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sabato 24 dicembre 2011

2012, dato per morto potrebbe stupirci




MARIO CALABRESI

Il 2012 è un anno che nasce con lo strano destino di essere già stato giudicato: sarà nero. Nessuno sembra disposto a dargli un minimo di fiducia, una possibilità e nemmeno a sperare in un momento di luce. Tutti, anche quelli che in passato si professavano ottimisti, hanno già preso le distanze dai prossimi dodici mesi e mettono le mani avanti: «Meglio non aspettarsi niente» e passano direttamente a parlare del 2013.

Come tutti quelli che non hanno niente da perdere perché sono già stati dati per persi, il 2012 potrebbe riservarci invece delle sorprese e stupirci. Prima di tutto perché in un anno che parte dichiaratamente all’insegna delle difficoltà saremo costretti a prendere delle decisioni, personali e collettive. Lo dovrà fare l’Europa, spinta dai debiti, dalle pressioni dei mercati e dalla concorrenza asfissiante dei giganti che le stanno crescendo intorno. Lo dovrà fare l’Italia, a partire dalla sua classe dirigente e politica a cui nessuno sembra più disposto a perdonare i vizi storici dell’eterno rinvio, del privilegio e dello spreco. Lo dovremo fare noi cittadini che, messi di fronte all’impossibilità di continuare a vivere e a consumare come abbiamo fatto negli ultimi trent’anni, dovremo finalmente scegliere. Quando ci si trova di fronte ad un muro o si pensa di aver toccato il fondo è quello il momento di mettere da parte la paura e scegliere una strada per provare a uscire. Sapendo con chiarezza che stare fermi e mettersi in difesa non significherà conservare la posizione ma scivolare irrimediabilmente ancora più in basso.

Scegliere significa alzare lo sguardo dalle polemiche quotidiane e ricominciare a immaginare un futuro, significa capire che per investire su qualcosa che vale bisogna saper rinunciare a qualcos’altro che sembrava scontato. Scegliere significa smettere di tenere i propri figli protetti e al caldo ma insegnargli a avere di nuovo fame, a guardare lontano. Anche il resto del mondo sarà chiamato a scegliere, come vi raccontiamo in questo inserto che propone le migliori analisi del settimanale The Economist. Lo faranno gli americani, i francesi e i russi che dovranno decidere se cambiare gli inquilini di Casa Bianca, Eliseo e Cremlino, e lo faranno i cittadini di un Egitto che non sappiamo in che direzione andrà, come tutto ciò che resta delle primavere arabe.

La premio Nobel birmana Aung San Suu Kyi ci racconta che questo sarà l’anno della ricerca di un nuovo equilibrio, in un mondo che - lo potete leggere nelle pagine dei commenti - è spinto verso modelli economici più consapevoli e rivaluta concetti come rispetto e frugalità. Ma sarà anche un anno di sfide olimpiche e di scoperte scientifiche, di matrimoni e di neonati soprattutto nel Paese più popoloso del mondo, la Cina, che considera l’anno del Drago il più fortunato per ricchezza e potere, quello in cui è ideale mettere al mondo un figlio. La citazione migliore per un anno delle scelte è di Albert Einstein: «Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose».

sabato 5 novembre 2011

Il punto di non ritorno


MARIO CALABRESI

In altri tempi Silvio Berlusconi tornando dalla Costa Azzurra si sarebbe fermato a Genova, in altri tempi avrebbe speso un poco del suo tempo per mostrare attenzione verso una regione in cui le acque hanno ucciso 16 persone in meno di una settimana.

Il nostro premier ogni giorno di più mostra di aver perso il contatto non solo con l’Italia ma anche con la realtà.

C’è la moda passeggera di assaltare i titoli di Stato italiani», ha detto ieri alla conferenza stampa finale del G20, fingendo di non sapere che se i risparmiatori di tutto il mondo abbandonano o non comprano i nostri titoli è perché abbiamo un gigantesco problema di credibilità. Lo abbiamo dovuto sentire dalla viva voce del direttore del Fondo monetario Christine Lagarde, lo stesso organismo che insieme all’Unione europea dovrà monitorare i passi dell’attuazione della lettera con cui ci siamo impegnati al risanamento e al rilancio. Siamo sorvegliati speciali, ma anche di questo fingiamo di non accorgerci.

Nella rappresentazione della realtà del Cavaliere in Italia «non c’è una forte crisi» e lo dimostrerebbero i ristoranti pieni e gli aerei in cui è difficile trovare un posto. Per la mancanza di un contatto vero con i suoi concittadini, il premier non sa che in quei ristoranti gli italiani spesso si stanno mangiando i loro risparmi.

Ieri sera, secondo i conti di Verdini e Alfano, il governo non ha più la maggioranza alla Camera, per questo sono andati a Palazzo Grazioli a riferirglielo. Ma anche qui Berlusconi non ha mostrato di comprendere che il suo partito si sta sgretolando, sembra non sentire il disagio terribile che attraversa ormai anche i suoi fedelissimi, che a più riprese - anche se non pubblicamente - gli hanno suggerito di fare un passo indietro. Si dice sicuro di recuperare qualche voto nei prossimi due o tre giorni, puntando ancora una volta su quel calcio-mercato politico di cui si è mostrato a più riprese maestro.

Forse la trincea potrebbe reggere ancora, ma ormai senza nessuna prospettiva futura, con il solo fine di non uscire di scena, di restare al governo una settimana in più.

Secondo il «Financial Times» Giulio Tremonti avrebbe messo in guardia Berlusconi che la sua permanenza a Palazzo Chigi potrebbe significare un disastro per l’Italia sui mercati. Si guarda all’apertura delle Borse di lunedì con ansia, si guarda al crescere dell’ormai famoso spread (la differenza tra il rendimento dei nostri titoli di Stato e quelli tedeschi), che ormai punta pericolosamente a raggiungere quota cinquecento, si guarda a quanto siamo costretti a pagare d’interesse per far acquistare il nostro debito. Gli occhi di tutta Europa sono puntati su queste cifre, solo quelli del premier sembrano essere puntati in un’altra direzione. Se la barriera costruita intorno alle nostre emissioni ancora regge è solo grazie ai continui acquisti della Banca centrale europea guidata da Mario Draghi. Ma se i nostri partner, a partire da Francia e Germania, lanciassero il segnale che non si possono continuare a spendere i denari di tutti per tenere a galla l’Italia allora il disastro sarebbe assicurato.

Per questo è diventato obbligatorio chiedersi come Berlusconi speri di salvarsi e di salvarci, cosa possa ancora fare per cercare di far cambiare rotta agli eventi. Siamo vicini al punto di non ritorno, al momento in cui il cambio di governo sarà dettato da eventi esterni, possono essere questi i mercati o i partner europei, oppure da una drammatica votazione parlamentare su provvedimenti economici. Nessuno si merita una situazione e un finale di questo tipo, non l’Italia e nemmeno Berlusconi.

E’ ancora in condizione di scegliere lui i tempi e i modi per un passo indietro, sarebbe un gesto sensato verso il Paese, verso la sua maggioranza e i suoi elettori. Per farlo però dovrebbe aprire gli occhi e guardare a quanto è cambiato lo scenario che lo circonda, scoprirebbe che la crisi stringe l’Italia e l’Europa, che gli italiani hanno bisogno di normalità e tranquillità e sono sfiniti dalle prove di forza, dai giochi di Palazzo e dalle battute.

lunedì 24 ottobre 2011

La scelta che il premier non può più rinviare


MARIO CALABRESI

E’ odioso essere commissariati, essere cittadini di uno Stato a sovranità limitata, a cui premier stranieri dettano l’agenda delle riforme e impongono tre giorni di tempo per dare risposte.

