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mercoledì 16 dicembre 2009

Perché non vado ad Annozero



di Antonio Polito


Ieri ho ricevuto il cortese invito della redazione di Annozero a partecipare alla puntata di domani dedicata ai fatti di Milano. Ho altrettanto gentilmente risposto di no. E la ragione è una sola: la presenza in quel programma di Marco Travaglio. Penso infatti sia giunta l'ora in cui anche chi di noi non ha fatto del moralismo una professione debba cominciare a sollevare qualche pregiudiziale morale. E io ne ho molte nei confronti di Travaglio.

La prima è che si tratta di un sedicente combattente per la libertà di infomazione che sta facendo una campagna di stampa il cui obiettivo dichiarato è la chiusura di un giornale, quello che dirigo (lui pensa che sia possibile, abrogando solo per noi i contributi all'editoria). Trovo la cosa moralmente ributtante.
Del resto Travaglio è lo stesso cattivo maestro che, citando un suo sodale, ha scritto l'altro giorno sul blog di Grillo un elogio dell'odio: «Chi l'ha detto che non posso odiare un uomo politico? Chi l'ha detto che non posso augurarmi che il Creatore se lo porti via al più presto?». Con uno così non vorrei mai trovarmi nella stessa stanza.

Tutto ciò sempre ammesso che Travaglio sia davvero e ancora un giornalista, visto che si esercita ormai apertamente nella fiction, recitando da attore testi le cui fonti le sa solo lui, ma ciò nonostante la tv pubblica lo paga sempre come giornalista. Evitare ogni contatto è dunque anche questione di deontologia professionale. In più c'è un problema di civiltà; lui non è una persona civile, vive di insulti, come quello che ha rivolto ieri ai giornalisti di Speciale Tg1: «Chiunque ha avuto lo stomaco di vedere quella merda di trasmissione...».

Io non credo, come ha detto ieri Cicchitto a Montecitorio, che Travaglio sia un «terrorista mediatico», perché paura non ne fa a nessuno. Ma un parassita mediatico certamente lo è. E, per dirla con Togliatti, sarebbe bene che nessun destriero offrisse più a questa cimice ospitalità nella sua criniera.

martedì 8 dicembre 2009

Dopo il No B. Day Berl. è più forte e forse anche Bers.


di Antonio Polito

L'uno-due che doveva disarcionare il Cavaliere, prima l'aula di tribunale e poi la piazza come tribunale, non sembra essere andato a segno. Nonostante il Financial Times scommetta che prima o poi accadrà, e nonostante che la politica italiana continui ancora a dipendere da ciò che dirà un boss mafioso (stavolta Graviano), Berlusconi è uscito politicamente rafforzato, non indebolito, dall'Armageddon che era stato annunciato. L'enormità dell'accusa rivoltagli è tale che perfino chi non lo ama tituba. Insomma: credere che Silvio abbia corrotto il teste Mills è una cosa, accettare l'idea che abbia organizzato stragi mafiose è tutt'altra.

È un po' come la storia di al lupo al lupo. E infatti, non a caso, a gridare al lupo Spatuzza sono stati più i giornali vicini al Cavaliere che quelli a lui avversi. Il risultato politico inevitabile è che Fini stesso ha dovuto ricompattarsi, e per qualche giorno almeno si è messa la sordina allo scontro interno che dilania il Pdl. Di più: il No B. Day, la giornata che doveva imprimere negli italiani l'immagine di un Berlusconi amico dei mafiosi, ha perso le aperture dei giornali a vantaggio di due clamorosi arresti di mafiosi. Il premier dovrà fare un bel regalo di Natale a Maroni, se non l'ha già fatto.

All'inverso, e solo apparentemente per paradosso, il No B. Day ha lasciato invece il segno sull'altro B. della politica italiana: Bersani. È lui, non il Cavaliere, che ora è chiamato a discolparsi. Non di collusioni con la mafia, ovviamente, ma, peggio, di collusioni con il Cavaliere: «Certe volte - ha detto Ezio Mauro, il direttore di Repubblica - sembra che i leader del Pd e la loro base abbiano avversari politici diversi». Nel senso: gli elettori ce l'hanno con Berlusconi, ma il Pd no.

È una vecchia storia. E sempre la stessa. Raccolta di firme - articoli sui giornali - mobilitazione sul web - piazza. Segue dibattito: perché il Pd non c'era? Una storia così vecchia che Bersani è stato più che generoso nel vederci l'emergere di «energie nuove»: si sarà riferito a Dario Fo e Franca Rame? O a Moni Ovadia e Roberto Vecchioni? Chissà. Fatto sta che a lui si chiede conto, mica a Berlusconi.

E già. Perché anche chi in piazza ci è andato sapeva benissimo che l'obiettivo dichiarato come principale, disarcionare il Cavaliere, era finto, o impossibile. A chi si domanda perché il Pd non ha aderito alla manifestazione e perché Bersani non c' è andato, basterebbe rispondere così: perché la parola d'ordine del No B. Day era «Berlusconi dimettiti». E questa, semplicemente, non è la parola d'ordine del Pd. A dire il vero, nemmeno di Repubblica. Dove nessuno, neanche per Noemi, meno che mai per Spatuzza, ha finora tratto questa conclusione: Berlusconi si deve dimettere. E per le ragioni che lo stesso fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha scritto nel suo fondo domenicale: «Quando si arriva alle intenzioni di voto, si scopre che il consenso verso il governo è ancora sopra al 50% e il Pdl e la Lega sono posizionati a quota 49%. Se si votasse domani con questa legge elettorale, la coalizione guidata da Berlusconi vincerebbe ancora largamente».

Questa è la ragione per cui il Pd non chiede le dimissioni del governo: perché sa che non le otterrebbe, perché sa che il governo dispone del requisito costituzionale di un'ampia maggioranza parlamentare, perché sa che se le chiederebbe ricompatterebbe il centrodestra anche più di quanto non abbia fatto Spatuzza. E perché sa che se pure Berlusconi l'ascoltasse sarebbe per spazzarlo via il giorno dopo nelle urne. Ecco perché il Pd non aderisce a una manifestazione che ha come parola d'ordine «Berlusconi dimettiti». Ma la Repubblica, che pure lo sa, vorrebbe che il Pd aderisse a quella parola d'ordine, compiendo un mini-suicidio politico.

