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sabato 5 marzo 2011

Napoli è tua, riprenditela!


“Napoli è tua” è lo slogan che ho scelto per questa nuova avventura politica: la corsa alla carica di sindaco. Napoli deve infatti appartenere ai suoi cittadini, che oggi sono chiamati a riprendersela dopo che per tanto, troppo tempo, “qualcuno” ha pensato di disporne come fosse esclusivamente sua, sfruttandola e depredandola a proprio personale vantaggio. Così questa città si è trasformata nel deserto del diritto e della legge, diventando il teatro dell’arricchimento personale o di gruppi di potere, in maggioranza criminali e spesso insospettabili, presenti in ogni ambito sociale, economico e politico, insediati dal pubblico al privato.

Napoli è diventata quanto di più distante ci possa essere dall’anima dei suoi stessi abitanti. La cattiva amministrazione, trasversale a tutta la politica, ha fiaccato la fiducia verso le istituzioni, diffondendo un sentimento di anti-politica comprensibile ma inaccettabile, che deve essere quanto prima sconfitto. Troppe collusioni fra amministrazione, economia e crimine organizzato hanno ferito l’idea del bene comune e dell’interesse collettivo come obiettivi prioritari da raggiungere. Mentre i legami opachi fra politica, cricche e camorra, passanti per appalti pilotati col solo scopo di guadagnare consenso e denaro in ogni settore (dai rifiuti alle infrastrutture), hanno tradito le più elementari regole democratiche.

Sono stati anni difficili e tristi, direi anche drammatici, che sono riusciti ad infettare un tessuto sociale vivo, mortificando una comunità capace di vantare un immenso patrimonio storico-artistico, oltre ad una tradizione di inclusione e accoglienza che risponde al ruolo di primo piano che Napoli deve e può avere nel Mediterraneo, essendo il terzo centro urbano d’Italia. Napoli è dunque una città che deve ritornare in mano dei suoi abitanti affinché risponda ai loro bisogni. Quei bisogni che sono incompatibili con i rifiuti ai margini delle strade, con l’emergenza diventata norma, fino al punto di spingere i cittadini ad abituarsi alla presenza ingiusta e insana dell’immondizia ovunque.

Il pessimo ciclo dello smaltimento dei rifiuti è la parabola di una degenerazione politica e sociale senza precedenti nel nostro paese e in Europa, ma anche il simbolo di uno Stato che compie un passo indietro, che abdica a se stesso, per lasciare campo libero alla camorra e agli affaristi, i quali si arricchiscono lucrando su questo dramma inaccettabile grazie alla collusione con l’amministrazione pubblica, a cui garantiscono consenso elettorale in cambio delle commesse o degli appalti nel settore degli inceneritori, delle discariche e quant’altro. Una sospensione di fatto della democrazia e dello Stato di diritto rispetto a cui si deve e si può scrivere la parola fine. Una rivoluzione politico-morale, fondata su un ricambio della classe dirigente e sul protagonismo civile, che potrà rendere Napoli una città più vivibile, sicura, inclusiva.

Attuare questa rivoluzione è possibile. Del resto se non avessi questo convincimento, non avrei scelto di candidarmi a sindaco. Una scelta che è stata personalmente difficile, dettata “solo” dalla passione e dall’amore che nutro per questa città. La mia città. Una scelta confortata dalla convinzione di non essere solo in questo progetto, che dovrà vedere Napoli al centro di un cambiamento dalle potenzialità nazionali, trasformandola in un laboratorio politico-sociale innovativo che sia di esempio a tutto il paese, che pure necessita di una ventata di freschezza morale e politica dopo il berlusconismo al tracollo.

In questo progetto non mi sento solo perché ci sono i napoletani, c’è un’intera città che crede al suo risveglio e che vuole esserne protagonista. Certo, senza i cittadini e le cittadine, anche la politica può risultare impotente. Ma se si uniscono le energie comuni, allora la stagione di discontinuità sarà possibile. Per questo, mi rivolgo alla città intera, chiedendo un atto di coraggio e di fiducia per sostenere una speranza che può e deve diventare realtà, se tutti noi lo vogliamo e se tutti noi ci impegniamo. Come sosteneva Paolo Borsellino rispetto a Palermo: “Si ama ciò che non ci piace per poterlo cambiare”.

Per questo ho deciso di lavorare a una lista civica che accolga le energie migliori della società civile, per questo metto a disposizione di tutte le forze politiche del centrosinistra la mia candidatura. Vorrei farmi strumento di quella nuova stagione napoletana che i cittadini e le cittadine aspettano, in continuità con la mia esperienza al Parlamento europeo: in tutta la mia – ancora breve – carriera politica, sono stato infatti animato sempre dallo stesso obiettivo, cioè quello di cercare di servire il Paese, mettendo in campo la maggiore trasparenza e il maggiore entusiasmo che potevo e che posso.

venerdì 28 gennaio 2011

Il dovere di schierarsi


di Luigi De Magistris (*)

Non sono mai stato un moderato, anche se il termine in sé non è brutto. Non ho la tensione o propensione al compromesso, pur riconoscendone le virtù politiche. Penso che, soprattutto in talune circostanze, non si possa stare nel mezzo, ci si debba schierare.

Durante la stagione delle bombe in Sicilia, nel 1992, i siciliani onesti si schierarono, con paura e coraggio allo stesso tempo, fecero capire dove andava il loro cuore e dov’era la loro volontà di riscatto.

Tra il 1992 e il 1994 gli italiani dalle mani pulite si fecero sentire, si schierarono, certo poi sono stati traditi da Berlusconi, per chi era caduto nel trappolone dell’antipolitica del Vanna Marchi di Arcore, e da quella sinistra incapace di consolidare un progetto di alternativa, non solo politica, ma anche sociale, economica e culturale.

Ora, in pieno tracollo morale e con l’etica pubblica al collasso, bisogna schierarsi, altrimenti aumenta la confusione e gli onesti si deprimono, si scoraggiano. Chi non elabora idee e concetti limpidi e chiari diviene complice, connivente, in alcuni casi addirittura correo.

Quando mi fermarono da magistrato e mi buttarono fuori da Catanzaro con i guanti vellutati del potere, non mi inorridirono quelli che sapevo essere manifestamente collusi, ma quelli che apparivano, falsamente, quali depositari dell’etica e del rispetto della legalità, ma che invece rappresentano le peggiori stampelle del regime immorale che ci sta opprimendo.

In un momento in cui la magistratura è sotto assedio sarebbe utile al Paese che la stessa abbia non solo la forza di contrastare gli attacchi eversivi alla sua intoccabile indipendenza, ma anche di affrontare la questione morale al suo interno che comincia a essere preoccupante, non invece eludere o addirittura nascondere le opacità, far finta di niente solo perché c’è Berlusconi che tuona.

Un alibi, rischia di divenire una condanna. Far parte di cricche et similia non può essere una stelletta per far carriera. Segnali preoccupanti, non per la magistratura in primis, ma per i cittadini che hanno necessità vitale di magistrati autonomi e indipendenti.

