Visualizzazione post con etichetta SATIRA POLITICA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SATIRA POLITICA. Mostra tutti i post

venerdì 25 febbraio 2011

martedì 1 febbraio 2011

mercoledì 8 settembre 2010

martedì 12 gennaio 2010

martedì 8 dicembre 2009

martedì 16 dicembre 2008

Littizzetto, regina della satira

LA REPUBBLICA
di SILVIA FUMAROLA

ROMA - Dopo una settimana di polemiche, ospiti di destra/ospiti di sinistra, domenica Luciana la peste ha deciso di pareggiare i conti a modo suo. Foglio in mano con una trentina di definizioni lusinghiere del premier Berlusconi: "Sire, Grand marnier, gran visir, gran moka da 12, Ettore di tutte le troie (intese come città), pezzo mancante delle sorprese Kinder...". Uno sberleffo ci seppellirà: Luciana Littizzetto scala le classifiche dei libri (l'ultimo è La Jolanda furiosa, Mondadori), travolge Fazio a Che tempo che fa e accompagnando al piano Bocelli svela la trama gay di Musica proibita di Gastaldon. "Il garzone del testo non vi fa venire qualche sospetto?".

Luciana, cominciamo dalla tv.
"Spero che ci lascino lavorare, non ci sono complotti da nessuna parte. Il più delle volte se uno di sinistra va a parlare in tv porta voti alla destra, e chi è di destra porta voti alla sinistra: si danneggiano da soli. Pazzesco: inviti un Nobel e nessuno se ne accorge, arriva il sottosegretario alla sottominchia e giù polemiche".

Si può parlare di qualsiasi argomento?
"Non ho soluzioni e non pretendo di averne, vorrei sottolineare l'inversione di ruoli: comici che fanno i politici e politici che usano il linguaggio dei comici, cosa molto pericolosa. I politici devono essere persone a cui prestiamo attenzione perché sono autorevoli".

Lei davanti a cosa si ferma?
"Non si può ironizzare sulla cronaca. È la vita delle persone, diventi cinico e non è la mia cifra, non ho la cattiveria nel Dna".

Però non le manda a dire.
"Mi viene lo sberleffo, è vero, ma l'aggressione no".

Da un po' si occupa molto di cacca.
"Di cosa posso parlare? La politica è campo minato, la chiesa non ne parliamo. Per far ridere la cacca non fa male a nessuno, non a caso i bambini appena la nomini si sbellicano. Inquieta i puristi, che immagino non la facciano mai. Sa cosa diceva mia nonna? Al è al tun ca fa la müsica, è il tono che fa la musica. Benigni ne è la prova".

Si riferisce al famoso duetto con la Carrà?
"Certo: elencava tutti i sinonimi della passera, ma quando pensi a una cosa volgare non pensi mai a quello. Chapeau, dalla sua bocca può uscire tutto, e quando deve essere alto, è alto".

A proposito, lei ha ribattezzato l'organo femminile Jolanda, quello maschile Walter. Ha più incontrato Walter Veltroni?
"Non l'ho incontrato... Abito a Torino e incontro Chiamparino, che si chiama Sergio, però ci sono alcune Jolande e alcuni Walter che mi fermano: "Abbi pietà di noi, ci prendono in giro tutti".

Scrive nel libro: "Piuttosto che fare l'amore col proprio uomo certe donne preferirebbero scalare il Monviso con le infradito".
"È così. La verità è che non ci manca il desiderio del walter, quello che non desideriamo più è il portawalter. Ora hanno inventato la pillola che riaccende il desiderio. Sa cosa devono fare per riaccendere il desiderio? Inventare una pastiglia che ci renda orbe. Così non vediamo più gli uomini mentre fanno boiate. Il desiderio ci va via, non è una roba fisiologica ma mentale. Ma ha letto di Berlusconi?".

Che ha detto?
"Berlusconi vuole farci arrivare a 120 anni. Bene: la prima comunione a 40 anni, il primo bacio a 50, mi sento già rovinata così, ma lui ci arriverà. Piega le corna delle mucche a mani nude".

Cosa risponde a chi l'accusa di fare "satira da massaia"?
"È un grande complimento, è la lettura delle cose che fanno le persone normali e comuni. "Normale" e "comune" sono bellissimi aggettivi. Non vuole dire essere persone stupide, ma persone che si fanno domande e cercano di darsi risposte. Senza essere Marzullo. Non è tutto bianco o nero. Il beige e il grigio non sono sempre segno di mestizia, ma segno che siamo diventate più sagge".

A Che tempo che fa, Fazio fa il saggio, lei la spericolata.
"Il comico ha bisogno di una spalla e Fabio è perfetto. Sta al gioco quando improvviso, più si preoccupa e si dispera, più aumenta l'effetto comico. Ma, comici a parte, da noi puoi vedere persone che non si vedono mai: io ho capito il senso e la violenza della guerra solo da Mario Rigoni Stern, ho capito la potenza del male dai suoi occhi che ancora non si erano rassegnati, la guerra te la porti dentro".

Poi ci sono i divi.
"Clooney l'ho mancato, lo scrivo nel libro, sapevo che sarebbe venuto e per sessanta giorni ho fatto i piegamenti sui seni per fortificarli. Fabio i figaccioni li mette al sabato. Mickey Rourke è un gatto del Colosseo, pazzesco, disperato, mi è proprio piaciuto ".

La tv lascia il segno?
"La televisione non ti cambia mai, ti rilassa, ti fa passare il tempo, ma è difficile che ti cambi, invece il cinema sì. Ti cambia".

C'è una frase che apre "La Jolanda furiosa": "Devi sapere cosa vuoi altrimenti devi prendere cosa viene".
"Vado al ristorante cinese a Torino, era scritta nel menù. Una folgorazione. È così per tutto: eutanasia, testamento biologico... Uno diventa ministro, ha ancora il flûte in mano e con la Bic firma la riforma. Ma fatti spiegare da quelli che ne sanno di più, no?".

