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giovedì 21 luglio 2011

I fenicotteri del San Raffaele

di Roberta De Monticelli

I fenicotteri... o erano gru? Strani animali alati, non sai se angelici o mostruosi: la prima immagine che mi colpì, mentre attraversavo il giardino della “Cascina”, la dimora di don Luigi e della cerchia più stretta e antica delle collaboratrici dell’Opera San Raffaele, cresciute alla scuola di don Verzé e poi entrate nell’ordine dei Sigilli, per consacrare la loro vita all’Opera e al Fondatore. Era la prima volta che ci mettevo piede: ero appena stata chiamata da Ginevra a insegnare Filosofia della persona alla nuova facoltà, fondata e diretta da Massimo Cacciari per volontà di don Luigi. La neonata facoltà di Filosofia era il vertice di quella sorta di trinità scientifico-umanistica che don Verzé aveva sognato, fondandola buona ultima dopo le facoltà di Medicina e di Psicologia: così che i rispettivi ambiti di ricerca – il Corpo, L’Anima, l’Intelletto o lo Spirito – rispondessero ciascuno a un aspetto della domanda del Salmo: “Che cosa è l’uomo – nell’immensità del cosmo?” La domanda di cui è simbolo anche l’Uomo vitruviano che nel logo del San Raffaele compare. Appresi tutto questo, allora, con meraviglia e ammirazione. I programmi di insegnamento, scritti da Cacciari, erano molto belli e nuovi, con due pilastri – il greco e la civiltà filosofica antica da un lato, la logica dall’altro – a reggere rispettivamente l’arcata umanistica e quella scientifica del ponte che doveva collegare le due rive della nostra civiltà, la grande tradizione contemplativa e la ricerca che non conosce limiti, la sapienza e la scienza.

MA POI, anche, la vocazione pratica e quella empirica della ragione: con corsi di politica, diritto, economia e, naturalmente, etica e bioetica da una parte, insegnamenti di biologia, fisica, matematica e linguistica per filosofi dall’altra, e una scuola di filosofia analitica in mezzo, a dimostrare che l’anima e l’esattezza possono felicemente sposarsi. E dar luogo al “pensiero concreto” – la formula di Cacciari che riassumeva la grande e bellissima ambizione di essere un modello di possibile riforma dell’organizzazione degli studi universitari. Davvero una formazione capace di ridare all’intelligenza il ruolo direttivo, di sentinella critica ma anche di progettatrice di nuove forme – di vita e di civiltà, che da troppo tempo l’intelligenza ha perso. Ora – e mi rivolgo ai più giovani lettori di questo giornale – la prima cosa da fare è non parlare al passato di questa ambizione. La cosa che fu allora creata c’è ancora. Vi insegnano molti innovatori, da Edoardo Boncinelli a Vito Mancuso, e poi studiosi, pensatori e ricercatori internazionalmente noti, come Giovanni Reale o Emanuele Severino, lo stesso Cacciari, un linguista come Andrea Moro, un genetista come Cavalli Sforza, vi hanno insegnato protagonisti della società civile e della spiritualità, da Guido Rossi a Enzo Bianchi. Spetta anzitutto a chi vi insegnerà e a chi vi studierà fare in modo che questo luogo di libera ricerca e libero insegnamento continui a fiorire e dar frutti, secondo la più limpida verità che mai logico abbia affermato: “Il pensiero non ha padrone” (G. Frege). Questo della libertà è davvero un principio non negoziabile che ogni frequentatore dell’Ateneo ha sovente sentito ripetere a don Verzé – il quale citava forse il Cardinal Martini: “Non ho bisogno di credenti, ma di pensanti”. Io glielo sentii dire allora, in quella sala dalle finestre affacciate sul giardino dei fenicotteri, o gru che fossero: e non solo gliene sono ancora oggi profondamente grata, ma ho sempre applicato alla lettera questo principio anche nelle relazioni interne alla vita dell’università, che credo debbano essere ispirate – su tutte le questioni che riguardano i suoi docenti, nessuna esclusa - alla più assoluta trasparenza e parresìa, anche quando questo impegno ci induca a esprimere posizioni critiche. Molte cose si dicono in questi giorni tragici su don Verzé, visionario manager di Dio.

