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martedì 29 luglio 2008

I dipendenti riuniti nel "Comitato fannulloni operosi", raccolgono firme in tutta Italia



La Repubblica
28 luglio 2008
L'avvocato: prima dei dipendenti devono essere messi sotto controllo i dirigenti.
Statali: 'fannulloni' pronti al ricorso
Sul piede di guerra contro Brunetta

ROMA - Sono tantissimi i cosidetti "fannulloni" pronti a fare ricorso al Tar del Lazio contro le norme messe a punto dal governo per contrastare l'assenteismo. E intanto alcuni dipendenti pubblici si sono già organizzati nel "Comitato Fannulloni Operosi" (Co.F.O.) e stanno raccogliendo firme in tutta Italia.
Il comitato. "Non bisogna fare di tutta l'erba un fascio" spiega Pippo Saieva, membro del Co.F.O, il Comitato Fannulloni Operosi. "Il ministro dovrebbe preoccuparsi di constatare chi lavora e chi no, chi premiare e chi no. Si parla solo di doveri del dipendente senza considerare i diritti. E abbiamo pure il contratto scaduto da più di un anno" commenta Saieva. Il Comitato, composto da 110 tra dipendenti statali e dirigenti, sta raccogliendo le firme per il ricorso contro la circolare del ministro Renato Brunetta.
Il ricorso. A preparare il ricorso sarà l'avvocato Carlo Rienzi. Il legale spiega che prima dei semplici dipendenti devono essere messi sotto controllo i dirigenti e i vertici di enti e ministeri.
Nel documento che arriverà ai giudici amministrativi, si sottolinea come la circolare Brunetta presenti "forti dubbi" di legittimità costituzionale, violando la parità di trattamento, il sistema di tutela sociale e il principio di efficienza previsti dalla Costituzione. "Nessun requisito di necessità e urgenza si rileva per giustificare l'introduzione di queste indicazioni nel decreto legge" commenta Rienzi.
Infermità. Sotto la lente del Tar finirà l'articolo del dl nel quale si prevede l'esclusione di trattamenti economici aggiuntivi per infermità dipendente da causa di servizio: ciò sembra annullare, verrà sottolineato nel ricorso, "il diritto inviolabile alla salute ed i corollari diritti al ristoro economico per chi subisce una lesione alla salute invalidante per causa di servizio".
Gli statali, inoltre, potranno impugnare la norma nel punto in cui prevede che sia corrisposto il solo trattamento economico fondamentale, senza indennità o emolumenti, nei primi 10 giorni di assenza per malattia: la disposizione, secondo l'avvocato Rienzi, "trasforma la malattia, che è una causa di forza maggiore che impedisce la prestazione, in una sorta di 'colpa' del lavoratore e lo punisce privandolo di una parte della retribuzione come se la malattia fosse un escamotage per 'marinare' il lavoro".
Le madri lavoratrici. La stessa norma, spiega l'avvocato Rienzi, "punisce anche l'assenza della lavoratrice madre, alla quale le condizioni di lavoro, invece, dovrebbero consentire, in base ai principi costituzionali, l'adempimento della sua essenziale funzione familiare".
Le fasce orarie di reperibilità. Anche l'estensione delle fasce orarie di reperibilità del lavoratore malato, entro le quali vengono effettuate le visite di controllo, saranno impugnate al Tar, afferma Rienzi: "La specifica norma che lascia solo 'un'ora d'aria' all'ammalato per uscire di casa, non tiene conto delle tante malattie che impongono proprio di non restare in casa, come quelle di tipo depressivo; come non tiene conto di chi ha necessità di assistere disabili o altre situazioni particolari". Per l'avvocato, "le norme di Brunetta sembrano ignorare tutti i diritti ormai acquisiti, frutto semplicemente di un ordinamento giuridico rispettoso delle più elementari libertà".
Il part-time. Saranno esaminate anche le novità sul part-time, con le quali diventa facoltà dell'amministrazione dar seguito o meno alle richieste dei dipendenti di trasformare il rapporto di impiego dal tempo pieno a quello parziale.
L'esonero per anzianità. Tra le voci da inserire nel ricorso, sarà esaminato anche il meccanismo di esonero dal servizio negli ultimi 5 anni di anzianità: "Appare ingiusto - spiega Rienzi - che siano esclusi da questa possibilità i lavoratori della scuola e che la decisione se accogliere o meno la richiesta sia affidata alla discrezionalità del dirigente".
La manifestazione. "Brunetta sei tu il fannullone, vai a lavorare". Così protestano i sindacati del pubblico impiego (Cgil, Cisl e Uil) davanti a Palazzo Madama questa mattina contro il decreto manovra e il taglio di 200 euro alla busta paga dei lavoratori della pubblica amministrazione. "Non siamo fannulloni", ripetono i lavoratori nei megafoni.
COMMENTO
Eugenio Scalfari dalle colonne di Repubblica aveva avvertito il ministro Brunetta dei rischi cui va incontro chi si mette contro la macchina burocratica dello Stato.
Questo ne è un primo assaggio, il peggio deve ancora venire.


lunedì 28 luglio 2008

Statali, Bonanni contesta i dati



La Repubblica
28 luglio 2008
Brunetta fa un gioco mediatico"
Il ministro: "Entro fine anno avremo cambiato i comportamenti dei fannulloni"
La replica: "Le riforme non si fanno a bastonate, basta sparare sui dipendenti pubblici"

