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mercoledì 29 dicembre 2010

GANZER E NARCOTRAFFICO QUELLE DIMISSIONI NECESSARIE


In mano al Ros tutte le indagini sulle cricche

di Marco Lillo

Il generale Giampaolo Ganzer non può restare al suo posto. Le dimissioni sarebbero una conseguenza naturale dopo le motivazioni della sentenza di condanna contro il comandante del Ros, il Reparto operativo speciale dei carabinieri. E invece da due giorni, con l’eccezione dell’Italia dei valori, zero richieste di dimissioni dal centrodestra e – fatto ancora più sorprendente – dal resto del centrosinistra. Eppure Ganzer, secondo i giudici di Milano che lo hanno condannato a 14 anni, era “in scandaloso accordo con i trafficanti ai quali è stato consentito vendere la loro droga in Italia e arricchirsi con i proventi delle vendite con la protezione dei carabinieri del Ros”.

La condanna è del luglio scorso ma le motivazioni sono state rese note solo lunedì. Per i giudici, da Ganzer “il traffico di droga non solo non è stato combattuto, ma addirittura incoraggiato e favorito”.

La sentenza potrebbe essere ribaltata in appello e la presunzione di innocenza deve essere riconosciuta, ma si è creata una gigantesca anomalia con il comandante del Ros condannato per narcotraffico.

Dopo la condanna di luglio il coordinatore del Pdl Sandro Bondi trattò i magistrati come se fossero le Brigate rosse: “Non possiamo accettare senza reagire il rischio di una vera e propria disarticolazione dello Stato”. Ma in fondo è il solito Bondi.

Dopo la pubblicazione delle motivazioni Iole Santelli, vice-capogruppo del Pdl alla Camera, ha detto: “È incredibile la motivazione con cui hanno condannato Ganzer”.

Per una volta compatto, il Pd ha ignorato i giudizi terribili del Tribunale sul comandante Ganzer, nominato nel 2002 durante il governo Berlusconi ma lasciato al suo posto dal governo Prodi dopo l’avvio del processo nel 2005. Anche la stampa, con la lodevole eccezione del Corriere della Sera, ha evitato di mettere il dito nella piaga del Ros. Solo Antonio Macaluso sul quotidiano diretto da Ferruccio De Bortoli ha posto con garbo “il terribile dubbio sull’opportunità che il generale resti al suo posto”.

IL COMANDANTE del Ros ha evitato commenti dimostrando di volersi difendere solo nel processo di appello. Decisione opportuna che però dovrebbe essere seguita da dimissioni che non rappresentano un’ammissione di colpevolezza, ma una scelta obbligata.

I casi che hanno coinvolto Ganzer e il precedente comandante Mario Mori, sotto processo con accuse gravissime a Palermo per il mancato arresto di Provenzano, sono un fardello troppo pesante anche per il Ros. Ganzer facendosi da parte tutelerebbe gli uomini che sotto la sua guida hanno collezionato decine di successi nella lotta alla criminalità. Certo anche il Ros non è immune da errori. E non sono mancati scivoloni come l’inchiesta fuori misura del 2007 contro una presunta cellula di anarchici a Perugia o quella che ha cercato di fare le pulci, con un eccesso di foga, alle indagini calabresi di Gioacchino Genchi e Luigi De Magistris. Eppure la serietà del Ros, nonostante i guai dei suoi vertici, non è in discussione ed è testimoniata dall’elenco delle inchieste nell’ultimo anno.

Sono del Ros le intercettazioni che hanno messo nei guai Guido Bertolaso, il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, Fastweb e Finmeccanica, il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo e il faccendiere fascista Gennaro Mockbel.

Sono del Ros le indagini che hanno portato al sequestro dei beni del segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, del tesoriere della Fondazione del ministro, ex An, Altero Matteoli e dell’ex segretario del ministro Franco Frattini.

Sono del Ros le informative contro l’assessore alla sanità della giunta Vendola in Puglia: il senatore Alberto Tedesco del Pd.

Sono del Ros anche le indagini sui carabinieri ricattatori nella vicenda costata la presidenza del Lazio a Piero Marrazzo.

E sono del Ros le inchieste sui legami tra ‘ndrangheta e economia del Nord raccontate da Roberto Saviano in tv, come anche le informative recenti che hanno portato all’arresto di un assessore della Giunta regionale di centrodestra in Calabria.

Eppure questo elenco di politici indagati, arrestati, intercettati e condannati che in altri tempi avrebbe potuto rappresentare una medaglia al petto del comandante, oggi rappresenta la principale ragione che dovrebbe consigliare le dimissioni. Al di là della volontà di Ganzer, le inchieste aperte e quelle ancora segrete, come le portentose banche dati del reparto e la capacità dei suoi uomini, somigliano a tante pistole puntate sul malandato corpo politico di questo Paese. Il silenzio unanime del Pd e del Pdl su Ganzer è la migliore prova della necessità di un cambio. Anche perché quel silenzio potrebbe essere dettato dalla fiducia nell’operato passato del Ros, ma anche dalla paura per le sue indagini future.

domenica 5 dicembre 2010

Assegni e viaggi senza scorta, il mistero Ciancimino


Strani giri di assegni, un viaggio senza scorta fino a Verona, un incontro con un uomo legato alla ‘ndrangheta. Sono queste le ultime novità che rischiano di minare per sempre la credibilità di Massimo Ciancimino. L’uomo che ha tenuto incollati allo schermo decine di milioni di italiani con le sue dichiarazioni di abiura del mondo mafioso e con i suoi torrenziali discorsi su trattativa, capitali mafiosi investiti a Milano e rapporti tra Carabinieri e Provenzano, è caduto poche settimane fa in un infortunio dal quale rischia di non rialzarsi con tanta facilità. “E’ tutta colpa del mio commercialista. E’ stato lui a presentarmi Girolamo Strangi ma io non sapevo chi fosse e non sembrava certo un tipo legato alla ‘ndrangheta”, è la sua difesa con Il Fatto Quotidiano. Ciancimino ce la mette tutta. Per uscire dall’angolo nel quale è stato cacciato dalle rivelazioni de La Stampa e de Il Corriere della Sera sui suoi rapporti con un uomo legato al clan Piromalli, arriva a far sentire al cronista persino la telefonata con il commercialista Paolo (non vuole rivelarne il cognome) al quale rinfaccia sconsolato: “Guarda in che casino mi hai cacciato”. La sensazione è però che stavolta sarà dura per il supertestimone che ha parlato dei rapporti tra mafia e politica convincere l’opinione pubblica e i magistrati di non avere nulla da nascondere su una storia che, anche se non riveste alcun connotato penale, resta per lui molto imbarazzante.

Secondo le rivelazioni apparse oggi su La Stampa e Il Corriere della Sera, tra una presentazione del suo libro e le numerose testimonianze e interviste, Ciancimino avrebbe mantenuto rapporti border-line con soggetti legati alla criminalità calabrese. Alcune settimane fa la sua voce è stata registrata dalle cimici piazzate dalla squadra mobile di Reggio Calabria nell’ufficio di Verona di Girolamo Strangi, indagato per appartenenza alla ‘ndrangheta dalla Direzione distrettuale antimafia. “Quando mi senti in televisione, tu fottitene», sarebbe stata la frase con la quale, scrive il Corriere della Sera, Ciancimino avrebbe rassicurato il suo interlocutore calabrese. Il colpo al testimone più intervistato dalle tv non poteva essere più duro. Come al solito il figlio di don Vito si difende attaccando: “La fuga di notizie in questo momento, mentre sto facendo dichiarazioni delicate puzza di ritorsione. A questo punto”, replica Ciancimino, “ho deciso con mia moglie di interrompere ogni rapporto con le Procure. Voglio riappropriarmi della mia vita e ridare serenità alla mia famiglia”.

