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giovedì 16 dicembre 2010

Il sudoku del Centro, utopia della seconda Repubblica


di FILIPPO CECCARELLI

Zitti tutti che arriva il Centro. Maiuscolo. Non ancora, certo, il Grande Centro, come pure diverse volte nel corso dell'ultimo quindicennio è stato baldanzosamente evocato da alcuni politici non sai bene se più superbi o sprovveduti.

Ma almeno che non sia il centro, stavolta. Minuscolo, in tal caso, e quindi da intendersi come astrazione geometrica di multiforme irrilevanza, spazio vacuo e fluttuante nei gorghi del più duraturo e soporifero immaginario: meste radunate di reduci nei conventi delle monache brigidine, vane rimpatriate di avellinesi attorno a una bottiglia di vino di Atripalda, interminabili documenti dell'ex banchiere Pellegrino Capaldo, comitive di leghisti cacciati in malo modo da Bossi, ex socialdemocratici in pena, massoni in sonno, non meglio precisati liberal-democratici sedotti da incoraggianti, anzi davvero eccessivi sondaggi del dottor Piepoli sulle potenzialità elettorali di questo benedetto centro, in realtà sistematicamente condannato a rivelarsi un "centrino da tavolo", e giù tutti a ridere.

Ci fu un'estate in cui Emilio Fede, probabilmente su input di Berlusconi che a quel tempo non sapeva dove andare a sbattere la testa, s'inventò un macchinoso tele-trastullo sintomaticamente battezzato "il Sudoku del Centro". Ma spiegare qui le regole di quella specie di labirinto a base di Parisi, Follini, Tabacci, Boselli e Formigoni toglierebbe un sacco di spazio ad altre epiche fantasticherie sull'inesorabile nonché imminente deflagrazione del bipolarismo, donde l'attesa messianica, tra Becket, Ionesco e il cardinal Sodano che invocava una "santa audacia".

Tutti ci hanno provato almeno una volta; Casini e Rutelli già qualche anno fa, come s'intuisce da una Rosy Bindi al fulmicotone che per l'occasione li designò: "I due piacioni brizzolati". E auguri adesso anche a Fini e agli altri della Nazione. Il centro, in ogni caso, come utopia, panacea, simulacro, desiderio, pretesto, chimera, spauracchio, mito, format e karaoke della Seconda Repubblica. "Io centro" fu il claim della campagna elettorale dell'Udc nel 2005. "Io c'esco" fu il naturale companatico allorché di lì a poco, Casini si sfilò dall'alleanza con il Cavaliere. "Centro di questi giorni" divenne a un certo punto la minaccia che gravava sul capo degli ospiti sul palco delle terme mastelliane di Telese.

Ed è davvero molto difficile, nel giornalismo politico, resistere allo scetticismo dinanzi a figurazioni retoriche, "terzo polo", "moderati", che sembrano far conto sui naturali processi di rimozione e sfruttano l'inevitabile perdita di memoria che affligge, alleggerisce e a volte addirittura commuove gli specialisti bombardati di "notizie". Per cui sì, il centro: e come calandosi in una tiepida bagnarola si viene sommersi dal Patto Segni, dalle peripezie di Buttiglione, dalle acrobazie di D'Antoni, dall'orsetto della Pivetti, dalla terza gamba dell'ulivo che Lambertow Dini trascinava in certi dolorosi vertici, detti "tavoli", a Palazzo Colonna.

Geometria negletta e riarsa di ambizioni, di frustrazioni, di tutto e di nulla. La Grande Cisl. La Cosa Bianca. Il Progetto Culturale del cardinal Ruini. La convention di Democrazia Europea con Ortensio Zecchino e Pippo Baudo. "Il cendro... - e qui Ciriaco De Mita faceva una pausa pedagogica scrutando la platea con occhietti puntuti - il cendro è un modo di governare". Nel 1997 Paolo Cirino Pomicino, ricoverato in fin di vita al Policlinico, fa accorrere Di Pietro, l'accoglie togliendosi la maschera d'ossigeno e con un filo di voce implora il giudice che l'ha inquisito: "Ci aiuti a rifare il grande centro".

Quello acconsente, si offre come "garzone". La politica è piena di stramberie, di ritorni, di frivolezze che rischiano di farsi terribilmente serie. "A Valmy! A Valmy!" gridano i seguaci di Cossiga in un capannone bollente al momento di dar vita all'Udr. Passano alcuni mesi e il presidente emerito presiede in pantofole una riunione con tutt'altri personaggi. Berlusconi, com'è ovvio, voleva fare un "super-centro", anzi forse l'ha già fatto. Ieri con Rutelli, Casini e Fini si sono ritrovati, dopo tanti insulti, Giorgio La Malfa e la Sbarbati. I repubblicani separati si riuniscono al centro, e non si capisce se è un bene o un male o tutte e due le cose insieme.

(16 dicembre 2010)

sabato 20 novembre 2010

Da Miss Italia a Palazzo Chigi la fiaba interrotta di Mara


di FILIPPO CECCARELLI

E anche così, fra misteri e risentimenti, svanisce il sogno berlusconiano, si consuma la favola del "ministro più bello del mondo" (Bild), comincia a puzzare di bruciato quel miracolo di metamorfosi e quel prodigio di rinnovamento che il Cavaliere aveva regalato a se stesso e quindi pure all'emozione pubblica.

Trasformare una soubrettina televisiva in una apprezzata figura istituzionale, oplà: nuovo taglio di capelli e giù a sgobbare sui dossier di governo e la sera a far bella e compunta figura sulle poltroncine dei talk-show; il tutto affidato ai fratelli Crespi, spin doctors all'altezza dei tempi e della loro sciagurata fascinazione. Allora lei "sostituisce il topless con il colletto severo", sintetizza Andrea Camilleri in una poesia dichiaratamente "incivile", però efficace; e la narrazione fiabesca che le hanno cucito addosso, la parte che il suo demiurgo le ha assegnato sembrano una sfida ai corsi d'onore e ai percorsi individuali di cui la politica si era nutrita nel corso degli ultimi due secoli: dal palco di Miss Italia al tavolo ad anello del Consiglio dei ministri; dai calendari di sgocciolante erotismo, stille di limone sulla pelle, alle più animose tirate sul sondino di Eluana Englaro; da Frizzi, Magalli e Mengacci alla legge sullo stalking; dal "se non fossi già sposato ti sposerei" alle Pari Opportunità.

E saranno senza dubbio importanti le faccende della Campania, le beghe degli onorevoli Cirielli e Pepe, le ambizioni del ministro su Napoli, la disputa sui termovalorizzatori - per quanto nel gennaio del 2009 il ministro stampò due baci sulle guance dell'odierno rivale presidente Cesaro, "Gigino a' purpetta": "Avremo un presidente coraggioso e lungimirante" disse Mara, e non fu un tesoro di accortezza. Sarà decisivo pure il legame e il gossip con Bocchino. Ma comunque andrà a finire, la "scarfagnata" si configura come un colpo terribile al paradigma del berlusconismo in termini di simboli, politica, etica, estetica, e anestetica del potere.

Non a caso il Cavaliere mandava lei a ricevere gli ospiti illustri, a partire da Lula, sotto l'aereo; e per due volte le ha chiesto di diventare la portavoce del governo. Un giorno, presentatasi a sorpresa nel campo nomadi di Tor de Cenci, la Carfagna fu accolta con entusiasmo dai piccoli rom al grido: "Italia unoooo!". Disse un giorno tra gli applausi l'immaginifico Brunetta dei nemici: "Li stiamo facendo morire con il volto dolce della Carfagna!". Se c'era un personaggio che meglio di chiunque altro incarnava l'incandescente vecchiaia del Cavaliere, la sua disperata volontà di potenza, il prevalere delle forme e della carne sulle astrattezze ideologiche del secolo scorso, beh, era lei - e tutto lascia pensare che in parte ne fosse anche consapevole.

Prima della classe, diligente, anzi stakanovista. Difficile dare un giudizio sul suo operato governativo. Più che dignitosa l'iniziativa sullo stalking, di rara e cieca e autolesionistica ipocrisia quella sulla prostituzione, ondivaga la linea sull'omosessualità, "coccole" prometteva alle donne. Eppure dopo appena otto mesi Mara si era fatta fare il book suggestivo e ministeriale, con introduzione intimistica in cui esternava il desiderio di un figlio, e poi si vedeva lei in maglioncino fucsia con i terremotati, lei con il velo dal Papa, lei in "combat-jacket" tra i soldati nel Kosovo, "oh sì, mi sarebbe piaciuta la carriera militare".

La rivoluzione antropologica del potere nell'era del relativismo e del tardo berlusconismo, però reale. Due santini di Padre Pio nel portafoglio e il fidanzato con tatuaggio della croce templare sull'avambraccio che garantisce che il seno non è rifatto, "tutta roba autentica" conferma lei alle Invasioni barbariche. Dio, patria, famiglia e paparazzate funzionali sulle spiagge estive della Sardegna, "La Venere di Orosei" la proclama Signorini su Chi, "promossa anche nel lato B".