ROMA - "Se tutto andrà bene, entro la fine dell'anno avremo cambiato i comportamenti opportunistici dei fannulloni". Con il lessico che ha scelto di usare fin dal suo insediamento al dicastero della Pubblica amministrazione e innovazione, il ministro Renato Brunetta in un'intervista a SkyTg24 esprime soddisfazione per i numeri di quello che, dal suo nome, viene sinteticamente definito "effetto Brunetta". Ovvero i numeri, contenuti in un dossier preparato dagli uffici del suo ministero, che dimostrerebbero come lo spauracchio dei controlli e delle penali sui dipendenti della p.a. da lui agitato pochi mesi fa abbia fatto effetto, con quel 18% in meno di assenze per malattia dagli uffici statali. Una soddisfazione, quella del ministro, incrinata tuttavia dalle critiche dei sindacati. "Un gioco tutto mediatico", dice il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, in un'intervista a Radio Capital. Mentre l'ex leader della Cisl, Savino Pezzotta, oggi presidente della Rosa Bianca e deputato Udc, osserva che "per risolvere i problemi non basta il decisionismo" e suggerisce a Brunetta di "proporre in tempi brevi un patto di concertazione con i rappresentati dei lavoratori per trovare soluzioni condivise" da applicare all'attuale fase di confronto sul tema della riforma della pubblica amministrazione.
Un quadro incompleto, quello dell'indagine della quale parla il ministro. Solo 27 amministrazioni - fra ministeri, enti pubblici, pochi Comuni e alcune Regioni - sono state prese in considerazione. Ciò non toglie che i risultati siano comunque significativi: nel 74% dei casi il numero delle assenze per malattia è calato rispetto a maggio-giugno del 2007. In 7 amministrazioni la flessione è andata oltre il 15%, in altre ha comunque superato il 10%.
Una flessione che tuttavia, secondo Bonanni, "non è costruita su dati, e il ministro deve spiegare qual è il criterio usato". La differenza fra pubblico e privato, continua il leader della Cisl, "è solo dell'1,3%, mentre fino a cinque, sei anni fa era del 5%". E paragona la campagna anti-fannulloni animata da Brunetta all'esperienza di Tangentopoli nella lotta alla corruzione. "E' come dire che Tangentopoli abbia sgominato la corruzione. Non è stato così, perché le riforme sono cose che si fanno in maniera ponderata, mettendo insieme le parti più moderate e disponibili, costruendo progetti. Quando si pensa di risolvere in un giorno situazioni abbandonate per decenni - continua Bonanni - è come seminare un granello in superficie: sembra che metta subito radici, ma il sole le brucia".
Insomma, incalza Bonanni, "basta con questa campagna denigratoria. Il meccanismo è chiaro:si spara sulla categoria dei dipendenti pubblici, se ne parla male tutti i giorni, e poi si taglia, tanto se i reprobi strillano non fa nulla, non importa a nessuno. Non va bene, nessuno può pensare di fare le riforme a bastonate".
Le critiche, però, non dissuadono il ministro dai suoi propositi. Brunetta fa notare che il calo rilevato dall'indagine è avvenuto "senza nuove norme, perché la mia circolare esplicativa sulle assenze per malattia è di metà luglio", e ribadisce che "molto probabilmente a settembre, quando produrrò mensilmente questo dossier, ci saranno anche i risultati con le regole cambiate, più restrittive, e ne vedremo delle belle. Molto probabilmente avremo delle ulteriori riduzioni, spero del 30-40%".

COMMENTO

Chi di speranza vive ...

domenica 27 luglio 2008

Il sindacato che difende il tesoretto dei privilegi



RENATO BRUNETTA
MINISTRO PER LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Il Corriere della Sera
26 luglio 2008

Caro Direttore, sì, sono contro i dipendenti pubblici fannulloni e ho intenzione di continuare, non mollo. Ma non penso affatto che tutti i dipendenti pubblici siano fannulloni. Sono anzi convinto del contrario: moltissimi lavorano con competenza e senso del dovere. Senza di loro saremmo alla bancarotta amministrativa. Detesto le generalizzazioni, e sto lavorando proprio contro di esse; per questo ritengo opportuna e anzi doverosa una riflessione pubblica.
Tre sono i punti che tengo sempre presenti, e che invito ciascuno a considerare.

1. Il prestigio sociale dei dipendenti pubblici si è molto ridotto, con grave danno per quelli che lavorano seriamente. Penso, ad esempio, ai maestri di un tempo o ai professori di oggi (quale sono anch'io). Se siamo meno considerati è perché valiamo di meno: fra noi ci sono certo molte eccellenze, ma moltissimi sono selezionati male o niente affatto, non si misurano con la frontiera della ricerca e della didattica, sono appiattiti in una mediocrità culturale ed economica in cui «tutti i gatti sono grigi». Il danno lo subiscono gli studenti, protagonisti dimenticati e marginalizzati del sistema formativo; ma poi lo subiscono la cultura, la ricerca, le imprese, le stesse amministrazioni che non possono avvalersi di personale e dirigenti di qualità.

2. La produttività degli uffici pubblici non è misurata e meno che mai controllata regolarmente e resa trasparente ai cittadini. Chi lavora lo fa per senso del dovere, perché è onesto e ha amor proprio; ma di chi non lavora nessuno si cura. A chi lavora bene manca del tutto il sostegno dell'apprezzamento dei cittadini per il buon lavoro svolto. Le assenze dal lavoro per malattia o altre cause sono molto più numerose che nel privato. Non è che lo Stato faccia male alla salute, ma è che in quegli uffici c'è minore controllo, maggiore lassismo. Manca la responsabilità nei confronti di clienti e contribuenti; mancano i responsabili, i capi il cui successo, anche economico, dipenda dai risultati. E il datore di lavoro, il policy maker è troppo distratto dalla sua personale gestione del potere.

