venerdì 30 settembre 2011
domenica 5 giugno 2011
martedì 25 gennaio 2011
CAMILLERI RACCONTA IL TRIONFO DELL’ HOMO BERLUSCONENSIS

“Con
Di seguito un estratto dell’articolo di Andrea Camilleri, pubblicato sul numero di MicroMega in edicola da oggi, che racconta l’involuzione antropologica che ha segnato l’uomo nella società berlusconizzata
di Andrea Camilleri
Ci sono due statuine che non mancano mai in ogni presepe che si rispetti. La prima è quella del contadino che davanti alla grotta col bambinello appena nato, alza, meravigliato e stupito, le braccia al cielo. In Sicilia è chiamato “‘u spavintatu do presepiu”, perché la meraviglia che esprime è tale da sfiorare lo spavento.
La seconda è quella di un altro contadino che, poco lontano dalla grotta, se ne sta beatamente a dormire disteso per terra, dopo avere assistito al grande evento. Dalle mie parti è detto “l’addrummisciutu do presepiu”.
Queste due statuine le prendo a prestito perché plasticamente raffigurano due diffusissimi tipi di homo berlusconensis.
Il primo è sempre pronto ad esprimere, con partecipata emozione, alte meraviglie qualsiasi cosa faccia il suo Idolo, sia che mostri le corna in una foto ufficiale di gruppo (“come sa fare le corna lui, nessun altro!”) sia che racconti una barzelletta stantia (“nessuno è capace di raccontarle come lui!”) sia che presieda una riunione di governo (“nemmeno il mio preside a scuola”). Tutto quello che Egli fa viene definito dall’entusiasta con superlativi assoluti e un sorriso beato sulla faccia. Questo tipo d’homo berlusconensis è trasversale, nel senso che va dal beota puro al docente universitario proposto per il Nobel.
A ben considerare, l’homo berlusconensis sempre e comunque acclamante, insomma colui che pratica il culto cieco della personalità, è la clonazione più borghese e sciamannata del fascista osannante, in prima fila sotto il balcone di Palazzo Venezia.
A PROPOSITO. L’entusiasta ascolta il Verbo rapito, ad occhi chiusi, in stato di trance. Se è a casa, pretende il silenzio assoluto dai familiari. Al bar, fa lo stesso. Insomma, non vuole perdersi una parola. Ma attenzione: dopo, è assolutamente incapace di riferire quanto ha sentito. Al massimo, esclamerà, balbettando sconvolto dal piacere: “Ha parlato per quattro ore e mezzo filate!”. Per lui conta la quantità delle parole, non la qualità.
Il secondo tipo, il dormiente, può abbandonarsi al sonno perché Egli è nato alla politica, anzi, come ama dire, è disceso in campo. Quello è stato il suo Natale. Probabilmente ha dovuto sloggiare da quella grotta che era la sua abitazione per far posto all’evento, ma in compenso gli è stato promesso un villino munito di tutti i comfort. Al risveglio, ne è certo, quel villino sarà suo. Intanto, dorme (...)
Il barone di Münchhausen, il personaggio creato alla fine del Settecento dallo scrittore tedesco Raspe, raccontava d’aver compiuto imprese mirabolanti come salire al volo sopra una palla di cannone e viaggiare con essa o come aver sentito crescere l’erba poggiando l’orecchio a terra. La nota più caratteristica del personaggio era che credeva alle storie che raccontava pur sapendo di essersele inventate di sana pianta. Vi ricorda qualcuno?
ATTENZIONE però. Mentre il barone non raccontava le sue storie mirando a un fine pratico e immediato, ma solo per il gusto di stupire, le storie del nostro piccolo Münchhausen sono tutte finalizzate a un unico scopo: creare consenso.
Quindi egli non racconterà d’avere camminato sulle acque, ma di essere il miglior capo di governo mai avutosi in Italia, il più amato (“io, quando cammino per strada, blocco la circolazione”), il più presente negli eventi tragici da L’Aquila a Viareggio, magnificherà d’essere uno statista che dà consigli indifferentemente a Putin e a Bush e via di questo passo. Nel suo piccolo, l’homo berlusconensis si considera e vuole che gli altri lo considerino come il meglio in tutto: il miglior padre di famiglia (anche se ha tre amanti), il miglior cliente della banca (anche se ha firmato assegni a vuoto), il miglior amico (anche se è pronto a tradire l’amicizia se ci trova un tornaconto) eccetera. E tale profondamente si crede.
L’homo berlusconensis quale sottoprodotto del piccolo Münchhausen vive e opera in una fittizia realtà di comodo. In ogni paese d’Italia da sempre c’è un personaggio locale, che si chiami Gigetto, Toni, Efisio, Pippuzzu, Carlìn, non importa, soprannominato “il pallonaro”. È quello che le spara grosse per il gusto di farlo. Non ne può fare a meno, fa parte della sua natura. Mentre della sua natura non fa parte la verità, anche quella più piccola, più insignificante. Il pallonaro costituisce una sottocategoria della precedente. L’homo berlusconensis è naturaliter pallonaro sempre e comunque. Sottocategoria collaterale è quella di colui che mente sempre sapendo di mentire. La menzogna in Italia è stata istituzionalizzata. Il più recente esempio è costituito dalla mendace affermazione del premier che un’extracomunitaria minorenne senza documenti, accusata di furto, già frequentatrice di festini presidenziali, era in realtà la nipote del presidente egiziano Mubarak e che perciò andava liberata subito e affidata a una consigliera regionale che altri non era che la bella ex igienista dentale del premier stesso. Un intrigo da operetta da Belle époque nel quale l’homo berlusconensis si è immediatamente riconosciuto e immedesimato, invidiandone il protagonista. Ah, che uomo furbo! Come sa cavarsela sempre! Ah, poter fare lo stesso! (...)
domenica 14 novembre 2010
LA PENSIONE EVA