Le gerarchie vaticane, non certo i tanti sacerdoti che seminano amore e testimoniano la bellezza della vita, invece di esprimere parole nette e univoche, di fronte alla mignottocrazia berlusconiana, si cimentano in equilibrismi dialettici e linguaggi in politichese puro. Un colpo al cerchio e uno alla botte, la zona grigia, quella del potere, quella usata da chi ha avuto, conta di avere e non vuol mettersi contro solo per valori e ideali. Così come parte dell’opposizione politica critica ferocemente Berlusconi ma in realtà si è berlusconizzata. Propone l’abbattimento politico del sultano, ma non la distruzione del sistema che lo mantiene, attraverso la necessaria costruzione di una vera alternativa. L’Italia ha bisogno di nettezza e chiarezza. Ecco perché è bello – in questa spazzatura morale – osservare un fresco profumo di libertà che avanza, che vuole rompere e costruire allo stesso tempo. Operai, studenti, operatori sociali, impiegati, precari, disoccupati. Lavoratori dei 1.000 euro al mese e donne che non sono in vendita per potere e per la lussuria dei poteri. Dobbiamo entrare nelle stanze del potere e aprirle, c’è troppa puzza di compromesso morale, c’è troppo moralismo di convenienza e da strapazzo, c’è assenza di etica pubblica, c’è troppa legalità sospetta, illegittima, ad personas, da disubbidienza civile, morale e culturale.

(*) Eurodeputato Idv

giovedì 30 dicembre 2010

“IO PUGNALATORE? VOGLIO SOLO IL BENE DEL MIO PARTITO”


De Magistris risponde a Di Pietro: “Nessuna spallata, ma facciamo pulizia”

di Luigi de Magistris

Caro Antonio e cara IdV, sono stati giorni di confronto, anche aspro, all’interno del partito. Questo Natale ha rappresentato un momento di riflessione per tutti sul futuro della nostra comunità politica. Eppure credo, come afferma il detto comune, che “non tutto il male viene per nuocere” e che da questa parentesi difficile possiamo uscirne rafforzati, rispetto al rapporto tra noi dirigenti e rispetto a quello con la base. Può essere, la nostra, una crisi nel senso positivo del termine greco: passaggio di destabilizzazione per una stabilità ancora maggiore. Dunque un’opportunità.

VORREI allora provare a rimuovere le macerie negative della polemica per creare le condizioni adatte a una ricostruzione del dialogo politico, a cui siamo chiamati nel rispetto di militanti ed elettori che ci sostengono con dedizione e che tutti noi amiamo.

Lo faccio con riferimento alla lettera firmata insieme a Sonia Alfano e Giulio Cavalli. Il primo aspetto che vorrei fosse chiaro è il seguente: non ho mai agito con un intento distruttivo verso l’IdV né con l’obiettivo di lanciare un’opa per la leadership, ma al contrario sono stato mosso dal fine di rafforzare il partito. E’ stato posto, infatti, un problema che mi viene segnalato nelle diverse realtà locali che ho visitato, in segno di attenzione proprio verso i militanti e gli elettori. Un tema che da tempo, peraltro, segnalo al partito negli esecutivi e nei dibattiti, ma anche negli incontri che ho avuto con il presidente. Per questo il termine “pugnalata” (usato spesso in questi giorni per definire la lettera) è ingiusto.

Pugnalata è il fendente inaspettato e vigliacco inferto con dolo: quanto di più distante dal mio operato a cui era ed è estraneo ogni desiderio di nuocere e, in particolare, di farlo in modo nascosto. Porre il problema della questione morale/politica, poi, non significa affermare che il partito nel suo complesso è da gettare al macero come fosse un coagulo di corruzione e trasformismo. Significa, invece, ricordare che esiste un nervo scoperto per ogni soggettività politica: la selezione della classe dirigente che, inevitabilmente, è esposta al pericolo di ingressi e partecipazioni illegittime o non all’altezza. Per questo si deve vigilare costantemente e arrivare a un meccanismo di selezione che responsabilizzi tutti, che costringa ciascuno ad assumersi, rispetto alle candidature di ogni livello, la propria dose di responsabilità. Nel successo e nell’insuccesso. Lo si deve proprio ai militanti e ai dirigenti che pretendono onestà e competenza. In occasione dell’esecutivo di gennaio potremmo discutere di questo, arrivando a confrontarci sul modo specifico con il quale garantire tale assunzione collettiva di responsabilità. L’IdV è una comunità politica vitale e sana, l’IdV deve continuare ad esserlo, cercando di contrastare – e ha gli strumenti etici e ideali per farlo – la fisiologica (perché tipica di ogni partito) tendenza ad essere infiltrata da personaggi come Razzi, Scilipoti, Porfidia, De Gregorio e altri. Perché questi casi ci sono stati e non possono essere liquidati come errore occasionale, altrimenti il pericolo è quello di un loro ripetersi, il che sarebbe inaccettabile perché proprio loro screditano il lavoro che militanti ed elettori portano avanti tutti i giorni.

LA STRATEGIA liquidatoria non è degna dell’IdV, avendo l’IdV fame di trasparenza e onestà, essendo un partito dalle ambizioni elevate anche sul piano della propria correttezza interna e che deve essere “diverso” dagli altri. Detto questo, vorrei parlare dei sentimenti. E’ stata, la nostra, una lettera di rabbia e amore, dettata da chi crede nel progetto dell’IdV e ha sofferto nel vedere il governo Berlusconi reggere l’urto della sfiducia grazie al sostegno di tre traditori comprati.

Per questi tradimenti abbiamo sofferto tutti, come tutti crediamo nel progetto dell’IdV, allora ti chiedo e vi chiedo: riflettiamo e agiamo sul tema della classe dirigente e della rappresentanza, del tesseramento e dei congressi, della democrazia interna, per definire regole ferme perché sia garantita sempre la trasparenza. Affrontare tali argomenti, dunque, non vuol dire che il partito sia marcio e quindi da rifondare, significa riconoscere che si deve sempre migliorare.

L’ingresso di personalità “altre” rispetto alla politica tradizionale (Alfano, Cavalli, me e altri), come confermato dal successo elettorale del 2009, può essere stimolo per un cambiamento del partito in senso più moderno. Possibile e necessario un equilibrio con tanta militanza politica di qualità. In questi giorni, ho letto diverse critiche in merito ad un mio presunto atteggiamento da ex cathedra, da ultimo arrivato che impone lezioni di moralità e politica.

MI DISPIACE perché non è così, anzi spesso ho avuto l’impressione di esser percepito, da una parte della dirigenza, come corpo estraneo disgregante.

Non mi sento tale. A questo partito ci tengo e in questo partito voglio stare. Soprattutto, insieme a questo partito voglio lavorare, per la sua crescita, per quella del centrosinistra e di tutto il Paese, per costruire l’alternativa al berlusconismo. E’ ciò che sto facendo fin dalla campagna elettorale senza sosta: centinaia di iniziative su tutto il territorio nazionale che hanno contribuito a rafforzare l’IdV e che mi hanno portato a un consenso che mi riempie di soddisfazione, tanto quanto mi “pesa” per la responsabilità a cui mi chiama. Saremo sempre più forti se sapremo essere uniti, nelle diversità. Il pluralismo arricchisce, non disgrega.

giovedì 23 dicembre 2010

Why Not: chi ha sbagliato ora tace



di Luigi De Magistris

Venerdì 17 dicembre il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Salerno ha rinviato a giudizio, tra gli altri, per concorso in corruzione in atti giudiziari aggravata il Procuratore generale, il Procuratore della Repubblica e il Procuratore aggiunto, all’epoca tutti in servizio a Catanzaro, due influenti esponenti politici del Pdl e l’allora responsabile per il Sud della Compagnia delle Opere, per avermi, tra i vari fatti contestati, sottratto, quale sostituto procuratore titolare, le inchieste Poseidone e Why Not.

