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lunedì 27 giugno 2011

L'eccitato immobilismo della politica

GIAN ENRICO RUSCONI

La stampa internazionale «liberal» ha registrato con enorme attenzione, carica di simpatia, quanto è successo in Italia nelle settimane scorse. Dopo l’esito dei referendum ci si aspettava che da un giorno all’altro, sotto la spinta di quello che era stato presentato come un grande movimento democratico dal basso contro Berlusconi, accadesse ancora un «miracolo italiano». Invece non è accaduto nulla e non sta accadendo nulla di politicamente innovativo.

Non è facile, soprattutto dall’estero, seguire e decifrare le contorsioni della Lega, che sembra essere l’unico fattore in grado di modificare il quadro politico. In compenso sullo sfondo è ricomparsa la spazzatura di Napoli - diventata l’icona della vergogna nazionale.

Episodio apparentemente inspiegabile, ma carico di allusioni criminose. Insomma si riconferma l’immagine dell’Italia degradata e paralizzata.

Magari adesso anche all’estero si prenderà nota delle parole di Nanni Moretti secondo cui «personalmente Berlusconi è più confuso che mai», ma non è il caso di «dare per morto il Caimano». Di questo fatto però non viene data dall’uomo di cinema una spiegazione convincente, ma agli occhi della stampa internazionale le opinioni dei Moretti o dei Saviano valgono di più delle analisi dei commentatori professionali. E quindi gli interrogativi sul perché il berlusconismo dichiarato finito vada avanti resteranno senza risposta.

Eppure la spiegazione è semplice e pesante: mentre da un lato si continua a coltivare un’enfatica idea della «società civile italiana» in fase di risveglio «per mandare a casa il Cavaliere», dall’altro non emerge alcuna classe politica alternativa autorevole. Non c’è neppure un serio rinnovamento dei gruppi dirigenti delle forze partitiche che da anni stanno all’opposizione. Ma senza una forte e autorevole guida politica alternativa, i movimenti sono insufficienti se non impotenti.

La retorica della «società civile» rischia di portare fuori strada. Non è forse «società civile» anche quella che abita la città di Napoli con le sue inestricabili connivenze e contraddizioni impietosamente portate alla luce oggi dalla questione della spazzatura? Non ha forse le sue radici nella «società civile» il contrasto che paralizza da anni la questione della Tav in Valle di Susa? Non è espressione della «società civile» il vergognoso ripiegamento su se stesse di aree della Lombardia e del Veneto, un tempo civilissime prima che si lasciassero sedurre e traviare dal leghismo? Non attraversano forse verticalmente la «società civile» i contrasti sempre latenti sull’etica pubblica o sull’etica familiare?

Di fronte a queste contraddizioni della «società civile» soltanto una classe politica autorevole potrebbe governare discriminando al suo interno tra interessi legittimi e interessi illegittimi, tra impulsi innovativi e impulsi regressivi. Solo un gruppo politico autorevole saprebbe staccare e attirare a sé alcune significative componenti disilluse se non disgustate dal berlusconismo, ad esempio quella cattolica. Ma i cattolici dentro il Pdl sono paralizzati e timorosi di abbandonare il Cavaliere per un’alternativa che sembra spaventarli più che attirarli. Se la leadership del centro-sinistra (o come lo si vuole chiamare) non riesce a guadagnare politicamente il mondo cattolico, il berlusconismo durerà - nonostante tutto.

Il punto critico è dunque il nesso tra la capacità di guida della classe politica e i fermenti o i mutamenti importanti di opinione pubblica. Un esempio positivo viene dalla Germania (ovviamente in un contesto partitico assai diverso dall’italiano) dove la cancelliera Angela Merkel ha colto tempestivamente il netto cambiamento dell’opinione pubblica circa l’abbandono del nucleare, non ha esitato a modificare i piani del suo governo pur di intercettare a proprio favore il netto mutamento dello spirito pubblico, rivelandosi ancora una volta una leader d’istinto. A costo di sollevare malumori all’interno della propria colazione.

Nulla di paragonabile nell’eccitato immobilismo della politica italiana. Il nucleo duro del berlusconismo - a dispetto delle sue incompatibilità interne - è costituito da un blocco di potere indifferente ai movimenti della «società civile» perché sente d’istinto che in realtà non esiste più una vera «società civile», ma soltanto una società, frammentata, incattivita, incivile. Tanto vale ricompattarne di volta in volta pezzi di interessi di settore, di categoria, possibilmente più forti, senza preoccuparsi di alcun disegno o interesse generale. Il leghismo è l’apoteosi di questo atteggiamento.