Il due quotidiani descrivono puntualmente l’episodio oggetto di un’informativa segreta ma conosciuta dalla Direzione Nazionale Antimafia e da tre Procure: Reggio; Palermo e Caltanissetta. Ciancimino in un giorno di fine ottobre lascia la sua scorta a Bologna e parte da solo alla volta di Verona per infilarsi nell’ufficio di Girolamo Strangi, già incappato in passato in indagini per associazione a delinquere, truffa e false fatture. I magistrati di Reggio Calabria ascoltano le sue conversazioni perché sospettano Strangi di essere diventato un possibile terminale degli affari al nord della cosca Piromalli che domina da decenni la piana e il porto di Gioia Tauro.

Massimo Ciancimino quel giorno macina chilometri con la sua automobile perché il suo commercialista gli ha proposto di coinvolgere il calabrese nell’acquisto di una partita di acciaio. Secondo il Corriere e La Stampa, sarebbe Ciancimino a proporre a Strangi di consegnargli centomila euro in contanti contro assegni emessi dal calabrese per settantamila euro. Una percentuale del 30 per cento per il cambio contante-assegni solitamente serve a far sparire le tracce dell’origine di soldi poco presentabili. Se la storia è andata davvero così un soggetto come Ciancimino Jr, già condannato in appello a 3 anni e 4 mesi per il reimpiego del tesoro del padre, sarebbe sospettato di usare gli assegni di Strangi per giustificare un flusso di denaro liquido. A rendere ancora più imbarazzante la situazione sarebbe un viaggio a Parigi: la conclusione dello scambio sarebbe stata rinviata dopo un viaggio in Francia per reperire il contante.

Ciancimino non ci sta: “Quelle frasi sono state estrapolate dal contesto. Io non riciclo il denaro con la ‘ndrangheta e non mento in tv”. E allora cosa è successo in quell’ufficio di Verona?

Questa è la versione di Ciancimino: “Proprio grazie alle indagini, le banche non mi fanno credito facilmente e il mio commercialista mi aveva promesso alcuni finanziamenti mai arrivati. Paolo si sentiva responsabile di avermi fatto perdere 200 mila euro in una truffa nella quale sono incappato a Ferrara per colpa di un suo conoscente e nella quale anche lui a dire il vero è stato una vittima. Per questo cercava finanziatori interessati a entrare nelle operazioni di acquisto nel settore dell’acciaio. A un certo punto a ottobre dopo tante promesse vane, Paolo mi dice che un suo amico a Verona è interessato a espandersi dal ferro all’acciaio. Il suo amico vorrebbe prestare (non a me ma a lui) i soldi per investire in un acquisto importante che stavamo facendo. Così accetto di andare a Verona da solo e senza scorta. Un primo appuntamento era saltato perché gli imprenditori preferiscono evitare lampeggianti e poliziotti e poi era stato deciso tutto all’ultimo momento. Paolo mi aspettava all’area di servizio dell’autostrada e poi l’ho seguito fino all’ufficio di questo signore che non avevo mai visto. Quando mi riconosce e mi chiede: ‘ma cosa ci fa lei che ha un tesoro nel mio ufficio?’ Io gli ho risposto di non credere alla televisione. Ma solo per questo aspetto non certo per le mie dichiarazioni. Comunque poi l’affare è andato avanti e questo signore ha consegnato effettivamente assegni per 60 mila euro al commercialista”.

E la storia dei 100 mila euro in contanti in cambio di 70 mila euro in assegni ottenuti da Strangi? “Non è andata così. Gli investigatori devono avere invertito il senso delle mie parole. Era Strangi che chiedeva al commercialista di avere indietro i soldi investiti in assegni, in parte in assegni e per una parte in contante. Non c’è stato nessun versamento di soldi in contanti da parte mia a Strangi. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Se avessi avuto 100 mila euro in contanti me li sarei tenuti e li avrei spesi o investiti. Oggi quello che manca nel mondo degli affari è la liquidità. Non avrebbe avuto alcun senso dare 30 mila euro a Strangi per convertire contanti in assegni”. Le due versioni sono quindi opposte e non conciliabili.

Ciancimino Jr si descrive come un imprenditore a caccia di liquidità che incappa in un finanziatore poco raccomandabile. Mentre gli investigatori, secondo i giornali, lo descrivono come un uomo pieno di contante da far rientrare in Italia con una giustificazione cartolare mediante una triangolazione che coinvolge un calabrese legato alla ‘ndrangheta.

Saranno le indagini ora a chiarire come sono andate davvero le cose. “Una cosa è certa”, ci tiene a dire Massimo Ciancimino, “Il momento in cui queste notizie escono mi pare molto sospetto. Gli investigatori avrebbero dovuto attendere per verificare dopo il mio viaggio a Parigi se davvero si trattava di riciclaggio. E invece la notizia di un fatto avvenuto poche settimane fa finisce addirittura sui giornali prima di ogni verifica. Forse perché la verità è che io vado a Parigi con i punti mille miglia per far distrarre mia moglie e mio figlio”. L’intercettazione “che incastra Ciancimino”, come titola in prima pagina il Corriere della Sera effettivamente compare in un momento delicatissimo per le indagini e per i rapporti all’interno dell’antimafia.

Pochi giorni fa i giornali hanno pubblicato le anticipazioni dei verbali di Ciancimino jr su Gianni De Gennaro, attuale capo del Dis (servizi segreti) e già numero uno della Dia e poi della Polizia. Qualche settimana fa Massimo Ciancimino avrebbe confidato a un funzionario della Dia di Caltanissetta, che lo ha subito riportato in una nota informativa, quanto appreso dal padre sul conto di uno dei simboli dell’antimafia italiana. Gianni De Gennaro, secondo Vito Ciancimino, sarebbe stato molto vicino al signor Franco, l’anonimo personaggio che teneva i rapporti tra i servizi segreti, la mafia e la politica. Addirittura, secondo alcuni resoconti di questa informativa segreta, Ciancimino jr avrebbe detto al funzionario che il referente del padre sarebbe stato – secondo Vito – Gianni De Gennaro. Queste affermazioni, poco credibili e in apparente contrasto con quanto dichiarato in precedenti interviste e verbali dallo stesso Ciancimino, sono finite anche in un verbale di testimonianza davanti ai magistrati di Palermo. Anche se la versione consegnata ai pm da Ciancimino jr è molto più vaga di quella riferita al funzionario della Dia. Mentre Gianni De Gennaro annunciava una querela, la Procura di Caltanissetta ha fatto sapere ai giornali di non voler più sentire a verbale Massimo Ciancimino. Più cauta la posizione della Procura di Palermo. Anche dopo le ultime dichiarazioni su De Gennaro, infatti, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia ha ribadito la sua posizione “laica”: “Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino vanno valutate caso per caso. Sono attendibili e apprezzabili solo quando sono riscontrate”. Alla stessa regola bisognerà attenersi per chiarire la strana storia dei suoi suoi affari con Girolamo Strangi.