Di questo si colora oggi la scena pubblica - senza che i suoi protagonisti ne abbiano alcun utile concreto, ma un eccesso d'intrattenimento. Lei regala a Natale statuette del presepe; Fassino, audace, vorrebbe tanto ballarci il tango; la Mussolini, che la detesta, si fa beccare mentre le disegna le corna su un poster elettorale (ma davvero). "Se fosse mio padre - dice un giorno di Berlusconi - non gli avrei permesso di tingersi i capelli in quel modo". Cortigiani sgomenti da lesa maestà. Non c'è nulla ormai che sia risparmiato alla post-politica.

La rivolta della Carfagna, a suo modo, è la realtà che presenta il conto al miracolo che non c'è mai stato. Forse anche la rivincita della vita nuda sull'apparenza del potere e sulla sua disperata incompatibilità.

(20 novembre 2010)

lunedì 8 novembre 2010

La fine annunciata di Silvio e Gianfranco gli anni di tensione tra il leader e il delfino


di FILIPPO CECCARELLI

Chissà che idea di qui a vent'anni gli storici, ma anche i curiosi si saranno fatti di questa interminabile partita che tra furori e rappacificazioni, dietrologie addirittura geopolitiche e sgangheratezze da cinepanettone, sembra ieri finalmente avviata alla conclusione definitiva.

Viene in testa un enigmatico, eppure anche emblematico appunto scritto da Fini su un bigliettino lasciato sul banco mesi orsono, dopo un intervento a un convegno: "Fare pace - diceva - e fare finta". Così come torna alla memoria, in questo caso per la sua
grossolana linearità, quella specie di ultimatum rivolto da Berlusconi al suo più insidioso nemico: "O pianta la Tulliani e dice sì ai punti del programma, e in tal caso cancelliamo tutto e sparisce Montecarlo, oppure - continuava la "proposta" - non ne esce politicamente vivo".

E se tutto in realtà è sempre inscritto nell'inesauribile immaginario del potere, ecco che a scartabellare negli archivi si trovano notizie e resoconti da cui si capisce che fin dal dicembre del 1994, ai tempi della crisi del primo governo Berlusconi, tra i due le cose potevano evolvere nel modo tempestoso che si è visto ieri. Per cui con beneficio d'inventario si segnala che richiesto di commentare quella sua condizione di futuro "
perenne secondo", l'allora leader di An replicò con un sorrisetto altezzoso che questo problema non se l'era posto "nemmeno a nove anni".

Ebbene, in questa
storia la questione anagrafica ha certo un peso assai rilevante. Tutto in effetti spinge a pensare che già allora l'ex "eterno gregario" si fosse fatto i suoi calcoli; ma oggi Berlusconi sa benissimo che Fini lo considera vecchio, anzi "un vecchio", e questo lo fa impazzire di rabbia. Dal che s'intuisce come tutta la vicenda non solo sia condizionata dalla biologia e dai sentimenti, ma avviene all'apice dei processi di personalizzazione, per cui i due leader si muovono sulla scena secondo i moduli del consumo e dello spettacolo e quindi in una fantasmagoria di chiacchiere, foto, video, mogli, cognati, dossier condominiali, scandali sessuali, vendette tribali e quant'altro graziosamente la regressiva politica di questo tempo sfarzoso e sudicio reca in dote all'emozione pubblica.

Per cui sì, magari a giorni ci sarà la crisi di governo e in ogni caso ha preso il via un inedito passaggio istituzionale. Ma nel frattempo pare irrealistico che gli studiosi del domani possano osservare l'annunciatissima rottura attraverso le categorie non si dice qui delle culture politiche e delle ideologie, ma anche solo delle alleanze, degli schieramenti, degli interessi o degli insediamenti sociali e territoriali. È storia lunga, ormai, ma eminentemente post-politica. Ha detto Berlusconi di Fini, dopo lo scontro dell'aprile scorso in direzione, quella con il dito puntato (e finito in questi giorni sulle t-shirt): "
È venuto a fare il Santoro a casa mia". Si badi: casa. È qualcosa di più di una concezione patrimoniale del potere: vuol dire la fine della polis, la città, il ritorno all'oikia, il luogo della famiglia.

Non si approfitterà della situazione per richiamare un regolamento dei conti a destra. Ma lo strappo in realtà equivale a una separazione coniugale. Non stupisce che il Cavaliere abbia detto: "Mi sono tolto un peso, come quando ho divorziato". Ora, anche lì la causa va per le difficili e per le lunghe. Ancora: lui considerava Fini "un figlioccio". Comunque colpisce il groviglio a sfondo intimistico, ed è proprio ciò che assegna alla vicenda una valenza psicopatologica.

Non c'è dubbio che abbiano giocato elementi per così dire di scontro tradizionale
: il legame con la Lega, l'incertezza sulla successione di Berlusconi, la prepotenza dell'operazione predellino, l'ambiguità sotto il cui segno è nato il Pdl. Eppure è difficile togliersi dalla testa che la prima vera e seria faglia del terremoto a venire si sia verificata quando il leader di An ha cominciato a sospettare che il Cavaliere, o il mondo a lui prossimo, inzuppava il biscottino sui suoi fatti personali, per così dire, il divorzio con la prima moglie, la nuova e giovane donna incinta, il video fantastico e terrificante di lei con l'ex Gaucci. E allo stesso modo Berlusconi ha tratto la certezza dell'infedeltà di Fini quando questi non ha mosso un dito per difenderlo sugli impicci delle intercettazioni, di Noemi, delle foto in Sardegna e della D'Addario. Di questo, soprattutto, vive oggi il potere. È consolante pensare che i leader passino il loro tempo attorno ai tavoli sulle riforme istituzionali o si dedichino anima e corpo a quelli che nei talk-show vengono sventolati, ma solo per qualche istante, come: "I Veri Problemi del Paese". Però bisogna anche dire che prima della famosa direzione, prima che Feltri lo invitasse a "rientrare nei ranghi" e il Cavaliere a "rimettersi in linea" le batterie berlusconiane hanno concentrato il loro fuoco su Fini con argomenti del tutto pre-politici che tiravano in ballo gelosia, invidia, frustrazione, "malinconia aggressiva" per astinenza da sigarette. Prima della casa di Montecarlo, si potrebbe compilare un interessante prontuario di post-accuse a base di gomme da masticare, calzini bucati, nudismo fotografico.

La domanda: come si poteva pensare di poter evitare in questo modo non tanto la rivolta, ma la più semplice dichiarazione di incompatibilità? Dalla cognateide off-shore di Rue Charlotte ai fasti di Ruby, Nadia e bunga bunga il passo era perfino obbligato. Che cosa porterà tutto questo, e da quale altezza si rispecchi nell'Italia di oggi, è al tempo stesso incognito e sotto gli occhi di ognuno. Il futuro del resto si scopre piano piano, il presente invece dura appena un attimo.

(08 novembre 2010)

venerdì 29 ottobre 2010

Riti, miti e barzellette da dopocena sexy nel "bunga bunga" l'arroganza del potere


di FILIPPO CECCARELLI

E allora: bunga bunga a tutta l'Italia! L'osceno augurio, e dovutamente allucinato, aleggia sulle macerie della politica e i relitti del buonsenso. Bunga bunga, senza trattino, rimbomba nelle chiacchiere e negli sms, intasa la rete, sovverte il quadro politico, sprofonda il potere nell'abisso dei propri arcaismi rivestendoli di una risata carnevalesca che oltraggia la razionalità e rivendica il monopolio della trasgressione.

Non la si farà troppo lunga, né troppo complicata. L'altra settimana ha raccontato l'Espresso che nella reggia di Arcore, con gli opportuni consigli di Lele Mora, sono stati montati pali da lap-dance e un trono dorato. Chi abbia speso qualche tempo a studiare le seratine berluscononiane si accorge presto che lì va in scena un'autentica liturgia: invocazione del nome ("Papi"), paramenti (tubino nero), accorgimenti di purificazione (trucco leggero, no calze, no smalto); e poi visioni dei successi politici e delle ricchezze divine, quindi "spettacolini" a base di canti, danze, le donne che fanno la "ola" al ritmo di "Meno male che Silvio c'è" in un esorbitante sfolgorio di farfalline, pure donate dal padrone di casa come segno di possesso e riconoscimento, crisma dell'avvenuta iniziazione.

Ecco: da adesso si sa pure che, varcata una certa soglia, al rituale del dopocena era assegnata la denominazione invero esotica di bunga bunga. Assimilabile, quanto a strizzatine d'occhio, ma più potente, a consimili espressioni quali gnacca gnacca, tuca tuca e bingo bongo, quest'ultima nell'accezione non necessariamente leghista, ma sadico-anale chissà se ancora in voga nella scuola dell'obbligo.
Cosa accadesse di preciso in tali sessioni post-prandiali non è dato sapere - né sono pratiche che si certificano dal notaio. Ma non di rado le fantasie e gli scherzi che bollono nel calderone dell'immaginario insieme a simboli sacri e a impulsi animaleschi, anticipano la realtà o per lo meno si sforzano si adattarla all'ormai patologica fuoriuscita di storie intime e narrazioni orgiastiche di cui si alimenta il potere nell'Italia del 2010.

