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giovedì 16 giugno 2011

Una guerra diventata grottesca

LUCIA ANNUNZIATA

L’altroieri la Camera dei rappresentanti Usa ha bocciato la richiesta del presidente Obama di nuovi fondi per continuare l’offensiva in Libia. «Chi metterà ora i soldi?», si chiede il ministro Maroni.

Nelle stesse ore in cui in Italia si ascoltano questi dubbi, negli Stati Uniti proprio lo speaker repubblicano di quella Camera dei rappresentanti evocata da Maroni dà un altro avvertimento a Obama: domenica, fa sapere John Boehner, scadono i 90 giorni concessi dal War Power Act del 1973 ai Presidenti Usa per decidere azioni di guerra senza permesso del Congresso. L’ultimatum di Boehner è chiaro: in questa settimana Obama deve o chiedere al Congresso il consenso a prolungare la missione contro Gheddafi o ritirarsi dalla missione.

Il dialogo fra Maroni e Boehner, di natura puramente virtuale (anche se non casuale), illumina uno dei principi cardine dei conflitti: la guerra è una scelta che non riguarda mai i principi, ma solo le opportunità. Il dibattito in corso sulla Libia ha così raggiunto un punto surreale. La Lega utilizza l’intervento in Libia contro il proprio alleato Berlusconi come leva di una potenziale crisi di governo. E a Washington i repubblicani, fino a ieri propugnatori della Guerra Preventiva, brandiscono oggi la bandiera del non intervento contro il fino a ieri anti-guerra Barack Obama. Quando la prossima volta dovremo discutere di qualche altro conflitto sarà utile ricordare il cinismo che permette con una giravolta, e così spesso, lo scambio di panni fra guerrafondai e pacifisti.

Questa inversione di ruoli porta tuttavia oggi anche a una non irrilevante presa d’atto. Il cambio di posizioni è maturata, e può esprimersi, perché la guerra in Libia si è sicuramente insabbiata. In questo caso non sono le sabbie mobili evocate, a suo tempo, per le paludi del Vietnam, ma le sabbie vere e proprie di un conflitto dispiegato in un deserto, geografico e geopolitico. Del deserto geografico non è necessario parlare. Quello geopolitico si è invece materializzato a poco a poco fino allo stallo della iniziativa politica, che è superiore solo alla paralisi militare.

Quello della Libia è - possiamo finalmente dirlo? - un conflitto da barzelletta. Una di quelle alla Totò, dove l’uso paradossale delle parole svela quanto grottesca sia la realtà. L’intervento in Libia è nato come una costruzione virtuale, con personaggi deformati per creare una narrativa credibile: la ferocia di Gheddafi, la rivolta del popolo oppresso, i colpi e contraccolpi di battaglie all’ultimo sangue, le persecuzioni, gli appelli alla solidarietà, la fuga della famiglia del dittatore, le incursioni televisive di leader e ribelli. Tutti questi eventi e immagini a novanta giorni dal suo inizio si sono rivelati per quello che sono sempre stati: chiacchiere. Oggi sappiamo - grazie anche al lavoro certosino di tanti corrispondenti - che la vicenda libica, pur non essendo priva di tensioni, aspirazioni e sangue, è però molto più prosaica. Il dittatore è il solito leader sulla strada del declino, è grasso, stanco, frustrato, e corrotto; la sua famiglia è spaventata, i suoi affiliati indecisi fra tradimento e rassegnazione; i ribelli sono gruppi disorganizzati, senza preparazione militare, senza armi, senza coordinamento, e, soprattutto, senza nessun collante ideale.

Del resto, per capire le dimensioni e la natura della guerra in Libia basta confrontarla con l’altra guerra civile in corso nel mondo arabo, la rivolta siriana in cui da mesi migliaia di uomini e donne accettano consapevolmente di farsi uccidere offrendo i loro petti, ogni venerdì, ai carri armati inviati da un’altra famiglia di dittatori nascosti dietro occhiali scuri e silenzio internazionale. È sgradevole fare paragoni di questo tipo, ma non è un caso che il numero dei morti in Siria in poche settimane abbia ampiamente battuto quello delle vittime (per altro ampiamente non verificate) libiche.

Qualcuno potrebbe offendersi per l’uso di un linguaggio così duro, ma è necessario confrontarsi con la realtà delle cose per capire dove vanno e a cosa ci portano. La guerra in Libia va male perché è una guerra mediatica, nata e gestita confusamente perché non si poteva dichiarare il suo unico e vero intento: trovare un nuovo assetto intorno al petrolio in Nord Africa.