MA QUEST’UNA non ho veduto scritta: che da lui non veniva, ne posso ben testimoniare, alcun invito a quella disponibilità a compiacere e obbedire che è nel caso migliore devozione, e nel caso peggiore servitù volontaria. Quella che prima o poi porta alla rovina tutte le autocrazie, anche le più illuminate. Infatti la critica anche aspra è sommamente necessaria alle grandi visioni, perché queste conservino quel rapporto con la realtà senza il quale non sarebbero grandi. Un pensiero che di fronte al gesto disperato di Mario Cal torna alla mente, insieme con lo sgomento e la pietà: tragico davvero il destino degli uomini devoti, quando hanno – forse – riposto in un uomo una fede e un’adorazione alle quali solo un Dio – ma non un uomo – saprebbe forse rendere giustizia. E mi è tornato allora alla mente, in questi giorni, anche il ricordo di quegli strani animali angelici o mostruosi, i fenicotteri della Cascina. Due possibilità in un essere. Come l’intreccio di bene e di male che Agostino dice inerire necessariamente alla Città Terrena, e dunque anche in questa istituzione: che ha portato la ricerca e la clinica italiana a vette di eccellenza mondiale, e che perfino alla filosofia ha consentito fossero aperte le nuove, fertili vie della ricerca naturale oltre che morale. Ma che ha forse oscure origini, e affonda radici in terreni fangosi. Il vero male, scrive Simone Weil, è la mescolanza del bene e del male. Credo sia vero solo in questo senso, che ciascuno debba esser pronto a distinguere il bene dal male nel suo qui ed ora, e a chieder ragione del male. Come qualcuno di noi ha provato a fare (www.phenomenologylab.eu/), chiedendo ragione della nomina di un condannato in secondo grado per turbativa d’asta (Giuseppe Profiti) fra coloro chiamati a risanare la Fondazione. Ma come, soprattutto, ciascuno di noi dovrà fare nella fedeltà a quel non negoziabile principio di libertà che don Verzé aveva enunciato e difeso nella ricerca e nella clinica: in questo principio è il vero e impagabile bene che il San Raffaele ha portato al Paese e al mondo. Minarlo in questo principio vitale sarebbe peggio che ucciderlo, il grande angelo: sarebbe farne un mostro.

sabato 9 luglio 2011

Chi ha paura della questione morale?

di Roberta De Monticelli

Che tuffo al cuore, quelle parole di Enrico Berlinguer sulla questione morale, che questo giornale ha tanto opportunamente ripubblicato in questi giorni. Già allora avevano suscitato alcune aspre reazioni proprio in quella sinistra di cui Berlinguer è stato l’ultimo grande leader, voci che si levarono dal cuore del suo stesso partito. Da allora, è curioso, tutto è cambiato fuorché il genere di argomenti, anzi per essere onesti di non-argomenti, che i critici del “moralismo” accampano contro ogni rinnovata denuncia della questione morale. E non parlo di quei “servi liberi” che hanno inventato per la parola “moralismo” un paio almeno di nuove accezioni negative, oltre a quella corrente di atteggiamento ipocrita, caratteristico di chi predica bene per razzolare male. Non parlo dei vessilliferi delle mutande, che hanno inventato addirittura una versione omertosa del vangelo, dove “chi è senza peccato scagli la prima pietra” vuol dire “se faccio schifo io fai schifo anche tu, e allora sta’ zitto perché non ti conviene”, o che hanno sostituito nella loro mente la parola “giustizia” con l’opaco spregiativo “giustizialismo”.

