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venerdì 16 dicembre 2011

"Le lobby non ci fermeranno a gennaio ripresentiamo tutto"



di CLAUDIO TITO
ROMA - "Arrabbiato? Certo che sono amareggiato. La forza delle lobby in Parlamento è ancora potente. Io vengo dall'Antitrust, Monti è stato commissario europeo per la concorrenza. Vuole che non siamo delusi? Lo siamo, ma non ci arrenderemo". Il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà, non ci è rimasto affatto bene dopo la pesante retromarcia imposta dal Parlamento sul terreno delle liberalizzazioni. Soprattutto il passo indietro sui farmaci di fascia C rappresenta un colpo all'esecutivo. Ad una squadra che considera la concorrenza e le aperture dei mercati un "segno distintivo" della sua attività. Per questo "non ci fermiamo". Promette battaglia e avverte: "Batteremo le lobby e da gennaio andremo avanti. Non intendiamo più fare brutte figure. Ripresenteremo tutto".

Nello studio che per tanti anni è stato di
Gianni Letta, il nuovo sottosegretario non ha cambiato nulla nell'arredamento. Ad accezione di alcune foto di famiglia. "Sa, su queste cose è inutile spendere. Vogliamo risparmiare e comunque, noi tecnici siamo di passaggio. Nel 2013 torneremo ai nostri lavori. Io non ho portato nemmeno i miei libri". Sulla scrivania, però, ne campeggia uno. È messo lì in bella vista. Settanta pagine scritte l'anno scorso proprio da Catricalà e che fino a un mese fa erano un tabù a Palazzo Chigi. Un atto di accusa contro caste e corporazioni dal titolo che adesso sembra un presagio: "Zavorre d'Italia". La prima pagina del libro si apre con una frase di Friedrich Von Hayek, premio Nobel per l'economia nel 1974, che sembra fatta su misura per descrivere quello che è successo mercoledì alla Camera: "La competizione è il terrore di tutti i conservatori di destra, di centro e di sinistra. Uno dei tratti fondamentali dell'atteggiamento conservatore è il timore del cambiamento". "Del resto - si sfoga il sottosegretario - le lobby sono forti e in questo caso sono state anche aiutate dalla disattenzione di alcuni parlamentari. Una vicenda che ci ha fatto riflettere".

In effetti lei era presidente dell'Antitrust, Monti commissario europeo alla concorrenza, e siete stati battuti proprio nel vostro campo.

"Ed è una cosa che ci fa star male. Però alcune liberalizzazioni le abbiamo fatte. I servizi pubblici locali, ad esempio. L'Antitrust potrà impugnare i cosiddetti servizi "in house" (gestiti direttamente dagli enti locali). Ma abbiamo proceduto pure per i porti, gli aeroporti e le autostrade. Per le banche e le assicurazioni cadrà quel flusso informativo che non permetteva la concorrenza. Per gli ordini professionali abbiamo facilitato l'accesso bloccando l'abilitazione a 18 mesi e sei si possono compiere nell'ultimo periodo di laurea. Insomma ci sono stati passi avanti importanti".
Però anche dei passi indietro su questioni che venivano considerate da molti una bandiera.
"Sono stati oscurati dall'insuccesso sui farmaci di fascia C. È vero, si tratta di un vulnus alla coerenza del nostro intervento. Non c'è dubbio. Sono le famiglie ad essere danneggiate, il prezzo dei medicinali così non potrà calare. Ma questo vulnus, che ci fa star male, non sarà permanente. Noi abbiamo il dovere di fare una legge annuale sulla concorrenza e tutto ciò che non è stato possibile approvare ora, lo porremo presto all'attenzione dei partiti e dell'opinione pubblica".

Scusi, ma il presidente Monti che a Bruxelles ha sconfitto addirittura Bill Gates, qui si è fatto fermare dal RadioTaxi.
"Sui taxi, però, fin dall'inizio avevamo ritenuto che dovessero essere regolamentati da una Authority ad hoc. Non ci poteva essere una liberalizzazione immediata e in Parlamento ci si è limitati a chiarire questo aspetto".

Eppure il vostro è un esecutivo di tecnici. Avete il vantaggio di non dovervi candidare alle elezioni. Non potevate fare di più?
"Siamo tecnici ma vogliamo rispettare il Parlamento. Sappiamo che non avendo il vincolo elettorale, possiamo fare più di altri. Non rispondiamo alle lobby e siamo svincolati dai partiti, ma non dalle Camere. Le brutte figure, però, non vogliamo farle più".

Ma lei si aspettava tanta resistenza?
"Sì, so che è difficile ammorbidire le lobby. Per le farmacie si sono dimostrare molto forti. Ho dovuto cedere qualche centimetro al perimetro chilometrico delle loro esclusive. Ma so che nessun privilegio cade al primo colpo. Certe cose, poi, sono radicate nella convinzione politica di molti parlamentari".

Scusi, la soluzione l'altro ieri poteva essere semplice: il governo avrebbe potuto esprimere parere contrario a quell'emendamento?
"Lo stavamo per fare ma nella concitazione del momento non ci siamo riusciti. Anche nella maggioranza, molti si sono accorti dell'emendamento all'ultimo momento. Comunque, probabilmente anche con il nostro parere contrario, sarebbe passato ugualmente".

Quella modifica è stata opera del Pdl.
"So solo che Monti e io ci siamo resi conto di quell'emendamento in una fase avanzata e mentre si discuteva sulla remunerazione dei manager pubblici. Una norma, quello dello stipendio aumentato del 25% che - vorrei precisare per evitare spiacevoli equivoci - si applica solo ai manager e ai dirigenti, non ai ministri e ai sottosegretari. I quali continuano a percepire lo stipendio fissato dalla legge e che fa riferimento all'indennità dei parlamentari. Insomma, nessuno di noi si è alzato lo stipendio. Sui farmaci, comunque, anche il presidente del consiglio che solitamente non mostra i suoi sentimenti, mi è sembrato piuttosto seccato".

Non teme che i centri di pressione vi possano bloccare ancora?
"La forza delle lobby dipende dalla vicinanza ai portatori di privilegi e non dalla tutela fornita dall'intero Parlamento. Alla fine prevarrà la logica di togliere le rendite di posizione per favorire tutti i cittadini. Il difficile è convincere che un sacrificio di pochi può diventare un beneficio di tutti".

Anche sulle Autostrade avete subito uno stop?
"Nascerà - entro fine anno - un'Agenzia che vigilerà e regolamenterà il settore. Abbiamo ritenuto di non dover turbare la nascita di questo nuovo organismo. Viviamo una fase di work in progress. Dobbiamo pur sempre tenere presente che siamo qui da un mese".

La cancellazione del divieto per le banche di vendere le coperture assicurative abbinate ai prestiti e ai mutui, non è stata però letta come una fase dei "lavori in corso".
"Ma non era una proposta del governo. Ci torneremo quando affronteremo la legge sulla concorrenza. Ma in quel settore ci sono altri aspetti che semmai destano qualche preoccupazione. Quell'1,5% fissato come tetto massimo di commissione per le carte di credito rischia di trasformarsi nella soglia cui tutti si adegueranno. È una questione che va risolta".

E il governo quando riproporrà concretamente le questioni non risolte?
"A gennaio, nella legge per la concorrenza faremo tutto quello che ci sarà consentito. Interverremo sulle farmacie e sul commercio. I taxi verranno liberalizzati dall'Authority per i Trasporti che, sempre gennaio, attende solo il varo di un regolamento per ufficializzare la nascita. Il punto è che troppi lacci e troppe leggi bloccano il mercato".

Ad esempio?
"I vincoli regionali e comunali. Ma lo sa che se lei volesse aprire una palestra a Roma dovrebbe fare riferimento a sei leggi regionali. Ci metterebbe un anno per fare tutto".

