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lunedì 9 maggio 2011

"Ci sei mancato, che combini?" E la telefonata tradì l'Imprendibile


di BOB WOODWARD

SEMBRAVA una telefonata innocua tra amici che non si sentono da qualche tempo. L'anno scorso Abu Ahmed al-Kuwaiti, pseudonimo di un pachistano noto all'intelligence Usa come principale corriere di Osama Bin Laden, ricevette la chiamata di un vecchio amico. "Che fine hai fatto? Ci sei mancato. Che combini?". La risposta di Kuwaiti fu vaga, ma carica di indizi. "Sono di nuovo con quelli di prima". Poi una pausa, come se l'amico avesse capito il senso di quelle parole, che cioè Kuwaiti era tornato nella cerchia più vicina a Bin Laden e si trovava forse proprio a fianco del leader di Al Qaeda.

L'amico rispose: "Che dio vi assista".
Quando gli agenti dell'intelligence Usa vennero a conoscenza di questo colloquio seppero di essere giunti alla fase decisiva della lunga caccia al fondatore di Al Qaeda. La telefonata li condusse ad una insolita costruzione circondata da un alto muro di cinta ad Abbottabad, 35 miglia a nord della capitale pachistana.
Nelle parole di un funzionario Usa informato sulle azioni di intelligence che hanno portato al raid contro il compound di lunedì mattina, "è qui che inizia il film sulla caccia a Bin Laden".

La telefonata, e varie altre informazioni, hanno dato al Presidente Obama la sicurezza necessaria per dare il via a una missione politicamente rischiosa per catturare o uccidere Bin Laden, una decisione presa dal presidente nonostante i dissensi espressi in seno al gruppo dei suoi consiglieri per la sicurezza nazionale e alle stime variabili circa le probabilità che Bin Laden si trovasse nel compound.
I funzionari che si sono espressi circa i dati di intelligence raccolti e su come è maturata la decisione della casa Bianca hanno posto come condizione di restare anonimi.
Le agenzie di intelligence Usa cercavano Kuwaiti da quattro anni almeno. La telefonata con l'amico fornì loro il numero del cellulare del corriere. Grazie all'impiego di un gran numero di fonti umane e tecnologiche, seguirono Kuwaiti fino al covo di Bin Laden. L'edificio principale, privo di allacciamento telefonico e internet, era impenetrabile agli strumenti di intercettazione utilizzati dalla Agenzia per la Sicurezza Nazionale.
Gli agenti Usa scoprirono con stupore che, per telefonare, Kuwaiti o altri uscivano dal compound e si allontanavano in auto viaggiando per circa un'ora e mezza prima di inserire la sola batteria nel cellulare. Nel momento in cui accendevano il cellulare, infatti, potevano essere localizzati, cosa, ovviamente, da evitare in ogni modo.

Studiando le immagini del covo, l'intelligence notò che un uomo usciva quasi ogni giorno a passeggiare nel terreno circostante la casa per un'ora o due. Camminava avanti e indietro, giorno dopo giorno e ben presto gli analisti presero a chiamarlo
"the pacer"
, letteralmente "quello che va su e giù". Le immagini raccolte non consentirono mai di vederlo chiaramente in volto.
Gli uomini dell'intelligence erano restii a usare altri strumenti di sorveglianza tecnologica o umana che avrebbero potuto portare sì ad un'identificazione, ma correndo il rischio di essere scoperti. "The pacer" non lasciò mai il compound. Il suo comportamento routinario faceva pensare quasi che si trattasse di un prigioniero.

"The pacer" era bin Laden? Un'esca? Una beffa? Un inganno?
Bin Laden era alto almeno uno e novantacinque e l'uomo, dalla falcata, sembrava alto. La Casa Bianca chiese alla National Geospatial-Intelligence Agency, che fornisce e analizza le immagini inviate dai satelliti, di determinarne la statura. La risposta fu tra il metro e settantasette e i due metri e sette.
Secondo una fonte diversa, l'agenzia fornì una stima più precisa, ma comunque poco affidabile per la scarsità di informazioni circa le dimensioni delle finestre dell'edificio e lo spessore dei muri del compound, che sarebbero serviti come riferimento per determinare la reale altezza dell'uomo.
In un incontro alla Casa Bianca, il direttore della Cia, Leon Panetta, spiegò a Obama e ai vertici della sicurezza nazionale che la regola dell'intelligence è continuare l'attività fino a quando si sono ottenute tutte le possibili informazioni su un bersaglio, in questo caso il compound di Abbottabad. Panetta disse che si era ormai arrivati a quel punto, sostenendo che gli uomini che seguivano gli spostamenti dei residenti del compound vedevano "the pacer" quasi ogni giorno, ma non erano in grado di stabilire con certezza che si trattasse di Bin Laden. Panetta osservò che non erano disponibili dati di spionaggio elettronico e sostenne che era troppo rischioso inviare una spia o avvicinarsi ulteriormente con strumentazioni elettroniche.

L'agenzia fornì allora una postazione sicura a Abbottabad per un piccolo team di agenti incaricati di controllare il compound nei mesi precedenti al raid. Obama e i suoi consiglieri discussero varie opzioni. Una prevedeva il lancio di un missile da parte di un drone, Predator o Reaper. Un attacco simile era a basso rischio, ma se avesse colpito in pieno l'obiettivo "the pacer" poteva finire polverizzato e non si sarebbe mai avuta la certezza di aver ucciso Bin Laden. Se invece fosse fallito, come è già accaduto per attacchi ad obiettivi di alta importanza, Bin Laden o chiunque vivesse nel compound sarebbe fuggito e gli Usa avrebbero dovuto riprendere la caccia da zero.
Panetta incaricò il vice ammiraglio della marina William H. McRaven, che era stato a capo del Comando Congiunto Operazioni Speciali (Jsoc) per quasi tre anni, di elaborare un piano sul terreno, noto in seguito come "l'opzione McRaven".
McRaven aveva intensificato i raid delle squadre speciali, soprattutto in Afghanistan. Nei primi due anni del suo incarico il cosiddetto jackpot, il pieno successo delle operazioni, passò dal 35 per cento all'80 per cento.
La decisione di McRaven di assegnare l'azione ai Navy Seals, un'unità delle Operazioni Speciali con grande esperienza in incursioni su obiettivi di alta importanza, è stata fondamentale. I Seals sono rapidi nel fare irruzione e nell'abbandonare il sito del raid, spesso uccidendo chiunque incontrino. Gran parte dei membri del commando impiegato nel raid contro Bin Laden hanno esperienza di una decina o più di missioni in zone di guerra.

Dagli studi condotti dalle agenzie di intelligence sulla vita all'interno del compound, emerse che era periodicamente frequentato da una dozzina di donne e bambini.
I Seals ricevettero ordini precisi di non sparare alle donne o ai bambini, a meno che non costituissero una chiara minaccia o fossero armati (nel corso della missione è stata uccisa una donna e una delle mogli di bin Laden è stata ferita ad una gamba da un colpo d'arma da fuoco). Secondo una fonte ufficiale, Bin Laden doveva essere catturato "se si fosse palesemente arreso".

Il rischio per i Seals cresce con la durata dell'azione. La filosofia del commando è questa: "Spara a quello che vedi. È pieno dì cattivi lì dentro". In base alle stime, la possibilità che Bin Laden si trovasse nel compound variavano dal 60 all'80 per cento. Michael Leiter, capo del Centro Nazionale Antiterrorismo, era molto più cauto. Nel corso di un incontro alla Casa Bianca stabilì la probabilità al 40 per cento.
Quando gli venne obiettato che si trattava di una bassa possibilità di successo rispose: "È vero, ma è il 38% in più rispetto a prima".