PARLO proprio, e con dolore, della convinzione ancora diffusa a sinistra che usare in politica argomenti morali sia appunto cosa da non fare, come confondere le categorie. “Moralismo”, appunto, in questa ulteriore versione di machiavellismo veramente troppo spicciolo, sarebbe giudicare amici e avversari non sull’aspetto “politico” delle loro idee o dei loro atti, ma su quello “morale”. Con un corto circuito bizzarro, per cui (primo non sequitur) l’aspetto “morale ” sarebbe necessariamente quello “privato”, e dunque (altro non sequitur), politicamente irrilevante. Così a quell’epoca persone degnissime – lo riporta Luca Telese nel suo articolo su Berlinguer (“Il Fatto Quotidiano”, 5.7.11) - lessero nelle parole di Berlinguer un “pericoloso” attacco alla “politica” dove semmai c’era un attacco ai partiti, che però testimoniava dall’interno di uno di essi di una residua possibilità di riscatto, che si sarebbe dovuto accogliere con gratitudine e rinnovata speranza. Così oggi c’è chi sostiene che la “colpa” non è una categoria politica. C’è chi addirittura nega l’esistenza di una questione morale anche nel Pd – cioè nega l’evidenza. E non tanto o soltanto per la dovizia di fatti accertati, alcuni di rilievo addirittura penale, che coinvolgono politici e amministratori, e che, qualcuno potrebbe obiettare, sono bazzecole in confronto ai crimini in grande scala nella logica bisignanesca del “mangia tutto quello che puoi mangiare”, con la quale siamo arrivati al paradosso inaudito di un governo che distrugge i beni della nazione per nutrirne il suo personale. Ma molto più si nega l’evidenza se torniamo al senso profondo delle parole di Berlinguer, che non denunciava fatti spiccioli, ma la riduzione dei partiti a “macchine di potere e di clientela”: dove l’accento va posto su ognuna delle parole, e forse in particolare sulla prima. Tornano in mente i meccanici ritornelli cui s’è ridotto l’eloquio politico dei leader del Pd, ai logori cliché che continuano a significare, proprio come diceva Berlinguer, mancanza di ideali, programmi vaghi e soprattutto “passione civile zero”. Come l’ossessivo ripetere “agli italiani non importa nulla”, “non sono questi i problemi degli italiani” quando un capo di governo stava per metter mano a una riforma della giustizia che era semplicemente eversiva della democrazia. Espressione pigra e meccanica poi corretta, ma tardi. Qual è dunque il filo che lega questa enorme sottovalutazione della questione morale attraverso le generazioni della sinistra? È – e chiedo perdono se ripeto cose dette, come si ripetono le occasioni di dirle - la nefasta e interessata confusione fra autonomia e indifferenza della politica rispetto all’etica. L’autonomia della politica è una scoperta (sacrosanta) della modernità, ma è resa possibile dalla comprensione del fatto che l’ordine sociale è un bene medio e non un bene ultimo, un mezzo e non un fine. Fine e bene ultimo è la libera fioritura degli individui, nel rispetto reciproco della loro pari dignità e dei loro eguali diritti. La politica è l’arte di governare la convivenza in modo che questa fioritura diventi sempre meno impossibile a ciascuno e a tutti. Dunque la sua autonomia è legata alla sua natura di mezzo e non di fine: come un’arma che bisogna saper maneggiare secondo le sue regole.