In questa situazione nessuno è in grado di fare previsioni. Nel caso italiano questa impossibilità di prevedere non è semplicemente segno della incapacità degli osservatori e degli analisti, ma del livello di irrazionalità raggiunto dalla politica.

martedì 29 marzo 2011

I tedeschi licenziano i politici



GIAN ENRICO RUSCONI


Quello che accade in Germania si spiega ben al di là degli errori politici di Angela Merkel. È la crescente scollatura tra un nuovo esigente elettorato e un ceto politico, certamente professionale e competente, ma che non sa più interpretare le ansie e le attese dei cittadini. La cancelliera Merkel lo aveva oscuramente intuito, ma ha sbagliato nella risposta politica. È difficile dire ora se si tratta di un errore correggibile. La Merkel si sta giocando il suo destino politico e probabilmente quello dell’intero sistema politico partitico tedesco così come ha funzionato sinora. Si sta verificando infatti un mutamento irreversibile. Per un’analisi significativa della nuova situazione tedesca occorre quindi tenere insieme tutti gli elementi: la nuova sensibilità dei cittadini, il mutamento degli equilibri politici, gli errori strategici e tattici della Merkel. Cominciamo da questi ultimi. L’errore politico più serio della Merkel è avere un alleato sbagliato - il partito liberale di Guido Westerwelle - che la danneggia anziché sostenerla. Dalla mancata riforma fiscale al nucleare. Usciti vincitori dalle ultime elezioni generali con una baldanza che era sopra le righe, i liberali hanno avanzato programmi ambiziosi (riduzione delle tasse, riforma del sistema sanitario) che si sono rivelati impraticabili e controproducenti. Da qui i continui conflitti interni alla coalizione che la Merkel ha cercato di smussare anziché risolvere. Quella che sembrava una mediazione era in realtà una rimozione momentanea del conflitto. Le cose non sono andate meglio recentemente a proposito della neutralità tedesca nella crisi libica. La convergenza tra la Cancelliera e il ministro degli Esteri Westerwelle non è avvenuta sotto il segno di una scelta meditata, ma con la preoccupazione di giustificarsi presso gli alleati occidentali. La decisione di starsene fuori non è dispiaciuta ai tedeschi, che in questo momento ritengono di avere problemi più urgenti cui pensare. Ma da una Cancelliera che tra le sue priorità conclamate mette sempre il rafforzamento dell’Europa e il ruolo consapevole della Germania nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ci si aspettava un atteggiamento meno elusivo. Da qui l’appannamento di immagine di una donna che aveva sempre dato l’impressione di essere risoluta e chiara anche nei momenti di dissenso. È stato con questa immagine che la Cancelliera si è presentata ai suoi concittadini come vincente sulla questione che più le sta a cuore: la tenuta e la riorganizzazione del sistema economico-finanziario europeo con un solido apparato di controlli. Ma la cosa non sembra avere impressionato gli elettori che si chiedono se in Europa è passata davvero la linea Merkel. Non ne sono del tutto convinti, in ogni caso non sembrano entusiasti dello stato di salute dell’euro. Ma sono rassegnati: per la Germania l’Europa è una costosa necessità. Ecco perché quella che la Merkel riteneva fosse la sua carta elettorale vincente non ha funzionato. In compenso ha rivelato una fatale incertezza nella politica dell’energia nucleare che in questo momento è ciò che sta più a cuore agli elettori tedeschi. L’idea di convocare un «consultorio etico» per ripensare ancora una volta l’intera questione del nucleare, che alla maggioranza dei tedeschi è assolutamente chiara, è sembrato un pretesto per prendere tempo. Il resto lo ha fatto l’incauta sortita del ministro dell’Economia (anche lui un liberale) che ha lasciato capire che la ventilata ritirata dal nucleare era una mossa elettorale. È questo atteggiamento che è stato punito - al di là della sostanza - proprio per lo stile elusivo dei politici. Il punto è importante. La chiave di lettura della batosta elettorale subita dalla Cdu nel Baden-Württemberg non è soltanto la preoccupazione per le centrali nucleari, ma anche e soprattutto l’insensibilità e l’ostinazione mostrate dalla classe politica locale e regionale nel lungo braccio di ferro per un macro-progetto attorno al centro ferroviario di Stoccarda. Un progetto disapprovato da una consistente parte della popolazione, ma soprattutto percepito come un’arrogante imposizione della classe politica. Si è parlato di «problemi di comunicazione» - in realtà si è assistito a un duro e serio confronto di opinioni, rimasto irrisolto e irrigidito. Si è risolto con le elezioni. La cancelliera Merkel (per convinzione o per lealtà di partito) si è schierata apertamente da una parte, sostenendo il gruppo dirigente locale. Lo ha pagato duramente. Doveva farlo? Poteva evitarlo? Da questo braccio di ferro è uscito vincente il partito dei Verdi che nominerà il presidente dei ministri di uno dei Länder più importanti della Germania e governerà con la socialdemocrazia, come anche nella Renania-Palatinato. In prospettiva si profila in autunno la possibilità di un cambio analogo anche nella capitale Berlino. Sarebbe indirettamente un altro duro colpo per la Merkel, a meno che nel frattempo non abbia un imprevedibile scatto di fantasia politica. In ogni caso sarebbe un errore pensare il futuro in una logica di giochi partitici vecchia maniera (dopo tutto la coalizione rosso-verde non è affatto una novità in Germania). La lezione di questi giorni è la virtuale mobilitazione di cittadini pronti a impegnarsi direttamente sui grandi problemi, che ritengono vitali, senza delega in bianco ai professionisti politici, a meno che questi non abbiano imparato la lezione.