Varie fonti sostengono che i consiglieri per la sicurezza nazionale di Obama non erano tutti d'accordo sulla scelta dell'opzione McRaven. Il presidente ha approvato il raid alle 8.20 del mattino di venerdì.
Durante l'attacco uno degli elicotteri Black Hawk è andato in stallo, ma il pilota è riuscito a portarlo a terra. L'atterraggio ha però provocato danni al mezzo, e i Seals sono stati costretti a rinunciare al piano in base al quale un commando si sarebbe calato da un Blackhawk per entrare dal tetto nell'edificio principale. Invece entrambi i commando hanno fatto irruzione nel compound da terra.
La Casa Bianca ha dichiarato inizialmente che Bin Laden era morto sotto i colpi di arma da fuoco perché si era impegnato in un conflitto a fuoco e opponeva resistenza. In seguito il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha detto che Bin Laden non era armato, ma ha ribadito che ha opposto una qualche forma di resistenza. Carney ed altri hanno rifiutato di specificare con esattezza il genere di resistenza che lo sceicco avrebbe opposto, benché sia stata riferita la presenza di armi nella stanza in cui è stato ucciso.

A detta di una fonte autorevole delle Operazioni Speciali, i Seals eviteranno d'ora in avanti di fornire maggiori dettagli sul raid per impedire la divulgazione di metodologie decisive per il successo delle loro azioni. I singoli partecipanti al raid non rilasceranno interviste e avrebbero firmato accordi per cui si impegnano a non divulgare informazioni sulle loro attività. "Vogliono serrare i ranghi e tornare al lavoro".
I Seals hanno prelevato dozzine di chiavette Usb e vari hard disk che sono ora al vaglio dell'intelligence per ricavarne informazioni su Al Qaeda, in particolare per localizzare
Ayman Al Zawahiri, il braccio destro di Bin Laden. Ma pare che questo delicato lavoro sia reso più arduo dal timore che utilizzando password errate si possano innescare programmi di protezione che cancellano ogni tipo di dato.
Nella "Situation Room" della Casa Bianca, domenica sera, il presidente e i suoi consulenti per la sicurezza nazionale hanno visto un video del raid privo di audio.

Quando il cadavere di Bin Laden è stato composto, è stato chiesto a uno dei Seals di stendersi accanto al corpo per comparare la statura. Il membro del commando era alto un metro e ottantatre. Il corpo era svariati centimetri più alto.
A questa notizia Obama, rivolto ai suoi consiglieri, ha esclamato: "Per questa operazione abbiamo dato un elicottero da sessanta milioni di dollari e non potevamo permetterci di comprare un metro a nastro?".

(08 maggio 2011)

Moglie Osama: "Meglio morto che in un tribunale americano"


ALBERTO FLORES D'ARCAIS

"Sono stata ferita perché ero abbracciata al suo corpo e non volevo lasciarlo. Ho maledetto i soldati, mi sono aggrappata al suo corpo mentre lo portavano via e mi hanno sparato a una gamba". Dagli interrogatori della giovane moglie yemenita di Osama Bin Laden, Amal Ahmed Abdul Fattah, escono altri dettagli sugli ultimi minuti di vita del capo di Al Qaeda. Repubblica li ha ottenuti da un colonnello dell'Isi (i servizi segreti pachistani) che ha avuto accesso ai verbali.

Ai pachistani Amal ha raccontato che l'attacco dei "Navy Seals" li ha colti di sorpresa: "Non abbiamo avuto il tempo di reagire, in pochi minuti ho perso tutto il mio mondo". Spiega che Bin Laden "era calmo, non si é fatto prendere dal panico e non ha cercato di usare le armi che aveva". "Hanno provato a fuggire ma erano circondati. I soldati americani gli hanno sparato alla testa e lo hanno trascinato fuori della stanza da letto". "Le sue ultime parole sono state: Dio benedica i musulmani".

E' stato a quel punto che lei si é "aggrappata" al marito, "ho cercato di fermarli, piangevo, era tutto quello che potevo fare, ho chiesto ai soldati di comportarsi da esseri umani, avrei voluto che risparmiassero le nostre vite, penso che non sia giustificabile che lo abbiano ucciso, ma sono convinta che lui ha preferito morire piuttosto che affrontare i tribunali degli Stati Uniti".

La moglie di Bin Laden é trattenuta in una località segreta vicino a Islamabad: i pachistani per il momento si rifiutano di consegnarla agli americani. Lei ha parlato anche della sua vita di moglie del terrorista più ricercato del mondo. "Osama non era un terrorista, ma un 'mujahid', un sacro combattente che lavorava per la supremazia dell'Islam. Aveva il cuore di un giovane, penso che avesse il diritto di sposare le donne che voleva e non ho mai sentito come un peso la differenza di età. Avrei voluto sacrificare la mia vita per salvare la sua e per il bene della nazione islamica".

Infine un accenno al futuro: "Non ho nulla contro la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, l'intero mondo appartiene ad Allah e noi possiamo andare ovunque. Se non sarà lo Yemen, vivremo dove sarà possibile".

Casa Bianca: "Zawahiri non è come Osama ma Al Qaeda non è strategicamente sconfitta"


Tom Donilon, consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca, non ha dubbi sul fatto che il blitz di Abbottabad ha decapitato Al Qaeda. E lo dichiara in un'intervista alla rete televisiva Nbc: "Ayman al-Zawahiri, il successore naturale, è lungi dall'essere un capo come è stato Osama Bin Laden". Secondo Donilon, la statura del numero due dell'organizzazione terroristica sarebbe ben inferiore a quella dello "sceicco del terrore", anche se si tratta dell'ideologo principale di Al Qaeda. "Certo - ha aggiunto - i vertici dovranno darsi da fare per trovare una qualche successione al loro ex capo, ma la morte di Bin Laden per loro è stato un colpo davvero duro".
Fonti del Pentagono nei giorni scorsi avevano smentito le illazioni secondo cui Osama sarebbe ormai stato relegato ai margini dell'attività di Al Qaeda, restando più che altro un personaggio di facciata: dal materiale confiscato nel suo nascondiglio sarebbe emerso come Osama fosse non solo tuttora pienamente operativo, ma come la base ad Abbottabad costituisse una vera e propria "centrale di comando".

"Non è ancora sconfitta". Donilon ha comunque avvertito che sebbene priva di una vera testa, "Al Qaeda non può essere dichiarata strategicamente sconfitta, perché continua a rappresentare una minaccia per gli Stati Uniti". L'eliminazione di Bin Laden è "una vera e propria pietra miliare per l'operazione di smantellamento di quella rete", ha aggiunto Donilon, per concludere: "E' per noi assolutamente cruciale rimanere vigili mentre continuiamo a dare loro addosso".

"Non abbiamo prove che il Pakistan sapesse". Il consigliere del presidente Barack Obama ha poi affrontato la delicata questione che vede il Pakistan con un ruolo indefinito riguardo la presenza di Bin Laden a Abbottabad. "Almeno per il momento gli Stati Uniti non hanno elementi per sostenere che le autorità di Islamabad sarebbero state a conoscenza della presenza di Osama Bin Laden nel palazzo-bunker di Abbottabad, ad appena 80 chilometri dalla capitale del Pakistan". E ha aggiunto: "Non ho visto prove in grado di dirci che i vertici politici, militari o dei servizi segreti pachistani avessero conoscenza in anticipo della presenza di Bin Laden. Un qualche sostegno a favore di Bin Laden ad Abbottabad c'è stato, ma prove nessuna". Però, ha concluso, "le autorità pachistane devono indagare al riguardo. Stiamo facendo pressioni su di loro per questo, e ci hanno comunicato che indagheranno. In Pakistan si tratta di una questione enorme".

(08 maggio 2011)

Bin Laden, messaggio prima della morte "Sicurezza Usa legata alla Palestina"


Le parole che Bin Laden avrebbe pronunciato e registrato prima di morire sarebbero le stesse contenute nel comunicato del 3 maggio, con cui Al Qaeda annunciava la morte di Osama: "Gli Usa non potranno mai vivere in sicurezza fino a quando il popolo palestinese non godrà della pace". Il messaggio è stato messo in rete oggi su un sito estremista islamico, shamikh1.Net, e due a un'ora e due minuti.
Il messaggio specifica che gli attacchi di Al Qaeda contro gli Usa "proseguiranno finché proseguirà il vostro sostegno a Israele. E' ingiusto che voi viviate in pace mentre i nostri fratelli a Gaza vivono nell'angoscia", aggiunge lo "sceicco del terrore" in questa registrazione.

