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domenica 5 giugno 2011

Allarme per i blogger: confermato l'oscuramento del blog "Accade in Sicilia". Con commento di Roberto Ormanni

CARLO RUTA

Per la Corte di Appello di Catania si trattava di «stampa clandestina»

FEDERICO GUERRINI

"Punirne uno, per educarne cento". Dalla Sicilia arriva un pessimo segnale per chi ha a cuore la libertà di parola sul Web e la mente torna alla vecchia massima degli amanti della disciplina. D'ora in poi, chi gestisce un blog dovrà stare con gli occhi ben aperti per evitare di essere accusato di svolgere impropriamente attività giornalistica e vedersi oscurare il sito.

C'era attesa in questi giorni, fra i blogger di più lungo corso, per una sentenza in arrivo dalla Corte di Appello di Catania: in discussione la revisione del giudizio di merito sulla condanna, avvenuta nel 2008, dello storico siciliano
Carlo Ruta, accusato a suo tempo di "stampa clandestina" - in ossequio a una legge del 1948 - per non aver registrato come testata giornalistica il blog Accade in Sicilia.

Chi sperava in un ribaltamento di una sentenza che aveva portato diversi commentatori ad accomunare l'Italia, quanto a censura della libertà di espressione su Internet, a Paesi come Cuba, la Birmania, e la Cina, resterà deluso: niente lieto fine, almeno per il momento: i giudici, con verdetto deciso il 2 maggio ma reso noto solo in questi giorni, hanno confermato la precedente condanna del tribunale di Modica, condannando Ruta al pagamento di un ammenda di 150 euro.

Il sito, che raccoglieva materiale storico su eventi come la strage di Portella della Ginestra ma anche inchieste di maggiore attualità, è offline ormai dal 2004. Si può avere un'idea del suo contenuto attraverso la macchina del tempo del sito
Webarchive.org

"È una condanna che non ha ragione di essere - commenta Ruta raggiunto al telefono - il mio era un normale blog personale dove inserivo le mie riflessioni su eventi storici e di attualità, senza alcuna periodicità regolare".

Lei, in un'intervista rilasciata nel 2005 aveva parlato di "poteri forti" che avrebbero desiderato la chiusura di Accade in Sicilia. A cosa si riferiva?
Oltre a occuparmi di vicende storiche, nel blog avevo parlato anche di eventi più recenti, come la situazione delle banche in Sicilia (nel sud-est dell'isola si era creata a mio avviso una situazione anomala; questa parte della Sicilia sembrava essere diventata un piccolo "paradiso fiscale") e i punti oscuri riguardanti le indagini sull'omicidio, negli anni '70, del giornalista dell'Unità e dell'Ora Giovanni Spampinato. Nel momento in cui ho iniziato a occuparmi di questi fatti, sono partiti gli attacchi. Prima le querele, una decina di procedimenti, li ho vinti tutti, poi hanno deciso di oscurarmi usando una legge del 1948, nata in un momento particolare, in cui si temeva potessero risorgere riviste che inneggiavano al partito fascista, e rimasta da allora lettera morta.

Da chi è partita la denuncia per violazione della legge sulla stampa clandestina?
Dal procuratore di Ragusa, lo stesso che si era occupato delle indagini su Spampinato. Ci tengo a precisare che sulla conduzione delle stesse non avevo attribuito colpe, mi ero limitato a dire che forse si sarebbe potuto indagare più a fondo.

Perché non ha più riaperto un altro blog dopo la fine di Accade in Sicilia?
Ci ho provato, per un certo periodo, avevo aperto un blog registrandolo in America, a San Francisco, ma ho avuto un sacco di problemi tecnici, spesso non riuscivo a comunicare col server e il blog restava inaccessibile per giorni, per cui ho deciso di lasciare perdere.

Cosa farà, adesso, dopo questa nuova condanna?
Il reato sarebbe in prescrizione, ma ho deciso di non approfittarne perché sarebbe come avallare la sentenza, e una sentenza della Corte di Appello fa giurisprudenza. Non penso che si tratti di una questione personale, che riguarda solo me - è una sentenza che cade in un momento ben preciso; la situazione della libertà di espressione in Italia è molto difficile, basta vedere il decreto Alfano o gli ultimi intendimenti del governo Berlusconi, e credo che si sia deciso di lanciare un messaggio al Web; è un discorso intimidatorio, una spada di Damocle lasciata pendere apposta sui blogger. Per cui ho deciso di fare ricorso in Cassazione.

IL COMMENTO DI ROBERTO ORMANNI

DIRETTORE DI "GOLEM" E DE "IL PARLAMENTARE"

La vicenda di Carlo Ruta merita un approfondimento e se fosse possibile sarebbe utilissimo avere le motivazioni sia della sentenza di primo grado, quella del tribunale di Modica, sia quelle della sentenza d’appello che, visto che è stata emessa il 2 maggio, dovrebbero essere già depositate o, alla peggio, lo saranno tra qualche settimana.

In attesa di leggere le motivazioni, non mi sbilancerei troppo a parlare di attacco alla libertà d’espressione.

La libertà d’espressione

Purtroppo – o per fortuna: io dico per fortuna – nel nostro Paese, che ha un sistema giuridico complesso e tutto codificato, la libertà d’espressione è una categoria che comprende due specie di libertà diverse: la libertà di dire ciò che si ritiene, ossia la libertà di parola (salvo a risponderne in caso di ingiurie, calunnie o diffamazioni) e la libertà di scrivere ciò che si vuole (alle stesse condizioni, ossia assumendosi le responsabilità conseguenti, nel bene e nel male).

Mentre la libertà di parola è... (scusate il bisticcio di parole) libera, cioè non deve rispettare determinate forme, la libertà di scrivere è, per così dire, incanalata, regolamentata, dalla legge sulla stampa o dalle norme sull’editoria.

Che piaccia o no, questo è il dato giuridico di partenza. Se non piace, allora la battaglia va fatta contro la legge e non contro la sua applicazione.

Mi spiego: sul piano della filosofia del diritto, si è ritenuto, fin dalla rifondazione del corpus giuridico post-monarchia (e post regime fascista), che mentre la libertà di parola può essere esercitata più... liberamente (perché, come si dice, verba volant), la libertà di scrittura ha bisogno, allo stesso tempo, da un lato di maggiori garanzie e dall’altro di maggiore attenzione (sempre per restare alle citazioni popolari: ne uccide più la penna che la spada).

L’ufficialità di chi scrive

Si è deciso allora, e fino all’avvento di internet questa decisione non ha mai rappresentato un problema, che chi scrive deve essere, per così dire, ufficializzato. Questa ufficializzazione, questa “istituzionalizzazione”, passa per la registrazione in un “libro” depositato nei tribunali di tutto il Paese. Dove gli editori, ossia coloro che fanno da tramite che chi scrive e chi legge, devono essere registrati. Qualunque specie di editori: da quelli che pubblicano bollettini d’informazione agli editori dei giornali (quotidiani o periodici, dove la periodicità può anche essere una volta all’anno: ricordiamolo questo dettaglio perché sarà utile più avanti), passando per gli editori librari. Addirittura chi pubblica libri è ancora oggi obbligato, ad ogni pubblicazione, a mandarne tre copie alle Prefetture che, non dimentichiamolo, sono gli uffici del Governo sul territorio.

Si potrebbe agevolmente sostenere che si tratta di un retaggio liberticida, fascista, di un modo per controllare ciò che viene scritto, ma intanto è così. In realtà, come è ovvio, la previsione ha assunto un valore semplicemente burocratico: nessuno si sognerebbe di leggere davvero una di quelle tre copie e di intervenire per bloccarne la diffusione ulteriore.

Ciò che conta, in questi casi, non è ciò che accade in realtà, ma ciò che potenzialmente potrebbe accadere visto che gli strumenti giuridici lo consentirebbero.

E allora bisogna chiedersi: perché? (“perché” è la domanda più semplice in assoluto, quella che si fanno i bambini già a due anni, ma che però troppo spesso viene sottovalutata).

Se si leggono le analisi di filosofia del diritto relative alle leggi sulla stampa, la stampa di qualunque genere, si trova una risposta a questa domanda.

E, di conseguenza, si trova una risposta anche agli interrogativi suscitati da sentenze come quella che ha “colpito” il blog di Carlo Ruta (che, va detto, non è la prima del genere: non molto tempo fa accadde la stessa cosa al blog dell’Associazione consumatori).

Libertà di espressione: tutela e garanzie

I legislatori (dunque i rappresentanti del popolo, che sul piano giuridico astratto agiscono per conto e nell’interesse di quest’ultimo, e anche questo non dimentichiamolo) hanno ritenuto che fosse opportuno assicurare una maggiore tutela a tutti coloro che potrebbero essere colpiti da un esercizio non corretto della libertà di scrittura.

In particolare si è stabilito, fin dal 1948, che se deve essere garantita a chiunque la possibilità di scrivere ciò che vuole, è vero anche che in considerazione del “peso” che possono avere (e che purtroppo in parte non hanno più) le parole stampate (come si diceva una volta? “Parla come un libro stampato”), è preferibile che la responsabilità connessa a questa libertà venga, per così dire, ripartita tra colui che scrive, l’editore che pubblica e, nel caso della stampa (quotidiana o periodica, via etere o su carta, non c’è differenza), il direttore responsabile che funge da ulteriore garanzia di verifica della correttezza di ciò che viene scritto.