domenica 27 marzo 2011

L'Europa senza classe dirigente


GIAN ENRICO RUSCONI

L’Europa non ha una solida e autorevole classe politica dirigente, ma leader nazionali in competizione tra loro. La loro preoccupazione principale è il timore della perdita di consenso elettorale interno, non l’elaborazione di una grande strategia unitaria nei confronti dei processi rivoluzionari in Nord Africa e in Medio oriente. Le incertezze e le inquietudini delle opinioni pubbliche in Europa sono così forti che i governi lungi dal saperle orientare, ne sembrano solo condizionati.

Francia e Germania hanno preso due strade opposte - interventista, decisionista, conflittuale quella francese al punto da metter in difficoltà la Nato. Reticente, assenteista, ripiegata su se stessa quella tedesca. E l’Italia si trova spiazzata. L’oscillazione della sua politica ufficiale l’ha fatta ricadere in una impasse che riproduce un destino che colpisce l’Italia da oltre cent’anni in circostanze simili. E’ una fatale eredità storica, addirittura post-unitaria.

Ma adesso si rischia di toccare il fondo, se la preoccupazione dominante è quella di rimandare a casa i profughi. E’ questa la grande politica mediterranea del governo italiano?
Il risentimento anti-francese che in queste ore contraddistingue non solo il governo ma anche parte dell’opinione pubblica, fa velo sul comportamento tedesco che viene presentato come saggio neutralismo, che si sarebbe potuto imitare. Ma non è esattamente così.
Anche quella tedesca è una stretta considerazione degli interessi nazionali.

Da tempo ormai «la Grande Germania» è diventata un po’ «piccina». Giustamente combatte strenuamente per una politica finanziaria e monetaria comune, con atteggiamenti severi verso chi trasgredisce o non si impegna seriamente. Vuole evitare che i costi di sostegno di un gravoso interesse comune ricadano in modo sproporzionale sui tedeschi. Ma per il resto il governo di Berlino è interamente assorbito dai suoi problemi interni - anche di alto valore, come il progressivo abbandono dell’energia nucleare. Questo è al momento il problema che più interessa in assoluto l’opinione pubblica tedesca che segue con apprensione quanto sta accadendo in Giappone.

In questa ottica, il Mediterraneo è lontano, molto lontano. Il drammatico sbarco sulle coste italiane di masse di giovani uomini in fuga è menzionato dai media tedeschi per parlare delle disastrose condizioni logistiche, alimentari e igieniche. Sulla sostanza del problema non c’è dibattito.

La Germania non ha rilevanti interessi né energetici né strategici nell’area mediterranea. Ma a suo tempo aveva guardato con irritazione l’ambizioso piano di Sarkozy per una Unione mediterranea, riuscendo a boicottarlo per evitare che facesse ombra all’Unione europea come tale. Il Presidente francese non se l’è presa più di tanto. Ma probabilmente ora Sarkozy è contento che l’amica Angela Merkel (con la quale giorni fa nella riunione intergovernativa ha scambiato i rituali bacetti) si sia messa in disparte nella faccenda libica e più in generale di fronte al rilancio di una grande «politica araba» francese. Non è infatti facile per Sarkozy tenere testa alla cancelliera quando questa si impunta. Ma non si può quindi escludere che l’atteggiamento astensionista della Merkel sia dovuto anche al desiderio di non scontrarsi con le ambizioni del presidente francese, di cui ha bisogno per portare avanti la sua politica finanziaria europea. Ancora una volta, entra in gioco l’interesse nazionale tedesco.

