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sabato 22 ottobre 2011

Vendola: "Black bloc figli del precariato diamo risposte o sarà un'escalation"


di CURZIO MALTESE

Un attempato ammiratore degli incappucciati l'ha aspettato ieri fuori dal bar Canova, in piazza del Popolo, ai margini della manifestazione della Fiom e l'ha aggredito: "Pezzo di merda , come ti permetti di dire che quelli di sabato erano barbari? Eroi sono, eroi". È soltanto l'ultimo e in fondo meno preoccupante episodio di intolleranza nei confronti di Nichi Vendola da parte di un mondo di rivoluzionari immaginari che considera il leader di Sel, come dice lui stesso, "ormai il vero nemico, più della destra, che in fondo gli va benissimo così".

Vendola, chi sono, che cosa rappresentano questi incappucciati in nero che s'infiltrano nelle manifestazioni per distruggere le città? Figli di un tempo paradossale o un nuovo partito armato?
"Non è ancora un partito armato, ma c'è il rischio che lo diventi. Possono reclutare nella crescente disperazione delle nuove generazioni e in più godono dell'aiuto di uno stato incapace. La reazione del governo ha dell'incredibile. Non hanno saputo fare prevenzione e hanno mandato allo sbaraglio le forze dell'ordine. E dopo il disastro, che fanno? Il blocco nero chiede la guerra e lo Stato gliela concede. La proposta di leggi speciali va esattamente in quel senso. Di fatto, costituirebbero un riconoscimento politico, un fiore all'occhiello per il blocco nero. Senza contare che naturalmente non servono a nulla. Serve piuttosto che i servizi imparino almeno a leggere quanto circola sulla rete, dove c'era già tutto da giorni e settimane".

Ma da chi è composto questo aspirante partito armato?
"Il blocco nero coinvolge frammenti di antagonismo e di estrema destra sociale, mescolando vaghi miti ideologici con pratiche da guerriglia metropolitana e di semplice gangsterismo. La palestra ideologica e il luogo concreto di reclutamento sono le curve degli stadi. Quanto al programma politico, diciamo così, è piuttosto rozzo: dagli allo sbirro".

Del terrorismo rosso si disse che c'entrava, in qualche modo, con l'album di famiglia della sinistra e purtroppo era vero. Ma esiste oggi un legame reale fra black bloc e movimenti?

"Stavolta non dobbiamo avere ambiguità. Il blocco nero è l'esatto capovolgimento politico della principale idea da cui sono partiti i movimenti in questi anni, cioè la tutela dei beni comuni. Loro negano proprio il bene comune. La città, la piazza, nel significato di bellezza urbana e di luogo della politica, per il blocco nero non sono beni comuni, terreni da attraversare con amore e rispetto: sono prede. Distruggono la città per distruggere la polis, quindi la bella politica, che i movimenti vogliono invece far rinascere. D'altra parte la frattura in piazza è stata nettissima, fra gli indignati e i barbari, come continuo a chiamarli".

Una frattura politica, ma anche emotiva, fra chi comunque crede ancora in un progetto di cambiamento e chi è in preda a una furia nichilista, disperata.
"Se esiste un elemento che illustra l'egemonia culturale di questi anni è il concetto di "eterno presente" elaborato dal filosofo Pietro Barcellona. Il passato è stato abrogato, dal futuro ci si aspetta soltanto la perpetuazione del presente all'infinito. In questa terra di nessuno della memoria si muovono gli incappucciati".