L'attentato del 2009. Nel messaggio, Bin laden aggiunge di aver voluto lanciare agli Stati Uniti un messaggio anche attraverso il l'azione del nigeriano
Umar Farouk Abdulmutallab, autore del fallito attentato del 25 dicembre 2009 su un aereo di linea americano. Un piano che avrebbe dovuto richiamare l'11 settembre. "Se i nostri messaggi per voi fossero stati possibili con le sole parole, non avremmo dovuto ricorrere agli aerei per farveli arrivare", afferma il capo di Al Qaeda, "Così, il messaggio che avevamo voluto trasmettervi attraverso l'aereo dell'eroe, il combattente Umar Farouk, che dio sia con lui, conferma un precedente messaggio che vi è stato trasmesso dai nostri eroi dell'11 settembre", conclude Osama.

Esplosioni ad Abbottabad. Intanto nel pomeriggio ad Abottabbad sono state udite due forti esplosioni nella zona del compound di Osama. L'origine delle esplosioni non è chiara ma alcune indiscrezioni indicavano che le autorità pachistane avrebbero presto potuto demolire la casa per cercare di frenare l'intensa attenzione dei media in città. Ma un poliziotto pachistano incaricato della sorveglianza dell'edificio ha dichiarato che Il covo di Osama Bin Laden a Abbottabad è sempre al suo posto e le notizie di esplosioni nella città non riguardano il compound dove è stato ucciso il capo di Al Qaeda.

Al Qaeda "Rivolte nel mondo arabo nostra vittoria".La cellula per il Nord Africa della rete di Osama bin Laden ha diffuso un messaggio via Internet in cui si afferma che "Le rivolte nel mondo arabo sono una vittoria di Al Qaida". Lo rende noto il Site, centro americano di monitoraggio dei siti islamici.

Al Qaeda, obbiettivo principe Harry?
Secondo News of the World, il principe Harry d'Inghilterra, terzo in linea di successione al trono, è diventato l'obiettivo numero uno degli estremisti islamici per vendicare la morte di Osama bin Laden. Il magazine ha intercettato in rete un video opera del gruppo jihadista 'Musulmani contro i crociati', in cui viene simulata la morte di Harry. Un nome non casuale: il principe ha combattuto segretamente in prima linea in Afghanistan come Capitano delle guardie a cavallo della Regina, nel 2007. Il gruppo terrorista, che venerdì ha tentato di assaltare l'ambasciata Usa a Londra, ha ricordato non solo l'impegno militare di Harry ma anche lo scandalo di quando fu immortalato in una divisa nazista con tanto di svastica al braccio e il video in cui irrideva un commilitone chiamandolo "paki", appellativo spregiativo utilizzato per rivolgersi alle persone con tratti indo-asiatici.

(08 maggio 2011)

Obama dopo il blitz contro Bin Laden "Ora diamo il colpo di grazia ad Al Qaeda"


Il raid che ha portato all'uccisione di Osama bin Laden è stata, per Barack Obama, "una delle decisioni più difficili" ma, dopo la sua morte, gli Usa vogliono infliggere il "colpo di grazia" ad Al Qaeda. Il presidente americano, in un'intervista alla Cbs, ha raccontato i "40 minuti più difficili" della sua vita. Quella che si sono conclusi con la morte del leader terrorista.

Nessun ripensamento, dunque. "Nervoso com'ero, l'unica cosa cosa che mi impediva di dormire era la possibilità di eliminare Bin Laden. Giustizia è fatta. E chiunque metta in discussione che l'autore di stragi su suolo americano non meritasse quello che avuto, deve farsi esaminare il cervello" continua Obama.

Che ricorda come, alla vigilia del raid, non c'era l'assoluta certezza che il 'principe del terrore' fosse all'interno della villa-fortezza. Nella mente del presidente Usa tornavano i fallimenti delle operazioni americane nel passato: la battaglia di Mogadiscio nel 1993 con i cadaveri dei soldati Usa per le strade, oppure la missione fallita di salvataggio, nell'aprile del 1980, degli ostaggi americani a Teheran. "Alla fine della giornata non potevamo dire con certezza che bin Laden fosse lì. E se non fosse stato lì, ci sarebbero state conseguenze significative". Non solo: alcuni suoi consiglieri erano contrari. Inoltre il segreto della missione era vitale. "Non l'ho detto alla mia famiglia, pochissime persone alla Casa Bianca sapevano, la stragrande maggioranza dei miei consiglieri non lo sapeva. Ci sono momenti in cui si può andare in giro e parlare con più persone. Non era questo il caso". Persino la maggior parte dei consiglieri della Casa Bianca era all'oscuro della decisione, che, però, non ha "tolto il sonno" al presidente , perché bin Laden "ha ucciso sul suolo americano e ha meritato quello che ha avuto".

Il presidente Usa, infine, spiega che servirà "del tempo" per sfruttare le informazioni ottenute durante l'operazione . Informazioni che "possono condurre ad altri terroristi che ricerchiamo da tempo".E tempo servirà anche per ridurre la tensione con il Pakistan. Dove, assicura Obama, deve esserci stata una forma di "rete di sostegno" di bin Laden. "Ma non sappiamo in chi o cosa consistesse. Non sappiamo se vi sia stato qualcuno all'interno del governo, gente fuori dal governo e su questo bisogna indagare, e cosa più importante, deve indagare il governo del Pakistan".

(09 maggio 2011)

Alain Chouet su Osama bin Laden e Al Qaeda


Queste domande non mi paiono poi così bizantine come sembrerebbe: anch'io, come un buon numero di colleghi che fanno la mia professione sparsi per il mondo, ritengo - sulla base di notizie serie e dettagliate - che sul piano operativo al-Qa'ida è morta in quelle tane per topi di Tora-Bora nel 2002.

I servizi pakistani si sono limitati poi, dal 2003 a 2008, a rifilarci qualche rimasuglio in cambio di favori o di tolleranze di varia natura.

Dei circa 400 membri attivi dell'organizzazione esistente nel 2001, meno di una cinquantina di "comparse", (eccetto Osama Ben Laden e di Ayman al-Zawahiri che non hanno avuto mai nessun ruolo sul piano operativo) sono riusciti a fuggire e nascondersi in zone remote, vivendo in condizioni di vita precarie e disponendo di mezzi di comunicazione rudimentali o incerti.

Non è con un tale dispositivo che si può attivare su scala planetaria una rete coordinata e organizzata di violenza politica. Appare del resto chiaramente che nessuno dei terroristi autori degli attentati post 11-settembre (Londra, Madrid, Charm-el-Sheikh, Bali, Casablanca, Djerba, Mumbai, eccetera) ha mai avuto contatto con l'organizzazione.

Quanto alle rivendicazioni più o meno tempistiche che sono state rilasciate di quando in quando da Bin Laden o da Zawahiri, anche supponendo di poterle realmente autentificare, esse non implicano nessun collegamento operativo, organizzativo e funzionale fra questi terroristi e le vestigia dell'organizzazione .

Tuttavia, mi vedo obbligato a constatare, anch’io come tutti gli altri, che - a forza di invocarla a ogni proposito, e spesso a sproposito, non appena viene commesso un atto di violenza da un musulmano, o non appena un musulmano si trova nel luogo sbagliato al momento sbagliato (come nella vicenda della fabbrica AZF a Tolosa) o addirittura quando non c'è neanche traccia di un musulmano (come nel caso degli attacchi all’antrace negli stati Uniti) a forza di invocarla permanentemente - un certo numero di media piuttosto approssimativi e alcuni sedicenti esperti da una parte all’altra dell'Atlantico hanno finito non tanto per risuscitarla, ma per trasformarla in una specie di “Amedeo” dell'autore Eugène Ionesco, questo morto il cui cadavere non smette di crescere e di nascondere la realtà e di cui non si sa più come sbarazzarsi. L'ostinazione incantatoria degli Occidentali nell'invocare la mitica organizzazione Al-Qa'ida, (che viene qualificata come iperterrorista non per ciò che ha fatto, ma perché ha affrontato un’iperpotenza), ha avuto rapidamente due effetti perversi:

Primo effetto: Qualsiasi contestatore violento nel mondo musulmano, tanto politico quanto di diritto comune, qualunque fossero le sue motivazioni, ha compreso rapidamente che doveva richiamarsi ad Al-Qa'ida se voleva essere preso sul serio, se voleva che la sua azione godesse di una legittimità riconosciuta dagli altri e se voleva che questa stessa azione avesse risonanza internazionale.