La stessa inanità colpisce infatti questo conflitto sul suo versante Nato. La guerra in Libia ha rivelato, per converso, la perfetta debolezza militare della Alleanza Atlantica, come molto rudemente ha detto nel suo ultimo discorso prima della conclusione del suo incarico il ministro della Difesa Usa Robert Gates, che a Bruxelles ha criticato «le insufficienze militari e di altro tipo svelate dalla operazione in Libia». A lui si è unito, pochi giorni dopo, l’ammiraglio Sir Mark Stanhope, capo della Marina britannica, avvertendo che l’Inghilterra ha solo altri tre mesi di autonomia operativa. Non ha detto che la Marina britannica in Libia ha solo quattro navi anche ora che è pienamente operativa.

Siamo, dunque, al dunque: la guerra in Libia può dichiararsi ufficialmente incagliata.

Cosa succederà ora? È probabile che la de-scalation militare non verrà ufficializzata, tanto è nelle cose. Si accelererà invece la ricerca di una soluzione politica. E quale può essere, visto che non c’è la caduta del dittatore? Potrebbe essere quella che si è intravista fin dall’inizio: una partizione della Libia. Come del resto già quietamente si sta preparando con il riconoscimento del governo dei ribelli a Washington e in Europa.

Ma non è una scelta facile, come abbiamo già sperimentato nei decenni scorsi nei Balcani, e in Medioriente. I confini sono, come ben sappiamo, entità politiche e dunque fittizie, ma ogni loro violazione (ricordiamo l’invasione del Kuwait nel 1990 da parte dell’Iraq di Saddam) porta spesso a reazioni a catena, riaprendo tutti i malesseri delle rivendicazioni territoriali. In Nord Africa ci sono i popoli del deserto, artificialmente inseriti nei vari Stati della fascia araba del Mediterraneo. Ma il dossier delle rivendicazioni territoriali è molto ampio anche in Medioriente - basti pensare alla convivenza difficile fra sunniti e sciiti, come in Iraq, e alla questione curda che attraversa Iraq, Iran e Turchia.

lunedì 16 maggio 2011

In discussione una certa idea del potere


LUCIA ANNUNZIATA

Lo so, dovremmo sfoggiare un pudico senso delle istituzioni, ma è difficile invece non ammettere che l’arresto di Dominique Strauss-Kahn ci riempie di gioia. Per una ragione che – al netto di ogni necessario garantismo - spero che anche i nostri lettori maschili meno avveduti comprenderanno: lo smascheramento di questo signore comporta una serie di buone notizie per le donne.

L’arresto di Strauss-Kahn apre intanto nuove possibilità nella politica francese, creando le condizioni perché una donna arrivi alla presidenza di Francia. Il direttore del Fondo monetario internazionale è stato fino a due giorni fa il candidato preferito dell’opposizione alle presidenziali, ma nel complesso (e non meno rancoroso che in Italia) universo dei socialisti francesi non era l’unico aspirante alla nomina. Dietro la sua si profilava la candidatura di Martine Aubry, data però finora perdente. I giochi a questo punto si riaprono, e le prossime presidenziali francesi che saranno giocate all’ombra della crisi di leadership di Sarkozy, potrebbero essere decise da ben due donne.

La Aubry da una parte e dall’altra, nel ruolo della guastatrice,
Marine Le Pen. Marine, figlia di Le Pen, nuovo fenomeno della destra francese, potrebbe infatti acutizzare il declino di Sarkozy, sottraendogli consensi, e aprendo così la strada a un ritorno all’Eliseo dei socialisti.

Una seconda e significativa conseguenza per le donne è che in questo nuovo scenario non si intravede nessuna quota rosa, nessuna leadership femminile prodotta come fiore di serra. Se la Le Pen, come detto, è cresciuta a pane e politica, la Aubry ha tutti i carati per essere Presidente. Figlia d’arte (suo padre è Jacques Delors, ministro socialista delle finanze dal 1981 al 1985, e soprattutto uno dei fondatori dell’Unione Europea, della cui Commissione è stato presidente dal 1985 al 1995) ha un palmarès da leader nazionale, da ministro del Lavoro fra il 1997 e il 2000, ai due mandati da sindaco di una città complessa come Lille, al suo attuale incarico di segretario del partito socialista. Va anche ricordato che la Aubry è stata una delle donne socialiste che nelle scorse presidenziali prese apertamente le distanze dalla candidata del partito Ségolène Royale, considerata, a loro opinione, troppo mediatica e poco politica. Come si vede, nell’animo pubblico di Martine non alberga nessun femminismo o quotarosismo di maniera. E’ una donna che ha puntato su lavoro, passione, competenza e disciplina: se venisse eletta si innesterebbe nel filone in cui si muovono Hillary Clinton e la Merkel. Un modello femminile seccamente alternativo alla donna bella e subalterna che è il secondo modello femminile proposto dalla politica. Stiamo certamente correndo troppo – ma qui si vuole solo segnalare quanto serie sono per le donne le implicazioni dell’inciampo di Strauss-Khan. Accanto a queste della politica istituzionale, ce ne sono infatti anche altre, di natura più etico-tattica: la vicenda del direttore dell’Fmi contiene un avvertimento sul nuovo clima del tempi.

