie, ha appena annunciato che domerà gli statali col bastone e la carota. I due s'intendono sul seguente disegno: allestire una memoria informatica universale dove confluiscano tutti gli atti compiuti dalla polizia giudiziaria (il grosso delle indagini preliminari); e la covi il ministro, eventualmente mediante appalti esterni (in lessico tecnicoide outsourcing); why not? (logo d'un allegro affarismo), l'affidi a imprenditori della galassia Mediaset, visti i luminosi precedenti Telecom.

Il lettore domanda perché definiamo asinina un'idea sinistra (tra Gestapo e Millenovecentottantaquattro, l'incubo narrato da George Orwell): l'asino è animale mite; vero, ma ignorante e luoghi comuni probabilmente falsi lo dicono poco intelligente. Qui sta l'aspetto onagrocratico, e tutto sommato benefico, svela piani che menti più sottili dissimulano. Sappiamo dove miri Re Lanterna, tre volte vittorioso nella fiera elettorale grazie all'ordigno televisivo che consorterie tarate gli hanno venduto: pretende nello Stato un dominio quale esercitava nell'impero privato (e presumibilmente lo esercita, essendo piuttosto anomala la metamorfosi dei vecchi pirati in asceti); i limiti normativi gli ripugnano; caudatari in divisa o pseudoneutrali chiamano "decisioni" gesti padronali nemmeno pensabili in chiave politica. Gli sta a pennello la definizione crociana (priapismo dell'Io), con una terribile differenza in peius: quel letterato era persona d'intelletto fine, narciso inoffensivo, acuto patologo del fascismo; lui no, ha plagiato parte d'Italia e vuol comandarla tutta, attraverso l'abbassamento dei livelli mentali.

Appena rimesso piede al governo, s'è proclamato immune dai processi penali, quindi invulnerabile su ogni episodio passato o futuro, qualunque sia il nomen delicti; i suoi piani escludono futuri rendiconti elettorali pericolosi, ma l'organismo collettivo ha ancora difese immunitarie (Carta, leggi, codici, tribunali, magistratura); e volendole disarmare, blatera d'una giustizia da riformare, l'ultima cosa della quale occuparsi mentre il paese va in malora, affogato nella crisi planetaria, e lui s'ingrassa. Aborre l'azione penale obbligatoria e il pubblico ministero indipendente: lo vuole diretto dal governo; il che significherebbe impunità pro se et suis, con duri colpi all'avversario molesto. Tale l'obiettivo ma l'idea è cruda: gliela contestano anche degli alleati; e i negromanti indicano una via indiretta, meno vistosa, lasciare intatto l'ufficio requirente, affidando le indagini alla polizia, diretta dal potere esecutivo.

Quante volte l'ha detto: diventerà avvocato dell'accusa, ridotto alla performance verbale o grafica; cervelli polizieschi investigano e la relativa mano raccoglie le prove (sotto l'occhio governativo). A quel punto sarà innocua la bestia nera. Il tutto sine strepitu: due o tre ritocchi appena visibili; se vi osta l'art. 109 Cost. ("l'autorità giudiziaria dispone direttamente" dell'omonima polizia), basta toglierselo dai piedi; l'art. 138 ammette delle revisioni; nelle due Camere se la combina quando vuole, avendo i numeri; e poco male fosse richiesto un referendum confermativo. Nessuno gli resiste nelle tempeste mediatiche. Con tre reti televisive vola sulla luna.

Riconsideriamo l'aspetto asinino. Il protocollo 26 novembre 2008 grida quel che Talleyrand e Fouché, molto più fini, terrebbero sub rosa, e lo fa in termini grossolani, ignari dell'elementare grammatica legale. Non è materia disponibile mediante circolari o intese ministeriali. La regolano norme codificate: la documentazione degli atti d'indagine avviene in date forme (art. 373); e sono coperti dal segreto finché "l'imputato non ne possa avere conoscenza" (art. 329); e la polizia deve spogliarsi dei verbali, reperti, notitiae criminis, trasmettendoli al pubblico ministero (art. 357). Secondo le attuali regole, i due confabulanti esigono dei delitti dalla polizia (artt. 326, 379-bis, 621 c. p.). E chi escogita questo serbatoio penale, violabile dagli hackers ma comodo in mano al ministro e servizi segreti? I campioni della privacy, furenti quando, straparlando al telefono, finiscono nella memoria acustica corruttori, corrotti, concussori, pirati societari e simili faune.

(13 gennaio 2009)