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venerdì 12 agosto 2011

IL FASCINO DELLE GALASSIE

Chiara e ben definita - Questa immagine ottenuta dal telescopio dell'Osservatorio meridionale europeo (Eso) della galassia NGC 3521, distante da noi circa 35 milioni di anni luce nella costellazione del Leone, mostra le spirali con una definizione ottimale che sostituisce la «nebulosità» osservata dallo scopritore, William Herschel, nel 1784. Le stelle più vecchie dominano le aree di colore rosso del centro, mentre le stelle più giovani e più calde, di colore blu , sono numerose nelle spirali distanti fino a 50 mila anni luce dal centro.

venerdì 8 gennaio 2010

Una stella minaccia la vita sulla Terra


C’è una stella della nostra galassia Via Lattea, distante dalla Terra 3.260 anni luce, che potrebbe esplodere e mettere in pericolo la vita sul nostro pianeta. L’infelice prospettiva è stata seriamente illustrata al meeting dell'American Astronomical Society in corso a Washington precisando, per nostra consolazione, che ciò potrebbe accadere fra 10 milioni di anni ma forse anche prima.

L'astro in questione appartenente alla costellazione della Bussola è stato studiato con il satellite IUE ed anche con il telescopio spaziale Hubble. Così si è capito che si tratta, in verità, di una coppia di stelle dove una delle due è una nana bianca, che gli astronomi chiamano una “Nova ricorrente” perché periodicamente presenta delle esplosioni registrate con intervalli di circa vent’anni, nel 1902, 1920, 1944, 1967. Secondo gli astronomi queste esplosioni che non danneggiano grandemente l'astro e nemmeno lanciano radiazioni pericolose per la Terra, avvengono dopo che l'astro ha accumulato materiale (gas ricchi di idrogeno, in particolare) strappato con la sua forza di gravità alla stella vicina. In tal modo aumenta la sua massa e quando raggiunge un certo livello si innescano le esplosioni che, in un certo senso, equilibrano la situazione disperdendo un po' di energia. Ma non sempre le cose vanno in questo modo. Può accadere, infatti, che la stella, anche con queste eruzioni dispersive, continui comunque ad ingigantirsi, arrivando a conquistare il famoso “limite di Chandrasekhar” al di là del quale la massa collassa definitivamente scatenando una tremenda esplosione capace di distruggere il corpo celeste: è il fenomeno che porta alla supernova la quale lancia intorno nel cosmo un'energia 10 milioni di volte più elevata di quella rilasciata da una nova.

Proprio le osservazioni compiute con il telescopio spaziale Hubble farebbero pensare che la stella sotto indagine continua ad accrescere la sua taglia raggiungendo il fatidico limite, appunto, fra 10 milioni di anni, oppure anche prima come precisa Edward Sion della Villanova University in Pennsylvania. In quel caso l’astro esplodendo diventerebbe luminoso quanto tutte le stelle della galassia messe insieme. Ma più grave è il fatto che spedirebbe verso il nostro pianeta azzurro un fiume di radiazioni capaci di devastare l'ambiente terrestre cominciando con l’annientare la fascia di ozono che ci protegge.

Secondo gli astronomi l’esplosione di una supernova diventa pericolosa per noi quando avviene a meno di cento anni luce dalla Terra. Ma si tratta di una valutazione non definitiva perché gli effetti dipendono dalla potenza della supernova. A detta dei ricercatori, però, la stella in questione potrebbe entrare nella categoria delle più catastrofiche pur trovandosi oltre i tremila anni luce. Non tutti condividono interamente le conclusioni discusse nella capitale americana. Il professor Filipenko del Berkeley Astronomy Department è in disaccordo e sostiene che anche se si arriverà alla supernova la Terra dovrebbe però salvarsi. Pensando ai nostri posteri, speriamo che abbia ragione.

Giovanni Caprara
08 gennaio 2010

venerdì 11 dicembre 2009

Astronomia: grandi idee regalate al mondo


PIERO BIANUCCI


Anche se ne siamo poco consapevoli, più o meno sommersa, c’è molta astronomia ben assimilata dentro la nostra cultura. Ecco che cosa salta fuori provando a mettere giù qualche appunto.
1) La posizione dell’uomo nel cosmo è marginale, siamo alla deriva su un piccolo pianeta intorno a una stella mediocre tra i 300 miliardi di stelle di una galassia tra i cento e più miliardi di galassie che popolano lo spazio. La cacciata dell’umanità dal centro dell’universo incominciò con Copernico, Keplero e Galileo poco più di 400 anni fa.

2) L’emarginazione dell’uomo rispetto al cosmo ha toccato conseguenze estreme con la scoperta che ciò che finora abbiamo osservato è soltanto il 4 per cento della massa totale se nell’universo conteggiamo materia ed energia oscura.

3) Ma non è ancora finita: alcune cosmologie fanno pensare che possano esistere innumerevoli universi formicolanti in un vertiginoso multiverso.

4) In ogni caso certamente questo universo che osserviamo non è immutabile ma si evolve. Dopo millenni di “fissismo”, con la scoperta da parte di Edwin Hubble dell’espansione dell’universo il concetto di Storia e di evoluzione è entrato in astronomia, e con esso l’idea che come l’universo ha avuto un inizio, così avrà una fine.

5) La scoperta delle reazioni termonucleari che tengono accese le stelle hanno generato gli elementi più pesanti, mentre nel Big Bang si formarono solo idrogeno, elio e un po’ di litio, ci ha rivelato che la chimica della vita ha origine nelle stelle e l’evoluzione biologica si inscrive in una più ampia evoluzione cosmologica.

6) Le costanti della fisica sembrano congiurare perché la vita sia possibile solo grazie a una loro sottile “sintonizzazione”: il dibattito sul Principio Antropico è forse fondato su un falso problema ma ciò non toglie che questo Principio sia una sfida per la nostra intelligenza.

7) Sulla base di alcuni indizi (pianeti extra-solari, molecole complesse trovate nello spazio) e del calcolo delle probabilità possiamo pensare che ci sia la possibilità, prima o poi, di incontrare altre forme di vita intelligente su pianeti di altre stelle.

8) Ancora cinquant’anni fa si poteva dubitare che saremmo mai riusciti a vedere da vicino gli altri pianeti e satelliti del Sistema solare, poi le sonde spaziali hanno trasformato la conoscenza di questi corpi celesti in un capitolo della geografia.

9) Viaggiando verso la Luna per la prima volta l’uomo ha abbracciato la Terra in un solo sguardo: è stato un impulso decisivo per superare i nazionalismi in una visione politica planetaria e per far nascere una consapevolezza ecologica globale.