In poche parole: si chiede che chi scrive garantisca una certa dose di professionalità. Ecco perché nel caso della stampa viene inserita una terza figura di garanzia che è il direttore responsabile: perché la stampa, tra le varie forme di divulgazione del pensiero, è quella considerata di maggiore impatto e dunque, potenzialmente, capace – se non correttamente gestita: dove “correttamente” non dovrà mai significare in modo accondiscendente o compiacente ma semplicemente con rispetto della verità e delle libere opinioni giustificate dai fatti e dalla loro connessione – potenzialmente capace, dicevamo, di produrre il maggior danno. E questo valorizzare la scrittura, l’importanza della parola scritta, non può che far piacere (non dovrebbe che far piacere) a chi scrive.

In questo modo, come sempre nei sistemi giuridici codificati, si è pensato di raggiungere quello che sembrava essere il migliore, tra i possibili, bilanciamento di interessi.

Registrazione e non autorizzazione

Perciò da un lato la registrazione della stampa (testata giornalistica o semplicemente editoriale poco importa) non deve essere confusa con un’autorizzazione (la Costituzione precisa, anzi, che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e il fatto che lo dica la Costituzione fa capire come i nostri legislatori dell’epoca avessero ben chiara l’importanza della materia), di talché chiunque chieda ad un qualunque tribunale di registrarsi come editore non deve temere un diniego, anche se chiedesse di registrare una pubblicazione erotica - purché senza uso di immagini relative a minori o di violenza - o di politica estremista, purché senza istigazione al terrorismo o alla sovversione armata o genericamente violenta, al di fuori del sistema democratico.

Per giunta, viene garantita la possibilità di registrarsi senza oneri eccessivi: attualmente basta costituire una ditta individuale che svolga il ruolo di editore, indicare uno stampatore se si tratta di carta o un provider (tipo Aruba, per esempio) se si tratta di internet, il nome della testata che in questo modo diventa esclusivo e nessun altro potrà utilizzarlo, e un direttore responsabile. Il quale, per la legge sulla stampa, deve essere almeno un pubblicista. Ossia un giornalista non professionista ma iscritto nel registro pubblicisti, al quale si accede dopo due anni e 70 articoli pubblicati e retribuiti almeno 40 euro ad articolo. Il costo complessivo della registrazione, tra tasse e spese di costituzione della ditta individuale con partita Iva (se non esiste già) è inferiore ai 400 euro.

Dobbiamo ammettere che non si tratta di condizioni capestro. Anche se, certo, sarebbe preferibile nessuna condizione. Tuttavia, come abbiamo visto, proprio l’importanza, il rilievo costituzionale del mezzo che ci si accinge ad adoperare, ha suggerito al legislatore l’opportunità di fissare delle condizioni minime che abbiano anche lo scopo di richiamare l’attenzione sulla responsabilità che questa libertà comporta. E’ un po’ come la patente di guida: tutti hanno il diritto di averla a patto però che dimostrino di aver capito come si deve – si dovrebbe – usare.

Il bilanciamento degli interessi

Proprio perché la libertà di scrivere ciò che si pensa è un’arma potente, che può essere usata a difesa della democrazia ma anche, come la storia insegna, contro di essa, si è pensato che sia giusto rispettare delle regole di base per poterla esercitare.

Attenzione: queste regole, se da un lato possono apparire afflittive e limitative, dall’altro – ecco il bilanciamento – offrono anche delle garanzie. La stampa non si può censurare, non si può, appunto, oscurare, come fosse una qualunque vox clamantis in deserto. Deve essere rispettata e per quanto possa essere perseguitata, denunciata, querelata, messa in difficoltà, ma non può mai essere chiusa, zittita (almeno ufficialmente, nel rispetto della legge). Come recita la battuta conclusiva del film “L’ultima minaccia” (Usa, 1952): “E’ la stampa bellezza, e tu non puoi farci niente!”.

La giurisprudenza formatasi sulla base della legge del 1948, spiega che chi esercita “di fatto” un’attività equiparabile a quella della stampa senza aver rispettato le regole di base, venga qualificato come responsabile di stampa clandestina. Che in quanto tale deve essere bloccata.

Stampa clandestina e astrazione della legge

Perché la legge viaggia su binari astratti e guai se non fosse così. Quando non è più così si producono le leggi ad personam. Stampa clandestina può essere un foglio pubblicato da un terrorista che incita alla rivolta armata contro la democrazia, può essere un giornale di propaganda razzista, può essere una rivista che pubblica foto per pedofili. In tutti questi casi gli “editori” di questa stampa non avrebbero comunque potuto registrarsi e quindi godere di quelle garanzie previste per le stampa perché le loro caratteristiche non avrebbero consentito la registrazione. Nessuna attività contro la legge può essere ammessa a godere dei diritti e dei benefici previsti per tutte le altre. Non sarebbe giusto. Per questa stessa ragione anche un contratto che ha come oggetto della prestazione qualcosa di illegale è nullo. Nel senso che fintantoché nessuno si oppone può anche produrre degli effetti ma basta che chiunque segnali l’illiceità dell’oggetto perché la giustizia intervenga a cancellarlo e, se del caso, a punire le parti in causa.

Il caso del blog Accade in Sicilia

A questo punto è più facile esaminare e valutare il caso del blog “Accade in Sicilia” di Carlo Ruta. Un caso che, sul piano suggestivo, lascia indubbiamente perplessi. Ma sul piano giuridico è molto più chiaro.

Sotto la testata del blog si legge: “Giornale di informazione civile”. Già questo è un autogol se non si vogliono rispettare le regole sulla registrazione della stampa.

Intendiamoci, non dico affatto che siano regole giuste. Chi mi conosce sa che sono razionale e coerente fino alla noia: le regole possono anche essere sbagliate, possiamo anche non condividerle, ma se non le condividiamo, e siamo liberi di farlo – anche in questo caso la libertà conta – allora è nostro compito combatterle con gli strumenti giusti. Se invece decidiamo di provare a “forzare il blocco” non possiamo poi lamentarci se il “sistema” reagisce applicandole.

Il paradosso – vale la pena di rifletterci: anche questo è figlio della filosofia del diritto – è che la libertà di agire contro le regole è resa possibile proprio dall’esistenza delle regole: nel Cile di Pinochet, nella Libia di Gheddafi, nella Spagna di Franco, nell’Italia di Mussolini, queste regole erano meno forti o non c’erano affatto e capitava così che anche chi fosse registrato come editore, stampatore, giornalista, o addirittura avesse le garanzie del deputato, come Giacomo Matteotti, potesse essere zittito anche con la violenza.

Forma e sostanza

In Italia chi di fatto esercita un’attività giornalistica – assolutamente legittima e, come nel caso di Carlo Ruta, meritoria – senza rispettare le regole non viene ucciso o lanciato in mare dagli aerei, ma condannato ad una sanzione di 150 euro e il suo giornale – il suo sito – viene oscurato. Perché, al di fuori di quelle regole, equivale alla stampa clandestina. L’equivalenza è nelle forme, certo, non nei contenuti se vogliamo restare agli esempi di stampa clandestina che abbiamo citato prima. Ma nel nostro diritto, un diritto codificato e dunque formale, la forma è anche – sebbene non solo – sostanza. Nell’Antigone, la tragedia di Sofocle, viene esemplificato in modo sublime il concetto di forma e sostanza: Antigone decide di sfidare il re, Creonte, e dare degna sepoltura al fratello, Polinice che, in quanto considerato nemico della patria perché, in realtà, aveva provato a cacciare Creonte che era un usurpatore, avrebbe dovuto essere lasciato senza sepoltura fuori dalle mura della città. Mentre seppellisce il fratello, Antigone viene scoperta e processata. Sofocle, che come tutti gli antichi greci aveva in grande considerazione le leggi divine rispetto a quelle umane (e anche perché, diciamo la verità, se avesse fatto finire la storia diversamente nessuno sarebbe andato a teatro), chiude il processo con l’assoluzione di Antigone grazie all’arringa difensiva dell’indovino Tiresia che convince Creonte ricordandogli che l’amore fraterno è sacro agli Dei e una sentenza di condanna di Antigone avrebbe portato solo sciagure sul suo regno. Tanto che il re usurpatore, alla fine, si uccide rivolgendosi così ai servi: “E ora ripulite questo luogo da un buono a nulla”. Insomma, altro che un passo indietro, come dovrebbe fare qualcuno dei nostri contemporanei. Ma per questo quelle di Sofocle erano tragedie. Altrimenti il grande scrittore greco sarebbe finito a fare l’autore di Zelig.

Ai nostri tempi invece, in Italia, un gesto come quello di Antigone – che in ogni caso, sebbene la legge fosse ingiusta in quanto voluta da un tiranno usurpatore come Creonte, quella regola aveva comunque violato – sarebbe stato sì condannato, ma con l’attenuante speciale prevista dal nostro codice penale del “particolare valore morale” del gesto. In pratica: la legge, la regola è stata violata ma per una buona causa. Questo comporta che l’assoluzione piena è impossibile, perché altrimenti la regola negherebbe se stessa, ma una condanna a 3 mesi con il beneficio della sospensione e della non menzione sul casellario giudiziale rappresenta un equo bilanciamento di interessi. Direbbe la saggezza popolare: salva capra e cavoli. E tutto sommato garantisce da un lato il diritto, che in astratto è scudo della democrazia, e dall’altro il... diritto di non rispettarlo quando non risponde ai sentimenti reali, alla morale comune. E’ come se il diritto dicesse: non posso dire che avete fatto bene a ignorarmi, ma ammetto anche io i miei limiti e... ci penserò.