A questo vanno aggiunte le preoccupazioni elettorali. Da tempo ormai la Merkel è in difficoltà. Per un tipo riservato come lei, lasciarsi scappare in pubblico la frase di «essere molto triste» per le critiche ricevute per il suo atteggiamento verso il caso libico, segnala un disagio reale. Probabilmente i suoi sensibili sensori verso l’opinione pubblica le trasmettono segnali contraddittori che la inquietano. Proprio oggi registrerà una risposta importante, forse decisiva, con le elezioni nei Länder del Baden-Württemberg e Rheinland-Pfalz.
Ma la questione chiave della consultazione elettorale odierna non è la Libia o il Mediterraneo bensì la prosecuzione o meno della politica energica governativa che punta sulle centrali nucleari.

In proposito nei giorni scorsi c’è stato un piccolo incidente molto significativo. Il ministro (liberale) dell’Economia in una riunione riservata con la Confindustria tedesca avrebbe detto - a quanto risulta dai verbali - che
«non è razionale» impegnarsi nel dibattito sulla politica energetica nucleare in clima di elezioni. Come dire che i discorsi sull’abbandono dell’atomo avanzati dal governo sono soltanto una manovra elettorale. Naturalmente il ministro ha smentito d’aver detto quella frase, costringendo un alto dirigente della Confindustria, responsabile dei verbali, alle dimissioni. Un gesto nobile ma sospetto.

Tornando alla politica nel Mediterraneo, il ministro degli Esteri tedesco l’altro giorno si è limitato a dire in Parlamento, con il tono stentoreo che lo caratterizza, che «nessun soldato tedesco andrà combattere in Libia». In compenso la Germania darà una mano agli alleati occidentali su un altro fronte, inviando uomini e mezzi in Afghanistan. Ieri una vignetta su un giornale rappresentava un gruppo di ribelli libici: uno chiede «Dove sono i tedeschi?». L’altro risponde. «In Afghanistan a combattere per la nostra libertà».

La preoccupazione del ministro tedesco è quella di mostrare «lealtà» verso gli alleati occidentali più che impegnarsi nella soluzione del problema libico o mediterraneo. Delle grandi parole care ai tedeschi negli anni scorsi sull’interventismo per i diritti umani calpestati, non c’è più traccia. Non mi pare una posizione esemplare da «Grande Germania».

lunedì 14 febbraio 2011

I nuovi confini della moralità


GIAN ENRICO RUSCONI

Le donne che ieri sono scese in piazza hanno dato una clamorosa risposta alla questione esplosa nei giorni scorsi, su come si debba intendere la moralità pubblica e politica, quando entra in gioco il comportamento privato dell’uomo politico.

I cittadini, almeno quelli che si suppone siano rappresentati dal sistema mediatico e dalle manifestazioni di piazza o di teatro, sono in contrasto su come giudicare il presidente del Consiglio. Su come giudicarlo dal punto di vista dell’etica privata, che l’uomo politico deve rispettare quando riveste alti ruoli istituzionali.

Ma che cosa ne pensa quella che una volta si chiamava «maggioranza silenziosa»? Esiste ancora? Per molti aspetti è confluita nel berlusconismo del 1994 - quello che Giuliano Ferrara sogna ora di poter resuscitare. Ma quel ciclo si è compiuto, si è consumato finendo nell’impotenza politica. La tragedia è che questa impotenza rischia di trasmettersi all’intera classe politica. Alla nazione. Uso intenzionalmente, con tristezza, il concetto di «nazione», che il 17 marzo celebrerà in absentia anche la fine della finzione della sua esistenza. La nazione intesa appunto come condivisione solidale di valori morali prima ancora che politici.

Si sta ora ricostituendo una nuova maggioranza (un tempo «silenziosa») che interagisce con il sistema mediatico? E’ difficile dirlo. Intanto Berlusconi da aspirante «presidente del popolo» diventa tenace parlamentarista e punta sul numero degli scranni parlamentari occupati dai suoi seguaci per sopravvivere e andare avanti. Per contrapporsi all’azione «eversiva dei pubblici ministeri». La giustizia anziché sede della chiarificazione e della restaurazione dell’etica pubblica è additata come luogo di oscure trame.

Come siamo arrivati a questo punto? Perché si è prodotta una divisione di valutazione tra i cittadini? Perché è diventato inevitabile ricorrere alle grandi manifestazioni pubbliche? Rispondere a queste domande significa fare i conti con l’impronta che il berlusconismo ha dato alla vita civile e politica italiana - e alla sua moralità. Qualunque cosa succeda, siamo davanti ad una transizione al post-berlusconismo già pregiudicata.