Quasi superfluo è segnalare a questo punto che da remote vestigie colonialiste il bunga bunga nasce quale scherzo da caserma britannica; e che nel corso del tempo l'espressione ha imbarcato una certa dose di cruda violenza sessuale - come tale si rinviene in vignette, canzoni e film - fino ad approdare nel novero basso materiale delle barzellette. Ed è da tale magmatico stagno che l'ha certamente ripescata il Cavaliere rilanciandola negli incontri politici per rianimarli dalla loro noia mortale - "Sapete, un giorno Bondi e Cicchitto... " - e poi anche nelle sue festicciole come invito ammiccante e burlesco rivolto alle femmine, per quanto inconfessabilmente collegato con la brutalità più profonda e selvaggia che risiede nell'inconscio collettivo.

Che c'entri Gheddafi o qualche altro dittatore pare abbastanza secondario. Già ieri un navigatore bolognese aveva registrato il dominio: www. bungabunga. it. In qualche modo è la prova che Berlusconi riesce a entrare in sintonia con i meandri più oscuri del pubblico, "la parte maledetta" della società; e che con la leva del buffonesco, del comico, del grottesco, dell'osceno, addirittura del sadico per certi versi, stabilisce inedite connessioni e identificazioni con quel "popolo" che gli sta tanto a cuore, con le sue libertà.
Ehi, dice, quante storie per una storiella! Ma la storiella cui fa riferimento lo statista con i suoi subordinati e poi adesso anche con le sue amiche tra una sessione di lap-dance ed un eventuale soggiorno sull'affollato lettone post-sovietico, verte pur sempre su di un rito di punizione e di dolore, anzi per l'esattezza su uno stupro eseguito da un'intera tribù ai danni di qualche malcapitato/a che pur di scampare al supplizio del bunga bunga preferisce la morte.

Senza addentrarsi in quest'ultima direzione, vale forse notare l'aspetto tribale che certo scopre e rispecchia alcuni altarini dell'odierno sistema di potere; così come, fra intercettazioni, veline, minorenni, escort, farfalline, cerbiatte, igieniste orali e altre rispettabili disponibilità professionali, a parte il lenocinio e lo spaccio di droga, ecco, magari si può verificare sul campo come nel berlusconismo ormai allo stremo l'ordinario richiamo alla Cultura del Fare, ai Sani Valori e ai programmi rose & fiori dell'Amore, del Sogno e della Felicità ceda al mercato dei corpi nel quadro di una diffusa Pornocultura ammantata di euforia e incantesimi pubblicitari.

Di tutto questo permanente carnevale, trasmesso e percepito in mostruose sembianze, è testimone il bunga bunga. C'è un libro appena uscito, difficile ma molto molto bello, che spiega prima ancora che venisse fuori l'ultima storiaccia come questo rito faccia paura e al tempo stesso faccia ridere. S'intitola Gioia tragica (Lupetti), l'ha scritto un giovane sociologo che ovviamente lavora in Francia, Vincenzo Susca, e che letto in filigrana, con uno sgomento rischiarato dal nitore delle prospettive evocate, dimostra e descrive la metamorfosi di un potere che inesorabilmente si va trasformando in un orrendo, crudele e doloroso cinepanettone. Bunga bunga è il nome che si merita, e buonanotte a tutti.

(29 ottobre 2010)

domenica 29 agosto 2010

La faida tra gli ex colonnelli di An a colpi di contesse, cognati e probiviri


FILIPPO CECCARELLI

PERO' che disastro umano e politico, anche la destra! Quasi con noncuranza si assiste al serial estivo della faida tra Fini, i finiani, gli ex colonnelli ormai divenuti più berlusconiani di Berlusconi; e addirittura con rassegnazione si guarda al tristo minuetto di improbabili probiviri alternato al can-can di recriminazioni coniugali e condominiali. E mentre il ministro La Russa ci tiene a far sapere di essere passato "per curiosità" sotto il celebre appartamento di Montecarlo; mentre l'ex governatore Storace inoltra vibranti denunce che ripaghino l'onore postumo della contessa benefattrice Colleoni; e dallo splendido Miramonti di Cortina Alemanno propone l'abbattimento di TorBellaMonaca; e dalle Egadi il capogruppo Gasparri, amico di don Gelmini, ha da ridire sullo stile di vita di don Sciortino; così come, a Panarea, l'onorevole Bocchino mescola con le mani l'insalata di pomodori davanti all'obiettivo del fotografo e sotto la supervisione del cuoco già dalemiano Vissani, ecco, sia pure con lo scetticismo degli osservatori professionali viene spontaneo far caso soprattutto al paesaggio di schiume, bave, cocci, stracci e intrallazzi entro il quale inesorabilmente si colloca la fine, per non dire il fallimento insieme ideale ed esistenziale di un'intera comunità.

Dossier, cognati, "romanella" di Ferrari, elettrodomestici, arredatori, spedizionieri, schedine controverse, piscine abusive, foto battesimali in esclusiva, poi respinte perché inadeguate alla bisogna, ministri smaniosi di sicurezza e pronti per ripicca ad accanirsi con gli extracomunitari, ex esuli in patria disposti a improvvisarsi lobbisti per le multinazionali del gioco d'azzardo... Nel pieno dello scandalo, quale incongruo trofeo non si sa bene di che cosa, il Giornale della real casa berlusconiana ha pubblicato l'immagine del terrazzino di casa Fini-Tulliani in cui si vedeva di sfuggita, esposta alle intemperie, ma ben cerchiata in rosso per l'occasione, una modesta aquila imperiale che poggiava, "forse", su di un fascio littorio.

E magari anche questo non c'entrerà molto con la nascita, pare rinviata, del futuro partito di Futuro e Libertà, ma in contemporanea con lo strappo del Pdl si è pure venuto a sapere che all'operazione dei finti diari di Mussolini ha recato il suo indispensabile contributo finanziario, chi? Lele Mora, sì, proprio lui, che tra un massaggio ai piedi e una riappacificazione con Fabrizio Corona nella valle di lacrime del neofascismo in dissoluzione sembra aver imboccato quella specialissima strada autopromozionale del fan del Duce fuori tempo massimo.

Può sembrare strano e magari anche irritante che tale quadretto si noti da tanto lontano. Ma senza alcuna nostalgia per il tempo in cui quei giovanotti missini scendevano in campo con la squadra di calcio del Secolo d'Italia, come da ex icona votiva, e come tali erano tenuti ai margini della società politica, vale forse la pena di riconoscere che anche per loro il ripudio dei valori, il distacco dai codici tradizionali, l'allontanamento, lo stravolgimento, lo sdoganamento da parte del Cavaliere, alla fine tutto ciò si è risolto in una grande miseria per niente affatto eroica, ma specialmente furba, misera e più che comica, grottesca. Tra secolarizzazione nera e fratricidio, in altre parole, tra le odierne faide e la grata omologazione, ci sono molti più legami di quanto l'onore e la gratitudine, l'opportunismo e l'autonomia lascino immaginare.

Per troppi anni, probabilmente, Fini ha governato il partito facendo pesare la sua superiorità come un prepotente fratello maggiore, spesso e volentieri mettendo i colonnelli gli uni contro gli altri. Quando Berlusconi ha compreso e utilizzato la loro decennale frustrazione era ormai troppo tardi. Non che manchi in alcuni la buona fede, nell'uno e nell'altro campo, né un barlume di speranza. La politica è fatta necessariamente di materia alta e bassa. Ma chi negli anni novanta ha studiato e vissuto l'analogo smottamento di ideali e di identità a sinistra, sente come qualcosa di famigliare; e se a partire da Rifondazione fino ai residui della Margherita ci si prova a orientare tra i nichilismi e risentimenti dell'oggi, tra le oligarchie e i cannibalismi di tanti "compagni di scuola" del Pd, trova qualche vaga, ma a questo punto pure inevitabile assonanza di genere.

Rispetto a tali processi, è tenero e allegro pensare ai probiviri. Il primato della fedeltà e della gerarchia sulla pratica democratica, oltretutto, rendono a destra lo scontro ancora più selvatico e al tempo stesso più vistoso. Più che nelle sedi deputate (quali?) o nei giornali, dell'impudico tramonto si trova greve, veritiera e quasi letteraria testimonianza in certe mail che vecchie glorie anarcoidi e incollocabili come Tomaso Staiti mettono allegramente e amaramente in circolazione e davvero ce n'è per tutti, a partire da donna Assunta.
Sotto a chi tocca. Fini "rimasto incinto" delle sue due mogli, Rauti giacobino in pantofole estasiato da Berlusconi, la famiglia La Russa alla riscossa, da Virgillito a Ligresti, Matteoli letteralmente inventato da Beppe Niccolai. Una storia nuda e ormai vuota di passioni, tutta ricordi, soprannomi, retroscena, pettegolezzi, invocazioni su un mondo perduto: "Parce sepulto! Si consegni all'oblio - scrive Staiti - e non si costringa uno come me a gridare, come in questa occasione, per la prima, unica, e forse ultima volta 'Viva Fini!'. E persino, Dio mi perdoni, 'Viva Bocchino!'".