Interverrete anche sugli ordini professionali?
"Se ne sta occupando il ministro Severino. Farà un tavolo per tutti. Il problema lì resta la tariffa minima. Esistono ancora dei riferimenti legali e vanno tolti".
(16 dicembre 2011)

martedì 15 novembre 2011

Il rischio che nasca il governo di nessuno


di CLAUDIO TITO

"La verità è che qualcuno ancora spera nelle elezioni in primavera". La riflessione che Pier Ferdinando Casini ha fatto ieri nell'incontro con Mario Monti e successivamente con gli esponenti del Terzo Polo, illustra bene l'impasse che blocca il governo del neosenatore a vita. L'incarico che domenica sera Napolitano ha affidato all'ex commissario europeo si sta rivelando infatti molto più complicato del previsto.

Non solo i tempi per la formazione dell'esecutivo si stanno allungando, ma la qualità del sostegno che i due principali partiti del Paese - Pdl e Pd - intendono fornire, si presenta assai scadente. Il no alla presenza di ministri politici, al di là della robustezza della squadra "montiana", rischia di mettere in discussione la nascita della nuova compagine. Un pericolo di cui si è ben reso conto il Professore che chiede un "convinto sostegno" al suo sforzo. Nella consapevolezza che il suo potrebbe presto rivelarsi il "governo di nessuno". Senza "padrini" ma anche senza "difensori", in balia di un Parlamento che storicamente non ha mai apprezzato i "tecnici". Il presidente del consiglio incaricato sa che se Pdl e Pd continuano a prendere le distanze, il suo sforzo può presto incagliarsi tra i veti dei partiti. Il suo orizzonte temporale si ridurrebbe drasticamente e nel giro di poco tempo potrebbe essere costretto a fare i conti con le Camere "vietnamizzate". Molti infatti già pongono un interrogativo a Monti: come può un "tecnico" superare lo scoglio delle commissioni Bilancio composte da parlamentari abituati a tutto? Come può far digerire la prossima manovra economica?

Interrogativi che sono ben noti al Quirinale che infatti sta tentando un'ultima mediazione per garantire un percorso sminato. Napolitano sa bene che senza una concreta copertura politica, lo spettro del voto ad aprile o maggio può improvvisamente materializzarsi. Sta di fatto che le ritrosie del
Popolo delle libertà e il veto dei Democratici si sostengono vicendevolmente e sicuramente sono in grado di limitare il raggio di azione temporale di Monti. Del resto, sebbene Berlusconi sia ormai pronto ad avallare l'eventuale nomina di Gianni Letta, molti nel suo partito non fanno nulla per nascondere l'obiettivo del voto anticipato. Così come il "niet" di Bersani - sebbene non sia condiviso da tutti i democratici - sembra denunciare la volontà di usare il gabinetto Monti soprattutto per chiudere la stagione berlusconiana e quindi tornare davanti agli elettori. E il Colle sta seguendo con irritazione il gioco dei veti incrociati.

Eppure, al di là delle consultazioni insolitamente lunghe con gruppi parlamentari dal peso politico decisamente esiguo, il premier incaricato si sta facendo carico di un'emergenza senza precedenti per il Paese. Ieri lo spread con i bund tedeschi è tornato a salire e lo stesso Monti ha lanciato un monito drammatico ai "consultati": "Abbiamo due mesi per salvarci". Il giudizio che oggi daranno i mercati alle indecisioni della politica saranno allora determinanti. Un'impennata dei tassi dei nostri titoli di Stato potrebbe assestare l'ultimo scossone alle timidezze di Pd e Pdl. Come le fibrillazioni sulle quotazioni dei Bot hanno di fatto determinato la caduta di Berlusconi, così potrebbero imporre una nuova svolta bocciando la credibilità di una squadra senza politici. In quel caso l'ipotesi di blindare l'esecutivo con una significativa rappresentanza proveniente dai partiti si ripresenterebbe prepotentemente. A quel punto la richiesta del senatore a vita di vedere al suo fianco Gianni Letta, Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini o in alternativa di immaginare un tandem Amato-Letta tornerebbe sotto esame. Ma di certo, Monti e Napolitano hanno l'esigenza di chiudere la partita in tempi brevissimi. Nessuno può sfidare troppo a lungo i mercati.

(15 novembre 2011)

martedì 8 novembre 2011

Berlusconi abbandonato anche da Letta e Bossi


di CLAUDIO TITO

"STAI COMMETTENDO un errore. Se vai avanti così, nessuno ti può aiutare. Nemmeno noi. Nessuno può garantirti più i numeri alla Camera". Se a parlare così è un uomo prudente e soprattutto leale nei confronti di Berlusconi come Gianni Letta, allora è davvero inspiegabile l'ostinazione con cui il Cavaliere sta insistendo per la sua strada contro tutto e tutti. Il premier sembra ormai incosciente, quasi in trance. Incapace di capire cosa gli capita attorno e di cogliere i segnali che quotidianamente la Ue e i mercati finanziari gli spediscono con crescente allarme.

Il Pdl - quella che doveva essere la sua creatura e il suo lascito alla politica - ha sostanzialmente alzato le braccia dinanzi alla sua cocciutaggine. Nel bunker di Via dell'Umiltà, persino gli uomini più fedeli non fanno più nulla per evitare la resa dei conti in Parlamento. Come se ognuno volesse scrollarsi di dosso la responsabilità di una sconfitta probabile e liberarsi dal peso di una scelta irresponsabile.

Del resto, il capo del governo ormai agisce in solitudine. Prima ha concordato con lo stato maggiore del suo partito un'uscita di scena, poi ha improvvisamente cambiato idea. E lo ha fatto dopo aver incontrato i suoi figli e il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri. In un pranzo - presente anche l'avvocato-deputato Nicolò Ghedini - in cui si è discusso se fosse più conveniente per le aziende dimettersi o andare avanti. Una circostanza che ha fatto infuriare buona parte del Popolo delle libertà. I ministri più giovani, infatti, sanno che solo se il governo evita un formale voto di sfiducia, possono tenere in vita il centrodestra e giocarsi le proprie carte per il futuro. Ma anche la Lega di Bossi ormai ha deciso di rompere il patto con il Cavaliere.

Ieri il premier aveva pensato persino di porre la fiducia oggi sul Rendiconto generale dello Stato. Una mossa stoppata proprio dal Senatur che non è più in grado di assecondare il capo del governo. I sondaggi in caduta libera impongono una svolta pure al carroccio. E con ogni probabilità se sul Bilancio dello Stato le astensioni saranno più dei voti favorevoli, la Lega potrebbe annunciare lo strappo finale. Il "no" del premier a passare il testimone ad Alfano e Maroni, del resto, è stata l'ultima offerta del Senatur. "Non voglio bruciare Angelino", ha detto Berlusconi a Calderoli. Una risposta che è stata interpretata come una semplice e inaccettabile scusa.

Ma al di là del disorientamento che accompagna tutte le scelte del centrodestra, a Palazzo Chigi continuano a ignorare i messaggi dei mercati. Ieri lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi ha toccato un nuovo record. Per poi scendere dopo le voci sulle sue dimissioni. Un segnale inequivocabile. Che, se associato al commissariamento di fatto da parte dell'Ue e del Fondo Monetario internazionale, rappresenta un'indicazione chiara di quello che gli analisti finanziari, i grandi fondi di investimento e i soprattutto i Paesi stranieri che mantengono un'ampia esposizione con titoli di stato italiano, si aspettano nei prossimi giorni.