Come il terrorismo è stato in fondo il miglior alleato del potere, prolungando la vita di un ceto politico finito, così questi sedicenti antagonisti possono dare una mano alla sopravvivenza di questo?
"Ma sono antagonisti a che cosa? Gli incappucciati sono l'altra faccia della violenza del Potere con la maiuscola. Ne condividono il machismo, lo spirito eversivo, perfino il gusto per la mascherata. Erigono barriere, escludono dalla lotta i deboli, hanno in testa una loro zona rossa dove si separa l'estetica della guerra dall'etica della politica"

Al potere italiano i sovversivi sono sempre piaciuti, perché?
"L'humus è lo stesso. Quello che Gramsci chiamava il sovversivismo delle classi dirigenti italiane. Il presidente del consiglio che favoleggia con un personaggio come Lavitola una specie di rivoluzione di piazza, tumulti violenti contro sedi di giornali e palazzi di giustizia, s'inserisce appunto nel filone di questa storia".

L'odio degli incappucciati nei confronti delle forze dell'ordine può essere visto come un pendant dal basso delle campagne di un potere criminaloide contro i magistrati?
"Nel nome del comune disprezzo per la legalità, che è la base del gioco democratico. Ora non voglio citare la famosa poesia di Pasolini sugli scontri di valle Giulia, ma insomma ricordare che i poliziotti sono lavoratori, vengono dalle classi popolari e sono ridotti a furia di tagli in condizioni di lavoro penose. Il crollo di consenso della destra nelle caserme è palpabile e con la frustrazione, il dolore di quel mondo una sinistra che voglia davvero cambiare le cose deve confrontarsi, dare risposte. Ed è quello che avviene già spontaneamente in piazza, anche e anzi soprattutto nella piazza del 15 ottobre. L'applauso dei manifestanti pacifici alle forze dell'ordine che caricavano il blocco nero, la carezza del poliziotto a una manifestante colpita, sono gesti nuovi e importanti".

Senza voler trovare alibi alla sociopatia, non trova che comunque fra i giovani la categoria dei non rappresentati sia pericolosamente cresciuta negli anni, col rischio di alimentare esplosioni di rabbia sociale?
"E si allargherà sempre di più fino a quando la politica e i media non capiranno che la questione del lavoro precario, della vita da precari, è il problema numero uno. Prima del debito pubblico, della crisi, dei precetti del Fondo Monetario o delle banche centrali. La precarizzazione di intere generazioni può portare a una rottura antropologica. Questo fenomeno o trova una rappresentazione mediatica e una rappresentanza politica oppure rischia di fare la fortuna dei blocchi neri, quelli di strada e quelli di palazzo. Del resto, se lo comprendono Draghi e i vescovi, confido che possa farlo anche il centrosinistra italiano".

Non esiste davvero alcun legame fra le imprese del blocco nero e l'alba del terrorismo?
"Troppa storia è passata, con cambiamenti epocali. Un solo pericolo è comune. Il fascino della vecchia idea che i fini possano giustificare i mezzi. Ora, se la storia del Novecento ci ha insegnato qualcosa è che per un mondo più gentile si può ottenere soltanto praticando la gentilezza. Un mezzo barbaro prefigura un esito di barbarie. Lo dico mentre passano queste immagini della rivolta in Libia, che mi preoccupano. Perché ho paura di chi festeggia il vilipendio di un cadavere, perfino se è il cadavere di un dittatore assassino come Gheddafi".

(22 ottobre 2011)

sabato 16 aprile 2011

Quei vergognosi manifesti sui brigatisti in Procura


di CURZIO MALTESE

La scritta "Via le Br dalle procure" appesa davanti al Palazzo di Giustizia di Milano evoca alla memoria immagini che hanno segnato una generazione. Il corpo del giudice Emilio Alessandrini, massacrato dai proiettili di Prima Linea nel centro di Milano, dopo aver accompagnato il figlio a scuola.
Il sangue di Vittorio Bachelet, assassinato dalle Br, sparso sulle scalinate della Sapienza di Roma. Lo sguardo delle mogli, dei figli, dei genitori ai funerali dei tanti magistrati uccisi dal terrorismo. Il presidente del Consiglio, teorico dell'equazione fra magistrati e brigatisti, ha di sicuro l'età, ma non la decenza, per ricordare quei fatti. Per quanto, certo, all'epoca fosse già molto distratto dai propri affari.