È irritante assistere ai risolini e agli ammiccamenti di Merkel e Sarkozy quando sentono parlare d’Italia e di Berlusconi: ciò non è accettabile ed è irrispettoso.

È umiliante ascoltare che l’Europa ci considera alla stregua della Grecia, anzi - a quanto ci risulta - al vertice di ieri è stato detto che «in questo momento non solo l’Italia è in pericolo, ma è il pericolo».

Il rispetto però ce lo si conquista con la credibilità e mantenendo gli impegni e tutto questo a noi manca da troppo tempo. Siamo il malato d’Europa perché il governo è paralizzato e non riesce a indicare una direzione di crescita e riforme. In tutto il Continente, pur tra mille divisioni, si concorda su una cosa: o il premier italiano cambia improvvisamente marcia o - per il bene di tutti - si fa da parte seguendo l’esempio spagnolo.

lunedì 29 novembre 2010

Quelle parole che lasciano il segno


MARIO CALABRESI

Annunciata da giorni, ieri sera si è scatenata in tutto il mondo l’orgia dei documenti riservati: sono diventati pubblici centinaia di migliaia di messaggi che la diplomazia americana ha spedito negli ultimi anni a Washington da ogni angolo del mondo, insieme alle direttive che facevano il percorso inverso, quelle che il Dipartimento di Stato ha indirizzato ad ambasciate e consolati.

Una tempesta per i rapporti internazionali, destinata ad alzare la tensione contemporaneamente nei punti più caldi del pianeta: dal Golfo Persico dove ora non è più segreta la richiesta saudita agli americani di attaccare urgentemente l’Iran per distruggere il programma nucleare di Teheran.

All’Afghanistan del «paranoico» Karzai; alle ipotesi di riunificazione coreana con la notizia del missile di Pyongyang capace di colpire; fino all’accusa ai cinesi di aver bloccato Google.

Una situazione difficile da gestire per la Casa Bianca e per la diplomazia americana che vengono messe a nudo nei loro ragionamenti riservati, nelle loro strategie, nelle loro debolezze e nei loro peggiori aspetti. Quale clima ci sarà da questa mattina al Palazzo di Vetro a New York nel momento in cui si viene a sapere che lo scorso anno partì una direttiva firmata Hillary Clinton in cui si chiedeva di far partire una campagna di spionaggio contro i vertici dell’Onu?

Una tempesta per le opinioni pubbliche di ogni Paese che da oggi possono sapere cosa pensano dei loro governi gli americani. A far scalpore non sono solo gli scenari che emergono dalle analisi a stelle e strisce, scenari che in parte già conosciamo da tempo (sono forse un mistero la diffidenza verso il presidente iracheno Karzai o il disprezzo per Ahmadinejad?), ma la possibilità di leggerli nero su bianco.

Il caso italiano è emblematico: le feste «selvagge» di Berlusconi sono forse una sorpresa per qualche nostro concittadino, così come il rapporto assiduo e opaco con Putin o Gheddafi non sono forse materia su cui ci si interroga da anni? I documenti americani, ad una prima lettura delle anticipazioni, non rivelano nulla di terribilmente nuovo, ma la loro forza è un’altra: mostrarci come i discutibili comportamenti del nostro primo ministro, sia nel suo privato sia sullo scenario internazionale, abbiano un peso nella nostra immagine nel mondo. Anche questo può apparire scontato, ma leggere che gli americani considerano Berlusconi «il megafono di Putin in Europa» (parlando di «regali generosi» e «contratti energetici redditizi») e lo definiscono «incapace, vanitoso e inefficace come leader europeo moderno» è qualcosa che lascia il segno. Ma soprattutto qualcosa che questa volta non potrà essere smentito o accolto con una scrollatine di spalle.

Nell’estate del 2009 Maurizio Molinari scrisse su questo giornale che l’amministrazione Obama era preoccupata e irritata per la politica energetica del nostro governo troppo dipendente da Mosca, che c’erano pressioni sull’Eni perché cambiasse la sua politica sui gasdotti troppo sbilanciata - a parere di Washington - sull’accordo con Gazprom per dare vita al South Stream. Il giorno dopo il ministro degli Esteri Franco Frattini rispose che non esisteva nessun malumore americano verso la nostra politica energetica. Allo stesso modo sono state regolarmente liquidate le evidenze di un fastidio dei nostri alleati per una politica estera poco «ortodossa» e troppo fuori linea.

Due fatti hanno fatto particolarmente rumore al desk europeo del Dipartimento di Stato negli ultimi anni: il primo (nel 2007) è stato il pagamento del riscatto da parte del governo Prodi per ottenere la liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo in Afghanistan, un comportamento non in linea con quello degli alleati e che scatenò le ire della diplomazia americana perché il passaggio di denaro venne reso pubblico, costituendo un pericoloso precedente.

Il secondo è stato l’atteggiamento assunto da Berlusconi durante la crisi guerra tra Russia e Georgia, quando parlò di «aggressione georgiana» mettendosi in netto contrasto con la linea della Nato. Erano ancora i tempi della Casa Bianca dell’amico George W. Bush, ma gli strascichi di quella polemica sono arrivati intatti sui tavoli della nuova Amministrazione. Dopo le battute di Berlusconi su Barack Obama (indimenticata quella sull’abbronzatura) ebbi l’occasione di chiedere un commento ad uno degli uomini più vicini al presidente americano, il quale con grande pragmatismo mi rispose: il problema non sono le battute ma quel voluminoso dossier sui rapporti tra Roma e Mosca che ci è stato lasciato in eredità al Dipartimento di Stato. Non è un caso che nella prima intervista rilasciata da David Thorne al suo arrivo a Roma, il nuovo ambasciatore statunitense disse al Corriere della Sera che «una delle più grandi preoccupazioni americane è la dipendenza energetica dell’Italia».

Era il primo avviso pubblico, dopo quelli riservati che erano stati ignorati, a cui seguirono altre pressioni sia sul governo sia sull’Eni. Ma se queste carte ci raccontano il nostro crollo di credibilità e svelano i giudizi privati dell’ambasciata e della diplomazia, sbaglieremmo a pensare che ogni cablogramma del passato possa essere la fotografia del presente. Le stesse fonti americane che per lungo tempo hanno raccontato l’irritazione dell’Amministrazione, da qualche mese segnalano un cambio di passo di Berlusconi e anche dell’Eni, sottolineando che parte delle preoccupazioni di Washington sulla rete degli oleodotti hanno trovato ascolto con l’apertura alla possibile convivenza del South Stream con il progetto Nabucco (caro agli Usa) e che è stato apprezzato il viaggio dell’amministratore delegato del colosso italiano degli idrocarburi, Paolo Scaroni, in Azerbajian.

La diplomazia americana racconta del pragmatismo di una Casa Bianca che non ha tempo di curarsi dei nostri vizi ma che ritiene che l’Italia «può avere un ruolo positivo in Medio Oriente» perché è uno dei pochi governi europei ad avere un buon rapporto con il governo di Netanyahu e con Egitto, Siria e Libano.

Così Berlusconi, sicuro di non pagare conseguenze, può farsi una risata e Frattini chiedere che nessun politico commenti, ma in rete e sui giornali di tutto il mondo resteranno quei giudizi impietosi che ci espongono al ridicolo e quella diffidenza che rende faticoso il rapporto con il più importante dei nostri alleati.

lunedì 14 dicembre 2009

Gli indignati a senso unico


14/12/2009
MARIO CALABRESI


Ci sono momenti in cui bisognerebbe abolire due parole: ma e però. L’aggressione di un uomo, in questo caso di un primo ministro, è uno di quelli. Di fronte alla violenza non possono essere accettate subordinate, ammiccamenti o tantomeno giustificazioni. Il giorno che la politica italiana tutta lo avrà compreso fino in fondo, allora sarà davvero matura.