Autore Andrea Camilleri
Prezzo E 14,00
Pagine p. 189
Data di pubblicazione 17 gennaio 2006
Editore Mondadori
Collana Scrittori italiani e stranieri
"Nenè sì taliò torno torno e, visto che sulla strata non passava nisciuno, fece un passo verso il portone e si calò col busto adascio adascio in avanti quel tanto bastevole che poteva con la testa agevolmente taliare dintra. Ma in principio non vide nenti di nenti. Sentì invece dù fìmmine che ridevano e parlavano a voce alta in una càmmara lontana, ma non capì quello che dicevano. Fece un altro mezzo passo, trasì dì più la testa e lo pigliò nelle nasche un sciàuro dì pulito, di sapone, di profumo..."
Per le stanze della Pensione Eva, il casino di Vigàta appena rinnovato e promosso dalla terza alla seconda categoria, transitano figure e personaggi di quei provinciali, sonnolenti, tipici anni Trenta che potremmo benissimo aver incontrato in altri indimenticabili romanzi di Camilleri. Dall'anziano cavalier Calcedonio Lardera, cui il fragore dei bombardamenti restituisce per un attimo l'impeto dell'antica virilità, a Biagiotti Teresa, in arte Tatiana, puttana comunista capace di occultare il ghigno baffuto di Stalin in luoghi insospettabili.
Ma le case chiuse non furono solo lo spazio proibito e in fondo domestico delle prodezze e delle fantasie erotiche di un'Italia addormentata dai languori della carne e dai miasmi del fascismo. Camilleri ne fa lo sfondo - o il primo piano? - di un vero e proprio romanzo di formazione prima dolce e poi crudele.
Ogni quindici giorni le sei "picciotte" della Pensione Eva partono, e ne arrivano delle nuove; è in mezzo a queste presenze carnali che trascorre la giovinezza di Nenè, Ciccio e Jacolino. Ma, a dispetto di quello che si potrebbe pensare, frequentando
Tutto comincia come un mistero in cui giocare: il sesso, la vita, la stessa guerra. Tutto finisce in una realtà in cui non si gioca più, sotto le bombe che schiantano le case, i corpi, la dignità. E una storia che era iniziata all'insegna della curiosità sul sesso si chiude sulla deflagrazione dell'amore, quello più forte della morte, quello destinato a lasciare per sempre nell'aria la scia del suo profumo.
Nota
Questo scritto intende essere semplicemente una vacanza narrativa che mi sono voluto pigliare nell'imminenza degli ottant'anni.
Non è né un racconto storico né un racconto poliziesco, è un racconto fortunatamente inqualificabile. Oltretutto, alla lettura credo che presenti difficoltà minori di altri miei romanzi. E persino il titolo è diverso dai miei soliti.
Desidero avvertire che il racconto non è autobiografico, anche se ho prestato al mio protagonista il diminutivo col quale mi chiamavano i miei famigliari e i miei amici. È autentico il contesto. E
a.c.
giovedì 10 giugno 2010
VEDI ALLA VOCE CAMILLERI