Mentre i suoi coetanei magistrati rischiavano e a volte sacrificavano la vita nella lotta per la democrazia, contro la mafia e il terrorismo, Berlusconi infatti si portava in casa un boss mafioso e trafficava con l'assistenza del fido
Marcello Dell'Utri a caccia di capitali. Ma perfino un personaggio così, che la stampa estera definisce "tragico clown", potrebbe ogni tanto fare appello alla propria natura di uomo, quindi di padre, fratello, per capire che quella propaganda è uno schiaffo al dolore di altri padri, figli, fratelli, colpiti da un lutto terribile.

In fondo, anche i brigatisti avevano cominciato con le parole, le scritte davanti a Palazzo di Giustizia, i volantini contro i magistrati "servi della borghesia" e "boia di Stato". Le pallottole sono arrivate dopo anni di violenza verbale. Una volta stabilito che i magistrati erano uguali ai boia, agli assassini, perché non agire di conseguenza? Ma non è nemmeno questo il punto.

La questione è che abbiamo nostalgia di una politica che ispiri sentimenti normali. Normali per la politica, dov'è contemplato la polemica, anche la più aspra, con l'avversario. Ma non la vergogna e il ribrezzo che suscitano questi spettacoli. Il presidente del Consiglio ha da molto tempo un conto aperto con la giustizia. Non potendo difendersi nei processi e avendo la fortuna (per lui) di vivere nel paese più corrotto dell'Occidente, si difende dai processi con ogni mezzo. Dispone di una maggioranza cortigiana disposta a votare qualsiasi legge ad personam e finanche a dichiarare agli atti il falso, come nel caso della "nipote di Mubarak", pur di mantenersi al potere. A tutto questo siamo ormai abituati. Non rassegnati, ma abituati. Quello a cui non si riesce ad abituarsi è alla pretesa dei delinquenti d'infangare gli onesti, alla volontà dei ladri di mettere in galera le guardie. Al rovesciamento totale della realtà, che è la premessa di ogni regime totalitario. Gli animali che accusano di brigatismo le prime vittime del terrorismo, i magistrati, non sono moralmente tanto lontani dai razzisti che accusavano gli ebrei di tramare lo sterminio degli ariani. Sono soltanto, per fortuna, assai più ridicoli.

(16 aprile 2011)

mercoledì 6 aprile 2011

Le bandiere della dignità



di CURZIO MALTESE

Chissà se esiste un deputato, uno solo su 314, capace di credere davvero che Berlusconi quella notte abbia telefonato in questura per evitare l'incidente diplomatico d'Egitto. Uno solo, un piccolo utile, ma onesto idiota.
Uno che non abbia votato una menzogna puerile in totale malafede, in cambio di posti, Poste, poltrone, privilegi, soldi, auto blu, contratti, consulenze, ma per convinzione.
Un Chance il Giardiniere della maggioranza, un fesso capitato in una banda di consapevoli mascalzoni. Se esistesse, si potrebbe ancora raccontare questa classe dirigente miserabile, troppo al di sotto anche delle peggiori aspettative. Ma quasi sicuramente non c'è e allora si può dire soltanto il resto, gli altri, quelli fuori a protestare. Davanti al palazzo, al Pantheon, in piazza Santi Apostoli. Tanti, pochi. Abbastanza in ogni caso per dar fastidio a un progetto di sistematica umiliazione.
Nella fase finale del berlusconismo, non tutto si spiega con la necessità stringente di sopravvivere ai processi, con l'interesse del capo e gli affari dei servi. Nel vecchio Berlusconi c'è come una libidine dello svacco, una scommessa, una provocazione. Vedere quanto il Paese, per lui, è disposto a degradarsi agli occhi del mondo. Oggi, a proposito, arrivano le telecamere e gli inviati dal mondo intero per raccontare il processo Ruby, la grottesca sfilata delle olgettine e degli olgettini. Ma ieri lo spettacolo del palazzo era perfino peggiore, da regime vero. Per esser chiari, un regime non è quando si censurano i telegiornali o si fa ministro un'amante o si fanno approvare venti leggi ad personam o ci si circonda di delinquenti e mafiosi o si attenta un giorno sì e l'altro pure alla Costituzione. Questa è soltanto una democrazia (molto) corrotta. Regime è quando riesci a comprarti quelli che fino all'altro giorno ti denunciavano in piazza per le "mignotte ministro", l'attentato alla democrazia, la collusione con le mafie. Perché ogni potere assoluto deve passare anzitutto dalla scomparsa della dignità.