Il volto ferito e pieno di sangue di Silvio Berlusconi non può che lasciare sgomenti, non riesco ad immaginare una persona seria o che ami definirsi democratica e perbene che possa avere una reazione diversa.

Se invece la prima cosa che passa in testa è pensare che se la sia cercata o meritata, allora siamo entrati in uno spazio in cui la dialettica politica è degenerata.

Abbiamo ricevuto numerose lettere di persone che spiegano l’accaduto e lo comprendono come reazione ad un governo che definiscono «xenofobo», «antidemocratico» o «razzista». Sono persone che mostrano di essere solidali con gli immigrati e i più deboli, sconvolte per gli attacchi di Berlusconi ai magistrati e preoccupate per la democrazia, ma non toccate da ciò che è accaduto ieri sera. Questo modo di ragionare mi fa paura: come è possibile mostrare sensibilità a senso unico, battersi contro le violenze e poi giustificare un’aggressione, essere democratici e pacifisti e provare soddisfazione per il volto tumefatto di Berlusconi. Significa che l’ideologia continua a inquinare le coscienze, ad oscurare le menti.

Si può pensare che il presidente del Consiglio sia inadatto a governare, essere convinti che le sue esternazioni contro gli altri poteri dello Stato così come contro gli organi di garanzia siano allarmanti e sbagliate, essere preoccupati per quelle leggi «ad personam» che rischiano di peggiorare lo stato della giustizia italiana, ma niente di tutto ciò può giustificare la violenza. C’è una linea che in democrazia non si può passare, un discrimine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è a cui non si può derogare. E dire che sembrerebbe essere chiaro a tutti: tanto che anche a sinistra si invita alla mobilitazione democratica in seguito ad ogni aggressione o violenza. Questo deve valere anche per il leader di un governo di centrodestra, anche per Silvio Berlusconi.

Da ieri sera i blog e Internet sono invasi da battute, ironia, festeggiamenti e dai deliri di chi ci spiega che se l’è cercata. Su Facebook sono già nati decine di gruppi di fans dell’aggressore, Massimo Tartaglia, che in poche ore hanno raccolto migliaia di sostenitori. La rete, purtroppo, mostra ancora una volta di raccogliere il peggio di noi, ma politici e giornali hanno il dovere di non dare sponde, di essere seri e di capire che le giustificazioni ci portano su strade senza ritorno e che non si può continuare ad alzare il livello dello scontro.

E questo riguarda non solo la sinistra ma anche il premier, la sua maggioranza e i giornali che gli sono più vicini. Da mesi quasi nessuno sembra capace di sottrarsi alla tentazione di alimentare il clima terribile in cui viviamo, l’Italia somiglia sempre più ad uno stadio in cui si sente solo la voce degli ultras che gridano mentre incendiano le curve. In questo scontro continuo, in cui si parla soltanto dei destini del premier, si è persa di vista qualunque considerazione sullo stato del Paese e sui suoi bisogni.

Il presidente del Consiglio, a cui va la nostra solidarietà sincera, speriamo sia così saggio da capire che proprio lui - l’aggredito - ora può fare la differenza: può abbassare i toni e aprire la strada per un confronto più civile e rispettoso. C’è da augurarsi che anche tutta l’opposizione lo capisca e sia capace di isolare chi delira.

lunedì 12 ottobre 2009

Non serve attaccare gli stranieri


12/10/2009
MARIO CALABRESI


Due anni fa Giorgio Napolitano arrivò in visita a New York e trovò ad accoglierlo una tormenta di neve e, sulla prima pagina del New York Times, un lungo reportage che dipingeva l’Italia come un Paese depresso e incamminato verso un inarrestabile declino. Il Presidente della Repubblica ci rimase male, i diplomatici considerarono l’articolo una scortesia, e Napolitano passò la sua giornata a evidenziare motivi di ottimismo per cui valeva la pena di scommettere sugli italiani. Poi andò a visitare il grattacielo disegnato da Renzo Piano dove abita il New York Times e invitò il direttore Bill Keller a uscire dai luoghi comuni nel descrivere l’Italia: «Se il giornalista è cieco vede solo le ombre. Se il giornalista non è cieco vedrà anche le luci».

Chiesi a uno dei responsabili del servizio esteri del quotidiano di Manhattan perché avevano messo in pagina il reportage proprio quel giorno e lui mi rispose candidamente: «Perché arrivava Napolitano e questo lo rendeva ancora più attuale. È solo una questione di tempi giornalistici».

Ieri il nostro presidente del Consiglio si è scagliato contro la stampa straniera che da mesi lo ha messo nel mirino. La notizia della bocciatura del Lodo Alfano era sulla prima pagina dei giornali di tutto il mondo, così come le storie delle feste a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli o le interviste a Patrizia D’Addario. Non c’è bisogno di scomodare ipotesi di complotti o congiure internazionali per spiegarsi tanta attenzione, basta attenersi ai fatti. Il direttore del Times di Londra, giornale di proprietà di Rupert Murdoch, scuote la testa se gli si parla di una manovra dell’editore australiano contro Berlusconi e racconta che l’interesse si è scatenato durante l’estate perché c’erano tutti gli ingredienti di una storia perfetta: una moglie furiosa che chiede il divorzio, potere politico, ragazze, ricchezza, feste e polemiche in quantità. Poi è stato un crescendo e i lettori di ogni Paese si sono appassionati a quella che sembrava loro sempre più una telenovela. Alla stessa maniera ad ogni latitudine ha fatto notizia il divorzio di Sarkozy dalla moglie Cecilià e le prime pagine sono state piene di titoli e foto della storia con Carla Bruni, così come accadde per Bill Clinton e Monica Lewinsky.

Tempo fa il Wall Street Journal pubblicò nello stesso numero un pezzo di cronaca negativo per Berlusconi, e un commento in cui elogiava la sua politica. Il capo della pagina degli editoriali, il mitico Robert Bartley, di fronte allo stupore italiano rispose: «Nessuna contraddizione: noi appoggiamo la politica di Berlusconi, ma se esce qualche notizia negativa che lo riguarda la pubblichiamo senza censure». Questa è la mentalità straniera.

Nel nostro caso la storia è cresciuta arrivando a toccare tutto il sistema, da una parte perché il premier l’ha alimentata con le querele ai giornali e la ricerca di uno scudo contro i processi, dall’altra perché non possiamo nasconderci che in Francia come in Gran Bretagna o in Germania esiste un pregiudizio sfavorevole sull’Italia e sulla sua classe politica di cui non sono sopportati vizi, furbizie e atteggiamenti ritenuti folkloristici. Esiste da sempre, tanto che il nostro ingresso nell’euro venne osteggiato e vissuto con grande fastidio.

Chiunque abbia vissuto all’estero sa che deve combattere spesso contro gli stereotipi che ci dipingono come fantasiosi, allegri e creativi ma incapaci di avere metodo, costanza e impegno, in una parola inaffidabili. Così certi comportamenti del nostro premier, che in casa fanno sorridere la maggioranza, fuori suonano come la conferma dei luoghi comuni e per i corrispondenti stranieri sono una manna: le barzellette, le corna, la bandana in testa, gli scherzi, le tirate di politica interna fatte durante le conferenze internazionali. Berlusconi lo sa benissimo, tanto che il G8 dell’Aquila è stato un successo anche perché l’atteggiamento era più severo e moderato e considerato in linea con gli standard.

Non c’è dubbio, come sottolinea il premier, che questo oltre a danneggiare il governo finisce col rovinare l’immagine del nostro Paese e dei suoi prodotti. Ma non è gridando contro la stampa straniera che si può invertire la tendenza e non è neanche utilizzando gli ambasciatori e la Farnesina per protestare che si metterà fine a questa campagna.