PROPRIO per questo il maneggio non può essere indifferente al fine, dunque alle condizioni per realizzarlo. Saper maneggiare la pistola (autonomia) non basta, bisogna maneggiarla a difesa della giustizia nella libertà (non indifferenza). Separate queste due cose e avrete i nostri mali: o la rapina della cosa pubblica (della ricchezza, del nutrimento, della disciplina, della verità e della libertà dovuti a ognuno per poter vivere da uomo libero e soggetto morale responsabile): ecco la banda B &B. Oppure la subordinazione del fine al mezzo, della buona politica alla logica degli apparati, all’autoriproduzione dei partiti e di tutte le altre consorterie. E se il maggior partito dell’opposizione non capisce questo, chi tradurrà in buona politica il risveglio delle coscienze?

sabato 25 giugno 2011

Cari D’Alema e Vietti, rischiate il disgusto

di Roberta De Monticelli

C’è un grande equivoco, che la parte più ambigua della classe politica e dirigente italiana sta alimentando, a rischio di disgustare di nuovo e irreversibilmente quelle centinaia di migliaia di persone, giovani soprattutto, che si erano appena riaffacciati all’impegno della partecipazione civile e politica. Non parlo del bell’ambientino dei ministri di questo governo, e neppure della banda allo sbando che puntella disperatamente le poltrone della legislatura, poche delle quali sono ancora a rischio perdita vitalizio.

Parlo di uomini come D’Alema, Vietti, e molti altri, che avranno la responsabilità storica terribile di aver ucciso la speranza di un riscatto morale e civile per via democratica, e di aver ricacciato nel qualunquismo dell’antipolitica la generazione che avrebbe potuto nutrire il rinnovamento.

Si dice: che le indagini si facciano, ma le intercettazioni non vengano pubblicate. Si aggiunge: perché non hanno rilevanza penale. Questo è un ragionamento palesemente incongruo, dato che non si può decidere per legge, e anticipatamente, che cosa ha rilevanza penale e che cosa no, e la legge semplicemente cancella tutta l’informazione, preventivamente, salvo permettere che arrivi quando avrà perduto ogni interesse, cioè a processi conclusi. Dunque l’argomento dell’irrilevanza penale è di per sé invalido.

Ma ora supponiamo che davvero molte delle intercettazioni pubblicate non abbiano rilevanza penale. Quanti comportamenti per i quali esistono molti aggettivi, da “ignobili” a “mafiosi”, non hanno specifica rilevanza penale, semplicemente perché il legislatore presuppone rispettato l’ovvio limite della decenza?

Ad esempio: che un ministro della Repubblica non prenda ordini da un condannato per truffa che non ha nessun titolo ufficiale per fornirli, che un Direttore di servizio pubblico non si faccia correggere le lettere aziendali da un qualunque occulto portavoce di interessi non pubblici, che chi è preposto alla nomina di esperti alla guida di aziende e servizi pubblici non sottostia ai ricatti o alle pressioni di chi dispone di armi di pressione e ricatto per far nominare invece suoi amici e parenti.

Basterebbe rileggere qualche articolo della Costituzione, e non soltanto il celebre articolo 54 sulla disciplina e l’onore con cui i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle.

Ad esempio tutto il Titolo III della Parte Seconda, dove fra i nove articoli che disciplinano le funzioni del governo non se ne trova uno solo che preveda consiglieri occulti, revisori telefonici e informatori segreti degli umori e delle volontà del Capo.

Faccio un altro esempio. Anche nel sistema universitario dei concorsi non è affatto previsto come reato che i membri della commissione decidano al telefono chi sarà promosso in un dato concorso: perché ovviamente poi tutte le procedure concorsuali saranno seguite a puntino – e serviranno a rendere tutto “penalmente irrilevante”.

Ora, magari lo specchio del cielo potesse rispecchiare e svergognare pubblicamente le innumerevoli consorterie e “cordate” (questo è il termine tecnico) che hanno fatto tanto male all’Università italiana, dove i migliori lottano perché, a seguito di questo male, non vada semplicemente distrutto il sistema dell’insegnamento e della ricerca. Lo volesse il cielo, lo volesse Iddio. Quanto meglio si lavorerebbe, allora.

E come è possibile che, dove le proporzioni del verminaio sono immensamente maggiori, e incomparabile la gravità del male fatto alla cosa pubblica, si dica con convinzione e amore di verità che il verminaio va nascosto agli occhi del pubblico, e al giudizio dei cittadini?