(16 dicembre 2008)

giovedì 11 dicembre 2008

Guzzanti: «La mia satira? Con l'avvocato»

IL CORRIERE DELLA SERA

Ormai gli spettacoli li scrive assieme all'avvocato. Non ne fa mistero Sabina Guzzanti e infatti il nuovo show con cui è in tour, che arriva domani al Gran Teatro di Roma (dal 16 dicembre a Milano), lo dichiara già nel titolo: «Vilipendio». Conferma la protagonista: «È riferito al mio rinvio a giudizio quando, dopo il discorso a piazza Navona, sono stata indagata dalla procura di Roma per offese al Papa. Poi però — aggiunge con punta ironica — mi hanno "perdonato", come dicono loro. Per il reato che mi veniva contestato non si poteva procedere senza l'autorizzazione del Guardasigilli, così il ministro Alfano ha archiviato il "caso". In realtà, si tratta di un reato previsto dai Patti Lateranensi firmati da Mussolini e non dall'integrazione successiva di Craxi».

Tant'è, ma ha imparato a essere più prudente? «Le querele sono un mezzo di intimidazione, non si possono evitare e finora, in tribunale, ho sempre vinto, sia con Previti sia con Mediaset. Poi è venuto fuori il "caso" col Vaticano e quello con il ministro Carfagna. Di sicuro, ho imparato a prendere meglio la mira». In che senso? «Faccio leggere i testi prima all'avvocato, per trovare il modo migliore di dire ciò che voglio dire, con parole inattaccabili sotto il profilo legale. A volte l'avvocato prova a essere più restrittivo... ma con poco successo».

«Vilipendio» vuole essere uno sguardo satirico sull'Italia di oggi. Gli spettatori vengono accolti da un Berlusconi sdraiato sul letto dorato e con la corona d'alloro in testa: «Le signore spettatrici — avverte Sabina — sono però invitate ad andare da lui...». Accompagnata da due musicisti, l'attrice dà vita a una carrellata di personaggi noti e meno noti: dalla Finocchiaro a D'Alema, dall'Annunziata a Di Pietro. «Più che uno spettacolo è un programma — precisa — Cosa possiamo ancora dire in questo Paese? Cosa si può tollerare? A cosa ci siamo abituati? Mi pare evidente che stiamo prendendo una deriva autoritaria e l'idea è quella di far capire al pubblico i meccanismi con cui il dissenso viene schiacciato: in politica, nei media».

È per questo che la satira in tv non è più in buona salute, vedi lo show della Cortellesi...? «Questo della satira che non funzionerebbe più in tv è un dibattito inventato. I media definiscono satira certi programmi che satira non sono. Quello della Cortellesi non l'ho visto, ma so che c'erano degli sketch leggeri, generici... Non è in base a trasmissioni così che si può affermare che la satira politica non funziona. Crozza è più politico e va bene. Si può dire, semmai, che esistono prodotti più o meno riusciti. Ma la realtà è un'altra». Quale? «È che né io né Luttazzi né Grillo, anche se la gente vorrebbe vederci in tv, possiamo accedervi: a me è stato chiuso un programma ingiustamente e da allora non ho potuto più apparire sul piccolo schermo. E allora ecco che si prende come esempio negativo qualche programmino, ripeto, di altro genere, per sostenere che la satira non funziona. È un modo per impedire che si facciano certe trasmissioni, è censura: ti dicono non funziona e non si deve fare. C'era più libertà negli Anni '90...».

Si sente più libera sul palco? «Certamente, il teatro si fa in forma privata e nessuno ti può impedire di farlo». Non compare più in tv, anche se stasera dovrebbe affacciarsi da Santoro ad «Annozero», ma al rapporto diretto col pubblico Sabina non rinuncia. «Avere il pubblico dal vivo, che partecipa, fa il suo porco effetto!». In quale città si trova più a suo agio? «Non una, tante». Ma è vero che a Senigallia è stata contestata dagli studenti dell'Onda? «No. E non vorrei che questo episodio venisse strumentalizzato: non sono stata contestata dalla "piazza", le cose sono andate in altro modo. Poco prima dell'inizio dello spettacolo, i ragazzi di un centro sociale ci hanno chiesto se potevano leggere un loro comunicato sul palco. Per problemi organizzativi e non politici la produzione ha risposto che sarebbe stato meglio leggerlo alla fine. Loro temevano di avere meno visibilità, ma io comunque sarei rimasta sul palco. Hanno sfondato la sorveglianza e hanno letto il loro documento, tra qualche buuh! che veniva dal pubblico. Tutto qui. La verità è che io accolgo sempre i giovani, li faccio parlare, davanti ai miei teatri raccolgono le firme per le loro iniziative. Non chiedo la beatificazione, ma credo di essere una che dedica molto tempo all'impegno civile».

Emilia Costantini
11 dicembre 2008

venerdì 31 ottobre 2008

Sabina Guzzanti in tv dopo 5 anni. «Santoro, si contenga...»



IL CORRIERE DELLA SERA

È apparsa nella trasmissione di Santoro, dedicata al decreto Gelmini, vestendo i panni di Berlusconi-Cesare

ROMA - L'aveva annunciato dal suo blog: «Sono felice di annunciarvi in anteprima che ho registrato tre pezzi di Berlusconi per la puntata di Annozero di giovedì sera». Promessa mantenuta: Sabina Guzzanti è apparsa, nelle vesti del premier, durante il programma di Santoro.

CORONA D'ALLORO - Vestita in doppiopetto, ma con una vistosa corona imperiale di alloro dorato sulla testa, la Guzzanti ha parlato delle proteste contro la legge Gelmini («se dico queste cose della polizia non voglio far sembrare gli studenti violenti, sono io che voglio sembrare violento...», ha detto l'attrice imitando la voce del premier), poi dei suoi alleati («Dio li fa e io me li accollo...»). Infine la Guzzanti ha scherzato simulando dei dietrofront immediati di dichiarazioni del premier: «Io li odio i politici e non vada in giro a dire che li odio perché non è vero».