Però Bersani sembra fatto di un'altra pasta rispetto a chi l'ha preceduto. Il suo «lodo viola» è stato perfetto: vada chi vuole, io non vado. Amici sì, servi no. Propongo anzi che da ora in poi a tutte le manifestazione autoconvocate da Repubblica ci vadano sempre Franceschini e la Bindi, e se ha tempo anche Veltroni. Delegati alla piazza. Gli altri nei circoli a far politica. Come ha fatto stavolta il Pd. Il quale, per la prima volta dopo molto tempo, sembra avere una coerenza e una direzione di marcia, che può rafforzarlo.

Spezzare quel consenso che Scalfari vede così granitico - e che forse non lo è poi tanto - è infatti opera lunga e difficile che presuppone l'esistenza di partito politico serio, che si occupa del paese e non delle sue avanguardie viola, che non dà l'idea di amare le piazzate, che pensa alle leggi da fare, piuttosto che ai processi da guardare. Nelle stesse ore della mancata manifestazione, il Pd ha fatto qualcosa di molto più radicale, in termini di opposizione: ha fatto l'Aventino nella commissione parlamentare dove si vota la Finanziaria. Ma questo, si sa, non basta a conquistarsi patenti di buon oppositore, ai giorni nostri, se non si va a battere le mani in corteo.

La storia delle resurrezioni di Berlusconi è del resto costellata di boomerang giudiziari: sembra finito, sembra alle corde, sembra boccheggiante, sotto i colpi di un pm o di un verbale di pentito. E, come d'incanto, il Caimano risorge dalle sue ceneri appena quell'accusa s'inceppa, si stempera, o si ribalta. Potrebbe succedere anche stavolta. Perché mai allora si vorrebbe trascinare il maggior partito di opposizione in una trappola così? Chiunque abbia un po' di buon senso sa che solo due cose possono far danni al Cavaliere: la politica e il consenso. Non si capisce perché si pretende che l'unico che non debba capirlo è Bersani. Oppure si capisce benissimo.

8 dicembre 2009

Ribaltone in Sicilia


di Alessia Bivona

Parliamoci chiaro: io ci sto andando col Pd. Insieme nel governo no, ma su un appoggio esterno, sono d’accordissimo. E loro pure». Dopo aver spaccato il Pdl in Sicilia e aver fatto esplodere due crisi in Regione in meno di sei mesi, Gianfranco Micciché apre al Pd. «Io con loro ho contatti già da qualche tempo. Ma se si vuole far qualcosa per la Sicilia, non può farla solo Micciché». Contiamo i voti: 15 i ribelli che lo hanno seguito. E poi? «E poi ci vuole mezzo Pd: 15 dei 29 sono sufficienti. Poi c’è l’Mpa del governatore Lombardo. E siamo al 50% dei consensi siciliani. Cioè il 5% nazionale: una forza politica a tutti gli effetti, quasi quanto la Lega».

Quindi si procede?
Ma non posso essere il solo ad avere il coraggio di fare le cose. Io ho rotto in due il Pdl. Ne ho fondato un altro. Ormai non so più come dire che sono autonomo rispetto a Berlusconi. Che ho spaccato il partito, che mi sono platealmente e irreversibilmente dissociato dalla linea del coordinatore regionale del Pdl, Giuseppe Castiglione, e dietro di lui da Alfano e da Schifani. Che devo fare di più?

Il Pd è d’accordo a un appoggio esterno?
Pezzi del Pd, assolutamente. Pezzi da novanta.

Chi ha incontrato?
Cazzi miei.

Ma così è troppo facile…
Ho incontrato chi governa effettivamente il partito in Sicilia. All’incontro c’era pure Michele Cimino, assessore regionale del governo Lombardo. Può bastare?

Ma non è un po’ blasfema questa riedizione del milazzismo cinquant’anni dopo?
E perché? I partiti della coalizione originaria sono tutti fuori dal governo oggi. Quando è stato eletto Lombardo, in Sicilia era appoggiato da tutto il Pdl e dall’Udc. Oggi nella coalizione di governo non ci sono più i partiti della maggioranza di due anni fa. E non ci sono neppure i partiti nazionali del centrodestra.

Insomma quale dovrebbe essere l’ostacolo? Micciché, Lombardo e una parte del Pd. È fatta?
Ripeto: io ci sto andando. Appoggio esterno e tutti d’accordo.

Parliamo d’altro. Spatuzza.
Non mi è nuovo questo nome.

Lei ha fondato il partito in Sicilia, proprio in quella stagione di cui per ora parla Spatuzza. Che ne pensa?
Penso che i difensori di Amanda e Raffaele abbiano sbagliato la loro strategia. I due ragazzi dovevano pentirsi subito, inventare che dietro l’omicidio Kercher c’era una trama di Berlusconi e oggi sarebbero liberi, e godrebbero pure di un vitalizio.

E gli avvocati di Dell’Utri?
Io a Marcello lo dico per scherzo: vai a pentirti e ci cunti chiddu chi vuoi (e gli racconti quello che vuoi, ndr). Così almeno ti diverti.

E volendo dirla sul serio.
Mi chiedo se sia possibile che un Paese si regga sulle dichiarazioni di un criminale che ha sciolto nell’acido un bambino di undici anni. Dichiarazioni senza alcun riscontro.

Ma un dato è certo, la mafia ha sempre votato.
Io sono l’unico italiano che può sapere se nei primi anni Novanta è stato mandato in Sicilia per favorire l’attività criminale o per evitarla.

Appunto, dovrebbe saperne qualcosa.
Io chiudevo i club che non mi convincevano ed evitavo le candidature, al punto che passavo per arrogante, però chiunque mi riconosce che ho costruito una rete antimafia. Poi non siamo perfetti e le reti possono avere qualche buco. Ma una volta uno mi disse che ero riuscito in un’opera pazzesca: creare un partito di centro in Sicilia senza la mafia. Io non ho mai ricevuto una pressione.

Scusi, ma è difficile crederlo.
Quello che dico a te l’ho detto a Ingroia e Scarpinato in tribunale e nessuno al mondo meglio di loro lo sa. Perché il mio telefono è stato sempre intercettato. La verità è tutti sapevano che non mi dovevano rompere i coglioni. Al processo Dell’Utri ho dichiarato che in undici anni di coordinamento del partito in Sicilia ho ricevuto una sola telefonata da Marcello: quando la Regione tagliò il budget dell’Inda, l’Istituto nzionale del dramma antico, lui mi chiese di ribellarmi perché lo considerò uno schiaffo alla cultura.