Che lo scontro avvenga ora esplicitamente sul confine tra moralità privata e moralità pubblica non sorprende. Il successo iniziale di Berlusconi puntava espressamente a ridisegnare i confini tra questi due termini, inizialmente declinati in termini esclusivamente sociali ed economici. Liberalismo, anti-burocratismo, anti-statalismo, anti-moralismo, anti-comunismo. Di nuovo è il sogno evocato al Teatro dal Verme di Milano. Ma questa volta l’esibizione delle «mutande» segna un salto di qualità: il diritto alla trasgressione privata viene presentato come segno di emancipazione dalla presunta oppressione giudiziaria.

Chi trae beneficio dal berlusconismo - non importa se effettivo o ancora in prospettiva (ma intanto il «vecchio sistema» si è sfasciato irreversibilmente...) è convinto che esiste un nesso positivo tra il comportamento privato del Cavaliere e il suo successo politico. Dopotutto Berlusconi ha vinto la prima e più grande della sue battaglie - quella del conflitto di interessi tra il suo enorme potere economico privato e il suo ruolo pubblico. Questo conflitto infatti è stato praticamente archiviato. Chissà quanti sostenitori del Cavaliere (forse anche qualcuno tornato silenzioso) si augurano che vinca anche questa battaglia che in un primo tempo appariva meno seria della prima, invece è più insidiosa.

Ma allora - molti si chiedono - perché Berlusconi non si presenta davanti al giudice per chiarire le sue buone ragioni? Il solito Ferrara giorni fa, prima delle sue ultime esibizioni, ha ripetuto la tesi liberale che «il peccato non è reato». In realtà nel caso Ruby, questo argomento non regge perché l’oggetto della controversia consiste proprio nel configurarsi di un reato previsto dalla legge liberale. Allora si preferisce eludere l’oggetto e sparare in generale contro il puritanesimo bacchettone.

Il resto lo fa il deragliamento del linguaggio pubblico verso lo scurrile, esibito come emancipatorio. E’ un modo volgare per ribadire la pretesa di ridefinire i confini tra moralità privata e moralità pubblica, nella convinzione che la presunta maggioranza degli italiani sia pronta per questo passaggio. Verso dove? Che non sia affatto così lo dimostrano le manifestazioni di donne e di uomini di ieri e i forti dibattiti da esse innescati.

A questo punto vorrei aggiungere un’osservazione sul mondo cattolico che, al di là delle nette dichiarazioni di principio, reagisce con imbarazzo a quanto sta accadendo. E’ diviso, ancora una volta. Di fronte all’annunciata protesta delle donne qualcuno non si è trattenuto dal rinfacciare loro: «Che cosa pretendevate voi donne laiche, dopo quello che avete fatto della vostra riconquistata libertà?». E’ un maldestro tentativo di rovesciare il quadro delle responsabilità.

Uno dei «capolavori» politici del berlusconismo è stata la frattura creata nel mondo cattolico. Ad esso si è presentato e si presenta come la diga anti-laicista, semplicemente garantendo il pacchetto dei «valori non negoziabili». Il resto dovrebbe rimanere il peccato personale del Cavaliere, stigmatizzabile solo come tale. Gli ultimi attacchi di Berlusconi alla magistratura avrebbero dovuto modificare l’atteggiamento politico della consistente componente cattolica che lo sostiene. Se il comportamento pratico di quest’ultima continua a rimanere elusivo, il mondo cattolico italiano non sarà più in grado di offrire una classe politica capace di guidare il Paese in nome dell’etica pubblica e nella pluralità delle sue componenti.

domenica 23 gennaio 2011

Democrazia contrattata


GIAN ENRICO RUSCONI

Sin tanto che al suo fianco rimangono i Letta, i Tremonti, i Bossi, e la gerarchia ecclesiastica si limita ad ammonire con toni alti ma politicamente elusivi, Berlusconi ce la farà anche questa volta. Al resto penserà una comunicazione mediatica selvaggia, creando nei prossimi giorni grande confusione. Poi c’è la complicità di una classe politica di maggioranza che è terrorizzata dall’idea di «andare a casa». E da ultimo c’è l’invincibile ostilità verso la sinistra di una parte considerevole dell’elettorato che la rende ricettiva della campagna contro la magistratura.

Il destino di Berlusconi non è deciso dalla questione morale, ma dalla concretezza degli interessi in gioco. E questi interessi sono per il mantenimento del Cavaliere a Palazzo Chigi. Ogni altra alternativa fa paura più della sua totale perdita di credibilità. I berlusconiani e i beneficiari del suo sistema di governo non si sentono ancora tanto forti da fare a meno di lui. Soprattutto perché ora lo tengono in pugno. Alzeranno il prezzo del loro sostegno.