(29 agosto 2010)

lunedì 2 agosto 2010

Nel castello inaccessibile di Tor Crescenza l'estate più dura del Berlusconi assediato


di FILIPPO CECCARELLI

Siccome Palazzo Grazioli non bastava; e siccome per varie ragioni, hanno esaurito la loro spinta propulsiva la reggia di Arcore e le mirabilia della Certosa; né evidentemente pare all'altezza dell'evento stagionale da consacrare villa Correnti, sul lago, e forse nemmeno, tra le zanzare della Brianza, sembra adeguata l'ultimo acquisto, villa Gernetto, quella dedicata alla futura università del pensiero liberale, cioè il suo; siccome tutte queste dimore non vanno più o comunque sanno un po' di minestra mediatica riscaldata, come è e come non è, il presidente Berlusconi ha pensato di ambientare la sua rimarchevole estate in un vero castello, a Tor Crescenza.

Qui viene a dormire, qui riceve e qui si dedica allo svago para e meta-istituzionale, lasciandosi allestire feste con le graziose sue onorevolesse, scaglionate secondo misteriosi codici: dietro quelle mura finalmente al riparo dagli sguardi indiscreti che tanti guai gli hanno procurato. Allegro, sembra, e forse pure appagato da un inconfessabile sogno baronale. Irrequieta famiglia patrizia, i Crescenzi innalzarono nei secoli oscuri una torre, non lontano dalla via Flaminia, e attorno al maschio nel XV secolo prese vita il maniero, oggi di proprietà della principessa Borghese. Che opportunamente infiocchettato lo affitta agli sposi vip, alla produzione di film, alle case di moda, alle agenzie che organizzano eventi commerciali e al presidente del Consiglio.

Qui Berlusconi cerca anche di dimenticare ciò che da qualche tempo ha preso a girargli al contrario: la rottura con Fini, la diffidenza di Napolitano, la crisi economica, l'immondizia di Palermo, i guai della Fiat, lo sdegno di Casini, l'imprevedibilità della Lega, gli impicci famigliari, il rebus del successore di Scajola, i sommovimenti della Campania, la freddezza di Washington, il tiro al piccione su Verdini, il centro storico dell'Aquila, i sondaggi in discesa, l'attivismo borderline di Dell'Utri, il fatto che è ingrassato, infine, che tra qualche settimana compie 74 anni e che Tremonti, come gli ha riferito qualche solerte cortigiano, già da un pezzo lo chiama "il nonnetto".

Oh, che bel castello, marcondirondirondello. Però sempre i luoghi del potere corrispondono a dei simboli. E se pure, oltre alla ricaduta giornalistica che gli procura, c'è da credere che Berlusconi lo apprezzi per l'incanto da scenografia medievale, le armature, i candelabri, i centrotavola di foglie intrecciate, e il roseto, il giardino d'inverno, la sala d'oro con il dovuto lettone, le fontane con i giochi d'acqua, ecco, ben al di là del colpo d'occhio e dell'oleografia il castello è anche una potente metafora di separazione e di inaccessibilità. Per non dire che è il luogo designato di ogni possibile assedio; e per non farsi mancare nulla pure il fulcro, la calamita, la destinazione del più straniante enigma.

"La strada non portava al colle del castello, ma solo nelle vicinanze; poi pareva svoltare intenzionalmente, e se non si allontanava dal castello neppure gli si avvicinava...". Ora, non si può pretendere che Il Cavaliere sia al corrente dell'interpretazione che vuole "Il Castello" di Kafka una sorta di allegoria del degrado democratico, l'emblema di un comando che vive di miraggi, tremori, apparenze formali e sostanziale schiavitù dei sudditi del villaggio.

Per tornare a Tor Certosa, non si sa se il seguente avviso ci sia sempre stato o se qualcuno l'abbia apposto di recente sul limitare della strada che, dalle parti di un campo di golf, si avvicina alla dimora: "Non avvicinarsi - dice - non entrare, area difesa da cani addestrati". Là dove il particolare della muta ringhiosa, ben lungi ormai dall'attitudine tutta berlusconiana per la cortesia, i gazebi, i predellini e i bagni di folla, irredimibilmente piomba il tutto in una dimensione aspra e selvatica, certo regressiva e non a caso tale da manifestarsi tra bastioni e merli dietro cui il grande assediato non ha solo da guardarsi dai paparazzi, ma anche da un numero crescente di nemici.

La "suggestiva location", come la presentano diversi depliant on line, ha ospitato negli ultimi anni i più fastosi ricevimenti della neo aristocrazia della visibilità. Lanciato alle nozze del regista Giulio Base e della regina delle pierre Tiziana Rocca, la moda del castello che piace tanto al Berlusca ha messo il turbo con i ricevimenti ("da centomila euro" si nota ghiottamente nei siti di gossip) di Totti e Ilary e poi di Briatore e della Gregoraci.

Ma poiché sotto il dominio delle rappresentazioni non di rado succede che queste ultime finiscono per assumere il valore di un presagio, sia pure light, converrà segnalare che qui sono state anche girate alcune scene del pregevole film dei Vanzina, "2061. Un anno eccezionale". Vi si narra, per l'appunto, di un'Italia precipitata in un cupo medioevo di stati e staterelli, Sultanato delle Due Sicilie, Repubblica Longobarda, redivivo Stato della Chiesa, una zona al centro in mano agli epigoni del comunismo. Le avventure di ladri, cannibali, acrobati, cortigiane. Sembra ieri, sembra oggi, sembra domani e sempre. Si legge comunque sul "Dizionario dei proverbi" del Lapucci (Le Monnier, 2006): "Castello spesso combattuto, alla fine s'arrende".

(02 agosto 2010)

domenica 1 agosto 2010

Da Leone al pericolante Cavaliere i riti balneari da Prima Repubblica


di FILIPPO CECCARELLI

Diceva Bettino Craxi, sudato e sbuffante: «Il generale Agosto farà il resto». Era un affidamento cinico e speranzoso: quando arrivavano le ferie, ai tempi della Prima Repubblica, il potere prendeva atto della propria relatività consegnandosi provvisoriamente a rinvii, proroghe, differimenti, dilazioni, oltre alle buone e più spesso alle cattive intenzioni.

L'antica sapienza democristiana, di norma incalzata da qualche gran intestina o con gli alleati (anche prima di Craxi), esaltò questo genere di soluzioni di ordine stagional-decantatorio che comunque, fin dall'inizio degli anni sessanta, finirono per codificarsi addirittura in una forma di esecutivo. Con il che, previa consultazione del prezioso dizionario «Le parole della politica» del Di Capua (Ebe, 1973), incastonato in un groviglio spinoso di aggettivi e altre variabili lessicali, «amico», «carsico», «fantoccio», «istituzionale», «tecnico», «di bandiera», «di necessità», «di salute pubblica» e via compilando, si trova l'irresistibile formula del governo, appunto, «balneare»: perciò stesso «destinato a vivere - è scritto - solo per la stagione estiva, in attesa di essere sostituito da un governo politico di coalizione».

Con facilità s'immagina quanto il presidente Berlusconi abbia in dispetto questa roba preistorica, questa paleo-muffa politichese. E' sicuro di essere, lui, ancora, il Signore della Novità. Eppure, se possedesse un filo di modestia, potrebbe agevolmente riconoscere come tutte, ma proprio tutte le sue speranze, dalla situazione economica all'organigramma Rai, dall'ardua scelta titolare del ministero dello Sviluppo alle inchieste

sulla cricca o sulla P3, fino ai numeri per la sopravvivenza parlamentare della sua disastrata compagine, dipendano da un'estate tranquilla; nel senso di un paese ben concentrato sulla propria villeggiatura e quindi più disposto a trascurare le evidenti sottovalutazioni, gli obiettivi errori e le indubbie magagne che si sono aggravate dopo la rottura con Fini.

Il Cavaliere, che viene dal mondo della pubblicità e del consumo, è sempre attento ai momenti in cui entra in gioco e si modifica lo stato d'animo collettivo: Natale (un tempo faceva anche gli auguri dai poster), il tempo della denuncia dei redditi, le vittorie e le sconfitte nelle partite di calcio, poi e l'estate. Così oggi, in realtà, si ritrova alla guida di un governo obbligato, malsicuro e anzi quasi pericolante. Molto peggio, dunque, che balneare. Quest'ultimo, semmai, era a suo modo un segno di forza. Dopo le incerte elezioni del 1963, per dire, e poi dopo quelle altrettanto dubbiose del 1968, i capicorrente della Dc adocchiarono un personaggio innocuo come Giovanni Leone e per ben due volte lo appoggiarono a Palazzo Chigi per il tempo dei bagni.

Di solito Leone - che come tutti i grandi dissimulatori dc sembrava privo di ambizioni e finì al Quirinale - accettava «a malincuore», come scrive Andreotti in «De (prima) re publica» (Rizzoli, 1996), «di cedere la presidenza di Montecitorio dando comunque una disponibilità solo stagionale». Dopo di che, in tutti e due i casi accadde nel mese di dicembre, i capi tribù democristiani si mettevano d'accordo, gli dicevano arrivederci e grazie e facevano un governo vero.
Figurarsi se Berlusconi pensa di imparare qualcosa da qualcuno.