Se la politica nostrana scommette sulle elezioni anticipate, gli interlocutori esterni sembrano spingere per un esecutivo "tecnico". Un governo guidato da un personaggio come Mario Monti o come Giuliano Amato (che sta conquistando posizioni anche ai piani alti delle nostri Istituzioni) nella consapevolezza che solo un assetto di questo tipo può garantire una riduzione del debito pubblico con misure anche impopolari. Per questo le forze più responsabili del centrodestra e del centrosinistra si affannano a indicare soluzioni "tecniche". O miste, come sta facendo l'Udc con il "ticket" Monti-Letta.

Ma per ora, di fronte alla paralisi del centrodestra e alla cocciutaggine del Cavaliere, l'unica strada è quella dello
scontro frontale. Se oggi, però, le astensioni sul Rendiconto saranno superiori ai voti favorevoli, tutto cambierà. Il Quirinale dovrà prendere atto che la maggioranza in Parlamento non c'è più e quindi decidere la strada da intraprendere. Sapendo che la spinta verso le elezioni viene in primo luogo dal Cavaliere e quella per un esecutivo di transizione è esercitata da chi considera un'emergenza il salvataggio economico del Paese.

(08 novembre 2011)

mercoledì 2 novembre 2011

Le consultazioni informali del Colle si valuta la tenuta del Cavaliere


di CLAUDIO TITO

L'EURO boccheggia. Ieri è stata una giornale terribile, segnata dai crolli delle Borse, dall'asfissia delle banche, dall'implosione dei titoli pubblici, dall'allargarsi del divario, in Europa, fra Paesi forti e deboli, da dubbi sempre più diffusi sulla sopravvivenza della moneta comune. Giorgio Napolitano scende in campo. La crisi economica stringe in una tenaglia il nostro Paese e la situazione politica non offre tutte le garanzie perché le misure reclamate dall'Ue vengano approvate rapidamente. Mentre le borse precipitano e il debito pubblico italiano lede la credibilità del sistema, al Quirinale suona l'allarme e il capo dello Stato avvia una sorta di consultazioni informali. Contatti con le autorità istituzionali e politiche, con quelle monetarie e comunitarie. Con i leader politici, dei sindacati e del mondo imprenditoriale. Per illustrare a tutti la delicatezza del momento e saggiarne gli orientamenti. Per esortare Palazzo Chigi a premere sull'acceleratore della concretezza e per capire quali possano essere le eventuali alternative se il centrodestra non si dimostrasse in grado di varare tutti provvedimenti necessari.

Nessun pressing sul Cavaliere a fare un passo indietro, certo, ma solo la consapevolezza che in caso di crisi, il Colle sarebbe obbligato a verificare ogni possibilità per mettere in condizione l'Italia di rispondere all'emergenza economica nel modo migliore. Il colloquio con il presidente del consiglio è stato centrato proprio su questo aspetto. Il capo dello Stato chiede al governo un intervento celere. "Domani approveremo il primo pacchetto di interventi - ha assicurato Berlusconi -. Possiamo andare avanti senza incertezze. Già stasera vedrò i miei ministri per concordare concretamente ogni singolo provvedimento". Una dichiarazione di cui il presidente della Repubblica ha preso atto, ma di cui verificherà le conseguenze concrete. Il Colle si aspetta che il premier dia un seguito sostanziale alle sue parole. Ma non si nasconde le viscosità che rallentano l'azione del centrodestra: a cominciare dal conflitto tra il presidente del consiglio e il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, per finire alle incertezze sulla composizione dei provvedimenti. Sa che le fibrillazioni dei mercati sono in questa fase determinate in primo luogo dall'emergenza greca ma si riflettono nel modo più pesante proprio sull'Italia.

La crescita costante dei tassi ai quali vengono collocati i nostri Btp, l'impennata dello spread con i bund tedeschi, la caduta verticale della Borsa di Milano, l'allarme lanciato dall'Abi e da un banchiere di altissimo livello come Giovanni Bazoli, sono tutti elementi che confermano la fragilità italiana e l'analisi che in questi giorni viene elaborata dal Quirinale. Per questo se il governo - e solo se - non riuscisse a fare fronte nella sua compagine ministeriale e in Parlamento allo scadenzario imposto la scorsa settimana dal Consiglio europeo, Napolitano sarebbe obbligato a "verificare" le alternative. Anche se, dicono gli uomini di Napolitano, nelle "consultazioni informali" non si può assolutamente prevedere un automatismo a favore di un esecutivo di larghe intese.
Sta di fatto che ieri la più alta carica dello Stato ha parlato al telefono con il segretario Pd,
Pierluigi Bersani, e con il leader Udc, Pier Ferdinando Casini. Entrambi gli hanno confermato la "piena disponibilità" ad appoggiare un esecutivo di "larghe intese". Ma senza Berlusconi. Una linea che stavolta non ha sorpreso il capo dello Stato. Sul Colle, infatti, sono consapevoli che non può più essere il momento di chiedere - come è accaduto la scorsa estate - un contributo nell'approvazione dei provvedimenti preparati dal Cavaliere. "Governo di transizione, una figura credibile in Italia e in Europa che lo guidi, misure d'emergenza per l'economia e riforma della legge elettorale. Ma Berlusconi deve andare a casa", sono le richieste e le condizioni poste da Bersani e Casini. Un modo per dire chiaramente che le "larghe intese" non possono essere confuse con la disponibilità a condividere l'operato del Cavaliere.

Ma per varare un "nuovo orizzonte" al momento manca un passaggio preliminare:
le dimissioni del premier. Non a caso oggi il segretario democratico ricontatterà tutti i capi dell'opposizione e anche i cosiddetti "ribelli" del Pdl. Allo studio c'è ora un documento che potrebbe essere scritto e firmato proprio dal gruppo degli "indisponibili" del centrodestra e sul quale convergerebbero i voti di tutta l'opposizione. Un testo da presentare la prossima settimana alla Camera in occasione delle comunicazioni del presidente del consiglio. Una formulazione in cui si eviterebbero toni eccessivamente critici verso questi tre anni di governo Berlusconi, ma si inviterebbe il presidente del consiglio a salire al Quirinale per facilitare le risposte da dare all'emergenza economica. Sarebbe quella, insomma, l'occasione per testare la tenuta della maggioranza dinanzi alla tempesta finanziaria.

Napolitano quindi ora sa che tutta l'opposizione ha offerto la "disponibilità" per un percorso di questo tipo.
Nello stesso tempo è intenzionato a "verificare" sia la tenuta della maggioranza sia i malumori che stanno emergendo nel campo del centrodestra. Ma soprattutto vuole seguire i segnali che possono provenire dall'Unione europea. Tutti infatti sono a conoscenza del pressing che anche ieri il Cancelliere tedesco Merkel ha esercitato perché l'Italia adotti gli accorgimenti per evitare il contagio greco. I provvedimenti che oggi verranno annunciati in consiglio dei ministri subiranno una prima valutazione al G20 di Cannes che prende il via domani. Ma il vero banco di prova sarà quello dei mercati finanziari. Sul Colle vogliono "verificare" quale sarà l'esito. E capire se le parole pronunciate la scorsa settimana da Giulio Tremonti fossero fondate: "Il problema non sono le misure, ma è Silvio Berlusconi. Finché c'è lui, ogni provvedimento viene bruciato".

(02 novembre 2011)

sabato 2 luglio 2011

La politica del rinvio


di CLAUDIO TITO

QUESTO governo è ormai incapace di assumere decisioni. La sua maggioranza è troppo debole e confusa per segnare una linea netta. Ogni scelta diventa un compromesso al ribasso. Quel che è accaduto ieri in consiglio dei Ministri rappresenta plasticamente una coalizione che balbetta senza sosta. Sull'emergenza rifiuti a Napoli si è addirittura spaccata con il voto esplicitamente contrario della Lega al decreto sollecitato anche dal presidente della Repubblica. Sulla manovra economica ha rinviato di fatto ogni risoluzione al 2014: quando l'attuale Parlamento sarà ormai scaduto. E infine ha fatto slittare la designazione del successore di Mario Draghi alla Banca d'Italia.