Secondo la Procura di Salerno la revoca di Poseidone e l’avocazione di Why Not furono il prezzo di un accordo corruttivo. Tutto quello che da oggi diverrà pubblico e che ha fatto pagare prezzi altissimi a talune persone, oltre che un danno irreversibile alla Giustizia, era noto a chi lo doveva sapere per evitare che accadesse quello che è successo: in particolare, al Consiglio Superiore della Magistratura. Quei magistrati, oggi imputati per gravissimi reati, sono stati lasciati operare al loro posto da quel Csm che ha, invece, buttato fuori da quelle indagini chi aveva scoperto, in breve, la Nuova P2 (diversi nominativi coinvolti appartengono all’ordine giudiziario). Stesse persone che oggi rinveniamo in indagini tra cui quelle sulla P3 e sulla P4. Non leggo alcun commento di esponenti dell’Associazione nazionale magistrati, peccato. Del resto, stanno venendo fuori nelle inchieste sui poteri occulti i nomi di tutti quei magistrati – alcuni ancora in posti chiave strategici – che hanno avuto un ruolo determinante nei procedimenti che hanno portato alla sottrazione delle inchieste e al mio allontanamento da Catanzaro. Anche su questo non leggo nulla, peccato.

Per me un danno irrimediabile

QUANTI magistrati, amici e non, ho incontrato in questi anni e mi hanno espresso solidarietà e sconcerto per quello che era accaduto; altri mi hanno guardato quasi fossi un pazzo oppure pensando a che cosa avessi potuto combinare a Catanzaro. Non voglio rivincite e rivendicazioni, non mi interessano. Il danno che ho subito è irrimediabile, ho deciso anche di dimettermi dalla magistratura, dalla passione della mia vita, da quel lavoro che il Procuratore generale della Cassazione, durante quel simulacro di processo disciplinare, mi rimproverò di esercitare come una missione. Non è nemmeno il momento della rabbia, ma quello di sentire qualche parola e non solo osservare l’oblio di un silenzio assordante, quello che ha accompagnato la decisione del giudice di Salerno. Le parole non servono a me, oggi faccio politica, ho portato la mia passione altrove e lotto anche per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, anche di quella pavida e conformista, sperando che abbia, un giorno, coraggio di guardarsi allo specchio.

Colpito chi credeva nella giustizia

LE VOSTRE parole, se credete, servono per quelle persone – testimoni, polizia giudiziaria, collaboratori – che hanno pagato, per tutti quei cittadini che in terra di Calabria hanno sperato in una giustizia uguale per tutti, per i magistrati dalla schiena dritta, per quelli che avevano osato indagare sul “caso De Magistris” e che sono stati o sospesi dalle funzioni – come il procuratore Apicella reo di non aver fermato i suoi Sostituti e quindi eseguito i desiderata del potere – oppure esiliati – come il dr. Verasani (quello che nel passato aveva anche condannato un influente magistrato napoletano per collusioni con la camorra) o la dr.ssa Nuzzi, magistrati che hanno indagato a fondo su di me, verificando che non avevo commesso nulla e che, anzi, ero vittima di gravi reati. È cambiato il Csm, sono mutati alcuni esponenti delle correnti della magistratura, siamo lontani dalle tensioni che accompagnarono quelle inchieste e quei procedimenti disciplinari, quanto farebbe bene a chi crede ancora nella magistratura ascoltare un po’ di onesta riflessione, magari un briciolo di autocritica. Sarebbe bello aprire Il Fatto Quotidiano nei prossimi giorni e leggere un articolo onesto di chi si assume la responsabilità di dire: sono stati commessi errori. Farebbe bene al cuore, pensate anche a che forza dareste a molti: ai forti di guardare avanti con maggiore fiducia, ai conformisti di osare quando si trovano il potere con il fiato sul collo. Ve lo chiedo senza rancore, da chi lotta, comunque, senza calcoli di opportunismo, da chi ha creduto anche nell’associazionismo giudiziario e nella capacità di autogoverno della magistratura.

martedì 7 dicembre 2010

Il countdown di Mr B? La sfida è il 15/12


LUIGI DE MAGISTRIS

Siamo al conto alla rovescia per Berlusconi. Pochi giorni separano il presidente del Consiglio dalla fiducia o dalla sfiducia che gli accorderà il Parlamento. La matematica non è un’opinione, ma la politica purtroppo sì. Per tanto nella maggior parte dei casi risulta imprevedibile, infedele, incerta. Come lo sono gli esseri umani che la praticano. Risulta quindi difficile ipotizzare con certezza come finirà la conta: quanti tradiranno il premier certi di non essere ricandidati in caso di sfiducia e quindi di elezioni, pronti magari al salto verso gli ex alleati del Pdl ed oggi nemici pubblici? Quanti nella squadra del terzo polo, invece, volteranno le spalle alla proclamata opposizione contro Berlusconi per timore, anche in questo caso, di perdere lo scranno? Quanto saranno efficaci la campagna acquisti del Cav, gran maestro nell’arte della compravendita parlamentare, ed il timore trasversale per il voto?

Il punto è che, comunque sia, anche di fronte ad una fiducia parlamentare guadagnata con una manciata di voti, questo governo è politicamente squalificato e finito. In piena crisi economica, dopo una sequela di scandali (appaltopoli, P3, questione campana etc.), a seguito della scissione di Fli, a posteriori delle rivelazioni di Wikileaks non è pensabile per questo esecutivo restare in carica. Il Pdl è morto, come morto è il berlusconismo, come morto è il governo.

Diverso sarebbe se venisse meno la fiducia, come naturalmente sperano le forze d’opposizione – intendo quelle vere, non i folgorati dell’ultima ora tipo Fini e Casini. Si aprirebbe incontrovertibilmente, anche per l’ostinato Berlusconi, la strada obbligata di riconoscere che la crisi è nei numeri, è formalizzata, è pubblica. Anche in parlamento. La sfiducia delle Camere infatti renderebbe tutto più semplice e rapido per chi anela alla costruzione di un’altra Italia, quella del post berlusconismo. In sostanza, comunque vadano aritmeticamente le cose a Montecitorio o Palazzo Madama, questo esecutivo è al capolinea. E con lui il leader di sempre e il suo partito. Allora ci si dovrebbe concentrare sul dopo, sul 15 dicembre e i giorni a seguire.

Personalmente, insieme per altro al mio partito, sono contrario a qualsiasi ipotesi di governo alternativo a quello sancito dalle urne (esecutivo di responsabilità, istituzionale o via nominando) che unisca tutte le formazioni contrarie all’esecutivo in carica per governare, cioè prendere decisioni in materie come l’economia, il welfare, le riforme costituzionali. Non è possibile per via della distanza ideologica, non è giusto perché non scelto dagli elettori.
Soprattutto respingo l’idea che ci possa essere un altro esecutivo a guida di un fedelissimo di Berlusconi (da Tremonti ad Alfano a Letta), perché alla palude italiana non ha contribuito solo il sovrano, ma la sua intera corte.
E più di tutto mi fa orrore l’idea di un Berlusconi bis, passante per le dimissioni del premier, che apra magari ad un grande rimpasto verso Fli e l’UdV. Tutte e due ipotesi a cui ammiccano i terzopolisti di Fini e Casini, pronti a manovre di palazzo sulla scia della Prima Repubblica per spartirsi il potere dopo il Cavaliere sfiduciato (che pure non ostracizzano dagli scenari politici che propongono).