D’accordo, ma alle politiche del 2001 lei ha ottenuto un 61 a 0. La mafia rimase a casa?
E quando Orlando ottenne il plebiscito? Questi risultati schiaccianti sono trascinati da un sogno. E poi, io non ho chiesto i voti alla mafia. Ma come faccio a sapere se tra i miei consensi non ci siano pure le preferenze di Cosa Nostra?

Il complotto c’è?
Non penso ad un complotto, né credo che la mafia voglia far cadere il governo. Però non mi sento di escludere che Spatuzza voglia rifarsi un’immagine, non più killer, bensì per salvatore della patria. E non escludo che sia pagato, magari dai magistrati. O da terzi.

Torniamo ai servizi?
Quando avevo vent’anni ed ero in Lotta Continua pensavo a grandi entità che tramavano per destabilizzare i governi. Pensavo a un mondo in mano alla Cia, al Kgb. Ma ritenevo che questo mondo fosse finito trent’anni fa.

8 dicembre 2009

domenica 29 novembre 2009

Silvio salta Milano. Parte il toto-avviso


di Alessandro Calvi

Sostiene Paolo Bonaiuti che non arriverà nessun avviso di garanzia da Firenze e Palermo. «Non esiste», assicura, ma è davvero difficile fare previsioni su quello che potrebbe accadere dopo il 4 dicembre. Quello, per Silvio Berlusconi, tra le accuse dei pentiti, le inchieste sulle stragi del 1993 e lo stralcio del processo Mills, sembra sempre più il giorno del giudizio.

Quel giorno, infatti, Gaspare Spatuzza comparirà di fronte ai giudici di Palermo impegnati nel processo di appello a carico di Marcello Dell’Utri, senatore del Pdl e fondatore con Berlusconi di Forza Italia, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Spatuzza è preceduto da verbali che non promettono nulla di buono per dell’Utri e per il Cavaliere. E il premier, in quello stesso venerdì 4 dicembre, era atteso a Milano per l’inizio del “suo” processo Mills. Deve rispondere di corruzione in atti giudiziari. «Non potrà essere in aula», ha fatto sapere l'avvocato Niccolò Ghedini. Legittimo impedimento, la causa. Ma ora non è Milano a fare paura.

L’attesa è tutta per il processo di Palermo. Se show down ci sarà, Bonaiuti potrebbe anche non avere torto: è difficile che sarà modello Napoli 1994. Però, se è presto per valutare le conseguenze giudiziarie di ciò che dirà Spatuzza, è anche vero che, secondo molti, l’aria che si respira inizia a ricordare da vicino quella dei primi anni Novanta, gli anni dei quali anche il pentito parlerà, quelli nei quali esplodevano le bombe a Roma, Milano e Firenze e, nel frattempo, Tangentopoli spazzava via una intera classe dirigente. L’Italia, allora, superava uno spartiacque del quale ancora non si percepiva fino in fondo l’importanza. Anche per questo, la testimonianza di Spatuzza - che arriva in un altro momento di crisi della Repubblica - è tanto attesa.

Sinora il pentito ha riempito pagine e pagine di verbali di fronte ai magistrati di Firenze che indagano sui fatti del 1993. «Ha impiegato quasi un anno, Gaspare Spatuzza, a fare il nome di Silvio Berlusconi collegandolo alle stragi di mafia del 1993, insieme a quello di Marcello Dell' Utri», scriveva giorni fa Giovanni Bianconi, ricostruendo sul Corriere della Sera il contenuto di quei verbali che sono stati trasmessi ai magistrati di Palermo. In questa sede, Spatuzza potrebbe ribadire quanto già dichiarato ai magistrati di Firenze. O potrebbe modificare qualcosa. E naturalmente questo cambierebbe - e di molto - il corso delle cose.

Luigi De Magistris, ex magistrato ora europarlamentare Idv, è molto prudente. Spiega che non è possibile fare previsioni. Ed è questo, va detto, quasi un leit motiv tra i giuristi. Sono troppe le variabili e «non conosciamo il materiale in mano ai magistrati» né le scelte verso le quali magistrati e difese si orienteranno. Però, se è vero che la credibilità di un pentito e i riscontri alle sue dichiarazioni sono gli elementi che consentono la trasformazione delle sue dichiarazioni in prove, è da ritenere che sarà questo il terreno sul quale le difese giocheranno le proprie carte.

Che Spatuzza sia ritenuto affidabile dai magistrati di Firenze lo testimonia la trasmissione degli atti ai colleghi di Palermo. Si tratta, ora, di capire se a quelle dichiarazioni esistano già dei riscontri. Gaetano Pecorella, deputato del Pdl e avvocato di Silvio Berlusconi in altri processi, spiega però che «per il premier le dichiarazioni di Spatuzza non hanno alcuna valenza processuale, essendo rese in un processo del quale questi non è parte. E non hanno alcuna valenza probatoria se non trovano i riscontri richiesti dal codice». E questa seconda osservazione vale, naturalmente, anche nel caso di Dell’Utri che, invece, di quel processo è parte. «Se quelle dichiarazioni - spiega ancora Pecorella - conterranno elementi nuovi, a meno che non vengano ritenute poco attendibili o di scarsa rilevanza probatoria, andranno verificate». Dunque, il tribunale potrebbe decidere di ascoltare altri testimoni. Insomma, un processo che stava per chiudersi potrebbe andare avanti ancora a lungo.

martedì 10 novembre 2009

«Non ci metto la faccia»



di Stefano Cappellini

Uno, Fini, non vuol accettare a scatola chiusa il salvacondotto giudiziario per il premier e ieri spiegava così ai fedelissimi la sua indisponibilità: «Io la faccia su una legge ad personam non ce la metto». L'altro, Berlusconi, è pronto a dichiarargli guerra totale: «Se Fini insiste a ostacolarmi - ha detto a più di un interlocutore - lo caccio dal Pdl e vado subito al voto». L'uno e l'altro si troveranno stamattina faccia a faccia per scongiurare una clamorosa resa dei conti.

Se esiste uno spiraglio per comporre la frattura va trovato oggi. Il presidente del Consiglio ha fretta di uscire indenne dai processi Mills e diritti tv, anzi intende proprio evitare di mettere anche un solo piede in aula da imputato, e dunque ha pochi giorni per incardinare la legge in Parlamento prima che i lavori d'aula siano monopolizzati dalla sessione di bilancio, ritardando di qualche decisiva settimana gli effetti tecnici e politici del salvacondotto.