3. L'opacità del settore pubblico è preoccupante. Si fa di tutto per non far capire chi fa cosa, quando e per quanti soldi. Sono bastate le poche operazioni trasparenza da noi lanciate (mettere on-line stipendi e curricula dei dirigenti, permessi sindacali, consulenze, assenteismo) per fare scandalo. Se ne è parlato per giorni, ma si tratta di cose tutto sommato banali, che dovrebbero essere un normalissimo costume democratico. Su questi tre punti ho impostato la mia azione di riforma:
a) restituire prestigio a chi serve le amministrazioni centrali e locali;
b) valutare la produttività in modo da premiare, con soldi e carriera, chi lavora più e meglio;
c) rendere lo Stato una casa di vetro, dentro la quale il cittadino possa sempre guardare con fiducia e soddisfazione;
d) dare voce non solo ai cittadini-elettori, ma anche ai cittadini-consumatori di beni e servizi pubblici.
Per non pagare due volte: la prima con le tasse, la seconda per comprarsi beni e servizi che lo Stato non ti dà o ti dà male.
E parliamo pure di soldi.
Si sente spesso ripetere che i dipendenti pubblici sono pagati poco in cambio di poco lavoro.
È falso.
Ognuno dovrebbe guadagnare in ragione del proprio contributo alla crescita della ricchezza collettiva.
I lavoratori pubblici, negli ultimi otto anni, mentre il Paese si incagliava in una fase di stagnazione dei redditi e del prodotto, hanno visto crescere i loro stipendi più dell'inflazione e ben più dei privati.
E l'hanno fatto senza correre alcun rischio occupazionale, avendo in tasca una sicurezza di lavoro e di carriera che nel privato nessuno possiede.
Non intendiamo togliere niente a nessuno, ma impostare le cose in modo che sia premiato l'impegno e non la furbizia, il lavoro e non l'arte di scansarlo, il merito e non il privilegio.
Questo non per generico moralismo (benché la moralità sia un bene prezioso, anche per il buon funzionamento dell'economia e della società), ma perché non possiamo più permetterci un'amministrazione pubblica costosa e inefficiente, freno e non motore della crescita.

Oggi le frontiere sono aperte, i mercati sono globali, e l'Italia non ha più l'arma della svalutazione competitiva per mettere sotto al tappeto la polvere delle sue arretratezze strutturali: dobbiamo quindi rimediare, riformare, rendere il Paese più efficiente e moderno— ovviamente anche nel pubblico impiego.
Abbiamo il dovere di farlo, perché la corsa della nostra economia non sia appesantita da inutile zavorra e perché di uno Stato che funziona hanno bisogno i più deboli, gli svantaggiati, certo non i privilegiati.
Può darsi che qualche nostra durezza appaia impopolare, ma invito ciascuno a considerare quanto anti popolare è un sistema in cui l'inefficienza dello Stato condanna gli ultimi a restare tali.
Cattiva politica, cattivo sindacato hanno sin qui prodotto mostri.
Per questo ho bisogno della buona politica (quella del mio amico Ichino per esempio), e di un sindacato protagonista del cambiamento.
Vedo, invece, che qualcuno minaccia proteste, «autunni caldi»: siamo un Paese libero, ci mancherebbe.
Ma vorrei capire per cosa s'intende protestare: per la conservazione dell'esistente? Per preservare il «tesoretto» del privilegio, della sicurezza e dell'irresponsabilità?
Così si danneggiano appunto gli interessi di chi lavora e di chi nel pubblico impiego vuole entrarci per fare e non per approfittare; e, prima ancora, gli interessi di chi attende un servizio che non può altrimenti comprare.
E ancora. Non ci sono abbastanza soldi per il rinnovo del contratto? Facciamo bene i conti, tenendo presente, però, una volta per tutte, soprattutto produttività e qualità. Perché premiare chi non lo merita? E poi, con questi chiari di luna congiunturale, il Paese capirebbe uno sciopero generale nel pubblico impiego, quando nel settore privato a rischio non è il rinnovo del contratto, quanto lo stesso posto di lavoro?
Certo il decreto Tremonti-Brunetta ha tagliato con durezza un pezzo di cattiva spesa corrente.
Che altro c'era da fare?
Chi strilla tanto contro ha il dovere di dire cosa avrebbe fatto al posto del governo per controllare e stabilizzare la finanza pubblica in un triennio di crescita quasi zero, con deficit tendenziale crescente, fuori dagli impegni europei.
Poi, per carità, di errori ne commettiamo tutti.
Ma non sono affatto disposto a rinunciare all'impegno, rigoroso e costante, per restituire forza, dignità ed efficacia all'amministrazione pubblica e a chi ci lavora.
Per dare più sicurezza, più sanità, più scuola, più cultura, migliore burocrazia, più giustizia.
Da una sola parte.
Dalla parte dei cittadini, dalla parte dei lavoratori.