Ma a differenza dalla storia, l'attualità è crudele e così la forzata balneazione del Cavaliere non scaturisce da elezioni, ma dovrebbe favorirle in autunno - ammesso e non concesso, anzi non concesso per niente che il presidente della Repubblica Napolitano le ritenga opportune. E anche questo, francamente, toglie alla formula quella sua vacanziera levità e spensieratezza che certamente nei primissimi anni ottanta stimolarono Stefano Benni a dedicare al governo balneare alcuni versi, tra cui «La conchiglia»: «"La Maddalena non è radioattiva"/ urlò Cossiga, e raccolse sulla riva/ un conchiglia per sentire il mare/ e sentì una voce che diceva:/ "Tutti al bunker, allarme nucleare!"/ Disse: "Sarà un paguro burlone". / Un attimo dopo l'esplosione».

La Maddalena, oggi, grazie al mancato G8 e ai relativi impiccetti, ispirano ricordi meno ridenti. Ma in attesa delle fantomatiche elezioni, con ben 33 più 10 finiani che hanno scommesso la loro carriera contro di lui, il presidentissimo Berlusconi si appresta a sperimentare sulla propria pelle un'altra graziosa formula archeologica di quelle che gli piacciono tanto: l'appoggio esterno. E qui la memoria deve per forza inabissarsi, di un quarantennio almeno, per incontrare uno sketch in bianco e nero di Noschese che, truccato da Ugo La Malfa, spuntava dietro una finestra aperta e fissando l'interno con i suoi occhialoni spessi come cocci di bottiglia, mormorava con forte cadenza siciliana: «Non vedo assolutamente una minchia»; e a quel punto, messo il braccio destro sullo stipite della finestra, premeva e premeva: era l'appoggio esterno. Ma di colpo poteva anche smettere.

Inutile dire che così facendo La Malfa senior fece impazzire una mezza dozzina di premier, tra cui Scelba, Fanfani ed Andreotti, non esattamente dei cuoricini. Perciò da adesso il presidente della Camera e di Futuro e libertà non solo può dare e togliere, partire e frenare, promettere e negare, ma ha anche illustri precedenti. Il generale Agosto non è mica uno sprovveduto. Può salvare, ma può colare a picco con la stessa accaldata efficienza. E' un peccato che non ci sia più don Gianni Baget Bozzo, ma Berlusconi può sempre farsi raccontare di quando Pella riuscì a formare un governo il giorno dopo Ferragosto e volle battezzarlo «il governo dell'Assunta» dovendo simboleggiare una riscossa anticomunista e socialista dopo la sberla della legge truffa. Oggi lo schiaffone sembra arrivato al governo sulla legge bavaglio: e se la balneazione ha perso la sua simpatia, se ne intravedono gli aspetti di oscura incompiutezza, di rovina strisciante, la premessa di una vera crisi.

(01 agosto 2010)

giovedì 29 luglio 2010

Dal predellino alla catastrofe i 16 mesi crudeli del Pdl


FILIPPO CECCARELLI

BREVE la vita e infelice del Popolo della Libertà. Dopo 16 mesi dalla tecno-apoteosi del congresso fondativo e fasullo, con il palco rock, i milioni di led, le riprese di riguardo e a planare, l'applausometro in delirio, e gli inni trionfali, il salottino per la supernomenklatura, le abbronzature invernali delle future veline. Ecco, a debita distanza dall'evento e dall'indubbia megalomania che aleggiava sui baracconi incantati della Fiera di Roma, si può concludere con qualche ragionevole cinismo che il "popolo" invocato in pompa magna al posto del convenzionale "partito" era forse un'entità troppo impegnativa. Almeno per come, tra alti e bassi, stop and go, rabbie e dispetti, interviste costruttive e distruttive, comunque sta andando a finire nel Pdl.

Quanto alla libertà, termine invero piuttosto generico in tempi abbastanza vuoti e crudeli, ci si limita a ricordare che sempre in quella fastosa occasione, quando Fini prese la parola per ben 55 minuti, con matematica e sistematica regolarità non solo disse sempre "partito", ma ogni volta riferì "alle" libertà, plurale, e non all'unica e dogmatica libertà campeggiante sui grandi e ripetuti emblemi che dominavano la scena fondante e preliminare.
Ciò nonostante, conclusa la cauta e sinuosa controrelazione del "cofondatore", il presidentissimo Berlusconi, che per tutto il tempo seduto accanto alla bionda Tulliani aveva annuito e pure fatto okay con la mano, ritenne di dover irrompere sul palchetto, anche a costo di interrompere lo scontato tripudio tricolore. E allora salì lì sopra, d'impeto, a larghe falcate, e buttò le braccia al collo di Fini e gli impresse un bacio, che l'altro accolse con impercettibile diffidenza per via della fitta coltre di cerone. Ma siccome Berlusconi è (anche) un grande uomo di spettacolo subito si mise alla destra del presidente della Camera, così conquistando una posizione di preminenza ottica oltre a una maggiore facilità di movimento.

Tra le macerie della politica e il deserto progettuale, il linguaggio dei corpi offre ottimi spunti di osservazione, forse anche di riflessione, sicuramente di ricordo. Per cui sembra di rammentare che la scena madre trovò il suo culmine nel momento in cui il Cavaliere con qualche sforzo distese il braccione sulle spalle di colui che già allora era il suo antagonista; e lo fece come se volesse, pensa tu, garantirlo, o proteggerlo.

Essendo Fini parecchio più alto di lui la muta sequenza rischiava un po' l'effetto circo Barnum, con il che il presidente del Consiglio ritenne di esplicitare il senso di quel silenzioso balletto, di quel groviglio insieme tattile e tattico: "Ecco - disse - questo è per spazzare via tutte le malizie che io e Gianfranco non ci si voglia bene e non si condividano gli stessi ideali".

Va da sé che dichiarazioni del genere, oltre a incoraggiare lo studio del linguaggio segreto dei corpi, autorizzano senz'altro il peggiore scetticismo riguardo alle atmosfere artificiali e agli sbaciucchiamenti fra i leader.

Non solo Fini s'era già opposto allo statuto cesaristico del Pdl, anche perché prevedeva la presidenza a vita per il fondatore; non solo aveva già provveduto a blindare le proprietà immobiliari e lo stesso simbolo di An; non solo sapeva perfettamente di non poter più contare sui colonnelli frustrati da anni e anni di suo dominio (una volta gli aveva fatto raccogliere firme a Ferragosto, per un inutile referendum). Ma nei giorni precedenti, sia pure senza clamori, aveva anche piantato una grana sull'inno che doveva risuonare in sala, prima bocciandone uno nuovo di zecca, poi impedendo che gli altoparlanti di ultima generazione rendessero all'uditorio "Meno male che Silvio c'è".

Per la cronaca: furono emessi solo dei jingle, ma senza parole. Fini lasciò che il Pdl nascesse in quel modo. Allo stesso modo, contro ogni desiderio terminale di crash, ieri ha fatto sì che continuasse la vita stenta di quella creatura incerta fin nell'acronimo che dovrebbe caratterizzarla. Nell'uno e nell'altro caso, ieri come oggi, Berlusconi, che non è scemo, ha capito benissimo che il cofondatore rallenta la resa dei conti per assaporare la prosecuzione dello stillicidio, per prolungare la pena di un lungo e torpido logoramento.

Inutile dire che in 16 mesi il Pdl, con i suoi inutili, affaccendati e inguaiati coordinatori, ha conosciuto oltre a momenti di lite spettacolare come quella dell'Auditorium, terribili passaggi ancora segreti che si verranno a sapere a tempo debito, cioè quando tutto si sarà consumato, e dissipato. Ma ce n'è già quanto basta per indovinarne i contorni, che trascendono ovviamente il nobile dissenso sui soliti temi della laicità, dell'immigrazione, dei rapporti con la Lega.

Si va oltre ai presagi e alle coincidenze, tra i quali un dipinto in cui Fini è raffigurato come Bruto che accoltella il Cesare di Palazzo Grazioli (a proposito: il luogo dista non più di 150 metri). E' roba tosta e per lo più puteolente, come succede negli scontri di potere senza troppe idealità in ballo. A scartabellare fra un bel pacco di ritagli s'incontrano bonifiche di cimici, dossier a luci rosse, rimarchevoli fuorionda, grembiulini e compassi, incontri segreti con nemici, viaggi di geopolitica risonanza.

Nel frattempo la democrazia un po' langue, e non sembra che a ridarle vita servano molto espressioni come popolo e/o libertà.

(29 luglio 2010)

lunedì 12 luglio 2010

Vespa, il regista del nuovo potere dal salotto tv a quello di casa


di FILIPPO CECCARELLI

Come al solito occorre rivolgere un supplemento d'attenzione ai segni, con la speranza che indichino un passaggio non solo d'epoca, ma anche di consegne pratiche e di simbolico testimone. Così accade che mentre ancora ci si esercita sugli effetti della gran cena di potere consumatasi l'altra sera sul preziosissimo terrazzo di Bruno Vespa, giovedì prossimo, da Christie's, vanno all'asta i quadri, i mobili e gli arredi che allietavano la nomenklatura nel celebre villino, anch'esso in vendita, di Maria Angiolillo a Trinità dei Monti, qualche metro più sotto.