Alla perdita generale della dignità l'ultimo Berlusconi lavora con lena instancabile, si direbbe con entusiasmo, ogni giorno, con qualsiasi mezzo. Si tratti di una legge per sé o d'una barzelletta su fica e culo, della riabilitazione implicita del fascismo o dell'esaltazione dei ladri di Tangentopoli, della spudorata compravendita di parlamentari o di festini con minorenni. È un programma che l'assorbe, lo eccita come un bunga bunga. I problemi veri, le guerre civili alle porte, Lampedusa e L'Aquila possono attendere. Nella furia di abbassare di continuo il prossimo, non risparmia umiliazioni neppure agli alleati fedeli. In fondo, non ha mai dimenticato gli anni in cui la Lega lo definiva il mafioso di Arcore, il riciclatore di soldi sporchi dell'eroina. Quindi pretende proprio da Bossi e dai leghisti il maggior tributo servile, la più isterica delle difese dei propri interessi. Naturalmente, l'ottiene. Poi ci sono i sedicenti responsabili, fenomeno estremo dell'antropologia politica italiana, ma si sconfina appunto nel non raccontabile.

Un gran pezzo dell'Italia, per dirla con Edmondo Berselli, gli va dietro con gioia, da sempre tifosa dello svacco. Ma lo scopo di tanto agitarsi non è ormai il consenso, la mobilitazione dei berluscones pronti a intonare "meno male che Silvio c'è".
L'obiettivo vero è il non dissenso, la smobilitazione rassegnata degli altri. Per questa ragione, ogni volta che la protesta scende in piazza sotto la bandiera della dignità e non delle politiche, la reazione della corte è furibonda, uterina, fanatica, immensamente volgare. Come l'espressione di Ignazio La Russa o un titolo di Libero e il Giornale messi insieme. Così è stato dopo il Palasharp, la manifestazione delle donne, quelle di ieri in giro per la Capitale. Agli occhi del servo, la ribellione è un atto di libertà insopportabile. E comunque ricorda che le cose possono cambiare in fretta. I sindaci rideranno pure alle barzellette sguaiate, ma intanto il premier non può presentarsi a una piazza e deve girare al largo da L'Aquila. Il re è nudo. E pure esibizionista.

(06 aprile 2011)

mercoledì 12 gennaio 2011

In bancarotta e con l'incubo Tremonti fallisce il sogno dei "bravi camerati"


IN queste ore Gianni Alemanno, dopo decine di estenuanti incontri, è rimasto solo a decidere sulla nuova giunta , dopo l'azzeramento delle deleghe . Chiuso nell'ufficio del Campidoglio, affacciato sulla più suggestiva vista di Roma, la maestà dei Fori Imperiali illuminati, che ricorda a ogni sindaco come la città eterna sopravvivrà anche a lui. Roma resisterà anche al sindaco marziano e alla banda di alieni andati al potere nella Capitale tre primavere fa, fra la sorpresa generale e soprattutto di loro stessi. Gli ex ragazzi del Fronte della Gioventù degli anni Ottanta, amici di scuola, di lotta, di carcere, quindi amici di sempre. Un manipolo, una banda di quartiere, una curva di ultras della politica, cui il potere ha dato alla testa fin dal primo giorno. Quando, non sapendo come altrimenti festeggiare, nella piazza del Campidoglio hanno fatto scattare in automatico il braccio teso, come piccoli dottori Stranamore, in un saluto romano finito sulle prime pagine di mezzo mondo.