COMMENTO

Il Ministro Brunetta non demorde. Dall'alto della sua statura di economista e professore universitario di Economia del Lavoro dell'Università Tor Vergata di Roma, si è dato il compito, precipuo del suo Ministero, di fare lo spauracchio dei Pubblici Dipendenti ed ha iniziato da subito a mostrare i muscoli, ridisciplinando (a modo suo, in realtà è una minestra riscaldata, confezionata già nel 1983 - Governo Andreotti) fra gli altri il settore dell'assenteismo dai luoghi di lavoro e quello della produttività dei dipendenti pubblici.
In questo mio blog ho già avuto modo di esprimere il mio punto di vista, e cioè che si tratta di operazioni di mera facciata.
Mi viene in mente la cartellonistica stradale che avverte che il tratto di autostrada è sottoposto a vigilanza elettronica, salvo poi a non trovare mai una pattuglia di Polizia stradale che fa rispettare il Codice della strada agli automobilisti indisicplinati (per non parlare delle strade statali, laddove chi non supera dov'è la striscia continua viene cosiderato un 'fesso' o peggio).
Si chiama effetto dissuadente di carattere eminentemente psicologico, come i famosi 'panettoni' in città che servono ad evitare i parcheggi nelle zone veitate e che si chiamano in linguaggio tecnico 'dissuasori', che funzionano solo perchè sono oggetti di cemento armato pesantissimi e non manovrabili se non tramite apposto mezzo meccanico.
La prova della inefficacia della cartellonistica, sempre nelle autostrade, è data dalla circostanza che è stato adottato il sistema c.d. 'tutor', che monitorizza gli autoveicoli sulle autostrade a tre corsie, calcolando il tempo medio intercorrente fra due 'tutor' e la velocità media tenuta dall'automobilista. Il sistema dovrebbe irrogare sanzioni a chi ha superato la media dei 130 chilometri orari, e cioè la velocità massima che si può raggiungere in autostrada, ma fatte due rapide riflessioni, ci si deve chiedere quanto personale viene addetto ai centri di controllo e quante infrazioni sono registrate quotidianamente su tutta la rete autostradale e, di conseguenza, quante ne possono essere contestate. Sono arrivato alla conclusione che solo le i frazioni più gravi dovrebbero essere sanzionate con le contravvenzioni (sanzioni pecuniarie) previste. Tuttavia, chi scrive ha moderato ancor più la già modesta velocità strumentale della propria autovettura, perchè non sa se il sistema funziona o meno. E non è dato saperlo ai non addetti ai lavori se funziona davvero.
Bene, anche in questo caso, dell'assentesimo, si è prodotto un effetto psicologico analogo, per cui l'assenteismo è in flessione considerevole (risparmio le percentuali).
Ciò significa che il dipendente pubblico in genere non sa se e come funziona il sistema di controlli (visite fiscali, sanzioni economiche, potenzialità del sistema di controlli ecc.), che in genere funziona assai poco e male.
Lo ripeto in pillole. Il medico fiscale è un 'precario', con contratto a tempo determinato, di uno-due anni, rinnovabile, che deve confermare o non la diagnosi e la prognosi del collega medico di base, che quand'è all'apice di persone assistite (max 1.500), essendo pagato dallo Stato un 'tot' ad assistito, percepisce una retribuzione di di 4.500-5.000 euro netti.
La sua unica preoccupazione è di non scontentare gli assistiti, che possono toglierli la 'fiducia' e rivolgersi ad un altro medico di base, facendo diminuire la retribuzione del malcapitato medico di base coscienzioso.
Insomma, il medico di base fa parte del sistema, il medico fiscale no, è come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.
La conseguenza è che il medico fiscale conferma sempre le malattie.
Adesso che per prognosi oltre i 10 giorni il dipedente pubblico deve acquisire certificazione medica di una struttura pubblica, cioè di medici ospedalieri, la remota possibilità di un rigetto di diagnosi e/o prognosi è decisamente azzerata.
I pubblici dipendenti più avvertiti lo sanno, gli altri no e rientrano al lavoro.
Quando lo avranno capito tutti, l'effetto 'Brunetta' si sarà azzerato.
Altrettanto si può dire per il controllo di produttività, anche mediante l'estensione della 'class action' al settore pubblico (in quello privato già esiste ma la sua entrata in funzione è stata fatta 'slittare' al prossimo anno), dovrebbe il ministro Brunetta spiegare come la giustizia civile, molto più disastrata di quella penale, riuscirà ad evadere le azioni civili contro la pubblica amministrazione da parte dei cittadini, destinatari di piccole infrazioni e relativi piccoli danni economici causati dalla Pubblica Amministrazione stessa, che si riuniscono per citare in giudizio l'amministrazione pubblica mediante una 'class action'.
Quanti decenni ci vorranno ?

giovedì 24 luglio 2008

ASSENZE PER MALATTIA PUBBLICI DIPENDENTI

DIPARTIMENTO DELLA FUNZIONE PUBBLICA - CIRCOLARE 17 luglio 2008 n. 7/2008, sulle assenze dal servizio dei dipendenti pubblici.

COMUNICATO DEL DIPARTIMENTO

Il Ministro Renato Brunetta ha firmato oggi (17 luglio 2008: n.d.r.) una circolare indirizzata a tutte le pubbliche amministrazioni per fornire indicazioni circa l’applicazione della nuova disciplina in materia di assenze dei pubblici dipendenti contenuta nell’art. 71 del decreto legge n. 112 del 2008.
La circolare, che è stata inviata alla Corte dei conti per la registrazione, chiarisce il nuovo regime delle assenze per malattia introdotto dal provvedimento, sia dal punto di vista della retribuzione spettante in caso di assenza sia per le modalità di certificazione. In particolare, la decurtazione della retribuzione si applica ad ogni evento di malattia, a prescindere dalla durata, e riguarda i primi dieci giorni di assenza. Per quanto concerne le modalità di certificazione della malattia, si specifica che il terzo evento di malattia nell’anno solare e le assenze superiori a dieci giorni debbono essere giustificati con la presentazione all’amministrazione di un certificato medico rilasciato dalle strutture sanitarie pubbliche o dai medici convenzionati, in quanto parte del S.S.N.
Le amministrazioni dovranno inoltrare obbligatoriamente la richiesta di visita fiscale anche nel caso di assenza per un solo giorno.
La circolare fornisce indicazioni alle amministrazioni circa l’incidenza delle assenze dal servizio ai fini della distribuzione dei fondi per la contrattazione collettiva, ribadendo i principi in materia di premialità e chiarendo che comunque nessun automatismo è consentito nella distribuzione delle somme. Viene posto in particolare l’accento sulla necessità di valutare l’apporto individuale ai fini di attribuire premi di produttività, di risultato e incentivi.
I contratti collettivi dovranno quantificare i permessi retribuiti spettanti stabilendo sempre un monte ore massimo. Nel caso di fruizione del permesso per l’intera giornata, al fine impedire distorsioni nell’applicazione delle clausole e delle disposizioni che prevedono permessi retribuiti, evitando che i permessi siano chiesti e fruiti sempre nelle giornate in cui il dipendente dovrebbe recuperare l’orario, l'incidenza dell'assenza sul monte ore a disposizione del dipendente deve essere computata con riferimento all'orario di lavoro che il medesimo avrebbe dovuto osservare nella giornata di assenza. Le amministrazioni saranno tenute ad applicare immediatamente la nuova disciplina se i contratti collettivi già stabiliscono l’alternatività tra la fruizione a giornate e quella ad ore dei permessi, fissando già il monte ore.
La circolare è stata concordata con l’ANCI al fine di chiarire i molti dubbi avanzati dai Comuni.