sabato 4 dicembre 2010

VALENTINI, L’UOMO DEGLI AFFARI ESTERI. E INTIMI

SABINA BEGAN

Addetto a “ripulire” l’immagine del Cav.

di Marco Lillo

“Vale scusa ma a quelle ragazze che devo chiamare oggi posso dire che è una cosa di Silvio Berlusconi o no?”. Prima di occuparsi di energia Valentino Valentini doveva rispondere a domande di questo genere. Anche in quel caso operava nell’ombra. A differenza di altri collaboratori del premier, Valentini è un sacerdote della riservatezza. Quando vogliono adularlo, gli uomini vicini a Berlusconi lo chiamano il nuovo Gianni Letta. Ma vista la difficile situazione in cui si trova l’originale dopo la pubblicazione delle sue (presunte) spifferate agli americani, non è detto che la definizione beneaugurante non diventi realtà. Già ora però Valentino Valentini è uno degli uomini più vicini al premier: a 48 anni, questo ex interprete bolognese, riveste l’incarico di capo ufficio del Presidente del Consiglio e consigliere speciale per le relazioni estere nonché tutor delle imprese italiane all'estero. Il suo potere reale, secondo i sospettosi dispacci delle ambasciate americane pubblicati da Wikileaks, supera persino i pomposi titoli. Questo funzionario dell’europarlamento in aspettativa dall’elezione nel 2001 alla Camera, è l’uomo chiave dei rapporti italo-russi che corrono sul tubo del gas. Dopo un decennio di potere crescente gestito nell’ombra, finalmente il suo profilo, grazie alle note riservate pubblicate dal sito di Julian Assange, si è illuminato anche per il grande pubblico. A insospettire i diplomatici degli States sono i suoi continui viaggi in Russia a cavallo degli accordi energetici che vincolano il nostro paese al gigante russo. Gli Usa tenevano d’occhio Valentini sospettando oscuri interessi privati di Silvio Berlusconi dietro le trame di rapporti e gasdotti tra Roma e Mosca, tra l’Eni e Gazprom. I ritratti pubblicati nei giorni scorsi restituiscono un’immagine coerente con il ruolo: dall’assunzione a 23 anni a Strasburgo fino ai pranzi al fianco di Silvio Berlusconi quando il Cavaliere incontra George Bush e Vladimir Putin. In realtà Valentini non è solo il consigliere degli affari esteri ma è stato anche l’addetto agli affari interni e forse anche intimi del presidente. Nelle intercettazioni telefoniche del caso Saccà (chiuso con una solenne archiviazione) si trova traccia del ruolo di Valentini. Il deputato, che non ha mai fatto un’interpellanza o un intervento in aula, nell’ottobre del 2007 si occupava di limitare i danni di immagine che potevano derivare a Silvio Berlusconi dai suoi traffici con aspiranti attrici e contratti milioniari per le fiction.

LA PROCURA di Napoli in quel periodo aveva aperto due inchieste (entrambe poi archiviate a Roma) per la corruzione dei senatori del centrosinistra e per la corruzione del funzionario RAI Agostino Saccà. Il Cavaliere era accusato di aver cercato di agganciare i senatori avversi con proposte di incarichi e altre offerte per convincerli ad abbandonare Prodi. A Saccà invece aveva chiesto di procurare provini e lavoro in RAI alle sue amiche in cambio della promessa di un aiuto alle attività imprenditoriali private del dirigente RAI. Il produttore di fiction, Guido De Angelis aveva era intercettato e dalle telefonate registrate sembrava avere un ruolo in entrambe le trame. Negli uffici di De Angelis fu sequestrato un elenco con i nomi e i telefonini di alcune attrici che incontravano Berlusconi, come Elena Russo, Evelina Manna, Sabina Began e Antonella Troise e che il Cavaliere aveva segnalato al produttore. De Angelis però era anche un amico del senatore del centrosinistra Willer Bordon che Berlusconi voleva corteggiare. Per questa ragione il Cavaliere si era impegnato per fare ottenere un contratto milionario per le fiction Mediaset al produttore che lo aiutava a vincere (con metodi poco nobili) le due partite a lui più care: donne e potere. Il 26 ottobre, De Angelis dopo un incontro con il Cavaliere telefona a Valentino Valentini per sapere se, quando chiamerà le attrici dovrà dirgli che “la cosa viene dalle vostre parti”. Valentini chiama subito Berlusconi e il Cavaliere a stretto giro contatta De Angelis per dirgli che certo, “devi dirgli che io sono intervenuto con insistenza”.

Dopo avere svolto il suo compito sul fronte delle ragazze e anche sul fronte politico (De Angelis offrirà una parte alla moglie di Bordon e organizzerà una cena a casa sua, anche se il senatore e la moglie non cederanno poi alle lusinghe) il 6 novembre il produttore passa all’incasso. Purtroppo per lui però Piersilvio Berlusconi non è entusiasta all’idea di concedere commesse per decine di milioni all’anno al produttore. Allora Silvio Berlusconi organizza un pranzo con Piersilvio e Guido De angelis per convincere il figlio a cedere. Oltre al direttore generale di Mediaset Alessandro Salem, c’è solo Valentino Valentini, che un’ora dopo il pranzo chiama De Angelis e gli riferisce la reazione di Piersilvio: “l’operazione non è stata indolore ma io ho l’impressione che verrà dato seguito”. Il figlio e Salem dovranno assecondare le volontà del Cavaliere dando lavoro a De Angelis ma lo faranno a malincuore, secondo Valentini, perché: “loro hanno capito... hanno capito tutto in realtà, ovviamente”. Valentini racconta di avere perorato la causa di De Angelis con Piersilvio spiegandogli che il produttore è la persona giusta per seguire il problema delle assunzioni delle ragazze care al padre : “gli ho detto che in ogni caso tu eri la punta di un iceberg di una situazione un po’ complicata. Gli ho detto: ‘Guido è una persona per bene è una persona corretta ed è la persona giusta per gestire situazioni delicate’”.

VALENTINI spiega a Piersilvio anche i vantaggi dello spostamento delle assunzioni delle ragazze su un terzo: “gli ho detto: ‘consentitemi per voi è in outsourcing e quindi per voi è una cosa ...”. Poco dopo De Angelis chiama Rosanna Mani, una stretta collaboratrice di Berlusconi sua amica, e le spiega meglio il concetto: “Vale mi ha chiamato e mi ha detto: guarda c’è qualche resistenza del figlio geloso”. E la Mani: “perché (Piersilvio, ndr) sa che lui ti chiede dei piaceri? Meglio così, piuttosto che lui (Berlusconi) le vada a chiedere a destra e a manca facendo la figura del cretino meglio limitare i danni no?”.

venerdì 26 novembre 2010

IL PENTITO: “LA FAMIGLIA GRAVIANO INVESTÌ NELLE PRIME IMPRESE DI B.”

stefano bontate


Ad Annozero l’intervista all’ex boss di Altofonte
Francesco Di Carlo svela i legami con la cupola

di Marco Lillo

Per anni i magistrati si sono interrogati su un quesito semplice: cosa c’entrano i fratelli Graviano, autori delle stragi del 1992-1993, con Dell’Utri e Berlusconi? Il pentito Gaspare Spatuzza aveva parlato delle confidenze ricevute dal boss sui contatti con i due fondatori di Forza Italia nel 1994. Ora un’intervista del pentito Francesco Di Carlo ad Annozero offre una chiave di lettura: la famiglia Graviano potrebbe avere investito nelle prime imprese milanesi del Cavaliere per il tramite di Marcello Dell’Utri e quel legame potrebbe essere stato riattivato al momento della discesa in campo nel 1993-94.