Proprio il Times di Londra questa settimana è arrivato a suggerire a Berlusconi le dimissioni e come risposta ha ricevuto una lettera dall’ambasciatore italiano a Londra in cui si sottolineava che «spetta ancora ai cittadini di ogni Paese scegliere chi deve guidarli». Non c’è dubbio che sia così, ma le risposte da dare a mio parere sono altre. Prima di tutto dovremmo smetterla di essere così ipersensibili di fronte al giudizio dei giornali stranieri, un atteggiamento un po’ provinciale che c’è solo in Italia, in qualche dittatura e in Brasile: cinque anni fa al corrispondente del New York Times venne revocato il visto dopo che aveva scritto ripetutamente che il presidente Lula aveva un amore per la bottiglia, ma poi il governo di Brasilia fece marcia indietro di fronte a una sollevazione internazionale. Le democrazie più solide non si fanno mettere troppo in crisi dal giudizio dei corrispondenti stranieri. Pensate se George W. Bush si fosse dovuto preoccupare o avesse mobilitato gli ambasciatori ogni volta che un giornale europeo lo accusava di essere un guerrafondaio e ne chiedeva le dimissioni. Invece si preoccupava soltanto del giudizio dei suoi concittadini e negli ultimi mesi neanche più di quello.

O pensate a come certi quotidiani italiani trattano Zapatero, Obama o Carla Bruni, che venne presa di mira dal Giornale tanto da spingere Berlusconi a dirsi «dispiaciuto per le offese» alla First Lady francese. Ma sarebbe meglio concentrarsi sui giudizi dei governi stranieri piuttosto che su quelli dei loro giornali, anche se questi indubbiamente influenzano le opinioni pubbliche.

A Washington hanno ripetutamente scrollato le spalle di fronte alle battute sull’abbronzatura di Barack Obama e di sua moglie Michelle, ma non lo fanno quando analizzano i nostri rapporti privilegiati con la Russia e l’Iran, la nostra politica energetica o l’accoglienza che tributiamo a Gheddafi, a cui a New York è stato impedito di piantare la tenda ovunque. Di questo faremo meglio a occuparci e l’unico modo per mettere fine all’attenzione dei media di tutto il mondo sarebbe quello di concentrarsi sul «fare» - parola che al Cavaliere piace tanto -, scegliendo di essere normali e magari perfino noiosi. E ricominciare a fare notizia per le nostre politiche e non per le nostre polemiche.

martedì 5 maggio 2009

Berlusconi: "Con Veronica è impossibile andare avanti"


MARIO CALABRESI

Queste sono cose private, privatissime, che non dovrebbero finire sui giornali». Silvio Berlusconi è furioso, è l'una di domenica mattina ed è appena entrato in casa a Villa San Martino ad Arcore, la televisione è accesa ad alto volume e i telegiornali parlano della richiesta di divorzio avanzata da sua moglie Veronica Lario. Risponde al telefono ma il suo umore è cupo, fatica a nascondere il fastidio verso i quotidiani: «Avete dato tanto spazio ad una vicenda privata piena di falsità. Avete preso le parole della signora, le avete amplificate senza contraddittorio e a me neppure la possibilità di spiegarmi».

Ma la storia è vera, la signora Berlusconi si prepara a chiedere questa settimana la separazione dal marito e anche il presidente del Consiglio ammette di aver già mobilitato i suoi legali, questa volta nessuno dei due sembra più intenzionato a tentare di salvare il matrimonio. «Sono preoccupato e dispiaciuto - sottolinea Berlusconi -, avevo tenuto insieme una situazione difficile per amore dei figli, ma adesso è finita, non vedo più le condizioni per andare avanti. E' una storia che doveva rimanere in casa, non riesco a farmene una ragione che sia finita sui giornali». Soprattutto non riesce a farsi una ragione del fatto che la moglie e l'opinione pubblica abbiano potuto credere che volesse riempire le liste elettorali per le elezioni europee di «veline» e che si sia insinuato di suoi rapporti con una minorenne.

Parte a raccontare, per venti minuti parla senza quasi prendere fiato, e la sua rabbia gira tutta intorno alla vicenda di Noemi Letizia e della sua festa dei 18 anni a Casoria. La parola «minorenne», pronunciata dalla moglie, è quella che per Berlusconi rende impossibile qualunque riconciliazione: «Io frequenterei, come ha detto la signora, delle diciassettenni. E' una cosa che non posso sopportare. Io sono amico del padre: punto e basta. Lo giuro. La cosa mi sembrava talmente chiara e limpida che pensavo fosse impossibile che ci si potesse costruire sopra un tale castello di menzogne. Suo padre, che conoscevo da tempo, mi ha telefonato per chiedermi se lasciavo fuori Martusciello dalle liste per le Europee, io gli ho spiegato che avrei cercato di mettere sia l'ex questore Malvano sia Martusciello e che stavo arrivando a Napoli per dare una spinta ai contratti per i nuovi termovalorizzatori che sono frenati dalla burocrazia.

A quel punto lui mi ha interrotto e mi ha detto: "Stai venendo a Napoli? Io stasera festeggio il diciottesimo compleanno di Noemi, perché non vieni per un brindisi, lo facciamo in un locale che è poco distante dall'aeroporto. Ti prego vieni, sarebbe il più bel regalo della mia vita". Così ci sono andato e ho fatto foto con tutti: parenti, amici, cuochi, camerieri. Adesso ho chiesto che le si diffonda per dimostrare che non era una cosa nascosta e per intimi, ma una festa piena di gente e sotto gli occhi di tutti. C'era la polizia, il questore, se ci fosse stato sotto qualcosa di non chiaro o di poco pulito figuriamoci se ci sarei andato. Poi sono andato in albergo e ho fatto una passeggiata con il presidente del Napoli che quella sera aveva battuto l'Inter».

Al ricordo della sconfitta dell'Inter per un secondo ritrova il buon umore, ma poi ritorna al suo sfogo: «Questa storia della festa però è stata scritta in maniera distorta e allusiva e mia moglie è cascata nel tranello come un’ingenua. Ma non voglio dire nulla di male di lei, tutto quello che sta succedendo tra di noi fa parte di una vicenda privata e personale». Gli chiedo cosa prova di fronte alla fine del suo secondo matrimonio: «E' una cosa che mi addolora molto e che deve restare privata, non voglio aggiungere altre parole, non voglio causare dolore ai nostri figli». Resta un momento in silenzio, poi torna all'attacco: «La storia delle veline è un'altra macchinazione, una polemica costruita sul nulla che ci ha costretto a tirare fuori tre donne dalle liste».

Però anche all'interno del Popolo della Libertà si erano alzate voci contrarie a questa infornata di donne con una caratteristica comune: essere giovani e particolarmente appariscenti. «Tutti dicono che vogliono rinnovare la classe politica, fare spazio ai giovani e alle donne, poi se lo faccio io allora la cosa deve essere torbida. E se guardiamo alle donne che ho portato in politica troviamo persone come la Prestigiacomo, la Bertolini, la Carfagna, la Gelmini, che sono indiscutibilmente bravissime». E le tre messe nelle liste? «Una si chiama Licia Ronzulli, fa la manager in un ospedale di Milano, si occupa della gestione delle sale operatorie e fa anche attività di volontariato: due volte l'anno va in Bangladesh dove mettono in piedi delle strutture per operare bambini che hanno malformazioni.