SAVIANO-MANGANO - Nel secondo interventola Guzzanti, sempre nei panni di Berlusconi, se la prende con Santoro. Prima facendo il gesto dell’ombrello, poi alzando il dito medio. «Santoro si contenga - tuona il finto premier - lei ha fatto il 20% senza invitare uno dei tanti sottoscritti che ci sono in giro. Dirà che io sono sempre invitato, ma io non vengo. Lei fa un uso criminoso della tv. Io adesso vengo nel suo programma e le faccio calare l’ascolto stando zitto». Poi un accenno all'autore di Gomorra: «Se dite che Roberto Saviano è un eroe, allora dovete dire anche che Mangano è un eroe: è la regola del pluralismo». Dalla Guzzanti-premeir un affondo sul Pd: «Hanno il diritto di fare opposizione, non ho mai detto che non hanno diritto. Ma anche noi abbiamo diritto a non avere un’opposizione e anche questo diritto va tutelato».

RAIOT - Questo il ritorno della Guzzanti, dopo cinque anni di assenza. Era il novembre del 2003 quando del programma Raiot andò in onda soltanto la prima delle cinque puntate previste per la protesta politica che ne scaturì. Da allora l'autrice ed attrice ha lavorato in teatro ed ha realizzato il film di satira, ma anche di denuncia politica, Viva Zapatero (2005). L'ultima delle sue uscite pubbliche, alla quale sono seguite molte polemiche e una querela da parte del ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna (che le ha chiesto un milione di euro di danni), è stata quella della manifestazione di Piazza Navona del luglio scorso. In questi giorni l'attrice è impegnata nelle prove del suo nuovo spettacolo, Vilipendio Tour - parte 3, al via il 4 novembre dal Teatro civico di La Spezia.

30 ottobre 2008

mercoledì 10 settembre 2008

La procura vuole processare la Guzzanti



Il Corriere della Sera
10 settembre 2008
L'attrice indagata per vilipendio nei confronti del Papa per le battute pronunciate durante il «No Cav Day»

ROMA - La procura di Roma chiederà al ministro della Giustizia di procedere contro Sabina Guzzanti, indagata per vilipendio nei confronti del Papa, in relazione alle affermazioni fatte dall'attrice l'8 luglio scorso durante la manifestazione «No Cav Day» in piazza Navona. Nel corso del suo intervento la Guzzanti aveva attaccato duramente anche il ministro delle pari opportunità, Mara Carfagna (■ Guarda il video).


GRILLO «ARCHIVIABILE» - Il pm Angelantonio Racanelli ha invece chiesto al gip di archiviare la posizione di Beppe Grillo che, sempre nella stessa manifestazione, aveva sarcasticamente criticato il comportamento del presidente della Repubblica in relazione alla firma del cosiddetto Lodo Alfano. Per quanto riguarda Grillo la procura ha ritenuto che esisteva il diritto di satira. Al vaglio del procuratore Giovanni Ferrara e del pm c'erano i filmati degli interventi, tra gli altri, di Sabina Guzzanti e Beppe Grillo, fatti durante la manifestazione.


LA PAROLA AD ALFANO - Sarà poi il ministro della Giustizia adesso a dover autorizzare, secondo quanto previsto dall'articolo 290 del codice di procedura penale e del concordato tra Italia e stato del Vaticano che equipara la figura del pontefice a quello del Capo dello Stato, lo svolgimento delle indagini nei confronti di Sabina Guzzanti.


DI PIETRO: «NO, E' SATIRA» - In difesa di Sabina Guzzanti è intervenuto Antonio Di Pietro, leader dell'Idv, anch'egli tra i protagonisti della mobilitazione di piazza Navona.. «L'onore ed il prestigio del Pontefice, al quale va il mio massimo rispetto, a mio avviso, non sono calpestati dalla satira della Guzzanti che, proprio in quanto satira, va presa per quel che è» ha detto l'ex pm. «L'offesa - ha aggiunto - arriva tutti i giorni da coloro che predicano bene e razzolano male, che corrompono i testi ai processi e poi vanno a baciare la mano al Pontefice, che rubano e non vogliono farsi giudicare, che vanno a messa la domenica e ai bordelli il lunedì, che danno Gesù Cristo sull'altare e si prendono i bambini in sacrestia. Guzzanti è invece solo una donna libera, che ha liberamente espresso il suo pensiero. Si può condividere o non condividere, e neanche io l'ho condiviso quel giorno, ma solo ai tempi dell'olio di ricino chi la pensava diversamente finiva in galera. Ma si sa essere una donna libera ai giorni nostri è un reato!».

GUZZANTI PADRE - Poi è toccato a Paolo Guzzanti, esponente del Pdl e padre di Sabina: «Siamo al medioevo integrale». Guzzanti padre chiede che «un'attrice che ha osato vilipendere la religione sia sottoposta sulla stessa Piazza Navona al giudizio di Dio, consistente nel correre su un tappeto di carboni ardenti senza riportare nessuna ustione». «Compiuto questo rito giudiziario spero che si possa chiudere la questione», aggiunge Guzzanti, dicendosi infine convinto che l'episodio giudiziario sia spiegabile con «lo zelo del burocrate», posto che «Ratzinger è persona forte e intelligente abbastanza da non aver bisogno di queste rappresaglie giudiziarie»