La giovane cameriera che ha denunciato l’aggressione, è solo l’ultima delle molte donne che, coinvolte volenti o nolenti in umiliazioni sentimentali o sessuali in rapporti con uomini potenti, non stanno zitte. Non ha taciuto la Monica Lewinsky, come non ha taciuto in Italia la signora Berlusconi, o molte delle ragazze vicine al premier. Come non hanno taciuto le amanti e le mogli dei vari candidati americani, o svedesi, o inglesi.

La loro non è solo vendetta femminile – si profila qui la rivolta delle donne a un certo senso del potere, politico ed economico. Il modello che ha permesso a Kennedy di avere tutte le donne che voleva e a Mitterrand di avere due famiglie nella accettazione generale è parte definitiva del passato. Distrutto non da un nuovo moralismo, dal momento che questi smascheramenti non sono frutto di una campagna ideologica, ma di concrete svolte in concrete relazioni fra individui. Quello che si attacca dunque più che la persona, è un concetto: cioè l’idea che le donne siano un fringe benefit, come la macchina e le stock option, del Potere.

In questo senso, l’incidente Strauss-Khan ha un riflesso (sia pur solo di immagine) anche sulla politica italiana.
L’arroganza sessuale del politico francese mette sicuramente in un contesto diverso le «intemperanze» sessuali che deformano la nostra politica. E’ indubbio che questa vicenda ci ricorda che la Francia - e potremmo gettare uno sguardo non innocente anche sul resto dei Paesi europei e sugli Usa - ha costumi privati e pubblici scollacciati quanto quelli italiani. Al momento è un punto a favore del nostro premier. Ma cosa dovremo pensare di Silvio Berlusconi se a seguito di questo incidente Strauss-Khan decidesse di rinunciare alla corsa presidenziale?

In conclusione, speriamo che a Strauss-Khan venga riservata una inchiesta giusta, ma anche un trattamento severo in termini di giudizio. Non vorremmo sentire compiacenti giustificazioni sulla seduzione, sui francesi, e ancora meno sui complotti giudaico-massonici. Nemmeno ci piacerebbe ascoltare disquisizioni sul perché i socialisti possano peccare e la destra no. Cari amici, compagni di vita, mariti, fratelli, padri, uomini, queste cose per le donne non sono roba da poco: cercate di essere all’altezza delle nostre attese.

venerdì 13 maggio 2011


LUCIA ANNUNZIATA

E se invece del «metodo Boffo» fosse il metodo Donald Trump?

Sul caso Milano - perché di questo parliamo - temiamo che si sia dato un giudizio troppo frettoloso. La maggioranza del centrosinistra e alcune voci nel centrodestra, incluse quelle notevoli a diverso titolo di Bossi e di Ferrara, sostengono che l’attacco della Moratti allo sfidante Pisapia sia stato un passo falso.

Un passo falso che sarà pagato dalla stessa Moratti. In realtà, negli scontri in condizioni di intensa personalizzazione la tattica che funziona di più non è quella della verità, ma del verosimile; è la insinuazione di un dubbio storicamente ed emotivamente credibile sul carattere e la personalità dell’avversario.

Un esempio dell’efficacia di questa tattica ci è passato sotto gli occhi proprio di recente, offertoci dalla politica americana.

Quanti credono che Barack Obama non sia nato negli Stati Uniti? Pochi, dicono i sondaggi. E quanti credono che Donald Trump sia un credibile candidato come Presidente Usa? Ancora meno, ci dicono sempre i sondaggi. Eppure è bastato che questo non credibile aspirante politico ripetesse insistentemente un’assurda domanda (ma Obama è americano?) per obbligare la Casa Bianca a dare spiegazioni nel pieno di una guerra in Libia e alla vigilia dell’attacco al più ricercato terrorista mondiale, Bin Laden.