Questa è per metà la loro storia, quella di una generazione di ex ragazzi dell'estrema destra romana che realizza il sogno di una vita, strappare la Capitale ai "rossi", e ne rimane travolta. Per l'altra metà è la cronaca della guerra finale nel centrodestra, non più fra Berlusconi e Fini, ma fra il Cavaliere e Tremonti, ormai venuto allo scoperto per la successione. Due vicende parallele, ma separate nei personaggi e nei luoghi.
La prima corre frenetica, in una gozzoviglia euforica da potere, nei saloni del Campidoglio e nelle sedi delle società controllate, l'Atac, azienda dei trasporti, l'Ama dei rifiuti, l'Acea di acqua ed elettricità, Risorse per Roma. I forzieri del consenso che gli ex ragazzi del Fronte hanno occupato militarmente, circondati dai propri cari, sul modello, come dicono alcuni ex camerati schifati "di una Comunione e Liberazione de' noantri". La partita nazionale si gioca invece nel trilatero dei palazzi della politica, Palazzo Chigi, Montecitorio e il più importante di tutti, visti i tempi, Palazzo Grazioli.

Cominciamo dalla seconda storia, la meno raccontata, la più importante per il resto d'Italia. Berlusconi e Tremonti sono alla resa dei conti e il comune di Roma è diventato in queste ore l'epicentro del conflitto. Perché Gianni Alemanno, prima ancora che di un rimpasto, di una svolta che porti fuori il comune dalla parentopoli raccontata da Giovanna Vitale su Repubblica e lui dalla caduta libera di consensi, ha bisogno anzitutto di una cosa: soldi. Tanti, maledetti e subito.

In tre anni di finanza allegra il comune s'è mangiato il regalone ricevuto dal governo nell'aprile del 2008 con i decreti di Roma Capitale ed è di nuovo sull'orlo del baratro. Mancano i fondi per riparare le strade, per le mense scolastiche, l'assistenza agli anziani, la raccolta dei rifiuti che cominciano a crescere agli angoli delle vie. Il Campidoglio continua a emettere obbligazioni, che hanno ormai sfondato il tetto dei tre miliardi. E qualcuno ricorda che al comune di Milano, per aver emesso un miliardo e duecento milioni di obbligazioni, sono arrivati ventiquattro avvisi di garanzia.

L'incubo del crac, del default, insomma del fallimento è alle porte. Se non arriva una pioggia di milioni dal governo nei prossimi giorni, la capitale rischia di finire come Napoli. Ma Tremonti è ben deciso a chiudere i cordoni della borsa. Sostenuto dalla Lega, da Bossi e Maroni che si sentono già in campagna elettorale e inorridiscono al pensiero di presentarsi alle genti padane dopo aver votato un altro provvedimento eccezionale a favore di Roma ladrona. Berlusconi, furibondo, ripete ogni giorno a Tremonti che "non possiamo mollare Alemanno", gli fa mandare avvertimenti dal Giornale a "non fare il Fini". Tremonti prende tempo, finge di aspettare le scelte di Alemanno. Ha fatto sapere che se il sindaco decidesse di sostituire i camerati con una squadra di tecnici, ci potrebbe ripensare. In realtà il ministro sa già che la montagna di Alemanno partorirà domani il topolino di un mini rimpasto, un valzerino di poltrone.