sabato 16 agosto 2008

(Ri) Vestire gli ignudi



Riccardo Marassi
dal suo blog


Ho accolto con divertito stupore la polemica (tipicamente estiva) che ha accompagnato la scelta fatta dall'entourage del presidente del Consiglio Berlusconi di rivestire la "Verità svelata dal Tempo". La riproduzione del dipinto di Giovanbattista Tiepolo che ha fatto da sfondo alle ultime apparizioni del premier.
Innanzitutto perché penso che cose ben più gravi vengono fatte al nostro patrimonio artistico, ma soprattutto perché ritengo che nulla possa meglio rappresentare Silvio Berlusconi che una "verità svelata" e successivamente "rivestita".
Anzi, trovo addirittura provocatorio che si voglia imporre "la nuda verità" come sfondo a un signore che va in giro con dei capelli finti, una faccia posticcia e un paio di rialzi nascosti nelle scarpe.
Oltretutto anche la linea di governo del Cavaliere non fa eccezione alla regola che vuole la verità prima svelata (Prodi era quello che metteva le mani nelle tasche degli italiani) e poi frettolosamente occultata (questo governo sta aumentando le tasse e senza neanche la prospettiva di abbassarle successivamente, visto che di lotta all'evasione non se ne parla più).
Da questo punto di vista l'opera di Tiepolo così rivisitata racconta molto più da vicino qual è l'approccio alla verità degli abitanti del nostro disastrato Paese.
All'italiano medio non interessa la verità e la preferisce rivestita con le più rassicuranti bugie.
Si sente ben governato se al governo c'è chi aumenta le tasse ma gli consente di evaderle, se chi governa sbandiera lo spauracchio della "tolleranza zero" contro l'illegalità e però abbatte il pugno di ferro solo sugli immigrati che rovistano nei cassonetti, risparmiando i bravi figlioli che si ubriacano in discoteca e poi massacrano la gente correndo a 160 sulla macchinina regalata dal papà.
Se finalmente ci si può occupare a tempo pieno dei cazzi propri senza che qualcuno (quasi sicuramente un comunista) si affacci dalla tv e ti faccia sentire in colpa perché qualcun'altro muore in un cantiere.
Anzi, che sia proprio la tv a stabilire finalmente la verità! (in fin dei conti se uno ne possiede tre dovranno pur servire a qualcosa).
Così ecco che la tv diventa l'arbitro indiscusso per stabilire una volta per tutte che grazie al giro di vite nei confronti di rom e immigrati siamo più sicuri, che grazie alla manovra economica (che non è una vera manovra economica) l'economia va meglio, che dopo 199 giorni di governo berlusconiano il Paese può farcela e che finanche Napoli è più pulita.

Di rimando io proporrei di rivestire anche il dipinto originale di Tiepolo e magari cambiargli coerentemente il nome.
Invece che "La verità svelata dal tempo" potremmo ribattezzarlo più sinteticamente "Telegiornale".


sabato 26 luglio 2008

Buona notte, Ostellino



Marco Travaglio
L'Ora d'aria
L'Unità
25 luglio 2008

Bisogna assolutamente fare qualcosa per Piero Ostellino. Qualche settimana fa, sotto choc per la perdita del suo cane Nicevò (della cui improvvisa scomparsa ragguagliò la Nazione nella sua rubrica sul Corriere della sera), se la prende col Csm che pretende di dare un parere “non richiesto”, dunque “illegittimo”, sulla legge blocca-processi instaurando il “governo delle toghe al posto di quello delle leggi”. Ignora, il pover’uomo, che i pareri del Csm, richiesti o meno, sono previsti proprio da una legge, la n.195 del 24-3-1958: “Il Csm dà pareri al ministro su disegni di legge concernenti l’ordinamento giudiziario, l’amministrazione della giustizia e ogni altro oggetto attinente alle predette materie”.

Anziché leccarsi le ferite per la rovinosa gaffe e dedicarsi a temi a lui più congeniali, la settimana dopo Ostellino invita i magistrati napoletani a occuparsi di “Napoli sommersa dalla monnezza”, “rinviarne a giudizio i responsabili” e “combattere la camorra, invece di passare il tempo a intercettare raccomandazioni di qualche velina”. Per lui le telefonate Saccà-Berlusconi, in cui il premier promette soldi in cambio di favori e acquista senatori, non contengono che “indiscrezioni sulle imprese erotiche” del Cavaliere. E poi, suvvia, “ogni ragazza sa bene di essere ‘seduta sulla propria fortuna’ e di poterne disporre come crede”. Se leggesse almeno il giornale su cui scrive, costui saprebbe che i giudici napoletani hanno già rinviato a giudizio i presunti responsabili dello scandalo monnezza, da Bassolino ai vertici della Fibe-Impregilo. Quanto alla camorra, qualche giorno prima la Corte d’appello di Napoli ha decapitato il clan dei Casalesi.

C’è da attendersi, a quel punto, che l’insigne pensatore liberale venga dirottato su argomenti meno ostici. Macchè. Il 16 luglio si conquista la prima pagina del Corriere per commentare l’arresto di Ottaviano Del Turco: non una parola sulle centinaia di pagine dell’ordinanza del gip, ma ampi riferimenti storici all’annosa ostilità fra socialisti e comunisti, da Marx, Stalin, Lenin, Kautsky, Trotzky, Gramsci, Togliatti, giù giù fino a Berlinguer, Fassino e Di Pietro. Alla fine l’eventuale lettore, stremato e curioso di sapere che diavolo c’entri la Terza Internazionale con i giudici di Pescara che arrestano alcuni politici per mazzette sulla sanità, resta deluso. Nessuna risposta. Solo una struggente lamentazione per “la tiepida reazione del Pd all’offensiva giudiziaria contro Del Turco”, retaggio dell’antica “continuità antisocialista” e “discontinuità riformista” dei comunisti “da Tangentopoli a oggi”. Impermeabile ai fatti per non disturbare le sue opinioni, Ostellino ignora che Tangentopoli falcidiò pure il Pci-Pds milanese e che, con Del Turco, sono indagati pure tre assessori ex-Ds (D’Amico, Verticelli e Caramanico). Insomma, non lo sfiora neppure l’idea che la prudenza del Pd dipenda da qualcosa di più antico del Congresso di Livorno: il settimo comandamento.