La sfiducia parlamentare, invece, può e deve esser ottenuta con una convergenza di tutta l’opposizione, ma la classe dirigente chiamata ad amministrare il paese deve essere scelta dagli elettori, perché tutto il resto significherebbe un loro tradimento. Diverso sarebbe un esecutivo lampo (Di Pietro afferma di 90 gg massimo) che facesse la riforma della legge elettorale, abrogando il premio di maggioranza e reintroducendo le preferenze (come democrazia vorrebbe), soddisfacendo così la richiesta di tutti i partiti (ad eccezione di Lega e Pdl). Con l’impegno inviolabile, però, di indire quanto prima le elezioni. In questo caso si potrebbe sostenerlo dall’esterno, senza dimostrare però troppa pazienza, perchè le elezioni il prima possibile sono l’unica strada veramente democratica e che mi auguro il presidente della Repubblica possa prendere in seria considerazione.

A questo punto, un altro tema che si pone è come affrontarle, queste elezioni. Si paventa in ampi spazi dell’antiberlusconismo, quello coerente e da sempre militante che stimo, di un fronte d’emergenza elettorale che riunifichi tutta l’opposizione, Udc e Fli compresi, per sconfiggere la compagine berlusconiano-leghista, evitando il dramma di vederla riconquistare ancora palazzo Chigi e difendendo così la democrazia. E’ la proposta che è stata avanzata dal Fatto, quotidiano che apprezzo e stimo, sotto il nome di lista civica nazionale. Ebbene, non mi convince. Ritengo infatti che abbia scarso appeal elettorale e che rischi addirittura di rafforzare Berlusconi, il quale brandirebbe l’argomento del “solo contro tutti”, del martire nemico del sistema inciucista, del tradito da Casini e Fini che si alleano con la sinistra pur di farlo fuori.

Risulterebbe, poi, impossibile da realizzare. Gli elettori chiedono una proposta politica alternativa chiara e seria, mentre il momento storico del paese (per via soprattutto della crisi economica) rende indispensabile un governo saldo e quindi omogeneo che assuma decisioni pesanti. Come si può pensare di far governare insieme Fini, Casini, Vendola, Di Pietro, Bersani? Sul welfare, sulla finanza o sul lavoro la distanza ideologica è abissale. Per fortuna, perché la destra (anche europea e moderna) resta tale, come tale deve restare la sinistra. Si potrebbe obiettare: ma come si conquista il voto dei moderati traditi, dei liberali delusi, dei cattolici amareggiati da Berlusconi? Si conquista parlando con loro e aprendo alle loro istanze. Si conquista soprattutto con una proposta politica priva di ambiguità ed innovativa.

Credo sia quindi indispensabile e di successo, anche per andare oltre la deberlusconizzazione del paese che pure è necessaria, avanzare un cartello elettorale Pd-IdV-Sel- Federazione della sinistra e movimenti che si dia un programma di governo condiviso e di centrosinistra, e che svolga le primarie per la leadership, proponendo una squadra credibile e di discontinuità. Senza vedere nell’Udc e o in Fli il nemico, ma riconoscendo in loro l’avversario, che per 16 anni piaccia o meno ha appoggiato una deriva che si chiama Silvio Berlusconi. Una deriva che mai come oggi è battibile.

sabato 13 novembre 2010

“Perché non mi autosospendo”


di Luigi De Magistris (*)

Caro Travaglio, rispondo all’articolo in cui mi prospetti l’autosospensione dall’Idv a causa del mio rinvio a giudizio. Ti ringrazio per le parole di stima e per l’appoggio passato: sei stato fra i pochi a fotografare l’assalto al pm che ero, consentendomi di non morire di isolamento. Veniamo al tema. Il rinvio a giudizio è un’assurdità: mi accusano di aver interpretato una norma, cioè di essermi comportato come tanti pm, supportato da dottrina e sentenze della Corte costituzionale. Magistrati equilibrati non potranno che rendermi giustizia. Non è comunque una novità. Sono stato denunciato – per aver applicato l’art.3 della Costituzione – da tante persone, spesso potentissime e danarose, ben servite di avvocati e con ruoli di influenza. Magistrati, politici, imprenditori, mafiosi. Roba da piegarti la schiena. Sono stato uno dei pochi – e ho pagato con una sentenza disciplinare ingiusta – che ha denunciato la questione morale in magistratura. Solo i procedimenti penali nei miei confronti negli ultimi 3 anni sono circa 50. Mi sono sempre difeso nei processi e sinora i miei accusatori sono stati indagati o sono processati. Sarà difficile che riesca a uscire indenne dallo tsunami abbattutosi su di me. I responsabili dei procedimenti disciplinari che mi hanno riguardato sono comparsi nell’inchiesta P3: parte della magistratura è distante dalla legalità. Il rischio, allora, è quello di procedimenti penali artatamente confezionati, come dimostrano indagini in cui risulto parte offesa. Non escludo che potrò, perciò, essere condannato anche in sede civile e penale.

L’indipendenza dei magistrati è un mio caposaldo e non defletto dal denunciare le incrostazioni interne all’ordine. Lo faccio per i magistrati onesti che resistono. Dibattiti, interrogazioni, iniziative legislative contro corruzione e mafie, manifestazioni per i diritti mi comportano – anche da politico – denunce e intimidazioni. Quindi ti chiedo: devo fermarmi se trovo un giudice magari pavido o che mi dà torto? Da noi l’illegalità è divenuta legale per legge, il Csm ha agito come sai, la deontologia dei magistrati è valutata da un capo degli ispettori come Miller. In questo quadro, per ciò che dico e faccio, la reazione di tale sistema è punitiva. Allora che devo fare? Sospendere e attendere? Ho già pagato da pm e non voglio piegarmi al burocratismo giudiziario, che è cosa ben diversa dalla giustizia. Se diffondo le intercettazioni – quando è in atto la legge bavaglio – potrei infatti essere rinviato a giudizio. Le interpretazioni burocraticistiche favoriscono il disegno autoritario che punta a criminalizzare il dissenso, fermare i servitori dello Stato scomodi e il cambiamento. La mia autosospensione dall’Idv sarebbe una vittoria per tale sistema. La questione morale in politica, poi, non va ridotta al casellario giudiziario immacolato: le leggi di Berlusconi lo renderanno prerogativa di mafiosi e evasori. Alcuni limiti vanno però posti. Processi per reati gravi (corruzione, frode, etc) dovrebbero obbligare al passo indietro. Se un politico è assolto per un cavillo ma dalle circostanze emerge il dubbio, non può avere ruoli dirigenziali. La politica e la legalità devono prevalere sul burocraticismo, assist al sistema contrario al sogno di un paese migliore. Infine il codice etico. Ricordo che il rinvio a giudizio riguarda non la mia attività di politico, ma di pm: mestiere che espone se condotto in un certo modo. Per tutte queste ragioni non posso e non voglio mollare.

(*) Eurodeputato Idv

venerdì 5 novembre 2010

Bagnoli, bomba a orologeria


di Luigi De Magistris (*)

Bagnoli è uno dei quartieri più belli di Napoli. I Campi Flegrei, storia e futuro della città. Doveva essere l’occasione per la rinascita partenopea. Città della scienza, bonifica dell’area, cultura, innovazione tecnologica, attività sportive, piccole e medie imprese, commercio, turismo, il porto, unità abitative residenziali. Napoli tra ricchezza della sua storia e progresso.