Sono questi gli spunti che venerdì 11 dicembre, ore 19, solleciteranno lo scrittore e direttore della Fiera internazionale del Libro Ernesto Ferrero (foto), l’astrofisico divulgatore e scrittore Stefano Sandrelli e il fisico delle particelle Piero Galeotti a ragionare sulle grandi idee che l’astronomia e l’astrofisica hanno dato alla cultura, e in particolare alla nostra attuale visione del mondo. Succederà al Planetario di Torino Infini.To nell’ambito di un ciclo che è stato inaugurato da un incontro con il filosofo Gianni Vattimo (www.planetarioditorino.it).

Ernesto Ferrero è autore di molti romanzi e saggi di grande successo. Ricordiamo almeno “N”, una vita di Napoleone con cui ha vinto il premio Strega, e “L’estate dell’indiano”, racconto dedicato al sedicente capo indiano Cervo Bianco, fascinoso truffatore il cui abito tutto frange, lustrini e penne colorate è da qualche giorno visibile nel riaperto “Museo Lombroso” di antropologia criminale. Tra i suoi saggi più recenti, citiamo “I migliori anni della nostra vita” (Feltrinelli) che ha come teatro la casa editrice Einaudi e “Primo Levi. La vita, le opere” (Einaudi).

Stefano Sandrelli, astrofisico e ricercatore, è responsabile della didattica per l’INAF, Istituto nazionale di astrofisica, ma coltiva anche profondi interessi letterari. Da Feltrinelli è appena uscito il suo racconto per ragazzi “In viaggio per l’universo”, che spiega piacevolmente l’astronomia in parallelo con un viaggio da Milano a Piombino, città natale di Sandrelli: anche qui un rovesciamento copernicano, dalla centralità della metropoli alla contro-centralità della provincia. Inoltre Sandrelli, con il collega Giangiacomo Gandolfi, ha curato l’antologia “Piccolo atlante celeste” uscita in questi giorni da Einaudi, una raccolta di racconti e pagine saggistiche di 27 autori, da Galileo a Pirandello, da Bradbury e Asimov a Del Giudice, passando per Leopardi, Buzzati e Queneau. E, inevitabilmente, per Primo Levi e Calvino: due autori che, guarda caso, Ernesto Ferrero ha conosciuto a fondo e ha studiato e compreso più di chiunque altro.

Quanto a Piero Galeotti, professore ordinario di fisica all’Università di Torino e direttore scientifico della rivista “Le Stelle”, è a sua volta autore di vari libri di divulgazione, specialmente nel campo dell’astrofisica. L’ultimo è uscito nella collana che l’editore Gruppo B ha pubblicato proprio per celebrare l’Anno internazionale dell’astronomia ed è intitolato “Le stelle, fucine della vita”, tema che è tra gli spunti che saranno discussi venerdì prossimo al Planetario di Torino, del quale Galeotti è anche vicepresidente.

lunedì 31 agosto 2009

domenica 21 giugno 2009

Marte, individuate le tracce di un grande lago


19/6/2009


Sulla superficie di Marte sono state individuate le tracce di un grande lago formatosi circa 3,4 miliardi di anni fa in un profondo canyon lungo 50 chilometri.

L’immagine è stata immortalata dalla sonda Mars Reconnaissance Orbiter, secondo quanto riferiscono gli astronomi della University of Colorado. Il lago si estendeva per 200 chilometri quadri ed era profondo fino a 450 metri, hanno scritto i ricercatori nella rivista Geophysical Research Letters.

La prova definitiva l’ha fornita un ricercatore italiano, Gaetano Di Achille, ha accertato la presenza sul pianeta di un avvallamento tale che, in modo inequivocabile, fornisce la prova da tempo cercata dagli scienziati della presenza di un antico, grande bacino, paragonabile a un lago.

«Questa è la prima prova inequivocabile dell’esistenza di linee costiere su Marte - ha commentato Di Achille -. La loro identificazione accompagnata da prove geologiche certe ci permette di calcolare con esattezza sia le dimensioni, sia la profondità del lago, che pare essersi formato oltre tre miliardi di anni fa».

domenica 26 aprile 2009

La Via Lattea? Lampone e rum e molecole terrestri nella polvere


di SARA FICOCELLI

LA VIA LATTEA sa di lampone e profuma di rum. Un po' come ne "La fabbrica di cioccolato" di Roald Dhal, dove anche le pietre sanno di cannella, la polvere di stelle che fluttua dello spazio ha sapore e odore, per di più familiari. L'insolita scoperta è il frutto di anni di lavoro di un gruppo di astronomi del Max Planck Institute per la Radioastronomia di Bonn, che hanno portato il loro maxi telescopio su un'enorme palla di polvere e gas stellare, nella speranza di intercettare le molecole complesse capaci di dare origine alla vita. Scoprire degli amminoacidi nello spazio interstellare sarebbe stato per loro un po' come trovare il Sacro Graal, ma l'ultima ricerca li ha condotti a sorpresa su una strada diversa. I residui della nuvola di polvere Sagittarius B2, al centro della nostra galassia, contenevano infatti una sostanza chiamata etile formiato, chimicamente responsabile del gusto al lampone. In pratica gli scienziati sono risaliti dalla composizione della sostanza al suo sapore, stabilendo che la Via Lattea, se solo potessimo sfiorare un po' della sua polvere con un dito e assaggiarla, alle nostre papille gustative ricorderebbe il lampone. "Occorrono molte altre molecole per ottenere questo gusto particolare - spiega l'astronomo Arnaud Belloche, del Max Planck Institute - ma l'etile formiato è una delle componenti fondamentali".

E non è finita qui: i manuali di chimica spiegano che questa sostanza non solo sa di lampone ma profuma di rum. Gli astronomi hanno utilizzato in Spagna un radiotelescopio IRAM (Institut de Radio Astronomie Millimetrique) per analizzare le radiazioni elettromagnetiche emesse da una zona particolarmente densa del Sagittarius B2, che circondava una stella appena nata. Dalla radiazione proveniente, il team tedesco ha riscontrato le caratteristiche di emissione tipiche dell'etile formiato, un composto organico fatto di carbonio, ossigeno e idrogeno, che sono gli stessi elementi che servono per fare gli amminoacidi. Nella stessa nuvola è stata intercettata anche la presenza di propil cianuro, una sostanza letale, e le due molecole sono le più grandi finora mai trovate nello spazio.

"E' abbastanza usuale trovare tracce di emissione radio da molecole organiche - spiega Alberto Buzzoni, professore associato presso l'Istituto Nazionale di Astrofisica dell'università di Bologna - il problema semmai è riuscire a capire di che composto si tratta, tra le migliaia possibili. Molti di questi, compreso l'etile formiato, sono parenti degli zuccheri e, nel caso specifico, dell'alcol etilico. Da qui il paragone con il rum e il gusto al lampone".