Ora, se questo è il risultato di un dubbio surreale, quanto più dannosa per una campagna elettorale può essere un’accusa con un semi-fondamento di verità, lanciata da una persona che di solito è credibile? La risposta è una sola: molto, molto dannosa. Non a caso anche ieri il sindaco Moratti non ha cambiato la sua posizione, e ha incassato anche la solidarietà del premier. In sostanza, infatti, la prima signora di Milano ha ottenuto esattamente quello che voleva - definire sotto una diversa luce la biografia di Giuliano Pisapia, raccontarlo in rapporto ad altri anni e altre idee, terremotando così la narrativa pubblica da lui scelta per se stesso in questa campagna. Un’operazione efficace soprattutto per quella fascia che balla nelle elezioni milanesi, cioè i moderati. A loro si è rivolto apertamente il sindaco: «La mia esperienza di manager, la mia famiglia confermano ampiamente che sono una persona moderata, a differenza di Pisapia che dalla Corte di Assise è stato giudicato responsabile di un furto di veicolo che sarebbe servito per il sequestro e il pestaggio di un giovane. È stato giudicato responsabile e amnistiato. L’amnistia non è assoluzione».

C’è molto da leggere in questo tipo di appello. In tutti i casi di elezioni dal risultato molto incerto, qual è Milano, è sempre il consenso dei moderati che balla, la fascia di mezzo più pragmatica, meno ideologica, dell’elettorato che può considerare di spostare il proprio voto. La mossa del sindaco Moratti può dunque essere letta anche come un indiretto riconoscimento della forza di Pisapia, un segno evidente di nervosismo da parte del Pdl. E tuttavia ci sono pochi dubbi che oggi, a poche ore dalle elezioni, la campagna elettorale ha preso un diverso percorso - Pisapia è stato messo in difensiva, deve spiegare, deve contestualizzare. E, qualunque sia la spiegazione che offre, un episodio che nessuno ricordava più è uscito dal suo passato. Oggi per molti moderati l’avvocato Pisapia, con i suoi modi di bravo ragazzo, la sua cultura e la sua cortesia, si è trasformato in uno che ha fatto comunque quattro mesi di carcere in connessione con atti terroristici.

Altro che errore. La gaffe di Letizia ci appare un ennesimo capolavoro della comunicazione della scuola di Silvio Berlusconi.

lunedì 28 marzo 2011

A Damasco il gorgo del mondo


LUCIA ANNUNZIATA

La Siria sta rapidamente raggiungendo un punto di non ritorno. Di fronte al presidente Assad si apre un bivio molto semplice: di qua le riforme, di là la repressione. Quale sarà la direzione che Damasco prenderà si saprà in non tanto tempo.

Ieri le cose lasciavano sperare: sono state annunciate la cancellazione dopo 48 anni dello stato d’emergenza imposto nel 1963 e le dimissioni dell’attuale gabinetto di governo. Ma alla fin fine, come ci hanno insegnato fin qui le altre rivolte arabe, il livello di riforme necessarie a calmare le acque o è molto alto o è inesistente. E la leadership dell’erede del Leone di Damasco, come lo definisce nella sua migliore biografia Patrick Seal, non ha mai dato fin qui particolari segni di forti capacità né strategiche né politiche - nemmeno nel senso di forza repressiva che il padre era capace di scatenare.

Per cui, se tanto dà tanto, al di là anche delle intenzioni della presidenza, molto presto la Siria potrebbe diventare terreno di intervento di altre potenze regionali.

Non intendiamo qui né un’occupazione militare né tanto meno un intervento diretto degli occidentali.

I giochi dentro questa nazione sono però troppi e troppo aperti perché la rivolta contro gli Assad proceda troppo a lungo e vada fuori controllo. La ribellione siriana sarà pure, infatti, parte dell’onda delle rivoluzioni popolari del Nord Africa, ma sposta l’asse della storia dal Mediterraneo alla regione a più alta tensione del mondo -
il triangolo petrolifero tra Iran, Iraq e Arabia Saudita. Il paradosso è dunque che proprio un Paese senza petrolio, qual è la Siria, rischia di aprire una falla nel faticoso equilibrio che negli ultimi dieci anni si è costruito intorno alla cassaforte energetica mondiale.

L’importanza di Damasco è scritta sulla carta geografica, dove si colloca, oggi come nei secoli scorsi, al centro di un vasto incrocio. Sul vicino Libano esercita da anni un protettorato senza scrupoli, che negli anni ha fatto sentire il suo pugno di ferro nei momenti chiave - dal bombardamento contro il generale cristiano maronita Michel Aoun a Beirut Est, con cannoni di lunga gittata, nel 1989, all’uccisione nel 2005 dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri che aveva guidato la rinascita del Libano dopo la Guerra civile.
Oggi il ruolo di Damasco è quello di costituire un santuario politico per gli Hezbollah che senza governare pienamente controllano la vita politica in Libano, e per le forze palestinesi radicali di Hamas nella Striscia di Gaza: è tramite la Siria, infatti, che arriva a questi movimenti l’appoggio logistico (armi) e politico dell’Iran.

A proposito di religione, va notato che la Siria è governata dagli Assad che sono una minoranza sciita alawita in un Paese a maggioranza sunnita. L’esatto contrario di quel che è stato l’Iraq di Saddam Hussein, per intenderci. Il che la dice lunga nel rapporto con l’Iraq attuale.