La simultaneità dei due eventi si estende al fatto che la dimora di Vespa appartiene a Propaganda Fide e che la sede di quest'ultima, specie di agenzia Immobil-Dream per titolati frequentatori del privilegio, è anch'essa a un passo dall'ideale segmento che unisce il Villino "Giulia" dalla Tavola del conduttore di Porta a Porta. Ma per non farsi mancare alcun emblematico indizio va pure detto che il cinquantesimo del sacerdozio del cardinal Bertone, celebrato la scorsa settimana, a sua volta corrisponde con il cinquantesimo del Vespone nel giornalismo, ricorrenza degnamente commemorata nell'impegnativa cena con Berlusconi, Letta, Casini, il banchiere Geronzi, il Governatore Draghi e il Segretario di Stato vaticano, fra l'altro vero padrone della magnifica casa di Vespa.

Tutto ciò per dire, con legittimo azzardo interpretativo, che per molteplici vie la missione dell'Angiolillo ha rapidamente trovato in Vespa il suo erede. Parlare di semplice salotto pare in effetti riduttivo. E non perché Vespa possiede già un salotto televisivo dedito alla consacrazione del comando. E' che pure dal punto di vista logistico, lassù in cima alla Rampa Mignanelli si continuano dunque a porre in atto trame, ricami, orlature e mediazioni, compensazioni e combinazioni che ogni convivio o "attovagliamento", per dirla con Dagospia, inesorabilmente trasformano in un autentico e idolatrico santuario del Potere.

Lo scorso Natale, il primo senza Maria, gli abituali suoi ospiti vagheggiarono l'idea di una fondazione per tramandarne la memoria. Gianni Letta promise anche una giornata di studio, con tanto di borsa, alla Luiss; così come Carlo Rossella rivelò il sorgere di una specie di culto para-religioso "perché Maria era tanto buona e faceva del bene. Lo sapete che adesso a Roma - spiegava - c'è pure chi la invoca. Maria prega per me, dicono così. Perché pare che lei abbia già fatto del bene anche da morta: incontri fortunati, posti di lavoro...".

Vespa, che la ricordò in una puntata della sua trasmissione, raccoglie dunque un mandato piuttosto oneroso. Detto questo, fosse rimasta segreta, quella sua cena con ospiti così titolati avrebbe potuto a pieno titolo animare uno dei gialli tipo Il sigillo della porpora (Rusconi, 1988) che alla fine degli anni '80 scriveva con qualche successo di pubblico e di critica Luigi Bisignani, gran conoscitore della Roma dei poteri forti e di norma immutabili nella loro impassibilità.

Se invece si trattava di un pasto destinato alla divulgazione, in tal modo inevitabilmente risolvendosi in una trappola ai danni di presidenti del Consiglio in difficoltà, banchieri smaniosi, politici in deficit di protagonismo, cardinali un po' impiccioni e così via, beh, dispiace solo che all'ingresso e all'uscita stavolta siano mancati i flash di Umberto Pizzi, artista del "Cafonal".

Al rito dell'agguato fotografico l'Angiolillo, per sua natura donna discreta, ma generosa, aveva finito per adeguarsi. Ma quasi mai trapelava la sostanza delle interiori vicissitudini di quelle cene che un certo provincialismo designava molto più maestose di quanto fossero. Solo Vespa, nei suoi libri, era in qualche modo autorizzato a delinearne le premesse simboliche, non di rado dilungandosi golosamente su menù, libagioni, suppellettili, e "i profumi prorompenti del giardino", "le porcellane preziose", "i cristalli d'epoca", i camerieri in livrea descritti come "fantasmi operosi e silenti" mentre versavano "rispettosamente" nei calici l'annata del vino tal dei tali. Là dove il segreto di quelle occasioni "esclusive" (dal latino exclaudo, chiudo fuori, possibilmente a chiave) stava piuttosto nel senso della rivendicata separatezza, nella dimensione pregiudizialmente e orgogliosamente oligarchica di quei consessi gastro-politici che sembrano ripetersi senza posa in questa città che ne ha viste tante, e non delle più edificanti.

Una ventina d'anni prima degli esordi letterari vespiani, nell'incompiuto Petrolio, Pier Paolo Pasolini aveva così descritto un tipico pasto di potere: "La compagnia si sedette attorno alla bianca tovaglia posando i pesanti culi fasciati di stoffe scure sulle seggiole riservate ai grandi della terra, capaci tuttavia di modestissime cene terrene". Non s'intende qui, com'è ovvio, mettere a confronto due stili, quanto sottolineare l'evoluzione del genere conviviale, comunque destinato a perpetuarsi.

Tra l'Angiolillo e Vespa, pur nella continuità degli ospiti e delle dislocazioni nel fastoso scenario di Piazza di Spagna, sembra però di cogliere la distanza che intercorre dal culto delle buone maniere all'ineluttabile prepotenza della comunicazione; dal regno antiquato dell'estetica a quello multi-vision della tv; da un sogno di misura e di riservatezza perfino signorile allo sfolgorio e allo sfoggio del più scoperto protagonismo. E il giornalista diventa lui la storia. Il gioco delle alleanze, l'alchimia del prestigio e il primato delle poltrone restano quelli di sempre. Che poi tutti i convitati si divertano davvero, in queste cene segrete e meno segrete, è arduo a dirsi. Ma Vespa sicuramente sì.

(12 luglio 2010)

giovedì 1 luglio 2010

Ecco il "Mattinale" del Pdl. Le notizie a misura di Silvio


Un fascicolo che arriva via e-mail ai maggiorenti del partito detta la linea del giorno che poi sarà ribadita in tv dai vari Cicchitto, Capezzone, Gasparri e Lupi. Un mix tra velina e catechismo berlusconiano

di FILIPPO CECCARELLI

QUANDO il presidente Berlusconi se la prende con i giornali, o quando auspica uno sciopero dei lettori, non è dato di sapere che tipo di informazione precisamente egli vorrebbe.

Da questo punto di vista, anche se non si tratta di un vero e proprio notiziario, né di un normale foglio d'agenzia come ne circolano da mezzo secolo nella politica italiana, Il Mattinale, e cioè il catechismo elaborato ogni giorno attorno a un tavolo di Palazzo Grazioli con la supervisione del sottosegretario-portavoce Bonaiuti e poi fatto pervenire in via più o meno riservata per dettare la linea alla nomenklatura del Pdl, è di certo un documento prezioso.

Nel senso che basta scorrerne titoli e sommari per capire che cosa il Cavaliere si aspetterebbe dai mezzi d'informazione e intanto si accontenta di leggere grazie a un gruppo di giovani promesse assistito da pensionati di grande esperienza. E quindi, giorno dopo giorno: "Governo, chiarezza e coesione", "G8: L'Italia, da protagonista", "Un biennio di cose fatte", "L'invidia ci insegue, la vinciamo", "I sondaggi rafforzano il premier", "Le aziende vedono la ripresa", "Le stime sorridono all'Italia", "Manovra necessaria. Per i giovani", "Il processo breve è un bene per tutti", "Palazzo Chigi difende il lavoro", "Esportazioni, crescita record", "I conti nella giusta direzione", "L'Europa deve ringraziare l'Italia", "Abbiamo un leader che decide", "Tranquilli, il popolo è con noi".

La tranquillità del berlusconismo pedagogico sembra in effetti più che garantita, almeno sul Mattinale. L'altro giorno, partendo dalla battuta sullo sciopero dei lettori, battuta su cui perfino Vittorio Feltri ha avuto a che ridire, una nota teorizzava con invidiabile nitore che nel paese, ben lungi dai pericoli che corre la libertà di stampa, vige in realtà "una licenza senza limiti di creare i fatti per poterli criticare", cosa ritenuta evidentemente incompatibile con la democrazia.

Sono venti cartelle, una in più una in meno, che arrivano via mail nel primo pomeriggio. La confezione è sobria, gli errori di stampa meritoriamente rarissimi, lo stile è freddo, grigio-istituzionale e senza svolazzi a parte le inconsapevoli scivolate tipo "Se Obama si comporta come Berlusconi" (ma c'è anche "Se Obama la pensa come Tremonti"). La varietà degli argomenti è ridotta; l'anonimato prevale su alcuni interventi riservati ai peones che si producono nel rito celebrativo dell'invocatio nominis del Cavaliere e del suo "capolavoro". Ma con le debite approssimazioni si potrebbe anche sostenere che formula curiosamente pre-televisiva fa de Il Mattinale l'epigono delle raccomandazioni del Minculpop, ma anche del Quaderno dell'attivista Pci anni cinquanta. Se tale ascendenza suona eccessiva, con maggiore sicurezza si potrebbe documentare che la celebre Velina di Vittorio Orefice, che del potere democristiano esprimeva le premesse simboliche e cognitive ai tempi della Prima Repubblica, figura al confronto un monumento al pluralismo e allo spirito critico.