DI CARLO ha ripetuto a Ruotolo il racconto dell’incontro tra il boss della mafia palermitana Stefano Bontate (ucciso nel 1981 dai corleonesi) e Silvio Berlusconi. Quel racconto, che rappresenta l’architrave delle motivazioni della sentenza di condanna in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa per Dell’Utri, nonostante sia stato ritenuto credibile da una decina di magistrati di Palermo, tra pm e giudici di primo e secondo grado, è passato inosservato ai direttori dei tg di Raiset. Proprio in seguito a quell’incontro del 1974 negli uffici milanesi di Berlusconi - secondo i giudici - i boss di Palermo inviarono Vittorio Mangano a villa San Martino a proteggere Berlusconi che così comincia a pagare il pizzo a Cosa Nostra fino almeno al 1992. Fatti noti per i lettori del Fatto Quotidiano ma assolutamente sconosciuti alla grande platea televisiva che ieri ha finalmente ascoltato il racconto di quell’incontro che rappresenta una pietra miliare nella storia dei rapporti tra Cosa Nostra impresa e politica in Italia. L’intervista del boss di Altofonte Francesco Di Carlo che riporta la sua impressione positiva di questo brillante palazzinaro milanese in maglione e jeans che voleva spiegare a Bontate e al cognato Mimmo Teresi i segreti della professione, su Rai due in prime time, è stato davvero un evento rivoluzionario.

“BERLUSCONI ci diede una lezione di economia: spiegò a Teresi e a Bontate che costruire due palazzi o cento era la stessa cosa. Berlusconi disse che aveva tanti problemi con la criminalità. Allora Bontate gli disse: di che si preoccupa lei? Ha Marcello Dell’Utri accanto e ora le mandiamo una persona noi e siamo a disposizione. Anche Berlusconi disse: sono a disposizione vostra. La scelta poi è caduta su Mangano perché era amico di Tanino Cinà e Dell’Utri sapeva che era mafioso”.Cose note, si dirà, come la testimonianza della moglie di Vito Ciancimino che confermava divertita a Ruotolo gli incontri tra il marito e Silvio Berlusconi negli anni settanta: “E che c’è di male? Era un imprenditore allora e non un politico” o come la testimonianza del pentito Gaspare Muto-lo che ha raccontato il suo interrogatorio con Paolo Borsellino e il progetto di rapimento di Berlusconi, bloccato da una telefonata dei boss palermitani, seguita dall’arrivo di Mangano in villa. Ma il merito di Annozero è stato quello di portare all’attenzione del grande pubblico gli snodi di questa storia italiana fondamentale per capire “la storia italiana” di questi anni. La vera rivoluzione di ieri sera non è stata tanto la trasmissione di una o più interviste scoop su Berlusconi e la trattativa ma il dibattito che si è svolto in prima serata su questi temi. Per una serata grandi ospiti e giornalisti e tecnici si sono divisi e confrontati non sull’ultima confessione dello zio di Sarah Scazzi ma sulla storia tabù dei rapporti mafia-politica in questo paese. Il piatto forte è stato l’intervista al boss di Altofonte. Il re del narcotraffico, condannato dai giudici inglesi nel 1987 per un traffico da 180 miliardi di vecchie lire ha ripercorso i suoi rapporti con Dell’Utri soffermandosi sul matrimonio a Londra del boss Jimmy Fauci (“ero il testimone di nozze e Dell’Utri era seduto al mio tavolo. Volevano combinarlo mafioso e mi ha trattato con rispetto: sapeva che ero latitante”) ma ha raccontato anche una circostanza finora sconosciuta ai magistrati sui rapporti finanziari tra i Graviano e Dell’Utri. “Un giorno viene da me Ignazio Pullarà, quando avevano già ammazzato a Michele Graviano (nel 1982, ndr) e mi dice: ‘Devo cercare a Tanino Cinà perché Michele Graviano ha messo i soldi con Bontate a Milano”. Dopo la guerra di mafia dei palermitani di Bontate contro i Corleonesi di Riina, secondo Di Carlo, molte famiglie e molte vedove erano alla ricerca dei soldi investiti a Milano anni prima dai boss sterminati. Pullarà, legato al defunto Michele Graviano, si sentiva in colpa verso la famiglia per quei soldi investiti con Bontate dei quali si era persa traccia. Per questa ragione voleva chiederne conto - sempre secondo Di Carlo - al referente delle cosche per i rapporti con Dell’Utri e la Fininvest: Tanino Cinà. Secondo Di Carlo quel rapporto non si sarebbe interrotto con la morte del padre di Filippo e Giuseppe Graviano: “nell’ultimo periodo”, ha raccontato il pentito, “ho assistito al baccano sulle dichiarazioni di Spatuzza che ha parlato di interessi che i Graviano avevano a Milano e mi sono chiesto: ma quando Pullarà voleva incontrare a Cinà, poi li hanno sistemati i loro affari o no? Secondo me li hanno sistemati”.

LE PAROLE consegnate da di Di Carlo ad Annozero si legano a quelle di Gaspare Spatuzza ai pm: “Graviano mi disse che grazie a Berlusconi e Dell’Utri avevamo il paese nelle mani”. Quelle parole sono state ritenute vaghe e non riscontrate dalla Corte di Appello del processo Dell’Utri e sono all’esame dei magistrati che si occupano delle stragi di mafia del 1992-93.. Secondo i giudici di primo grado del processo Dell’Utri, i rapporti di Dell’Utri con i fratelli Graviano (responsabili della morte di don Pino Puglisi e Salvatore Borsellino e delle stragi dei Georgofili a Firenze e del Padiglione di Arte contemporanea a Milano) sono certi. La Corte di Appello, invece, non li ha ritenuti provati. Agli atti dell’indagine sulle stragi c’è anche un’informativa della Dia del 1996 basata sulle informazioni raccolte da un confidente, indagato con i Graviano, che ha raccontato di conoscere per diretta esperienza il rapporto tra Dell’Utri e Filippo Graviano. Il confidente della Dia ha raccontato che facevano affari insieme e ha aggiunto di avere accompagnato lo stesso Graviano a un ristorante di Milano frequentato da dirigenti e calciatori rossoneri: L’assassino, dove - a detta del confidente - avrebbe dovuto incontrare Dell’Utri. L’amico dei Graviano non ha voluto verbalizzare queste dichiarazioni, per paura. Ma le sue dichiarazioni sono state riportate in un’informativa dal vicequestore della Dia che le ha raccolte con la garanzia dell’anonimato . Anche Spatuzza ha raccontato di un anomalo interesse del suo boss per l’andamento del gruppo Berlusconi in borsa. E i Graviano sono stati arrestati a Milano mentre erano a tavola con un loro favoreggiatore che cercava di piazzare il figlio calciatore al Milan, al quale era stato raccomandato da Dell’Utri. Una cosa è certa: i Graviano sono in carcere da allora. Giuseppe al processo si è rifiutato di rispondere sui rapporti con Dell’Utri mentre Filippo li ha negati. Ora Di Carlo dice: “un carcerato di Cosa nostra sta tranquillo se sa che fuori (ai suoi, ndr) ci arriva da mangiare”.