Bagnoli ha ottenuto il più cospicuo finanziamento di fondi europei della storia dell’Unione.

La politica, attraverso il partito unico trasversale della spesa, ha sostanzialmente fallito, al di là di qualche risultato.

Bagnoli è servita per creare l’ennesima società per azioni, BagnoliFutura spa, il solito giro di professionisti e politica, mentre Napoli e i napoletani possono attendere. Ma questa non può essere solo la solita storia, sia pur grave, dell’ennesima occasione perduta, servita solo a consolidare il potere di pochi.

È giunta l’ora di chiedere il conto – politico e istituzionale – sotto un duplice aspetto.

Il primo. La Corte dei conti, la commissione e il Parlamento europeo hanno evidenziato gravi irregolarità nella gestione dei fondi pubblici. Chi intende assumersi la responsabilità politica? Chi pagherà contabilmente, chi risarcirà il danno? Mi auguro che la magistratura ordinaria verifichi la sussistenza di condotte che possano avere rilevanza penale.

IL SECONDO. Circolano dati allarmanti sui quali si deve fare chiarezza e solo la magistratura, nella sua indipendenza, può verificare se Bagnoli sia divenuta una bomba ecologica a orologeria.

Buona parte dei terreni dell’area, dichiarati bonificati e certificati da BagnoliFutura, sarebbero caratterizzati da concentrazione di composti e sostanze dall’elevata potenzialità tossica (idrocarburi, IPA e PCB) che eccedono i limiti di legge imposti per un uso residenziale/verde pubblico e spesso anche per uso commerciale/industriale.

Il terreno risulterebbe, quindi, in diverse aree contaminato e non bonificato contrariamente a quello che si vuol far credere. Una valutazione del rischio sanitario-ambientale in caso di uso residenziale/verde pubblico conduce, secondo uno studio della cui attendibilità non abbiamo motivo di dubitare, a un rischio rilevante per la salute umana da sostanze cancerogene per bambini e per adulti sia per brevi che per lunghe esposizioni.

Si parla di un rischio oggettivo di un cospicuo aumento di decessi l’anno per coloro i quali frequenteranno i settori: infrastrutture pedemontane, Porta del Parco e strutture turistiche, Parco urbano lotto 1 e Parco dello Sport.

Il rischio sarà elevato anche per i lavoratori qualora si scelga un’esclusiva destinazione industriale/commerciale.

La situazione rappresentata evidenzia, paradossalmente, un generale peggioramento post-bonifica delle condizioni ambientali. Va inoltre rappresentato che, inizialmente, il progetto di bonifica è stato avviato tenendo presente che le concentrazioni di sostanze non erano compatibili con un uso residenziale/verde pubblico (previsto per gran parte dell’area una volta completata la bonifica) ma solo con un uso industriale/commerciale del sito. Oggi, per aggirare artificiosamente la situazione, si intende risolvere il problema della mancata bonifica attribuendo ai suoli una fittizia destinazione d’uso industriale/commerciale, mentre nella realtà si registra un aumento della volumetria destinata a unità abitative. I napoletani non possono essere accerchiati da bombe ecologiche. Bagnoli non può trasformarsi da mancata occasione di sviluppo del Sud intero a ordigno ambientale. Ci auguriamo che le istituzioni tutte, in primo luogo la magistratura, facciano chiarezza su un storia che non ci lascia tranquilli.

(*) eurodeputato Idv

mercoledì 4 agosto 2010

Un Csm nuovo: anzi vecchio



di Luigi De Magistris

È nato il nuovo (assai vecchio per le logiche con cui è stato concepito) Consiglio Superiore della Magistratura. Agli inizi di luglio sono stati eletti i membri togati del Csm, con le consuete logiche lottizzatorie interne alla magistratura, con la solita eccezione di un magistrato che vedremo se saprà contraddistinguersi per autonomia e rigore morale. Quale espressione della peggiore correntocrazia ne cito solo uno dei nuovi tutori dell’autogoverno della magistratura: il capo delegazione di Unicost, la corrente maggioritaria, dr. Riccardo Fuzio, il quale in qualità di sostituto procurato sazione del procedimento disciplinare farsa ordito nei miei confronti mentre indagavo sulla Nuova P2), Caliendo (sottosegretario alla Giustizia, già simpatizzante della vecchia P2 oggi organico alla P3), Carbone (presidente della Cassazione, sensibile all’olio e ad altro) e Marconi (con il debole, pare, per le attività di dossieraggio propria dei poteri occulti) – di affermazione di una magistratura prona e conformista e, nello stesso tempo, di punizione di magistrati che onorano la Costituzione repubblicana.

Gli avvocati amici degli amici

NEI GIORNI scorsi sono stati eletti dal Parlamento i membri laici. Idv aveva proposto di nominare giuristi di altissimo valore morale e professionale che non avessero mai avuto incarichi di partito. Invece la casta partitocratica (Pdl, Pd, Lega e Udc) si è spartita le nomine eleggendo soprattutto gli avvocati di esponenti politici di primo piano: l’avvocato di Berlusconi, l’avvocato di Bossi, quello di D’Alema e uno stretto collaboratore del ministro della Giustizia Alfano. Vicepresidente, poi, sarà Vietti, Udc, già modesto esponente di un precedente Csm, espressione della partitocrazia, tra i promotori della legge sulla depenalizzazione del falso in bilancio e del legittimo impedimento. In alternativa si è proposto l’uomo dell’incriccato Gasparri, Annibale Marini (agli atti dell’inchiesta sulla nuova P2 sulla quale indagavano i magistrati di Salerno fermati e puniti da Mancino & C.). Vietti sostituirà il pessimo Mancino, l’uomo delle tante ombre. Quello che, nel lasciare la poltrona, ha osato sostenere che il Csm uscente ed egli in primis hanno garantito autonomia e indipendenza alla magistratura. Falso, il Csm uscente è stato uno dei peggiore generale della Cassazione ha istruito i procedimenti disciplinari che hanno condotto – unitamente all’opera implacabile del capo degli ispettori del ministero della Giustizia Miller (P3) – alla punizione e al trasferimento dei tre magistrati della Procura di Salerno che avevano osato indagare sulla nuova P2 (oggi P3). Immagino che al Csm il dr. Fuzio proseguirà in quella sua opera – militando nella stessa congrega di Martone (viceprocuratore generale in Cassazione, già presidente dell’Anm e sostenitore in Casri della storia repubblicana, quello che ha impedito a magistrati onesti e scomodi di indagare sulle deviazioni del potere.

Il ruolo di Mancino e i tempi correnti

IL PRESIDENTE della Repubblica, nel saluto di commiato all’uscente Csm e a Mancino, con il quale ne ha condiviso la guida, afferma che i nuovi membri laici non sono espressione dei gruppi politici. Ricordiamo al presidente che sono figli, tranne uno probabilmente, della peggiore spartizione partitocratica che si potesse realizzare in piena P3 ed emergenza morale. Quanta strada c’è da fare per cambiare l’Italia e quanto spiace constatare che, ancora una volta, il principale partito del centrosinistra, il Pd, si sia piegato a logiche spartitorie che inquinano e corrodono la democrazia. Da questo Csm non c’è da aspettarsi nulla di buono, speriamo solo che la magistratura sappia resistere all’onda di normalizzazione avallata anche dai vertici delle Istituzioni.

sabato 17 luglio 2010

Toghe sporche e toghe cieche


di Luigi De Magistris

Oggi tutti parlano di P3, di logge coperte, di massonerie deviate. Oggi tutti parlano di trattativa tra mafia e Stato dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio.