La tensione inter-islamica è all’origine di uno degli episodi della formazione della Siria moderna la cui memoria oggi rischia di avere molto peso negli eventi di questi giorni:
nel 1982, nella città di Hama, Assad padre sterminò ventimila persone per dare una lezione ai Fratelli Musulmani. Oggi però l’esercito popolare è a maggioranza sunnita, e questo mette a rischio la coesione dell’intervento del governo centrale.

Delle frontiere che la Siria ha con Israele e con la Turchia, e del ruolo che ha nella politica di questi due Paesi, si sa molto. Infine va considerato il legame, anche sociale, fra la Giordania e la Siria, entrambi Paesi con una vasta popolazione di palestinesi, retaggio del conflitto arabo-israeliano. E in Giordania l’opposizione islamista agita le piazze e ha chiesto le dimissioni del primo ministro Maaruf Bakhit.

Quante possibilità ci sono che questo gorgo non diventi un ingovernabile caos che si scarica su tutti i Paesi confinanti?

Per Washington infatti la Siria pone un serio dilemma. L’indebolimento degli Assad sarebbe positivo per gli Usa perché indebolirebbe l’influenza regionale iraniana. Ma una crisi non risolta bene e presto rischierebbe di scalfire il precario equilibrio iracheno. Per ora si sa che a Damasco il nuovo ambasciatore Usa, Robert Ford, sta fortemente consigliando al Presidente la via delle riforme.

Ma lo scenario è pronto, come si diceva, per una sorta di apertura a un intervento di potenze esterne. È possibile che più o meno apertamente si muova l’Iran: un po’ di settimane fa, come si ricorderà, subito dopo la caduta di Mubarak, il Canale di Suez fu attraversato da due navi da guerra iraniane. La loro apparizione nel Mediterraneo suscitò allarme. Quelle navi erano dirette in Siria, e ancora lì stanno. Si muove tuttavia anche la Turchia, altra potenza che in questa crisi libica ha assunto peraltro un maggior ruolo nei confronti degli Stati Uniti. Fra Istanbul e Damasco corrono relazioni, anche recenti, «fraterne», con una vigile presenza dell’abile Erdogan sul fragile giovane Assad.

Un altro dilemma dunque si è aperto, un altro gioco nel Grande Gioco. Un altro possibile deragliamento del mondo arabo, in una maniera o nell’altra, è dietro l’angolo.

giovedì 17 febbraio 2011

Lo stupro di Lara il rovescio di piazza Tahrir


LUCIA ANNUNZIATA

Illuso, romantico, ottuso Occidente. Mentre tutti eravamo lì a guardare in mondovisione la festa della liberazione dell’Egitto dal despota Mubarak, mentre assistevamo alla nascita di un nuovo mondo arabo, le immagini di felicità occultavano per noi il lato oscuro anche di questa storia. Un branco di lupi, una banda di uomini egiziani, un paio di centinaia diranno dopo i testimoni, stava sbranando una donna bianca. Bionda, giovane, sudafricana di nascita ma americana per scelta, giornalista della Cbs News e inviata di 60 minutes, un simbolo dunque di quanto più bianco, ricco, dominante, occidentale si possa chiedere. Lara Logan, 39 anni, famosa per i suoi spericolati servizi di guerra, e per la sua bellezza, è stata assalita, separata dal suo gruppo di compagni di lavoro, in piazza Tahrir, e sottoposta a «un brutale e sostenuto attacco sessuale», durato mezz’ora, secondo il comunicato ufficiale della sua rete tv. Stuprata, insomma, anche se di stupro si è scelto di non parlare ufficialmente. E certo non per mano della polizia segreta di Mubarak, che quella sera aveva già gettato la spugna.

Difficile non vedere in questa storia - che peraltro negli Stati Uniti sta suscitando molti commenti - una parabola su molte cose: sul giornalismo, sulla politica estera, ma, soprattutto, sulle nostre illusioni. Tipico di come le nostre società funzionano: parte la grande macchina dei media, si forma una catena totale e globale, che crea un circuito virtuoso perfetto, in cui ogni immagine e idea rimbalza su se stessa, confermandosi a vicenda, e presto siamo tutti lì ad accettare questa rappresentazione come realtà, dimenticando ogni dubbio, ogni dato, conoscenza e studio acquisiti in precedenza. Non ci voleva molto a ricordarsi che l’Egitto è un Paese denso di tensioni e di rabbia, un Paese in cui fra la povertà e la repressione ribolle di continuo una tentazione alla violenza in cui soprattutto le donne sono trattate privatamente e pubblicamente con disprezzo.