La differenza tra censura e oscuramento

Scusate la digressione. Torniamo a Carlo Ruta e al blog “Accade in Sicilia”. Il blog è stato oscurato. Attenzione: oscurato non vuol dire censurato: la censura lascia in piedi lo strumento obbligandolo a tacere ciò che è scomodo, l’oscuramento significa che lo strumento, indipendentemente da ciò che dice, non rispetta le regole fissate per poterlo dire. Non è una differenza di poco conto. La censura è come un muro di gomma. L’oscuramento è qualcosa di più tangibile contro il quale ci sono dei rimedi. Tanto per cominciare riaprirlo registrandolo come testata giornalistica. Sarebbe il modo migliore per... (scusate se può sembrare greve) metterlo a quel posto a chi si nasconde dietro le regole formali per raggiungere altri obiettivi.

E siamo al punto che, capisco benissimo, suscita le reazioni indignate: la verità è che non c’entra nulla l’amore per le regole e il rispetto delle forme. La verità è che ciò che si diceva dava fastidio a qualcuno.

Sono convinto che sia così. Però ragioniamo: se ciò che si diceva dava fastidio a qualcuno significa che non si trattava di una semplice raccolta di materiali d’archivio già pubblicati altrove. Ma di qualcosa di più. E infatti sul blog c’erano pregevolissime riflessioni, accostamenti, relazioni tra fatti, a cura di Carlo Ruta. A cui va tutta la mia stima.

Perché ciò che fa Carlo Ruta è esattamente ciò che dovrebbe essere informazione: non già un elenco di notizie, come fosse un insaccato, un minestrone. Ma un “percorso ragionato” (come dicono quelli che credono di parlare elegante) tra le notizie. L’informazione è memoria storica, riflessione, collegamenti.

Notizie e informazione

Tra notizie e informazione passa la stessa differenza che c’è fra la tavolozza di colori e il quadro, il pentagramma e la sinfonia, il vocabolario e il libro. Il pittore tira fuori i quadri, potenzialmente infiniti e dalle infinite emozioni, da colori non solo finiti ma anche quantitativamente limitati. Bach tirava fuori le sue composizioni mettendo insieme le stesse sette note che altri adoperano per cantare “tanti auguri a te”. Torquato Tasso ha tirato fuori la Gerusalemme Liberata dallo stesso vocabolario che chiunque di noi può leggere. Ma anche se lo leggessimo per tutta la vita e lo imparassimo magari a memoria, dubito che riusciremmo a scrivere la Gerusalemme Liberata. Come disse Anatole France, “nel vocabolario esistono tutti i libri, passati e futuri”.

Il blog di Carlo Ruta, ad esempio, il suo “Giornale di informazione civile”, riusciva ad essere migliore di tanti altri giornali. Ad esempio quando ha raccontato della figura, assai discutibile, dell’imprenditore siciliano Umberto Carbone, morto suicida, che ha lasciato un testamento video molto imbarazzante per il potentissimo gruppo bancario Antonveneta. Gli articoli, firmati sul blog da Carlo Ruta sono precisi e intelligenti, riescono a non farsi abbagliare dalle presunte notizie e colgono il filo d’Arianna dell’informazione.

Insomma: siccome giornalismo è sostanza prima che forma, ci si trova a dover rispettare le forme previste per la pubblicazione giornalistica. Può sembrare un bizantinismo, ma questa è la conseguenza non di una singola legge o di una singola sentenza, ma della filosofia di tutto il nostro sistema giuridico.

Giornalismo di sostanza e non di forma

Non ho letto le motivazioni delle sentenze di condanna, ma posso immaginarle. Si tratta appunto di articoli. Guai se fosse necessario definire il giornalismo soltanto sulla base dell’iscrizione all’albo di chi scrive. Giornalisti – questa volta conta la sostanza più della forma – sono tutti coloro che fanno informazione. Per converso bisognerebbe cancellare dall’albo dei giornalisti molti soggetti che circolano per le redazioni da una quindicina d’anni a questa parte.

E anche questo concetto è stato più volte ribadito dalla giurisprudenza. A tutela e garanzia dell’informazione, altro che storie! Ci sono giornalisti che hanno conquistato l’iscrizione all’albo dopo aver lavorato per programmi e pubblicazioni che di giornalistico, ufficialmente, non avevano nulla. Ma i loro ricorsi sono stati accolti: se di fatto il lavoro è giornalistico, è stato scritto, l’Ordine dei giornalisti ha l’obbligo di iscriverli nell’albo, anche in mancanza di un contratto specifico.

Questo significa valorizzazione della professionalità e queste sentenze sono state accolte come una fortissima garanzia del difficile lavoro del giornalista che, prima ancora di essere un impiego con uno stipendio, è un modo di contribuire alla crescita di un popolo e di una democrazia.

E allora: se queste sentenze ci piacciono, non possiamo poi pretendere che di fronte a un’attività giornalistica, peraltro meritevole, quella stessa giustizia faccia finta di nulla, dimentichi le regole che – comunque sia – sono poste a tutela della società ma anche a garanzia della stampa, come abbiamo visto, e lasci correre il fatto che quel “Giornale di informazione civile” non aveva rispettato le banali prescrizioni fissate per la stampa.

Lo so che ora ci sarà qualcuno che mi accuserà di essere un difensore della “casta” dei giornalisti, di voler sottrarre a chi non è giornalista la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero.

Chi dovesse accusarmi di questo dimostrerebbe di non saper leggere: ho detto chiaramente, infatti, che proprio perché tutti possono e devono essere liberi di scrivere ciò che ritengono giusto, è sufficiente – per non offrire un alibi al... nemico – rispettare quelle semplici regole e continuare a fare ciò che si crede giusto.

Fermo restando che libertà non è necessariamente rispettare le regole (proprio come non è star sopra un albero, come non è neanche il volo di un moscone) ma, obbligatoriamente, è assumersi le conseguenze delle proprie scelte. In questo caso la conseguenza, prevedibile, è stata l’oscuramento.

Poco male: “Accade in Sicilia” è un bel nome per una testata giornalistica. Mi auguro che Carlo Ruta la registri (risparmiando i soldi del ricorso in Cassazione che, se la sentenza d’appello fosse motivata bene, come credo, sarebbe giudicato addirittura inammissibile con conseguente condanna al pagamento di duemila euro alla cassa delle ammende) e metta a tacere quei mafiosi dal colletto bianco che hanno approfittato della mancanza di forma per colpire la sostanza.

La condanna

Vi invito però a non prendervela troppo con i giudici (almeno in questo caso): la sentenza dimostra che non avevano cattive intenzioni. L’articolo 16 della legge sulla stampa (la legge 47 del 1948) stabilisce che i responsabili di stampa clandestina possono essere puniti o con la reclusione fino a 2 anni, o con l’ammenda fino a 700mila lire: un’ammenda di 150 euro non è gran cosa se si considera che l’oscuramento è una sanzione accessoria obbligatoria, non una scelta del giudice.

In questo senso, ancora una volta, lo starnazzare di presunti opinionisti che hanno subito costruito lo slogan: avere un diario in internet è stampa clandestina, è esempio di grande stupidità.

Per fortuna quello di Carlo Ruta non era un diario, era una fonte di preziose informazioni.

Perché i giornalisti, per anni, si sono battuti strenuamente per affermare il principio secondo cui a chi fa informazione non può essere impedito di procedere ad accostamenti, deduzioni, collegamenti. A patto che non siano frutto di pura fantasia.

Proprio come il giornale di Carlo Ruta. E di fronte ad un’attività di informazione, addirittura giustamente rivendicata nelle interviste dallo stesso Ruta, non hanno potuto fare a meno di rilevare la mancanza dei requisiti formali che un giornale deve possedere. Che hanno il loro peso. Fin dai tempi di Sofocle a Antigone.


domenica 18 ottobre 2009

L'on. Gabriella Carlucci condannata: pagava una sua portaborse in nero



15-10-2009


La notizia in un altro Paese avrebbe come conseguenza le dimissioni, ma siamo in Italia. Gabriella Carlucci, deputata del Pdl, è stata condannata a risarcire una propria collaboratrice che le faceva da assistente personale ma non riceveva i contributi previdenziali, né era ufficialmente contrattualizzata. Da Montecitorio l'ufficio stampa dell'onorevole Carlucci fa sapere che non è stato rilasciato alcun comunicato stampa in risposta alla sentenza e che l'unica replica dell'onorevole è un secco "no coment". Ma andiamo ai fatti. Un servizio choc delle Iene andato in onda nel marzo del 2007 fa scoppiare lo scandalo degli assistenti parlamentari pagati in nero. La Iena Filippo Roma aveva scoperto che soltanto 54 fra i 683 collaboratori dei 630 deputati con in tasca il tesserino per accedere alla Camera erano in regola. Soltanto otto su cento.