Ma per Fini il problema non è il calendario. L'ex leader di An ne fa una questione di principio: o il premier trova il modo di risolvere i suoi problemi giudiziari nella cornice di una riforma utile a tutti i cittadini oppure lui «non mette la faccia». Il che significa disponibilità ad appoggiare, per esempio, una misura che accorci i tempi del processo - il cosiddetto lodo Fassone, dal nome del senatore diessino che due legislature fa presentò un progetto di legge in questa direzione - ma chiusura totale di fronte a ogni altra “ghedinata”, come ha spiegato ieri in una lettera al Corsera Giulia Bongiorno. L'avvocato e deputato del Pdl, molto vicina a Fini, ha bocciato interventi per sveltire i tempi di prescrizione e ogni altra soluzione che possa penalizzare «le vittime di reati in attesa di giustizia».

Non è tutto. Il presidente della Camera ha un'altra preoccupazione. Teme che gli accordi presi al tavolo politico possano essere stravolti in aula: «Siccome so che l'appetito vien mangiando - spiegava ieri Fini ai suoi - non vorrei che si partisse col processo breve e poi, a colpi di emendamenti dell'ultim'ora, spuntassero fuori altre e meno presentabili novità». Fini non si fida, insomma: «Già adesso - si lamenta - non capisco cosa c'entri col diritto di Berlusconi a governare l'emendamento presentato in Senato per risolvere le controversie col fisco dopo il secondo grado di giudizio».

Nonostante il clima avvelenato, i margini per l'ennesima tregua Berlusconi-Fini ci sono. Le diplomazie hanno lavorato ieri senza tregua. Ignazio La Russa, già mediatore in molte altre situazioni simili, si dice «ottimista». Ma ormai non è più questione di commi né di tirare un po' in qua o in là gli strumenti legislativi. Il braccio di ferro è tutto politico. Fini assicura di non voler boicottare le decisioni di Berlusconi, anche le meno gradite, ma non accetta di essere tirato in mezzo, o peggio di essere costretto a controfirmare, su provvedimenti che non condivide. Il premier, di contro, vuole riaffermare la sua primazia nel Pdl e nella maggioranza e non tollera smarcamenti. Che siano discreti o plateali non gli importa: vuole evitare di trascorrere il resto della legislatura a logorarsi in continui aggiustamenti di linea e mediazioni sulla giustizia. La gravità del momento è testimoniata anche dalla mobilitazione dei media berlusconiani. Dopo le bordate del Giornale a Fini, ieri è toccato al direttore del Tg1 comparire in video per un editoriale in cui ha chiesto che sia sanato il vulnus all'abolizione dell'immunità: «Quella norma - ha detto Minzolini, subito travolto da un'ondata di polemiche - era necessaria per evitare che il potere giudiziario arrivasse a condizionare il potere politico».

Secondo il premier, chi è contrario ai suoi piani deve parlare ora o tacere sempre. E chi “parla” deve sapere che la pena prevista è lo scatenarsi di una controffensiva che porta a nuove elezioni in pochi mesi (scenario che, peraltro, si porterebbe appresso nuove tensioni col Quirinale), oltre che la cacciata dal Pdl. Del resto, quando il Cavaliere minaccia l'espulsione di Fini non fa che dare seguito concreto all'obiezione avanzata ieri sul sito del webmagazine “Il Predellino” dal deputato pidiellino Giorgio Stracquadanio: «C'è qualcosa che non ci quadra nelle continue e puntute prese di posizione di Fini. Se il Presidente della Camera “come tale non firma nulla”, perché partecipa ai vertici politici di maggioranza? Decide ma non firma?». Messaggio chiarissimo: se Fini ci tiene così tanto a preservare il suo profilo istituzionale e super partes allora la smetta di chiedere voce e peso nel Pdl. Oppure si vada a cercare un altro partito.

10 novembre 2009

mercoledì 4 novembre 2009

La voce del padrone


di Fabrizio d'Esposito


Racconta un amico strettissimo del Cavaliere: «Silvio non ha mai smesso i panni dell'imprenditore. Ancora oggi, da premier, quando incontra industriali italiani o stranieri la prima cosa che fa è informarsi sulle loro aziende e poi chiedere la pubblicità per le sue tv e i suoi giornali. Per lui è una cosa naturale». Già, «naturale». Lo spot prima di tutto. Non a caso Indro Montanelli lo chiamò «il più grande piazzista del mondo».
Ma oggi, purtroppo, il fondatore del Giornale e della Voce non c'è più e sono tre lustri esatti che il principale vulnus di questa sgangherata Seconda Repubblica rimane il gigantesco conflitto d'interessi di Silvio Berlusconi. Nel frattempo le sue fortune si sono moltiplicate. Come ha documentato Giovanni Valentini nel suo recente libro La sindrome di Arcore il quattro volte presidente del Consiglio è diventato «l'uomo più ricco d'Italia e uno dei più ricchi del mondo con un patrimonio valutato intorno ai dodici miliardi di dollari». Come una sostanziosa legge finanziaria oppure il Pil di un piccolo Stato.

L'impero economico del Cavaliere è vastissimo e da oggi il Riformista inizia una lunga serie di incursioni nell'immane conflitto tra l'interesse pubblico e gli affari propri del presidente del Consiglio. Il punto di partenza lo offre la cronaca di queste settimane e si chiama Mondadori, oggi guidata da Marina Berlusconi, primogenita del premier. Due le immagini-simbolo. La prima l'ha rivelata il settimanale A e risale al 7 ottobre scorso. Il giorno fatale per il lodo Alfano, bocciato dalla Corte costituzionale. Berlusconi è rinchiuso a Palazzo Grazioli, la sua residenza privata a Roma. Non è solo. Oltre ai suoi legali e ai più fidati collaboratori, c'è sua figlia Marina. In un'altra stanza del palazzo di via del Plebiscito, la presidente del gruppo editoriale discute con uno stuolo di avvocati il ricorso in appello alla sentenza del Tribunale civile di Milano che riconosce alla Cir di Carlo De Benedetti un risarcimento di 750 milioni di euro per il lodo Mondadori. Tutto al secondo piano di Palazzo Grazioli. Lodo continuo sulla famiglia. Da una parte il padre alle prese con quello intestato al guardasigilli Alfano, confezionato per i suoi guai giudiziari. Dall'altra la figlia che si barcamena con una vicenda dei primi anni novanta. Un passato che si ostina a non passare.
La seconda istantanea del versante Mondadori del conflitto d'interessi berlusconiano è stata scattata dagli investigatori. Il presidente del Consiglio era al corrente del video con Marrazzo e la trans Natalì, al centro del ricatto dei quattro carabinieri infedeli. Questo, almeno un mese prima del blitz giudiziario. Ma il sospetto è che il premier sapesse qualcosa già a luglio, quando il nastro sarebbe stato offerto anche al futuro direttore del Giornale Vittorio Feltri. In ogni caso, è stato Berlusconi stesso ad ammettere il suo conflitto rivelando la catena informativa che lo ha coinvolto. Per il video era stato interpellato Alfonso Signorini, doppio direttore di Sorrisi e di Chi. Signorini poi ha chiamato il suo editore Marina Berlusconi e infine la figlia ha telefonato al papà.