Fino a qualche mese fa, eravamo in pochi a denunciare la criminale trattativa per la quale sono morti Borsellino e poliziotti dalla divisa onesta e coraggiosa. Ieri nelle mie inchieste – scippatemi illegalmente quale prezzo di corruzione in atti giudiziari tra il procuratore capo, il procuratore aggiunto, parlamentari e faccendieri, come ricostruito dalla Procura di Salerno – avevo scoperto la nuova P2.

Su questa ha indagato un pool di inquirenti della Procura di Salerno. Leggetele quelle carte, troverete i nomi di oggi, di ieri, di domani. Piduisti vecchi e nuovi. Quelli che hanno usato illegalmente le istituzioni per fermarci. Avevamo avuto un torto imperdonabile: indagare anche sui magistrati. Gli stessi, in parte, che oggi ritroviamo nel salotto piduista di Verdini e Dell'Utri. Purtroppo sono ancora tanti e siedono in posti chiave. Eppure siamo stati isolati, denigrati, massacrati, umiliati, scippati dalle inchieste, trasferiti: il tutto con l'avallo istituzionale e morale di tanti che oggi si ergono a paladini della eticità.

Nomi e cognomi

LEGGO le parole di rabbia, vergogna e indignazione espresse dal segretario nazionale dell’Anm Cascini. Uomo forte della correntocrazia, già in servizio al ministero della Giustizia e zelante censore del lavoro che svolgevamo anche nei confronti di coloro i quali oggi sono agli onori della cronaca giudiziaria. Dov'eri Cascini qualche mese fa? La ricordate la squallida figura ad Annozero incalzato da Di Pietro e Santoro? Un soldatino della correntocrazia. Aveva bisogno delle inchieste di Perugia e Roma per scoprire la questione morale?

Mi ricorda quei politici della Prima Repubblica che ben sapevano delle magagne dei loro “compari” ma “pontificavano” su moralità ed etica pubblica solo quando arrivavano le inchieste dei magistrati. Dov'era Palamara, il Presidente dell'Anm? Conosco le frequentazioni di Palamara e le dichiarazioni che ha rilasciato mentre ci colpivano a “morte”. Decisive e serventi per isolarci e punirci.

Avevamo avuto il torto di indagare su procuratori della Repubblica collusi (protetti da settori della magistratura); di individuare le frequentazioni pericolose di Arcibaldo Miller; di scovare interessi di magistrati della Procura Generale della Cassazione che istruivano – in palese conflitto di interessi – procedimenti ai nostri danni; amicizie scomode e contatti sospetti di componenti del Csm. Per non parlare di Mancino.

Alcuni di quelli che hanno avuto un ruolo decisivo e opaco nelle vicende che ci hanno riguardato sono stati eletti nel nuovo Consiglio superiore della magistratura: la continuità della correntocrazia.

È davvero inaccettabile ascoltare rigurgiti di moralità dai vertici dell'Anm (anche se il ravvedimento operoso è sempre bene accetto) che sono tra i responsabili del crollo morale interno alla magistratura. Da anni conoscevano i nominativi dei magistrati collusi; da anni sapevano di opacità e frequentazioni indegne di magistrati; da anni erano al corrente del rischio che stavano correndo magistrati con la schiena dritta che operavano nel rispetto dell'art. 3 della Costituzione.

Che hanno fatto Cascini, Palamara, Mancino, Martone, Miller & Co? Contribuito, ognuno nel suo ruolo causale, a proteggere mele marce e isolare e colpire chi osava indagare su collusioni interne alla magistratura. Mi auguro che la magistratura, quella sana – che esiste e che potrà contare sulla vigilanza democratica dei tanti cittadini onesti – si liberi della nomenklatura interna all'ordine giudiziario, quella intrisa dal puzzo del compromesso morale e che ha perseguito in questi anni carriera e interessi personali barattando con i poteri, anche occulti, la libertà e l'indipendenza delle toghe pulite che non si sono genuflesse.

venerdì 9 luglio 2010

Interessi privati in atti di governo


dal blog di Luigi De Magistris

Il sig. Brancher viene nominato Ministro – del nulla, senza anima e senza portafoglio – per sottrarsi alla magistratura milanese che lo sta processando. Brancher è un antico sodale di Berlusconi, va scudato. Del resto il legittimo impedimento – norma incostituzionale, promulgata dal capo dello Stato, serve proprio a questo, ad evitare che il presidente del Consiglio ed i ministri siano processati. Allora che si fa? Se c’é un incriccato del gruppo lo si nomina ministro e lo si sottrae alla furia dei magistrati giacobini e sovversivi.

Dopo processo breve, legittimo impedimento, scudo fiscale, legge bavaglio in via di approvazione, modifica della legge sui collaboratori di giustizia, eliminazione del concorso esterno in associazione mafiosa, sottoposizione del pubblico ministero al potere esecutivo, intimidazione a Spatuzza e agli altri collaboratori di giustizia, ecco il lodo Alfano costituzionale. Già la dicitura costituzionale implica un’implicita ammissione che il precedente lodo Alfano (sempre lui, il ministro dell´ingiustizia) era incostituzionale.

Lo era palesemente – nonostante la promulgazione del presidente della Repubblica – in quanto in contrasto con l’art. 3 della Costituzione. Oggi si approva un lodo con il quale si prevede l´impunità per i membri del governo. Addirittura il PD – nella smania consociativa di contribuire a questa legge vergogna – voleva estendere lo scudo anche al presidente della Repubblica. Perché? Ai posteri l’ardua sentenza. Se non che anche questo lodo é incostituzionale. Difatti, i primi articoli della Costituzione – tra cui l’art 3 che sancisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge – non sono modificabili con una legge costituzionale di tipo “ordinario”, in quanto rappresentano l’architrave della democrazia e dello stato di diritto. Così come non sono comprimibili, ad esempio, la libertà di stampa e i diritti inviolabili dell’uomo. Ancora una volta i bari del diritto sono all’opera nell’intento di assicurarsi in fretta impunità e bottino prima che il popolo si renda conto che stanno comprando tutto, anche l’anima di questo Paese.

venerdì 30 aprile 2010

Collusioni e schiena dritta


di Luigi De Magistris

Se il potere politico elimina l’autonomia e l’indipendenza della magistratura crolla lo Stato di diritto, muore la democrazia. Solo un magistrato libero può dare concretezza all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Solo un magistrato che intende essere indipendente può esercitare il controllo di legalità; quando, invece, la magistratura partecipa alla gestione del potere diviene fondamenta del sistema intriso di corruzione e mafia.

L’Italia ha già conosciuto diverse magistrature. Il procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, ammazzato da Cosa Nostra perché lasciato solo dai magistrati della sua stessa Procura che non vollero firmare con lui gli ordini di cattura contro i mafiosi. Il consigliere Rocco Chinnici – capo dell’ufficio istruzione di Palermo – dilaniato da un’autobomba mentre parte della magistratura palermitana voleva che affossasse con fascicoli il giudice istruttore Giovanni Falcone in modo tale che non si potesse occupare di Cosa Nostra. Quest’ultimo e Paolo Borsellino osteggiati e dileggiati nel Palazzo di Giustizia di Palermo, poi divenuto noto come “il palazzo dei veleni”, quali giudici protagonisti. Erano protagonisti della lotta alla mafia, organizzazione che, invece, veniva protetta da ambienti giudiziari palermitani.