giovedì 24 luglio 2008

COLPIRNE DUE PER EDUCARLI TUTTI



Marco Travaglio
L'Ora d'aria
L'Unità
24 lugLio 2008

La vera anomalia non è l’aborto giuridico del Lodo Alfano, che si spera verrà spazzato via dalla Corte costituzionale come il suo deforme progenitore Maccanico-Schifani: solo un marziano un po’ tonto poteva scambiare Al Tappone per uno statista dedito agl’interessi del Paese anziché ai cazzi suoi. La vera anomalia è quel che accade, anzi non accade tutt’intorno. E’ l’aria di annoiata normalità con cui il Lodo è stato accolto in Parlamento anche dal grosso delle cosiddette opposizioni. E’ il silenzio del Colle, allarmato invece da una fantomatica “giustizia spettacolo”. E’ il Tg1 che lo nasconde come terza notizia del giorno. Sono i giornali che non gli dedicano un solo editoriale (a parte, forse, il manifesto) e gli riservano lo stesso spazio dedicato a celebrare il “ritorno di Veronica a Villa Certosa”, con tanto di foto della Sacra Famiglia gentilmente offerte da “Chi” (Mondadori). E’ il tradimento degli intellettuali “liberali” che si son messi “a vento”, proni a tutto (nel 2003 il Corriere di De Bortoli denunciava le leggi vergogna, infatti De Bortoli dovette sloggiare). Ed è pure questo Csm che, cacciando in sequenza Luigi De Magistris e Clementina Forleo, fa di tutto per dar ragione a Gasparri e anticipa spontaneamente la controriforma annunciata da Angelino Jolie per conto del padrone: quella che farà dell’ex “organo di autogoverno” dei giudici l’ennesima pròtesi della Casta.
Riforma sintetizzata dal cosiddetto ministro Rotondi con l’icastica frase “colpire un magistrato per educarne cento”. Il giorno scelto per trasferire la Forleo da Milano non poteva essere più azzeccato: mentre Tavaroli rivela a Repubblica i ricatti che regolano la politica e l’economia, mentre il Cainano si blinda dai processi come la regina d’Inghilterra (che però non ha processi) e mentre s’annuncia il festoso ritorno dell’immunità parlamentare, la gip che osò intercettare i furbetti del quartierino e i loro santi protettori trasversali sparsi fra Bankitalia, Palazzo Grazioli, Pontida e il Botteghino viene espulsa dalla sua sede naturale. Anche il voto al plenum è emblematico: tutti d’accordo, come già per De Magistris, destra e sinistra, laici e togati (a parte, per la Forleo, quelli di MI). Con i complimenti del Giornale, per la penna del rubrichista con le mèches: avrebbe preferito il suo licenziamento, ma per ora s’accontenta, poi magari ci pensa Brunetta.
Una soave corrispondenza di amorosi sensi destra-sinistra che la dice lunga sull’astio trasversale della Casta per i cani sciolti, senza padrone e senza collare. Ancora 15 anni fa erano i magistrati più preziosi. Oggi sono i nemici da abbattere. “Un giudice indipendente che non appartiene a nessuno”, ha detto Clementina al Csm mentre le sparavano addosso da destra a sinistra, “in questo Paese ancora non può esistere”. Cacciata per “incompatibilità ambientale”. Motivo: ha provocato “disagio e allarme sociale” (figuriamoci) denunciando ad Annozero la solitudine di chi tocca i poteri forti e confidando le sue ansie per l’inchiesta sulle scalate a un pm milanese e a un vecchio collega, Ferdinando Imposimato, di cui (sbagliando) si fidava. Trasferita non per aver venduto o insabbiato processi, non per aver poltrito, non per aver agito scorrettamente. Ma solo per aver parlato, dicendo cose magari discutibili, ma parole, pensieri, concetti (incredibile che i “progressisti”di Magistratura democratica, così sensibili alla libertà di espressione si siano prestati a una simile vergogna).
Il Csm, che l’aveva lasciata sola nei mesi terribili dell’estate scorsa mentre l’intero Parlamento le saltava addosso per l’ineccepibile ordinanza sulle scalate, l’ha trattata come una mitomane “tendente al vittimismo” che s’inventa pericoli inesistenti. Intanto quell’ordinanza, presentata un anno fa come una sua alzata d’ingegno in dissenso con la Procura, è stata avallata dalla stessa Procura, che due mesi fa ha chiesto al Parlamento europeo il permesso di usare a carico di D’Alema le telefonate tra quest’ultimo e Consorte. Intanto le sue denunce han trovato conferma in un’indagine a Potenza e nell’arrivo di proiettili e lettere anonime, tanto che le hanno assegnato una scorta armata. Purtroppo la scorta non ha potuto proteggerla dal Csm che, con l’aria di smentire le sue denunce, ne ha in definitiva confermata tutta l'attendibilità. Sapeva che gliel’avrebbero fatta pagare,e gliel’han fatta pagare. Anche lei, come De Magistris, è “incompatibile”. Ma non con Milano o con Canicattì. E’ incompatibile con questo lurido paese.