di Andrea Camilleri
DESIDERIO
Desiderio è una parola bellissima. Io credo che il desiderio sia una delle forze motrici dell’uomo e non è detto che sia sempre una mera soddisfazione del senso. Nel cinquanta percento dei casi ciò che desideri è soddisfare quel desiderio, attraverso il tatto, il palato… Ma io preferisco i desideri spirituali, i desideri dell’anima, i desideri del pensiero. Cercherò di spiegarmi meglio. Il desiderio carnale, dei sensi, si soddisfa con poco. Se desideri un buon odore, prendi una rosa, la odori e per un po’ il desiderio è soddisfatto; quando ti torna la riodori. Se hai desiderio di un pezzo di pane appena sfornato, con quel suo croccante, vai da un fornaio, te lo compri e l’hai soddisfatto di nuovo. Diverso è il desiderio che ti nasce dentro di qualcosa che ti manca, un qualcosa che ti manca che è difficile da spiegare. Io per esempio ho il desiderio di cose che dentro di me non ho. Desidero – e non ci arriverò mai – una sorta di appagamento del mio chiedere continuamente qualcosa a me stesso. Non c’è giorno che io non desideri – non di essere altro, perché sto benissimo come sono – di avere una più larga capacità del mio cervello, per fare un esempio, di capire le cose. Poco fa parlavo del senso della misura che ho di me stesso e delle mia capacità: ecco, vorrei tanto avere la possibilità di capire di più, è un desiderio intensissimo. Stendhal una volta scrisse i dieci desideri che voleva… poverino, ma sono terra terra quei suoi desideri. Devo dire che l’unica cosa che forse avrei voluto è un cervello capace anche di capire fenomeni che mi sfuggono. Cercherò di essere ancora più chiaro: desidererei avere dentro di me, per esempio, il cervello di un santone indiano. La capacità del controllo del proprio corpo, il desiderio del controllo dei propri desideri. E questo è molto difficile. È una sconfitta sicura. Come diceva Picasso, resterà sempre un desiderio che cerchi di acchiappare per la coda, ma quello è andato avanti e non lo raggiungerai mai.
FASCISMO
Il Fascismo io l’ho vissuto, perché nel 1943 avevo diciotto anni, quindi fino a diciotto anni ho vissuto sotto il Fascismo, subendo tuttavia una certa metamorfosi. A dieci anni, la mia aspirazione era di partire volontario e andare a combattere in Abissinia: per questo scrissi una domanda di volontario a Mussolini, perché il mio ideale era andare ad ammazzare gli abissini. Sono state le letture che hanno cominciato a farmi capire alcune cose, non letture direttamente antifasciste. Perché bastava leggere, per capire che c’era qualcosa che non funzionava in Italia in quegli anni. Poi arrivò il colpo in testa. Faccio un esempio: Uomini e no di Vittorini ti dimostrava un’altra realtà negli anni Quaranta. Ma attraverso le maglie della censura filtrò La condizione umana di André Malraux e quella fu la botta vera. Quella notte che finii di leggere il romanzo – lo ripeto e non mi stancherò di farlo – intere masse di cellule cerebrali si spostarono nel mio cervello, tant’è vero che mi venne la febbre e mi alzai con delle macchie tanto era stato il capovolgimento totale delle mie idee. È lì che io divenni comunista. Ancora non sapendolo. Questa storia è avvenuta specularmente alla mia coetanea Rossana Rossanda dall’altra parte dell’Italia, lei si trovava a Trieste mentre io mi trovavo a Porto Empedocle, stavamo ai due poli opposti del’Italia. E francamente, cominciai a essere antifascista. Insomma, a non essere d’accordo: a non volere più partecipare alle adunate, a trovare tutti gli escamotage possibili e immaginabili. Ma non era facile, perché era una crescita completamente isolata, una maturazione dolorosa che avveniva dentro te stesso, senza avere il conforto di nessuno. Perché non sapevi se potevi confidarti con gli amici e soprattutto la cosa rappresentava un conflitto enorme nei riguardi di mio padre, che era fascista, squadrista e marcia sua Roma. Lui non era un fanatico e di questo gliene sarò eternamente grato. Nel 1938 un mio compagno di scuola venne ad abbracciarmi, dicendomi: “Da domani non posso più frequentare”. Gli chiesi perché e lui rispose: “Perché sono ebreo”. “E che significa?”chiesi io. “E significa, significa che non posso più venire a scuola” disse, e se ne andò. Quando tornai, a tavola chiesi a papà: “Ma perché questo mio amico ebreo non può più venire a scuola con noi?”. E mio padre partì in quarta, contro Mussolini non contro gli ebrei. Mio padre era questo personaggio. Via via che passano gli anni, via via che divento vecchio sempre più mi rendo conto che del Fascismo mi ha colpito la stupidità, l’imbecillità sovraumana, che vedo ahimè riprodursi sotto altre forme in questi ultimi anni. Per questo ho tentato di esorcizzare e di capire il Fascismo scrivendo tre libri. Uno è La presa di Macallé che venne equivocato come un romanzetto pornografico. Ma figurati! C’era tutt’altra volontà dietro: il bambino superdotato era la metafora, il simbolo della virilità fascista, identica a ciò che avviene oggi, sia pure mediata dal Viagra o da iniezioni varie ma comunque esibita. Poi ho fatto Privo di titolo, dove c’è la finzione, la virtualità del fascismo. E l’ultimo Il nipote di Negus, nel quale descrivo la stupidità e l’imbecillità del Fascismo. Spero di non doverne scrivere più. Vale per tutti Brancati. Brancati è stato un grande scrittore, un liberale autentico, talmente autentico da dire che in Sicilia non si può essere liberali se non si è comunisti. Fino ai ventidue anni Brancati era un fascista di quelli duri, aveva scritto un dramma – Piave – che terminava così: “Camerata Mussolini, presente”; perché Mussolini venne ferito durante la Prima guerra mondiale. E l’altro era un romanzo buono, ma di sentimento fascista: L’amico del vincitore. Durante il periodo fascista, Brancati, crescendo, cambiò idea e si vergognò di se stesso; ma ebbe il coraggio di scriverlo e lo scrisse anche durante il Fascismo: “Nei miei vent’anni un imbecille con lo stesso mio nome e cognome scriveva dei libri ecc.”. Infatti, ci succedeva di avere all’improvviso come un risveglio e di chiedersi “ma che è? Dove mi trovo? Perché sto facendo questo?”. Ecco è l’istupidimento la cosa che ricordo di più, e mi fa paura perché credo che la vocazione alla stupidità sia nell’uomo talmente innata che bisogna continuamente tenerla sotto controllo. Una volta in taccuino ho letto un appunto di Baudelaire che diceva: “Oggi alle ore 15.00 ho sentito l’ala della stupidità sfiorarmi la fronte”. C’è un momento nella vita nel quale si è assolutamente stupidi, l’importante è lasciarlo dentro la cornice di quel momento. Non voglio più parlarne del Fascismo, perché subito dopo la Liberazione, nel ’45, un grande giornalista americano pubblicò un articolo sulla rivista Mercurio intitolato “Non lo avete ucciso”. Diceva che in realtà il Fascismo non l’avevamo ucciso, inutile averlo sparato o appeso a piazzale Loreto, il Fascismo ritornerà in Italia per anni e anni e anni, per venti e trent’anni, perché è un male che si radica ed è difficilissimo da estirpare. Cambierà forma, cambierà aspetto ma tornerà. All’epoca io mi arrabbiai moltissimo e dissi: “Quest’americano non capisce niente”. Invece, quel giornalista aveva capito tutto. Giorgio Almirante forma il Movimento sociale italiano esattamente un anno e due mesi dopo la Liberazione e due anni dopo, alle elezioni, i primi deputati del Msi – che allora era fascista senza se e senza ma – entrano nel Parlamento italiano. Il fascismo può riprodursi, è come quei virus mutanti che cambiano forma e per i quali ogni volta bisogna cercare di adattare il vaccino. Ma loro tornano e bisogna starci molto attenti.
MAGISTRATI
Tocchiamo un tasto dolente… Probabilmente tra i miei antenati dovevano esserci dei delinquenti a livelli mostruosi, perché io istintivamente ho sempre provato una sorta di repulsione berlusconiana nei riguardi dei magistrati. Una sera feci addirittura un salto dalla sedia, quanto sentii un magistrato che mi piaceva e che era molto bravo – soprattutto l’apprezzavo moltissimo perché era venuto in Sicilia a sostituire il povero Falcone, che era saltato in aria –, il magistrato Gian Carlo Caselli da Torino. C’era una trasmissione televisiva che si chiamava Italiani d’oggi e siccome presentava degli italiani di oggi, veri, la cosa la seguivo. E quella sera c’era Caselli. Arrivato a un certo punto l’intervistatore gli chiese: “Ma lei, piemontese, come fa a capire i siciliani?”. E lui rispose: “Mah, leggendo molto i siciliani, e soprattutto Camilleri” e tirò fuori dalla tasca il mio volumetto Il gioco della mosca. Io ebbi un brivido, mia moglie è testimone. E mi venne da dire: “Perché dice il mio nome questo qui?”. Cioè reagii non da Camilleri, ma da cittadino che non ama nemmeno essere citato da un magistrato… nessun orgoglio da scrittore. Devo dire che negli ultimi tempi mi sono trovato a doverli difendere. Infatti una volta che c’era una riunione di magistrati alla quale mi avevano invitato, io esordii dicendo: “Una cosa che non perdonerò mai a Berlusconi è quella di avermi costretto a difendervi”. Ecco, questo lo dissi facendo calare il gelo sulla platea. Certo, quando si parla della mafia, dei siciliani mafiosi, ci si dimentica facilissimamente che nel novanta per cento dei casi i magistrati, i poliziotti, i carabinieri che sono stati ammazzati dalla mafia erano siciliani come i mafiosi. Questo va detto, tanto per stabilire i giusti pesi sulla bilancia. Quella era quindi una mia iniziale diffidenza, d’altra parte comprovata da anni di magistratura asservita al potere politico: durante gli anni della Democrazia cristiana la magistratura è stata tranquillamente asservita al potere politico. Durante gli anni del Fascismo, quando il Fascismo chiese a tutti i dipendenti dello Stato (professori universitari…) il giuramento di fedeltà al Regime fascista, solo dodici professori universitari riscattarono l’onore di tutti, non giurando e facendosi licenziare. Ma i magistrati giurarono tutti fedeltà al Fascismo, quindi un motivo di diffidenza era ben più che giustificato da parte mia. È stato vedere il coraggio di certi magistrati, pagato a prezzo della vita, che mi ha fatto cambiare completamente idea. D’altra parte però, attenzione: i magistrati non sono esseri superiori, sono uomini come me e come voi, quindi soggetti a errori, soggetti a passioni, soggetti a tutto. Spesso e volentieri fanno uno sforzo sovrumano di astrazione da quelle che sono le proprie personali idee nel giudicare. Certe volte non ce la fanno, e con ciò? È un’imperfezione prevedibile all’interno del corpo della magistratura. Non credo che la magistratura possa perseguitare qualcuno che gli sta antipatico. Deve sempre muoversi sempre dentro binari. Tra l’altro, vorrei ricordare che in Italia ci sono tre ordini di giudizio, ed è difficile che oggi si commetta l’errore giudiziario, difficilissimo. L’errore può essere commesso nel primo processo, ma nel secondo e nel terzo comincia a essere problematico. La diversità stessa dei magistrati a essere una garanzia di oggettività.
sabato 27 marzo 2010
Piccolo Cesare con le infamità contro stampa e magistratura dimostra solo voglia di regime