Una vergogna anche perché ogni deputato, oltre alla propria indennità con annessi e connessi incassa più di 4mila euro al mese per i collaboratori. Ed ecco che una giovane assistente personale dell'Onorevole Carlucci (che tra l'altro non fa soltanto la deputata ma anche la conduttrice tv e la presentatrice di televendite) ha il coraggio di portare in tribunale la ex soubrette. E vince la causa. La portaborse era stata classificata ufficialmente come "collaboratrice parlamentare non onerosa". E invece le venivano erogati direttamente dalla Carlucci prima 500 euro al mese, poi 1000 dal settembre 2004 al giugno 2006. Pur senza che fosse stato mai "sottoscritto né visionato alcun contratto" né fosse stato stipulato "alcun accordo formale". Il giudice ha sentenziato che le mansioni della portaborse di Gabriella Carlucci "possono agevolmente ricondursi a quelle di una vera a propria segretaria personale ed inquadrate nel livello terzo di cui al contratto collettivo nazionale per i dipendenti di studi professionali". Nella sentenza sono citate anche le dettagliate disposizioni che Gabriella Carlucci impartiva via mail alla sua assistente.

domenica 17 maggio 2009

Lettera di una Professoressa al Ministro Brunetta


Professione Insegnante
12-05-2009

LETTERA APERTA AL MINISTRO BRUNETTA
e, per conoscenza, al Ministro Gelmini.


Grazie, grazie e ancora grazie alla dott.ssa Maria Stella Gelmini e al dott. Brunetta!

Non avrei mai creduto di poter sentire tanta riconoscenza verso qualcuno così come mi sta accadendo adesso; sembra strano ma è proprio così. Sì, perché è proprio di fronte alla loro aggressione continua, assillante e decisa verso la scuola e soprattutto verso gli insegnanti che sto reagendo rapidamente come se si trattasse di una reazione chimica, una cartina di tornasole: tanto più nette e aspre sono le loro parole nei confronti di ogni singolo docente, tanto più vivace e sicura è la mia risposta in termini di autostima e di crescita del mio orgoglio professionale che credevo incerto, blando, assopito.
E invece le accuse taglienti, le affermazioni false e tendenziose, le offese stridenti e laceranti non fanno che consolidare, rafforzare, accrescere, rassicurare, aumentare, espandere la fierezza con cui io sento di svolgere il mio compito nella società.

Sostiene il Ministro della Funzione pubblica Brunetta che gli insegnanti sono "Fannulloni": a chi si riferisce l'esimio Ministro con questo aggettivo? A quale insegnante? Faccia i nomi, fuori i Nomi! Venga a cercarne qualcuno nella scuola in cui io lavoro, venga a misurarne il tempo- lavoro qui; porti con sé un cronometro se proprio intende valutare il lavoro con una quantificazione in secondi, minuti, ore, giorni e notti, e sabati e domeniche e feste comandate!
Se il metro di giudizio è il tempo , allora il nostro rispettabile Ministro dovrà fermarsi nella nostra scuola molto di più delle 18 ore settimanali di cui ama parlare in Conferenza quando immagina (ahimé, quale corta immaginazione !) che il tempo-lavoro di un insegnante sia solo quello frontale vissuto a contatto diretto ogni giorno con qualcosa come 80 o 140 studenti al giorno! (spesso adolescenti in crisi, oltre che in sviluppo).
Crede forse che le lezioni vengano partorite lì, all'istante per partenogenesi dalla sapienza innata del docente? Eppure l'esimio Ministro anch'egli, si dice, sia Professore Illustre presso un'Università dello Stato italiano: forse che il nostro beneamato Professore non prepara accuratamente la lezione per i suoi studenti universitari oppure devo credere che il suo ruolo di docente sia circoscritto alle 80 ore annuali previste dal contratto? E' dotato forse il professore di una sapienza innata?
Sono interrogativi a cui io non posso dare una risposta certa, dal momento che non ho conoscenza diretta del suo caso e mai mi permetterei dunque di dedurre con un facile sillogismo che, siccome ogni professore universitario deve svolgere 80 ore annuali presso la sua facoltà, anche Brunetta lavori solamente 80 ore all'anno con uno stipendio a dir poco siderale, se calcolato in base all'impegno effettivo di cui qui si parla.
Bene. Mai io, per mia formazione, non ho l'abitudine di ragionare per deduzione, inferendo da una premessa falsa, conseguenze false con un ragionamento apparentemente esatto, senza cognizione dei fatti concreti, come è costume invece di Brunetta.
Io Ripanti, io Debbia, io Costantini, io....., con un nome e cognome preciso, io insegnante della Scuola media superiore da 30 anni , io che ho superato numerosi Concorsi statali, io che ho 2 lauree, io che ho 1 specializzazione, io che ho insegnato a ragazzi del Nord, del Centro, del Sud Italia, a ragazzi straneri, io che ho frequentato innumerevoli corsi di aggiornamento, io che non mi stanco di leggere, di sapere, di osservare, di capire la realtà in cui vivono i miei studenti, IO sarei quella che non prepara le lezioni e non si aggiorna?

Quell'ora di lezione che svolgo con la mia classe il giovedì mattina dalle 8 alle 9 è il frutto di un lavoro di preparazione che ha richiesto studio dell'argomento ( settimane, mesi, anni, altro che minuti!), organizzazione del tempo e della scansione dell'attività in classe, previsione degli obiettivi minimi, massimi, di lungo periodo, preparazione della Verifica intermedia e finale, trovando di volta in volta, di anno in anno modalità, soluzioni, proposte diverse così come diverse sono le classi, così come diversi sono i problemi che di anno in anno si manifestano.

Crede Lei che approntare una verifica di Letteratura, di Storia, di Scienze, di Francese, di Matematica sia un gesto rapido e meccanico come accendere una sigaretta o soffiarsi il naso?
E sto parlando solamente della prima ora di lezione a cui segue la seconda ora, la terza e la quarta ora, e la quinta e poi ancora la sesta e tutte quante con diverse esigenze e con diversa organizzazione.
Tutto questo giusto per aggiornare le sue idee su come un docente medio, con una motivazione media, con una preparazione media, con un senso di responsabilità medio, con una classe media come la mia, si comporta normalmente nel corso di una mattina media, solo per quanto riguarda il tempo scandito dall'orologio, o dalla sua clessidra, se preferisce un metodo moderno, lei che dà prova di essere così aggiornato circa il nostro mestiere. Ecco sì perché il nostro è un 'mestiere' e di questo sono oltremodo fiera: non una di quelle attività che ci si inventa all'istante, come, ad esempio, fare il Ministro dell'istruzione o della Funzione Pubblica! Si tratta di un mestiere vivo, che ha a che fare con persone vivissime, dei ragazzi e delle ragazze, con materie vive e in continua evoluzione, come le scienze, la letteratura, la storia, e che dunque richiedono viva attenzione e grande disponibilità personale.
Ma non intendo uscire fuori dal tracciato: si diceva il tempo-lavoro. Quello che qui brevemente ho disegnato è solo quel tempo misurabile quantitativamente, perché c'è poi una qualità del tempo del nostro mestiere che non è descrivibile numericamente, ma è comprensibile per profondità e intensità del coinvolgimento psicologico ed emotivo, sia rispetto alle problematiche degli studenti, sia rispetto alle relazioni con le famiglie, sia rispetto alle molteplici relazioni con gli enti locali e i servizi sociali, sia con altre strutture formative del territorio. Non vorrei tuttavia mettere a dura prova la capacità di concentrazione del nostro Ministro richiedendoGli di prestare attenzione anche ad un tempo non misurabile : probabilmente si tratta di una dimensione difficile da comprendere per un professionista abituato soprattutto a occuparsi di numeri, da verificare o da dare!

L'assenteismo! Ah, ecco qui un altro problema immenso che grava come un macigno sulle spalle del docente, e che appesantisce oltremodo, a detta dell'Illustrissimo, il Bilancio dello Stato così amorevolmente amministrato! Gli insegnanti e le insegnanti amano assentarsi dal lavoro spesso e volentieri , insomma sarebbero dei mangiapane a tradimento! Venga, venga pure a trovarci qui nella nostra scuola, Professor Brunetta, venga, venga pure a verificare il tasso di assenteismo dei docenti i quali, secondo lei, adorano restare a casa! Forse , però, lei non sa che per i docenti è cosa gravosissima assentarsi da scuola in quanto tutte le attività restano in sospeso in mancanza di supplenti almeno per 15 giorni: ciò significa il programma da recuperare in tempi stringati, le verifiche non svolte, gli impegni non soddisfatti, il dialogo interrotto con quello studente che giusto ha bisogno di parlare e di trovare la strada per migliorare il suo rendimento, per risolvere i suoi problemi! Non si sta a casa affatto volentieri pensando a tutto il lavoro in sospeso e, anzi, è frequente che l'insegnante decida di venire in classe anche influenzato, anche con la febbre, anche con dei malanni (frequenti, visto che mediamente siamo più che cinquantenni), anche quando la tensione interiore aumenta per l'ansia di non preparare adeguatamente gli studenti per l'esame di Stato, un'ansia crescente non tanto per l'esame in sé, quanto per seguire il più possibile gli studenti alle soglie di un momento importante, se non addirittura decisivo per le loro scelte di vita!