martedì 22 luglio 2008

IMMUNODELINQUENZA ACQUISITA



Marco Travaglio
L'Ora d'aria
L'Unità
17 luglio 2008

Mentre Robin Tremood paventa “un nuovo 1929”, Al Tappone teme un nuovo 1992. Gli son bastate tre paroline - socialista, tangenti, manette - per ripiombarlo nel più cupo sconforto. Tant’è che ha ricominciato a delirare di “riforma della giustizia”, cioè del ritorno all’immunità parlamentare. Intanto l’apposito Angelino Jolie gli ha regalato il patteggiamento gratis, con una norma del pacchetto sicurezza che consente agli imputati di patteggiare anche durante il dibattimento, anche un minuto prima della sentenza.
Così lo Stato non ci guadagna nulla, anzi perde tempo e denaro a fare i processi, e alla fine il delinquente incassa lo sconto di un terzo della pena e può cumularlo col bonus di 3 anni dell’indulto, se ha avuto l’accortezza di delinquere prima del maggio 2006. Come per esempio, se sarà ritenuto colpevole, il fido avvocato Mills. Se fosse italiano, sarebbe già deputato. Essendo inglese, deve accontentarsi del patteggiamento omaggio: potrà comodamente concordare una pena simbolica, evitare il carcere e soprattutto una sentenza motivata che spieghi chi gli ha dato i soldi (quello che lui, nella famosa lettera, chiama "Mr.B.", e s’è appena messo al sicuro col lodo Alfano).
Questo indulto-bis, che eviterà la galera ai condannati fino a 9 anni, sempre all’insegna della sicurezza, è stato denunciato da Di Pietro, mentre qualche buontempone del Pd parlava addirittura di dire qualche sì al pacchetto, anzi al pacco. E’ il caso del sagace Pierluigi Mantini, che all’indomani dell’arresto di Del Turco s’è precipitato a rendergli visita nel carcere di Sulmona a braccetto col senatore Pera. I due apostoli del garantismo sono specializzati nel precetto evangelico “visitare i carcerati”, ma solo se c’è dentro qualche membro della Casta. Mai che gli scappi, per dire, una visitina a un tossico. Del Turco è in isolamento per tre giorni, dunque non può ricevere né parenti né avvocati. Ma, pover’uomo, gli tocca sorbirsi Mantini e poi Pera. I quali, per aggirare l’isolamento, si sono inventati su due piedi un’”ispezione al carcere di Sulmona”: un’irrefrenabile esigenza nata, guardacaso, proprio con l’arresto del governatore. “La presenza del presidente Del Turco - ha spiegato Mantini, restando serio - è stata un motivo in più per procedere all’ispezione di un carcere che tengo particolarmente monitorato”. Ma certo, come no.
En passant, dopo aver ragguagliato la Nazione sulla colazione del governatore, l’onorevole margherito domanda “se vi siano concreti pericoli di fuga, inquinamento delle prove e reiterazione del reato”. Ottima domanda, se non fosse che non spetta ai deputati rispondere, ma al gip (che ha già risposto di sì), poi al Riesame e alla Cassazione. Altri, come Il Giornale e l’acuto Capezzone, inorridiscono perché Del Turco “è trattato come un boss mafioso”. Ma la legge prevede l’isolamento non solo per i boss, bensì per chiunque possa, comunicando con l’esterno, influenzare i testimoni (e Del Turco aveva già tentato di inquinare le prove contattando addirittura il Procuratore generale d’Abruzzo). Con buona pace di Bobo Craxi, per il quale “la custodia cautelare e l’isolamento sono misure erogate ai criminali, non agli eletti dal popolo”. Ma l’una cosa non esclude l’altra, come lui dovrebbe sapere. Quello con le mèches racconta sul Giornale che nel ‘93 finì in carcere l’intera giunta abruzzese, dopodichè furono “tutti assolti con formula piena”. Storie: ci volle la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale per salvare gli assessori, mentre il presidente di allora, Rocco Salini, fu condannato in Cassazione per falso (s’erano dimenticati di depenalizzare anche quello), dunque promosso deputato da FI, prima di andare ad arricchire la collezione di Mastella.
Pure Al Tappone millanta un’assoluzione mai avvenuta: la sua a Tempio Pausania dall’accusa di abusivismo edilizio a villa La Certosa. Forse non sa che in quel processo non era imputato lui, ma il suo amministratore Giuseppe Spinelli; e che il processo è finito nel nulla non perché si fondasse su un “teorema”, ma grazie anche a vari condoni, almeno uno varato dal suo governo. Resta da capire perché, con tutti i processi che ha, se ne inventi di inesistenti. Forse sono i suoi avvocati che abbondano un po’ sul numero, e soprattutto sulle parcelle: “Eh, Cavaliere, ci sarebbe poi quel processo a Vipiteno per furto di bestiame, una storia bruttina, ma pagando il giusto sistemiamo tutto noi…”. O forse i processi se li aggiunge lui, per fare bella figura.

lunedì 21 luglio 2008

CIALTRONERIE

Il sottofondo musicale è tratto dai Carmina Burana di Carl Orff, scritto nel 1937, sulla base di testi poetici del XIII secolo. Sono poesie in latino, eccetto 47 testi in alto tedesco, i Carmina lusorum et potatorum (187-228), ai quali Orff si è verosimilmente ispirato, sono canti bacchici e conviviali. Orff fu sospettato di simpatie per il nazismo, non provate. Alla fine della guerra dichiarò di avere partecipato al movimento di resistenza tedesco "La rosa bianca", anche questa volta senza prove. E' stato un personaggio oscuro e controverso, come oscura è la musica riprodotta nello spot leghista.



CIALTRONATE

L'ESTREMO OLTRAGGIO



Marco Travaglio
L'ora d'aria
L'Unità
18 luglio 2008

Ogni anno, nella ricorrenza della strage di via d’Amelio, si trova il modo di commemorare degnamente Borsellino e Falcone. Quattro anni fa l’estromissione dal pool antimafia palermitano dei loro amici e allievi prediletti. Due anni fa il reintegro in Cassazione del loro nemico giurato Corrado Carnevale. Ma quest’anno, va detto, il Csm si è superato. L’altro giorno è riuscito a nominare procuratore capo di Marsala il celebre Alberto Di Pisa, altro avversario irriducibile di Falcone, preferendolo ad Alfredo Morvillo, che di Falcone è pure il cognato e che ha dovuto lasciare l’incarico di procuratore aggiunto a Palermo per la scriteriata controriforma Castelli-Mastella. Di Pisa è prevalso al plenum per un solo voto perchè più “anziano” di Morvillo. Lo stesso motivo che nel 1989 indusse il Csm a nominare Antonino Meli a capo dell’ufficio istruzione di Palermo contro il più esperto ma più giovane Falcone. Lo stesso motivo che nel 1988 aveva indotto Leonardo Sciascia ad attaccare sciaguratamente Borsellino sul Corriere come ”professionista dell’antimafia”, per essere stato preferito a un collega più vecchio proprio come procuratore di Marsala. Ora, vent’anni dopo, l’anzianità torna a prevalere sul merito grazie ai laici del centrodestra, ai togati di MI e di Unicost e al soccorso rosso della laica Ds Tinelli (la quale ripete lo schema del compagno Curzi che, nel Cda Rai, aiuta il Pdl a salvare Saccà dal licenziamento).

Chi è Di Pisa? L’ex pm del pool Antimafia di Palermo che Falcone considerava l’autore delle lettere anonime del “corvo” nei mesi dei veleni a palazzo di giustizia. Lettere che accusavano Falcone e De Gennaro di manipolare i pentiti e di aver addirittura consentito a Totuccio Contorno di tornare a Palermo per assassinare i nemici della sua famiglia. Per quelle lettere, Di Pisa fu processato a Caltanissetta: condannato in primo grado perché un’impronta rinvenuta sulle lettere del corvo corrispondeva in molti punti con la sua, prelevata di nascosto dall’alto commissario Domenico Sica su una tazzina di caffè. In appello fu poi assolto perché quella prova fu giudicata inutilizzabile.

Dunque, per la legge, Di Pisa è innocente. Ma, anche dimenticando quella vicenda, restano e pesano come macigni le terribili accuse lanciate da Di Pisa a Falcone nell’audizione al Csm il 21 settembre 1989, quando fu chiamato a rispondere della sua fama di “anonimista” impenitente raccontata da alcuni colleghi (e subito dopo fu trasferito d'ufficio dal Csm per incompatibilità ambientale).