"Magistratura superbia e pretese", "Gradimento, Silvio meglio di tutti", "Il vero Caimano è Veltroni", "Il modello Italia è vincente", "L'Italia vuole la separazione delle carriere", "Manovra: gli imprenditori applaudono", "Manovra promossa a pieni voti", "Una manovra da paese forte", "Dopo la manovra strada in discesa", "Dall'opposizione confusione e demagogia", "Governo efficienza e consenso". Abbastanza spassose, almeno per gli addetti ai lavori, sono anche le arrampicate sugli specchi che a Palazzo Grazioli compiono per aggiustare le frequenti gaffe e dare un senso alle periodiche improvvisazioni del presidentissimo. Così come, con il senno di poi, desta un amaro sorriso l'intervento che una preveggente mano ha intitolato: "Scajola: siamo la democrazia del fare".

Ma poi, a lungo andare, il buonumore s'infrange dinanzi al grado zero della semplificazione manichea, senza alcuno scrupolo articolata nella ripartizione "noi-loro". Noi buoni, s'intende, e loro cattivi. "Noi tuteliamo gli elettori, loro frenano la democrazia", "Noi aperti al confronti, loro profeti del tanto peggio", "Noi consapevoli delle priorità, loro sconfessati dal Colle". E' qui che, pur coscienti di come la politica sia un giochetto anche cattivo, si coglie l'ombra della sua negazione. In questo senso Il Mattinale assomiglia a una piccola antologia di totalitarismo in erba. O perlomeno il sogno di chi non solo non vuole, ma nemmeno concepisce che gli si possa dare torto.

(01 luglio 2010)

venerdì 19 febbraio 2010

Dai mariuoli ai birbantelli


di FILIPPO CECCARELLI

Nella scala Mercalli del lessico berlusconiano il termine "birbantelli", che il premier ha usato per qualificare i protagonisti del malaffare uscito fuori in questi giorni, si colloca appena un gradino sopra "birichino".

Birbantelli sarebbero, per intendersi, questi individui che a tal punto smaniano per i quattrini da fregarsi le mani durante le scosse di terremoto, e si agitano, brigano, impicciano, volteggiano sulle disgrazie altrui, instancabili come sono, e corrompono funzionari dello Stato e ingaggiano prostitute, e ridacchiano delle loro prestazioni e insomma: "gli sciacalli", per taluni, o "la cricca", per altri, o tutte due le parole insieme, che non saranno carine, però, insomma, considerati i morti, il dolore, la crisi, la miseria, gli sprechi...

E invece ecco che Berlusconi se ne esce addirittura con un vezzeggiativo, birbantelli, e sembra quasi di vederlo sorridere mentre fa il gesto delle tottò con la mano, ah, birbantelli, ahi-ahi! Trattasi di epiteto scherzoso e benevolo, il Devoto-Oli (Le Monnier) conferma la regressione all'infanzia, "ragazzacci" suonerebbe già più serio, siamo vicini a "monelli", l'indulgenza è un lampo che rischiara il messaggio, il premier è il più avveduto e operoso specialista di semantica applicata alla vita pubblica, e quando dice birbantelli sposta i reati del codice penale e l'immoralità più nera e cannibalesca in un mondo di favole, fumetti, cartoni animati, nomignoli per chattare ("Ho gli ormoni birichini e birbantelli") o scherzi da nonnetto allegro, cu-cù, cu-cù, bu-bu-set-tete!

Ma poi è anche vero che gli italiani, certo meno di un tempo, ma hanno sempre abbastanza paura di sentirsi fessi, per cui capiscono benissimo che il senso politico di quella parola è sdrammatizzare, ridimensionare, minimizzare e anche porsi al di sopra chiamandosi fuori da quelle schifezze lì. E' il potere che durante le sue crisi possiede connaturato questo codice di riduzionismo e di estraneità funzionale. Andreotti era così bravo a sminuzzare i problemi da alleggerirne non solo la portata, ma anche l'intensità - almeno fino alla primavera del 1993, quando fu accusato di essere un mafioso e di aver fatto uccidere Pecorelli.

Molto meno bravo fu Bettino Craxi, il cui potere infatti durò circa un quarto del tempo andreottiano, ma qui la faccenda si fa delicata per il Cavaliere. Perché se c'è un precedente che può richiamarsi a proposito dei birbantelli, viene subito in mente il modo sbrigativo in cui il 3 marzo del 1992, per cavarsi fuori dai guai, il leader del garofano volle designare il presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa, che tanto aveva fatto per il Psi a Milano, e anche per la sua corrente, e addirittura per il figlio che muoveva i primi passi in quella giungla di tessere e magheggi. Disse dunque il grande Craxi, rispondendo a una domanda dei telespettatori del Tg3, che Chiesa era "un mariuolo".

Non fu un'uscita felice, e forse basterebbe da sola a ridimensionare il clima di santificazione acritica che ha segnato il decennale della morte nel gennaio scorso. E non solo perché lo stesso Chiesa nel luglio del 1995 ebbe modo di dire con qualche motivo che all'accusa di essere un mariuolo "avrei potuto ribattere che allora lui era Alì Babà, il capo dei... settanta ladroni" (disse proprio 70, Chiesa, incespicando sulla contabilità de Le mille e una notte).

Ora, in uno sconsolato torneo d'indulgenza lessicale dinanzi alle ricorrenti ladrerie, birbantelli è parecchio più bonario di mariuolo, così come il modo in cui l'ha messa ieri il presidente Berlusconi appare molto più trullallà rispetto alla solenne intemerata sul "mariuolo che getta un'ombra su tutta l'immagine di un partito che a Milano, in cinquant'anni, non in cinque, ma in cinquant'anni - ribadì uno sdegnatissimo Craxi - non ha mai avuto un amministratore condannato per gravi reati contro la pubblica amministrazione".

Il punto è che da allora l'Italia non è che sia molto migliorata, anzi, e la regressione non è solo infantile, ma in qualche modo si avverte anche sul piano morale, civile e addirittura su quello del linguaggio e del costume, con le sue frivolezze terribilmente serie, con le sue novità capricciose che arrivano a far rimpiangere la cupa piattezza del brutto tempo che fu.

(19 febbraio 2010)

martedì 15 dicembre 2009

Quando il corpo del capo diventa un bersaglio


di FILIPPO CECCARELLI


NEL tempo delle visioni a distanza, oltre che di corpi, la vita del potere si popola di indizi, simboli e presagi che evocano una realtà al tempo stesso tecnologica e arcaica. Così all'inizio di dicembre è stato messo in vendita sul web, per 13,5 euro, un bambolotto di Berlusconi completo di spilloni per un rito vudù.
E' arduo stabilire se qualche compratore ha operato in questo senso; né d'altra parte si saprà mai se domenica sera, a piazza del Duomo, ha funzionato o meno l'amuleto che sempre il Cavaliere aveva ricevuto in omaggio due giorni prima, a Bruxelles, dall'eurodeputato Rivellini: un classico cornetto anti-jella, però incorporato in una cravatta, "da toccare quando serve".

Non ce n'è stato il tempo. Ma forse quello che è accaduto per mano dello sciaguratissimo Tartaglia valica addirittura la soglia della tecno-magia per imporsi negli annali politici come un evento non del tutto inedito, però sintomatico del presente: la violazione della sacralità del corpo sovrano. O meglio: la profanazione del corpo che un sovrano come Berlusconi ha fin dall'inizio messo al centro della sua lunga avventura politica.

Un corpo che
tra gesti, posture, scenette, abiti, accessori, diete, trucchi, jogging, lifting, trapianti, farmaci, elisir, svenimenti, autocelebrazioni virili, sogni di eterna giovinezza e perfino di immortalità, ecco, questo suo corpo così fermo e mutevole è finito per diventare un'icona che compendia i valori estetici e morali del comando berlusconiano. Si pensi alla cruda battuta sul sollievo arrecato al popolo dall'avere un leader "con le palle". O alla danza delle corna, quel vortice di giovani con il cappelletto della Protezione civile che su comando alzavano le mani inscenando il celebre gestaccio; e lui che al culmine denunciava addirittura un palpeggiamento ai suoi danni. O ancora si pensi alla scarlattina che sempre "scherzando", s'intende, il premier avrebbe avuto il potere e il piacere di attaccare al conduttore di Ballarò, Floris. Esempi degli ultimi 60 giorni.

A pensarci bene, anche poco prima dell'aggressione Berlusconi aveva messo in scena e santificato la speciale potenza del suo corpo, vantandosi di non sentire il freddo nel gelo della serata milanese. C'era infatti al suo fianco sul palco un intabarratissimo Formigoni: "Ma io sono più giovane - aveva proclamato il Cavaliere - perché a differenza di lui non porto la canottiera", e a questo punto si era aperto la camicia mostrando la pelle nuda.

Ecco. Ridotto di lì a poco una maschera di sangue, quel volto, quella carne battuta ispiravano sì ammirazione per il coraggio e anche umana pietà; ma al tempo stesso si sono offerte per la prima volta al pubblico come il più inconfessabile vincolo che la sacralità del potere mantiene tanto con la vita quanto con la violenza e la morte.