Poi c'è Lara Comi che è stata capo del nostro movimento giovanile in Lombardia, è una ragazza bravissima e laureatissima. Lavora da quello dei giocattoli, da Preziosi, che anzi è dispiaciuto che gliela porto via. Non mi sembra proprio che siano "veline"». E Barbara Matera? «Me l'ha presentata Gianni Letta, dandomi le migliori garanzie. E' di una famiglia buonissima e secondo le accuse ha la colpa di aver fatto l'annunciatrice, come le "signorine buonasera di tanti anni fa", non ha mai sgambettato mezza nuda da nessuna parte, non è una "velina". Ma dove sono le veline? Dove le hanno viste?». Beh, quelle che avete tirato fuori dalle liste: «Sì, una ha lavorato cinque anni all'Onu e parla cinque lingue, la seconda era figlia di un tipografo di Avellino che ha sempre aiutato i nostri ed eravamo felici di darle un’occasione; la terza, Cristina Ravot, è una professoressa di musica e canta, è una che ha del talento ed era l'unica che avevamo per la Sardegna, era un candidato presentabile e mi dispiace proprio che alla fine sia rimasta fuori».

Provo a fargli un'altra domanda ma Berlusconi non riesce a smettere di parlare, la questione per un momento non è più privata ma diventa politica: «Io sono felice di candidare le donne, perché sono più serie: in Parlamento hanno il 98,8 per cento di presenze, al Parlamento europeo ci sono deputati che non vanno mai, che hanno meno del trenta per cento delle presenze. Nelle nostre liste ci sono fior di professori, manager e imprenditori, mentre nel Partito democratico il novanta per cento dei candidati sono funzionari di partito, molti ancora del vecchio Pci. La stessa cosa vale per le Europee: mettono in lista degli ottantenni, ma se li immagina che vanno avanti e indietro con Bruxelles e Strasburgo, dove non c'è neppure un volo di linea. E poi mi dicono che candido le veline e questo mi indigna».

Appena si è svegliato a Roma ha letto i giornali: «Sono andato fuori dai gangheri, indignato per la falsità delle veline e della minorenne, le insinuazioni su una mia frequentazione con una diciassettenne non si possono leggere. E poi come si può pensare che uno vada a casa di una famiglia se c'è qualcosa di sordido dietro, ma pensano che io sia pazzo?». E adesso cosa succederà? «Andrò per avvocati anch'io, ho già dato il mandato di prendere in mano la situazione. A dire la verità ci sarebbero persino gli estremi di una querela per diffamazione ma è meglio lasciar stare». E' preoccupato per i sondaggi e per le Europee? «No, i sondaggi non sembrano interessarsi di queste questioni private, sono preoccupato per i miei figli, per Barbara che aspetta un bambino, per quello che dovranno passare e per quello che hanno dovuto leggere e sentire in questi giorni. Era meglio tenerli fuori, fare una cosa pulita e silenziosa. Non riesco a farmene una ragione».

giovedì 30 aprile 2009

L'esempio di Torino nel mondo in crisi


30/4/2009
MARIO CALABRESI

Viviamo tempi inaspettati: l’automobile italiana va in soccorso di quella americana, un giovane afroamericano guida la nazione più potente del mondo, in pochi mesi è stata bruciata più ricchezza che in due guerre mondiali. L’incertezza è la cifra delle nostre vite e anche i giornali sono divisi tra la passione di raccontare una stagione eccezionale e la paura per una crisi che non li risparmia. Nel mondo occidentale c’è chi chiude i quotidiani, chi scommette sulla loro scomparsa e chi si ostina a credere, tenacemente, che proprio in mezzo alle difficoltà si debba guardare lontano. Immaginare sfide completamente nuove. «Non è importante quante volte cadi ma quanto in fretta ti rialzi», recita un motto popolare negli Stati Uniti: farlo proprio significa cercare di vedere possibilità e occasioni nelle avversità.

Così nella crisi globale della carta stampata, davanti alla necessità di ripensare i modelli tradizionali di giornalismo, Torino, casa di questo giornale, può esserci di esempio: si era persa nella fine della città fabbrica, ma ha trovato la forza di ripensarsi e di rinascere diversa, piena di fermenti e di energie nuove. Si parla molto del declino dei giornali e non possiamo negare che la tecnologia moltiplica le possibilità di ricevere informazioni e riduce i tempi dedicati alla lettura, ma poi ogni mattina oltre trecentomila persone ripetono il gesto di comprare La Stampa. A tutto questo dobbiamo provare a dare risposte: il flusso quotidiano su Internet, le notizie più fresche sui cellulari e le e-mail, mentre il senso della giornata troverà ancora il suo approdo naturale nella carta stampata.

Diversi i supporti, identici i valori di fondo, quelli che si sono tramandati per quasi un secolo e mezzo: l’amore per il lavoro fatto con cura, l’etica della responsabilità, i fatti, non le ideologie. Così come la fedeltà alla tradizione laica, da intendersi come rispetto delle posizioni, delle idee, delle fedi.

La Stampa continuerà ad essere un giornale con le sue radici in Piemonte, in Liguria e in Valle d’Aosta, ma che non rinuncia a parlare al resto dell’Italia e a raccontare cosa accade a Napoli e a New York, a Parigi e a Pechino. Il segreto di questo giornale è di non essersi mai chiuso nel suo territorio ma di aver raccolto gli stimoli migliori che venivano da tutto il Paese e dall’altra parte delle Alpi.

Ho avuto la fortuna di seguire Barack Obama, Presidente da cento giorni, in giro per gli Stati Uniti negli ultimi due anni e al di là delle sue parole d’ordine, «Speranza» e «Cambiamento», trovo che la sua vera forza sia la capacità di guardare avanti, di non farsi ingabbiare dentro schemi ideologici che appartengono ad un altro secolo. «Sono convinto - ha scritto nel suo libro più famoso - che ogni volta che esageriamo, demonizziamo o siamo arroganti, siamo condannati alla sconfitta. Sono la caccia alla purezza ideologica, l’ortodossia rigida e l’eterna prevedibilità del dibattito che ci impediscono di vedere le sfide che abbiamo davanti».

La sfida per i giornali è oggi quella di riuscire a decifrare la complessità offrendo chiavi di lettura. È di essere credibili, affidabili, corretti e curiosi. Il giornalismo non è intrattenimento, tanto meno l’inseguimento dell’ultima stranezza: mi sta a cuore che si spieghi se la febbre suina è davvero pericolosa, senza cadere in un sensazionalismo fine a se stesso, o se un terremoto può essere previsto senza farsi condizionare dalle convenienze politiche. Adesso per me comincia un’avventura nuova come direttore di questo giornale, e ho un doppio debito di gratitudine verso Giulio Anselmi non solo per avermi lasciato un giornale bello e autorevole, ma anche per aver creduto in me quando mi assunse all’Ansa diventando il mio primo direttore.

Il direttore che invece non ho mai avuto è stato Indro Montanelli. Quando vent’anni fa mi chiese se volevo fare il praticante, non ne avevo l’età e stavo iscrivendomi all’università, però poi mi regalò una passeggiata nei giardini di Porta Venezia, a Milano. Di quella camminata mi piace ricordare la sola cosa che secondo lui avrei dovuto stamparmi in testa: «I giornalisti sono al servizio dei giornali e i giornali dei lettori. Chi pensa il contrario farebbe bene a cambiare mestiere».

mario.calabresi@lastampa.it

mercoledì 25 marzo 2009

Il weekend di paura dei manager Aig


MARIO CALABRESI

NEW YORK - Lunedì mattina la polizia è stata mandata a presidiare le sedi del gigante assicurativo Aig. Lunedì sera nove dei dieci manager più pagati dalla compagnia hanno deciso di restituire gli assegni con i bonus milionari che avevano appena ricevuto. A convincerli è bastato un fine settimana in cui si sono ripetuti picchetti di manifestanti davanti alle loro case. Manager che pensavano di essere al sicuro nelle loro ville con piscina del Connecticut, hanno gettato la spugna raccontando di aver ricevuto lettere minatorie, minacce di morte, proteste di vicini di casa inferociti e aver scoperto fotografi dei giornali popolari appostati ad ogni angolo del loro giardino.