Il dottor Belloche e il suo collega Robin Garrod della Cornell University di New York hanno raccolto e studiato circa quattromila diversi segnali provenienti dalla nuvola di polvere e gas, ma finora ne hanno analizzati solo la metà. "Per il momento abbiamo identificato 50 molecole nel corso della nostra ricerca, e due di queste non erano mai state individuate prima". I risultati dello studio sono stati presentati nel corso della Settimana Europea dell'Astronomia e della Scienza Spaziale all'università di Hertfordshire e verranno pubblicati sul prossimo numero di Astronomy & Astrophysics, la maggiore rivista di astronomia professionale europea.

Buzzone conferma che la rilevanza della notizia sta nella possibile connessione con la ricerca degli aminoacidi nello spazio interstellare. Gli aminoacidi sono i costituenti di base delle molecole organiche della vita (specialmente del DNA) e questa scoperta va proprio in tale direzione. "Da notare - conclude l'esperto - che gli aminoacidi in materiale extra-terrestre sono stati trovati già negli anni '70, facendo l'analisi di meteoriti caduti sulla Terra".

Questo studio è coerente l'idea della Panspermia, secondo la quale la vita sulla Terra non è nata qui ma è "germinata" da fuori. La teoria è stata introdotta da Fred Hoyle e Chandra Wickramasinghe negli anni '60 e da allora è stata spesso osteggiata dalla scienza ufficiale, più vicina alle posizioni cattoliche "ortodosse".

(22 aprile 2009)

mercoledì 11 marzo 2009

"Kepler" in orbita: partita la caccia a un'altra Terra


9/3/2009

Dopo il satellite francese “Corot”, un altro telescopio è andato in orbita per dedicarsi alla ricerca di un’altra Terra: il satellite della Nasa “Kepler” è stato lanciato con successo il 6 marzo da Cape Canaveral alle 22 e 49. Rispetto a “Corot” è molto più potente. Ha uno specchio primario di 1,4 metri di diametro e un campo visivo di circa 12 gradi, pari a 24 volte il diametro apparente della la Luna piena. Nel piano focale del telescopio si trova un sensibilissimo fotometro che riesce a cogliere le lievi diminuzioni di luminosità che subiscono le stelle quando un pianeta transita davanti ad esse lungo il piano di vista del telescopio a bordo del satellite artificiale. La vita di “Kepler” secondo il piano della missione sarà di tre anni e mezzo, un tempo durante il quale potrà analizzare la luce di 100.000 stelle. La sensibilità alle “mini-eclissi” è tale che “Kepler” dovrebbe individuare anche pianeti con massa, dimensioni e distanza simili a quelle della Terra rispetto al Sole.

I “transiti” di pianeti extra-solari così piccoli sono ovviamente assai difficili a rilevarsi. Per rendersene conto basta pensare al passaggio di Venere davanti al Sole: dalla Terra osservarlo è relativamente facile, ma già dalla periferia del Sistema Solare le cose sarebbero ben diverse. Si tratta di stimare attenuazioni di luminosità delle stelle studiate dell’ordine di poche parti su un milione. E persino le stelle supergiganti appaiono puntiformi anche ai telescopi più potenti.

Il sensibilissimo fotometro di “Kepler” è però capace di misurare il numero di fotoni che riceve in diverse bande monocromatiche con una sensibilità a variazioni luminose di 100 parti per milione, e misure del genere si fanno già persino con telescopi al suolo. “Kepler” però ha una camera da 96 megapixel e lavorerà con una precisione mai raggiunta prima, scoprendo, si spera, pianeti extrasolari di taglia terrestre. Quelli trovati finora sono invece molto massicci, paragonabili a Giove o anche assai più massicci.

Per altre informazioni:
www.kepler.nasa.gov

A proposito di attività spaziali, dopo svariati rinvii, si affollano le rampe di lancio tre satelliti scientifici importanti, tutti dell’Agenzia spaziale europea (Esa) . Il satellite “Herschel” per l’infrarosso e il satellite “Planck” (foto) per lo studio del fondo cosmico di microonde lasciato dal Big Bang (radiazione fossile) partiranno insieme dalla base spaziale di Kourou, nella Guyane francese, il 16 marzo a bordo di un razzo Ariane 5.

“Herschel” promette importanti scoperte sulla formazione delle stelle e sulle galassie. “Planck” fornirà una mappa della radiazione fossile eccezionalmente accurata che permetterà di stabilire definitivamente se l’universo è davvero a geometria euclidea, oltre a confermare il modello dell’infazione.

Sempre il 16 marzo, ma da una base Russa, verrà lanciato il satellite “Goce” per lo studio estremamente raffinato del campo gravitazionale terrestre e della circolazione oceanica. Il distacco dalla rampa è previsto per le 15,21. Una giornata di forti emozioni per chi si appassiona all’esplorazione dello spazio. La missione di “Goce” durerà almeno venti mesi.

giovedì 26 febbraio 2009

Dieci miliardi di pianeti come la Terra, ma forse nessuno abitato


Dieci miliardi di Terre, come dire dieci miliardi di pianeti gemelli, e tutti nello stesso «condominio spaziale» in cui ci troviamo: la nostra Galassia. Ecco l’ultima stima del numero delle potenziali culle di civiltà aliene, relativamente vicine, elaborata dall’astrofisico americano Alan Boss, della Carnegie Institution di Washington, sulla base delle più recenti scoperte in materia di «esopianeti», fatte sia dai nuovi telescopi terrestri sia da quelli spaziali.

BEST -SELLER - Boss, che ha da poco sfornato un libro già diventato un bestseller fra gli appassionati di vita intelligente nell’Universo, «The Crowded Universe», ossia l’Universo affollato, è decisamente un ottimista: «Arriviamo a stimare 10 miliardi di pianeti simili alla Terra, solo se ci limitiamo alla nostra Galassia –osserva-. Ma se consideriamo che nell’Universo conosciuto ci sono 100 miliardi di galassie…». L’Universo, insomma, pullulerebbe di pianeti con caratteristiche analoghe al nostro, cioè pianeti orbitanti attorno a una stella gialla, energeticamente stabile e di lunga vita come il Sole; dotati di una crosta solida, di acqua, di atmosfera e di tutte quelle altre «comodità» desiderabili per esseri viventi che intendono evolversi, darwinianamente parlando, in civiltà intelligenti.

LE SUPER-TERRE - Ma da quali elementi Boss, e gli altri astrofisici che la pensano come lui, traggono queste certezze? La caccia agli esopianeti condotta negli ultimi quindici anni con i più moderni telescopi terrestri e con quelli spaziali, dice in sintesi Boss, ha portato alla scoperta di oltre trecento mondi planetari che si possono raggruppare in tre categorie: i giganti gassosi come Giove, le palle di ghiaccio simili a Nettuno, e le super-Terre, pianeti di tipo terrestre ma molto più grandi della nostra piccola e ben dotata (dal punto di vista ambientale) Terra. Questa molteplicità di corpi è la dimostrazione che ogni Sole, nelle fasi della sua formazione, ha sviluppato un disco di accrescimento planetario, formato da gas e polveri, da cui si sono aggregati per gravità pianeti di diverse dimensioni. Noi, per ora, riusciamo a vedere solo i corpi più grandi, ma non c’è dubbio che accanto ad essi ci siano anche quelli più piccoli, i gemelli assoluti della Terra, che potremo vedere e descrive fra alcuni anni, quando i telescopi avranno raggiunto il potere risolutivo necessario. Intanto possiamo solo limitarci alla statistica e prevedere, con un discreto margine di approssimazione, che il 10% delle stelle di ogni galassia sia dotato di Terre, il che porta alla cifra di 10 miliardi, almeno per la nostra Galassia, che abbiamo anticipato all’inizio.