Vergogna.

giovedì 26 maggio 2011

Da un’anima bella a una militante di Cl

Ti ho vista che tentavi di convincere a leggere i tuoi volantini i fedeli all’uscita dalla messa domenicale. Non ci riuscivi granché – anche se la signora che aveva accettato la discussione pareva assai gentile nel suo fermo disaccordo. E d’un tratto mi ha preso una sorta di materna tenerezza, di stretta al cuore per la tua giovinezza regalata, senza forse neppure saperlo, a chi calpesta il suo bene più grande – la tua libertà che si stava risvegliando all’esistenza, forse all’angoscia delle domande, sola. Ma sai che cosa ne sta facendo di questa tua giovane libertà chi ti ha mandata qui? Sai cos’è, o almeno come lo si intende qui, il “principio di sussidiarietà” che sta sul tuo volantino? Soldi dello Stato alle scuole e associazioni cattoliche e occupazione di posti e potere nelle istituzioni, e qui in Lombardia soprattutto nella Sanità. Certo, vado anche in collera quando penso che, in cambio della preziosa solitudine cui stai rinunciando, tu magari passerai davanti a tutti i ragazzi che di consorterie e falangi come quelle non ne hanno voluto mai sapere, e troverai il tuo impiego meglio e prima degli altri. Ma poi – ora che i volantini quelle signore sul sagrato te li tirano dietro – mi riprende un po’ di tenerezza, e vorrei fermarmi sui gradini della chiesa a far due chiacchiere – ad ascoltarti, anche. Perché è proprio la “concezione dell’uomo e della società” richiamata dai tuoi volantini a stringermi il cuore. Non perché siamo chiamati a votare su “concezioni dell’uomo e della società” – no, basta scegliere il sindaco di Milano. Ma perché mi chiedo quale “concezione” possa mai essere quella che ispira un volantino tanto zeppo di bugie da attribuire all’avversario, addirittura, di incoraggiare lo spaccio di droga, l’eutanasia, l’aborto...

Sembra uno dei quotidiani deliri di quel signore che venne a Milano sventolando bandiere di mutande – con felice intuizione, come se il pensiero e il sentimento si fossero ossessivamente bloccati lì, all’altezza dell’uomo che di solito quell’indumento copre. Quel signore, e altri con lui, continuano a gridare quanto è storto il legno dell’umanità e quanto grande ricchezza di vita, sebbene intrisa di grossolanità e di peccato, è quella che i “moralisti” e le “anime belle” – cioè la mezza Italia che si sta svegliando – vorrebbero assoggettare alle loro mortifere regole di civiltà. Assoggettare alla legge tutta questa bella vitalità di mafie, di abusi e soprusi e condoni e perdoni. Richiamare il legno storto al rispetto che dobbiamo alle istituzioni, perché sostituiscono l’urbanità della nostra ragione e l’esercizio del libero arbitrio all’urlo delle selve, alla legge dei recinti tribali, alla pernacchia dei capi-branco. Che programma sanguinario questo, somiglia proprio a Robespierre, la virtù e il terrore. Ultimamente circola un libello, “L’umiltà del male”, che proprio a te si rivolge, ragazza, e questo è il ritratto che fa della tua giovinezza “umile e disponibile”: nei panni di un Uomo di Chiesa, amorevole e pietoso, le offre “complicità e convenienze”, che ti spingano “a optare per lui, ad accettarne la protezione e il potere. L’obiettivo è chiaro: mantenere gli uomini in uno stato di perenne immaturità, come fossero bambini”. Ti piace questo ritratto, questa offerta? Che peccato che in questo libello, dedicato alle grandi pagine dostoevskiane sul Grande Inquisitore, non ci sia una sola menzione della sola cosa che dice in quelle pagine il Cristo tornato in terra che l’Uomo di Chiesa rimprovera di essergli tornato fra i piedi. Sono solo due parole, e anche quelle erano rivolte a te – non a lui. Peccato che tu non le ascolti: “Svegliati, ragazza”.