Il resto lo farà l’incredibile impotenza dell’opposizione politica, inesorabilmente minoritaria e strutturalmente divisa. Se questo è il quadro politico, ci resta soltanto la vergogna.

Tra qualche settimana si ricomincerà da capo, con il tira e molla del Terzo Polo su come condizionare il governo, con i leghisti che manipoleranno il federalismo in chiave secessionista, con i cattolici preoccupati soltanto del pacchetto dei loro «valori non negoziabili»? Oppure qualcosa è cambiato irreversibilmente?

Un fatto è certo: il governo berlusconiano sopravviverà intensificando la contrattazione con due suoi punti di appoggio indispensabili. Uno interno, la Lega; l’altro esterno, la Chiesa. In un momento in cui il mondo cattolico è turbato e scandalizzato come non mai, in un momento in cui ha la chance di tradurre in politica la sua tanto decantata centralità nella «società civile», la gerarchia ecclesiastica avrà un ruolo oggettivamente ambiguo. Certo, nei prossimi giorni la sua voce si alzerà alta e forte, ma sarà rigorosamente impolitica.

Il paradosso è che la Chiesa si vanterà di svolgere il suo magistero morale senza interferire nella politica. Ma è una finzione. Come se le fortissime pressioni esercitate in questi anni sulla legislazione a proposito delle questioni bioetiche o sulla scuola cattolica non fossero politiche. In realtà presso alcuni influenti esponenti della gerarchia c’è la reticente volontà di mantenere in vita il governo «più compiacente verso la Chiesa», a costo di abbandonare alla frustrazione e all’impotenza quella rilevante parte del mondo cattolico che vorrebbe valorizzare in termini politici efficaci il soprassalto morale e civile di questi giorni. Invece il tutto si tradurrà in qualche nuovo favorevole patteggiamento del governo.

Siamo ridotti ad una democrazia contrattata. Mai come in coincidenza del 150° anniversario della sua fondazione, come Stato unitario, l’Italia appare una «nazione contrattata». Al Nord una Lega nervosa e ricattatrice patteggia, a suon di concessioni fiscali e cedimenti simbolici con un governo debolissimo, per decidere quanta e quale nazione siamo ancora e saremo.

Berlusconi che vuole sopravvivere ad ogni costo (mai espressione è stata più corretta) è magari già disposto a fare di Arcore la seconda residenza ufficiale del governo dopo Palazzo Chigi, pur di essere sempre il premier. Bossi, che sta giocando la carta più difficile della sua carriera, gli ha detto in faccia di «riposarsi». Ci penserà lui a sistemare le cose, ormai da leader virtualmente nazionale: se il suo progetto federalista vuol avere un futuro, deve fare i conti non solo con il Terzo Polo ma con la stessa sinistra.

Rimane l’enigma Tremonti. Il ministro intende piegare la sua politica nazionale di rigore finanziario agli interessi di una parte che non nasconde le sue tentazioni secessioniste? Intende avallare un federalismo come paravento del governo del Nord e dal Nord sull’intera nazione? Chiesa permettendo, naturalmente. Si sta preparando ad una nuova Italia contrattata?

mercoledì 8 dicembre 2010

L'euro sfida la leadership tedesca


GIAN ENRICO RUSCONI

Ragionevole prudenza? Diffidenza per una sospetta innovazione? Diffidenza verso (alcuni) partner europei? O malcelata ambizione di guidare la politica europea esclusivamente secondo i propri criteri? Che cosa c’è dietro alla opposizione del governo tedesco contro le proposte avanzate dai ministri economici dell’Eurozona che dovrebbero «porre fine alla crisi» e «rendere irreversibile l'euro» - come assicurano i promotori? Forse che i tedeschi non hanno gli stessi obiettivi? In realtà dietro a quello che rischia di apparire un conflitto di strategie economico-finanziarie tra la Germania e l’Unione europea c'è innanzitutto l’incertezza della classe dirigente tedesca sul proprio ruolo in Europa. Dalla crisi internazionale è uscita - inaspettatamente - una Germania più autorevole di prima sul piano europeo e mondiale. E’ diventata una potenza «egemone suo malgrado» in Europa. Che sul Continente non succeda nulla di importante senza il consenso di Berlino, è un fatto da tempo assodato.