LE VERIFICHE - La conferma delle tesi di Alan Boss e degli altri studiosi che la pensano come lui, non tarderà a venire. Sta per essere lanciato (5 marzo 2009) Kepler, un nuovissimo tipo di telescopio spaziale da un metro di diametro in grado di scoprire altri pianeti orbitanti attorno a stelle lontane, anche quelli di più modeste dimensioni. I risultati dovrebbero arrivare già nel giro dei prossimi tre anni. Una volta identificate le nuove Terre, si passerà ad analizzarne le caratteristiche fisiche per dedurne le condizioni ambientali. Va da sé, osservano gli studiosi di esobiologia che avere individuato, nella nostra galassia, ben 10 miliardi di potenziali grembi planetari non vuol dire che, in ciascuno di essi, si sia già manifestata o possa emergere la vita. Tutto dipende dagli imprevedibili itinerari dell’evoluzione della materia. Le civiltà intelligenti, potrebbero essere tante o semplicemente nessuna. D’altra parte, con una battuta che rubiamo al grande fisico e premio Nobel Enrico Fermi, se gli extraterrestri fossero in tanti, perché non si sono ancora fatti sentire?

Franco Foresta Martin
23 febbraio 2009

lunedì 23 febbraio 2009

La più grande catastrofe dello spazio

Il circolino mostra il "bagliore" generato raccolto dal satellite Fermi


Una catastrofe cosmica gigantesca, la più grande e violenta che mai strumenti umani siano riusciti a fotografare fino ad oggi. E la prova dell’accaduto è un potente raggio gamma che l’ "occhio” italiano del satellite “Fermi” della Nasa è riuscito a cogliere e fotografare. I dettagli sono raccontati sulla rivista americana Science ed è la cronaca di un fatto accaduto 12 miliardi di anni fa, ma che il satellite ha visto soltanto ora perché il raggio tanto ha impiegato a percorrere lo spazio che ci separa dal luogo d’origine; una galassia distante 12 miliardi di anni luce. Il lampo battezzato “GRB 080916C” era stato raccolto il 16 settembre scorso «e nel giro di due settimane la scoperta era chiara e definita – nota Patrizia Caraveo responsabile dell’esperimento per l’Inaf, l’Istituto italiano di astrofisica – ma per arrivare alla sua pubblicazione sono stati necessari tutti questi mesi perché sono oltre duecento gli astrofisici coinvolti nell’operazione: numerosi erano i particolari su cui essere d’accordo». La cronaca della catastrofe è raccontata soprattutto dal lampo di radiazione gamma . «Per un paio di minuti, il lampo è stato più luminoso non solo di qualsiasi altra sorgente, ma anche dello stesso universo nella banda dei raggi gamma – precisa Ronaldo Bellazzini, altro responsabile dell’esperimento per l’Infn, Istituto nazionale di fisica nucleare – E nasceva da un getto di materia altamente ionizzato che si è propagato nel cosmo a una velocità prossima a quella della luce, paragonabile a quanto si otterrà nel nuovo acceleratore Lhc di Ginevra». La catastrofe è stata registrata da due strumenti: il GMB, Gamma Ray Burst Monitor americano, ha raccolto prima i fotoni di radiazione X; poi il LAT, Large Area Telescope italiano, i fotoni di radiazione gamma. «Ma fra i due – precisa Caraveo – c’è stato un ritardo di cinque secondi, un tempo significativo per descrivere i processi riguardanti la morte di una stella».

DISTRUTTO UN ASTRO GRANDE CINQUE VOLTE IL SOLE - Il fiume delle radiazioni è scaturito infatti dalla distruzione di un astro la cui massa calcolata era di cinque volte superiore a quella del Sole. Proprio dal violento collasso è zampillata l’energia mentre la stella si trasformava in un buco nero. Ora gli astrofisici dovranno decifrare nei dettagli il significato dei fatidici cinque secondi e quando ci saranno riusciti avranno conquistato un altro tassello nella storia della vita di un astro. Importante in questi casi è intervenire tempestivamente anche con i telescopi a terra per cogliere nella radiazione luminosa ulteriori elementi importanti. «A tal fine sono attive squadre di ricercatori internazionali, 24 ore su 24, per puntare i loro strumenti”, aggiunge Paolo Giommi, responsabile del Science Data Center dell’Asi, l’agenzia spaziale italiana, che ha coordinato la partecipazione al progetto del satellite Fermi della Nasa mentre lo strumento LAT è nato dal coinvolgimento dell’Infn (nei cui laboratori pisani è stato progettato e assemblato) e dell’Inaf. I lampi gamma erano stai scoperti per caso dai satelliti militari americani Vela nella seconda metà degli anni Sessanta mandati in orbita per controllare le eventuali esplosioni atomiche dei sovietici. Tenuti nascosti sino al 1973, da allora è iniziata la corsa a spiegarne l’origine. Il problema non era da poco perché questi Gamma Ray Burst sono i fenomeni più violenti che il cielo offra: nel giro di pochi secondi liberano tanta energia quanta il Sole nell’arco della sua intera vita. Soltanto alla metà degli anni Novanta il satellite italiano BeppoSax dell’Asi, fornisce il primo indizio importante per arrivare alla spiegazione del fenomeno. E le ricerche continuano in una partita USA-Italia che propone grandi sorprese.

Giovanni Caprara
19 febbraio 2009

giovedì 22 gennaio 2009

Pianeti separati alla nascita

Da sinistra: Mercurio, Venere, Terra e Marte
IL CORRIERE DELLA SERA

I quattro corpi celesti interni nati da un anello di materia più vicino al Sole. Poi hanno agito le forze gravitazionali.

Mercurio e Marte separati alla nascita? Questa la conclusione a cui è giunta la simulazione di Brad Hansen dell’Università di California a Los Angeles presentata al meeting di Long Beach (California) dell’American Astronomical Society. Il tutto parte da un esame della fotografia dei quattro pianeti in fila, Mercurio, Venere, Terra e Marte, come ruotano intorno al Sole. Tutti i corpi planetari si formano da un anello di materia distribuito intorno alla stella.