Sin dai tempi del Noemigate di Casoria, primavera dello scorso anno, Alfonso Signorini riveste un ruolo cruciale nella strategia comunicativa del Cavaliere malato di satiriasi. In pratica, il giornalista più rosa d'Italia è stato l'inventore del pink-tank di Palazzo Grazioli (a proposito, una precisazione per i compagni finiani di Fare Futuro: il copyright è del Riformista, non di Repubblica) e sta seduto settimanalmente su almeno un milione e mezzo di copie vendute. Le 900mila e passa di Sorrisi. E le oltre 400mila di Chi.
Solo in Italia, i periodici della Mondadori sono trenta. Si va dall'auto alla casa, dal gossip alla moda, dai giardini agli adolescenti (o minorenni), dalla salute alla scienza, dalla tv alla tecnologia. Insomma, il conflitto d'interessi del premier è visibile per strada, ogni volta che passiamo davanti a un'edicola. Una valanga patinata che arricchisce la famiglia Berlusconi e che quando è il caso mistifica e falsifica le notizie sul Cavaliere. Come dimostra la disinformazione di Signorini sugli scandali sessuali del suo editore. Alcuni settimanali, poi, sono solo un pretesto per rastrellare inserzioni. Meri contenitori pubblicitari con tanto di direttore responsabile. L'elenco delle testate nella tabella sopra, curata da Gianmaria Pica, dà un senso evidente della potenza in mano a Berlusconi. Un sovrano di carta, non solo dell'etere.

Gli affari che si muovono attorno a Mondadori sono a più livelli. E il conflitto d'interessi non manca di incrociare se stesso quando sfogliando Chi o Sorrisi o Panorama si scorgono pagine che reclamizzano Mediaset Premium. Chi paga chi? Su Sorrisi una mezza pagina di pubblicità costa 46.500 euro se orizzontale, 51.150 euro se verticale. La più cara è la seconda di copertina: 170.450 euro. Un poco più basse le tariffe su Chi: una mezza pagina verticale viene venduta a 31.750 euro; una pagina intera a 42.350. La seconda di copertina è offerta a 131.700.

Con la sua corazzata mondadoriana, il Cavaliere rastrella una bella fetta della torta pubblicitaria su carta (in ogni caso inferiore a quella televisiva). Altro capitolo è quello delle inserzioni di carattere istituzionale. Un esempio: Geo del mese di novembre. Le prime due pagine celebrano una montagna di neve immacolata con pini imbiancati. «Concediti più di una vacanza. Sei in Lombardia». È la pubblicità del «Sistema turistico della Regione Lombardia». Due pagine al costo di quasi centomila euro. Per la precisione: 98.390 euro. Ora, quella regione è governata da una giunta di centrodestra presieduta dal ciellino Roberto Formigoni. Quindi se qualcuno chiede pubblicità per un periodico di proprietà del padrone del Pdl chi è che può dire di no? Anche questo è un aspetto non secondario della confusione tra pubblico e privato che fa capo al presidente del consiglio. Tutte le strade portano al conflitto d'interessi.

4 novembre 2009

giovedì 29 ottobre 2009

L'offerta di Bersani



di Stefano Cappellini

Di una possibile tregua tra i poli si parla da anni a scadenza più o meno semestrale e ogni volta col medesimo esito: i sondaggi reciproci, i timidi segnali di distensione e persino gli abboccamenti veri e propri - come i due faccia a faccia Veltroni-Berlusconi a cavallo delle politiche 2008 - evolvono sistematicamente in una nuova fiammata di guerra guerreggiata. Qualcosa può cambiare nei prossimi mesi? L'elezione di Pier Luigi Bersani, che ridà al Pd una guida stabile e al centrodestra un interlocutore pienamente legittimato, potrebbe aprire una fase nuova? La prudenza è obbligatoria. Ma qualcosa sembra muoversi davvero.

Piccoli segnali. Mosse formali più che sostanziali. Che indicano però una possibile direzione di marcia. Dice già molto, sul versante di centrosinistra, il fatto che Bersani abbia scelto di affrontare subito il dossier Antonio Di Pietro, incontrato ieri mattina al quartier generale democratico del Nazareno. Disinnescare l'ex pm, fermare la guerriglia quotidiana dell'Idv, interrompere la rincorsa giustizialista che ha imposto al Pd, rappresenta una priorità per il neosegretario. Il quale sa bene, però, che oggi nessuna coalizione di centrosinistra che si privi dell'apporto di Di Pietro ha i numeri per impensierire il centrodestra. E questo vale già per le prossime regionali, dove i dipietristi minacciano di andare da soli in alcune regioni del sud (Campania e Calabria), di fatto consegnandole in partenza al Pdl.

Bersani ha chiesto a Di Pietro di darsi una regolata. L'offerta all'ex pm poggia su una sorta di divisione dei ruoli all'interno dell'opposizione: il Pd fa da baricentro riformista, l'Idv è libera di organizzarsi altrimenti purché, in piazza come nelle altre sedi, tolga il Pd e il Colle dal suo mirino e si concentri sull'opposizione al Cavaliere. «Con l'Idv avremo anche degli incidenti di percorso, ma lavorerò perché ce ne siano di meno», ha spiegato Bersani al termine dell'incontro. Un Di Pietro insolitamente moderato ha commentato: «Abbiamo stabilito un impegno comune e sottolineato la necessità di iniziare insieme un percorso programmatico e di credibilità».