Ma una nazione davvero egemone non può limitarsi a bacchettare i Paesi indisciplinati e a far pesare la sua generosità nel riparare, di tasca propria, le malefatte dei cattivi Paesi europei. Dopo tutto l’invidiabile tenuta e sviluppo della sua economia è pur sempre debitrice alla costellazione europea. In realtà non è chiaro se la classe dirigente tedesca abbia in testa una grande strategia, o non miri invece sostanzialmente a mantenere i meccanismi che hanno funzionato sino ad ieri. Così almeno sembra illudersi. Nella convinzione - ovviamente non detta ad alta voce - che la prevalenza del punto di vista tedesco sia il più vantaggioso anche per l’intera Unione europea. Questo atteggiamento «conservatore» ha una spiegazione. La popolazione tedesca infatti non nasconde più la sua aperta disillusione nei confronti dell’Europa. I discorsi sull’abbandono dell’euro sono irrealisti e provocatori, ma confermano che la gente guarda indietro. La cancelliera Merkel è sensibilissima agli umori dell’opinione pubblica.

Alla disaffezione dei tedeschi verso l’Europa e l’euro, la Merkel reagisce assumendo un atteggiamento fermo contro ogni iniziativa europea che ritiene «lassista» a favore di Paesi che non danno garanzie di politiche fiscali ed economiche tali da evitare in futuro l’intervento delle economie forti (ovvero di quella tedesca) a loro sostegno. Detto brutalmente, la cancelliera è preoccupata di rassicurare i suoi concittadini che non dovranno (più) pagare per gli altri europei. Naturalmente è una preoccupazione ragionevole, ma la Merkel non è né populista né ingenua: sa benissimo che l’euro è insostituibile per l’economia e per il benessere stesso della Germania se dietro ad esso c’è una comunità solidale. Se finisce l’euro solidale, finisce l’Europa politica e con essa la Germania di oggi. E la Merkel sa bene anche che la crisi, che ora sta rientrando, ha messo a nudo difetti di costruzione o debolezze di struttura che non possono più essere ignorati. Questa è la sfida per la classe dirigente tedesca, per il suo ritrovato senso di responsabilità europea.

La leadership che gli europei sono verosimilmente disposti a riconoscerle, in forza della posizione oggettiva della Germania (senza bisogno di proclamarlo sui tetti) presuppone un atteggiamento opposto a quello che - a torto o a ragione - si sta diffondendo nell’opinione pubblica europea: l’immagine di una virtuosa e efficiente Germania ma irritata e irritabile per ogni iniziativa che non risponde al suo punto di vista. Vedremo nelle prossime settimane se si tratta di una immagine sbagliata e passeggera e se la Germania saprà tirar fuori una classe dirigente in grado di guidare - d'accordo con le altre - l'Europa «realmente esistente».

venerdì 5 novembre 2010

Se l'Italia fosse l'America


GIAN ENRICO RUSCONI

Berlusconi, Obama? L’accostamento è grottesco. Ma ce lo impone la nostra infelice condizione. In realtà ci manca la sostanza su cui confrontarci - la grande politica. Al di là dell’Atlantico c’è una società vitale, aggressiva che fa persino paura nella sua volontà di affermare posizioni che dividono. Da noi c’è una società divisa ma ripiegata su se stessa, apatica sino alla tristezza. Costretta a lottare per la spazzatura.

Obama non è stato azzoppato da un antagonista diretto personale, non semplicemente perché non si è trattato di una elezione presidenziale. Ha dovuto fare i conti con una mobilitazione popolare eccezionale, da lui evidentemente sottovalutata. Ma questa mobilitazione - ecco l’aspetto più sorprendente della vitalità della società americana - ha trovato, inventato o fatto emergere dal basso una nuova classe politica. È esattamente l’opposto della società italiana.

Al di là dell’Atlantico c’è (stata) una politica coraggiosa che ha fallito un suo importante obiettivo: il riconoscimento popolare. Di qua c’è un pasticcio continuo di commistioni e collusioni di interessi - non del solo leader, ma di interi settori economici e sociali che pure hanno fallito.

Ma nessuno è in grado di verificarne l’effettivo gradimento popolare.

Di là abbiamo uno spettacolo imponente di classi politiche che si confrontano lealmente e duramente da far paura. Da noi l’avanspettacolo di nomenklature che si agitano per sopravvivere sullo sfondo della colonna sonora di «Giovinezza» e «Bella ciao», gabellata come conquista bipartisan. Di là la politica. Da noi la fine della politica.

I due protagonisti incarnano tutto questo: di fronte ad un gigante della comunicazione, proprio nel momento in cui è ferito profondamente, da noi c’è un comunicatore affannato. Tra qualche giorno le retoriche della «politica della famiglia» del governo stenderanno ancora una volta una pomata dermatologica su una piaga profonda.