mercoledì 10 novembre 2010

TELEFONATE PERICOLOSE



La Genovesi, arrestata per narcotraffico, aveva un filo diretto con la casa di Berlusconi

di Marco Lillo

Altro che assistente sfigata di un oscuro senatore di periferia. Altro che sconosciuta centralinista della Regione Emilia Romagna. Perla Genovesi, la ragazza parmense di 32 anni, già portaborse del senatore Enrico Pianetta di Forza Italia, fermata nel 2007 e poi arrestata nel luglio scorso con l’accusa di traffico di stupefacenti insieme a un gruppo di siciliani, era entrata davvero nel cuore del potere berlusconiano.

Questa giovane dalla doppia vita a cavallo tra i politici romani che oggi occupano le poltrone più importanti del Governo e i narcotrafficanti siciliani era arrivata a parlare con Villa San Martino.

Il Fatto Quotidiano ha visionato i tabulati telefonici della ragazza nei quattro anni che hanno segnato la sua ascesa dall’Emilia alla Capitale e ha scoperto ben 48 contatti (in entrata e in uscita, tra telefonate e messaggi sms) con il telefono di Arcore. Nello stesso periodo Perla Genovesi aveva contatti e collaborava con i narcotrafficanti Vito Faugiana e Paolo Messina, arrestati con lei nel luglio scorso. Una circostanza che dimostra ancora una volta la permeabilità dei vertici del Pdl da parte di personaggi, spesso di sesso femminile, legati alla criminalità organizzata.

Dopo Barbara Montereale, l’amica di Patrizia D’Addario fidanzata con un rampollo del clan Parisi di Bari, dopo il caso Ruby e la pubblicazione da parte di Oggi delle foto di Lele Mora, indagato per favoreggiamento della prostituzione, che recapita in villa pacchi di ragazze al premier, le telefonate ad Arcore di una ragazza in rapporti con narcotrafficanti siciliani ripropone il problema della ricattabilità e della possibile infiltrazione da parte della criminalità dei vertici del Pdl.

Non solo il premier ma, come dimostra questo caso, anche il suo entourage e i suoi uomini più fidati sono a rischio per le loro spericolate frequentazioni. Quando hanno visto i 48 contatti con Arcore, inizialmente gli investigatori hanno pensato al Cavaliere. Era naturale accoppiare l’utenza 039 6013... di Arcore, intestata all’Immobiliare Idra (società proprietaria di gran parte delle ville di Berlusconi) al padrone di casa. Quel numero era stato rinvenuto tanti anni fa nella memoria del cellulare di Marcello Dell’Utri come recapito riservato per contattare l’amico Silvio.

In realtà, esaminando alcune telefonate intercettate sull’utenza di Perla Genovesi, si è scoperto che quando chiamava quel numero la ragazza cercava non Silvio ma Sandro. Il 16 aprile 2005, al centralinista che risponde "Villa San Martino", infatti, secondo i Carabinieri, “Perla chiede del Dott. Giuseppe Villa che però non c’è. E chiede anche di tale Bondi ma non c'è neanche quest'ultimo”. Questo è l’unico contatto con Arcore segnalato dai Carabinieri nella loro informativa nella quale si annotano anche 13 contatti con l’attuale ministro della difesa Ignazio La Russa, “tutte attinenti al suo compito ufficiale e prive di interesse investigativo”.

I CONTATTI con Arcore tracciati dai tabulati cominciano nel 2003. Sono molte le telefonate in partenza dalla magione del Cavaliere: il 19 settembre del 2003 alle 13 e 32, per esempio, il telefono di Arcore chiama il cellulare di Perla Genovesi e la conversazione dura 8 minuti. Il giorno dopo c’è un’altra chiamata più breve sempre in partenza dalla villa e poi ancora il 3 ottobre, il 27 ottobre, il 9 novembre, il 25 dicembre, il primo marzo del 2004 e così via. Sono in tutto undici le chiamate in uscita mentre molte di più sono le volte che è Perla a chiamare il suo ignoto interlocutore di Arcore. Una volta, forse per sbaglio e per un solo secondo, Perla chiama anche alle 6 di mattina.

Non è possibile sapere (a parte l’unico caso citato nell’informativa dei Carabinieri visionata dal Fatto) chi e cosa cercasse la ragazza parmense ad Arcore. Fin quando non saranno rese pubbliche le trascrizioni delle conversazioni (e non solo i tabulati che indicano solo il chiamante e il chiamato oltre alla durata della conversazione) si possono fare solo dei ragionamenti basati sulle altre telefonate che precedono e seguono quelle di Villa San Martino. A leggere i tabulati, probabilmente era proprio Sandro Bondi, nominato nel 2005 coordinatore del partito Forza Italia, o qualche altro personaggio dell’entourage del Cavaliere, l’interlocutore misterioso della ragazza, che ha sempre detto di non essere mai andata ad Arcore. Perla Genovesi ha riferito solo in via indiretta i racconti dei festini nella villa di Silvio Berlusconi ai quali avrebbe partecipato la sua amica Nadia Macrì ma ha sempre aggiunto di non essere mai stata coinvolta in prima persona in quelle feste e di avere partecipato ad incontri con altri politici a Roma e a Palermo.

Nei tabulati della ragazza ci sono invece tantissime telefonate che, secondo gli investigatori, sono riferibili alle utenze di Sandro Bondi. Nei tabulati risultano 37 contatti tra Bondi e Perla Genovesi tra il 19 settembre del 2003 e il 2 ottobre di quell’anno. Poi l’apparecchio telefonico di Bondi cambia sim e comincia a usarne una intestata a Forza Italia, probabilmente concessa in uso al politico di Fivizzano.

Perla Genovesi intrattiene ben 570 contatti telefonici nel periodo monitorato, dal settembre del 2003 al settembre del 2007, con questa scheda di Forza Italia probabilmente in uso a Bondi. Nello stesso periodo ci sono un centinaio di contatti con utenze riferibili all’attuale ministro del Pdl Renato Brunetta, al quale poi Perla Genovesi presenterà Nadia Macrì.

venerdì 5 novembre 2010

FONDI UE INDAGATO CESA


Requisiti beni al segretario Udc
Era l’inchiesta di De Magistris

di Marco Lillo

Le quote della società che gestisce l'Auditorium di via della Conciliazione, i terreni di famiglia ad Arcinazzo e anche la Mercedes da 45 mila euro. Il giudice delle indagini preliminari di Roma, Rosalba Liso, ha decretato di sequestrare questi beni intestati al segretario dell’Udc Lorenzo Cesa nell’ambito di un’indagine per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche per lo sviluppo della Calabria.