Secondo il Centro dei diritti delle donne il 60 per cento delle donne egiziane viene molestato ogni giorno, e il 98 per cento delle donne straniere in Egitto viene molestato per strada. In passato abbiamo visto l’assalto alle donne in luoghi pubblici praticato regolarmente come punizione «etica» per quelle che vestono immodestamente, ma anche come ritorsione politica contro donne che partecipavano a manifestazioni. L’estremismo religioso c’entra solo fino a un certo punto. E’ un fenomeno che svela, come si diceva, la struttura di un intero assetto sociale e le dinamiche intorno a cui si coagula.

Lo stupro di Lara Logan avvenuto in quel modo e in quel momento è dunque ancora una volta la riprova che è sul corpo delle donne che le verità vengono misurate. E la verità è che, mentre la politica internazionale si domanda cosa faranno i Fratelli Musulmani, farebbe forse meglio a continuare a domandarsi come e di chi sia fatta questa società che in questo momento in Egitto, e in altre nazioni mediorientali, sta cominciando a muoversi.

C’è un eterno fanciullino nei nostri cuori di occidentali, sempre bisognosi di pensare che il mondo è molto meglio di quello che vediamo. Abboccando a ogni momento di felicità, a ogni bandiera che sventola, a ogni lacrima che si versa. Ma se la rivolta araba in corso in tanti Paesi è destinata a durare, sarà bene osservarla con occhi molto aperti.

domenica 9 gennaio 2011

Un bersaglio nella lista del rancore

SARAH PALIN

LUCIA ANNUNZIATA

Ricordatevi questi nomi: Ann Kirkpatrick (Arizona), Harry E. Mitchell (Arizona), Gabrielle Giffords (Arizona), John Salazar (Colorado), Betsy Markey (Colorado), Allen Boyd (Florida), Suzanne M. Kosmas (Florida), Baron P. Hill (Indiana), Earl Pomeroy (Alabama), Charlie Wilson (Ohio), John Boccieri (Ohio), Kathy Dahlkemper (Pennsylvania), Christopher Carney (Pennsylvania), John M. Spratt, Jr. (South Carolina), Tom Perriello (Virginia), Alan B. Mollohan (West Virginia), and Nick J. Rahall II (West Virginia).

E’ la «Target List», la lista di obiettivi, pubblicata il 23 marzo dello scorso anno, il 2010, da Sarah Palin. Diciassette uomini e donne del Congresso Usa, sedici democratici e un repubblicano, indicati per la loro attività a favore della riforma della assistenza medica. Ieri sera il nome numero tre della lista, Gabrielle Giffords, dell’Arizona, è stata colpita al volto da un colpo di pistola da un attentatore di 22 anni mentre parlava a un incontro con i suoi elettori.

Chi sia esattamente l’attentatore, e quali siano le sue motivazioni, non si sa ancora. Ma che qualcuno abbia messo mano alle armi possiamo dire da subito che non è un avvenimento inatteso. Era infatti solo questione di tempo: dopo tanti inviti alla rivolta carichi di metafore da fuoco («hit», «reload»), un proiettile doveva prima o poi partire, ed è partito.

Ovviamente, in questo come in tutti gli altri casi di violenza, la responsabilità rimane individuale, ma alle spalle di questo attentato non è difficile intravedere le ombre dei «cattivi maestri» . E Sarah Palin, dopo aver colto molti vantaggi dal suo essere diventata la musa di un movimento rancoroso nonché orgoglioso di questo suo rancore, violento nonché orgoglioso della sua riscoperta della violenza, è oggi la naturale destinataria di ogni critica allo spregiudicato gioco di radicalizzazione acceso in Usa dal Tea Party e dal nuovo populismo conservatore. La stessa Palin sembra aver immediatamente realizzato la sua esposizione, dal momento che è stata il primo politico ad esprimere il suo cordoglio, prendendo le distanze dalla «tragica sparatoria» e offrendo le sue preghiere.

Nel frattempo, giusto per stare sul sicuro, la «lista degli obiettivi» è stata tolta da ogni sito che fa capo alla Palin. E’ possibile invece ritrovare in giro un altro capolavoro della incisiva creatività predicatoria della signora del nuovo conservatorismo Usa: è la mappa americana con le indicazioni dei posti dove ci sono i democratici da seguire - indicati con nomi e una croce sopra. La Gabrielle Giffords è sulla mappa, ovviamente. Fra i nomi indicati, nei mesi scorsi, sei sono stati in qualche modo colpiti - bruciati o attaccati i loro quartier generali. La Giffords stessa era invece stata avvertita fin dentro casa con un mattone lanciatole attraverso la finestra.