I DUE GRANDI - «La simulazione realizzata – spiega Hansen – dimostra che due pianeti maggiori di un anello di materia più vicino all’astro si sono creati agli estremi, cioè nel bordo interno e l’altro nel bordo esterno». Questi sarebbero rappresentati da Venere e la Terra. Di mezzo c’era però altro materiale dal quale presero forma Mercurio e Marte, entrambi poi scacciati all’esterno dal gioco delle forze gravitazionali dei due corpi maggiori. E lì sono rimasti dove noi li vediamo. Gli altri pianeti maggiori, da Giove in poi, sarebbero scaturiti da un anello più esterno.

NASCE LA LUNA - Le caratteristiche di Mercurio e Venere, precisa lo scienziato, dimostrano anche di essere stati vittime di impatti giganti. Ma di questo male ha sofferto anche la Terra e la simulazione di Hansen confermerebbe l’ipotesi che, proprio a causa di uno di questi scontri del nostro pianeta con un corpo celeste di rilevanti dimensioni, sia nata la Luna. L’impatto avrebbe sollevato una grande quantità di materia che poi si è coagulata nel nostro pallido satellite naturale.

Giovanni Caprara
(21 gennaio 2009)

martedì 13 gennaio 2009

Sarà cinese il radiotelescopio più grande del mondo

LA STAMPA
13/1/2009
PIERO BIANUCCI

Pochi giorni fa il governo cinese ha annunciato ufficialmente la costruzione di quello che diventerà il più grande radiotelescopio del mondo. Avrà un diametro di 500 metri – quando trenta campi da calcio – e una forma sferica, ottenuta accostando 4.600 singoli pannelli.

Il nome in sigla è FAST, da Five-hundred-meter Aperture Spherical Telescope. Il costo dichiarato è di 102 milioni di dollari.

L’enorme struttura metallica sorgerà in una vasta depressione geologicamente di natura carsica della provincia di Guizhou, lontano da sorgenti di disturbi elettromagnetici perché la regione è poco popolata: le 60 famiglie di contadini che abitano in questa desolata landa della provincia di Guizhou verranno spostate su un altro terreno. Una procedura poco popolare e per niente gradita, ma comunemente adottata in Cina quando sono in gioco le “grandi opere”.

La preparazione e le ricerche per il progetto hanno richiesto 14 anni di lavoro ma la realizzazione sarà relativamente veloce: l’Osservatorio astronomico nazionale di Pechino prevede che entrerà in funzione nel 2013.

FAST sarà dieci volte più sensibile del maggior radiotelescopio orientabile, quello europeo che sorge in Germania a Westerbork da cento metri di diametro, e la sua capacità di raccolta di segnali sarà dieci volte quella dell’attuale più grande radiotelescopio fisso del mondo, quello da 305 metri di Arecibo, a Puerto Rico.

Si calcola che se questi radiotelescopi hanno permesso di rivelare 1760 pulsar, FAST ne potrà captare da settemila a diecimila. Altri obiettivi scientifici riguardano la rivelazione delle onde gravitazionali e l’eventuale scoperta di messaggi radio inviati da civiltà extraterrestri.

La storia della radioastronomia è relativamente breve. Il primo radiotelescopio, una specie di giostra con fili metallici tesi, fu costruito negli Stati Uniti alla Bell Telephone da Karl Jansky (nella fotografia, accanto al suo strumento) nel 1930 e identificò la sorgente radio che si nasconde nel centro della nostra galassia, la Via Lattea.

La ricerca radioastronomica fu poi ripresa nel 1938 da Grote Reber, che captò segnali radio dal Sole e da sorgenti celesti puntiformi. Dopo una lunga interruzione dovuta alla seconda guerra mondiale, la radioastronomia ha incomnciato a svilupparsi rapidamente negli Anni 50 del secolo scorso. Da allora ad oggi la sensibilità e il potere di risoluzione dei radiotelescopi sono aumentati di oltre un miliardo di volte.

sabato 10 gennaio 2009

E il vento disegna strane cose su Marte

(La faccia su Marte in 3D)

IL CORRIERE DELLA SERA

MILANO - Notizie deludenti per gli appassionati delle stranissime formazioni geologiche marziane che periodicamente emergono dalle fotografie trasmesse dalle sonde in orbita. Per non lasciare nulla al caso e trovare spiegazioni attendibili un gruppo di ricercatori della Nasa e delle università del Michigan e dell’Arizona e della California hanno voluto condurre dei test nella galleria del vento simulando le correnti che spazzano talvolta con violenza i panorami rossi. “Bisogna tener conto – dice Andrew Leier dell’Università di California – che i venti per arrivare a certi risultati dovrebbero muovere i frammenti pietrosi fino ad una velocità di ottomila chilometri orari e ciò è praticamente impossibile”. Inoltre sono state esaminate anche diverse situazioni analoghe sulla terra .

I TEST - Il risultato della simulazione mostra che il vento riesce anche frantumare i materiali e poi a disporli in varie posizioni creando forme talvolta interpretate erroneamente come frutto di interventi intelligenti. In pratica il vento scava attorno alle pietre degli avvallamenti nei quali le pietre stesse rotolano rimanendo protette dalle dune sabbiose circostanti. La famosa faccia marziana, dalle fotografie scattate in tempi diversi dalle sonde si vede come il mucchietto di sabbia che genera illusioni muti nel tempo, proprio grazie alle correnti aeree. “Il tutto è caotico e semplice al tempo stesso”, commenta Leier aggiungendo che i test consentono di creare dei modelli numerici in grado di decifrare rapidamente quanto può manifestarsi nelle immagini. Insomma la natura riesce a superare e a sostituirsi talvolta anche alla fantasia umana.

Giovanni Caprara
08 gennaio 2009

venerdì 9 gennaio 2009

Il satellite Fermi scopre dodici stelle pulsar

LA STAMPA
8/1/2009

Fermi, il satellite realizzato dalla NASA, coordinato e finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) in collaborazione con Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), ha scoperto 12 nuove pulsar (pulsating radio source) che emettono solo radiazione di alta energia, oltre ad aver rivelato raggi gamma da altre 18 già note in precedenza. Scoperte importanti che stanno trasformando la nostra comprensione della natura di questi «bracieri» stellari.

Una scoperta, la prima, che secondo Paolo Giommi, direttore del Science Data Center dell’Agenzia Spaziale Italiana, conferma in pieno le grandi aspettative riposte nel satellite Fermi, che nei prossimi anni è destinato a far compiere un grande balzo in avanti nella comprensione sia delle pulsar della nostra Galassia, che di alcuni tipi di galassie attive come
i blazar e le radiogalassie.

Una pulsar è una stella di neutroni di piccole dimensioni, ma molto densa e altamente magnetizzata che rappresenta il “relitto” e cioè quanto rimane dall’esplosione di una supernova o stella di grande massa che nella fase esplosiva mette fine alla sua vita. Le stelle di neutroni ruotano molto rapidamente come fari cosmici, infatti, la maggior parte di esse sono state scoperte grazie all’emissione di fasci di onde radio, che vengono captati dai radiotelescopi a Terra nella forma di impulsi radio periodici.