L'azzeramento è soltanto una mossa mediatica per giocare il ruolo del sindaco onesto tradito da qualche mariuolo.
Del resto, come potrebbe Gianni Alemanno darla vinta a Tremonti, che ha sempre cordialmente detestato, e mollare i suoi fedelissimi? Camerati che sbagliano, certo. Ma pur sempre camerati. E torniamo a quel giorno di primavera, alle braccia levate nel saluto. In piazza a festeggiare c'era lo stato maggiore di Alemanno, il manipolo schierato come nella formazione classica a testuggine, con in capo gli ardimentosi luogotenenti, il deputato
Fabio Rampelli e il senatore Andrea Augello. Rampelli, ex responsabile del servizio d'ordine del Fronte della Gioventù, campione di nuoto e ora di risse parlamentari, capo della setta evoliana dei Gabbiani, pare ancora attiva dalle parti di Colle Oppio, dove si riuniva per inscenare riti esoterici che avrebbe fatto la gioia del Corrado Guzzanti di "Fascisti su Marte". E' laureato in architettura ed è un po' l'Albert Speer di Alemanno, quello che suggerisce le sparate marinettiane tipo abbattere con la dinamite Tor Bella Monaca e il Corviale. Odia i lavori di Meyer e Renzo Piano. Non ha mai digerito la restituzione della stele di Axum agli etiopi e la sconfitta di El Alamein, che commemora ogni anno come vi avesse preso parte.

Andrea Augello, un po' meno pittoresco, ex sindacalista nero, gran motore di consensi anche per Storace prima e la Polverini poi, esperto di storia del Sacro Graal e più pragmaticamente di bilanci delle controllate. E' l'uomo che governa l'affarone del secolo, la privatizzazione del colosso Acea, il gioiello e la cassaforte del comune, quotata in Borsa. Veltroni voleva farne una joint venture con la francese Suez. Nei tre anni di Alemanno il primo socio privato è diventato, guarda caso, il gruppo Caltagirone. Alla faccia dello slogan "basta coi poteri forti cittadini". Nella seconda fila, in rigoroso ordine gerarchico, venivano gli altri. A cominciare dal naziskin
Stefano Andrini, già condannato a quattro anni e mezzo per aver ridotto in fin di vita due giovani di sinistra davanti al cinema Capranica, futuro amministratore delegato dell'Ama, la nettezza urbana. Per finire con gli adepti dell'ultima ora, come Adalberto Bertucci, ex amministratore delegato dell'Atac, l'azienda dei trasporti, dove è riuscito nell'impresa di aumentare il debito di 180 milioni in un anno solo, anche grazie al diluvio di assunzioni da scioglilingua. Sentite: il figlio, il genero, il nipote, la cognata del figlio, l'ex segretaria, suo figlio e sua nuora, la figlia della segretaria del figlio, più una ventina di parenti di assessori e consiglieri, e dulcis in fundo, la famosa cubista scovata dalle Iene.

La picaresche avventure di potere della banda prenderebbero molte pagine. Alemanno s'è difeso con il vecchio alibi dei "mariuoli". Chi lo conosce bene dice: "Di suo, Gianni non ruberebbe mai, però ha lasciato nutrire la bestia". La corruzione certo non l'hanno inventata loro, ma stupisce che gli ex camerati, fanatici ma fondamentalmente onesti, si siano adattati così presto ai costumi della peggior politica. Che siano passati tanto in fretta dall'ideologia di Rauti ed Evola al magistero di Vittorio Sbardella. Il fascista che incontra Andreotti, rimane fascista dentro, ma si finge convertito alla democrazia per sguazzare da squalo nelle acque del sottogoverno. In questo crollo di valori, per quanto sbagliati, l'appartenenza al clan, al gruppo, alla famiglia, è rimasto l'ultimo collante identitario. Proiettato verso l'ambizione di fare il grande leader nazionale, Alemanno ha compiuto mille giravolte, da neo pagano a papalino, da fascista "sociale" e "di sinistra" a gran protettore dei poteri forti, da paladino di una destra "non berlusconiana" a berlusconiano di ferro. E ha lasciato che i camerati si consolassero con le prebende: "E' costretto a dire bene di froci, zingari ed ebrei, ma intanto lo vedi quanti posti ha dato ai nostri?". Pensava in questo modo, il sindaco marziano, di tenerli a bada, come un eccentrico signore che giri con una pantera al guinzaglio. Ora è lui il prigioniero, nell'ufficio del Campidoglio, al cospetto di troppa grandezza e di un sogno fallito.