Carissimo Camilleri, ben trovato. I lavori, ancora in corso, ci costringono a ritardare la riapertura del nostro ristorante. Ma allestiamo almeno una piccola cucina da campo, visto che ieri, a Roma, una folla enorme ha manifestato in difesa della libertà di stampa. La mettono a repentaglio: valanghe di citazioni per danni e querele; ukase contro i “farabutti”; sinistri improperi alla sinistra che dovrebbe “andà a morì ammazzata”; tagliagole con i dossier nei cassetti; signorine da calendario che, per le pari opportunità, almeno una volta nella vita vogliono provare l’ebbrezza del saio ministeriale; tutti quelli, insomma, che vorrebbero incaprettare quelle trasmissioni tv e quei quotidiani che, con questo governo, non adoperano il ventaglio. Per Giorgio Bocca in Italia il Regime non c’è, ma la “voglia di Regime” sì. Secondo Lei?
Gli attacchi di Berlusconi alla stampa libera risalgono all’editto bulgaro, quello contro Biagi e Travaglio, e sono proseguiti in un crescendo vertiginoso, tanto che Piccolo Cesare ha dovuto delegare a Brunetta gli insulti alla magistratura.
Nell’elencare questi attacchi, Lei, caro Lodato, ha dimenticato, ma la capisco perché sono troppi, l’invito agli industriali affinché non facciano pubblicità sui giornali liberi e la recente campagna del Giornale (proprietario Berlusconi) e di Libero per non fare pagare il canone Rai. Tutto a favore di Mediaset (proprietario Berlusconi) perché Piccolo Cesare non dimentica mai di trarre vantaggio dalle sue azioni pseudo politiche.
Né va dimenticato quello che accade attorno ad Annozero. La manifestazione per la libertà di stampa credo fosse, non solo doverosa, ma indispensabile per fermare l’escalation berlusconiana contro la libertà in Italia. Ma penso che avrà un altro risultato, non meno importante. Quello di rianimare e dar coraggio ai giornalisti timorosi, quelli del tengo famiglia, che oggi circolano in troppi nelle redazioni di giornali e tv. In quanto a Bocca, ha ragione: Piccolo Cesare con le sue infamità contro stampa e magistratura, pilastri della democrazia, dimostra la sua voglia di regime. Questa manifestazione, e le altre che certamente seguiranno, serviranno a fargliene passare la voglia.
04 ottobre 2009
venerdì 4 dicembre 2009
Con lo spirito sarò in piazza L’unico spazio che ci è rimasto»

Andrea Camilleri è tra i firmatari dell’appello per il No B. Day. Poiché, anche in passato, non si è mai sottratto all’incombenza di far sentire la sua “voce politica”, o di far vibrare la “corda civile”, per dirla con Sciascia, scrittore che ama, torniamo a rivolgergli qualche domanda ora che i nodi al pettine berlusconiano sembrano essersi fatti ancora più stretti.
Camilleri, il 5 dicembre, ancora una volta in piazza per dire no al governo Berlusconi. Lei ci sarà? Non ci sarà? O sarà presente in spirito, come mi disse in una delle ultime manifestazioni di questo tipo?
«No, dice bene, ci sarò in spirito».
Non avverte il rischio che, manifestando manifestando, passino gli anni e i guasti nel nostro Paese divengano sempre più incalcolabili e, quando sarà, di difficile soluzione?
«Lei pensa che sia più facile risolvere il problema non manifestando? Oggi mi pare che l’unico spazio che sia concesso ai cittadini è la piazza ».
Come valuta questo nuovo Pd, guidato da Pier Luigi Bersani, il quale è convinto che l’uomo politico più bravo non sarà quello che strilla di più contro Berlusconi, ma quello che lo farà cadere?
«Se riesce a trovare un modo di far cadere Berlusconi in Parlamento sarò il primo a congratularmi con lui».
Rispetto alle settimane di papi, Noemi e Patrizia, Berlusconi le appare più debole o più fortificato nella sua azione di governo?
«Io credo che sia uscito da tutta questa vicenda piuttosto indebolito. Non tale, tuttavia, da poter minare sensibilmente il consenso che tuttora lo sostiene».
Si scrive “governo Berlusconi” ma si legge: “Berlusconi”; visto e considerato che ministri, sottosegretari, onorevoli e senatori Pdl sembrano altrettanti usignoli canterini. Come ne usciranno gli italiani?
«Per avere osato dire che i membri del governo Berlusconi erano suoi “replicanti” mi attirai le invettive anche della cosiddetta sinistra. Gli italiani ne usciranno, come si usa dire dalle mie parti, cornuti e mazziati ».
C’è uno solo, nella gabbia governativa, che canta di testa sua: Gianfranco Fini. Dire che, politicamente parlando, cercano di impallinarlo è poco. Ora è persino esploso lo scandalo del fuori onda. Ma Fini dice cose tanto strampalate?
«Fini sta cercando in tutti i modi di proporre in Italia una destra autenticamente democratica e proprio per questo è oggetto di una fortissima polemica interna al Pdl. Se i fuori onda sono diventati l’unico modo per ascoltare parole di buon senso su quanto di drammatico sta accadendo in Italia, ben vengano persino i fuori onda. Io, a Fini, non posso che fare i miei auguri. E mi creda: era da tanto che non facevo gli auguri ad un esponente della destra ».
Ha sentito che Berlusconi si è messo in testa di sconfiggere la mafia?
«Sì, ho sentito che il suo governo ha preso provvedimenti contro la mafia più degli altri governi. È la stessa esatta frase che Giulio Andreotti disse in televisione, e che io ascoltai, quando venne processato per l’appoggio dato alla mafia. Si mettano d’accordo loro due».
Ha sentito che Marcello Dell’Utri definisce Vittorio Mangano un eroe? Ricorda quando Andreotti definì Sindona “il salvatore della lira?” Alte scuole di memoria patria, non c’è che dire.
«Ricordo bene. Preferisco altri eroi. Comunque ritengo che occorra poco senso del pudore per definire “eroe” un uomo condannato all’ergastolo per omicidio mafioso».
Si può sconfiggere la mafia mettendo al bando la magistratura?
«Naturalmente no, come non si sconfigge la mafia facendo enormi tagli alle forze dell’ordine e infiltrando in parlamento persone che in un modo o nell’altro con la mafia hanno trafficato».
03 dicembre 2009
domenica 29 novembre 2009
Bolla di silenzio