Oggi, vi sono magistrati collocati in uffici direttivi strategici che si rendono autori di fughe di notizie per favorire indagati eccellenti; che operano per ostacolare indagini condotte da altri magistrati; che sottraggono fascicoli; che colludono per distruggere i veri servitori dello Stato.

Magistrati che applicano la Costituzione e altri che la mortificano; alcuni indipendenti e altri che nell’andare a braccetto con la politica si accomodano nelle stanze dei bottoni dei ministeri; magistrati dell’associazione nazionale magistrati e del Csm che invece di tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura prendono “ordini” dai poteri forti, non di rado massonici, anche per ostacolare altri magistrati.

Magistrati controllori e controllati allo stesso tempo. Lo scandalo degli incarichi extra-giudiziari dei magistrati del Tar e del Consiglio di Stato è illuminante. Un’enormità di magistrati che invece di esercitare la giurisdizione nell’interesse dei cittadini si piegano a logiche di potere per consolidare il loro e per rimpinguare le loro tasche. 2000 incarichi l’anno per meno di 500 magistrati. Uno scandalo.

Filamenti gelatinosi di un variegato giro di affari che necessita delle coperture formali dell’amministrazione che foraggia lautamente. Man mano che l’organizzazione extra-istituzionale si espande, nella giustizia amministrativa si comprime, fino a mete lillipuziane, l’organizzazione giurisdizionale. Quando la toga diviene un mezzo per indossare un altro vestito la sua misura e forma si deve adattare. Udienze e sentenze dovranno essere disciplinate in ossequio alle esigenze degli incarichi extra.

Molti giudici vivono carriere parallele: quella grigia in magistratura e quella aurea nei vellutati piani nobili ministeriali, come consulenti, quali capi degli uffici legislativi o capi di gabinetto, sempre più in alto e più lontano dalla giurisdizione. Carriere parallele e guadagni paralleli.

Talvolta basta conquistare un arbitrato “giusto” per ricavare più che da dieci anni di stipendio. Giustificazione del regime: gli incarichi extragiudiziari si devono dare ai magistrati e non ad altri perché i magistrati sono indipendenti. Già, ma così diventano dipendenti da chi glieli fa avere, mantenere e aumentare. Questo è il Paese in cui diventa consigliere di Stato l’ex capo del Sismi Pollari, coinvolto in gravissime vicende giudiziarie; in cui diviene giudice del Tar l’ufficiale della Guardia di finanza Brunella Bruno, già coinvolta nell’indagine Why not illegalmente sottratta proprio da magistrati collusi con i poteri; questo è il Paese dei togati coinvolti nelle recenti indagini, tra cui quelle delle Procure di Firenze e Perugia: magistrati della Procura di Roma, del Consiglio di Stato, della Corte dei Conti. Un’orgia del potere.

Chi osa indagare sul marcio esistente anche in magistratura salta, come dinamite. Chi osa viene ghettizzato e additato quale scheggia impazzita; massacrato da uno stillicidio di procedimenti disciplinari da santa inquisizione del Terzo millennio; con la violenza di piegare il dissenziente, l’onesto, intimidire la massa, rafforzare i pavidi e garantire l’impunità ai corrotti.

Nella magistratura amministrativa chi non accetta di entrare nel “sistema” non volendo gli incarichi extragiudiziari è un deviato che va punito.

Nella magistratura ordinaria chi indaga sui colleghi che sono nel sistema criminale va fermato: con lo scippo delle inchieste, i trasferimenti illegittimi, la sottrazione delle funzioni. Chi osa denunciare pubblicamente questo sistema criminale viene, a sua volta, criminalizzato. Ad un magistrato che afferma che una parte della magistratura in Calabria è collusa – come ha dimostrato la Procura di Salerno verificando che le inchieste Poseidone e Why not erano state sottratte in maniera criminale a quello stesso magistrato –, in uno dei tanti procedimenti disciplinari ai quali era stato sottoposto, la Procura generale della Cassazione – ufficio nel quale vi sono alcuni magistrati che praticano le tecniche di neutralizzazione di quelli onesti che si oppongono al sistema – ha sostenuto che denunciare l’illegalità significava rendersi responsabile del reato di cui all’art. 290 c.p., in quanto si disprezzava l’intera magistratura.

No, signor procuratore generale: si difendeva l’indipendenza della magistratura che non piega la schiena come vuole la Costituzione nata dalla Resistenza.