E lei e la sua Illustre collega Gelmini vorreste umiliarmi con le Vostre esternazioni, con i Vostri calcoli, con i Vostri grafici?
Tutto il contrario! Nel momento stesso in cui mi soffermo a disegnarle questo brevissimo, appena abbozzato quadro della nostra attività , sento quanto importante sia il mestiere che io Ripanti, io Debbia, io Costantini, io semplicemente INSEGNANTE, svolgo nella mia scuola, nella mia città, nel mio Paese. Sto parlando, Illustrissimo, di un tempo-lavoro centrale nella vita di una comunità, di un tempo-lavoro cruciale per la valorizzazione di cittadini e persone,di un tempo-lavoro strategico per lo sviluppo economico, di un tempo-lavoro prezioso per la convivenza sociale.
Dunque, ecco che mentre sto raccogliendo queste poche idee, cresce la mia autostima per l'attività che sto svolgendo, provo la soddisfazione di impegnarmi al di là del calcolo da bottegai di minuti, secondi, ore.., avverto il piacere immenso di rivedere uno studente che prosegue fiducioso i suoi studi dopo il Diploma; perciò, a dispetto dell'immagine arcaica e caricaturale con cui ci state, mi state infangando presso l'opinione pubblica nazionale, sento aumentare in me l'ORGOGLIO per la mia professione!

Ma forse Lei e la sua collega pensavate ad altri tempi, ad un'altra epoca, ad un altro tipo di lavoro.
Niente paura: ci siamo e ci saremo sempre noi insegnanti, qui, in questo momento, a scuola, nelle nostre città, nel nostro Paese, in ogni occasione utile, per ripetere a voce alta, Altissima, a testa alta, Altissima, questa lezione, perché si sa..., d'altronde, che neanche un Ministro può vivere nell'ignoranza!


Susanna Marina Ripanti, prof. di Lettere di Scuola Media Superiore

domenica 3 maggio 2009

Un raccontino istruttivo dall'Aquila


Laura - 27-04-2009

Per molti Abruzzesi lo sguardo è congelato all'alba del 6 aprile 2009.
Io, fisso il mio sull'ennesimo sorriso paterno e rassicurante del nostro Presidente del Consiglio, che campeggia sul paginone centrale de Il Centro, quotidiano locale e che ancora una volta (pure quando un minimo di decenza richiederebbe moderazione), fa sfoggio di capacità ed efficienza facendo grandi promesse nella speranza che si dimentichi il prima possibile (si sa gli italiani hanno memoria moooolto corta), che fino al 5 aprile nel meraviglioso piano casa che si intendeva vararare a imperitura soluzione della crisi economica, di norme antisismiche nemmeno l'ombra.
Vi scrivo da Colle di Roio (AQ) uno dei paesini colpiti dal sisma del 6 aprile 2009.
Il mio paese.
Trovo molto difficile fare ordine nel turbinio di pensieri che mi gonfiano la testa, ma ci proverò.
E scrivo questa nota perchè credo che solo uno strumento quale la rete permetta di conoscere altre verità, senza mediazioni se non dell'autore.
Il nostro campo è abitato da circa trecento persone, distribuite in una quarantina di tende.
Tornati da una vacanza mai iniziata, assieme a Pierluigi, abbiamo cercato di dare un contributo alle attività di gestione della tendopoli che, nel frattempo, (era passata già una settimana dall'inaspettato evento), era andata sviluppandosi.
Come sapete non sono un tecnico, nè ho una qualche esperienza di gestione logistica e di personale in situazioni di emergenza e quanto vi racconto può essere viziato da uno stato di fragilità emotiva (immagino mi si potrà perdonare). Il fatto è, che a fronte di uno sforzo impagabile profuso da molte delle persone presenti nel nostro campo, (volontari della protezione civile, della croce verde/rossa, vigili del fuoco, forze di polizia etc...) , inarrestabili fino allo sfinimento, ci siamo trovati, o sarebbe meglio dire ci siamo purtroppo imbattuti, nella struttura ufficiale della Protezione Civile stessa e nel suo sistema organizzativo.

La splendida macchina degli aiuti, per quanto ho visto io, poggia le sue solide e certamente antisismiche basi, sulle spalle e sulle palle dei volontari; il resto da' l'impressione di drammatica improvvisazione. E non perchè non si sappia lavorare o non si abbiano strumenti e mezzi, ma semplicemente ed a mio parere, perchè si è follemente sottovalutato il problema fin dall'inizio.
Se vero che il terremoto non è prevedibile è altrettanto vero che tutte le scosse precedenti (circa trecento più o meno violente prima dell'inaspettato evento) dovevano rappresentare un serio monito. Perchè non è servito il fatto che due settimane prima del sisma alcuni palazzi presenti in via XX settembre a L'Aquila, poi miseramente sventrati, erano già stati transennati perchè le scosse che si erano susseguite fino a quel momento (la più alta di 4° grado, quindi poca cosa...) avevano fatto cadere parte degli intonaci e dei cornicioni... Una persona minimamente intelligente, a capo di una struttura così grande quale la protezione civile, avrebbe dovuto schierare i propri uomini alle porte della città, come un esercito, pronto a qualsiasi evenienza.

Ed invece mi trovo a dover raccontare
  1. che le prime venti tende del nostro campo se le sono dovute montare i cittadini del paese (ancora stravolti del sisma), con l'aiuto di una manciata di instancabili volontari,
  2. che manca un coordinamento tra i singoli gruppi presenti,
  3. che la segreteria del campo (che cerchiamo di far funzionare), è rimasta attiva fino a ieri con un Pc portatile di mia proprietà, acquistato "sia mai dovesse servire", e con quello di un volontario;
  4. che siamo stati dotati di stampante e telefono ma per la linea Adsl (in Italia ancora uno strano coso...) stiamo ancora aspettando e quello che siamo riusciti a mettere in piedi è merito dell'intelligenza di qualche giovane del posto e dei suoi strumenti tecnici;
  5. che abbiamo dovuto chiamare chi disinfettasse e portasse via mucchi di vestiti perchè arrivati sporchi e non utilizzabili;
  6. che che fino dieci giorni dal sisma avevamo un rubinetto per trecento persone, nessuna doccia, circa 20 bagni chimici e nessun tipo di riscaldamento per le tende.

Vi ricordo che in Abruzzo ed a L'Aquila in particolare la primavera fatica ad arrivare e che anche in queste notti la temperatura continua ad essere prossima prossima allo zero. Non ci si può quindi stupire che molte persone, la maggior parte delle quali anziane (e non tutte con la dentiera...), cocciutamente ed in barba alle direttive che vietano di rientrare nelle case, contiunano a fare la spola dalla tenda al bagno di casa.
Potreste obbiettare che tutto sommato e visti i risultati raggiunti nel seguire più di quarantamila sfollati questi problemi sono inevitabili e bisogna solo avere pazienza.
Condivido il ragionamento.

Quello che mi lascia stupito, che la gente non sa e che gli organi di informazione si guardano bene dal dire è che tutta la macchina si basa all'atto pratico, sulla volontà ed il cuore di persone che lasciano le loro case e le loro famiglie e che non pagate, cercano di ridare un minimo di dignità e conforto a chi, a partire dalla propria intimità, ha perso tutto o quasi. La protezione civile che molti immaginano (alla Bertolaso per intenderci) non esiste nei campi, almeno non nel nostro. I volontari si alternano, perchè obbligati ad andarsene dopo circa 7 giorni.

Cosa comporta tutto questo?
Che ogni settimana si vedono facce nuove con la necessità di ricominciare a conoscersi ed imparare a coordinarsi, che il capo campo cambia anche lui con gli altri e quindi può avere esperienza o meno, che spesso, ed è il nostro caso, la gestione di alcune attività è affidata ai terremotati perchè non viene inviato personale apposito, con inevitabili problemi, invidie acrimonie e litigate tra...poveri.
Volete un esempio cristallino della disorganizzazione?
La nostra psicologa, giunta al campo per propria cocciuta volontà, è rimasta anche lei solo una settimana. Vi immaginate quale può essere l'aiuto ed il sostegno che una persona addetta può dare e quale fiducia può risquotere per permettere alle persone di aprirsi, se cambia con cadenza domenicale???
A questo si aggiungano l'inesperienza di molte persone (spesso e per fortuna sconfitta dalla volontà di far bene) e le tristi e umilianti dimostrazioni di miseria umana che ci caratterizzano e che risultano ancora più indecenti ed inaccettabili in casi di emergenza.

Qualcosa di buono però ragazzi l'ho imparato.

Ho imparato

  • che per la richiesta di materiale devo inviare un modulo apposito e
  • che a firmare lo stesso non deve essere il capo campo, la cui responsabilità, fortuna sua, è solo quella di gestire trecento vite, trecento anime, più tutti coloro che ci aiutano dalla sera alla mattina, ma serve il visto del Sindaco, oppure del presidente di circoscrizione oppure di un loro delegato (pubblico ufficiale).

Noi dopo aver speso due giorni per individuare chi dovesse firmare questi benedetti moduli, sappiamo che dobbiamo prendere la macchina e quando serve (ovviamente più volte al giorno), raggiungerlo al comune.

Un'ultima noticina.
Due giorni fa la Protezione civile si è riunita con gli esperti, ed ha ritenuto che non vi siano motivi di preoccupazione relativamente alle dighe abruzzesi (la terra trema ogni giorno). Ora ricordandomi che analoga sicurezza era stata espressa all'alba di una scossa di quarto grado e pochi giorni prima che il nostro inaspettato evento facesse trecento morti e azzerasse l'economia e la vita di migliaia di persone...ho provveduto, poco elegantemente, ad eseguire il noto gesto scaramantico...

Però dei regali li ho ricevuti.
Sono le lacrime di molte delle persone che hanno lavorato alla tendopoli, trattenute a stento nel momento dei saluti; sono le parole e gli sguardi dei vecchi del paese, che mescolano dignità e paura, coraggio e rassegnazione, senza mai un lamento.