Parallelamente a ciò, tutti i regimi del mondo musulmano – che come ben sappiamo non sono tutti virtuosi - hanno subito ben capito che avevano tutto l’interesse a fare passare i loro oppositori ed i loro contestatori, qualunque essi fossero, per membri dell'organizzazione di Bin Laden, in modo da poterli reprimere tranquillamente e, se possibile, anche con il beneplacito degli Occidentali.

E da qui nasce una proliferazione di varie Al-Qa'ida, più o meno evocate o autoproclamate, in Afghanistan, in Iraq, in Yemen, in Somalia, in Magreb, e altrove "Al-Qa'ida nella penisola arabica”

Il principale risultato di questa dialettica imbecille è stato evidentemente quello di rafforzare il mito di una Al-Qa'ida onnipresente, rannicchiata dietro ogni musulmano, pronta a strumentalizzarlo per colpire l'Occidente in generale e gli Stati Uniti in particolare nel nome di non si sa bene quale perfidia.

Questa visione procede da moltissimi errori di valutazione e di prospettiva e soprattutto genera risposte totalmente inadatte.

Perché se Al-Qa'ida non esiste, la violenza politica islamista invece esiste, eccome. E l'Occidente non ne è che una vittima indiretta e collaterale. Gli ideologi della violenza islamica non sono degli invasati: sono persone che hanno obiettivi ben precisi. Ed il loro obiettivo non è quello di islamizzare il mondo bensì quello di prendere il potere e con esso ricchezze che gli son legate nel mondo musulmano senza che l'Occidente intervenga... Un po’ come fece all’epoca Hassan al-Tourabi in Sudan.

Così, anche se l'amor proprio degli Occidentali dovrà soffrirne, bisogna ripetere senza mai stancarsi che le principali, le più numerose e le prime vittime della violenza islamista sono i musulmani stessi.

L'epicentro di questa violenza islamista non è né in Afghanistan né in Iraq; è in Arabia Saudita. È questo paese che affrontava per primo il manifesto contro gli ebrei e i crociati che,alla fine degli anni Novanta, era il testo fondante dell'organizzazione di Bin Laden, e questo manifesto mirava alla famiglia reale saudita prima che agli ebrei e ai crociati.

Questo è anche il solo paese al mondo a portare un cognome (NdR: in riferimento ad Ibn Saud, fondatore della dinastia).

Fatte le debite proporzioni, l'Arabia Saudita si trova in una situazione paragonabile a quella del primo semestre1989. Una famiglia ha preso il potere nel 1926 accampando la sua legittimità su una ipotetica discendenza divina e usurpando la custodia dei luoghi santi dell'Islam ai suoi titolari storici appartenenti alla famiglia degli ascemiti.

Questa famiglia, i Saud, composta oggi da circa 3mila principi, esercita senza condividerlo la totalità del potere e si accaparra la totalità di una rendita astronomica che proviene dallo sfruttamento del sottosuolo più ricco al mondo in termini di idrocarburi.

Per conservare la sua legittimità di fronte a qualsiasi tipo di contestazione, la famiglia saudita ha sbarrato la strada a ogni forma di espressione democratica o pluralistica. Adotta la pratica dell'Islam più fondamentalista possibile per mettersi al riparo da ogni forma di scavalcamento in questo campo, (un poco come l'URSS che non voleva uno "scavalcamento a sinistra”, la famiglia saudita non vuole "scavalcamenti in Islam"). Col tempo però gli effetti delle enormi rendite degli idrocarburi hanno dato origine a diverse forme di commercio e di industria alle quali i principi, come tutti i principi, non avrebbero potuto far fronte senza derogare alle misure finora adottate e hanno quindi concesso dietro pagamento la partecipazione ai benefici a imprenditori non di rango in maggior parte provenienti da paesi vicini ma stranieri, ovviamente musulmani, soprattutto yemeniti e in un larga misura ai Levantini (siriani, libanesi, palestinesi).

E mentre il futuro del petrolio è incerto, questi imprenditori fanno osservare a giusto titolo (come i cittadini del Terzo Stato nel 1789), che sono loro che "mandano avanti la baracca” e preparano il futuro del paese e che in queste condizioni non sarebbe che una questione di giustizia associarli in un modo o nell'altro o all'esercizio del potere o alla gestione di una rendita che la famiglia regnante - ve lo ricordo - ritiene di diritto di sua proprietà personale.

Problema: come far passare queste rivendicazioni in un paese dove ogni forma di espressione pluralistica è esclusa per definizione? Quale legittimità può opporsi a un potere che si vanta dell’investitura divina? Quali pressioni possono essere esercitate su un regime familiare che beneficia a titolo personale dal 1945 - a seguito del patto di Quincy concluso tra il vecchio Bin Saud ed il presidente Roosevelt - della protezione politica e militare della superpotenza americana in cambio del monopolio dello sfruttamento degli idrocarburi?

È evidente che gli oppositori di questa teocrazia hanno a disposizione solo il ricorso ad una mescolanza più o meno dosata di violenza rivoluzionaria e di rilancio fondamentalista per combattere questo potere e i suoi protettori esterni. E non è dunque un caso se si trovano tra gli attivisti islamisti più violenti un numero significativo di figli di questa borghesia che sono privi di qualsiasi diritto politico ma sicuramente non dei mezzi né delle idee; e Osama Bin Laden è nel novero di costoro: si è trovato scaraventato nel campo della violenza, dell'integralismo dai nobili sauditi che ritenevano più sbrigativo fare proteggere gli interessi esterni del regno dai figli dei loro valletti piuttosto che dai propri. E’ il classico errore dei parvenus.

Nel corso delle loro picaresche avventure, questi giovani, questi figli della borghesia, hanno fatto brutti incontri, hanno subito cattive influenze, e sono ritornati in campo per addentare la mano del loro stesso padrone.

È così che fin dalla metà degli anni Ottanta, si origina un gioco al rilancio permanente di carattere religioso volto al controllo dell'Islam mondiale tra la famiglia Saud ed i suoi rivali e oppositori sia all'interno sia all'estero, (rivalità sciite-sunnite, l'Iran-Arabia...) Questo gioco al rilancio si è tradotto essenzialmente, in mancanza di risorse umane (nei servizi segreti esteri), nel solo mezzo che invece non scarseggia in Arabia: il denaro.

I fondi spesso distribuiti in modo indiscriminato a tutto il mondo musulmano e alle comunità di immigrati sono finiti nelle tasche di coloro che potevano servirsene, vale a dire in quelle dell'unica organizzazione internazionale islamista largamente ben strutturata : l’associazione dei Fratelli Musulmani e in particolare delle sue ramificazioni più trasgressive e violente, come la Jamaa Islamyyah e altri gruppi islamisti di cui l’al-Qa'ida di Bin Laden non ne era – secondo me - che una delle sue numerose espressioni. In effetti, ovunque la violenza jihadista attecchisca (nelle zone più vulnerabili del mondo musulmano), la sua genesi risale sempre alla medesima logica ternaria.

Primo elemento: un gioco al rilancio ideologico e finanziario del regime saudita...

Secondo elemento: un forte radicamento locale dell'associazione dei Fratelli Musulmani o delle sue emanazioni... che sanno mantenersi sapientemente in equilibrio tra le contraddizioni politiche, economiche e sociali, per aizzare le masse contro le autorità locali e per scoraggiare l'Occidente dal venire in loro soccorso o dall'intervenire: per essere tranquilli a casa propria bisogna rendere il mondo musulmano astioso e detestabile.