venerdì 5 febbraio 2010

Arrestare il regime


di Luigi De Magistris


Il definitivo consolidamento del disegno autoritario condotto dai poteri forti passa attraverso lo smantellamento della Costituzione repubblicana. Da anni stiamo assistendo al suo svuotamento di fatto attraverso legislazione ordinaria e prassi incostituzionali. Il Parlamento – affievolendo la sua funzione di centralità derivata dalla dialettica democratica tra maggioranza e opposizione – è sempre più divenuto il luogo in cui si ratificano scelte determinate da centri di potere – prevalentemente politici ed economici – che si collocano, ormai, in una dimensione extra-parlamentare. Un Parlamento che si trasforma in organo ratificatore di decisioni prese altrove: l’altrove è la sede effettiva delle contrattazioni della legge. Per completare il disegno di svuotamento della democrazia si deve ridurre il giudice a “bocca della legge”, titolare di una mera funzione dichiarativa, non deve interpretare, ma solo meccanicamente applicare la legge, limitarsi a tradurre nella sua decisione lo squilibrio e le ingiustizie insite in norme che sempre più spesso risultano illegittime. Il giudice sarebbe null’altro che l’esecutore di una situazione, normativa fin che si vuole e quindi formalmente legale, di evidente disparità sociale,giuridica,economica e politica: quindi una funzione ratificatoria della disuguaglianza sociale prodotta da norme che il più delle volte trovano la loro origine in stanze di compensazione extra-parlamentari. Invece il giudice – per ossequiare veramente la sua funzione costituzionale – deve interpretare la legge, cercare di rendere giustizia, analizzare i conflitti sociali, riequilibrare le disuguaglianze sociali, rendere il cittadino uguale dinanzi alla legge, rimuovere, in un’ottica di funzione promozionale del diritto, gli ostacoli a una eguaglianza reale e non fittizia. La legislazione ordinaria prodotta dalla maggioranza produce un costante e incisivo svuotamento della Costituzione ed evidenzia tutti i suoi tratti neo-autoritari nella concentrazione del potere e nel dissolvimento di diritti sociali fondamentali e nel fortissimo ridimensionamento dei poteri di garanzia. E’ da respingere anche la falsità che non toccando la prima parte della Costituzione i principi in essa racchiusi non vengono lambiti e, quindi, messi in pericolo. Senza la seconda parte, i principi rimangono lettera morta. Difatti, subordinando nella sostanza la funzione legislativa del Parlamento ai voleri del premier, si incide negativamente sulle libertà e sui diritti sanciti dalla prima parte della Costituzione. I diritti e le libertà non vivono, non si attuano, non si sviluppano e non sono garantiti se non attraverso il funzionamento delle istituzioni e dei pubblici poteri: senza un ordinamento democratico, senza una magistratura autonoma e indipendente, senza gli organi di garanzia, senza la stampa libera, non si potrà mai dare concretezza, protezione e tutela ai diritti e alle libertà. L’annichilimento delle funzioni parlamentari si accompagna alla compressione della funzione redistributiva dei diritti sociali: la precarizzazione del lavoro che riduce sempre più i lavoratori in esubero in rifiuti sociali, la criminalizzazione dei migranti, il furto dei beni demaniali trasformando in spa tutto ciò che è rimasto di pubblico, la privatizzazione del sapere per consolidare la sub-cultura di regime, l’istruzione e la formazione sempre più per censo, la sanità diseguale, il dissolvimento delle tutele e delle protezioni sociali, il nuovo diritto penale d’autore (con la punizione non più del fatto commesso, ma del marchio che si possiede: essere tossicodipendente, recidivo, vagabondo, pazzo,clandestino; ma non colletto bianco! Per il quale il rigurgito lombrosiano non vale). Non sfugge a questo disegno neo-autoritario – che pare linfa vitale dell’attuale stadio di capitalismo senile – l’apparente contraddizione di chi vuole prima “meno Stato” per le politiche liberiste e di mercimonio delle pubbliche funzioni, nonché per liberare il capitale annichilendo i lavoratori (che da riciclati nella catena di produzione divengono scarti da allocare in discariche sociali), per poi chiedere a gran voce “più Stato”, con la repressione delle varie forme di devianza, per arginare e nascondere le conseguenze sociali deleterie della deregolamentazione delle condizioni di impiego e il deterioramento delle tutele sociali per gli strati più deboli. E’ in questo contesto che si vuole una magistratura prona al potere politico e dei mercati e dei mercanti, non più baluardo dell’uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge e della tutela e delle effettività dei diritti, in una posizione di garanzia democratica, ma longa manus di un disegno che non può che essere in definitiva eversivo dell’ordinamento democratico. Di fronte a un tale progetto vengono in mente frasi della Costituzione francese, dell’anno III, la quale affidava ai cittadini la garanzia sociale, la vigilanza per la tutela dei diritti. E’ venuto il momento di tradurre in movimento politico quella lotta per il diritto che Rudolf Jhering, già nel 1872, ritenne, al contempo, un dovere sociale di ciascuno e la condizione di effettività dell’intero ordinamento giuridico. La lotta per il diritto rappresenta un dovere della persona verso se stessa e al tempo stesso verso la comunità, e rappresenta la garanzia originaria e irrinunciabile per i diritti di libertà politica e giuridica dei consociati. I doveri di solidarietà sociale si esplicano attraverso la lotta per i diritti e costituiscono la garanzia sociale, il fondamento delle libertà politiche. Questo è il contenuto rivoluzionario dell’art. 3 della Costituzione. L’attivazione della garanzia sociale rappresenta, nel suo divenire, un formidabile esercizio di libertà fondamentali. Perché la lotta per il diritto, proprio mentre richiede il rispetto di taluni diritti fondamentali, proprio mentre ne reclama l’effettività, ne pratica altri e accade allora che per l’affermazione della democrazia si usi, mettendosi in movimento, della propria libertà di opinione, della libertà di associazione, della libertà di riunione. Ed è per questo che la lotta per il diritto spaventa chi tollera poco l’esercizio reale delle libertà enunciate dalla Costituzione, in quanto è esercizio dei diritti di libertà, di quei diritti di cui abbiamo pieni gli scaffali, ma vuote le mani; è attivazione della garanzia sociale che innesca un meccanismo virtuoso di esercizio di libertà concatenate. E’ un esercizio di democrazia diretta che unitamente alla democrazia rappresentativa rappresentano l’antidoto al regime.

giovedì 21 gennaio 2010

De Magistris: “Ci si inchina ad Hammamet per genuflettersi verso Arcore”


di Luigi De Magistris


Il figlio politico di Nenni che diventa giovane segretario del Psi designato pro tempore, ma che poi ne guida le sorti per anni; l'anti-comunista viscerale che costruisce l'asse di governo con la Dc e incalza, cercando di isolarlo e sottrargli la guida della sinistra, il Pci di Berlinguer; il premier del "decisionismo" e dello scontro sindacale per abolire la scala mobile; il leader politico che difende, nel casus Sigonella, l'autonomia italiana dall'influenza soffocante a stelle e a strisce e che visita il Cile stroncato nel sogno di Allende; il socialista italiano che si confronta con la socialdemocrazia europea e ne subisce il fascino ma che non comprende a pieno la svolta epocale del '89.

Craxi è stato tutto questo, sicuramente, e tutto questo è ciò a cui si appellano i suoi tanti difensori a posteriori, gli stessi che non hanno esitato ad imboscarsi durante i momenti più difficili. Ma Craxi era una leader di partito, un leader nazionale di governo che ha finito la sua vita da latitante in Tunisia, con le spalle fiaccate dal peso delle condanne in contumacia per aver rimpinguato, attraverso le tangenti, le casse del partito e soprattutto le sue tasche personali, come dimostrano i conti svizzeri di cui disponevano amici prestanome (Raggio&co).

Tra tutti i volti del craxismo, domina incontrastato e ingiustificabile proprio quello di aver costruito un sistema che vede intrecciarsi denaro, politica, affari, edonismo. Sintesi dell'affarismo clientelare, dove la politica si fa permeabile ai soldi delle imprese e, in cambio di questi, cede appalti, ruoli, cariche anche pubbliche, conquistando il consenso elettorale e controllando il Paese. Un sistema che non tralascia l'edonismo, lo sfarzo, il piacere faraonico e opulento: la Milano da bere ha fatto scuola negli anni del craxismo rampante. Quanto di più distante dalla questione morale e dall'austerity a cui invitava il segretario, per lui nemico, Enrico Berlinguer.

Craxi è stato questo: il vertice di un sistema politico corrotto dove le tangenti venivano ipocritamente giustificate dalla necessità-ossessione di garantire autonomia e concorrenzialità al Psi rispetto alla Dc e al Pci. Ipocritamente perchè il denaro versato dalla classe imprenditoriale, in cambio di appalti e incarichi, transitava parzialmente nelle casse del partito, finendo in gran parte sui suoi conti svizzeri. E se anche fosse stato solo a servizio del Psi, comunque quel denaro non avrebbe avuto giustificazione morale. Si chiama infatti tangente, corruzione, disprezzo verso la cosa pubblica. Si chiama la colpa più grave di un politico, di un leader, di un uomo di governo, ed azzera tutto il resto.

E tutto il resto parla anche del legame con Berlusconi, favorito nella sua attività di imprenditore mediatico (legge Mammì ma anche, più semplicemente, il conto corrente All Iberian da cui transitarono oltre 21 miliardi girati da Fininvest) e considerato "spiritualmente" vicino. Oggi, non a caso, ci si inchina ad Hammamet per genuflettersi verso Arcore. Oggi, non a caso, ritornano nel berlusconismo in declino concetti, sostantivi, idee e stili di vita squisitamente craxiani: la magistratura politicizzata che cerca di delegittimare il potere, il presidenzialismo estremo a danni del Parlamento, la cultura cortigiana dello sfarzo gaudente del sovrano.

Quante analogie tra Hammamet ed Arcore. Riabilitare Craxi, tecnicamente un latitante che ha sfruttato la politica e il ruolo di uomo dello Stato per rimpinguare i suoi conti in Svizzera, significa giustificare il presente, senza capire il rischio che stiamo vivendo: quello di una democrazia minacciata e di una Costituzione a rischio da parte di un presidente del Consiglio allevato nel brodo primordiale di quel sistema chiamato craxismo che ha macchiato la storia del nostro Paese.

(19 gennaio 2010)