TESTO DELLA CIRCOLARE


PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
DIPARTIMENTO DELLA FUNZIONE PUBBLICA
UFFICIO PERSONALE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI
SERVIZIO TRATTAMENTO PERSONALE

Alle Amministrazioni pubbliche di cui all’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001.
CIRCOLARE N. 7/2008
OGGETTO: Decreto legge n. 112 del 2008 – "Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria" – art. 71 – assenze dal servizio dei pubblici dipendenti.
Come noto, con il decreto legge n. 112 del 2008 sono state adottate delle misure normative finalizzate ad incrementare l’efficienza delle pubbliche amministrazioni anche mediante interventi in materia di trattamento del personale.
Considerato che sono pervenuti numerosi quesiti dalle amministrazioni per conoscere l’interpretazione delle norme soprattutto in relazione alle disposizioni di cui all’art. 71 del decreto (Assenze per malattia e per permesso retribuito dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni), si ritiene opportuno fornire delle indicazioni anche nelle more della conversione in legge del provvedimento.
Il decreto legge, pubblicato sul Supplemento ordinario della Gazzetta ufficiale del 25 giugno 2008, n. 147, è entrato in vigore il 26 giugno scorso. Quindi, l’applicazione del regime legale si riferisce alle assenze che si verificano a decorrere da tale data.
In linea generale, la nuova disciplina trova applicazione nei confronti dei dipendenti a tempo indeterminato contrattualizzati e non contrattualizzati nonché, in quanto compatibile, anche ai dipendenti assunti con forme di impiego flessibile del personale.

1. Le assenze per malattia.

Il provvedimento legislativo innanzi tutto contiene una nuova disciplina in materia di assenze per malattia.
La normativa stabilisce il trattamento economico spettante al dipendente in caso di assenza per malattia (comma 1), definisce le modalità per la presentazione della certificazione medica a giustificazione dell’assenza (comma 2) e per i controlli che le amministrazioni debbono disporre (comma 3).
Quanto al trattamento economico, la disposizione stabilisce che "nei primi dieci giorni di assenza è corrisposto il trattamento economico fondamentale con esclusione di ogni indennità o emolumento, comunque denominati, aventi carattere fisso e continuativo, nonché di ogni altro trattamento economico accessorio", con le eccezioni previste nello stesso comma (trattamenti più favorevoli eventualmente previsti per le assenze dovute ad infortuni sul lavoro o a causa di servizio, oppure a ricovero ospedaliero o a day ospital o a terapie salvavita).
In proposito, si considerano rientranti nel trattamento fondamentale le voci del trattamento economico tabellare iniziale e di sviluppo economico, della tredicesima mensilità, della retribuzione individuale di anzianità, ove acquisita, degli eventuali assegni ad personam per il personale del comparto ministeri e analoghe voci per il personale dipendente da altri comparti; inoltre, per il personale dell’area I si considerano lo stipendio tabellare, la retribuzione di posizione di parte fissa, la tredicesima mensilità, la retribuzione individuale di anzianità ove acquisita, eventuali assegni ad personam e analoghe voci per il personale dirigenziale appartenente ad altre aree.
Per la qualificazione delle voci retributive, le amministrazioni dovranno comunque far riferimento alle eventuali definizioni fornite dai contratti collettivi per ciascun comparto o area di riferimento (art. 45 del d.lgs. n. 165 del 2001: "Il trattamento economico fondamentale ed accessorio è definito dai contratti collettivi").
La disciplina in esame, a mente dell’ultimo comma dell’art. 71, non può essere derogata dai contratti collettivi. Naturalmente, per le parti non incompatibili con il nuovo regime legale, continueranno ad applicarsi le clausole dei contratti collettivi e degli accordi negoziali di riferimento.
Si segnala che i risparmi conseguenti all’attuazione della norma costituiscono economie di bilancio per le amministrazioni dello Stato e per gli enti diversi dalle amministrazioni statali concorrono al miglioramento dei saldi di bilancio. Secondo la norma tali risparmi "non possono essere utilizzati per incrementare i fondi destinati alla contrattazione collettiva".
Particolari problemi interpretativi si sono posti in riferimento al comma 2 dell’articolo in questione il quale stabilisce: "2. Nell'ipotesi di assenza per malattia protratta per un periodo superiore a dieci giorni, e, in ogni caso, dopo il secondo evento di malattia nell'anno solare, l'assenza viene giustificata esclusivamente mediante presentazione di certificazione medica rilasciata da struttura sanitaria pubblica.".
La norma individua le modalità con cui i pubblici dipendenti debbono giustificare le assenze per malattia. Essa fa riferimento alternativamente alla giustificazione delle assenze che in generale si protraggono per un periodo superiore a dieci giorni e - a prescindere dalla durata - alla giustificazione delle assenze che riguardano il terzo episodio di assenza in ciascun anno solare.
Quanto all’individuazione del "periodo superiore a dieci giorni", la fattispecie si realizza sia nel caso di attestazione mediante un unico certificato dell’intera assenza sia nell’ipotesi in cui in occasione dell’evento originario sia stata indicata una prognosi successivamente protratta mediante altro/i certificato/i, sempre che l’assenza sia continuativa ("malattia protratta").
Si chiarisce che, in base alla norma, nella nozione di "secondo evento" rientra anche l’ipotesi di un solo giorno di malattia successivo ad un precedente e distinto "evento" di un solo giorno.
Nei casi sopra visti "l’assenza viene giustificata esclusivamente mediante presentazione di certificazione medica rilasciata da struttura sanitaria pubblica.".
La norma sicuramente esclude che nelle ipotesi descritte la certificazione a giustificazione dell’assenza possa esse rilasciata da un medico libero professionista non convenzionato con il Servizio sanitario nazionale. Le amministrazioni pertanto non potranno considerare come assenze giustificate quelle avvenute per malattia per le quali il dipendente produca un certificato di un medico libero professionista non convenzionato.
Ciò detto, la lettura della disposizione va operata nel più ampio quadro delle norme costituzionali e dell’organizzazione dell’assistenza sanitaria delineata dal d.lgs. n. 502 del 1992.
Tale ottica conduce ad un’interpretazione che supera il dato meramente testuale della disposizione, per cui deve ritenersi ugualmente ammissibile la certificazione rilasciata dalle persone fisiche che comunque fanno parte del Servizio in questione e, cioè, dai medici convenzionati con il Servizio sanitario nazionale (art. 8 d.lgs. n. 502 del 1992), i quali in base alla convenzione stipulata con le A.S.L. e all’Accordo collettivo nazionale vigente sono tenuti al rilascio della certificazione (Accordo del 23 marzo 2005, art. 45). Anche in questo caso la qualità del medico - ossia l’evidenza del rapporto con il Servizio sanitario nazionale - dovrà risultare dalla certificazione.
Si coglie l’occasione per ricordare in questa sede che, in osservanza dei principi della necessità e dell’indispensabilità che improntano la disciplina in materia di trattamento dei dati personali, in linea generale (salvo specifiche previsioni) le pubbliche amministrazioni non possono chiedere che sui certificati prodotti a giustificazione dell’assenza per malattia sia indicata la diagnosi, essendo sufficiente l’enunciazione della prognosi (si veda in proposito anche la Delibera del Garante per la protezione dei dati personali del 14 giugno 2007, relativa a "Linee guida in materia di trattamento di dati personali di lavoratori per finalità di gestione del rapporto di lavoro in ambito pubblico.", pubblicata nel Supplemento ordinario della G.u. del 13 luglio 2007, n. 161.).
Si segnala all’attenzione la previsione del comma 3 dell’art. 71. La norma impone la richiesta della visita fiscale da parte delle amministrazioni anche nel caso in cui l’assenza sia limitata ad un solo giorno e, innovando rispetto alle attuali previsioni negoziali, stabilisce un regime orario più ampio per la reperibilità al fine di agevolare i controlli. La norma specifica che la richiesta per l’attivazione della visita fiscale dovrà essere presentata "tenuto conto delle esigenze funzionali ed organizzative". Ciò significa che la richiesta di visita fiscale è sempre obbligatoria, anche nelle ipotesi di prognosi di un solo giorno, salvo particolari impedimenti del servizio del personale derivanti da un eccezionale carico di lavoro o urgenze della giornata.