Il disarmo con Di Pietro è la prima mossa per ridare centralità al Pd nel gioco politico. Da mesi la dinamica maggioranza-opposizione è tutta interna al centrodestra, con Fini e Tremonti a fare le veci dei leader democratici impegnati a congresso. Bersani intende riprendersi il mestiere. Ma vuole anche stare attento a non impelagarsi in un nuovo stucchevole e astratto dibattito dialogo sì-dialogo no: «Dialogo è una parola malata. C'è un posto per discutere, si chiama Parlamento», ha spiegato l'altro giorno a Prato nel suo primo giorno da leader. E sarà in aula - senza tavoli, caminetti o bicameraline - che sul tema delle riforme istituzionali il Pd è pronto a dare seguito concreto alla piattaforma congressuale uscita vincente dalle primarie.

Bersani ha alcuni paletti che non può valicare. Sul capitolo giustizia i suoi margini di manovra e di confronto con le proposte del governo sono strettissimi: avrebbe seri problemi all'interno del suo stesso partito e minerebbe la tregua con Di Pietro, specie con un Berlusconi sotto processo per il caso Mills e che insiste nel cercare lo scontro frontale con la magistratura. Ma è convinzione profonda del segretario che il Pd non può stare a guardare se parte un serio tentativo di riforma dell'assetto istituzionale: poteri del premier, superamento del bicameralismo con l'istituzione di un Senato federale, riduzione del numero dei parlamentari e via dicendo. C'è un segnale però che Bersani attende per verificare le intenzioni del centrodestra ed è la disponibilità a rivedere, insieme al resto, la legge elettorale, «perché - spiega un autorevole rappresentante della nuova maggioranza interna - non si può pensare di riformare lo Stato e poi tenersi una legge-porcata come quella attuale e quindi un Parlamento di nominati». La preferenza di Bersani è nota: va al modello tedesco, mix di maggioritario e proporzionale. Lo schema cui tendere lo è altrettanto: un quadro di cinque-sei forze politiche in tutto, che ruotano intorno a due partiti principali, uno di qua uno di là.

Bersani pensa che si possa fare. Però non vuole accelerare al buio
. I suoi spin doctor spiegano che la prassi del nuovo corso non sarà mai “prima l'annuncio e poi la discussione” e quindi il segretario si muoverà solo quando avrà un chiaro mandato del Pd. Il resto dipenderà dalle novità nel campo di centrodestra. Ma anche lì qualcosa pare muoversi. C'è il lavorìo trasversale di Gianfranco Fini. La ritrovata centralità di Gianni Letta, uomo chiave di qualsiasi eventuale trama di distensione. I molti e autorevoli esponenti del Pdl che invocano una moratoria bipartisan sull'uso politico degli scandali a sfondo sessuale. E poi lo stesso Berlusconi: quando rivendica di aver avvisato Piero Marrazzo che in Mondadori circolava il famigerato video sull'ex governatore, a suo modo lancia anche un segnale all'opposizione per uscire dal tunnel dei dieci cento mille sexgate già in incubazione. Che poi il premier lo faccia con una mossa a dir poco eterodossa, che riapre un sesquipedale caso di conflitto di interessi, è altro discorso. La buona disposizione di Berlusconi verso il nuovo segretario è confermata dal racconto di deputato Pdl che lunedì era ad Arcore: «Bersani? Il “Migliore”, con la M maiuscola - ha detto il premier - è una persona che stimo, è bravo e bada alla concretezza. Ma...». Ma? «È comunista», ha risposto il Cavaliere. Riassumendo così il quadro della situazione: il confronto sulle riforme può davvero decollare. O naufragare alle prime difficoltà.

29 ottobre 2009

mercoledì 28 ottobre 2009

«Non rifarei “Shooting Silvio”»


di Luca Mastrantonio

Dopo Shooting Silvio, Berardo Carboni ha realizzato un film sul potere rivoluzionario della Rete. Per il regista, che ieri alla Casa del Cinema di Roma ha presentato il primo lungometraggio di finzione su Second life, VolaVola, sarà ancora più difficile slegare il rapporto tra il suo cine-omicidio di Berlusconi e i gruppi che sulla Rete coagulano contro il Cavaliere un odio che potrebbe non restare solo virtuale.
In treno verso sud, il regista chiarisce alcuni punti politici al Riformista: oggi non rifarebbe Shooting Silvio, perché la situazione è peggiorata, la Rete è una grande opportunità di libertà ma rischia di finire imbrigliata in un nuovo populismo; per questo più che il Di Pietro “grillino”, è Bersani l'alternativa possibile a Berlusconi.

«Oggi non rifarei Shooting Silvio. Era un'opera molto legata alla realtà presente allora, tra il precedente governo Berlusconi e l'ultimo Prodi. C'era, all'epoca, un po' di speranza, volontà di cambiare... oggi la situazione è più cupa… è normale rifugiarsi in un altro mondo, virtuale».

VolaVola è il primo lungometraggio assoluto su Second life, mentre sul piano della narrazione letteraria, in Italia, ci sono già il libro di Gianluca Nicoletti, Le vostre miserie, il mio splendore (Mondadori), un bestiario narrativo su SL, e il reportage romanzesco di Francesco Longo Vita di Isaia Carter. Avater (Laterza). Il lungometraggio di Carboni è realizzato con la “machinema”, una telecamera interna al mondo di SL. Il risultato - frutto di 130mila euro di capitale privato - è un'animazione 3D, di fatto lo storyboard del film che sarà prodotto, a primavera, da Isabelle Arnaud e Cinesicilia, che gestisce aiuti europei per l'audiovisivo, mescolando la parte girata su SL e set normali. Tra gli attori, Alessandro Haber (già presente in Shooting Silvio) nei panni di un vecchio sporcaccione “redento” da una prostituta.

Il film è un'opera tecnologicamente pionieristica, per l'uso della “machinema”, la telecamera che si usa per filmare realtà virtuali come videogames e simulazioni varie. La première di VolaVola si terrà a Parigi il 2 novembre nell'ambito del festival Atopic e potrà contare su finanziamenti stranieri, tra cui l'americana Katell production, grazie all'originalità del progetto e alla notorietà “maledetta” di Carboni, autore di Shooting Silvio.

Il titolo del film ha ispirato, infatti, un infausto gruppo di Facebook che si chiama “Uccidiamo Berlusconi”. Ha migliaia di iscritti e ha suscitato clamore in patria e all'estero. Su Le Figaro del 22 ottobre, ad esempio, viene raccontato il fenomeno FB e messo in relazione al film di Carboni. Il quale ammette di aver goduto del clamore mediatico di quel primo titolo, vuole chiarire: «Mi hanno sorpreso davvero. Questa iniziativa su Facebook gioca su una assonanza linguistica, con Shooting Silvio, ma davvero non c'entrano nulla. Ci sono gruppi su Internet che sviluppano un odio verbale che non è condivisibile, sono preoccupanti soprattutto alcuni commenti che vengono inseriti, sono sorpreso che ci siano così tante persone che possono essere legate all’odio e alla violenza. Come è possibile che persone che dovrebbero essere aperte al futuro, grazie alla Rete, poi cadano in sentimenti così deleteri? Questo è un aspetto deleterio della Rete, e non riguarda solo Berlusconi, ma anche altri personaggi, altri temi. Penso alla pornografia libera che non ha alcun filtro reale per i minori».