Capisco benissimo che quando Berlusconi afferma di voler «strozzare» gli autori di libri, di film e di sceneggiati televisivi che parlano di mafia adopera il verbo in senso metaforico.
Eppure si tratta, venendo dal premier, di un pericoloso lapsus freudiano. Che io sappia, l’eliminazione fisica degli autori sgraditi al potere è stata pratica di tempi orrendi e bui, dell’Inquisizione, del nazismo, di quel comunismo staliniano che, a parole, Berlusconi considera con orrore. Non è certamente mai stata contemplata nei Paesi veramente democratici.
Ma il verbo malscelto dal premier offre il fianco ad un’altra considerazione. Coll’ipotizzare l’uccisione, sia pure, torno a ripetere, metaforica, di un autore non si porta incautamente una pezza d’appoggio a chi un autore medita d’uccidere per davvero? Tanto per non fare nomi, non porta acqua al mulino dei casalesi contro Saviano, reo d’avere scritto «Gomorra»? Oltretutto, il motivo dell’eventuale sterminio, perché a scrivere di mafia in Italia e fuori sono in tanti, sarebbe per Berlusconi quello di consegnare una cattiva immagine del nostro Paese all’estero. Argomento ipocrita, di cui già si servirono ampiamente da noi i democristiani al tempo di «La terra trema» di Visconti. Sono persuaso che la cattiva immagine dell’Italia la si dia con ben altri e più solidi argomenti, che vanno dal comportamento morale dei suoi rappresentanti politici alla corruzione, dalla crescita del debito pubblico all’aumento disastroso della disoccupazione.
Il romanzo, il film, la fiction televisiva corrono il rischio, a mio parere, di mutare in eroi simpatici dei criminali assassini, non certo quello di denigrare il Paese. La mafia c’è, esiste, ed è necessario parlarne. Non parlarne non significa risolvere il problema, ma al contrario coprire la mafia con una bolla di silenzio perché meglio possa agire in sordina. E’ la tesi di Bernardo Provenzano. Ricordate quanti film abbiamo visto e quanti romanzi abbiamo letto tutti incentrati sulla corruzione della politica, della polizia, del giornalismo, della giustizia statunitensi? Eppure a nessun Presidente degli Usa è mai passato per l’anticamera del cervello di volerne strozzare gli autori ritenendo le loro opere lesive per il buon nome della nazione.
venerdì 20 novembre 2009
IL GIORNO DELLA CIVETTA “Leonardo non avrebbe mai dovuto scriverlo”