Un esecutivo dunque condizionato dalle sue debolezze e da una alleanza che si sente precocemente esausta. Come se avvertisse in anticipo la fine della legislatura. Non si spiegherebbe altrimenti il clamoroso capitombolo in cui è incorso mercoledì scorso alla Camera sulla cosiddetta legge comunitaria. Un provvedimento delicato, svanito per le assenze di quasi sessanta deputati del centrodestra e che ora può esporre l'Italia a salatissime sanzioni da parte dell'Unione europea.

Ma a pagare la fragilità del governo è soprattutto la manovra economica. Che al momento si presenta come un contenitore vuoto. Un insieme di "desiderata" da realizzare successivamente. Il suo obiettivo principale sarebbe quello di rispettare gli impegni europei sul debito, che negli ultimi anni è schizzato al 120 per cento. Eppure tutto viene rimandato al 2013-2014. Come una "maxi-rata" per l'acquisto di una vettura. Un modo per scaricare sul prossimo Parlamento e sul prossimo governo l'urgenza di misure draconiane per recuperare in due anni almeno 40 miliardi di euro. Proprio il contrario dell'appello alla "responsabilità" lanciato dal capo dello Stato. E sebbene il presidente del consiglio continui ad assegnare le colpe dell'esplosione del nostro debito sui governi della Prima Repubblica, dimentica che solo quattro anni fa il rapporto debito/pil si attestava al 103%. E che nel 1990 era stabilmente al 99%.

Il punto, comunque, è che tutti gli interventi annunciati sono coniugati al futuro e soprattutto non sono illustrati nei loro contenuti. Non si capisce su cosa inciderà il bisturi del risparmio e come verrà finanziato l'aiuto allo sviluppo promesso. Il governo assicura che ci sarà una graduale riduzione dell'Irap e che i giovani imprenditori saranno incentivati con un forfait fiscale del 5 per cento. Ma la copertura al momento appare ignota. Soprattutto se - come hanno ribadito il premier e il ministro Tremonti - non verrà aumentata l'Iva. Tutto sembra congelato in un equilibrio talmente precario da rendere ogni passo incerto. Anzi, tutto diventa solo futuribile. Come la riforma fiscale e quella previdenziale. Le tre aliquote irpef contenute nella delega entreranno in vigore entro tre anni. Ossia entro il 2014. Quando, appunto, questo governo e queste Camere non ci saranno più.

E la riduzione delle tasse verrebbe finanziata con una revisione del sistema delle detrazioni e delle deduzioni e con il recupero dell'evasione fiscale. Uno strumento, quest'ultimo, che venne criticato già in passato dal Quirinale per un motivo molto semplice:
associa uscite certe e entrate incerte. Senza contare che la sforbiciata ai costi della politica non sono affatto immediati: riguarderà, appunto, la prossima legislatura. "Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani", ha detto Berlusconi preoccupato di non peggiorare il suo tasso di popolarità. In questo caso, però, non le ha messe per togliere ma neanche per aggiungere. Tutto è rinviato, tutto appartiene al futuro. Ma, come ammoniva John Maynard Keynes, "nel lungo periodo siamo tutti morti".

(01 luglio 2011)

lunedì 11 aprile 2011

Immigrati, monito di Napolitano "No a ritorsioni, l'Europa è una sola"


di CLAUDIO TITO

In Europa serve una visione "comune" anche sull'immigrazione. Ma guai a perseguire atti di "ritorsione" o "linee di divisione". Con il rischio di una frattura nell'Unione europea. O il fantasma di un ritorno al passato, il pericolo di un passo indietro verso un assetto di "separazione" e il precipitare dell'Ue dentro il perimetro angusto della sola unione monetaria. Il conflitto in corso sull'emergenza immigrati 1 per Giorgio Napolitano si sta trasformando rapidamente in un allarme per il futuro dell'Europa. Si materializzano gli scenari più preoccupanti in un crinale scivoloso da cui devono allontanarsi tutti i partner, compreso il governo italiano.

A Budapest, dove il presidente della Repubblica ha partecipato al summit dei capi di Stato europei, il suo messaggio da questo punto di vista è stato chiaro.
Ma le parole pronunciate sabato scorso a Lampedusa da Silvio Berlusconi ancora risuonano nelle sale del Quirinale e nelle Cancellerie continentali. La minaccia di far esplodere il progetto dell'Ue, sebbene non sia stata compresa pienamente da tutti gli alleati, sta comunque agitando il Colle. "Il mio animo - dice a chiare lettere a Repubblica - è per un impegno forte dell'Italia in Europa affinché il nostro Paese continui tenacemente a perseguire una visione comune e elementi di politica comune anche su questo tema dell'immigrazione. Tutto questo senza nemmeno prendere in considerazione posizioni di ritorsione, dispetti, divisione o addirittura separazione".

Al Quirinale sono consapevoli che lo scontro in corso sui flussi migratori dall'Africa verso Lampedusa e verso l'Europa sta prendendo una piega non certo positiva. Del resto, proprio nel recente vertice ungherese il capo dello Stato ha potuto constatare le consistenti differenze nell'interpretazione del trattato di Schengen e della natura degli eventi di questi giorni. Difformità esplicitate, ad esempio, dal presidente tedesco Christian Wulff con cui Napolitano ha avuto un colloquio bilaterale. Ma le distanze non sono segnate solo da Berlino. Anche perché il vero pericolo che il presidente della Repubblica ha potuto osservare in questi giorni riguarda l'atteggiamento complessivo dei partner europei, di "tutti" i partner. Italia compresa. I quali, in questa fase, sembrano pesantemente condizionati da un vento populista che impedisce un approccio concreto alla questione immigrazione.

Basti poi pensare alle scadenze elettorali che la Cdu di Angela Merkel deve affrontare nei prossimi mesi in Germania o alla pressione che sta esercitando la destra di
Marine Le Pen in Francia sulla presidenza di Sarkozy. Senza trascurare il sentiero stretto percorso dal ministro degli Interni italiano Maroni vincolato alle richieste della Lega e incalzato dalla base lumbard.

Tutti problemi, dunque, che stanno emergendo con fragore in tutte le riunioni europee. Il capo dello Stato li ha soppesati in prima persona nel summit di Budapest. Ma - è il timore degli uomini del Quirinale - rischiano di essere affrontati in Europa con misure provvedimenti mediocri o miserabili.

Anche
l'improvvida minaccia del Cavaliere, che fortunatamente non è stata recepita pienamente a Bruxelles, non ha aiutato nella ricerca di misure davvero efficaci. Il ministro degli Esteri Frattini, invece, ne ha colto la dirompente pericolosità. È allarmato e sta cercando di ricomporre una situazione che potrebbe rivelarsi deflagrante. Ma, dicono sul Colle, tutti sono obbligati alla "responsabilità" evitando approcci "miopi e difensivi". Certo, lo stesso Napolitano è consapevole del fatto che le soluzioni giuridiche sono piuttosto complicate e la questione è decisamente "controversa". La possibilità, ad esempio, di assegnare i cosiddetti "permessi temporanei" è legata al verificarsi di eventi gravi. In Tunisia, in effetti, nessuno può negare la presenza di uno shock istituzionale. Ma questo può non essere sufficiente. E i Trattati richiedono, in queste circostanze, la presenza di una maggioranza qualificata. Che al momento non ha ancora preso corpo. Una situazione di cui oggi discuterà a Lussemburgo il ministro degli Interni Maroni. Il quale, però, continua ad essere convinto che la procedura adottata dal governo italiano sia adeguata. E anche la lettera perentoria della commissaria Malmstrom viene bocciata dal titolare del Viminale: "Fanno così perché sanno che abbiamo ragione. Sappiamo anche noi che Schengen non è "automaticamente" operativo e che si devono concretizzare determinati requisiti. Requisiti che verranno esauditi". "Il punto semmai - si è sfogato con i suoi Maroni - è che in questi sei mesi l'Europa dovrebbe trovare il modo per garantire soluzioni efficaci o viene mancare a suoi doveri".