Proprio in VolaVola, però, il personaggio più efficace, ambiguo, è quello del puttaniere interpretato da Haber. A fare i moralisti non si rischiano contraddizioni narrative? «Ma Haber piange sempre quando va a prostitute - risponde Carboni - e poi non escludo che da una vicenda anche depravata si possa ricavare qualcosa di buono... ma se ci riferiamo a scandali sessuali di persone pubbliche, di politici, non ci deve essere la stessa indulgenza, loro fanno da modello per le generazioni future... e poi la prostituzione sarà anche il mestiere più antico del mondo, ma non era mai stata così istituzionalizzata».

Il regista non arretra di un millimetro sulla scelta di un titolo, Shooting Silvio, che ha sovraeccitato gli animi. «“Shooting Silvio”, come espressione, è volutamente ambigua - sostiene - non si può perdere il senso strettamente filmico, “shooting” significa “girare”, non solo “sparare”. Shooting Silvio è un titolo volutamente provocatorio...». Carboni ammette che è stata una scelta mediatica: «Un regista al primo film deve esser forte, ha tempo per poi affinarsi. Aver fatto Shooting mi ha aiutato moltissimo, inutile negarlo, ma penso che all’estero e anche in Italia devono valutare la qualità artistica del film e non il suo contenuto ideologico». Qual è il suo contenuto ideologico? «Non penso che sia un film ideologico… penso sia un film che esprime uno sfogo d’animo, un senso d'impotenza, e in questo senso c'è la sua ideologia, nella difficoltà di trovare punti di riferimento solidi per chi non sta dalla parte di Berlusconi… non condivide il suo sistema di valori… c'è una parte importante dell'Italia, la mia generazione di trentenni ma non solo, che non si riconosce in questo leader, ed è rimasta orfana di un altro leader, di una alternativa».

Se gli si chiede quale sia, oggi, per i giovani orfani di Prodi l'alternativa anti-Silvio, Carboni boccia Di Pietro e punta su Bersani. «No, Di Pietro non lo considererei, politicamente… io non sono mai stato vicino a un partito, ma devo dire che le prime parole con cui si è insediato Bersani a capo del Pd mi sono piaciute. Quando ha detto che siamo un'alternativa, penso che esprima un pensiero trasversale, a sinistra, non solo per il Pd; quello di cui c’è bisogno è una alternativa, questo era il senso di Shooting, un senso di spaesamento per chi si trova di fronte a un pensiero unico che non condivide».

Peccato che Carboni si trovi a non condividere un sentimento di odio per Berlusconi che pure il suo film - tradito subito dalla pistola nella locandina - ha suscitato. E a proposito di affinamenti registici, il titolo Tirez sur le pianiste - Tirate sul pianista - di François Truffaut rimanda alla scritta sui pianoforte dei saloon del far west: «Don't shoot the piano player». I proprietari dei locali volevano difendere il musicista. Il riferimento era alle pallottole. Anche perché il cinema è arrivato dopo, anche se ha raccontato molto del far west. Tirate sul pianista - Shoot the pianist, in inglese - non è, semplicemente, un film su un pianista. Ma un gangster movie.

28 ottobre 2009

Bersani. Al Corsera non piace, il Secolo lo invidia




L'invidia del Secolo, l'ostile freddezza del Corsera, la simpatia del Manifesto. La rassegna stampa dell'elezione di Pier Luigi Bersani alla segreteria del Partito democratico vale un trattatello di attualità politica. Suggerisce una volta di più che a destra sarà Gianfranco Fini il principale interlocutore del Pd bersaniano, specie sulle riforme. Racconta l'esultanza dei quotidiani della sinistra radicale, un'area che si sente di nuovo in partita dopo mesi di ostracismo e batoste. Conferma che a via Solferino non si crede più al rilancio dello scontro tra i poli degli ultimi quindici anni, neo-Ulivo da una parte e centrodestra berlusconiano dall'altra: non a caso il quotidiano di Ferruccio de Bortoli apre e garantisce massima copertura sui piani di scissione rutelliana e di riarticolazione del sistema dei partiti intorno a un nuovo e trasversale nucleo centrista. C'è poi la scissione di Europa da Rutelli e la prudenza di Repubblica, che esalta i tre milioni ai seggi delle primarie con una come al solito puntuale analisi di Ilvo Diamanti ma non si sbilancia troppo nel sostegno al neosegretario.

L'opa ostile del Corsera. Al Corriere, che sotto la direzione Mieli ha guardato con simpatia alla «nuova stagione» di Walter Veltroni (poi scaricato nella sua ultima fase dipietrista), non piace il nuovo corso democrat: lunedì il titolo del reportage di Maria Laura Rodotà presenta le file ai seggi delle primarie come un'adunata di pensionati (i celebrati tre milioni di votanti per Veltroni devono essere invecchiati di colpo).

«Bersani conquista il Pd», è invece il titolo d'apertura, lasciando intendere con la scelta del verbo che la vittoria dell'ex ministro abbia portato a compimento una sorta di opa ostile sul partito. Il cui azionista di riferimento è indicato in Massimo D'Alema, presentato ieri - grazie anche alle dichiarazioni di Parisi e Fassino - come il vero padrone del nuovo Pd e una zavorra per lo stesso Bersani. La scissione di Rutelli è narrata come l'embrione di un nuovo gruppo parlamentare («La squadra dei 25»), sebbene al momento non siano più di due o tre i deputati e senatori democrat certi di seguire la strada dell'ex sindaco di Roma.

È nato o non è nato? Nemmeno Europa, già organo ufficiale della Margherita, segue Rutelli. Il direttore Stefano Menichini si smarca così dall'ex leader di riferimento. «Appare difficile sostenere che rispetto alle primarie del 2007 ci sia stato un esodo di elettori causato dallo snaturamento del progetto originario. Quantomeno, occorrerà aspettare a vedere se di tale snaturamento si dovesse rendere responsabile la nuova leadership: per ora gli elettori sembrano continuare a credere che il Pd sia nato». A differenza, intende Menichini, di quanto suggerisce il sottotitolo del libro di Rutelli La svolta, ovvero Lettera a un partito mai nato.