Cinquant’anni fa, o giù di lì. Andrea Camilleri, una sigaretta dietro l’altra, non ricorda l’anno in cui conobbe Leonardo Sciascia (oggi ricorre il ventennale della scomparsa). Ma è l’unica cosa che dell’amico non sa dire. Tutto il resto, qui di seguito. Nuvole di fumo, lampi negli occhi, l’intraducibile tono della voce, l’Isola nella pronuncia e nel cuore: una conversazione sulla Sicilia, a ritmo di narrazione.
Com’è stato l’incontro Sciascia-Camilleri?
Cominciammo ad avere dei contatti quando io ero all’ufficio sperimentazione della Rai. Gli chiesi se poteva stendere la traccia di uno sceneggiato perché riguardava il primo delitto di mafia nel quale erano coinvolti politica, finanza e banche. Disse che non se la sentiva perché il materiale era troppo. Poi cominciammo a frequentarci perché io dovevo mettere in scena la riduzione teatrale del Giorno della civetta. Poi continuammo a frequentarci perché io facevo il regista di quattro puntate a lui dedicate di un programma che s’intitolava Uno scrittore e la sua terra. Poi ci siamo visti anche privatamente per i fatti nostri. Poi gli portai del materiale su un fatto di sangue accaduto nel mio paese pensando che potesse ricavarne uno dei suoi libretti aurei, lui mi restituì tutto, dicendo: Ma perché non lo scrivi tu? Poi mi convinse a scriverlo e me lo fece pubblicare da Elvira Sellerio, facendo la bandella. Era La strage dimenticata. Abbiamo sempre avuto un rapporto di amicizia. Ma tengo a precisare, onde evitare gelosie, che io ero un amico di Sciascia di secondo grado. Perché ci sono gli amici di primo grado, quelli ai quali si fanno confidenze. E io non appartenevo a questa cerchia. Ero nella cerchia immediatamente dopo, tra quelli che lo chiamavano Leonardo e non lo chiamavano Nanà, come facevano gli amici intimi.
E di cosa parlavate?
Parlavamo di tutto. Di politica, di Stendhal, del fatto del giorno. E polemizzavamo. Non era un’amicizia tranquilla. Ci trovavamo in disaccordo su molte questioni. Per esempio la politica. Per esempio un’azzuffatina notevole avvenne in occasione del sequestro Moro. Renato Guttuso, che era fraterno amico di Sciascia (fino a quel momento, perché di lì a 15 giorni non si salutarono più), l’invitò ad andare a trovare Berlinguer insieme con lui. E trovarono un Berlinguer distrutto: Berlinguer pensava che il rapimento Moro – ancora non era stato ammazzato –, fosse il frutto di una felice collaborazione tra il Kgb e la Cia. E non ci era andato tanto lontano, il povero Berlinguer. Naturalmente Sciascia scrisse un articolo sul Corriere della Sera. Naturalmente Berlinguer non potè far altro che smentire. Lo strappo con l’Unione Sovietica c’era stato, ma un po’ di cordone ombelicale era rimasto. Berlinguer disse: Sciascia ha equivocato. E Leonardo: Ma come? Era presente Renato Guttuso, che può confermare. Guttuso era membro della direzione del Pci e si schierò con Berlinguer: ma no, Leonardo ha frainteso. Bell’amico mi disse dopo Leonardo a proposito di Guttuso. E io a lui: No, bell’amico tu. Perché? E io: perché se sei amico fraterno di Guttuso e sai che Renato è membro della direzione del Pci ed è un comunista convinto, non lo tiri in ballo. Lo tieni lontano da questa faccenda, altrimenti lo metti in difficoltà. Voi comunisti siete tutti uguali. E da qui cominciò un litigio che fortunatamente si risolse nel giro di pochi giorni, dato che non eravamo amici di primo grado. Perché se fossimo stati amici di primo grado penso che il litigio sarebbe stato assai più serio.
Perché le prese di posizione di Sciascia – sulla mafia e sul sequestro Moro, per esempio – hanno suscitato dibattiti così violenti?
Erano controcorrente. Ma non erano controcorrente per partito preso. Uno può essere pierino, che dice sempre di no. Sciascia non era pierino, Sciascia ragionava. Era di una lucidità intellettuale che pochi hanno avuto in Italia. Quindi andava a finire che le sue conclusioni urtavano ferocemente contro le conclusioni ufficiali, che non erano dettate dalla ricerca della verità, erano in genere dettate da un accomodamento. A questo accomodamento Sciascia non ci stava. Si poteva permettere il lusso di dire non ci sto, perché così come era severo verso i terzi era severo verso se stesso.
L’indipendenza intellettuale è la sua più importante lezione?
È una delle sue più importanti lezioni. Sciascia è sempre politico, è politico anche quando scrive romanzi: Todo modo è un romanzo politico. Altrimenti non si capisce perché uno scrive un romanzo, Il contesto, definendolo romanzo, e provoca una violenta reazione da parte del Partito comunista. Uno scrive Todo modo, che è il requiem della Democrazia cristiana, e suscita polemiche. Erano politici i suoi romanzi, politici i suoi articoli. Lui era un uomo naturaliter politico. Poi c’è il momento in cui, dalla politica fatta in qualità di scrittore, diventa politico attivo perché si presenta alle elezioni (sempre come indipendente, sia nel Pci sia con i Radicali). Che cos’è il partito per Sciascia? La stessa cosa che è per Enrico Mattei. Enrico Mattei diceva: il partito politico mi serve come un tram, ci salgo sopra perché mi deve portare da qualche parte. Leonardo Sciascia adopera il partito allo stesso modo, solo che i suoi fini sono totalmente diversi. Non sono fini utilitaristici, come per Mattei. Sono la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero, senza dover condividere le opinioni del conduttore del tram.
E le altre lezioni?
Sempre questa costante attenzione alla vita sociale e politica del paese. Non c’è stato un momento in cui Leonardo si sia distratto per contemplare il proprio ombelico. Oggi moltissimi letterati italiani non fanno altro che contemplare il proprio ombelico. Voglio dire che lui è stato sempre utile alla società nella quale viveva. Chiaro?
Parliamo della Sicilia. Sciascia l’ha vissuta anche come un problema.
C’era la questione della sicilitudine, che a lui stava sulle palle come sta a me. È un termine coniato da una definizione di Léopold Sédar Senghor, presidente del Senegal. Lui parlava di negritudine. Ma c’è una grossa differenza tra negritudine e sicilitudine. E applicare un concetto così ristretto come quello di negritudine non gli andava. La sicilitudine è il lamento che il siciliano fa di sé. Vittorio Nisticò fece un giornale leggendario che era l’Ora di Palermo. Vittorio diceva che i siciliani si dividono in due grandi categorie. I siciliani di scoglio e i siciliani di mare aperto. Il siciliano di scoglio è quello che riesce ad allontanarsi fino al più vicino scoglio. Il siciliano di mare aperto invece prende il largo e se ne va. Leonardo era un siciliano di scoglio, non c’è dubbio. Però il suo scoglio era così alto che lui da lassù poteva guardare il mondo. Non riusciva a stare lontano dalla Sicilia. La prima volta che andò a Parigi mi dissero: Leonardo si è beccato tre influenze di fila e se ne sta chiuso in albergo. Gli telefonai: Come ti senti? Risposta: Male assai. E gli chiesi: Per l’influenza? Sì, sì l’influenza. Ma poi sentimmi ghittato ‘ca a Parigi. Capito? Buttato qua a Parigi, come se fosse stato in esilio in un paese del Terzo mondo. Sicilitudine è una condizione segnata con l’evidenziatore da alcuni particolari. È, come dire, un gusto compiaciuto per l’essere isolati, per il sentirsi diversi. Invece non lo siamo, diversi. Siamo semplicemente separati dalla terra ferma. La questione divenne la sicilianità, soprattutto per quanto riguarda i caratteri negativi: la sicilianità è molto semplicemente il prodotto di 13 o 14 dominazioni diverse che si sono susseguite in Sicilia. È il senso dell’isola. I siciliani di queste 13 dominazioni hanno preso il meglio e il peggio. Quindi si sono creati un carattere prismatico, cioè assolutamente contraddittorio. Tra persona e persona, tra siciliano e siciliano. Uso una bellissima immagine di Vitaliano Brancati: ci sono il signor Rossi e il signor Bianchi, tutti e due di Catania, tutti e due abitanti nello stesso condominio. Ma li divide il pianerottolo e passare il pianerottolo è come fare una traversata atlantica. Tutto questo coacervo di situazioni, di modi di pensare e agire, fa la sicilianità intesa come complessità. La contraddizione è sempre presente. Non a caso Leonardo aveva pensato, in un primo tempo, di fare scrivere sulla propria tomba: visse e si contraddisse. Poi cambiò idea e fece scrivere: ce ne ricorderemo di questo pianeta.
Mafia e antimafia: due parole sui professionisti dell’antimafia.
Sciascia non era dentro le segrete cose della magistratura. Qualcuno lo informò che era cambiato il meccanismo di promozione dei giudici. Prima venivano promossi in base all’anzianità. Si cambiò con Borsellino: secondo i vecchi criteri la promozione non gli spettava. Venne nominato procuratore in base alla specifica conoscenza che aveva della mafia. E questo Leonardo lo reputò un errore. E fu un errore di Leonardo. Come si dice: ha toppato, perché mica era Dio. E mica è stata l’unica volta. Quello che posso garantire io, è che le sue erano toppate in assoluta buona fede. Infatti, quando gli spiegarono come stavano le cose, si precipitò a scusarsi con Borsellino. Leonardo non aveva capito che nel caso della mafia l’unica strada è la specializzazione.
Sciascia letterato: qual è il suo valore?
Questo è molto discusso. Per me è stato uno dei maggiori letterati del Novecento, assieme a Carlo Emilio Gadda. Molti gli rimproverano una scrittura professorale. Non è così. Il suo italiano, che sembra accademico, è una lingua che lui affilava quotidianamente per farne qualche cosa che somigliasse a un bisturi.
La prima delle Lezioni americane di Calvino: la leggerezza.
Non a caso erano amici.
Classifica dei libri di Sciascia.
Il più bello in assoluto è Il consiglio d’Egitto, perché mette in campo drammaticamente la condizione dell’essere siciliani. Il libro è diviso in due parti separate da un inter-mezzo - proprio intitolato Inter-mezzo - in cui il Viceré siciliano, che non è siciliano, chiede a un notabile siciliano: ma come si fa a essere siciliani? Per dire che il libro è incentrato sulla natura e sullo spirito dei siciliani. Io ho trovato una risposta a quella domanda. Vuole saperla? Si fa con l’ironia. Poi Candido e poi Porte aperte. Certo, c’è Il giorno della civetta. Ma è uno di quei libri che non avrei voluto fossero mai stati scritti. Ho una mia personale teoria. Non si può fare di un mafioso un protagonista, perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del Giorno della civetta, giganteggia. Quella sua classificazione degli uomini – omini, sott’omini, ominicchi, piglia ‘n culo e quaquaraquà – la condividiamo tutti. Quindi finisce con l’essere indirettamente una sorta di illustrazione positiva del mafioso e ci fa dimenticare che è il mandante di omicidi e fatti di sangue. Questi sono i pericoli che si corrono quando si scrive di mafia. La letteratura migliore per parlare di mafia sono i verbali dei poliziotti e le sentenze dei giudici. Saviano è riuscito a dimostrare che si può scrivere un libro - non un romanzo perché è una cosa diversa - e mostrare la camorra per quello che è. Ma è un caso isolato.
Già nei primi anni Ottanta Sciascia manifesta una grande preoccupazione per la deriva della politica verso il malaffare. Oggi cosa scriverebbe?
Forse non scriverebbe proprio nulla. Quando tu hai una tale e vasta conferma di quello che avevi intuito sarebbe avvenuto, ti cascano le braccia. Di Leonardo sento la mancanza, ma certe volte sono contento che non ci sia più. Perché penso: Poveraccio, se ci fosse ancora. Almeno non deve vedere tutto questo.
domenica 4 ottobre 2009
“IL PD? CAVALIERI INESISTENTI”