Le emissioni radio, per quanto facili da rilevare, rappresentano solo alcune parti per milione dell’energia totale di una pulsar, mentre i raggi gamma rappresentano il dieci per cento o più. Per quarant’anni, la comprensione di questi oggetti cosmici si è basata sulle emissioni radio, ma ora, grazie a Fermi, i ricercatori hanno a disposizione un’altra fonte di informazioni per saperne di più sul loro comportamento.

«La vera novità - spiega Patrizia Caraveo, responsabile scientifico per l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) della missione Fermi - non è solo il numero delle classiche pulsar radio rivelate nella radiazione gamma, che passano da 5 a 17, o anche la comparsa di una mezza dozzina di pulsar radio velocissime, mai viste prima d’ora, ma la scoperta di numerose pulsar senza emissione radio. Queste pulsar, sono sorelle, o cugine, di quella Geminga che abbiamo scoperto 30 anni fa e che si rivela essere la capostipite di una numerosa famiglia di stelle di neutroni finora sconosciute, che si pensa siano le responsabili nascoste delle misteriose sorgenti gamma non identificate.»

Secondo la Caraveo, le pulsar sono straordinarie dinamo cosmiche, che attraverso processi non ancora del tutto compresi e i potenti campi elettrici e magnetici accelerano le particelle a velocità prossime a quella della luce. I raggi gamma emessi da questi oggetti consentono agli astronomi di scrutare il cuore di questo acceleratore di particelle. In precedenza si pensava che questo tipo di radiazione avesse origine presso le regioni polari e vicino alla superficie della stella, cioè il punto da dove arrivano le emissioni radio. Ma le nuove pulsar che emettono solo in raggi gamma osservate da Fermi portano ad accantonare quell’idea. Ora gli astronomi pensano che gli impulsi di raggi gamma emergano molto al di sopra della stella di neutroni e verrebbero prodotti dalle particelle accelerate lungo archi creati dai campi magnetici, come succede per la Pulsar Vela, che ha un diametro di poco più di
30 km.

La scoperta di una nuova classe di sorgenti radio e gamma, tra queste le cosiddette “pulsar al Millisecondo”, così chiamate perché ruotano da 100 a 1000 volte al secondo, secondo Ronaldo Bellazzini, coordinatore del gruppo dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) nel progetto Fermi, è destinata a dare un grande contributo allo sforzo di decifrazione dei meccanismi di funzionamento di queste misteriose, affascinanti e potenti macchine acceleratrici cosmiche. «Buona parte del merito di queste scoperte - ha detto - sta da un lato nella grande sensibilità ed efficienza dei complessi apparati di rivelazione alla cui realizzazione un contributo importante hanno dato le istituzioni scientifiche italiane e dall’altro nella messa a punto di sofisticati strumenti di analisi dei dati in cui gli scienziati italiani hanno avuto un ruolo di primo piano».

Per la comunità scientifica italiana, questi risultati vanno infatti ad aggiungersi a quelli già ottenuti grazie ad Agile, il satellite tutto italiano per l’astronomia gamma (nato da una collaborazione tra ASI, INAF e INFN) che dal suo lancio, nell’aprile 2007, sta raccogliendo fondamentali informazioni sulle sorgenti gamma dell’Universo e qualche mese fa ha permesso di scoprire la pulsar con emissione gamma PSR J 2021.

mercoledì 7 gennaio 2009

La Via Lattea è più grande e veloce. Ma la sua fine diventa anche più vicina

IL CORRIERE DELLA SERA

MILANO - Per la nostra galassia Via Lattea ci sono due notizie: una buona e l’altra cattiva. La prima ci dice attraverso le indagini di Mark Reid dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, a Boston (Usa) che l’identikit della nostra isola stellare dove noi abitiamo alla periferia a circa 28 mila anni luce dal centro, è finalmente più preciso e credibile. La seconda, più amara, è che la sua fine e presumibilmente la fine del nostro sistema solare, sarà più traumatica e più vicina nel tempo, prima comunque del previsto.

DIMENSIONI - Ecco i dati presentati al meeting dell’American Astronomical Society a Long Beach in Florida. Attraverso la rete VLBI (Very Long Baseline Array) formata da dieci radiotelescopi distribuiti dalle Hawaii al New England, gli astronomi americani sono riusciti a stabilire che la rotazione della nostra galassia intorno al suo asse è più veloce di 160 mila chilometri orari rispetto al previsto. Quindi mentre prima era di 800 mila chilometri orari adesso è di 960 mila. Naturalmente questa è anche la velocità alla quale pure il nostro sistema solare, Terra compresa, gira intorno al centro galattico; giro che per essere completato richiede circa 200 milioni di anni. P>
SCONTRO - Ma se la Via Lattea è più rapida vuol dire – spiega Mark Reid - che ha una massa più rilevante analoga, in sostanza, alla vicina galassia di Andromeda finora ritenuta la più massiccia della nostra zona celeste. Ora sembra che il record sia passato alla Via Lattea. E qui si arriva all’infelice conclusione. Già era previsto che tra alcuni miliardi di anni Via Lattea e Andromeda attratte dalla forza gravitazionale avrebbero finito per fondersi insieme più o meno gentilmente. Adesso con le masse che le due isole si ritrovano tutto finirà non solo in uno scontro presumibilmente catastrofico ma anche prima del tempo: si calcola fra circa 2-3 miliardi di anni, un tempo tutto sommato non così remoto come potrebbe sembrare. Il nostro Sole, ad esempio, dovrebbe rimanere acceso per un periodo ben più lungo giudicato intorno ai cinque miliardi di anni. Quindi lo scontro galattico dovrebbe avvenire ben prima.P>
FUGA NELLO SPAZIO - Comunque sia, riportando il discorso sulla Terra che con il sistema solare sarebbe drammaticamente coinvolta, la situazione sul nostro pianeta diventerà difficile per i suoi abitanti ancora prima (alcune centinaia di milioni di anni) di questi eventi cosmici ora precisati. E la causa sarà il movimento delle placche in cui è suddivisa la crosta terrestre e che si spostano in continuazione come i terremoti certificano. Le placche scivolando le une sotto le altre distruggeranno il volto del pianeta come lo conosciamo oggi travolgendo l’umanità e tutto ciò che di buono e di cattivo avrà realizzato fino a quel momento. Dunque la specie umana per sopravvivere avrà solo una via di salvezza, certo non facile. Ed è quella di imparare a vivere nello spazio, al di fuori del pianeta d’origine. Un destino inesorabile e triste secondo una visione terrestre, ma affascinante e stimolante se pensiamo che siamo esseri dell’universo, non destinati per forza a vivere in eterno nell’angolino cosmico dove siamo nati. Se alzassimo più spesso gli occhi al cielo forse capiremmo….
Giovanni Caprara

06 gennaio 2009

giovedì 1 gennaio 2009

Scoperta una stella simile al sole quando era «adolescente»

IL CORRIERE DELLA SERA

A mille anni luce dalla Terra c' è una stella che si comporta come il nostro Sole quando aveva solo 500 milioni di anni, un'epoca in cui sulla Terra si stavano avviando i processi che avrebbero portato alla vita. La stella è caratterizzata da un'intensa variabilità, dovuta al rapido mutamento delle sue «macchie solari», simili a quelle che aveva il nostro astro quando era ancora «adolescente»: attività che probabilmente ebbero influenza sui primi meccanismi che avrebbero portato alla vita.