Terzo elemento: un vero debole da parte della diplomazia e dei "servizi" occidentali, americani in testa, per il sostegno nel mondo intero, spesso anche in chiave militare, in favore dei movimenti politici e fondamentalisti più reazionari sul piano religioso, usandoli come baluardi contro l'Unione Sovietica fino agli anni Novanta e anche nella politica di contenimento dell’Iran dopo gli anni Ottanta.

Questo cocktail di tre elementi provoca per ragioni molto diverse... gli stessi effetti in Pakistan, in Afghanistan, in Iraq, in Somalia, in Yemen, in l'Indonesia, nel Maghreb, nel Sahel fino alle aree di non-diritto rappresentate dalle comunità musulmane immigrate in Occidente ...

Non entrerò nei dettagli delle diverse situazioni di violenza politica, ma è logico osservare che, se queste si sviluppano tutte seguendo quasi lo stesso percorso, sta a significare che rispecchiano problematiche locali anche totalmente diverse coinvolgendo personaggi che comunicano assai poco tra loro. Se tutti si vantano di combattere sotto la stessa bandiera mitica, è perché sanno bene che quella bandiera rappresenta un formidabile spauracchio per i paesi occidentali in generale e gli Stati Uniti in particolare, che sono sempre visti come pronti a intervenire nei paesi con regimi fortemente controversi. Poi, naturalmente, Signora Benguigua, mi si potrebbe sempre obiettare che, poiché la violenza jihadista esiste realmente e cresce dappertutto secondo gli stessi schemi, poco importa che si chiami Al-Qa'ida, che non sarebbe che il nome generico di una qualche forma di violenza fondamentalista a livello mondiale. Un discreto numero di giornalisti adesso diventati più cauti ci parlano di una "Nebulosa A-Qa'ida": il problema è che una tale confusione semantica è la fonte di tutte le risposte sbagliate e di fatto esclude qualsiasi soluzione adatta al problema.

Esistono in effetti due modi di passare alla violenza terroristica politica.

O si costituisce un gruppo politico- militare organizzato gerarchizzato (con un leader, una missione, risorse, tattiche coordinate, un programma d'azione preciso, obiettivi definiti), il che lo inquadra come un esercito di professionisti della violenza pronto ad impegnarsi in un processo di scontro tipicamente militare. È questo il caso della maggior parte dei movimenti terroristi rivoluzionari o separatisti in Europa, in Sud America, in Medio Oriente fino alla fine del XX secolo.

Oppure si ricorre alla tecnica detta del "Lone Wolf" (il lupo solitario) che consiste nel tenere un piede nella legalità e l'altro nella trasgressione giocando ideologicamente su una popolazione impressionabile per incitare i suoi elementi più fragili, più motivati a intraprendere un'azione individuale o a piccoli gruppi, colpendo dove possono, quando possono, come possono, non importa, purché tutto ciò abbia la firma del movimento e si inserisca nella strategia generale.

Questa tattica del Lone Wolf non è nuova, è molto antica e ben nota negli Stati Uniti ed è stata teorizzata da William Pierce nei suoi “Turner Diaries”, un bestseller negli Stati Uniti per quasi tutto il decennio degli anni Novanta e che ha ispirato la maggioranza dei violenti militanti della supremazia bianca e gli ultrafondamentalisti cristiani.

Questa tecnica è stata adottata negli attentati di Atlanta, Oklahoma City e in molti altre azioni individuali in cui il numero totale delle vittime è assai vicino se non superiore a quello delle morti dell'11 settembre.

È la stessa tecnica che è stata messa in opera da alcuni gruppi del Terzo Mondo, come i Lupi grigi in Turchia o i Fratelli Musulmani nel mondo arabo e musulmano. Se alcune forme di violenza locali nel mondo arabo si rifanno al primo modello, è sicuramente seguendo il secondo modello che funziona la violenza jihadista esercitata verso l'Occidente e verso certi regimi arabi.

Tutti i servizi di sicurezza e d'intelligence sanno benissimo che non si combatte la tecnica di Lone Wolf con mezzi militari, divisioni corazzate, o una proliferazione di misure di sicurezza indifferenziate. Ci si oppone con misure di sicurezza mirate, sostenute da iniziative politiche, sociali, economiche, educative e culturali volte a prosciugare il vivaio di potenziali volontari, interrompendone i legami con i loro sponsor ideologici e finanziari.

Non solo (e qui mi riferisco a varie relazioni del Tesoro americano), nulla di serio è stato intrapreso per cercare di bloccare il substrato finanziario e tanto meno quello ideologico della violenza jihadista ma, nel designare Al-Qa'ida, come il nemico permanente contro il quale si deve condurre una crociata per vie militari e di sicurezza del tutto inadeguate alla sua reale natura, è come se avessimo usato un mitra per uccidere una zanzara!

Ovviamente abbiamo mancato la zanzara, ma i danni collaterali sono evidenti come si può constatare ogni giorno in Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen ...

E il primo effetto di questa crociata perduta è stato quello di alimentare il vivaio dei volontari, di legittimare questa forma di violenza, di farne il solo referente d’azione e d’affermazione possibile in un mondo musulmano il cui immaginario collettivo è adesso traumatizzato da una legge universale dei sospetti che incombe su di loro, con occupazioni e interventi massicci, interminabili e ciechi.

Da 9 anni, l'Occidente colpisce senza discernimento in Iraq, in Afghanistan, nelle zone tribali del Pakistan, in Somalia,in Palestina naturalmente, (e ci proponiamo ora di intervenire in Yemen e perché no, già che ci siamo, anche in Iran!), ma agli occhi dei musulmani, Bin Laden la fa sempre in barba al più potente esercito del mondo e il regime islamico dell'Arabia Saudita resta tuttora sotto la protezione assoluta dell'America.

In conclusione per tentare di dare il mio apporto alla questione sollevata in questa tavola rotonda "Dove si trova Al-Qa'ida?" ecco la mia risposta: Al-Qa'ida è morta tra il 2002 e il 2004. Ma prima di morire è stata “ingravidata” dagli errori strategici dell’Occidente e dai calcoli imprevidenti di un certo numero di paesi musulmani e così ha partorito i suoi piccoli figli! Il problema per noi adesso è quello di sapere se con questi sgraditi rampolli faremo gli stessi errori alimentando così un ciclo infinito di violenze o se, tanto per mantenere il riferimento a Ionesco, noi assieme ai nostri partner arabi e musulmani sapremo arrestare la proliferazione dei rinoceronti.

Grazie.

Testo trascritto da Arno Mansouri, direttore delle Editions Demi-Lune per ReOpen911.

Traduzione per Megachip a cura di Emanuela Waldis e Pino Cabras.

Alain Chouet (nato nel 1946) è stato diplomatico e agente dell'intelligence francese, segretario d'ambasciata a Beirut (1974-76), poi a Damasco (1976-79). È stato anche Direttore della divisione antiterrorismo alla DGSE (Direction générale de la Sécurité extérieure, la principale agenzia di spionaggio francese) dal 2000 al 2002.

Fonti: www.reopen911.info.

venerdì 6 maggio 2011

Usa, scoppia il caso foto Bin Laden Ap contro Obama: "Deve pubblicarle"


La decisione di Barack Obama di non diffondere le foto del cadavere di Bin Laden continua a sollevare polemiche fino ai massimi livelli dell'informazione Usa. L'Associated Press, la prima agenzia di stampa americana, non ci sta. E lancia la sua sfida alla Casa Bianca, chiedendo che quelle immagini, assieme al video girato dagli uomini dei Navy Seals e quello del funerale sulla nave, vengano mostrate al pubblico.
La Ap sostiene la sua richiesta invocando il rispetto, anche da parte di Barack Obama, della legge americana che regola la libertà e la trasparenza dell'informazione, il 'Freedom of Information Act', conosciuto anche con la sigla 'Foia'. Lo rende noto il Village Voice on-line, precisando, comunque, che la Casa Bianca può essere esentata da queste norme. E' infatti previsto che governo, agenzie federali, Cia e Dipartimento della Difesa, come ricorda Scott Hodes, un avvocato specializzato in questioni relative ai limiti del diritto di cronaca, possano presentare delle eccezioni rispetto ai doveri a cui sono tenuti altri soggetti privati. "Lo status legale delle foto è quanto meno incerto", osserva Hodes. "La legge non può automaticamente applicarsi alla Casa Bianca, come alla Cia, visto che loro hanno avuto il controllo materiale della missione".