Un clima di conflittualità complessiva, dunque, che colpisce il capo dello Stato. Infatti, a Budapest ha sollecitato tutti "a una visione più coesa e coerente, a una maggiore convergenza sul piano istituzionale in Europa". Naturalmente il suo richiamo contiene anche "elementi critici" nei confronti di tutte leadership nazionali, compresa quella di Roma. Si tratta di una critica, spiegano sul Colle, che "mira a una maggiore integrazione" da non confondere con posizioni politiche che "prendono le distanze dal progetto europeo". Per questo, avverte, l'impegno dell'Italia deve essere univoco nel "continuare tenacemente a perseguire una visione comune anche sull'immigrazione". Allontanando senza equivoci lo spettro di un futuro di "ritorsione, dispetti, divisione o addirittura di separazione".

(11 aprile 2011)

mercoledì 16 febbraio 2011

"Bossi deve staccare la spina se vuole salvare il federalismo"


di CLAUDIO TITO

ROMA - "Il danno all'immagine dell'Italia è ormai pesantissimo. Il presidente del consiglio, se avesse senso di responsabilità, dovrebbe dimettersi". Per Walter Veltroni il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi è l'ennesima lesione alla dignità del Paese. Una conferma che il Cavaliere non può più rimanere alla guida del governo. Che ha fatto sprofondare tutto nella palude dell'immobilismo. "Bisogna uscirne al più presto".

E la decisione presa del Gip milanese può rappresentare davvero un punto di svolta?
"Di certo produrrà dei cambiamenti. Nei prossimi mesi il presidente del consiglio sarà nelle aule dei tribunali per rispondere di reati che non solo il pm ma anche il giudice delle indagini preliminari considera evidenti. Per il Paese sarà l'ennesima occasione di logoramento dell'immagine internazionale e di inasprimento del clima interno. Il nostro prestigio all'estero è in caduta libera. Giornali autorevoli, certo non di sinistra, raccontano il profondo disagio vissuto dall'opinione pubblica internazionale. Cosa penseranno quando vedranno il nostro premier ripreso dalla tv in tribunale?".

Gli effetti si sentiranno anche nella politica interna.
"L'Italia è a rischio. L'ostinazione con cui Berlusconi mantiene il potere, la violazione di ogni regola costituzionale, ci ha fatto precipitare nella paralisi. La maggioranza c'è perché hanno acquistato qualche deputato, ma il governo non c'è".

Lei ha in mente una soluzione?
"Se Berlusconi avesse senso di responsabilità e rispetto per gli italiani dovrebbe fare un passo indietro. Lo dico anche guardando al centrodestra: qual è la loro prospettiva politica? Vivacchiano ostaggi di un presidente del consiglio disinteressato anche alla sua parte politica. Vivacchiano - lo dico anche alla Lega - rinunciando persino al federalismo".

Scusi, ma l'idea del passo indietro non appartiene al novero delle cose possibili per Berlusconi.
"Lo so. Ma la Lega deve sapere che la prospettiva di andare al voto con tre poli per poi pensare di fare un accordo postelettorale con Casini e Fini a favore di Tremonti è ora molto più difficile. L'idea di una Grande Alleanza sta maturando come reazione a questa deriva. Se si vota, loro - i leghisti - vanno all'opposizione. Tutti i sondaggi danno ad un'alleanza grande un vantaggio di dieci punti. Non capisco perché Bossi e la parte del Pdl con la testa sulle spalle non dicano a Berlusconi una cosa semplice: permetti un nuovo governo, allargato alle altre forze del centrodestra, per chiudere dignitosamente la legislatura con un altro premier".

Se è sicuro di vincere le elezioni perché non le chiede subito?
"Le elezioni sono certo da preferire allo stallo pericoloso di un governo che non governa. Ma considererei un passo in avanti anche la fine definitiva dell'asfissiante dominio dell'estremismo berlusconiano e la nascita di un governo più rispettoso delle regole e di un civile confronto politico. Uscire dalla paralisi imposta all'Italia dall'autunno livido del berlusconismo è il primo obiettivo per rasserenare il Paese e ripristinare un corretto confronto tra maggioranza e opposizione".

Grande alleanza quindi solo nel caso tutto precipiti subito.
"Se si va a votare, non faremo l'errore del '94. Il centro e la sinistra non devono essere divisi. In questo, l'alleanza dovrà avere come orizzonte avrà alcune riforme chiare come quella elettorale, la riduzione dei parlamentari, l'informazione. L'obiettivo deve essere quello di dare all'Italia un vero bipolarismo".

Chi dovrebbe guidarla?
"Ci sono diverse persone che potrebbero farlo ma non è questo il momento di fare nomi. Una persona che può riscuotere la fiducia di tutti. L'Italia ha bisogno di un ciclo riformista che solo il bipolarismo può dare. Io non ho nostalgia della Prima Repubblica. E non penso che fosse normale un governo con Mastella e Ferrero. Sull'Unione anche Nichi Vendola ha espresso giudizi non meno severi dei miei".

In realtà il Terzo polo, suo potenziale alleato, non ci pensa proprio al bipolarismo.
"Non lo pensano in presenza di Berlusconi. Ma Casini e Fini si considerano giustamente uomini di un centrodestra civile, europeo. Dopo Brown è arrivato Cameron, dopo Bush è arrivato Obama. Ora, quindi, il punto è chiudere questa stagione. Risvegliarci da questo incubo in cui un tappo politico ha costretto tutti nella palude del conflitto berlusconismo-antiberlusconismo. In questo potrà aiutarci la ricchezza della nostra società civile".

Si riferisce alla manifestazione di domenica scorsa?
"Certo. C'è una ricchezza di competenze, di sensibilità, di autonomia che sfida in modo moderno la politica ad aprirsi, a rinunciare ad arroganza, autosufficienza e approcci vecchi".

È stato offerto anche un nuovo modello culturale?
"Si comincia a capire che Berlusconi ha vinto in questi anni perché ha egemonizzato la società con la distorsione dei valori. Va condotta con coraggio una battaglia culturale. I riformisti non possono essere solo un programma ma devono essere anche valori forti e una visione della società. Ad esempio contro individualismo e cinismo dobbiamo riscoprire la parola comunità che appartiene e unisce la tradizione della sinistra, dell'azionismo, del cattolicesimo democratico. Quella piazza è già post-berlusconiana e già immagina la ricostruzione dei valori della società".

In che senso?
"Dobbiamo tornare a essere un partito capace di intercettare il cambiamento e l'innovazione. Se poi a sinistra cresce Sinistra e Libertà, non è un problema. È un'opportunità. A condizione che il Pd torni a essere un partito di centrosinistra coraggioso nell'innovazione e nella sfida ai conservatorismi".

Progetti spesso condizionati dai litigi interni.
"È una fase in cui le contrapposizioni non ci sono. Dopo il Lingotto i sondaggi ci hanno dato in crescita, ora sono di nuovo in flessione. È la dimostrazione che dobbiamo riprenderci le nostre ambizioni. Essere Democratici è la più bella delle identità possibili. Le rivoluzioni vere le hanno fatte solo i riformisti. Ma è necessario che tutti prendano sulle spalle il destino di questo Paese. Magari organizzando una manifestazione in tutte le piazze di tutti i Comuni italiani. Solo bandiere nazionali in ogni città. Se non ora, quando?".