2. L’incidenza delle assenze dal servizio ai fini della distribuzione dei fondi per la contrattazione collettiva.

Il comma 5 dell’at. 71 in esame stabilisce che "5. Le assenze dal servizio dei dipendenti di cui al comma 1 non sono equiparate alla presenza in servizio ai fini della distribuzione delle somme dei fondi per la contrattazione integrativa. Fanno eccezione le assenze per congedo di maternità, compresa l'interdizione anticipata dal lavoro, e per congedo di paternità, le assenze dovute alla fruizione di permessi per lutto, per citazione a testimoniare e per l'espletamento delle funzioni di giudice popolare, nonché le assenze previste dall'articolo 4, comma 1, della legge 8 marzo 2000, n. 53, e per i soli dipendenti portatori di handicap grave, i permessi di cui all'articolo 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104.".
La norma vuole rispondere ad un criterio di efficienza ed economicità poiché impedisce che le amministrazioni possano considerare l’assenza dal servizio come presenza ai fini della distribuzione delle somme dei fondi per la contrattazione integrativa.
Essa riguarda in generale tutte le assenze, con esclusione delle assenze individuate nel medesimo comma 5, le quali - in ragione della causale - non possono tradursi in una penalizzazione per il dipendente (maternità, compresa l'interdizione anticipata dal lavoro, e paternità, permessi per lutto, per citazione a testimoniare e per l'espletamento delle funzioni di giudice popolare, assenze previste dall'articolo 4, comma 1, della legge 8 marzo 2000, n. 53, e per i dipendenti portatori di handicap grave i permessi di cui all'articolo 33, commi 6 e 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104).
Nell’interpretazione della disposizione acquista un particolare significato la parola "distribuzione", dovendosi quindi far riferimento a quelle somme (il cui finanziamento avviene mediante i fondi per la contrattazione collettiva) che sono destinate ad essere distribuite mediante contrattazione integrativa, vale a dire alle somme destinate a remunerare la produttività, l’incentivazione ed i risultati. In buona sostanza, la norma - che ha una forte valenza di principio - vincola le amministrazioni in sede negoziale e, in particolare, in sede di contrattazione integrativa impedendo di considerare allo stesso modo la presenza e l’assenza dal servizio ai fini dell’assegnazione di premi di produttività o altri incentivi comunque denominati, delle progressioni professionali ed economiche, dell’attribuzione della retribuzione di risultato per i dirigenti (la norma non riguarda invece la retribuzione di posizione, che non ha carattere di incentivo ma di corrispettivo connesso alle responsabilità derivanti dalla titolarità dell’incarico).
Quanto ai permessi "per citazione a testimoniare" si chiarisce che la disposizione non ha inteso disciplinare una nuova tipologia di permesso, ma solo attribuire rilievo alla particolare causale considerata, nell’ambito dell’utilizzo delle ordinarie forme di assenza giustificata dal lavoro già esistenti (permessi retribuiti per documentati motivi personali, ferie o permessi da recuperare o, se la testimonianza è resa a favore dell’amministrazione, permessi per motivi di servizio).
Restano comunque fermi gli ordinari principi in materia di premialità, cosicché è chiaro che la norma non intende in alcun modo introdurre degli automatismi legati alla presenza in servizio. La nuova previsione legislativa, infatti, non vuole derogare alla natura e ai contenuti dei progetti e dei programmi di produttività e alla conseguente necessità di valutare comunque l’effettivo apporto partecipativo dei lavoratori coinvolti negli stessi, attraverso l’introduzione di un nuovo criterio, automatico e generalizzato, di erogazione dei relativi compensi incentivanti, incentrato sulla sola presenza in servizio. Neppure tale criterio può ritenersi valido ed efficace per le sole tipologie di assenza considerate dal legislatore come assimilate alla presenza in servizio. Infatti, nelle suddette ipotesi di assenza, i lavoratori e le lavoratrici hanno titolo ad essere valutati per l'attività di servizio svolta e per i risultati effettivamente conseguiti ed hanno titolo a percepire i compensi di produttività, secondo le previsioni dei contratti integrativi vigenti presso le amministrazioni, solo in misura corrispondente alle attività effettivamente svolte ed ai risultati concretamente conseguiti dagli stessi, mentre l’assenza dal servizio non può riverberarsi in una penalizzazione rispetto agli altri dipendenti. In altri termini, e secondo i consolidati orientamenti della magistratura contabile (es.: Corte dei conti, Sez II centrale, sent. n. 44 del 2003), nell’erogazione dei compensi incentivanti deve essere esclusa ogni forma di automatica determinazione del compenso o di "erogazione a pioggia".
Resta inoltre fermo che le indennità o le retribuzioni connesse a determinate modalità della prestazione lavorativa (ad es. turno, reperibilità, rischio, disagio, trattamento per lavoro straordinario ecc.) possono essere erogate soltanto in quanto la prestazione sia stata effettivamente svolta.