La Ap nel ribadire le ragioni della sua richiesta sottolinea che "questa amministrazione ha sempre amato definirsi la più trasparente della storia degli Stati Uniti, quella più rispettoso della legge sulla libertà di stampa. Molto più di quanto fece in passato la presidenza Bush". Tuttavia, sempre secondo l'avvocato, la strada legale sembra avere poche chance di successo. In queste ore, non solo l'Ap ha chiesto a Obama di cambiare idea. Ad esempio, anche Donald Rumsfield e
Sarah Palin, nei giorni scorsi si sono uniti al coro di chi vuole vedere la faccia di Bin Laden martoriata di colpi. Un' immagine definita "raccapricciante", da quei pochi che l'hanno vista. In poche ore s'è sviluppato un feroce dibattito. Ma alla fine è stato Barack Obama, nella sua prima intervista dopo l'uccisione del capo di Al Qaeda a tagliare corto, dicendo che quelle foto rimarranno nei cassetti del governo: il rischio di riaccendere gli animi degli estremisti islamici è assai più alto dei dubbi e delle critiche che la scelta "poco trasparente" dell'amministrazione può sollevare in patria.

(06 maggio 2011)

giovedì 5 maggio 2011

Il citofono bianco di casa Bin Laden Tanti curiosi e molti dubbi


NEL COMPOUND DEL BLITZ AMERICANO I TESTIMONI: GENTE APPARTATA, MA NORMALE

di Barbara Schiavulli

Abbottabad (Pakistan)

Sul citofono di casa Bin Laden non c’è nessun nome, solo una targhetta lasciata in bianco, un numero scritto in pennarello, a fianco di un cancello verde con un poliziotto davanti che controlla il via vai di residenti, soprattutto giovani, ancora increduli di aver vissuto accanto all’uomo più ricercato al mondo. Un fortino ad appena pochi centinaia di metri da una storica accademia militare, circondato da qualche vicino che ha ville simili, ma non con mura così alte e filo spinato e da case in costruzione come quella di fianco violata da una folla di curiosi. Hanno percorso le scale poco sicure per arrampicarsi sul tetto e guardare dentro il compound di Bin Laden, con un muro interno di protezione e un cortile annerito dal fuoco, dove, dice la gente di Abbottabad, venivano bruciati i rifiuti. Non ci sono grandi segni di combattimento o di macerie, la casa è intatta come lo era quella notte tranquilla dove dal cielo sono arrivate le forze speciali per mettere fine a una caccia all’uomo durata dieci anni. A visitare gli interni mentre continuavano i rilievi della polizia, anche il capo dell’Esercito Pervez Kiyani, mentre al di là del confine, il comandate dei Taliban della zona orientale Dawran Sawi, annunciavano la creazione di un comitato speciale per vendicare la morte di Bin Laden.

MUHAMMAD NIAS non si è ancora ripreso da quella notte e dalla paura. “Non vengono mai elicotteri da queste parti. Mi sono svegliato, poi c’è stato il caos, i miei due bambini erano terrorizzati”. La “via dell’acqua fredda” che separa le due case, ora è gremita di gente, ma fino alla settimana scorsa era solo una normale strada sterrata dove ogni tanto i residenti della casa di Bin Laden entravano e uscivano, qualcuno andava a fare la spesa, arrivava qualche macchinone, si vedeva qualche bambino, ma nessuno nel paese dei Pini poteva immaginare l’inquietante presenza del simbolo del terrorismo.

La maggior parte dei residenti ancora non ci crede. “È stata tutta una messinscena, un drammone degli americani per mettere in difficoltà il Pakistan una volta per tutte. Osama è l’eroe di tutti i musulmani, speriamo che lui sia ancora vivo”, afferma Nias, ma non gli altri, che sebbene credano alla finzione, non sono contenti della cattiva reputazione che si sta facendo la cittadina circondata da montagne verdi. “Ci siamo chiesti come fosse stato possibile per Obama arrivare qui, non può essere una storia vera”, ci dice Muhammad, uomo d’affari in pensione. “Io penso che il problema stia a monte, che quando le persone si sradicano dal proprio paese, quando non c’è giustizia, si creano terroristi”, mormora Sayed Tahershar, un avvocato che discute con il proprietario di una profumeria, “Neanche io riesco a credere a quello che si dice, la nostra cittadina è laica e pacifica, qui si viene in vacanza, non penso che il governo potesse non saperne niente, è pieno di militari”.

Lo scetticismo, l’incredulità, lo sconforto per sentirsi usati, scorre a fiumi tra le vie della città. Ma qualcuno sorride come Shabir Hussein, impiegato dell’ente del turismo. "Qui vengono circa 20 mila visitatori all’anno, un po’ meno ultimamente, ma ora che siamo finiti nelle tv del mondo forse ci sarà gente che verrà a vedere dove viveva Bin Laden, abbiamo già delle prenotazioni”. E qui Bin Laden con i membri della sua famiglia ci viveva almeno da 5 anni. “Ripeto non credo che fossero loro, comunque almeno due uomini li vedevamo al mercato – racconta Nias, un idraulico 30enne – erano tutti molto gentili, parlavano la lingua locale, le donne erano velate e i bambini, dovevano essercene diversi, uscivano ogni tanto ma non frequentavano i nostri figli”.

UNA, L’UNDICENNE in mano delle autorità pakistane doveva essere la figlia di Bin Laden, un altro sarebbe stato portato via dagli americani, gli altri, una dozzina, probabilmente erano i figli dei fratelli dell’emiro del terrore. Ma eliminato Bin Laden, la paura dei pakistani ora corre sul filo delle conseguenze della sua presenza. “Salvateci da Obama”, chiede una donna in tono concitato che con un gruppetto di altre donne manifesta contro gli americani – sono solo una cittadina preoccupata, che sia stato creato un precedente, che ora chiunque possa venire qui e violare la sovranità del nostro Stato”. La donna e le sue compagne pensano all’India, l’eterna rivale, che due giorni fa, saputa la notizia del raid americano ha subito chiesto che venissero trovati i mandati della strage di Mumbai del 2008 le cui tracce portano in Pakistan. Non lontano si accende un’altra manifestazione degli avvocati della città anche loro preoccupati per quel Pakistan violato.

D’altra parte il governo dovrà far buon viso a cattivo gioco se vorrà uscire dall’imbarazzo di essere stato tenuto all’oscuro dell’operazione americana, ma anche dall’ignoranza di avere per anni Bin Laden nella casa di villeggiatura dei pakistani bene a soli cento chilometri dalla capitale, ma soprattutto per mantenere quell’assegno di 1.300 miliardi di dollari che ogni anno gli americani regalano per gli aiuti militari e la lotta al terrorismo.

mercoledì 4 maggio 2011

Usa: «Foto atroci, aspettiamo a darle»


La Casa Bianca sta valutando se diffondere le immagini del "principe del terrore" morto e un video girato con una telecamera issato su un elmetto da uno dei Navy Seals all'interno della villa-fortezza. «Le foto sono troppo cruente ma una sarà pubblicata anche se non si sa quando»: è questa la posizione del capo della Cia. Osama bin Laden «non era armato» nel momento in cui è stato ucciso dalle forze speciali Usa, ha aggiunto il portavoce della Casa Bianca Jay Carney in una conferenza stampa, in cui ha anche definito «raccapriccianti» e «potenzialmente incendiarie» le foto di bin Laden in possesso del governo. «Ci sono delle sensibilità in gioco. Stiamo valutando la necessità» di rendere note le fotografie, ha detto Carney, «a causa di queste sensibilità». La Casa Bianca, secondo una fonte del governo Usa sentita dalla Cnn, ha in mano da ieri tre gruppi di foto dell'assalto e del cadavere. Una prima serie di foto è del cadavere di bin Laden in un hangar di una base aerea in Afghanistan, nel quale il capo di al Qaeda sarebbe ben riconoscibile ma in immagini «molto sanguinose e crude» per via di una ferita aperta alla testa, sopra entrambi gli occhi. La seconda serie di foto è relativa alla sepoltura in mare sulla portaerei Carl Vinson, prima e dopo l'avvolgimento del cadavere in un sudario. Il terzo gruppo di foto sono successive all'assalto stesso, con immagini del figlio morto di bin Laden, un giovane sui 18 anni, e degli altri due uomini uccisi, più altre scene dell'interno del complesso di edifici. Il governo degli Stati Uniti teme che, proprio perché molto crude, le immagini possano essere usate come strumento di propaganda antiamericana e incitare violenza nei paesi musulmani. In particolare è stato il consigliere del presidente per l'antiterrorismo John Brennan a chiedere di aspettare a rendere pubbliche le immagini.