Un'altra cosa.
Vi prego chiunque di voi possa, prenda il treno l'aereo o la macchina e si faccia un giro per L'Aquila e d'intorni. Le tendopoli non sono tutte come quelle a Collemaggio. Scoprirete il livello di falsità che viene profuso a piene mani dagli organi di comunicazione oramai supini e del livello di indecenza del ns presidente del consiglio che prima con lacrime alla cipolla e poi con sorrisi di plastica distribuisce garanzie e futuro a chi, vivendo in tenda e saggiando sulla pelle la situazione sa, che sono tutte palle.
I morti sono serviti subito per mostrarsi umano e vicino alle famiglie, ma ora è meglio dimenticarli in fretta..Via via..nessuna responsabilità, nessun dolo. I pm sono dei malvagi.. ricostruiamo in fretta.. forza la vità e bella, vedrete, tra un mese sarete tutti a casa... Conoscete i nomi delle famiglie che doveva ospitare nelle sue ville?

Le virtù umane travalicano gli eventi, le sue miserie non hanno confini.

Se volete vi prego fortemente di inviare questa mail a quanti vi sono amici.
La stampa nazionale si è guardata bene dal pubblicarla. Un saluto a tutti.

Laura - epicentrosolidale

Scuola. Il debutto dei presidi-spia


il Manifesto - 01-05-2009

La norma e' rimasta li', nascosta in quel generalissimo riferimento ai "pubblici servizi", in quell'articolo 45 che ha fatto scalpore perche' introduceva l'obbligo per i medici di denunciare gli immigrati irregolari che si fossero presentati in ospedale a chiedere cure. Ma da settimane, ormai, le organizzazioni sindacali e le associazioni - laiche e cattoliche - che si oppongono al disegno di legge sulla sicurezza lanciano l'allarme: l'articolo 45 contiene un altro veleno contro la civile convivenza. E cioe' l'obbligo per le scuole di denunciare le famiglie "irregolari". Un'eresia per la scuola pubblica come oggi la conosciamo. L'obbligo all'istruzione e' rivolto a tutti i minori di 16 anni presenti in Italia. Questo ha permesso alla scuola di essere, in questi anni, uno straordinario avamposto delle istituzioni pubbliche, oltre che un baluardo di democrazia. Ma ora, di soppiatto, il governo Berlusconi vuole far saltare il banco. Ieri a porre l'attenzione su questo "particolare" e' stato un deputato dell'Italia dei valori, il vicepresidente del gruppo alla Camera, Antonio Borghesi: "Questo provvedimento - ha aggiunto - contiene norme disumane che nulla hanno a che fare con il contrasto all'immigrazione clandestina. Sono norme che infieriscono impietosamente sulle donne e, in particolare, sui bambini. Ci ritroveremo, tra qualche anno, con una generazione di bambini fantasma, che vivono, respirano nel nostro paese, che potranno essere curati nei nostri ospedali ma che per l'anagrafe italiana continueranno a non esistere".
Il pericolo - che, qualora fosse posta la fiducia alla Camera diventera' una certezza - risiede nella cancellazione di una frase contenuta nell'articolo 6 del Testo unico sull'immigrazione. In questo articolo si dice che i documenti inerenti al soggiorno devono essere sempre esibiti "fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attivita' sportive e ricreative a carattere temporaneo e per quelli inerenti gli atti di stato civile o all'accesso a pubblici servizi". Bene. Ora l'articolo 45 del disegno di legge sulla sicurezza stabilisce che il permesso di soggiorno debba essere presentato anche per gli atti inerenti lo stato civile e l'accesso a tutti i servizi pubblici. Ivi compresa, e' la logica deduzione, la scuola.
Non solo.
Come spiega Sergio Briguglio, esperto di diritto dell'immigrazione: "Se il genitore dovra' esibire il permesso il preside sara' messo di fronte all'eventuale condizione di soggiorno illegale, del genitore non del figlio, e non potra' fare altro che sporgere denuncia trattandosi di un reato perseguibile d'ufficio".
Due indizi fanno una prova. Il disegno di legge sulla sicurezza vuole che i presidi italiani si trasformino in spie.
"Non avevamo dubbi che andassero a parare li', e infatti da un mese abbiamo lanciato una petizione contro questo aspetto del disegno di legge sulla sicurezza", dice Mimmo Pantaleo, segretario della Flc della Cgil. "Per noi l'idea di una scuola aperta a tutti e' un punto identitario. Le norme contenute nel pacchetto sicurezza sono razziste e odiose. E d'altronde si inseriscono all'interno di un preciso disegno: svilire il ruolo della scuola pubblica nella sua funzione di integrazione. Siamo pronti alla disobbedienza civile".
Proprio stamattina, a partire dalle 10, si terra' un presidio a piazza Montecitorio promosso da Cgil, Arci, Acli, Federazione delle Chiese evangeliche e molti altri contro il pacchetto sicurezza. "La questione delle scuole ci sta particolarmente a cuore - dice Filippo Miragli, responsabile dell'Arci Immigrazione - anche se e' difficile fare una classifica tra i punti che devono essere a tutti i costi eliminati: pensiamo al permesso di soggiorno a punti e al reato di immigrazione clandestina".
Protesta anche il segretario della Cisl scuola, Francesco Scrima: "L'istruzione e' un obbligo e un diritto per tutti i minori. E non lo diciamo noi, ma le Convenzioni internazionali". Contro l'obbligo di denuncia da parte degli insegnanti e di "chiunque svolga incarichi pubblici" si erano apertamente schierato i famosi 101 parlamentari del Popolo delle liberta' capitanati da Alessandra Mussolini. In una lettera indirizzata al premier sostenevano chiaramente che sarebbe stato "un errore imperdonabile" porre la fiducia sul ddl senza correggere l'obbligo per i medici e per tutti i pubblici ufficiali di denunciare gli irregolari. La battaglia sui medici e' stata vinta. Per salvare gli insegnanti c'e' ancora poco tempo.

Cinzia Gubbini
29 aprile 2009

lunedì 16 febbraio 2009

Berlusconi, internet e la sicurezza

Giuseppe Aragno
14-02-2009

Per conoscenza e, per quanto mi riesce, senza commento.
Si tratta dell'emendamento al "pacchetto sicurezza" - così lo chiama il Governo - che riguarda la possibilità di "oscurare" i siti internet che in qualche modo "istigano a disobbedire alle leggi dello stato" o "alla violenza".
Mi limito a due considerazioni.
In Campania, sarà utilissimo per mettere a tacere i cittadini non ancora sudditi che lottano per la salute contro l'amianto nascosto nella cava di Chiaiano. Non lo sanno in molti, ma è così: alla scoperta e soprattutto alla diffusione della notizia, hanno infatti provveduto sovversivi noti e pericolosi come padre Alex Zanottelli, che da anni si batte sconsideratamente e poco cristianamene per la difesa dei beni comuni.
In vista dell'approvazione di quel modello di rigoroso rispetto della Costituzione, costituito dalle "fondazioni" marca Aprea, ho fondati motivi per credere che anche nel settore della formazione, riviste pericolosissime come questa, possa essere agevolmente neutralizzata.
Considerando l'uso "criminogeno" fatto dai siti dei cosiddetti "movimenti" - o anche solo da quelli che si permettono di fare informazione "alternativa" - se il provvedimento passerà - e non vedo come possa andare diversamente - l'Esecutivo avrà in mano un nuovo, efficace "strumento di sicurezza" - la parola censura è stata cancellata dal nostro dizionario - e sarà in grado di limitare gli spazi di quei veri e propri reperti archeologici che sono l'agibilità politica e democratica. Ciò sarà tanto più facile, quanto meglio il Governo saprà "riformare" la Magistratura... Presto non si "intercetteranno" i delinquenti e finalmente si mettono a tacere i dissidenti. Attorno alla sicurezza, si sente dire, si va costruendo una sorta di Patriot Act italiano, ma sono i soliti "facinorosi". Certo, negli anni che verranno, gli storici faticheranno molto a ritrovare sul web le voci del dissenso. Questo è innegabile. E, tuttavia, siamo franchi: che valore possono avere, in questa feroce e disperata lotta per la sicurezza, le pur rispettabili esigenze degli storici?


PROPOSTA DI MODIFICA N. 50.0.100 AL DDL N. 733
50.0.100 (testo 2)
D'ALIA

Vedere testo 3
Dopo l'articolo 50, inserire il seguente:

«Art. 50-bis.

(Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet)
1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

2. Il Ministro dell'interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all'adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all'autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.

3. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l'effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l'attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministro dell'interno con proprio provvedimento.

4. Entro 60 giorni dalla pubblicazione della presente legge il Ministro dell'interno, con proprio decreto, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con quello della pubblica amministrazione e innovazione, individua e definisce i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.

5. Al quarto comma dell'articolo 266 del codice penale, il numero 1) è così sostituito: "col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda".».

martedì 27 gennaio 2009

Sacconi e Gelmini: scuola, vita o, se volete, una scuola di vita

Giuseppe Aragno
22-01-2009

Una scuola è larghezza di mezzi, scienza d'insegnanti e rifiuto di credi religiosi, filosofici o politici, che non siano liberamente formati nella consapevolezza critica, come frutto di ricerca razionale. Lo so, se la scrivo, se mi ostino a sostenerla questa "idea balzana", l'avvocato Gelmini la prenderà per una delle tante perniciose "utopie sessantottine" e non servirà spiegarle che l'utopia indica quasi sempre "un certo disagio sociale" e "l'imminenza più o meno prossima di un certo mutamento politico destinato a soddisfarlo" [1].