Quel giorno Di Pisa dichiarò quanto segue: “Disapprovo la gestione dei pentiti e i metodi d’indagine inopinatamente adottati nell’ambiente giudiziario palermitano (…), una certa concezione di intendere il ruolo del giudice e lo stravolgimento dei ruoli e delle competenze istituzionali (…), l’interferenza del giudice con la funzione dell’organo di polizia giudiziaria (…). Falcone prese contatti e impegni con le autorità americane a titolo non si sa bene come, concernenti provvedimenti di competenza della corte d’appello (....) Il GI (Falcone) si trasforma anche in ministro di Grazia e giustizia (…). Emerge la figura del giudice ‘planetario’ che si occupa di tutto e di tutti, invade le competenze, ascolta i pentiti e non trasmette gli atti alla Procura (…), indaga al di là di quello che è il processo (…). Una gestione dei pentiti familiare e gravemente scorretta, per non usare aggettivi più pesanti (…). Falcone portava i cannoli a Buscetta e Contorno (…), un rapporto confidenziale, una logica distorta tra inquirente e mafioso (…). Falcone fece pervenire tramite De Gennaro a Contorno e Buscetta i suoi complimenti per il modo sicuro in cui si erano comportati (al maxiprocesso, ndr). Voleva un ruolo passivo per il pm che assisteva agli interrogatori (…). La gestione dei pentiti e il contatto con gli stessi è stato sempre monopolio esclusivo del collega Falcone e di De Gennaro (…). Io avevo manifestato una differenziazione tra una posizione garantista e quella sostanzialista (di Falcone, ndr). Per carità, non voglio insinuare nulla, ma in tutti gli interrogatori dei pentiti, di Buscetta, di Contorno, di Calderone, non vi sono contestazioni: tutto un discorso che fila, mai un rilievo, mai una contraddizione fatta rivelare dall’imputato”.

E ancora: Di Pisa accusò Falcone di condotte “di inaudita gravità” e di “stravolgere le regole e le competenze istituzionali”, nonché di “intrecci e alleanze con i giornalisti”. Accuse che toccheranno, uguali identiche, ai successori di Falcone, cioè a Caselli e ai suoi uomini, ai quali verrà addirittura rinfacciata “l’eredità di Falcone”, divenuto - dopo morto ammazzato - un cadavere da gettare addosso a chi aveva raccolto la sua eredità. Ora si fa un altro passo indietro: si premia chi quelle accuse lanciava non a Caselli e agli altri pm antimafia che hanno avuto il torto di restare vivi, ma all’eroico Falcone. Del resto, oggi, il nuovo eroe è Vittorio Mangano.


sabato 19 luglio 2008

LUI LO SA



Marco Travaglio
L'Ora d'aria
L'Unità
19 luglio 2008

Non occorreva Nostradamus per prevedere che Al Tappone non si sarebbe fermato neppure dopo il Lodo Alfano. Bastava un pizzico di memoria storica. Chi, da 15 anni, cede a ogni sua estorsione, pagando pizzi e riscatti in nome del «male minore», convinto che «è l’ultima volta», deve poi amaramente constatare - anche se non lo ammette mai - che l’ultima volta è sempre la penultima e che ogni male minore prelude sempre a un male peggiore.
Conquistata l’impunità per sé e per le altre tre cariche dello Stato, Al Tappone ha subito annunciato le prossime mosse: immunità parlamentare per tutti (poi provvisoriamente ritrattata per tener buona la Lega), fine dell’azione penale obbligatoria (le priorità le decide il Parlamento, cioè lui), pm al guinzaglio dell’esecutivo come ai tempi del fascismo, «riforma del Csm» per renderlo ancor più politicizzato (aumento dei membri laici e silenziatore sui pareri, ora dovuti per legge, per ogni riforma che investa la Giustizia).
A questo punto chi non ha occhi e orecchi foderati di prosciutto dovrebbe porsi una domanda semplice semplice: ma davvero i quattro processi attualmente aperti a carico del Cainano giustificano questo suo scatenamento ossessivo, disperato e scalmanato? Il processo Mills andrà a sentenza in ottobre, quando il Lodo sarà già legge: il verdetto potrà riguardare solo l’avvocato presunto corrotto, e non il premier presunto corruttore, che verrà «stralciato» e tenuto in attesa che la Consulta si pronunci sulla costituzionalità del Lodo. Ma, appena il collegio presieduto da Nicoletta Gandus emetterà la sentenza su Mills, diventerà automaticamente incompatibile a giudicare poi Berlusconi. Se mai il processo ripartirà, per la bocciatura del Lodo o per l’uscita del Cainano da Palazzo Chigi (con perdita dell’immunità), dovrà occuparsene un nuovo collegio. E dovrà ricominciare daccapo. Così la prescrizione, già ora agli sgoccioli, si mangerà il processo garantendo all’illustre imputato la consueta impunità.
Lo stesso accadrà col processo sui diritti Mediaset, dove il collegio presieduto dal giudice D’Avossa potrà giudicare i coimputati del Cavaliere, ma non lui, che ne uscirà grazie al Lodo per tornare sotto processo solo fra qualche anno, con prescrizione assicurata. Gli altri due procedimenti, nati dalle sue telefonate con Saccà, sono ancora agli albori: l’uno, per corruzione del direttore di Raifiction, è in udienza preliminare tra Napoli e Roma; l’altro, per la compravendita di senatori dell’Unione, è in indagine preliminare a Roma. Se, come pare, tutto dovesse approdare nella Capitale, i rischi per Al Tappone sarebbero davvero minimi, anche senza immunità: non si ricorda, a memoria d’uomo, un potente uscito con le ossa rotte dal tribunale capitolino.
Di che si preoccupa il Cainano? Che senso ha questo suo tuonare ogni santo giorno, da mane a sera, contro la magistratura, a costo di precipitare nei sondaggi, di logorare i rapporti con la Lega e di costringere un Pd così ansioso di «dialogo» a far la faccia feroce per tener buoni gli eventuali elettori? Delle due l’una: o il nostro ometto è uscito definitivamente di testa (l’altro giorno, per dire, ha paragonato Mara Carfagna a Santa Maria Goretti e se stesso al Brunello di Montalcino); oppure sa qualcosa che noi non sappiamo. La prima è altamente improbabile: la giustizia, per lui e la banda, è un tema troppo cruciale e presidiato da consiglieri, consigliori e azzeccagarbugli per esser lasciato alle mattane uterine di un misirizzi fuori controllo. La seconda è altamente probabile, almeno per chi conservi un pizzico di memoria storica. In questi 15 anni l’abbiamo visto più volte ululare alla luna. Sul momento, nessuno capiva il perché e lo credeva impazzito. Poi regolarmente la cronaca giudiziaria si incaricava di fornire una spiegazione plausibile. Una volta le rogatorie dall’estero, un’altra le rivelazioni dell’Ariosto, un’altra ancora le confessioni dei pentiti di mafia.