LA FERITA SOPRA L'OCCHIO SINISTRO - Anche per il sito drudgereport.com, il presidente Obama sarebbe orientato a diffondere almeno una foto che mostra la morte di Osama. Anche in questo caso si ribadisce che «le immagini sono crude, destinate a suscitare emozioni da est a ovest e ad entrare tra le più viste della storia moderna». Un'immagine mostrerebbe una ferita da arma da fuoco alla testa di Bin Laden, sopra all'occhio sinistro, particolare che coincide con quella vista su Twitter.

LA NUOVA FOTO FALSA Intanto circola sulla rete una nuova foto del cadavere di Osama Bin Laden. Si tratta di un'immagine a raggi infrarossi rilanciata sul social network Twitter, nell'edizione inglese, dagli hacker di Anonymous. Anche questa, come quella rimbalzata sulla tv pakistana il giorno del blitz e dell'uccisione di Bin Laden, è falsa. L'uomo indicato come il leader di AlQaeda giace a terra con una ferita sopra l'occhio destro. Il corpo sembra sorretto da un soldato Usa. Sono stati vari blogger in rete a mostrare che la foto era un fotomontaggio.
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ATTENTI ALLE MAIL CON OGGETTO VIDEO BIN LADEN - L'Fbi ha intanto allertato gli utenti della rete per mail che propongono foto o video di Bin Laden ucciso: «Potrebbero contenere virus in grado di rubare dati personali o infattere il computer». Secondo l'Fbi questo tipo di mail potrebbero arrivare anche da indirizzi di amici o familiari ignari. Il Bureau of Investigation fa anche sapere di modificare i livelli di privacy dei propri profili sui social network per rendere più difficile poter postare materiale sugli account.

Redazione online
03 maggio 2011

Il blitz minuto per minuto negli occhi di Barack & C.


Guardate bene quella foto e imprimetela nella memoria. Barack Obama ha il volto scuro, «di pietra» come ci dice uno dei suoi collaboratori; il presidente appare quasi rimpicciolito, schiacciato dal peso di una responsabilità immane. Il segretario di Stato Hillary Clinton tormenta il viso con una mano, quasi a nascondere una materna smorfia d'angoscia. Dicono che il vice-presidente, Joe Biden, si sia passato per tutto il pomeriggio i grani di un rosario tra le dita.
Guardatela, perché essa rovescia tutte regole dell'informazione moderna, avida divoratrice d'immagini che sole possono sostanziare i fatti e che qui invece scorrono su uno schermo che non vediamo. Eppure, nell'offrirci in modo anche impietoso la spasmodica tensione nervosa di quelle ore, questa fotografia diventa documento inconfutabile di prova. Non abbiamo ancora visto le immagini di Bin Laden morto, né quelle del suo rispettoso funerale marino. Non abbiamo visto, difficilmente vedremo le immagini dei Navy Seals in azione. Ma nessuno di noi, a parte i soliti maniaci delle teorie cospirative, nutre il minimo dubbio sulla verità sostanziale di quanto è accaduto il 1° maggio nel compound di Abbottabad: dopo una caccia durata quasi dieci anni, il leader spirituale e politico di Al Qaeda, lo sceicco nero mandante delle stragi dell'11 Settembre, è stato ucciso in una missione speciale ordinata dalla Casa Bianca.

Ed è geniale la strategia comunicativa di un'Amministrazione, che naturalmente può confidare sull'alta credibilità e la decenza di Barack Obama, ma risolve l'onere della prova con una fotografia dove protagonista non è il fatto, ma l'ansia per il fatto stampata negli occhi e nei gesti e resa tangibile dall'aria stravolta dei soggetti.
Torniamo a osservare la foto. In piedi subito dietro Obama, hanno la faccia paralizzata tre duri, veterani di ogni battaglia militare o politica: da sinistra a destra, sono il capo di Stato maggiore, l'ammiraglio Mike Mullen, quello che considera il debito pubblico americano una minaccia più grave di qualsiasi terrorismo; poi il consigliere per la Sicurezza nazionale, Tom Donilon, uno che stava alla Casa Bianca già ai tempi del Kosovo; infine il capo dello staff, Bill Daley, ministro con Bill Clinton, erede della dinastia che ha governato Chicago per mezzo secolo. Dietro a quest'ultimo, appare preoccupato mentre sbircia per vedere meglio Tony Blinken, il consigliere strategico di Biden. L'altra donna della foto ha il volto rabbuiato di Audrey Tomason, direttrice dell'Antiterrorismo.
John Brennan, braccio destro del Presidente sulla sicurezza interna e il terrorismo, il falco voluto da Obama al suo fianco, guarda accigliato l'azione. Accanto a Hillary, appare più pallido del solito
Denis McDonough, vice di Donilon, ma molto ascoltato da Obama. Al centro, il generale Brad Webb, vice-comandante delle operazioni speciali, è intento a consultare un computer. Solo il ministro della Difesa uscente, Robert Gates, ha la sua solita, immutabile espressione da Sfinge: ma lui, si sa, i ragazzi della West Wing con ironia e ammirazione lo chiamano Joda, come il saggio di Star Wars.
E' stato Brennan a descrivere l'atmosfera di domenica pomeriggio, che la foto restituisce pienamente: «E' stato probabilmente uno dei momenti di maggiore ansia nella vita di tutti noi che stavamo là dentro. I minuti sembravano giorni e il presidente era molto preoccupato per la sicurezza dei nostri uomini impegnati nell'operazione».


C'era un silenzio tombale, interrotto soltanto dalla voce di Leon Panetta, il capo della Cia, che in diretta da Langley raccontava e commentava l'azione: «La tensione era palpabile, molti di noi trattenevano il respiro, nessuno osava dir parola mentre ricevevamo gli aggiornamenti».
Non c'era stata unanimità nella squadra di Obama, se eseguire immediatamente il piano proposto dall'Ammiraglio
William McRaven, capo delle missioni coperte. Tutto indicava che Bin Laden fosse proprio lì, nel «nascondiglio a vista» più improbabile possibile per un terrorista super-ricercato come lui. Ma la certezza corazzata non c'era. E più volte in passato lo sceicco si era rivelato preda elusiva e scaltra.
Soltanto venerdì il presidente aveva dato il segnale verde, dopo aver chiesto un'ultima pausa di riflessione, raccomandando di farlo il prima possibile. Significava sabato, ma i meteorologi della Cia avevano previsto cielo nuvoloso. Così è successo domenica. La Casa Bianca ha cancellato le visite guidate, per evitare che qualche visitatore fosse insospettito dall'incontro casuale con uno dei volti noti dell'Amministrazione. Obama ha rispettato la sua agenda domenicale e di buon mattino è andato a farsi nove buche sul green della base di Andrews, regolarmente registrato dai media. Poi, dopo mezzogiorno, la Situation Room ha cominciato a riempirsi alla spicciolata. Uno dei ragazzi dello staff è corso da CostCo, in Virginia, dall'altra parte del Potomac, per comprare rotoli di pita col tacchino, gamberoni lessi freddi, patatine, bevande gassate. Alle 14.00, una volta che anche il Presidente era arrivato nel bunker, Panetta ha spiegato tutti i dettagli dell'attacco, che è cominciato meno di un'ora dopo.