L’inchiesta Poseidone

IL DECRETO del Gip di Roma conferma l’ipotesi accusatoria formulata da Luigi De Magistris nellontano2006, una bella soddisfazione per l’ex pm. La storia merita di essere raccontata dall’inizio, a partire dai suoi protagonisti. La società ‘incriminata’ è la Digitaleco Srl nata per fabbricare dvd in un capannone a Piano Lago in provincia di Cosenza. Gli azionisti, ora indagati, formano un piccolo parlamentino. Ci sono Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc con il pallino degli affari e i suoi due amici Fabio Schettini e Giovanbattista Papello. La famiglia Cesa possiede società di eventi come la Global Media (che incassa milioni di euro anche grazie alle commesse dell’Udc e di società pubbliche) e ha una quota nella I Borghi Srl, che gestisce l’Auditorium di via della Conciliazione, del Vaticano. Giovambattista Papello è un pezzo grosso di An, già responsabile del Commissariato per l’emergenza ambientale in Calabria e consigliere dell’Anas in quota An, oggi tesoriere della Fondazione del ministro Pdl Altero Matteoli. Il terzo socio è Fabio Schettini di Forza Italia, segretario dell’allora commissario all’Unione europea, Franco Frattini. I tre amici romani improvvisamente scelgono la Calabria per esercitare il loro bernoccolo imprenditoriale e ottengono un contributo di 1,5 milioni, incassato solo per 1 milione e 54 mila. Ottenuto il via libera al finanziamento, vendono tutto. Così, dopo un passaggio intermedio, la società finisce a un vero imprenditore del settore: Augusto Pelliccia. Il quale però compra a una condizione: l’arrivo dei fondi europei. Quando i Carabinieri lo vanno a sentire nel febbraio 2006, su delega di De Magistris, Pelliccia racconta: “Al momento di rilevare l’azienda rimasi notevolmente sorpreso nel constatare che la stessa aveva già superato il collaudo, in quanto si trovava ancora in fase di costruzione e completamento, tant’è vero, per esempio, era mancante del tetto e non aveva ancora l’allaccio alla rete fognaria.

Collaudi pilotati

ADDIRITTURA, amministrativamente, risultava aver superato il collaudo un macchinario utilizzato per il confezionamento dei compact-disc nelle bustine di plastica, nonostante lo stesso risultasse ancora completamente imballato”. Pellicia è spietato anche con Cesa, che resta suo socio con una piccola quota di Global Media: “ritengo che il solo fine per cui il Papello con il Cesa – che ne era il responsabile attraverso la Globalmedia s.r.l. cioè il responsabile dei servizi, del marketing e degli eventi legati alla promozione dell’attività - avessero deciso di creare tale società fosse quello di accedere alle già menzionate sovvenzioni europee ... per poter raggiungere questo risultato, nel progetto presentato formalmente dal Papello e da Schettini, la nascente società s’impegnava a raggiungere entro il giugno 2004 un cospicuo livello occupazionale, non inferiore alle 40 unità lavorative”.

Nell’avviso di chiusura delle indagine contro Papello, Cesa, Schettini e compagni si legge che i soci devono restituire i soldi erogati perché sono accusati di:

1) “avere acquistato macchinari obsoleti e non efficienti”;

2) “avere fittiziamente assunto le unità lavorative da destinare allo stabilimento nel numero previsto dalla normativa contrattuale, in realtà mai impiegato presso detto stabilimento se non in misura assolutamente deficitaria, con impiego di forza lavoro pari al 22,5 per cento rispetto alle previsioni”;

3) “non avere mai attivato la produzione di Dvd risultando, in tale periodo, l’assenza di commesse”;

4) “non avere conseguito la certificazione ISO 14001;

5) “non avere conseguito alcuno degli obiettivi prefissati, nonostante l’erogazione di tre delle quattro rate del finanziamento, all’anno di regime”.

La Procura di Roma così certifica la bontà di uno dei filoni dell’inchiesta Poseidone di De Magistris, bloccato prima dalla revoca del fascicolo da parte del capo della procura Mariano Lombardi (indagato anche per questo) poi dal trasferimento a Roma dell’indagine nel 2008 e poi ancora, da quello che risulta al Fatto Quotidiano dall’atteggiamento cauto del procuratore aggiunto Achille Toro. Una circostanza che, se confermata, sarebbe inquietante perché Toro, negli stessi giorni in cui (secondo le fonti del Fatto) fermava l’ex inchiesta di De Magistris su Cesa, dall’altro lato indagava sulle attività di De Magistris e del suo perito Genchi, ponendo le basi per la probabile richiesta di rinvio a giudizio contro l’ex pm e il suo collaboratore.

Qualcosa non torna nei tempi di questa indagine: il fascicolo su Cesa arriva a Roma nel 2008 ma solo dopo l’addio di Toro, accusato di corruzione a Perugia per i suoi rapporti con la cricca dei Grandi eventi, riprende il volo.

Il pm Maria Cristina Palaia, da quello che raccontano al Fatto Quotidiano alcuni investigatori, aveva preparato la richiesta di sequestro poco meno di un anno fa. La richiesta però rimase ferma perché il coordinatore del pool contro la pubblica amministrazione, Achille Toro, per mesi non ha concesso il suo visto. Toro a Il Fatto dice: “Non ricordo di avere mai visto questo fascicolo con indagato Lorenzo Cesa”. Resta inspiegabile il tempo impiegato dalla Procura di Roma per riformulare una richiesta di sequestro che era stata già formulata a Catanzaro. Un altro giallo che i pm di Perugia dovranno chiarire.

mercoledì 3 novembre 2010

LA LAGUNA DI MATTEOLI TRA AFFARI E CEMENTO



Orbetello. Nel regno del ministro-sindaco, l’inciucio tra destra e coop rosse sulla bonifica dell’ex Sitoco

di Marco Lillo

Orbetello (Grosseto)

Le acque tranquille della laguna di Orbetello da un mese a questa parte sono agitate da un’onda lunga partita da Napoli. Arresti, bancarotte, affari tra coop rosse e imprenditori di destra legati alla camorra: mai si era visto nulla del genere all’ombra dell’Argentario. Tutto comincia il 6 ottobre 2010 quando il gip di Napoli concede ai pm Catello Maresca e Clelia Mancuso gli arresti domiciliari per l’ex senatore di Forza Italia Salvatore Marano, 55 anni e per i suoi due fratelli maggiori, Francesco (70 anni) e Stefano (65 anni). Costruttori molto chiacchierati di Melito, a nord di Napoli, i Marano sono accusati di avere venduto case sulla carta e di avere ottenuto fidi allegri per le loro società poi fatte fallire.