di Stefano Ferrante
“I personaggi del centrosinistra? Visconti dimezzati quando hanno assunto la leadership, cavalieri inesistenti quando sono riusciti a raggiungere il potere”.
Non può stupire che parlando di politica Andrea Camilleri torni sempre e comunque ai libri. Così ricorre a Italo Calvino per tracciare il suo ritratto dei capi mancati dell’attuale opposizione.
Ma a quali personaggi possono essere paragonati, Prodi, D’Alema, Veltroni, Rutelli, Fassino, Cofferati?
“Come soggetti letterari sarebbero impresentabili. E poi il destino dei protagonisti dei romanzi è tutto nelle mani dell’autore, il destino dei politici dipende dall’elettorato e soprattutto da loro stessi. Però mi sembra giusto il riferimento al protagonista de Il rosso e il nero, Julien Sorel (all’interno del libro “Il fantasma del leader” di Alessandra Sardoni, ndr) perduto nel suo sogno bonapartista di scalare il potere, un sogno continuamente contraddetto e disdetto. Sono tutte sfaccettature di Julien, perché prima ancora di dover combattere contro gli avversari politici o i concorrenti nel partito sembrano dover combattere a priori contro se stessi, contro le loro contraddizioni. E’ una specie di peccato originale”.
Insomma non ce la fanno perché non sanno chi sono?
“ Per quelli che vengono dal partito che aveva un pater familias duro e severo in cui tutti si riconoscevano, la perdita del padre e la sua damnatio memoriae hanno prodotto una repellenza viscerale per quel modello. Hanno insomma rinnegato i padri. E così sono leader dimezzati sin dall’inizio”.
Un problema di crisi d’identità…
“Guardi, mi viene in mente una vignetta del New Yorker che mostra un paziente disteso sul lettino e lo psicoanalista che con un’espressione di contentezza sul volto gli dice: ‘Ho da darle una buona notizia. Lei non ha nessun complesso d’inferiorità lei è realmente inferiore’. Difficile essere in crisi d’identità quando non si ha un’identità”.
Ma se non sanno più da dove vengono sapranno almeno dove vanno…
“E invece no. E questo vale sia per quelli che vengono dal centro che per quelli che vengono dalla sinistra. Sono in mezzo al guado. Hanno lasciato una sponda che aveva tratti precisi e tentano di raggiungere la sponda opposta che nella realtà non esiste perché essi stessi ne devono definire l’aspetto, devono crearselo, via via che si avvicinano”.
Un po’ frustrante…
“Sì perché il procedere dei guadanti non è mai stato omogeneo. Quelli che sono stati di volta in volta i capofila hanno avuto idee diverse sul percorso. E il risultato è stato ritardare il viaggio con continue deviazioni, ritorni indietro, ripensamenti, soste. E poi c’è un’altra questione…”
Cioè?
“Una volta i capi carismatici nei grandi comizi riuscivano a sintonizzarsi perfettamente col respiro di milioni di seguaci. Seducevano più che per l’ideologia per una granitica autoconvinzione, che era cieca passione. Oggi invece si è sostituita la passione politica con la ragione politica, ma la ragione non corroborata dalla passione non è altro che l’esercizio del dubbio. E il dubbio si riflette nella capacità di comunicare, diminuita, in un era in cui i media si moltiplicano. E hanno capito troppo tardi l’importanza della Tv…
Del congresso del Pd che idea si è fatto? Uscirà fuori un vero leader?
“Alla fine la polemica interna finirà col danneggiare tutti e tre. Rivolgersi al concorrente dello stesso partito come se si fosse in campagna elettorale è uno sbaglio, che indebolisce la leadership”.
Ma il centrosinistra ha bisogno di un leader carismatico per battere Berlusconi…
“Certe notti sogno il capo carismatico, certe altre ne ho una paura fottuta. Ma c’è un’altra domanda che mi frulla in testa in questi giorni visto quello che è successo in parlamento sullo scudo fiscale”.
Quale?
“Ma c’è davvero la volontà politica di far cadere Berlusconi oppure no, magari perché non si sa cosa viene dopo? Credo che più che l’opposizione Berlusconi debba temere l’elettorato. E se stesso”.
domenica 26 luglio 2009
La mafia ha sfondato in tv
Gran bella domanda. Per risponderle avrei bisogno di quella che chiamo «testa di storico», ma che non possiedo. Le do una risposta da romanziere che lavora di fantasia. E la mia è da considerare ipotesi fantastica. Credo che il punto di rottura si sia verificato con l’avvento delle tv private e della quasi immediata creazione del duopolio Rai - Mediaset. Sino ad allora la Rai aveva, bene o male, prodotto cultura, persino con spettacoli di intrattenimento di altissimo gusto. L’avvento di Mediaset abbassò quel livello per guadagnare un più vasto bacino di utenza che avrebbe consentito maggiori incassi pubblicitari.
Purtroppo anche la Rai si adeguò. E così si cominciò a proporre in dosi massicce agli italiani, che con la tv hanno il rapporto che una spugna ha con l’acqua, un modello di vita diverso. Che la nostra società ha assorbito in toto, traumaticamente, non avendo anticorpi per considerare criticamente il modello. Teoria campata in aria? Forse. Ma se la tv ha omologato il linguaggio degli italiani, perché non avrebbe potuto fare lo stesso con le loro coscienze? Modellato il nuovo contenitore, la prima pietanza che ci fu calata dentro fu lo smantellamento della lotta alle mafie. Posso concordare con Lei, e, questa volta, non da romanziere di fantasia.
lunedì 13 luglio 2009
Papi, terremotato ad honorem