(12 gennaio 2011)

martedì 11 gennaio 2011

Un marziano a Roma


di CURZIO MALTESE

SIAMO alle comiche finali, come direbbe il suo ex capo, Gianfranco Fini. L'ultima trovata di Gianni Alemanno, sindaco per caso della capitale, sarebbe quella di chiamare come vice Guido Bertolaso, il Capitan Terremoto appena pensionato dalla Protezione civile.

Un colpo di teatro che dovrebbe risollevare l'immagine dell'amministrazione capitolina, in caduta libera. Il sondaggio annuale del Sole 24 Ore indica Alemanno fra i sindaci meno amati d'Italia, soltanto un'incollatura davanti ai casi disperati del palermitano Cammarata e della napoletana Russo Iervolino. Con tutte le perplessità che evoca la figura di Bertolaso, si tratterebbe in ogni caso di un passo avanti. Indietro, del resto, era difficile compierne.
Da tre anni i romani assistono al bizzarro esperimento di una grande capitale dell'umanità governata da una curva di ultras della politica. Un pugno di ex camerati del Fronte della Gioventù romano, più parenti e amici, proiettati da un destino crudele (e dall'imbecillità degli avversari politici) verso una missione impossibile. Governare una città che ha la popolazione e il bilancio di un piccolo stato europeo, e la storia di molti messi insieme. Per qualche tempo i romani, anche chi non l'aveva votato, hanno sperato che Alemanno e i suoi potessero farcela. Così come si tifa allo stadio per una squadra di terza categoria giunta in finale. Ma ora il fallimento è conclamato e perfino ammesso.

Gianni Alemanno è stato per tre anni il sindaco marziano di Roma, senza un rapporto vero con la città.

Distante, impaziente, forse persino deluso da una vittoria insperata che gli ha negato una più comoda poltrona di ministro, alle prese con problemi troppo più grandi di lui. Circondato per giunta da una compagnia di fedelissimi, pronti a sfoderare il pugnale per difenderlo, magari in cambio di un posto per il cognato o la prozia, ma del tutto inadeguati a compiti di governo. Ha svolto il compito di malavoglia, eccitato soltanto dalla possibilità di fare ogni tanto annunci d'ispirazione marinettiana, come la demolizione di Tor Bella Monaca, l'abbattimento delle opere di Meyer o il gran premio di Formula Uno all'Eur. E dire che s'era guadagnato il voto con la critica alla "politica spettacolo di Veltroni". Prima della cultura, dei festival, dei concertoni e concertini, diceva Alemanno, bisogna pensare alle buche nelle strade, alla criminalità, all'economica cittadina. La cultura infatti è quasi azzerata, ma non così le buche e i buchi in bilancio. I romani, tolleranti ma non fessi, se ne sono accorti e gli indici di popolarità sono crollati. Al disastro finale ha pensato la rapinosa compagnia dei collaboratori, con una serie di scandali all'insegna del "tengo famiglia".

Ora il marziano sindaco pensa di rimontare affiancandosi un marziano vice, ancora più bravo a fare annunci mirabolanti in televisione. Si tratta comunque, già dal nome, dell'ammissione di uno stato d'emergenza. Se fallisce anche la mossa Bertolaso, si può provare col mago Silvan e Harry Potter. Oppure dimettersi e fare posto a uno del mestiere. Tanto una poltrona da ministro ad Alemanno non gliela toglie nessuno. E al governo l'incompetenza non è un problema.

(11 gennaio 2011)