L'avvocato Gelmini non sa di scuola e di utopia più di quanto non sia tenuto a sapere il custode del suo palazzo a Trastevere, sempre più frastornato dall'altalena tra pubblico e privato. Neofita della pedagogia economica, l'avvocato misura il bisogno di sapere col metro dei bisogni di mercato, dei dati di bilancio e delle idee politiche del governo che rappresenta. E poiché i carri armati contano ormai molto più che le belle intelligenze coltivate, posto che sappia chi sia, il ministro Gelmini se la ride dei consigli di Salvemini. Non ha chiamato e non chiamerà "i migliori uomini" che siano disponibili sul mercato, che la misura degli stipendi consenta di attirare, senza preoccuparsi delle idee poltiche o religiose o scientifiche di ciascuno, senza badare se vestano la toga nera o se portano la cravatta rossa, se abbiano per copricapo il tricorno o il triangolo o il berretto frigio, affinché insegnino agli alunni non quello che essi o il governo credono, ma la via della ragione. Il ministro è fermo nei suoi pregiudizi e li crede giudizi: esiste una sola verità e quella vi insegno. E poiché per far questo occorre poco, stringe i cordoni della borsa, sfiducia l'intelligenza, confonde la qualità con la quantità e, ciò che più conta, invece di formare libere coscienze, produce servi, com'è nei sogni d'ogni tirannia. L'avvocato lo sa: l'intelligenza critica è ribelle. E' per questo che ci offre il meglio della vita: la selezione.
Scuola e vita, com'è nella migliore tradizione psicopedagogica. Ma che cos'è la vita? Non è facile dirlo, ma certamente l'idea di vita "presuppone non soltanto quella di un essere organizzato in modo tale da comportare lo stato vitale, ma anche quella, non meno indispensabile, di un certo insieme di influenze esterne favorevoli alla sua realizzazione". Insomma, "un'armonia consapevole" e, se così si può dire, umanamente divina, "tra l'essere vivente e l'ambiente". Senza quest'armonia viene a mancare il senso stesso di quello che uomini e dei chiamano vita [2]. Tale la scuola, dai naturalisti greci alla filosofia del Novecento, tale la vita, tale l'opinione del mondo civile, compendiata in una sentenza di un'alta corte della nostra Repubblica, se Sacconi, fiore di serra di Berlusconi, non avesse eccepito un suo garbuglio spagnolesco scovato tra un'astrazione burocratica e un sofisma politichese. Un garbuglio che segna un duplice ritorno al Medio Evo e apre il pozzo nero in cui affonda il Paese.
Gelmini, Englaro e Sacconi: scuola e vita o, se volete, una nuova scuola di vita. Modello Berlusconi.

[1] Gaetano Salvemini, La laicità della scuola, "il Tempo", 29 gennaio 1907.
[2] Stefania Maraini, Comte. Dizionario delle idee. Scienze, politica e morale, Editori Riuniti, Roma, 1999, p. 105

lunedì 12 gennaio 2009

Si torna a scuola incrociando le dita

FUORI REGISTRO
Gianfranco Pignatelli
05-01-2009

Il nostro è un Paese di coccodrilli pentiti. I politici, talvolta, si pentono di quanto fanno. All'occorrenza piangono le loro vittime, oppure le scaricano sulle maggioranze precedenti.
A Torino come a San Giuliano di Puglia.
Oggi come ieri. Al momento, nelle scuole italiane, avvengono oltre centomila infortuni all'anno.
L'incremento del 20%, negli ultimi otto anni, la dice lunga sull'accresciuta fatiscenza e pericolosità delle strutture e degli impianti dei nostri edifici scolastici. Tre su quattro sono fuori norma. Uno su due è sprovvisto di certificato d'agibilità statica. Più di un terzo non è fornito di impianti elettrici a norma. Mancano le agibilità sanitarie, i certificati di prevenzione degli incendi, le misure di evacuazione in caso di pericolo.
Il personale, inoltre, non è formato per fronteggiare eventuali emergenze.
Le strutture sono vecchie e inadeguate. Una scuola su dieci è addirittura collocata in una costruzione edificata per altra destinazione d'uso. La metà ha ben oltre quaranta anni. Solo una su venti ha meno di quattro lustri.
Quasi nessuna riceve i finanziamenti per la necessaria manutenzione. I tagli economici, invece, aumentano.
Questo è l'unico, e solo, fattore di continuità tra governi di destra e di sinistra. Un esempio? La legge finanziaria 133/2008, varata con grande orgoglio dal ministro Tremonti in soli nove minuti, prevede consistenti aumenti degli alunni per singole classi. Ma i parametri previsti per la formazione delle classi - varati dal CdM. lo scorso 18 dicembre e in attesa del parere della Conferenza Unificata Stato-Regioni e del Consiglio di Stato per la definitiva conversione in legge - contrastano con la qualità della nostra edilizia scolastica e con le disposizioni previste dal D.M. 18 dicembre 1975 (Norme tecniche aggiornate relative all'edilizia scolastica, ivi compresi gli indici minimi di funzionalità didattica, edilizia ed urbanistica da osservarsi nella esecuzione di opere di edilizia scolastica).
Questo decreto stabilisce che ogni alunno delle scuole dell'infanzia, primaria e secondaria di primo grado dovrebbe disporre di 1,80 metri quadri netti di aula, mentre ogni allievo delle secondaria di secondo grado dovrebbe contare su 1,96 metri quadri netti.
E non finisce qui.
Il D.M. 26 agosto 1992 (Norme di prevenzione incendi per l'edilizia scolastica), stabilisce che ogni classe non dovrebbe contenere più di 26 persone (insegnante compreso) per evitare i rischi da superaffollamento in caso di evacuazione. Legiferare è facile, applicare meno.

Che faranno i dirigenti scolastici, ad un tempo, incaricati dei tagli (comma 5 dell'art. 64 della legge 133) e, in quanto datori di lavoro, responsabili della sicurezza ai sensi della legge 626 (ora decreto legislativo 81 del 2008)?
Salvaguarderanno la "borsa" di Tremonti o la vita di chi frequenta e lavora a scuola?
C'è da giurarci che, italicamente, incroceranno le dita nella speranza di non dover versare lacrime, ovviamente, da coccodrillo.
Magari sosterranno che avrebbero tanto voluto ma, purtroppo, non hanno proprio potuto.

P.S. i dati e le valutazioni derivano dalla personale esperienza trentennale di docente ed architetto.

domenica 14 dicembre 2008

Berlusconi promette il Paradiso

FUORI REGISTRO
Giuseppe Aragno
11-12-2008


Durante l'era fascista, messo da parte l'anglosassone e tradizionale "self controll", il britannico "Time" raccontava agli inglesi il "duce" da operetta che qui da noi spopolava, facendo leva sulle frustrazioni piccolo borghesi e sui sogni imperiali del re e degli spennapolli che recitavano i ruoli del "grande capitale". Sassate, più che parole: "Colui che governa l'Italia crede di essere un Cesare, ma è il vero tipo dell'imperatore assiro Antioco, chiamato il Brillante e soprannominato il Pazzo" [1].


In tempi di repubblica traballante, nostalgie repubblichine e tentazioni autoritarie, pudicamente coperte di governabilità e imbellettate da vallette ministre e ministri Brunetta, la perfida Albione non perde occasione per raccontare ai lettori "an italian story of a selfmade man" [2] che se la prende con tutti e tutti demonizza: giudici psicolabili, giornalisti protagonisti di una bolscevica congiura internazionale, televisioni pubbliche e private misteriosamente controllate dal nemico comunista e giovani facinorosi che si oppongono ai decreti sovrani e ai valletti del re perché li hanno tirati su i professori sessantottini che infestano la nostra scuola e si sono irrimediabilmente persi dietro gli orrori e le nefandezze del "Manifesto" e del "Capitale". E se l'inglese "The Guardian", durante la vendita dell'Alitalia, abbandonando i toni anglosassoni, ha fatto cenno per due volte a "Silvio Buffone", la Spagna di Zapatero non ci ha pensato due volte: sostituendosi all'imbelle Veltroni, "Publico.es", un vero tizzone dell'inferno rosso, ha rammentato al mondo ciò che la premiata ditta "D'Alema e compagni" s'è messo in testa di non ricordare: "la Costituzione italiana afferma che lo stato non può sostenere economicamente la scuola privata" e, non contento, ha aggiunto che il potere del Vaticano nell'insegnamento è così forte, che "i 20.000 insegnanti di religione che ci sono nelle scuole pubbliche in Italia sono scelti personalmente dal Vaticano, però sono pagati dallo stato, e per giunta più di altri insegnanti".