Il ruolo dei Marano

GLI ARRESTI qui fanno rumore non per le accuse di bancarotta ma perché, grazie all’indagine, vengono a galla gli interessi trasversali sulla laguna di Orbetello. Nel silenzio della politica locale, una società privata sta realizzando una delle più imponenti opere di riqualificazione e bonifica d’Italia. Ora si scopre che la Laguna azzurra srl è di proprietà delle coop rosse e del gruppo Marano, capeggiato dal politico Salvatore ma anche dal fratello Stefano, indagato (e prosciolto) anni fa per i suoi rapporti con il clan Di Lauro. Il 27 settembre scorso, appena10 giorni prima dell’arresto dei Marano, la Laguna Azzurra aveva presentato alla presenza di Comune, Ministero dell’Ambiente e Regione, il suo progetto per la bonifica della zona. Primo passo di una grande operazione speculativa che ha come scenario 55 ettari tra la stazione della ferrovia e la laguna, disseminati di stabilimenti industriali in disuso per 400 mila metri cubi. La Sitoco ha dato lavoro a 200 famiglie per 70 anni, ma ha lasciato qui pesanti tracce sul terreno e nelle acque. La fabbrica della Montecatini dal 1908 al 1978 ha prodotto concimi chimici trasformando con gli acidi la pirite delle miniere dell’Argentario. Alla laguna ha lasciato un monumento di archeologia industriale, fabbriche in mattoncini rossi, ma anche due isolotti di materiale inquinante per un paio di ettari e una montagna di rifiuti che rilasciano veleni. Il 26 novembre del 2006 il governo ha stanziato 6,7 milioni per la bonifica. Comune e Provincia sognano la nascita di “un centro integrato nell’ex stabilimento Sitoco che privilegi attività di ricerca e didattica ambientale, artigianato, commercio, turismo, nautica e gestione connessa alla laguna e direzionale in genere”. La società ovviamente punta a costruire anche villette e appartamenti per massimizzare l’utile. Non è stato ancora stabilito cosa e quanto potrà costruire ma anche ipotizzando un indice edificatorio dimezzato rispetto ai capannoni attuali si arriverebbe a un valore commerciale di decine di milioni di euro.

L’amministrazione di sinistra che governa la Regione e quella di destra che comanda a Orbetello, potrebbero concedere alla Laguna AzzurraSrl (delle coop rosse e della famiglia Marano) il permesso di costruire 200 mila metri cubi a pochi chilometri dai porti dell’Argentario. Non sarà un caso se a rilevare nel 2004 all’asta fallimentare per 7,2 milioni di euro lo stabilimento e i terreni si sia presentata la Laguna Azzurra, con il suo azionariato diviso equamente tra i meridionali vicini alla destra e i settentrionale delle coop rosse. Le quattro società “napoletane” con sede a Roma (Ieron, Dodecapoli, Gigli di Castiglia e Lucumone) detenevano fino al 2009 il 50% mentre il restante 50 dell’azionariato era diviso tra i veneti della Coop Clea di Campolongo Maggiore, gli emiliani della Cmr di Argenta e della Coop costruttori di Fiorenzuola d’Arda e i toscani del Consorzio Etruria, che hanno ceduto poi il posto alla Cooperativa dei muratori e sterratori di Montecatini nel 2008. In quell’occasione, il “gruppo Marano” ha ceduto il 10% e così oggi la guida di Laguna Azzurra è passata alle coop che esprimono l’amministratore. Secondo i pm, il politico Salvatore Marano era “il gestore di fatto della Laguna Azzurra, determinando le scelte imprenditoriali della società, pur senza essere investito di ruoli apicali nell’organigramma della medesima”. L’uomo forte dell’impresa era, però, Stefano Marano, che possedeva attraverso il figlio e due cognati 3 quinti delle società “napoletane” azioniste di Laguna azzurra.

Le indagini dell’Antimafia

STEFANO MARANO compare più volte negli atti della commissione Antimafia della scorsa legislatura, dove si legge che il boss Paolo Di Lauro fu fermato nel 1995 “insieme ad altri pregiudicati quali Prestieri Maurizio, Fusco Francesco, Mazzola Raffaele a bordo della Mercedes targata Napoli V12679, nella disponibilità della ditta edilizia Marano facente capo appunto alla famiglia Marano”. Non solo. Stefano Marano “era stato controllato il 18 maggio 1995 in compagnia di Riccio Domenico (nato a Napoli), ritenuto riciclatore del clan Di Lauro e rimasto ucciso il 21 novembre 2005”, a Melito. Il pm Corona raccontò che anche il figlio del boss, Cosimo Di Lauro, era stato trovato nel 2004 in una casa nella disponibilità di Stefano Marano.

Storie vecchie che non hanno impressionato gli amministratori di Orbetello. Il sindaco dal 2006 è il ministro Altero Matteoli, ma l’uomo forte della laguna è il suo amico e compagno di partito dai tempi del Msi, Rolando Di Vincenzo. A lui le Fiamme gialle di Napoli si sono rivolte nel 2008 per capire il ruolo dei Marano nella Laguna Azzurra. Secondo Di Vincenzo, Salvatore Marano era la persona della società che aveva incontrato“con maggiore frequenza” e “con il quale si sono instaurati anche rapporti amicali”.

Di Vincenzo ha strappato il Comune ai rossi nel 1997 e nel 2003 è stato nominato commissario del Governo per la bonifica della laguna, con il placet del ministro all’ambiente Matteoli. Nel 2006, avendo superato i due mandati, ha lasciato il municipio all’amico ministro e ora si è appena ricandidato. Matteoli gli ha lasciato la delega all’urbanistica e il ruolo di commissario delegato a risanare la laguna grazie a una serie di stanziamenti milionari, l’ultimo dei quali di 6,8 milioni attribuito dal governo Berlusconi nel 2008. “Naturalmente – tiene a precisare Di Vincenzo – le spese vengono sostenute dal commissario solo per la parte pubblica dell’area mentre per la parte di proprietà privata paga Laguna Azzurra”. Nel silenzio di destra e sinistra, l’unico ad avanzare qualche dubbio è il consigliere comunale di Rifondazione, Giuliano Baghini: “Dopo gli arresti vorrei capire se c’è un legame tra i lavori della Laguna Azzurra dei Marano e i 6,7 milioni di euro stanziati nel novembre 2006 dal Governo Prodi per bonificare la ex Sitoco”. A dirigere i lavori di bonifica per Laguna Azzurra c’è Francesco Antonio Martino di Grosseto. L’ingegnere nel 2006 fu sentito nell’ambito dell’indagine Poseidone dell’allora pm Luigi De Magistris.

I bonifici all’ingegner Papello

L’INDAGATO principale di quell’inchiesta era Giovanbattista Papello (poi prosciolto a Catanzaro ma non a Roma per un filone laterale), responsabile del Commissariato all’emergenza. Quando scoprirono che Martino pagava parcelle al responsabile del Commissariato, i carabinieri rimasero sorpresi. Lui, senza fare una piega, spiegò: “Nel 2002-2003 ho versato bonifici all’ingegner Papello di circa 180 mila euro perché ha svolto su mio incarico lavori presso la laguna di Orbetello negli anni 1999-2001: si tratta di prestazioni professionali, regolarmente pagate e fatturate. Successivamente Papello mi ha contattato per lavori in Calabria, in quanto confidava sulla mia elevata professionalità nel settore”. In una precedente informativa dei carabinieri si leggeva: “Papello è in stretto contatto con Martino, amministratore di società che si occupa di tecnologie ambientali e consulente del ministero dell’Ambiente (allora guidato da Matteoli, ndr)”. Oggi Papello è direttore amministrativo e tesoriere della “Fondazione della Libertà” del ministro Matteoli.

“Nadia? Brunetta la conosce molto bene”


di Marco Lillo

Ma quale conoscenza occasionale. Ma quale opera di bene. Quando Carlo Taormina, ex sottosegretario del governo Berlusconi, legge le parole del ministro Renato Brunetta sull’ennesima ragazza che emerge dal passato del premier e ora anche di un suo ministro, sbotta in una fragorosa risata.