(16 febbraio 2011)

lunedì 14 febbraio 2011

Il Colle, Ruby e Bossi gli incubi di Silvio


di CLAUDIO TITO

"Il destino della legislatura si decide questa settimana". C'è un filo invisibile che lega le parole pronunciate nel weekend da Umberto Bossi e gli avvertimenti di Giorgio Napolitano. Un filo che sta scuotendo l'intera maggioranza e che mette in allarme il presidente del Consiglio. "Si decide tutto questa settimana", avverte il Senatur. E il messaggio è arrivato per direttissima anche a Silvio Berlusconi. Perché le riflessioni del suo "miglior alleato" più che una minaccia rappresentano una constatazione.

Che in queste ora sta prendendo le forme di una delle norme del codice penale:
"L'interdizione dai pubblici uffici". Una pena accessoria che trasforma i sogni del Cavaliere in incubi. Che fa materializzare il fantasma delle elezioni anticipate o "peggio di un governo tecnico". I suoi legali e lo stesso presidente del Consiglio si sono ormai fatti la convinzione che se il processo per il "Rubygate" arriverà a sentenza, allora già in primo grado i magistrati la accompagneranno proprio con l'interdizione dei pubblici uffici. Compresa la presidenza del Consiglio. "È chiaro che l'obiettivo dei magistrati è questo - si è sfogato l'altro ieri il premier con un fedelissimo -. In quel caso cosa faremo? Come si comporteranno i leghisti? Cosa accadrà nel gruppo dei Responsabili? Dobbiamo opporci, fare di tutto per impedirlo. Sarebbe un golpe inaccettabile". Alla fine, però, il capo del governo lascia i suoi interrogativi senza risposte. Quesiti che possono aprire un varco verso le elezioni anticipate. La paura che si é fatta largo a Palazzo Chigi, infatti, ora sta condizionando le mosse di tutti. Del Pdl e, soprattutto, della Lega. Per questo la previsione di Bossi è suonata a Via del Plebiscito come un campanello d'allarme. E il filo invisibile che unisce la Lega al Quirinale si presenta agli occhi del premier come un pericolo costante.

Perché al di là delle rassicurazioni ufficiali, il campo del Carroccio è quanto mai in movimento. E il Senatur è deciso a coglierne tutti i segnali. A interpretare i malumori della "pancia" lumbard e a recepire le "prudenze" dei dirigenti. Ma con una certezza
: il possibile rinvio a giudizio del premier sul caso Ruby, non potrà risultare indifferente. "Per ora - spiega in queste ore il ministro delle Riforme - io sono in grado di tenere i miei. Se il federalismo va avanti, nessuno si potrà lamentare. Ma se nella palude anche il nostro progetto si blocca allora tutto cambia. E dovrò capire se qualcosa cambia anche nel caso in cui Silvio venisse condannato in tempi brevi".
Berlusconi conosce i dubbi dell'alleato. Con l'amico Umberto ha riparlato anche negli ultimi due giorni. È sicuro che "non ci saranno tradimenti". Ma si è anche reso conto che il feeling maturato tra lo stato maggiore leghista e il Quirinale può provocare sviluppi imprevisti. Soprattutto alla luce di quel che accadrà a Milano nei suoi quattro processi. Senza contare che il successo delle manifestazioni di piazza di ieri costituiscono, a suo giudizio, un tassello dello stesso mosaico cospirativo. "Una protesta senza senso - ha commentato vedendo le immagini di Piazza del Popolo - mi vogliono far passare per un mostro. Tutte falsità, è già campagna elettorale. Fanno i bacchettoni con me e poi sono i primi a combinarne di tutti i colori. Io sono un uomo separato e sono libero di fare quello che voglio a casa mia. Vogliono farmi dimettere e basta".

Mai come in questo momento, dunque, il partito delle elezioni anticipate è stato così forte. Con l'intera opposizione - da Bersani a Fini - pronta a scendere in campo per le urne. Anche la scelta elettorale del leader Fli - che si è tenuto in contatto con Napolitano - sta sortendo l'effetto di modificare gli equilibri tra il partito "del voto" e quello del "non voto". Anche perché è proprio il presidente della Repubblica a vedere le urne come una possibile soluzione alla "paralisi" che condiziona l'attività del governo. E allora quel "si decide tutto questa settimana", sta riecheggiando nelle orecchie del Cavaliere come un monito. Le difficoltà con cui procede l'iter del decreto Milleproroghe - al cui interno spiccano diverse misure di spesa cui Berlusconi tiene molto - e i "no" di
Giulio Tremonti ad allentare i cordoni della borsa hanno assunto nei ragionamenti di Berlusconi tutta un'altra configurazione. Per non parlare dei giudizi taglienti (la cui asprezza è arrivata fino ai piani alti di Palazzo Chigi) del ministro dell'Economia sui provvedimenti per dare una scossa all'economia e per rilanciare il Sud. Fattori che hanno di nuovo illuminato i sospetti sul titolare di Via XX Settembre. Sulla possibilità che faccia parte del ristretto numero di "carte di riserve" pronte all'uso in caso di emergenza.

Quell'emergenza evocata, appunto, per ben due volte tra venerdì e sabato scorso dal capo dello Stato. Il "filo" che unisce il Quirinale, la Lega, il presidente della Camera e l'intero arco delle opposizioni, allora, per Berlusconi è qualcosa di più di una semplice sintonia istituzionale. Così come le conseguenze del rinvio a giudizio per il caso Ruby stanno assumendo tutta un'altra configurazione nelle riflessioni del Cavaliere. In cui lo scioglimento del Parlamento è un'opzione, ma l'altra è
la nascita di un nuovo governo. "Qualcuno pensa ancora che si possa formare un esecutivo tecnico. Quella sì sarebbe una porcata".

Non a caso anche ieri i toni con cui il presidente del Consiglio ha in privato commentato le mosse del Colle non sono stati per niente accondiscendenti. "Vuole sciogliere le Camere anche se ho la maggioranza? Ci provi e vediamo come va a finire. Finché ho i numeri, nessuno può imporre le elezioni". La nota con cui ieri i capigruppo del Pdl hanno ricordato e difeso il lavoro dell'esecutivo, del resto, era diretta proprio al presidente della Repubblica. Sebbene sia sotto gli occhi di tutti, la sostanziale inattività dell'esecutivo e del Parlamento. Basti pensare che l'aula di Montecitorio da tempo si riunisce per non più di 2-3 giorni a settimana. E il motivo è piuttosto semplice
: l'assenza di provvedimenti da discutere.

Ma i "numeri" invocati dal presidente del Consiglio possono rivelarsi un'incognita. Soprattutto se il "giudizio immediato" della procura di Milano in relazione alle accuse di concussione e prostituzione minorile si chiuderà con una condanna e con "l'interdizione dai pubblici uffici".

(14 febbraio 2011)

sabato 5 febbraio 2011

Alta tensione con il Quirinale E Letta si scusa: "Non sapevo"


di CLAUDIO TITO

VIOLATE le norme, bruciata ogni prassi, traditi i processi istituzionali, sottovalutata l'importanza della legge. È lungo l'elenco dei motivi con cui Giorgio Napolitano ha rispedito a Palazzo Chigi il decreto sul federalismo. Dopo l'approvazione del provvedimento, il presidente della Repubblica ha impiegato una sola mattinata a bocciare quel testo. Non tanto nel merito, ma per il metodo con il quale è stato licenziato. Una procedura che ha suscitato nel Colle uno stupore che supera tutti i precedenti più burrascosi.

La tensione è tornata altissima. Il filo del dialogo tra la massima carica del Paese e il premier è sfibrato. A riannodarlo c'è solo
Gianni Letta e, in parte, Umberto Bossi. Silvio Berlusconi invece è inferocito: "La sua è stata una decisione politica. Altro che. I nostri tecnici ci hanno spiegato che avrebbe potuto anche firmarlo. Ha voluto deliberatamente cogliere solo gli aspetti negativi di quanto abbiamo fatto". Ma soprattutto il Cavaliere si è convinto in queste ore che anche il Colle si stia piegando ad una "manovra" per disarcionarlo.