Possono sembrare fumisterie. Che oltretutto non spostano di un centimetro il giudizio sulla gravità dell'aggressione e ancora di più su quello che di peggio poteva accadere. Ma per chi pensa che la parola abbia ancora un senso è bene sapere che sul corpo di Berlusconi esiste una vasta e seria letteratura, materia di studio universitario, successi editoriali. Dall'accurato saggio del professor Federico Boni, Il superleader (Meltemi), alle profonde e suggestive elaborazioni sui leader tele-populisti di Vincenzo Susca e Derrick De Kerckhove in Tecno-magia (Apogeo), fino all'opera specifica di Marco Belpoliti, Il corpo del capo (Guanda).

Ebbene, nel blog Nazione indiana proprio Belpoliti ha scritto ieri, in qualche modo ancora a caldo, un prezioso articolo sul "corpo ferito del capo" in cui distingue i due momenti di quella serata. Nel primo Berlusconi, ricevuto il colpo, si china, si copre il viso, compie il gesto umano di chi cerca riparo e vacilla. Ma nel secondo momento "il Capo ritorna tale": e allora ferma l'auto, esce di nuovo, sale sul predellino, scivola, risale e si mostra alla folla. Vuol far vedere che è vivo, "ma vuole anche compiere un gesto di ostensione. Una sorta di Sacra Sindone al vivo: viva e sanguinolenta. Si mostra - osserva Belpoliti - perché è nell'ostensione che il suo potere esiste e prospera. Lo fa in modo istintivo, senza ripensamenti... Sfida il pericolo, si espone di nuovo, seppur dolorante, col sangue sul viso, atterrito ma vivo, allo sguardo dei fedeli perché questa è la natura stessa del patto che ha stretto con loro".

Il punto delicato della faccenda è che in una vita pubblica ormai priva di ideologie e narrazioni collettive, la sacralità del potere - indotta, mirata, spontanea o funzionale che sia - comunque si tira appresso la sua profanazione; così come la perenne ostensione del corpo di un sovrano che fa coincidere in sé ogni statuto e istituto ne "chiama implacabilmente la violazione".

A cosa porti tutto questo gioco di specchi, proiezioni e slittamenti è difficile dire. Ma certo, oltre al lancio folle di souvenir, la comparsa in simultanea della bambolina vudù e del talismano dell'eurodeputato non è che diano molta speranza, né più tanta allegria.

(15 dicembre 2009)

domenica 1 novembre 2009

Da Noemi al traffico del video hard, ecco Signorini "diavolo" di Arcore


di FILIPPO CECCARELLI


Nel mondo del potere, per sua natura già abbastanza satanico, ogni demonizzazione sembra, più che ingiusta, specialmente vana. E tuttavia nel caso di Alfonso Signorini la tentazione è irresistibile, avendola offerta su di un piatto d'argento lo stesso presidente Berlusconi, a proposito delle foto della festa di Noemi a Casoria: "Me le ha chieste quel diavolo di Signorini".

Quando il direttore di Chi e di Sorrisi e canzoni le ebbe in mano fu colto da quello che lui stesso definì poi "un cortocircuito": Noemi vi appariva "come una madonna luminosa, una vergine delle rocce, un sublime erotico proustiano mischiato a un realistico choc pasoliniano". La sintesi era parecchio impegnativa, ma evidentemente tale da rassicurare il Cavaliere sulla vantaggiosa attitudine di Signorini. Questi, in effetti, la semplificò sul suo rotocalco in tre movimenti diavoleschi. Primo, si fece bio-garante della verginità della ragazzetta e titolò: "Sono illibata". Secondo, prese un modello, l'ex tronista Cozzolino, e lo designò "fidanzato" di Noemi. Terzo, in nome dei sacri valori, raccolse gli ex coniugi Letizia, separati da anni, e dopo averli condotti sul lungomare Caracciolo con la figlia e Cozzolino, li fece baciare davanti ai fotografi, in una giornata di sole, davanti al Vesuvio. Commento: "Per fortuna siamo italiani e c'è sempre un Vesuvio a fare da sfondo alle nostre favole".

Sui connotati nazional-popolari del più cinico story-telling non si poteva dire e pubblicare di meglio. O di peggio. Su Signorini, d'altra parte, nel penultimo numero del Mulino è comparso un pregevole articolo in cui Massimiliano Panarari lo qualifica vero "ministro della Propaganda di Silvio Berlusconi, proconsole nei territori, da lui ammaestrati e amministrati, della Weltanschauung e dell'immaginario popolare, uno dei talentuosi produttori della nuova ideologia dominante".

Eppure nella ulteriore e sempre ragguardevole funzione di "principe del gossip", Panarari non poteva ancora comprendere la propensione venuta in luce nella storiaccia di Marrazzo. Là dove Alfonso Signorini riproduce, di soppiatto, il filmato, e quindi tesse, avverte, traffica, consiglia, riferisce, smista la curiosità sul porno-video dell'agguato al governatore nel quadro della controffensiva berlusconiana. Al comando favolistico e operativo, si direbbe, di quel pink-tank che da Palazzo Grazioli si estende chiaramente alla Mondadori.

Mazarino, Tigellino, Rasputin o Rasputini, come già si scherza. Nel compiuto sistema cortigiano del tardo berlusconismo Signorini assomma il ruolo di maestro di trame e trucchi mediatici, demiurgo fantasioso e trasgressivo della verità convertitasi in fiction, divino briccone o saputissimo birichino presidenziale - e siccome è un uomo di cultura, con studi di filologia medioevale alle spalle, non gli sfuggirà l'importanza del "trickster" nella mitologia. Il fatto che stia tutti i momenti in tv, preclaro opinionista del Grande Fratello, ne conferma il potere tutto mitologico di costruire le premesse simboliche, di veicolare le immagini presso il grande pubblico, di ri-creare la realtà a seconda degli interessi e delle necessità di questo potere. Per esempio innalzando agli altari della copertina un'incredibile foto di Nonno Silvio e del nipotino nei giorni della D'Addario e dell'"utilizzatore finale".

E comunque. Pochi incarnano meglio di Signorini l'indistinto magma di corpi, affari, spettacolo, chiacchiericcio intimo e riemersioni sacrali all'insegna del marketing. Per cui l'estate scorsa Sorrisi e canzoni ha tranquillamente messo in vendita santini, immaginette e medaglie di Padre Pio, ma il suo direttore frequenta una maga, Maddalena Anselmi, astrologa di vip, già amica di Patrizia Reggiani, e l'ha proficuamente presentata a Marina Berlusconi, di cui Signorini è assiduo consigliere. Gay senza complessi: bene, gli ha detto il Cavaliere, "allora le nostre strade non s'incroceranno mai". Ha scritto della Callas e di Coco Chanel. Spiritoso e superstizioso, tiene in ufficio mazzi d'aglio e peperoncini per difendersi dagli invidiosi e un simbolico "acciaccamosche", pure rosso, contro "i fastidiosi".
La risoluta soggettività con cui il personaggio determina chi fa parte o meno di quest'ultima categoria ha riscontro in un paio di massime che delineano l'era della visibilità: "Chi non c'è, s'incazza" e "Meglio stronzo che anonimo". Rimarchevole è anche la distinzione secondo cui "il pettegolezzo distrugge, il gossip costruisce". Va detto inoltre che Signorini ha un inno che precede un'ora di programma a RadioMontecarlo e che sull'aria di "Non sono una signora" così scandisce, in allegria: "Un'ora surreale/ di fuga dal banale./ C'è Alfonso Signorini:/ il killer dei falsi divi/ e dei cretini!".

E sarà pure. Ma forse vale segnalare il ruolo ormai veramente politico che "Alfonsina la pazza" (conio Dagospia) ha impresso a Chi, manifesto turbo-populista e catalogo devozionale della Real Casa, dove ogni membro della famiglia Berlusconi trova illustratissimo spazio, Piersilvio "primavera al bacio", la fidanzata Silvia "l'amore è il mio rifugio", Marina "al lago in famiglia", Barbara "mamma di nuovo" e così via, fra agiografia e consacrazione, al punto che il Cavaliere se lo porta dietro come un "album di famiglia", ha scritto Marco Belpoliti, per far vedere il nipotino a Gheddafi. Ma Chi funge anche da astuto "accontentaio" di politici: ecco il pellegrinaggio di Alemanno, la festa della bella portavoce, la difesa della Carfagna e della Gelmini, "due pezzi di ministre", a parte l'intervista alle varie mogli del centrosinistra, che ci cascano tutte, ultima la signora Bersani. Va da sé che due o tre pagine di buon cuore o di risarcimento non si negano mai alle varie api regine e starlette dei festini presidenziali.

In uno degli ultimi numeri si è letto un paragone tra le cene di Palazzo Grazioli, con l'Arcuri, Del Noce e Rossella, e i convivi alla corte di Lorenzo il Magnifico allietati da Poliziano, Pico della Mirandola e il giovane Michelangelo. A riprova che il prezzo pagato dal messaggio alla sua manipolazione è il suo irrigidito scivolare nell'irrealtà; e che dagli e dagli, il diavolo farà pure i coperchi, ma le pentole per cucinare restano al di fuori della sua cortigiana disponibilità.

(1 novembre 2009)