3. Il calcolo ad ore dei permessi retribuiti.

Il comma 4 dell’art. 71 contiene dei criteri per la contrattazione collettiva. In particolare, si esprime la direttiva che i permessi retribuiti che possono essere fruiti a giorni o alternativamente ad ore debbano essere quantificati comunque ad ore. Inoltre, si stabilisce che "Nel caso di fruizione dell'intera giornata lavorativa, l'incidenza dell'assenza sul monte ore a disposizione del dipendente, per ciascuna tipologia, viene computata con riferimento all'orario di lavoro che il medesimo avrebbe dovuto osservare nella giornata di assenza.".
La norma risponde all’evidente esigenza di impedire distorsioni nell’applicazione delle clausole e delle disposizioni che prevedono permessi retribuiti, evitando che i permessi siano chiesti e fruiti sempre nelle giornate in cui il dipendente dovrebbe recuperare l’orario. La norma è rivolta alle parti negoziali e sarà applicata in sede di contrattazione integrativa; tuttavia, lì dove i contratti collettivi vigenti prevedono l’alternatività tra la fruizione a giornate e quella ad ore dei permessi, fissando già il monte ore, le amministrazioni sono tenute ad applicare direttamente il secondo periodo del comma 4 in esame a partire dall’entrata in vigore del decreto legge.
Si segnala infine che, come previsto dal comma 6 dell’art. 71 in esame, le nuove norme assumono carattere imperativo non potendo essere derogate dai contratti o dagli accordi collettivi.

IL MINISTRO PER LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E L’INNOVAZIONE
Renato Brunetta

martedì 20 maggio 2008

CAMBIO DI ROTTA: ERA ORA !

E la Puglia di Vendola licenziò il fannullone.

Dieci minuti, l'anno scorso, bastarono alla sinistra radicale per affondare in Parlamento la cosiddetta legge «antifannulloni».

Sganciando il siluro decisivo, il senatore rifondarolo Salvatore Bonadonna definì «insensata» la proposta ispirata da Pietro Ichino. Aggettivo, comunque, sempre più gentile di quell'«inquietante» che il segretario del Prc Franco Giordano ha recentemente appioppato alla nuova offensiva contro i fannulloni nella pubblica amministrazione.
Offensiva, quella contro i fannulloni nella pubblica amministrazione, lanciata dal ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, nei confronti della quale Giordano era insorto: «Così trionfa l'idea che il lavoro venga messo in riga».
Ecco perché ciò che è successo all'Acquedotto pugliese è doppiamente clamoroso.
Nei giorni scorsi un dipendente della società controllata dalla Regione Puglia, ente di cui è governatore il possibile futuro successore di Giordano, Nichi Vendola, è stato licenziato.
Il provvedimento, a sentire l'amministratore unico della società, Ivo Monteforte, non ha precedenti.
Questo il suo racconto: «Semplicemente, il dipendente non lavorava. O meglio, si presentava regolarmente all'Acquedotto, timbrava il cartellino e usciva con il suo compagno di squadra. Ma dopo un po' andava in un capannone e lavorava tutto il giorno con la moglie. La sera rientrava, timbrava di nuovo e se ne andava a casa».
Insieme a lui hanno pagato anche il caposquadra, con una sospensione di una settimana, e il dirigente, multato.
Come l'abbiano scoperto, Monteforte non lo dice.
Ma non sarebbe davvero sorprendente se nelle indagini ci fosse stato il coinvolgimento di qualche professionista del ramo.
Quanto al comunista Vendola, certamente non ha appreso dalla stampa di questo licenziamento.
Lo stesso Monteforte ammette «di aver informato l'azionista, ma a decisione presa».
Ricavando la netta sensazione di avere il sostegno dei vertici della Regione.
«Vendola non mi ha rimproverato », precisa.
E quando gli si ricordano le posizioni che il partito del governatore ha assunto in occasione della polemica sui «fannulloni», l'amministratore dell'Acquedotto pugliese ribatte: «Com'è noto, non tutti a sinistra sono disposti a proteggere i pelandroni».
Monteforte spiega di aver avuto «dal presidente della Regione», che lo ha ingaggiato 15 mesi fa, la seguente missione: «far funzionare il servizio integrato e dimostrare che anche un'azienda pubblica può essere efficiente».
Strada, evidentemente, piuttosto in salita, dato che le perdite d'acqua della rete sono ancora al 37%. E dato che lo stesso amministratore non esclude che «con 1.700 dipendenti e un territorio vastissimo» il caso in esame possa non essere isolato.
«Ma questa», racconta Monteforte, «era un'azienda dove si faceva carriera a prescindere da tutto, che aveva l'obiettivo principale di assumere e dare appalti, anche se gli utenti poi non pagavano. C'era un consorzio industriale moroso dal 1999».
Nove anni di bollette non pagate, come capitava anche a qualcuno nella zona «bene» di Parchitello, a sud di Bari, che un bel giorno si è visto tagliare l'acqua.
«Ora le bollette si pagano, gli investimenti si fanno, le perdite della rete si riducono. I dipendenti sono la nostra risorsa. Ma quelli che non lavorano sappiano che se li becchiamo non avranno scampo», avverte l'amministratore dell'Acquedotto.
«Potranno anche andare a bussare dai politici, dagli onorevoli, non gli servirà a niente».
Sergio Rizzo
20 maggio 2008