La notizia è stata data dal Procuratore di New York Andrew Cuomo, il nuovo sceriffo moralizzatore di Wall Street, che si è vantato di aver già recuperato ben 50 dei 165 milioni di dollari dello scandalo. Un terzo di quei bonus milionari distribuiti da una compagnia che sta ancora in piedi solo grazie a 170 miliardi di fondi pubblici. La verità è che Cuomo - che grazie a questa campagna si sta costruendo le basi per diventare governatore di New York - aveva promesso di rendere pubblica la lista con i nomi e le cifre di chi ha ricevuto i bonus, per dare in pasto alla rabbia populista delle facce e degli indirizzi. Poi però, per rendere il suo messaggio ancora più chiaro e minaccioso, aveva aggiunto: "Certo se una persona restituisce i soldi non penso sia nell'interesse pubblico renderne noto il nome. Chi rimanda indietro il bonus vedrà il suo nome scomparire della lista". La minaccia dello sceriffo è funzionata alla perfezione.

A dire la verità il bus degli attivisti che nel fine settimana ha fatto il giro delle ville dei manager aveva solo quaranta manifestanti a bordo, mentre i giornalisti al seguito erano almeno il doppio, ma era il sintomo di qualcosa che su internet, nei blog, sui tabloid e nelle radio locali ha preso il sopravvento: la "Rabbia Populista". La definizione è stata coniata dal settimanale Newsweek che gli ha dedicato la sua ultima copertina e la paragona al movimento di fine '800 che prendeva di mira gli avidi finanzieri che non avevano a cuore gli interessi pubblici.

La rabbia populista covava da mesi, è cresciuta giorno per giorno alimentata dall'emorragia di posti di lavoro, dal dimezzarsi dei risparmi investiti in borsa, dal crollo del valore delle case e dei fondi pensione, dal fallimento e dalla chiusura di fabbriche, negozi, attività artigianali, dall'incredulità per la fine di un mondo che sembrava essere destinato ad una crescita continua. I suoi toni vendicativi e disperati per tutto l'autunno hanno trovato sfogo nella campagna elettorale, quest'inverno sono stati tenuti a bada dalla speranza di una catarsi rappresentata dall'insediamento del nuovo presidente. Ma la situazione economica ha continuato a peggiorare, i pignoramenti delle case non si sono fermati, tanto che in molti cominciavano a ragionare su come l'America sia immune da moti di protesta e rivolte popolari.

Il fatto è che la rabbia non trovava un simbolo su cui scaricare tutta la sua furia. Poi, nel giro di due settimane, ecco presentarsi le prede ideali: il più grande distruttore di ricchezza privata della storia americana e un gruppo di manager avidi e senza scrupoli, colpevoli di aver fatto crollare il sistema finanziario, ma premiati con i soldi dei contribuenti. Nemmeno uno sceneggiatore di Hollywood avrebbe potuto fare meglio, immaginare due capri espiatori più perfetti e adeguati alla situazione di Bernie Madoff e dei manager del colosso assicurativo AIG. Secondo un sondaggio di Usa Today di ieri mattina il 69% degli americani pretende che tutti i soldi vengano restituiti subito e la quasi totalità dei cittadini si augura che Madoff resti in cella fino all'ultimo dei suoi giorni.

Per capire il clima è utile recuperare il memorandum mandato a tutti i dipendenti di Aig la settimana scorsa dall'ufficio della sicurezza interna: si raccomandava ad impiegati e manager di prendere ogni misura precauzionale per la loro incolumità personale. "Quando uscite dal palazzo - si legge - siate vigili e prudenti e se notate comportamenti sospetti o qualcosa di minaccioso chiamate immediatamente soccorso e seguite queste regole:
1) Non portate mai con voi cappellini, borse o ombrelli con il logo della compagnia;
2) Assicuratevi di non indossare il tesserino di riconoscimento fuori dall'ufficio;
3) La sera uscite in gruppo e parcheggiate sempre in zone ben illuminate;
4) Evitate conversazioni pubbliche su Aig e non parlate con i giornalisti;
5) Assicuratevi che ogni visitatore sia sempre accompagnato quando entra nel palazzo;
6) Date l'allarme se vedete una faccia sconosciuta nei corridoi o negli uffici;
7) Non lasciate mai nessuna porta aperta e non fate entrare nessuno insieme a voi".
E per concludere, nel fine settimana sono state tolte le insegne dalla facciata del quartier generale a Wall Street.

La portata della rabbia è stata tale da spingere il Congresso a votare una legge punitiva, che promette di tassare al 90% i bonus, assolutamente impensabile per gli Stati Uniti, che contraddice anni di pensiero liberale e capitalista. Una legge che Obama è andato in televisione a bollare come anticostituzionale. Ma la rabbia è stata così visibile da spingere il presidente a fare conferenze stampa, comunicati e interviste tv e da mettere in discussione la poltrona del ministro del Tesoro Tim Geithner, salvata solo da un rialzo record di Wall Street lunedì pomeriggio. E' una rabbia su cui hanno soffiato tv, giornali e radio, è la rabbia dell'americano medio che si vede impoverito e sommerso dai debiti, è la rabbia di quelle pianure che i repubblicani sanno benissimo come incendiare.

Obama, per correre ai ripari, dice che con la rabbia non si può governare ma nello stesso tempo avvisa i banchieri: "Vi consiglio di andare a fare un giro fuori da New York, in North Dakota, in Iowa o in Arkansas, dove la gente sarebbe eccitata di guadagnare 75mila dollari all'anno senza bonus, solo così capirete quanto è frustrata". I soldi tornano indietro, Madoff è in una cella di 5 metri quadrati, ma la rabbia populista non sembra ancora soddisfatta. Per fermarla Obama ha bisogno di una sola cosa: la ripresa.

(25 marzo 2009)

domenica 1 marzo 2009

Niente strappi su Russia e Iran. Berlusconi all'esame degli Usa

di MARIO CALABRESI


WASHINGTON - La fortuna di Silvio Berlusconi è che Barack Obama è un uomo pragmatico. Il problema di Silvio Berlusconi è che Barack Obama è un uomo pragmatico. Questa volta l'amicizia, le battute, le promesse mirabolanti non avranno nessun effetto, né in positivo né in negativo: a Washington misureranno il Cavaliere sulle cose che fa realmente e soprattutto sulla capacità di essere un partner responsabile che non esce dal coro e non mette le sue amicizie personali prima della solidarietà tra i partner occidentali.

Oggi gli uomini dell'Amministrazione che accettano di parlare, in via confidenziale e riservata, raccontano come nei palazzi del potere americano nessuno abbia dimenticato le affermazioni di Berlusconi sull'"aggressione georgiana", la sua rottura della linea della Nato in favore dell'"amicizia fraterna" con Putin. Posizioni che l'altra amicizia fraterna, quella con George Bush, avevano poi fatto passare in secondo piano. Ma da Washington adesso sottolineano che fughe in avanti di questo tipo, nei confronti della Russia o dell'Iran, non saranno più tollerate. Ed è stato fatto notare che proprio l'ambasciatore Holbrooke, uomo di punta della diplomazia di Obama con cui si è incontrato giovedì scorso Franco Frattini, fu il primo a correre in Georgia durante l'invasione russa.

Se si volesse stilare un elenco delle condizioni che il nuovo governo degli Stati Uniti chiede all'Italia di rispettare, per continuare ad essere un alleato affidabile e di primo piano, bisognerebbe partire da tre punti: il più sensibile è il rapporto con la Russia di Putin, poi c'è l'Afghanistan e infine l'Iran. In tutti e tre i casi si chiede a Berlusconi di non portare avanti politiche personali, ma di lavorare all'interno delle linee comuni, e si sottolinea come un maggiore impegno in termini di investimenti e soldati nelle aree di crisi è la carta migliore per dimostrare leadership.