Anche stavolta ci dev’essere qualcosa di grosso che bolle in pentola. Qualcosa che non coinvolga solo lui ­- ormai immune - ma anche qualcuno dei suoi complici sparsi per il mondo. Qualcosa che rende urgenti, anzi obbligate due controriforme sommamente impopolari: basta intercettazioni, basta inchieste sui politici e i loro amici. Noi non sappiamo ancora chi, cosa, perché. Lui sì.

lunedì 14 luglio 2008

IL LODO MANGANO



Marco Travaglio
L'Ora d'aria
L'Unità
12 luglio 2008

Ieri La Stampa e l’altroieri il Corriere sono usciti con due editoriali dallo stesso titolo: “Il male minore”. Il primo di Carlo Federico Grosso, il secondo di Vittorio Grevi. I due insigni giuristi sostengono la stessa tesi: piuttosto che sospendere per anni 100 mila processi, meglio il lodo Alfano che sospende solo quelli di Berlusconi. Almeno si potranno celebrare tutti gli altri. La tesi è interessante, anche se non proprio inedita: già Catalano, a “Quelli della notte”, teorizzava che è meglio sposare una donna bella, giovane e ricca che una donna brutta, vecchia e povera. E’ probabile che, pur senza cattedre né lauree, anche Catalano riuscirebbe a sostenere che è meglio sospendere 4 processi che 100 mila. Ma avrebbe qualche difficoltà a scrivere contemporaneamente che il Lodo è incostituzionale, ma il capo dello Stato fa bene a firmarlo, anche se sarebbe suo dovere di garante della Costituzione non firmarlo, però Ciampi firmò il Lodo Schifani ancor più incostituzionale del’Alfano e allora il suo successore deve ripetere l’errore perchè non si interrompe un’emozione.
La teoria del male minore è quella che negli anni 20 ha spalancato le porte al fascismo. Berlusconi ci campa da più di vent’anni. Crea un precedente, fa un gran casino per farlo digerire, giura che è l’ultima volta. Invece è sempre la penultima. Lo erano i decreti salva-Fininvest di Craxi nel 1984-‘85. Lo era la legge Mammi nel ‘90. Lo erano le leggi ad personas per mandare in prescrizione i suoi processi e salvare il suo monopolio abusivo sulle tv, gentilmente offerte dall’Ulivo ai tempi della Bicamerale. Lo erano le leggi ad personam firmate da lui stesso nel 2001-2006. Alla fine qualche buontempone tirò un sospiro di sollievo: “Bene, ora che ha risolto i suoi guai con la giustizia, si può finalmente parlare di politica”. Peccato che lui nel frattempo avesse seguitato a delinquere, procurandosi nuovi processi, oltre a dover salvare Previti per evitare che ritrovasse la memoria: l’Unione gli regalò pure l’indulto Mastella di 3 anni, liberando 40 mila delinquenti per salvarne uno. Così poi il governo crollò grazie a Mastella e l’Unione perse le elezioni, mentre chi l’aveva imposto così ampio riuscì a stravincerle all’insegna della “sicurezza” e della “tolleranza zero”.
Questo grottesco “dialogo” dove parla solo lui, questo ridicolo “pari e patta” dove vince solo lui, questo stravagante “do ut des” dove si vede solo il do e mai il des è proseguito anche durante e dopo la campagna elettorale. Lui aveva il solito problema: sistemare 4 processi e una tv abusiva. E ha cominciato a scassare tutto, come gli insegnò l’”eroe” Vittorio Mangano quand’era a servizio in casa sua ad Arcore. Ogni tanto voleva l’aumento o era un po’ giù di morale, allora andava nell’altra villa, quella di via Rovani a Milano, e la sventrava con una bomba. “Un altro scriverebbe una raccomandata”, disse Al Tappone a Dell’Utri in una celebre telefonata nel 1986, “lui ha messo la bomba”. E Marcello, sempre spiritoso: “Per forza, non sa scrivere!”.
Angelino Alfano, invece, sa scrivere. Soprattutto le leggi che gli dettano il padrone e l’avvocato Ghedini. Si sequestra la Giustizia bloccando 100 mila processi, vietando di intercettare i delinquenti, tagliando i fondi alla Giustizia e alle forze dell’ordine e gli stipendi ai magistrati. Poi arriva Angelino Jolie a chiedere il riscatto: se passa subito il Lodo Mangano, si modifica il blocca-processi. Chissenefrega degli altri 100 mila processi, se saltano subito i 4 di Al Tappone. Ha vinto lui, per l’ennesima volta. Ha vinto il racket, anche se il coro dei servi urlacchia “abbiamo vinto noi, ora riparte il dialogo, il vero problema sono Grillo e Sabina Guzzanti”. Poco importa se, fino a mezz’ora prima, queste facce di tolla avevano giurato il blocca-processi era cosa buona e giusta, ed era fatto per noi, non certo per Lui. Al Tappone aveva scritto al suo riporto personale, Schifani, che il blocca-processi era talmente urgente decisivo per le sorti della Nazione da non ammettere discussioni, e pazienza se casualmente “sarebbe applicabile a uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica”. Ora che il blocca-processi sparisce, è ufficiale che il premier ha mentito al Senato e al suo indegno presidente per ottenere quel che voleva. “Il male minore - diceva Sylos Labini - non esiste: è sempre il preannuncio di un male peggiore”. Appuntamento al prossimo male minore.