E dunque il nostro onnipresente Berlusconi metterà su casa all’Aquila, per pigliare in pugno la ricostruzione, un po’ differita perché le rovine andavano conservate per mostrarle agli ospiti del G8 e spillar loro quattrini. Attenzione però che nel vocabolario berlusconiano la parola casa ha un significato tutto suo. Deve essere un villone di una quarantina di stanze per ospitarvi statisti di passaggio, escort in sede stabile, cantanti e politici, tre o quattro piscine, un vulcano finto e una pista d’atterraggio. Non invidio i suoi futuri vicini. Essi, che magari sono rimasti coraggiosamente nella loro terra dopo il sisma, resisteranno alla presenza quotidiana di Berlusconi? Il suo camaleontismo sta raggiungendo punte mai toccate prima.
Lei pensa, caro Lodato, che dopo le vesti di terremotato ad honorem indosserà quelle di extracomunitario fra gli extracomunitari? Io non credo che si spingerà a tanto. Gli extracomunitari amano abitare in venti in una stanza che al massimo ne può contenere quattro, fanno volentieri a meno dei servizi igienici e dell’acqua, cioè di quelle cose che distinguono l’uomo civilizzato dagli altri.
E papi che, sono d’accordo con Lei, finiremo per rimpiangere, è uno che si fa sei docce a notte, fra una prestazione taurina e l’altra.
sabato 11 luglio 2009
G8: nessuno rinuncia al comico

Camilleri, dalla cronaca di Marco Galluzzo, per il «Corriere della Sera»: «Era impossibile che non lo facesse, che non sentisse il bisogno di una parola rivolta a quelli che per natura considera da sempre “amici”… E alla fine Berlusconi… quella parola l’ha pronunciata: “Sapete tutti benissimo che mi attaccano sul piano personale… tranquilli, durerò alla guida del mio Paese, altri quattro anni”». Ecco le parole che i Grandi della Terra aspettavano, perché, non ci dormivano la notte all’eventualità che, fra quattro anni, Papi Silvio Premier non fosse ancora lì, al suo posto. Come se a Parigi chiudessero, in un colpo solo, il Crazy Horse e il Moulin Rouge. L’Italia, senza papi, sai che noia.
Resta dimostrato che il G8, anche per ammissione dello stesso Berlusconi, è diventato una passerella tanto costosa quanto inutile, buona tutt’al più per farsi foto ricordo.
giovedì 9 luglio 2009
Il premier che non lascerà mai

lunedì 22 giugno 2009
Da Cossiga ai Dico: in un libro Mastella si confessa

Per questo libro di Mastella, parafrasiamo l’incipit dei Sepolcri foscoliani: a egregie cose incitano i libri dei forti. Mastella si rivela un forte, capace di resistere alle minacce di Prodi che pretende che aderisca ai Dico.
mercoledì 17 giugno 2009
Alitalia e la Sicilia scomparsa

A quanto pare la rivista Ulisse, quella distribuita sugli aerei nazionali, pubblicando la carta geografica dell’Italia, ha dimenticato di metterci la Sicilia. È un grave errore, e per due motivi.
Spiego il primo, raccontando un episodio capitatomi moltissimi anni fa. Ero andato al cinema del mio paese, accanto a me sedeva un tale in tuta da operaio. A un certo momento del film, che si svolgeva in Sicilia, un maresciallo dei carabinieri, esasperato dai delitti di mafia, di corna, d’onore e di quant’altro, si alzava, andava verso una grande carta geografica che rappresentava l’Italia e metteva la mano aperta sulla Sicilia in modo che non fosse più visibile. Dopo di che sorrideva compiaciuto. Fu a questo punto che il mio vicino esclamò ad alta voce: «Attentu ca sciddrica!», attento che scivola. Intendendo dire che, senza l’isola, lo Stivale sarebbe inesorabilmente scivolato in basso.
L’altro motivo è letterario. La rivista prende il nome, e giustamente, da Ulisse il leggendario viaggiatore errante. Ora c’è da notare che uno scrittore inglese, Samuel Butler, l’autore di Così muore la carne, ha dato alle stampe nel 1897 un libro intitolato L’autrice dell’Odissea nel quale sostiene, con buoni argomenti, che a scrivere appunto l’Odissea era stata una donna siciliana e che il famoso viaggio di Ulisse non fu, in realtà, che il periplo dell’Isola. Allora, se scompare la Sicilia, scompare anche Ulisse. E, di conseguenza, anche la rivista a lui intitolata.
lunedì 15 giugno 2009
Vizzini inquisito oltre a dimettersi poteva anche tacere

Lei mi sembra un pochino ingenuo a domandarsi perché, se un senatore o un deputato vengono inquisiti, la notizia non faccia lo stesso rumore di quando a cadere nella rete della giustizia è un mafioso o un camorrista. Ma via! Lei mette sullo stesso piano un qualsiasi capo famiglia rionale con un uomo politico di spicco e rilevanza nazionale come Totò Vasa Vasa? È chiaro che a quest’ultimo vanno riservati particolari riguardi. E non lo sa che esiste la casta, secondo la felice definizione di Gian Antonio Stella? E che la casta è sempre pronta a far quadrato? Però, anche se il senatore Cuffaro si trova già sulle spalle una condanna di primo grado festeggiata a cannoli, è prematuro gridare al crucifige. Il senatore Vizzini, che faceva parte della commissione antimafia, si è doverosamente dimesso dalla stessa malgrado che quell’uomo d’aspro rigore politico e d’alto senso delle istituzioni, che è l’onorevole Gasparri, avesse autorevolmente proclamato che non doveva dimettersi. Però il senatore Vizzini ha dichiarato che si tratta di una manovra per impedirgli di continuare l’asperrima battaglia che conduce contro la mafia. Manovra di chi? Dei pm Ingroia e Di Matteo? Il senatore Vizzini, oltre a dimettersi, avrebbe fatto meglio a tacere
venerdì 12 giugno 2009
Il "fratello" Bossi Silvio con bandana verde e Fini che aspetta

Camilleri, Lei aveva intimato a Berlusconi di «sfoggiare una bandana verde». Fatto. Berlusconi, durante la cenetta di Arcore, ha ingoiato il referendum annunciando che non lo voterà. Qualche giorno prima aveva dichiarato: «Voterò sì». Bossi ha ventilato l’assenza leghista ai ballottaggi, e papi ha recitato il mea culpa perché, senza il voto padano, i ballottaggi li perderebbe tutti. Lei però aveva aggiunto: «Anche il riluttante Fini, se vorrà restare nel Pdl, dovrà prendere ordini da Bossi». E Fini: «Andrò a votare convintamente». Il Pdl inizia a stargli strettino?
Caro Lodato, come vede la conferma che Berlusconi avrebbe messo una bandana verde è arrivata a due giorni dal voto.