martedì 13 maggio 2008

L'inchiesta: Davanti al "Palazzaccio" di Roma gli impiegati escono dopo aver vidimato l'ingresso

di Giulia Santerini

Entrano, timbrano e riescono. Con noncuranza, come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se lo facessero tutti i giorni. E infatti molti confessano: si assentano spesso dal lavoro dopo aver passato il badge nelle macchinette dell'ingresso. Per andare a parcheggiare, per portare il figlio a scuola o per un caffè. Tutto pagato, perché compreso nell'orario di lavoro. E tutto documentato da tre telecamere nascoste di Repubblica Tv: due esterne e una fatta entrare tranquillamente dall'ingresso degli avvocati, senza metal detector, sotto gli occhi dei carabinieri.

La scena è quella dell'imponente ingresso della Corte di Cassazione, il Palazzaccio di Piazza Cavour, a Roma. Tra le 7.30 e le 9.30 del mattino di un giorno feriale. I dipendenti salgono la scalinata. Alcuni scompaiono dietro la vetrata: hanno iniziato la loro giornata di lavoro. Altri accostano, lasciano l'auto con le doppie frecce lampeggianti, riescono dopo tre minuti e risalgono in auto. Cosa è successo? La telecamera non lascia dubbi: hanno passato il badge nell'apparecchio.

Li blocchiamo in fondo alla scalinata, per chiedere spiegazioni. La scusa più usata? Il parcheggio che non si trova. Ecco la prima impiegata, sulla cinquantina: "Si è vero, ho timbrato. E ora vado a parcheggiare. Ma lo sa lei che problemi ci sono a Roma con i parcheggi?". Le domandiamo se sa che sta commettendo un illecito: "Certo che lo so, potrei beccarmi un provvedimento disciplinare".

Ecco un'altra donna, una mamma, 40 anni circa, il bambino è rimasto in macchina, mentre lei timbrava. Le chiediamo dove va, lei si difende: "Ho un altro figlio malato a casa, mio marito è con lui. Vado a portare il bambino alla scuola qui vicino. Guardi che non possiamo fare più niente, siamo controllati a vista, come carcerati". Non sembrerebbe, almeno a vedere i gruppetti di impiegati andare a prendere il caffè al bar all'angolo della piazza e rientrare a passo lento dopo quasi mezz'ora. Filmati da Repubblica Tv, come la bella bionda che timbra, esce, riparte in auto con un accompagnatore e viene riportata in sede dopo 25 minuti.

Gli uffici sono ai piani alti e nessun capoufficio, ci svela serenamente un'impiegata, può accorgersene. Un'altra madre ammette: "Il vero problema non sono i 10-20 minuti per parcheggiare, potrei passare sei ore senza lavorare e nessuno mi direbbe niente". Solo un signore, ripreso anche lui dalla telecamera mentre timbra, tenta di negare. Poi ci svela: al Tribunale di Milano è anche peggio, in un ufficio si sono accorti che un impiegato mancava solo dopo tre giorni di assenza.

La macchina della Cassazione non brilla per efficienza: per una sentenza bisogna aspettare 38 mesi, secondo i dati della Relazione sulla Giustizia del 2007. E il lavoro si accumula: alla fine del 2007 le pendenze erano 102mila e 500, 1.700 in più che all'inizio dell'anno. E la lentezza della giustizia la paghiamo tutti: 41 milioni e mezzo di euro di risarcimenti in 7 anni per "i tempi non ragionevoli" dei processi. Alla domanda su quanti sono i dipendenti della Cassazione e quanto guadagnano né il direttore del personale della Corte né il ministero della Giustizia hanno dato risposta.

LA REPUBBLICA
(12 maggio 2008)

COMMENTO

L'inchiesta giornalistica, pregevole sempre, è l'ultima di una teoria di denunce che affonda nella notte dei tempi, nella preistoria della Pubblica Amministrazione dell'Era Repubblicana in generale e dell'Amministrazione della Giustizia in particolare.

In 40 anni di servizio ho constatato una inarrestabile deriva dell'efficienza della macchina amministrativa dello Stato, con una irrefrenabile diminuzione dei controlli, direttamente proporzionale all'aumento delle garanzie dei lavoratori dipendenti pubblici.

La parola d'ordine era: "I controlli costano più dell'inefficienza dei controllati".

Si legge oggi la notizia che Renato Brunetta, neo-ministro della Funzione Pubblica ha lanciato la 'sua' offensiva contro i 'fannulloni' della Pubblica Amministrazione, girdando:"Cacceremo via i fannulloni".

Vedremo quanto durerà, se veramente fra 18 mesi nel lavoro pubblico sarà abolito l'uso della carta, quando vedrà la luce la informatizzazione degli uffici statali.

Non si può non essere pessimisti.