Il Secolo «operaio». «Confessiamo di aver provato un po' di invidia, domenica sera, vedendo le code ai seggi», scrive il direttore Flavia Perina nell'editoriale del Secolo di ieri («Proviamoci anche noi...», è il titolo d'apertura), spiegando che il 25 ottobre segna «il punto zero di una seconda fase dell'opposizione che può contaminare positivamente anche le dinamiche del Pdl». Sarebbe folle - conclude Perina dopo aver bacchettato la sufficienza e il sarcasmo con cui parte del suo partito ha commentato la mobilitazione degli elettori democratici - «se non capissimo che l'asimmetria Pdl-Pd, fino a ieri a nostro esclusivo vantaggio, domani potrebbe non essere più così e il gap legato alla popolarità di Berlusconi compensato da una maggiore efficienza del partito». Copiose le dichiarazioni di esponenti ex An che vorrebbero importare il metodo gazebo per la scelta del leader. Celebrato anche l'esordio da segretario di Bersani, ovvero lo «stile operaio» del suo comizio «in piedi su una sedia in un'azienda tessile di Prato».

PierLenin. Non c'è solo la bonaria vignetta di Vauro ad aprire l'edizione del manifesto di ieri, ma anche la cauta apertura di credito di una firma storica come Loris Campetti: «Ora il Pd ha un segretario, un politico navigato a cui non fa schifo il riferimento alla socialdemocrazia e questa è una buona notizia. Chissà che il Pd e il suo leader non riescano finalmente a darsi una linea politica d'opposizione». Anche Dino Greco, su Liberazione, mostra qualche speranza ma con un fondo di maggiore scetticismo: «Bersani dovrà chiarire come si concilia la ribadita vocazione interclassista con l'auspicato radicamento sociale nel mondo del lavoro».

1994 + 2004 = SCARLATTINA


di Antonio Polito
Incubi

Ognuno di noi ha il suo incubo, il sogno che si ripete uguale a se stesso per tutta la vita. Silvio Berlusconi di incubi ne ha due. Il primo lo chiameremo l'incubo 1994, il secondo l'incubo 2004. Il primo si presenta sempre vestito della toga di un magistrato, il secondo ha sempre il volto di Giulio Tremonti.

L'incubo 1994 è una condanna penale. Ma mentre allora, agli albori della carriera politica di Berlusconi, a colpirlo fu soltanto un avviso di garanzia, stavolta è vicino a una condanna come non mai.

La sentenza del processo di appello che ha confermato la pena a quattro anni e mezzo di reclusione per l'avvocato inglese con l'imputazione di corruzione in atti giudiziari è infatti un antipasto logico della condanna che aspetta Berlusconi quando il «suo» processo Mills arriverà a sentenza. I giudici hanno infatti deciso, ormai già due volte, che Mills ha ricevuto 600mila dollari da Berlusconi per essere un testimone reticente.

Logica vorrebbe infatti che, condannato il corrotto, si condanni anche il corruttore. Ma il collegio giudicante sarà un altro e il processo ricomincerà daccapo. Berlusconi combatterà come un leone per evitare la condanna o almeno per far scattare i termini di prescrizione. Una nuova leggina per aiutarlo è possibile. In ogni caso, il 3 novembre riprende anche un altro processo contro il premier, sbloccato dalla caduta del Lodo Alfano, in cui è accusato di appropriazione indebita per una storia di diritti televisivi. Quest'ultimo dovrebbe arrivare a sentenza in ogni caso prima della scadenza dei termini, nuove leggi ad personam permettendo. Nel caso del processo Mills poi i giudici, se mai arrivassero a sentenza, potrebbero comminare anche la pena accessoria di interdizione dai pubblici uffici.

Lasciamo stare chi ha ragione, se Berlusconi che accusa le toghe rosse o i magistrati che lo processano: i processi si fanno nelle aule e non sui giornali. Ma il fatto politico rilevante è che entro questa legislatura il premier potrebbe avere una condanna in un processo penale, ed è esattamente per questo che non è affatto detto che questa legislatura giunga fino alla fine.

L'incubo 2004 è invece il rischio di ripetere sotto forma di farsa la tragedia politica che funestò la precedente legislatura di Silvio Berlusconi, quella che cominciò nel 2001 e si concluse nel 2006 con la sua sconfitta elettorale, seppur di misura. I paralleli tra quella tempesta, che vide Tremonti nell'occhio del ciclone, e questa, sono impressionanti. Anche lì si era alla vigilia di elezioni regionali, anche lì si trattava di decidere se spendere oppure no e soprattutto dove, se tagliare le tasse o pensare al bilancio, anche lì Fini era contro Tremonti e Bossi dalla parte di Tremonti. E, quel che è peggio, allora, nel 2004, non bastarono nemmeno le dimissioni del ministro, o meglio il suo licenziamento per incompatibilità ambientale, per mettere fine alla disgregazione progressiva ma inarrestabile del centrodestra. Le dimissioni di Tremonti furono precedute e seguite da una crisi politica strisciante ma infinita, una verifica continua, una paralisi dell'azione del governo che ne esaurì la spinta propulsiva e la portò in condizioni agonizzanti al voto.
Stavolta, invece che con le dimissioni di Tremonti pare finisca alla democristiana. Indovinate un po'? Con una cabina di regia. Una specie di patto di consultazione tra il premier e un suo ministro che non ha precedenti nemmeno nei bizantismi più arditi della Prima Repubblica. Faranno un pre-consiglio loro due, prima del Consiglio dei ministri? Chiameranno Bossi al telefono per sapere che fare dell'economia del Paese?

Mah. In ogni caso, tutti questi accorgimenti diplomatici, non risolvendo nessuno dei problemi politici aperti nel governo, non riusciranno nemmeno ad evitare che la crisi, anche stavolta strisciante, continui. Più che curare gli interessi personali e gli ego ipertrofici suoi e di molti dei suoi ministri, Berlusconi dovrebbe decidere che fare per rimettere in moto l'economia. Tagliare le tasse? Spendere per investimenti? Tenere i cordoni della borsa chiusi per salvare i conti? Questo dovrebbe fare un premier. La cabina di regia è l'anticamera del 2004. Se aggiungete anche il riproporsi giudiziario dello scenario 1994, capirete perché a Berlusconi è venuta la scarlattina.