Non c'è da dubitarne: per quanto Veltroni si sforzi di piacergli, Berlusconi ha le tasche piene di un'opposizione che gli fa da zerbino in Parlamento, ma in Europa non riesce a coprirgli le spalle e, ciò che più conta, somiglia ogni giorno di più alla "copia cinese", del prodotto griffato di origine seriamente controllata. Sarà per questo che ieri, per l'ennesima volta, il protagonista di "una storia italiana", l'amico di Craxi che s'è fatto da sé, ha sbattuto risolutamente la porta in faccia all'ombra della sinistra che la cultura di governo ha ridotto a governo ombra; ha chiuso così la speranza di un dialogo su tutti i mal di pancia dell'opposizione ridotta a Canossa col capo cosparso di cenere e ha annunciato la fine della repubblica traballante. Fuori dai piedi, quindi, Veltroni e D'Alema - il lupo perde il pelo ma non il vizio - fuori dai piedi quest'opposizione di finti preti e di pericolosi "marxisti leninisti". Basta, infine. Basta questuanti e perditempo, basta coi pannicelli caldi. Ci sono uomini e forze. Il governo di Bossi, La Russa, Brunetta e Tremonti è "un nuovo inizio, il Paradiso che promette all'Italia il cambiamento necessario". E non contento del "lodo Alfano", the selfmade man replica alla Spagna di Zapatero annunciando una riforma della giustizia da fare anche mettendo mano alla Costituzione che, lo sanno tutti, "si può cambiare dando poi l'ultima parola ai cittadini, perché questa è la democrazia".


Mettiamolo in conto: potrebbe darsi che l'Onda non basti. Non è un caso che Atene stia bruciando.

1] Il dittatore di cui più si parla, "Time", 29 marzo 1937.

2] An italian story, "The Economist", 26-04-2001



domenica 30 novembre 2008

Il professor Brunetta tra Craxi, Berlusconi e i fannulloni

FUORI REGISTRO
Giuseppe Aragno
29-11-2008


Discutendo di scienza, politica e morale, professor Brunetta, Auguste Comte ebbe a sostenere che "nessuna proprietà può essere creata e trasmessa da una sola persona, senza una indispensabile cooperazione pubblica specifica e generale ad un tempo", sicché "il suo esercizio non deve mai essere puramente individuale". Comte, che non era né un anarchico insurrezionalista, né un rivoluzionario bolscevico, ricordava ai benpensanti borghesi che, in casi estremi, è consuetudine universale che una comunità di individui ridotti spalle al muro autorizzi se stessa a impossessarsi della proprietà e la confischi. Un capitalismo sano non si schiererebbe con la tracotante malafede dei sostenitori della logica del profitto e aprirebbe un dialogo coi giovani che insitono: "noi la crisi non la paghiamo".


Per carità, ministro, non balzi dalla comoda poltrona trovata dio sa come in un Parlamento di "nominati" che nessun cittadino ha potuto votare. Vedrebbe crollare in anticipo il castello di carte su cui poggia la sua malcerta popolarità e indurrebbe il grande pensatore positivista a ricordarle che, nel clima di sfascio morale della classe dirigente di cui lei fa parte, la solidarietà con la Gelmini e la campagna contro i funzionari pubblici sono un nonsenso politico e una scelta indecente per un uomo di cultura.


Lei dovrebbe saperlo, professore: quando all'economista fa difetto la sottigliezza critica che viene dalla filosofia, l'insieme delle nozioni non si leva a sistema di pensiero, il respiro etico diventa corto e l'elaborazione scade a livello di propaganda o si riduce a sterile polemica, là dove occorrerebbe volare alto e tornare alle regole morali che sono alla base d'una funzione sociale.


Non stupisca, professore. "In ogni stato normale dell'umanità - ebbe a scrivere Comte - qualsiasi cittadino costituisce realmente un funzionario pubblico, le cui attribuzioni determinano nello stesso tempo gli obblighi e le pretese". Lei, ministro professore, con la sua anemica tesi sul fannullonismo, fa una gran confusione. Là dove ci sono obblighi contrattuali, lei si fa strabico e accampa pretese e, quando le si contesta una pretesa, lei farfuglia di lavoratori e fannulloni. Torni a studiare, dia retta, ministro professore; le avranno fatto male gli amici di gioventù.


E' vero - e so che tiene a dirlo - nel secolo scorso, Craxi imperante e Tangentopoli incombente, dal 1983 al 1987, lei s'è installato come reponsabile di tutte le strategie per l'occupazione e la politica dei redditi al Ministero del Lavoro. Ce l'aveva voluta Gianni De Michelis - questo, lo so, preferirebbe tacerlo - un "avanzo di balera" per dirla con Biagi, protagonista del tragico naufragio della vicenda socialista. Se la memoria le fa difetto, i dati sono questi: 35 procedimenti giudiziari, due condanne per corruzione, tre anni di reclusione dopo patteggiamento e pena sospesa per condizionale.


L'avesse avuta come alunno, Comte le avrebbe spiegato che qui non si tratta di marcare un delirante confine tra la destra degli stakanovisti e la sinistra dei fannulloni. Ciò che apre o chiude la finestra sul futuro, professore, è la maniera in cui si esercita il potere e, lei lo sa bene, se questo è un Paese di fannulloni, il principio regolatore del fenomeno riposa nella moralità della classe dirigente, sicché, come suo antico esponente, come ministro di un governo guidato per l'ennesima volta dall'intellighentia berlusconiana, lei, Brunetta, è evidentemente il principe dei fannulloni. Senza remissione di peccato.


Dovrebbe saperlo, ministro professore, Comte gliel'ha insegnato: "regolando la funzione, si reagisce indirettamente sul possesso". Regoli se stesso, quindi, e faccia uso di quel che ha appreso in quella università in cui ha rivestito ruoli di vertice e sulla quale oggi spara con discutibile coerenza. Premi la libertà, se pensa di premiare il merito e, se ne ha la tempra morale, faccia suo e dei suoi camerati sedicenti deputati il dovere di stare alle regole. Un professore colto e un ministro lungimirante non oserebbero assoggettare "le funzioni pubbliche a prescrizioni tiranniche [...], che tenderebbero a degradare profondamente il carattere umano, distruggendo la spontaneità e la responsabilità", senza far conto anzitutto su se stessi e sui propri colleghi.


Lei non può fingere d'ignorarlo, professor ministro: il male dello spirito pubblico ha riposato sinora nella sua gestione politica. Il male, quindi, vuole la logica, è stato innanzitutto lei. Dia ascolto a Comte, se non intende dar conto alla coscienza: "il valore d'un sistema politico non può consistere essenzialmente che nella sua esatta armonia con lo stato sociale corrispondente". Non si lasci accecare dalla luce che abbaglia chi la sorte destina alla rovina e non menta a se stesso. Non basterà a ingannare la storia. Lei rappresenta un ordine politico lontano mille miglia da ciò che la stragrande maggioranza del Paese si attende dal governo. Istruzioni snaturate, diritto di voto limitato, leggi contro la libertà di stampa, contro l'istruzione statale, contro la solidarietà tra le parti sociali, contro l'equilibrio tra le funzioni economiche, contro l'autonomia della Magistratura: questo, professor ministro, è ciò che ci è venuto sinora da lei e dalla sua parte politica.


Bettino Craxi, il peggiore dei socialisti e, a quanto pare, suo maestro ideale, discutendo della Palestina, dell'Olp e di Arafat in un Parlamento di deputati ancora eletti dal popolo, il 6 novembre dell'ormai lontano 1985, levatosi a parlare, volle dire una verità in cui credeva profondamente. "Quando Giuseppe Mazzini - sostenne impavido tra mormorii e interruzioni - nella sua solitudine, nel suo esilio, si macerava nell'ideale dell'Italia unita ed era nella disperazione di come affrontare il potere, lui, un uomo così nobile, così religioso, così idealista, concepiva, disegnava e prospettava gli assassinii politici. Questa è la verità della storia e contestare a un movimento che voglia liberare il proprio paese da un'occupazione straniera la legittimità del ricorso alle armi, significa andare contro le leggi della storia [2]".


Noi, fannulloni di sinistra, professore, saremmo indotti a credere che lei - oggi stakanovista in un governo di destra, all'epoca collaboratore di "fannulloni in un governo di centrosinistra - condividesse le parole del suo capo. E tuttavia, vedendola a braccetto di Berlusconi e Bossi, ci possiamo fare a meni di domandarci come faccia a stare in un governo di filosionisti e di secessionisti e le vorremmo chiedere: quand'è che mentiva, professore, quand'era un "fannullone di sinistra" con Craxi, oppure oggi che si ammazza di lavoro per Berlusconi?


Quale che sia la sua risposta, ministro professore, è evidente: noi siamo nemici inconciliabili. Al di là della risibile teoria sul fannullonismo", della quale renderà conto alla storia, per ragioni di opportunità personale lei s'è schierato tra le fila dei Cota e dei Calderoli, che danno l'assalto alla fortezza della civiltà in una guerra scellerata tra la forza e la ragione. I nuovi barbari, direbbe Salvemini. "Una grande civiltà - quella del mondo romano - crollò nel terzo secolo; e non è certo che la nostra civiltà non abbia a soccombere di fronte all'assalto dei nuovi barbari. Io [...] dico che né la vittoria della ragione, né quella della forza sono sicure. L'esito dipenderà dall'ostinazione dei combattenti e da eventi imprevedibili, su cui la volontà umana non ha alcun controllo. Ma non è necessario credere nella vittoria, per iniziare la lotta e proseguirla [3]".


L'hanno capito i suoi studenti, professore, mentre lei fa ancora molta fatica. E, tuttavia, lo sente, lo percepisce e ne è terrorizzato: i giovani non si fermeranno.

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1] Questa e le precedenti citazioni sono in Comte, Dizionario delle idee. Scienza, politica, morale, a cura di Stefannia Mariani, Editori Riuniti, Roma, 1999, pp. 76-78.
2] Atti Parlamentari, Intervento di Bettino Craxi, Presidente del Consiglio, tornata del 6 novembre 1985.
3] Gaetano SalveminI, Il culto della violenza, "The Nation", 28-8-1937.