Avvocato, Brunetta ha dichiarato: “La signora Nadia Macrì mi è stata presentata quattro anni fa, nel corso di un convegno. In lacrime mi espose le sue difficoltà. La conoscenza si è esaurita in quell'unica occasione (...). Per i suoi problemi gli indicai l’avvocato Taormina. Non l'ho più rivista né sentita (...)”.

Balle

Come balle?

Renato Brunetta è venuto nel mio studio ad accompagnare questa ragazza molto appariscente e devo dire anche provocante nei modi non una volta ma più volte.

Come la presentò?

Mi disse che era una sua amica, un angelo, che dovevo difendere in una situazione personale molto delicata che riguardava un problema di affidamento di minore. Brunetta la seguiva come se fosse una sua problematica personale, altro che conoscenza di un giorno.

Lei ha conosciuto anche Perla Genovesi, la ragazza che ha raccontato ai pm di Palermo la storia delle serate con la sua amica Nadia e gli incontri sessuali a pagamento da parte di Berlusconi?

Sì Perla e Nadia erano amiche. La prima era una collaboratrice molto fidata del parlamentare di Forza Italia Enrico Pianetta e insieme a Nadia facevano una grande vita notturna. Ricordo che cercavano di coinvolgermi con continui sms e io, che sono un tipo morigerato, non sono mai andato alle loro serate.

Perla Genovesi ha rischiato l’arresto per traffico di droga. A quelle serate, secondo lei, girava cocaina? Si facevano festini alla presenza anche dei politici?

Non lo so. Quelle ragazze erano scatenate, dei tipi border-line. Ma io non sono mai andato alle loro uscite e quindi non so cosa facessero. Né so se già allora conoscessero Berlusconi.

Perché Brunetta dovrebbe nascondere un’amicizia così stretta?

Non lo so. Comunque, l’ho assistita legalmente e aiutata per mesi gratis proprio perché Renato me l’aveva presentata come una sua amica carissima. E mi telefonava in continuazione perché io portassi a compimento l’opera ottenendo dal tribunale quello che la ragazza desiderava tanto.

Come è finito il rapporto?

Professionale beninteso. Perché solo questo tipo di rapporto ho avuto con la signora Nadia.

Certo, certo, professionale.

Dopo un colloquio con un magistrato di Modena che mi spiegò bene i termini della sua situazione legale, ho preferito lasciare la difesa. Io sono un avvocato all’antica. E forse anche un politico troppo all’antica. Ho lasciato il partito di Berlusconi e ho fondato la Lega Italia con il mio amico Tancredi Cimmino anche per questo. Ho visto troppe cose che non mi piacevano. Se non eri una donna attraente e se non eri gentile con chi comandava nel Pdl, in quel partito non c’era spazio.

Lei quindi è d’accordo con Guzzanti che parla di “mignottocrazia”?

L’immoralità riguardava non solo le donne ma anche gli uomini con certe tendenze. Questo clima da basso impero e la soppressione dei meriti mi hanno indotto ad andarmene.

martedì 26 ottobre 2010

Dopo il fango “Libero” passa alle balle


Il direttore Maurizio Belpietro dice di non ricevere finanziamenti pubblici, ma li chiede sempre

Maurizio Belpietro, dopo aver mentito sulle vendite del nostro giornale giovedì scorso ad Annozero (“Il Fatto perde copie”), quando è stato preso in castagna da Marco Travaglio (leggi qui l’editoriale di sabato) ne ha detta un’altra sui conti propri. Nel suo editoriale di domenica scorsa il direttore di Libero ha scritto: “Travaglio ha raccontato almeno un paio di balle. La prima è quella sul contributo pubblico, senza il quale secondo Travaglio Libero non starebbe in piedi…. Marco potrebbe agevolmente telefonare al dipartimento dell’editoria per scoprire che il nostro giornale non percepisce un euro di denaro pubblico dal 2007 e ciò nonostante sta in piedi senza problemi”.

Effettivamente al Dipartimento, ma anche agli amministratori della società editrice Libero che lo scrivono nel bilancio 2008, risulta che il quotidiano ha incassato 7,7 milioni nel dicembre 2008 (con riferimento ai conti del 2007) e ha iscritto nel bilancio di quell’anno una sopravvenienza di 1,2 milioni dovuta al maggiore incasso rispetto alla somma di 6,5 milioni prevista. Per smentire Belpietro, comunque, basta leggere Belpietro stesso. Nel 2008 quando dirigeva Panorama e dedicava un’inchiesta allo scandalo dei contributi pubblici, Belpietro scriveva un editoriale titolato “Perché dico basta ai giornali assistiti”. Dopo aver ricordato i 39 milioni incassati da Libero in sette anni, Belpietro aggiungeva: “Senza contributo pubblico forse i giornalisti si sforzerebbero di fare giornali migliori”.

Poi è arrivato a Libero, è diventato consigliere di una società che chiede una dozzina di milioni allo Stato, e ha cambiato idea. Sarà per colpa dei troppi contributi che il suo Libero, con la pancia piena corre poco e ha dimezzato le copie rispetto al glorioso 2006 di Feltri. La smentita più sonora alla balla di Belpietro (Libero sta in piedi senza soldi pubblici) arriva dal bilancio approvato dal consigliere di amministrazione Maurizio Belpietro, il 13 maggio scorso.
Nelle relazioni che accompagnano il bilancio si legge che Libero:
1) ha chiesto i contributi per il 2008 e il 2009 e li ha iscritti a bilancio per 6 milioni all’anno;
2) non ha ancora incassato un euro per il 2008 perché le carte non sembrano a posto alla Presidenza del Consiglio;
3) senza quei contributi, la società non sarebbe in equilibrio. Come tante società del sud, l’Editoriale Libero Spa ha bisogno dell’aiuto dello Stato per sopravvivere. La foto scattata dai suoi amministratori è impietosa: Libero da un anno aspetta con il cappello in mano davanti ai tecnici del Dipartimento dell’editoria che non vedono chiaro nella sua documentazione.

La società di revisione BDO ha certificato il bilancio con questa postilla; “L’equilibrio economico e finanziario della società è strettamente legato all’ottenimento dei contributi suddetti”. Anche l’amministratore nella sua relazione spiega: “Il contributo di competenza dell’esercizio 2008 non risulta ancora liquidato dal Dipartimento dell’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri. Il ritardo nella liquidazione è attribuibile ad alcune verifiche in corso relative al rispetto dei requisiti previsti dalla legge 250 del 1990 già da noi dimostrati in sede di istruttoria. La società ha fornito agli organi verificatori la piena collaborazione per accelerare l’iter di verifica… il ritardo nella liquidazione sta comunque segnando un peggioramento della posizione finanziaria che potrebbe, in caso di protrarsi dei termini di incasso, trasformarsi in uno stato di tensione finanziaria”.

Per avere un’idea di quanto sia importante il contributo per Libero, basti un dato: nel 2008 supera il totale del costo degli stipendi. Gli amministratori di Libero ammettono di aver risolto i problemi solo grazie ai soldi della famiglia Angelucci “con il supporto del socio unico Fondazione San Raffaele nei confronti dei quali già è iscritto tra i debiti del bilancio un’anticipazione finanziaria di oltre 5 milioni”.