Ma se il capo del governo non ha nascosto ai fedelissimi la sua rabbia, anche Napolitano ha illustrato punto per punto tutte le sue perplessità. Lo ha fatto con lo stesso
Letta, con il ministro per la Semplificazione Calderoli e con il leader leghista Bossi. Con il primo ha avuto un colloquio freddissimo e gli ha snocciolato tutte le sue più pesanti perplessità. Con il Senatur, ieri mattina, il tono è stato più pacato. Anche perché il leader leghista ha immediatamente innestato la marcia indietro dopo aver imposto giovedì sera l'accelerazione. "Presidente - si è scusato il titolare delle Riforme - non avevo capito. Calderoli non mi aveva detto niente. Ma se stanno così le cose, è chiaro che torniamo in Parlamento. Certamente lo faremo". La telefonata con Bossi è, però, solo l'ultimo passaggio di una vicenda che l'altro ieri ha sfiorato una vera e propria crisi istituzionale.

Il tutto acuito da una circostanza giudicata "incredibile" e sicuramente senza precedenti.
La decisione di convocare il consiglio dei ministri straordinario infatti era ignorata da Letta. "Sono stato fino ad ora al Copasir - si giustificava il sottosegretario - non ne so niente". Il Quirinale, quindi, non era stato avvertito. Il capo dello Stato non aveva ricevuto alcuna comunicazione sull'esigenza di convocare d'urgenza l'esecutivo e in un certo senso seguiva la vicenda al buio. Con una maggioranza pilotata da chi - in assenza di Letta - ignorava tutti i più consolidati percorsi istituzionali e da chi - a cominciare dal capo Lumbard - coltivava l'esigenza di risultati immediati. "Se non facciamo il decreto ora - era l'avvertimento di Bossi al Cavaliere giovedì pomeriggio - io non tengo i miei. Non ce la faccio e a pagare sarai tu".

Niente, insomma, era stato concordato. Tant'è che una volta ricevuto il testo del provvedimento, gli uffici del Quirinale hanno immediatamente rilevato
una serie di incongruità formali e procedurali. A partire dal mancato coinvolgimento delle aule parlamentari. Il voto di pareggio della "Bicameralina", infatti, va considerato negativo e quindi richiede un nuovo pronunciamento. I regolamenti della stessa commissione presieduta da La Loggia e della Camera parlano chiaro a questo proposito. Senza considerare che la commissione Bilancio - cui la legge delega attribuisce il compito valutare il decreto - non ha nemmeno svolto la votazione. Il campo dei pareri dunque è largamente inevaso.

Le osservazioni degli esperti del Colle sono puntuali. Ogni aspetto è stato esaminato con attenzione. E il nodo più spinoso riguarda le scelte del governo: per muoversi in senso difforme dal Parlamento, è obbligato a presentare nuovi testi facendone comunicazione a ciascuna Camera.
Nuovi testi perché il precedente di fatto non esiste più. Qualsiasi passo deve essere preceduto dalla comunicazione al Parlamento. Che non è certo chiamato a rivotare sul decreto. Anche se, fanno notare i consiglieri giuridici di Napolitano, ogni volta che l'esecutivo svolge le sue comunicazioni in Aula, le Camere possono esprimersi con voti - ad esempio ordini del giorno - sulle stesse comunicazioni rese dall'esecutivo.

Per di più, è mancato un altro passaggio fondamentale
: il dialogo con la Conferenza unificata in cui sono rappresentati i Comuni, le Province e le Regioni. E se anche la maggioranza dovesse riformulare i contenuti già concordati con l'Anci, comunque tutto deve prioritariamente passare dalle "comunicazioni" alle Camere.

Ma c'è una questione che il presidente della Repubblica continua a giudicare centrale:
il suo richiamo a evitare le contrapposizioni e a ricercare il dialogo, è stato disatteso dopo sole 24 ore. Una circostanza che nei prossimi mesi peserà nel rapporto tra il Quirinale e Palazzo Chigi.

(05 febbraio 2011)

sabato 29 gennaio 2011

Napolitano in campo, richiamo ai ministri "Stop a conflitti, o rischio urne"


"Ci ha spiegato che se i conflitti tra poteri non cessano e la paralisi del Paese non viene superata, il rischio è che si vada subito a votare". Il Consiglio dei ministri è appena terminato. Silvio Berlusconi ha concluso da poco il suo appello ad "andare avanti". Ma a tenere banco tra i ministri è altro. È il monito che il presidente della Repubblica ha riservatamente fatto pervenire a molti membri del governo e dell'opposizione. Il pericolo, descritto con crudezza, che il Paese sta inesorabilmente slittando verso le elezioni anticipate.

Giorgio Napolitano, infatti, tra giovedì e venerdì ha avuto occasione di manifestare la sua preoccupazione a molti esponenti dell'esecutivo, ai leader del centrosinistra e a quelli del Terzo polo. Ne ha parlato durante le celebrazioni della Giornata della memoria e ieri mattina a margine delle cerimonie per l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Molti i ministri che hanno ascoltato le parole del capo dello Stato. E soprattutto un sottosegretario,
Gianni Letta. Che ha immediatamente trasmesso il messaggio al presidente del consiglio. I resoconti dei suoi interlocutori sono unanimi: "A tutti ha detto che in presenza di una permanente conflittualità tra Istituzioni e poteri dello Stato, tra forze politiche e organismi parlamentari, il ricorso alle urne diventa inevitabile. Perché si tratta di uno scontro che non risparmia niente e nessuno". Più che una minaccia, quello del Quirinale è un avvertimento.

L'elenco delle frizioni che stanno immobilizzando l'intero apparato statale, del resto, è piuttosto lungo.
Il dibattito al Senato, avallato da Renato Schifani, sulla casa di Montecarlo. La lite tra la seconda carica dello Stato e Fini. L'intervento del ministro degli Esteri Frattini per rispondere all'interrogazione del senatore pdl Compagna. La richiesta di dimissioni avanzata dal presidente del consiglio nei confronti di Fini presidente della Camera. Il boicottaggio dei lavori di un delicato organismo parlamentare, il Comitato di controllo sui servizi segreti, causato dalla maggioranza. Gli attacchi furibondi di Berlusconi contro un altro potere dello Stato: la Magistratura. L'articolo del Giornale su Ilda Boccassini. L'attività delle Camere sostanzialmente bloccata. Tutti elementi che rappresentano per il Colle fattori di preoccupante instabilità.

"Così - raccontano alcuni autorevoli ministri che hanno potuto ascoltare le riflessioni del presidente della Repubblica - a suo giudizio non si può andare avanti. E anche se ci ha ricordato di essere un fautore della stabilità di governo, in questo modo la spinta verso lo scioglimento delle Camere diventa insopportabile. Il Paese non può più sopportare lo scontro di tutti contro tutti". Ieri, racconta chi ha presenziato all'inaugurazione dell'anno giudiziario, Napolitano ha ascoltato con soddisfazione la relazione del ministro Alfano che si è limitato a difendere il lavoro del governo senza aprire le ostilità con i magistrati. Sul Colle, insomma, sperano che la fisiologica dialettica riconquisti terreno.
Al contrario, dinanzi ad una persistente e totale paralisi della macchina amministrativa, diventa inevitabile riportare gli elettori alle elezioni.