Sono passate cinque settimane dall'insediamento della nuova Amministrazione democratica, un tempo sufficiente perché sulle due sponde dell'Atlantico ci si facesse un'idea chiara del futuro delle relazioni tra l'Italia e gli Stati Uniti. E a Washington, finalmente, si ottengono risposte quando si chiede un giudizio sul governo italiano.

Per lungo tempo, soprattutto nella fase della transizione, nessuno voleva sbilanciarsi, dare giudizi o fare previsioni. La partenza era stata indiscutibilmente problematica: la battuta sull'abbronzatura non rientra nello stile "politicamente corretto" degli americani, ma sollecitati più volte gli uomini della cerchia stretta di Obama non avevano voluto commentare. David Axelrod, il guru del nuovo presidente, alzava gli occhi al cielo e faceva battute su quanto è bella l'Italia e su come gli manca una vacanza nel nostro "meraviglioso" Paese. Il portavoce Robert Gibbs spiegava invece che avevano deciso di non dire una sola parola su Berlusconi, e così è stato. Oggi invece si racconta che Obama pensa che non valga la pena di occuparsi di piccole cose, ma che si debba lavorare sulla base degli interessi nazionali e sulle convergenze internazionali.

Obama non vuole dividere l'Europa come fece Bush, questa volta nessuno sarà messo in castigo come accadde con la Spagna di Zapatero: la situazione economica mondiale è grave, la guerra in Afghanistan in una fase difficilissima, così - si sottolinea - tutti saranno benvenuti al tavolo comune di lavoro e la nuova Casa Bianca cercherà di essere bipartisan nel mondo così come lo è a Washington, per trovare più alleati possibili. Ma al tavolo comune - si sottolinea - si accettano le decisioni comuni e si parla con una voce soltanto, e non esistono amicizie o rapporti personali che possano giustificare mosse indipendenti o strappi: non saranno accettate mediazioni improvvisate o linee autonome che possono creare fratture o addirittura rappresentare un pericolo. Questi concetti sono stati ripetuti questa settimana a Frattini, nei suoi colloqui con i massimi livelli della diplomazia americana, tanto che il ministro degli Esteri italiano, dopo aver annunciato l'apertura di un canale di mediazione con Teheran, si è affrettato a sottolineare come questo riguarda solo l'opportunità di stabilizzare il lungo confine tra l'Iran e l'Afghanistan e verrà fatto in vista di una conferenza regionale che si terrà a Trieste a giugno, e non ha nulla a che fare con il dossier nucleare.

Subito dopo l'insediamento di Obama la nostra diplomazia era preoccupata, cosciente del fatto che a Washington, negli anni di Berlusconi, siamo stati tra i migliori amici dei repubblicani. Non è un mistero che l'ambasciatore Castellaneta fosse molto vicino a Condolezza Rice, tanto da organizzarle una serata di addio al potere, così dopo la vittoria dei democratici si è messo subito a lavorare per cercare di evitare un isolamento italiano. La carta principale che ha giocato per ricucire i rapporti con il Partito democratico si chiama Nancy Pelosi, che proprio all'ambasciata italiana aveva festeggiato la sua elezione a presidente della Camera. Con non poco affanno, nelle ultime settimane, gli italiani hanno dovuto usare tutto il loro credito per sollecitare il Dipartimento di Stato affinché Frattini venisse ricevuto subito da Hillary Clinton. Nel suo lavoro per recuperare terreno, l'ambasciatore ha puntato sull'italianità, così giovedì sera è riuscito a mettere a tavola con Frattini tre figure potentissime della cerchia stretta di Obama: la responsabile della Sicurezza interna Janet Napolitano, il nuovo capo della Cia Leon Panetta e il vice capo dello staff della Casa Bianca, quel Jim Messina che viene chiamato dal presidente "The fixer", l'uomo che gli risolve i problemi. Si potrebbe dire che ora la partita è stata riportata in situazione di pareggio e che l'Italia adesso è sullo stesso piano degli altri alleati.

Obama è completamente post-ideologico e non ha nessun interesse né vocazione a costruire alleanze e riferimenti internazionali come fecero Bill Clinton o Tony Blair in quella stagione che in Italia venne chiamata dell'"Ulivo mondiale". Lavora con i primi ministri che ci sono e se li fa andare bene, e se Berlusconi è stato più bushiano di Bush, questo non è un problema. Ma bisogna stare alle regole e non si può pensare che un partner responsabile che guida un Paese pilastro dell'Europa come l'Italia possa mettere una amicizia personale davanti alla solidarietà tra i Paesi occidentali. Temi come l'integrità territoriale della Georgia, spiegano, sono fondamentali e non si possono prendere le parti dei russi, se questo danneggia una linea comune.

Così con l'Iran. La strategia del "doppio binario" di cui ha parlato anche Frattini va presa alla lettera: se è vero che ora gli Usa sono per l'apertura di un dialogo diretto, resta in piedi la politica delle sanzioni e così ci è stato chiesto di non provare a fare passi sul dossier nucleare. Per il dialogo, gli americani hanno messo in campo Dennis Ross, c'è Hillary Clinton e poi l'organismo internazionale chiamato "cinque più uno"; non c'è bisogno che qualcun altro si improvvisi e che a Teheran arrivino messaggi contrastanti. Ma restano le sanzioni e anche su queste bisogna collaborare, per esempio viene spiegato che sarebbe apprezzato un gesto simbolico come la chiusura di una banca iraniana a Roma, che da oltre un anno non fa affari, ma continua a restare aperta. Questo, sottolineano gli interlocutori dell'Amministrazione, sarebbe una dimostrazione di leadership e un messaggio forte.

Perché la leadership è benvenuta, ma è fatta di cose pratiche, di gesti effettivi: chi vuole contare nell'allenza con Obama lo deve aiutare. Mandate più soldati, più soldi, e ingrandite il programma di addestramento di polizia in Afghanistan, ha suggerito la Clinton a Frattini. Assumentevi maggiori responsabilità e ciò verrà riconosciuto.

Berlusconi ora non ha il problema di correre alla Casa Bianca, il G8 alla Maddalena porterà Obama in Italia e il presidente americano ha promesso alla moglie Michelle una visita a Roma e una a Firenze, la loro città preferita.

Ma pragmatismo significa che non si fanno regali, che non esiste più un'amicizia "speciale": lo dimostra la vicenda degli elicotteri per la Casa Bianca, i MarineOne prodotti dalla Locked Martin insieme alla Agusta Westland del gruppo Finmeccanica. Molti blog americani insinuano che la commessa fosse un regalo di Bush per ripagare dell'appoggio dato sull'Iraq, la verità è che oggi alla Casa Bianca ne fanno solo una questione di costi, ma il messaggio è chiaro: d'ora in poi ogni cosa costerà lavoro, attenzione e fatica. L'amico americano va conquistato con i fatti, non con i panorami della Sardegna.

(1 marzo 2009)

giovedì 15 gennaio 2009

Il nuovo presidente deve giocare subito le sue carte contro la crisi economica

LA REPUBBLICA
MARIO CALABRESI

HYDE PARK (New York) - Franklin Delano Roosevelt era un coraggioso ottimista: da ragazzo ogni inverno correva con un'iceboat, una barca a vela con i pattini che gli aveva regalato la madre, sul fiume Hudson ghiacciato. Lo intravedeva dalle finestre di casa, tra gli alberi, e nelle mattine più fredde dell'inizio del Novecento scendeva a sfidarlo. "L'unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa", dirà trent'anni dopo giurando come trentaduesimo presidente degli Stati Uniti, ma questa volta non pensava alla tenuta del ghiaccio bensì alla democrazia del suo Paese.