Roberta De Monticelli

domenica 15 maggio 2011

DE MONTICELLI: “ELETTORI, VI SUPPLICO: NON SVENDETE LA LEGALITÀ”

Una lettera aperta, un appello. O meglio, una “supplica”, come la definisce la stessa professoressa Roberta De Monticelli. Lei, l’ha mandata al “Corriere della Sera” e al “Foglio”, ma non è stata pubblicata. Eppure il giornale di Giuliano Ferrara ha altre volte ospitato le riflessione della professoressa-scrittrice, anche se non proprio in linea con le idee del suo direttore. Questa volta no, appunto. Così la ospitiamo noi de “Il Fatto Quotidiano”.

di Roberta De Monticelli

Scrivo a tutti voi, che leggete questo giornale e apprezzate la solforosa, paradossale prosa di Giuliano Ferrara, tutta lampi di spade e fuoco di invettive, che lascia spesso interdetti, ma non scende mai, mi pare, al servilismo vile e alla intollerabile volgarità degli altri giornali della stessa parte. Con i quali io credo che voi, lettori di questo, non abbiate nulla da spartire.

Questa è una supplica. Una supplica diretta a quelli fra voi che vivono e votano a Milano.

Non vi parlerò di Milano. Se lavorate e vivete in questa città, a cosa sia ridotta l’antica “capitale morale” lo potete vedere con i vostri occhi, e quante promesse siano state mantenute dall’attuale amministrazione, pure.

Non di Milano vi parlo, ma del nostro Paese. Delle sue povere preziose ossa che franano in polvere, come a Pompei. Delle sue meravigliose città meridionali umiliate dalla catastrofe civile dell’immondizia, perché divorate nell’anima dal cancro delle mafie, che ora hanno preso possesso anche di grandi pezzi di economia anche nel Nord e a Milano. Di questa disperante sequela di abusi, soprusi, condoni e perdoni, di corruzione e tangenti e indulgenze e deroghe, di questa promessa – l’ultima– fatta agli abusivi edilizi che saranno condonati e perdonati. Di ciò che resta delle nostre spiagge, del tesoro fragile e senza prezzo che ancora in parte si potrebbe salvare: e che saranno perdute, perdute come tutta la bellezza indifesa perché gratuita, perché non ancora comprata, che fa le nostre vite degne di essere vissute. Non la mia o quella di altri “puritani”, no: la nostra, la vostra, quella dei nostri figli. Le nostre ore migliori, le nostre fonti di rinnovamento spirituale, le radici di questa nostra lingua di fuoco e di grazia. Gli alimenti della nostra cultura, della nostra fede, dei nostri amori, della nostra sofferenza, della nostra pietà.

Tutto questo sarà perduto se continuerà ancora a lungo – o anche solo per poco, perché siamo al limite dell’irreversibilità , e molto è già compromesso – questa logica suicida di sistematica svendita di legalità in cambio di consenso.

Vi supplico, aiutateci a fermare questa logica. Qualunque lista votiate, se votate a Milano, aiutate a fermare simbolicamente questa dissipazione della nostra anima, anche e soprattutto nel resto del Paese.

DATE UN SEGNO, un segno contrario all’immoderatezza di cui il sindaco uscente – e altri dietro di lei – hanno dato prova. Può darsi che per voi, anche per voi, sia cosa buona una svolta di ragionevolezza. Che sia buona cosa per quella Destra di cui io per prima mi auguro l’effettiva ricostruzione. In qualunque modo votiate, però, vi prego: fermatevi ancora qualche minuto, e riconsiderate con gli occhi della vostra mente le rovine di Pompei, le strade di Napoli, i nostri golfi incomparabili distrutti dal cemento, le nostre colline invase da centinaia di migliaia di villette a schiera. E poi votate. Grazie.