TEAM INTERNAZIONALE - La stella, ribattezzata CoRoT-Exo-2a, dal satellite che l'ha scoperta, è stata identificata da un team internazionale guidato da scienziati dell'Istituto Nazionale di Astrofisica ed è stata descritta in uno studio pubblicato su «Astronomy & Astrophysics». Per gli scienziati «se la presenza di un'intensa attività di origine magnetica sul Sole quando era così giovane, e la sua variabilità, hanno influenzato quegli eventi che hanno fatto nascere la vita sulla Terra, lo studio delle stelle di tipo solare condotto con il satellite CoRoT, e con altri telescopi da terra e dallo spazio, contribuiranno a chiarire l'influenza delle stelle sui pianeti durante quelle fasi cruciali della loro evoluzione». A scoprire CoRoT-Exo-2a è stato il satellite CoRoT, una missione spaziale condotta dall'Agenzia spaziale francese Cnes, con la partecipazione di Austria, Belgio, Brasile, Germania, Spagna e dell'Agenzia Spaziale Europea Esa, che comprende anche il contributo dell'Italia. La stella di tipo solare appena scoperta è accompagnata da un pianeta gigante di tipo «gioviano» che le orbita intorno. Lo studio delle variazioni intrinseche della stella è stato, invece, condotto da un altro gruppo internazionale, guidato da astronomi dell'Inaf-Osservatorio Astrofisico di Catania, con il contributo dell'Agenzia Spaziale Italiana Asi.

OSSERVAZIONE PROLUNGATA - «È la prima volta che una stella simile al Sole quando era giovane viene osservata ininterrottamente per 150 giorni, e con una precisione circa cento volte superiore a quella raggiungibile da Terra» spiega Antonino Francesco Lanza, dell'Inaf, primo autore dello studio pubblicato su «Astronomy & Astrophysics». Il risultato dell'osservazione è che la stella mostra variazioni di flusso di circa il 6 per cento, ovvero almeno 20 volte maggiori di quelle del Sole attuale, su un periodo di circa quattro giorni e mezzo. «Queste variazioni di flusso -spiega l'Inaf- sono prodotte da macchie, analoghe alle macchie solari, ma con un'area corrispondentemente maggiore, che si modificano continuamente mentre la stella ruota».

MINI-CICLO DI MACCHIE SOLARI - Le osservazioni di CoRoT hanno condotto così ad un risultato inatteso dagli scienziati, cioè l'esistenza di un mini-ciclo delle macchie la cui area totale varia con un periodo di soli 29 giorni. Nel caso del Sole il periodo di questi mini-cicli è però di circa 150 giorni. «Il più breve periodo nel caso di CoRoT-Exo-2a potrebbe essere dovuto -continua l'Inaf- alla rapida rotazione o alle perturbazioni dovute alla presenza del pianeta gigante a soli 4,2 milioni di chilometri dalla stella, ovvero ad appena il 3 per cento della distanza Terra-Sole».

29 dicembre 2008

domenica 21 dicembre 2008

Scoperta su Marte una zona più favorevole alla vita

IL CORRIERE DELLA SERA

MILANO - Su Marte hanno trovato una regione «più ospitale» e quindi più favorevole alla vita. Gli occhi elettronici della sonda Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa in orbita attorno al Pianeta Rosso hanno identificato un’area dal nome suggestivo «Fossa del Nilo» ricca di carbonati e altri minerali legati alla presenza dell’acqua. Insieme dimostrano come la caratteristiche geologiche della zona fossero 3,5 miliardi di anni fa meno acide rispetto ad altri luoghi e quindi più favorevoli ai processi biologici. Materiali analoghi erano stati rinvenuti solo occasionalmente e in quantità minime in altre zone mentre ora costituiscono la base geologica delle rocce.

LA FOSSA DEL NILO - La Fossa del Nilo è un’articolata formazione lunga 666 chilometri all’estremità del bacino di Iside, una vasta area di 1500 chilometri di diametro. Nelle prime epoche della sua vita Marte possedeva una spessa atmosfera di anidride carbonica che intrappolava il calore e rendeva l’ambiente marziano molto simile a quello della Terra nelle prime epoche della sua evoluzione. Per questo gli scienziati ritengono che sul Pianeta Rosso in quelle condizioni dovrebbe essersi sviluppata la vita almeno nelle forme unicellulari. Ed è quello che si va cercando con le spedizioni spaziali della Nasa. Buona parte dei componenti dell’anidride carbonica atmosferica delle origini si dovrebbe ritrovare nel suolo per effetto della deposizione. Ma non è questo il caso. «Anche se non abbiamo trovato i tipi di carbonati che possono essere precipitati dall’antica atmosfera – spiega Bethany Ehlmann della Brown University di Providence che ha presentato il risultato al congresso della società geologica americana - abbiamo raccolto la prova che non tutta la superficie marziana aveva subito un’acidificazione attraverso le piogge 3,5 miliardi di anni fa come era stato ipotizzato. Noi abbiamo individuato almeno una regione che era potenzialmente più ospitale alla vita rispetto al resto del globo».

Giovanni Caprara
20 dicembre 2008

venerdì 19 dicembre 2008

L'acqua più antica dell'universo


IL CORRIERE DELLA SERA

MILANO - L’acqua più antica si trova nelle profondità dell’Universo. Ha 11 miliardi di anni ed è stata scoperta adesso da due giovani scienziate italiane impegnate al Max Plack Institut di Bonn. Le due studiose fanno parte di un gruppo di ricercatori guidati da Violette Impellizzeri. Le tracce del prezioso liquido sono state raccolte ora perché tanto tempo ha impiegato la radiazione elettromagnetica emessa dallo stesso ad arrivare sino a noi, pur viaggiando alla velocità della luce. Così abbiamo scrutato un interessante passato remoto che ci aiuta a ricostruire le tappe dell’evoluzione cosmica.