La frase rimarrà la più famosa che abbia mai pronunciato, anche se allora quasi nessuno lo applaudì sulle scale del Campidoglio e pochi giornali la riportarono. Oggi è tornata di moda: Barack Obama se l'è studiata bene e da quando la crisi economica ha cominciato ad essere paragonata alla Grande Depressione, Roosevelt è diventato il suo portafortuna, l'esempio da cui attingere a piene mani, il modello su cui ricalcare i primi Cento Giorni alla Casa Bianca.

Già all'inizio di ottobre, durante la campagna elettorale, quando la paura per il crollo della finanza cominciava a dilagare, era salito su un palco in Ohio e citando Roosevelt aveva detto: "Non è il tempo del panico, ma il tempo per risolvere i problemi e ricostruire la fiducia".

Per diventare presidenti nel 1933, all'apice della Grande Depressione, di coraggio bisognava averne parecchio, più di quanto ne serva oggi: all'alba di sabato 4 marzo, poche ore prima della cerimonia di insediamento, Roosevelt ricevette la notizia che i governatori di Illinois, New York e Pennsylvania avevano ordinato la chiusura di tutte le banche dei loro Stati a tempo indefinito dopo che ne erano fallite 4mila. La disoccupazione superava il 25 per cento, la Borsa era crollata del 75 per cento dal 1929, la fame e la povertà avevano conquistato campagne e città ed era triplicato il tasso dei suicidi.

Ma Roosevelt apparve di fronte al Campidoglio di Washington e disse che non bisognava avere paura: per cento giorni convocò il Congresso in sessione straordinaria e tra il 5 marzo e il 16 giugno varò una serie senza precedenti di provvedimenti d'emergenza che cambiarono la storia e il volto dell'America.

Il discorso per l'inaugurazione lo scrisse, in poco più di quattro ore, la mattina di lunedì 27 febbraio 1933, qui nella casa di Hyde Park, quella sull'Hudson dove era nato e cresciuto. E qui, dove oggi c'è la sua biblioteca presidenziale in mezzo ai boschi e alla neve, bisogna venire per trovare le radici della più straordinaria partenza che un presidente abbia mai fatto nella storia americana e per capire cosa farà Barack Obama. Qui sono stati messi in mostra i documenti, le carte, i libri e gli oggetti di quella corsa contro il tempo e contro la paura che sono i Cento Giorni di FDR.

"Bisogna agire e agire subito", ripete Obama in ogni discorso da prima di Natale, ma la frase è una delle tante che ha preso da Roosevelt, così come lo slogan: "Il nostro obiettivo è rimettere la gente a lavorare". E poi ci aggiunge un motto delle zone rurali d'America: "Shovel ready", ovvero "con la pala in mano", per dire che è pronto a scattare al lavoro.

Sul tavolino da notte del primo presidente nero, per tutto l'autunno, c'è stato un libro del giornalista Jonathan Alter che si intitola "The Defining Moment", il "momento cruciale", e che racconta i primi tre mesi della presidenza Roosevelt e "il trionfo della speranza". L'espressione defining moment gli è talmente piaciuta che l'ha usata anche nel discorso della vittoria a Chicago, quando ha detto che "il cambiamento è arrivato in America".

Obama ha letto e riletto le 400 pagine per capire prima di tutto come fece FDR a comunicare con i cittadini, a spiegare cosa stava succedendo e a convincerli a ritrovare la fiducia. Roosevelt entrò nelle case di più di 60 milioni di americani grazie alla radio: la domenica sera parlava per mezz'ora e spiegava e rassicurava, erano nate le "conversazioni del caminetto". Nella biblioteca di Hyde Park lo si può riascoltare: aveva un tono pacato, uno stile intimo e informale, era didascalico, semplice e scandiva ogni parola. Anche Obama ha riascoltato questi nastri, ha studiato ogni dettaglio della voce e soprattutto ha cercato il segreto per tranquillizzare un popolo ansioso e per bilanciare l'urgenza di agire con la necessità di diffondere speranza.

Ora Obama dice che con il suo discorso inaugurale vuole spiegare nel modo più onesto e veritiero possibile quale è la situazione e quali sono le idee migliori per superare la sfida. Roosevelt sperimentò molte ricette, non tutte funzionarono ma lo sforzo fu incredibile: riportò la calma nel sistema bancario, mise tre milioni di giovani a piantare alberi, costruire parchi e aree protette, rifinanziò i mutui di un milione di persone che rischiavano di perdere la casa o la terra, riscrisse le regole della finanza e varò il più grande piano di lavori pubblici della storia finanziando 270mila progetti in tutta America. Fece costruire ponti, tunnel, strade, dighe e centrali elettriche che arrivarono a dare lavoro a due milioni e mezzo di persone. Spedì fotografi in ogni angolo del Paese per testimoniare la disperazione e lasciare un documento storico della Grande Depresione e della risposta del New Deal. Poi restituì la birra e un po' di gioia agli americani cancellando il proibizionismo.

Anche Obama si è convinto che in un momento così particolare solo lo Stato può dare la spinta necessaria per uscire da una recessione così profonda, per questo ha chiesto al Congresso di approvare un piano di almeno 800 miliardi di dollari per rilanciare l'economia. Per questo vuole ricostruire anche lui ponti, strade e scuole, puntare sulle nuove fonti energetiche, ridare regole a Wall Street e restituire speranza.

Per conquistare i cittadini e cambiare il sentimento del Paese pensa di utilizzare tutte le tecniche che ha sperimentato in campagna elettorale: radio, televisione e internet per informare costantemente gli americani di come sta spendendo i soldi, dando i numeri delle scuole in ristrutturazione o dei posti di lavoro creati. Vuole tenere alta la mobilitazione e comunicare in continuazione, scambiando mail con gli oltre undici milioni di cittadini che sono entrati in contatto con lui durante la campagna elettorale. Roosevelt dopo i discorsi radiofonici cominciò a ricevere 50mila lettere a settimana, dieci volte di più del suo predecessore, ma Hoover aveva un solo segretario per rispondere alla corrispondenza, mentre lui mise una squadra di 50 persone ad occuparsi della posta. La Casa Bianca venne invasa da missive e telegrammi, ma Roosevelt non si montò la testa e capì subito che il messaggio per essere efficace non poteva essere ripetuto in continuazione, altrimenti avrebbe perso la sua forza, tanto che in 3.692 giorni alla Casa Bianca tenne soltanto 31 "conversazioni del caminetto".

Obama è convinto del contrario, che la comunicazione sia un'offensiva continua e per questo ormai riempie ogni spazio possibile con i suoi messaggi. I primi cento giorni di Obama finiranno il 30 aprile, ma lui dice che preferirebbe essere giudicato sui primi mille, quanti ne toccarono in sorte a Kennedy.

Alla fine dei Cento Giorni di Roosevelt la Grande Depressione non era scomparsa, la crisi si sarebbe trascinata per tutto il decennio, ma in quattro anni la disoccupazione calò di 11 punti. Il presidente democratico, che venne rieletto per quattro mandati, era riuscito a bloccare il crollo, a mantenere l'ordine, a tenere in piedi la democrazia e soprattutto a restituire speranza agli americani.

Il 16 giugno, quando i Cento Giorni di provvedimenti speciali erano finiti, Roosevelt se ne andò in vacanza. Con un cappello bianco in testa salì sullo sloop Amberjack II, una piccola barca a vela affittata in Massachussetts, e navigò fino all'incantevole isola di Campobello in Canada, dove la famiglia aveva una casa per l'estate e dove nel 1921 si era ammalato di poliomielite. Non c'era mai più tornato, quel luogo di sogno si era trasformato in un incubo, da allora non aveva mai più potuto camminare senza essere assistito. Ma quel mese di giugno trovò il coraggio per farlo, dopo aver sconfitto la paura dell'America e la sua.

(15 gennaio 2009)