Ma concentrarsi sulla Palin sarebbe in questo momento riduttivo. Per capire cosa è successo ieri sera va messo sotto la lente di ingrandimento lo Stato stesso dell’Arizona, divenuto in questi ultimi anni e mesi uno dei luoghi più inquieti d’America, teatro di un acceso scontro politico, casa di un fortissimo movimento del Tea Party, evoluzione di un ambiente già molto conservatore. Il senatore John McCain, che di questo Stato porta la bandiera, e che nel 2008 divenne il secondo candidato presidenziale espresso dall’Arizona dopo Barry Goldwater, ha sempre appoggiato qui una piattaforma di estrema destra.

E’ stata del resto l’Arizona il primo Stato, nel 2006, a respingere ogni legislazione a favore del matrimonio fra individui dello stesso sesso. E nel 2010 è ancora l’Arizona ad aver conquistato il primato nella legislazione Usa per aver approvato la più dura legge anti-immigrazione. La stessa Giffords colpita ieri aveva vinto la sua campagna elettorale proprio per le sue posizioni estremamente moderate. Nel campo democratico faceva parte del gruppo dei cosiddetti Blue Dogs, aveva di recente criticato il presidente Obama per la sua inefficacia sull’immigrazione clandestina. Con il Presidente si era però schierata sulla riforma dell’assistenza medica.

Proprio questa riforma torna oggi, con il nuovo Congresso appena insediatosi a maggioranza repubblicana, al centro della politica americana. L’attentato di ieri sera può dunque cambiarne il destino. Nel bene e nel male, può incitare a una maggiore cautela o a una maggiore tensione nella valutazione delle cose. Allo stesso modo, può avere un impatto sul corso della presidenza di Obama.

martedì 4 gennaio 2011

A Mirafiori sinistra impreparata


LUCIA ANNUNZIATA

Chi ha ragione delle due sinistre che guardano alla Fiat? Hanno ragione gli uomini del Pd, cioè i suoi principali leader, che si sono schierati per l’accordo con Marchionne - sia pur con una serie di distinguo - o i dirigenti della Fiom che lo hanno respinto senza se e senza ma?

Il lodo Marchionne, che come tale si è ormai configurato, comunque lo si guardi, è, innanzitutto, per il centrosinistra forse la prima decisione che deve affrontare senza poterla circumnavigare.

Senza il soccorso di un «ma anche»; è il primo luogo mentale cui non si può sottrarre. In questo senso, la cosa più ovvia da dire oggi, alla vigilia del referendum Mirafiori che si terrà fra un paio di settimane, è che l’appuntamento è per la sinistra una presa d’atto, ovvia, pubblica, definitiva, di una sconfitta. Il piano Fiat ne tocca in effetti la cassaforte di famiglia, il suo core business, lo zoccolo duro dei suoi elettori, e la idea stessa di mondo che ci ha proposto nell’ultimo mezzo secolo. In particolare per la sinistra italiana, lavoro e diritti sono sempre stati presentati come armoniosamente (e utilmente) compatibili, una realtà inscindibile. In questo senso, quando la Fiat chiede nuovi termini di organizzazione, qualunque essi siano, e qualunque ne sia la ragione, le nuove condizioni costituiscono obiettivamente per questa area politica la conclusione di un intero ciclo storico. Qualunque parte le varie anime della sinistra sceglieranno di giocare in questa trattativa, quella di chi lavora con Marchionne o quella di chi lo rifiuta, qualcosa è già perso, comunque - da Mirafiori non uscirà nessun vincitore.

Sono condizioni nuove di cui si discuterà con accanimento per molto tempo. Ma intanto c’è molto da ragionare sul fatto che, dopo sedici anni di Silvio Berlusconi, identificato da molti addirittura come costruttore di un «regime», la sinistra sia stata messa con le spalle al muro non dal Premier ma da un manager di una antica azienda. Manager e Azienda entrambi - è utile qui ripeterlo - considerati dei seri interlocutori da parte di questa stessa sinistra. Un vero e proprio paradosso, una sorta di poetica vendetta della storia. Come è stato possibile? Avanzo qui solo alcune delle moltissime, possibili, spiegazioni.

La prima è che Silvio Berlusconi, a dispetto di tutti i suoi modi forti, le sue leggi ad personam, i suoi assalti alla Costituzione, si riveli alla fine un avversario meno efficace di quel che si teme. Il viceversa di questa possibilità è che la sinistra abbia trascorso più di un decennio a capire chi era Berlusconi, e a dividersi su come combatterlo, perdendo di vista la società che, intorno, galoppava in tutt’altre direzioni. L’elemento della vicenda Fiat che più colpisce, alla fine, forse è proprio questo: quanto impreparata sia arrivata la classe politica del centrosinistra all'appuntamento con Marchionne. Le domande che si sta facendo ora nella spirale finale delle decisioni, in realtà avrebbero dovuto essere se non anticipate, sicuramente affrontate prima. Il Pd - e non solo, dal momento che questa è una storia che fa cambiare il volto alla industrializzazione dell’Italia - avrebbe dovuto sapere, anticipare, dirigere, insomma.