«Hanno raggiunto l'obiettivo», ha detto il capo della Cia quando i Seals sono entrati nell'edificio. E pochi minuti dopo, quando Bin Laden è stato individuato e preso di mira: «Abbiamo la visuale su Geronimo», il nome dato allo sceicco dalla missione. Quindi la frase attesa: «Geronimo EKIA», che sta per Enemy Killed In Action, nemico ucciso in azione. Nessuno ha fiatato. E' stato il presidente a interrompere quel silenzio irreale: «Lo abbiamo preso».
«C'è stato un grande senso di sollievo», ha detto Brennan. Eppure non era ancora finita. Qualcosa poteva ancora succedere ed è successa. Uno degli elicotteri che avevano trasportato i Seals non è più riuscito a decollare: «Per me e per gli altri nella stanza, è stato uno dei momenti più drammatici, sapevamo di dover ricorrere al piano di emergenza». La foto, ci dicono fonti della Casa Bianca, è stata scattata all'incirca in quella fase. Quando il secondo elicottero è arrivato a raccogliere gli uomini ancora sul campo, la tensione si è sciolta. «E il presidente è apparso finalmente sollevato che nessuno dei nostri e nessuno di quelli
che non volevamo uccidere fosse stato colpito».

Paolo Valentino
04 maggio 2011

Tutti i misteri “dell’operazione Osama”


Dalle foto che ritraggono il suo cadavere al video del blitz, da chi ha sparato il colpo mortale fino al giallo del mancato coinvolgimento del Pakistan. Sono ancora tante le ombre sulla missione che ha messo ucciso bin Laden

Non solo il mistero delle foto e dei video che ritraggono l’uccisione di Osama bin Laden e il suo funerale. Le ombre che avvolgono l’operazione ‘The mother lode of intelligence’, che ha portato prima all’individuazione e poi alla morte del principe del terrore, sono sempre di più. E con il passare del tempo la trama continua a infittirsi.

I talebani addirittura mettono in dubbio l’intero blitz, “dato che prodotto nessuna prova accettabile per sostenere il loro annuncio, e dato che gli stretti collaboratori non hanno confermato o smentito la sua morte”, come ha affermato Zabibullah Mijahid, portavoce degli studenti coranici afghani.

Dopo i vari falsi che sono circolati in rete, mancano ancora le immagini ufficiali che ritraggono il corpo di Osama. La Casa Bianca ha annunciato che sta ancora valutando se diffondere gli scatti, dato che “si tratta di fotografie piuttosto dure”, come ha specificato il portavoce dell’amministrazione americana Jay Carney. Ci sarebbe anche un video dell’incursione, ma anche questo non è stato reso pubblico. La sua pubblicazione solleverebbe la coltre di nebbia che ancora accompagna la dinamica dei fatti: a partire da chi ha materialmente ucciso bin Laden. Come riportano gli Usa, a sparare sono stati gli uomini del commando con un colpo di arma da fuoco alla testa. Oppure due. Ma secondo fonti di Al Qaeda sarebbe invece stato uno dei fedelissimi di Osama, che da tempo aveva ordini precisi in merito, una volta capito che non c’era via di fuga ha freddato il suo leader per impedire che cadesse vivo in mani nemiche. Gli Usa sostengono poi che i militari hanno sparato perché, una volta dentro il covo, hanno incontrato la resistenza di alcuni jihadisti anche se Osama era disarmato.

Non è chiaro nemmeno il numero di persone che si trovavano all’interno della sua abitazione-bunker. Si continua a parlare di almeno nove bambini, alcune donne (una è stata uccisa), diversi miliziani di cui tre uccisi e altri fatti prigionieri. Che fine hanno fatto una volta terminata l’irruzione? Anche qui le versioni divergono. Fonti pachistane affermano che gli arrestati sono nelle loro mani e al momento sono sotto interrogatorio. Come prevede la legge del Pakistan, i prigionieri non saranno portati negli Stati Uniti ma rimandati “nei loro paesi d’origine”. Peccato che in precedenza gli americani avessero detto che erano stati portati via in elicottero dopo il blitz delle forze speciali.

Giallo anche su uno degli elicotteri impiegati nell’operazione. Innanzitutto oggi è stato detto che i velivoli erano quattro e non due come precedentemente annunciato. Secondo gli Usa, gli uomini del commando hanno fatto saltare in aria uno degli elicotteri perché aveva avuto un guasto tecnico e non poteva ripartire. Ma i qaidisti sostengono che è stato colpito e messo fuori uso dagli uomini che difendevano la villa-fortezza a 50 chilometri dalla capitale pachistana.

Altri interrogativi si addensano anche sulle sue esequie che, come riferiscono gli Usa, sarebbero state celebrate secondo il rito musulmano a bordo di un’imbarcazione della marina militare americana. E’ disponibile un filmato che ritrae il momento del funerale e la sepoltura del corpo in mare. Ma al momento anche questo documento rimane secretato.

Anche sul mancato coinvolgimento del Pakistan dell’operazione, le informazioni disponibili sono a dir poco contraddittorie. Da una parte e dall’altra si dice che Islamabad era all’oscuro dell’operazione o, al contrario, era stata informata. Sempre da entrambe le parti, fonti diverse confermano o smentiscono la partecipazione dei pachistani al blitz.

martedì 3 maggio 2011

Il simbolo abbattuto


di EZIO MAURO

PIU' DI TREMILA giorni sono passati dall'11 settembre, dieci anni per inseguire e infine colpire l'uomo che ha organizzato e rivendicato l'attacco al cuore degli Stati Uniti e del sistema occidentale. In tutto questo periodo, tra minacce e attentati era cresciuto il mito dell'imprendibilità di Osama bin Laden, il terrorista numero uno che teneva in scacco il mondo democratico, mentre invece Al Qaeda poteva colpire ovunque, come e quando voleva. Oggi questo mito si spezza, Al Qaeda è decapitata e il suo Capo che annunciava morte all'Occidente è stato ucciso. "Giustizia è fatta", dice Obama agli americani festanti, rivelando il peso di un incubo presente ogni giorno per dieci anni.

Noi europei avremmo preferito che Bin Laden fosse stato catturato e processato, perché l'esecuzione ripugna alla nostra cultura, ma l'America - dove vige la pena di morte - aveva bisogno di colpire chi l'aveva colpita così duramente nella potenza del Pentagono, nel simbolo delle Torri gemelle, nelle vite umane innocenti. Cercare Bin Laden, non dimenticare le sue responsabilità, in questi anni ha significato far valere le ragioni della democrazia occidentale, del rendiconto, della giustizia e del diritto. La vittoria di Obama (che ha voluto condividerla con Bush e Clinton, dando il senso della continuità e dell'unità americana nella lotta al terrorismo) è la miglior risposta a chi - come Trump - gli chiedeva il certificato di nascita sospettandolo di intelligenza con l'islamismo radicale. Eccolo nei fatti il certificato di Obama, che mette a nudo l'ideologismo primitivo della destra americana.

Naturalmente a un anno dal voto il presidente sa che dovrà fronteggiare la reazione terroristica, con Al Qaeda che agisce ormai più come un preambolo politico e simbolico che come un'organizzazione, e dunque legittima e libera forze spontanee capaci di attacchi autonomi. Ma la morte di Bin Laden cade in una primavera araba che cambia radicalmente il quadro rispetto a dieci anni fa. Le piazze, dall'Egitto alla Libia, mentre si ribellano agli autocrati rifiutano anche la soggezione ad Al Qaeda. Potremmo dire che è nato un nuovo soggetto politico che assomiglia alla pubblica opinione, e niente sarà più come prima. In questo senso, Bin Laden muore quando il suo mondo ha cominciato a voltargli le spalle.

(03 maggio 2011)