QUASAR E MASAR - Arrivare al risultato non è stato facile e la fortuna ha dato una mano. La nube di vapore acqueo era presente nei pressi di un buco in una lontana galassia, un quasar, ed è stata individuata grazie al fatto che nello spazio c’era una sorgente maser e una lente gravitazionale. Un maser è un fascio di radiazioni in particolari condizioni fisiche che quando attraversa un gas si amplifica. Altrettanto succede con la lente gravitazionale: una grande massa con la sua possente gravità riesce ad ingigantire l’immagine di un oggetto che gli sta dietro, proprio come una lente ottica tradizionale. In questo modo la debolissima presenza della nube di vapore acqueo è giunta fino a noi ed è stato possibile individuarla, appunto, grazie all’amplificazione esercitata dai due fenomeni che la fortuna ha posto davanti alle antenne del radiotelescopio di Effelsberg, il più grande d’Europa e installato vicino a Bonn. «Siamo state fortunate – ammette Paola Castangia dell’Inaf-Osservatorio astronomico di Cagliari – abbiamo individuato il maser proprio nel primo oggetto sul quale abbiamo puntato il nostro occhio. Quasi non ci credevamo».

BUCHI NERI - Ma le verifiche compiute in seguito con il radiotelescopio VLB nel New Mexico (Usa) hanno confermato: l’acqua esisteva davvero. Per raccogliere i segnali normalmente spiegano le scienziate si sarebbero impiegati 580 giorni, invece grazie ai due effetti che ingigantivano il tutto è stato più facile e sono bastati 14 giorni. «Questi fenomeni – spiega Paola Castangia - sono collegati ai buchi neri che emettono getti di materia. Di solito si osservano in galassie vicine ma averli individuati in un’isola stellare tanto lontana ci permette di decifrare sia le caratteristiche dei buchi neri in quelle epoche e soprattutto ci aiuta a costruire l’identikit dell’ambiente cosmico circostante». Paola, 32 anni, ha compiuto per un anno la sua esperienza Bonn grazie al programma “Master & Back” varato dalla Regione Sardegna che sostiene esperienze all’estero di giovani scienziati garantendo poi il loro ritorno. Infatti ora Paola è appena rientrata e lavora all’Osservatorio di Cagliari. E la storia continua.

Giovanni Caprara
18 dicembre 2008

mercoledì 17 dicembre 2008

Trovato un buco anche nel campo magnetico terrestre

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA - Per tanti anni ci siamo preoccupati del buco dell'ozono. Ora si scopre che c'è un buco, anzi due, nella magnetosfera terrestre; e che non si tratta solo di una curiosità da studiosi delle regioni immediatamente esterne all'atmosfera, ma di un fenomeno la cui comprensione ci aiuterà a proteggerci meglio durante tempeste magnetiche, quelle durante le quali il Sole scaraventa fiumi di particelle cariche sulla Terra e tutti i sistemi elettronici, dai satelliti ai telefonini, subiscono pesanti disturbi, fino ai black-out. La scoperta è stata fatta da scienziati americani della Nasa grazie ai dati raccolti per anni dai satelliti artificiali della serie Themis, posti in orbita attorno alla Terra per studiare le interazioni fra il cosiddetto vento solare (in realtà un flusso di protoni ed elettroni emessi in continuazione dalla nostra stella), e il campo magnetico del nostro pianeta. «Analizzando quei dati, ci siamo resi conto che, in alcune zone, la quantità delle particelle solari che entrano nella magnetosfera terrestre è notevolmente maggiore di quanto ci aspettassimo e che questo fenomeno è dovuto a due enormi varchi che lasciano penetrare un maggior flusso di particelle», ha spiegato David Sibeck del NASA Goddard Space Flight Center, durante l'ultimo meeting dell'American Geophysical Union che si è tenuto a San Francisco.

CHE COS'È LA MAGNETOSFERA - La magnetosfera terrestre, hanno spiegato i ricercatori americani, è come un enorme e impalpabile bozzolo che circonda il nostro pianeta, formando un prezioso scudo protettivo in quanto deflette le radiazioni cosmiche provenienti sia dal Sole, sia da altre lontani sorgenti cosmiche. Senza di essa la vita sulla Terra non sarebbe potuta nascere. La magnetosfera è generata dal campo magnetico terrestre, ma la sua configurazione, al contrario di quella di una normale calamita, non è stabile, bensì dinamica: cambia in continuazione a seconda del suo interagire con il campo magnetico solare e con il vento solare. Conoscere esattamente la forma, le dimensioni e l'orientamento della magnetosfera terrestre è fondamentale per prevedere se e quando una parte delle radiazioni cosmiche arriveranno fino a terra, penetrando attraverso l'atmosfera, col rischio di fare andare in tilt i numerosi sistemi elettrici ed elettronici che governano le comunicazioni, le reti di distribuzione dell'energia elettrica, i sistemi di posizionamento tipo gps, eccetera. La consapevolezza dei buchi scoperti dai satelliti Themis aiuterà a raffinare queste previsioni, migliorando la cosiddetta «meteorologia spaziale», così definita per similitudine a quella atmosferica.

Franco Foresta Martin

17 dicembre 2008

domenica 7 dicembre 2008

Gli echi della supernova di Tycho

LA REPUBBLICA


Un gruppo di astronomi del Max Plank Institut per la radioastronomia ha trovato le "tracce fossili" dell'esplosione di supernova del 1572, quella che portò Tycho Brahe a concludere che il cielo stellato non fosse affatto qualcosa di immutabile come voleva la millenaria tradizione aristotelica. Il testo in cui descriveva questo evento, Stella Nova, segnò un punto di svolta per la scienza, aprendo la strada al lavoro di Keplero e di Galileo.
I resti della supernova hanno continuato a espandersi per questi 400 anni sotto forma di un nube di polveri e gas che ora hanno un diametro di oltre venti anni luce. Grazie ai fenomeni di riflessione della radiazione da parte delle polveri interstellari parte della radiazione dell'esplosione originaria continua a raggiungere la Terra. Questi echi di luce contengono una sorta di impronta fossile della supernova, che ora i ricercatori del MPI diretti da Oliver Krause sono riusciti a individuare e ad analizzare sfruttando i telescopi di Calar Alto, in Spagna, e di Mauna Kea, nelle Hawaii.

"Abbiamo ora l'eccitante possibilità di usare questi echi di luce per costruire una immagine spettroscopica tridimensionale dell'esplosione", ha detto Krause, che firma in proposito un articolo su "Nature".

Le osservazioni hanno confermato che SN1572 appartiene al tipo 1a delle supernove. Queste sono create dall'esplosione di piccole dense stelle dette nane bianche, che si ritiene esplodano con una brillantezza standard, cosa che le rende un ottimo strumento per valutare la distanza di galassie lontane.

In anni recenti queste misurazioni hanno rivelato che alcune supernove di tipo 1a sono più lontane di quanto ci si sarebbe aspettato, portando alla formulazione dell'idea dell'esistenza di una "energia oscura", che spingerebbe le galassie ad allontanarsi le une dalle altre. Dato che SN1572 si trova all'interno della Via Lattea, lo studio accurato dei suoi resti potrà aiutare sensibilmente a comprendere le supernove di tipo 1a e forse anche la stessa energia oscura. (gg)

(04 dicembre 2008)