E non è che Marchionne abbia messo tutti dinanzi a un fatto compiuto: della Fiat si sa tutto, la vicenda si è sviluppata in perfetta trasparenza da almeno un paio di anni, e dall’estate scorsa, cioè dal referendum per Pomigliano, la conflittualità fra Fiom e manager Fiat è passata al calor bianco. Ma lo scontro è rimasto per mesi nel ghetto delle «relazioni industriali», come si dice in gergo per indicare che è rimasta tutta una questione di fabbriche e di sindacati. La storia che in questi giorni arriva alla conclusione è maturata - è necessario ricordarlo - confusa in mezzo alle varie agende della politica. Il governo per mesi è stato a guardare perché non aveva - per divisioni interne - il ministro dello Sviluppo economico, il Pd si è perso nella lotta interna fra le sue varie anime (veltroniane, dalemiane, popolari, centriste, cattoliche di ordinanza o meno) dopo la nomina di Bersani, mentre i centristi seguivano affascinati la «rupture» fra Fini e Berlusconi. Se un giorno qualche ragazzo in vena di fare i conti con questo Paese farà una ricerca per la sua tesi di laurea sul giornalismo nell’anno 2010 troverà (possiamo anticiparlo) molto più spazio dedicato alle escort di Silvio, alle case di Montecarlo, e allo scontro fra Palazzo Chigi e Magistratura. Un ordine di interessi perfettamente riscontrabile anche sui fogli di informazione di sinistra.

Di operai si è parlato poco, negli ultimi anni. Solo lo stretto necessario. Con una fondamentale incredulità della trasformazione in corso nel mondo. L’agenda politica intorno a cui la sinistra si è avviluppata nel 2010, a guardarsi indietro, ci appare oggi come estremamente laterale, se non addirittura irrilevante. Questa è la vera responsabilità dell’area democratica: essersi fatta bloccare da Berlusconi come un cervo abbagliato dai fari di una macchina, mentre il resto del Paese e del mondo continuavano a correre.

Oggi che l’operazione Marchionne si scopre decisiva, la sinistra vi arriva così troppo tardi per avere soluzioni diverse, o anche solo per avviare una discussione. Ma può sempre fare peggio: può ad esempio, di fronte alla difficoltà, cedere alla tentazione di lacerarsi - come sa fare benissimo, e come effettivamente già sembra incline, anche questa volta, a fare.

domenica 2 gennaio 2011

“Una guerra di muscoli”


“LA CARICA ideologica con cui il nostro governo, fin dall’inizio, ha affrontato la questione Battisti ha purtroppo generato una reazione uguale e contraria da parte del Brasile”. Secondo Lucia Annunziata, editorialista del La Stampa e conduttrice del programma In Mezz’ora su Raitre, il governo Berlusconi non è stato affatto latitante, anzi.

Dunque ha ragione Umberto Bossi, che ha liquidato la vicenda della mancata estradizione di Cesare Battisti da parte di Lula con uno sprezzante “Un presidente di sinistra che ha salvato un uomo di sinistra”?

“Purtroppo non è da escludere - risponde Annunziata - forse con un governo di centrosinistra le cose sarebbero andate diversamente. E questa volta, lo dico con amarezza, non sto dalla parte di Lula. Quella del Brasile è stata una reazione sciocca, per non dire altro. Ma fin dall’inizio, quando ancora era una questione italo-francese, il centrodestra (La Russa in primis) aveva messo su Cesare Battisti un carico da novanta, con toni sbagliati del tipo ‘Ora ve la facciamo vedere...’. I risultati, purtroppo sono questi”. C’è stata una latitanza della diplomazia e del ministro degli Esteri, definito “fattorino” in un cablo di Wikileaks? “Frattini è stato definito ‘messenger’, che non vuol dire fattorino, ma messaggero. E i ministri degli esteri, oggi, non possono che essere quello, non hanno potere. Quanto alla diplomazia, oggi ha l’unico scopo di far fare brutta figura agli altri. Cosa francamente un po’ avvilente”. Quando ci sono di mezzo i diritti umani (vedi rapporti privilegiati con Russia e Libia e la deferenza verso la Cina) B. non sembra cavarsela molto bene: “Non credo - conclude Annunziata - la politica estera di Berlusconi non è che la prosecuzione di camini già intrapresi in precedenza. L’unica virata netta è stato il marcato filoamericanismo con cui il nostro governo si è accostato alle questioni mediorentali”.