Non a caso, gli stessi autorevoli esponenti dell'esecutivo, adesso rileggono in controluce l'articolo 88 della Costituzione che assegna un potere chiaro alla più alta carica istituzionale: "Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse". Non aggiunge altro e non pone condizioni. Riflessioni che nelle ultime ore hanno raggiunto e impressionato Palazzo Chigi. E sebbene Napolitano nei suoi ragionamenti non abbia aperto la discussione sui limiti delle sue prerogative, gli uomini del Cavaliere hanno iniziato a pensare che per arrivare allo scioglimento del Parlamento potrebbe non esserci bisogno di una formale crisi di governo.

In una certa misura l'effetto del suo monito ha aperto una breccia nel centrodestra. Per la prima volta ieri Berlusconi ha evitato nel suo ormai tradizionale video-messaggio di reclamare le dimissioni del presidente della Camera. Il Guardasigilli, appunto, non ha attaccato i giudici. Il Pdl - su input del Cavaliere - sta cancellando la manifestazione del 13 febbraio. Umberto Bossi ha tirato il freno a mano nella battaglia con il Terzo polo e con Fini. Ma nessuno, nemmeno sul Colle, è convinto che la tensione possa considerarsi archiviata e che i conflitti istituzionali siano pacificati. Tant'è che proprio dal Pd e dall'asse Udc-Fli è arrivata una improvvisa apertura al voto anticipato. In tutti i calcoli, peraltro, sta entrando un altro argomento: l'ingorgo istituzionale che si realizzerebbe nel 2013 se si completasse la legislatura. La scadenza delle Camere coinciderebbe con quella del settennato presidenziale.

Il piano inclinato che porta alle urne, dunque, non è stato ancora corretto. Lo ammette apertamente proprio il leader della Lega che ieri pomeriggio - sul volo che ha riportato un bel po' di ministri a Milano - ha assegnato un orizzonte limitato alla legislatura. "Fino a quando abbiamo la possibilità di approvare il federalismo si va avanti, altrimenti si vota". E, comunque, anche se ci fosse il via libera, il ciclo della maggioranza sarebbe esaurito. "Silvio è nervoso perché gliel'ho detto". Per suffragare la sua tesi Bossi ha chiesto al premier: "Perché non hai approvato la legge sulle intercettazioni? Non saresti rimasto incastrato in questo casino di Ruby?". "Non me l'hanno fatto fare". "E allora perché dovresti riuscirci adesso con questi numeri?". Ma per il momento il Cavaliere resiste: "Si va avanti, almeno fino al 2012". Ma ormai è solo lui a sperarlo.

(29 gennaio 2011)

domenica 9 gennaio 2011

Bossi e Maroni: veto sul federalismo "Ma con il Cavaliere non si rompe"


CLAUDIO TITO

"Il testo del decreto è quello, non si può modificare". La Lega blinda il "suo" federalismo. Teme la "trappola" e chiude i battenti. Con una sola precauzione: "Non entrare in rotta di collisione con Berlusconi".

La "cena degli ossi" in Cadore non è stato un ordinario appuntamento per archiviare le feste natalizie e riavviare la macchina del governo. Per
Umberto Bossi e l'intero stato maggiore della Lega è stata l'occasione per disegnare la road map dei prossimi mesi. Elencare le priorità del Carroccio e dell'esecutivo soprattutto in vista di questo "delicato" gennaio. Soprattutto studiare le mosse per non farsi paralizzare dalla "palude romana" senza far crollare il castello di aspettative che il Cavaliere si è costruito nelle ultime settimane.

E già, perché i progetti del premier sono più tortuosi di quelli esposti dal Carroccio. L'inquilino di palazzo Chigi vuole fare di tutto per evitare il voto anticipato. "Almeno per un anno", ha spiegato all'"amico Umberto". Fino alla primavera del 2012: per avere il tempo di ricostruire un rapporto con Pier Ferdinando Casini e evitare l'"ingorgo istituzionale" previsto nel 2013:
elezioni, nuovo governo e nuovo presidente della Repubblica nel giro di un mese. Perché è proprio sulla successione a Giorgio Napolitano che Berlusconi pianifica ogni decisione. E i leghisti, adesso, lo hanno capito.

Dopo il summit di Calalzo e la telefonata con il Cavaliere, il Senatur ha infatti chiamato a raccolta tutti i "big" del Carroccio: da Maroni a Calderoli, da Giorgetti a Zaia. Con loro ha sviscerato problemi e inquietudini. Il sentiero è "molto stretto". Perché "noi non dobbiamo cedere nemmeno di un millimetro sul federalismo" ma non possiamo nemmeno entrare in rotta di "collisione" con Berlusconi. Sapendo, però, ha spiegato il ministro degli Interni Maroni a un collega del Pdl, che
"il 21 o in commissione passa il testo del decreto che attua il fisco municipale o salta tutto". Ma su quel provvedimento adesso pesa la ferrea logica dei numeri: nella commissione bicamerale che dovrà esprimere il parere, il centrodestra non ha la maggioranza. L'ago della bilancia è rappresentato dal finiano Mario Baldassarri. "Lui - ricordano Calderoli e Maroni - ha sempre votato con noi, ci aspettiamo che lo faccia passare. Ma solo lui può decidere cosa fare".

Le certezze leghiste di recente sono diventate meno granitiche. Fli e Udc hanno iniziato ad alzare l'asticella della trattativa introducendo nuovi fattori:
quoziente familiare e cedolare secca sugli affitti. Argomenti che il Carroccio non considera compatibili con il decreto. "Con l'attuale situazione economica - ha fatto ancora notare il responsabile del Viminale nei contatti con esponenti della maggioranza - non è pensabile immaginare un intervento sul fisco. Non credo che ci possano essere spazi di manovra, ora, sul testo". Quindi, "o il federalismo passa o salta tutto". E per farlo passare, oltre al sì di Baldassarri, "non sono da escludere altre soluzioni".

Ma, in ogni caso, i problemi in larga parte resterebbero insoluti. "C'è il problema della navigazione quotidiana", ha osservato il ministro degli Interni negli ultimi incontri con la base leghista. A cominciare dal decreto Milleproroghe. Che deve affrontare anche l'ostacolo della commissione Bilancio di Montecitorio. Nella quale il centrodestra non può contare sulla maggioranza. Una situazione che Bossi gradisce poco. Ma che nello stesso tempo non vuole fare esplodere. "Nessuna rottura con il premier", ripete ad ogni piè sospinto.

Anche perché sa che il Cavaliere punta alle elezioni nel 2012. "Possiamo farcela - è il ragionamento fatto nell'ultima telefonata con il Senatur - possiamo allargare un po' la maggioranza. Anche perché nessuno vuole votare: né Casini, né Fini, né Bersani". Il presidente del consiglio è convinto di poter contare "di volta in volta" sui voti di centristi, futuristi o democratici. "Ho bisogno di tempo per stringere un'intesa con Pier". Nella consapevolezza che l'Udc non entrerà mai adesso in maggioranza. Ma nel 2012, con le elezioni, qualcosa può cambiare. Sul tavolo, osserva da qualche giorno Berlusconi, ci sarà "Palazzo Chigi e il Quirinale". "Adesso questo non vale e comunque l'Udc in questo momento si presenterebbe alle urne come terzo polo. Il patto si può chiudere solo dal 2012 in poi. Facendolo maturare e facendo in modo che le due scadenze non siano troppo distanti: non potrei fidarmi dei democristiani se l'intesa va incassata dopo oltre due anni".

Programmi di cui Bossi è consapevole e non vuole assumersi la responsabilità di farli saltare.
Se non in presenza di uno scoglio insuperabile come la bocciatura del federalismo. Anche per questo, il ministro delle riforme ha fatto sapere di essere pronto a "trattare" con l'opposizione. "Ma senza rompere con Berlusconi - conferma ai suoi Maroni -. Anche le presunte tensioni con Tremonti non provocheranno fratture".

(09 gennaio 2011)