Ma smettiamola di guardare ai Palazzi, guardiamoci attorno e dentro di noi. È la società italiana che è frustrata e ridotta all’apatia. È perfettamente inutile attendersi con cupi commenti quotidiani la dipartita di Berlusconi dal vertice politico. Non ci sarà alcuna dipartita. La classe politica, che gli italiani hanno scelto (con il noto pessimo sistema elettorale) si rivela per quella che è: incapace di autonomia e sostanzialmente immobile. È stata scelta per sostenere il leader, non per maturare come classe dirigente di tipo nuovo. Il leghismo sta facendo il suo pericoloso doppio gioco di sostegno a Berlusconi per sostenere se stesso. Ma l’esito di questa spericolata operazione potrebbe essere catastrofico: l’implosione del Nord.

Incredibile poi è l’impotenza delle forze di opposizione interne, semi-interne ed esterne. Quando mai nella storia della nostra Repubblica c’è stata un’occasione più favorevole per farsi sentire? Qual è la loro strategia oggi? Perché non riescono ad attivare una mobilitazione analoga a quella americana - al di là del paradosso che dovrebbe avere segni politici opposti a quelli repubblicani? Oppure sta proprio qui la differenza? Che fa la leadership del partito democratico, al di là del lamento quotidiano?

Ma teniamo i nervi saldi e tentiamo ancora un confronto con gli eventi della democrazia americana. Nel suo editoriale di ieri Bill Emmott ha parlato della «genialità della Costituzione americana» che impedisce qualunque traumatica interruzione della politica di fronte al mutamento degli equilibri di forza tra le sue grandi istituzioni. Saggiamente tocca alla politica tenere conto degli spostamenti di forza politica. È quello che sta per fare Obama affermando apertamente la sua disponibilità a collaborare con gli avversari repubblicani.

A ben vedere anche la nostra Costituzione pur costruita su una logica istituzionale diversa - tanto malvista e maltrattata dai berlusconiani - è contraria ad ogni rottura traumatica perché prevede passaggi istituzionali concordati per tenere conto delle variazioni degli equilibri politici. Questo implica non già «inciuci» - come subito vengono a torto diffamati - ma convergenze condivise e ben motivate. Altrimenti si ritorna alle urne. Non c’è nulla di traumatico, nessun «tradimento» - almeno per una classe politica responsabile che sappia riconoscere i propri errori o inadempienze. Ma è troppo chiederlo alla nostra attuale classe politica. Siamo daccapo con la nostra miseria.

giovedì 26 agosto 2010

Repubblica fondata sul turpiloquio



GIAN ENRICO RUSCONI

Ci avviamo verso una repubblica del volgo. Lo si sente dal linguaggio ormai corrente dei suoi esponenti politici più in vista, un linguaggio volgare, nel senso letterale del volgo, appunto. Quando chiedete la ragione dell’indecenza delle battute di molti politici, sentite rispondere: «Ma così parla la gente!». I politici parlano (finalmente) come la gente al bar o sotto l’ombrellone. In realtà è un inganno: più la politica non sa argomentare e affrontare i grandi problemi, più aggredisce con la finta intimità dello scurrile.

Quando anni fa l’innocua parola «gente» è entrata nel linguaggio politico non più a segnalare una moltitudine anonima di persone, ma a indicare un soggetto politico cui rivolgersi, si disse che era la versione dell’americano «people». Adesso però siamo arrivati al vulgus alla latina (prossimo alla plebs, non quella della repubblica romana, ma quella del cesarismo).

Ma perché mai Bossi, che è il campione dell’involgarimento del linguaggio pubblico, non dovrebbe usare nei confronti di Casini il doppio senso che è associato quotidianamente al suo nome? Perché non chiamare gli avversari politici con gli epiteti che sono comuni nelle conversazioni tra amici? Questi epiteti suoneranno indecenti alle orecchie di chi è ancora affezionato allo stile verbale della Prima Repubblica (italiana). Ma è tempo che ci si abitui al linguaggio della Repubblica attuale, ancora senza nome proprio, comprese le sue varianti goliardiche e parolacce (per usare un termine che ora suona deamicisiano).

La gente scambia la volgarità per genuinità; invece è un trucco per sottrarsi alle spiegazioni. Se si dà dello «stronzo» a un collega politico, ci si sottrae all’onere della dimostrazione. E soprattutto distrae e diverte la gente che ormai non fa neppure più finta di scandalizzarsi. I giornalisti poi ci fanno sopra un bel pezzo di colore che divertirà i loro lettori. Tutti si divertono. Come comico residuo del pudore giornalistico sono rimasti i puntini con l’iniziale (c…, m…, ecc) che riempiono con sempre maggiore frequenza le cronache politiche. È una strizzatina d’occhio d’intesa tra giornalista e lettore.

Altrimenti che barba questa politica, incomprensibile e inconcludente. Ecco allora le sparate che perforano lo schermo televisivo o quello del tedio della comunicazione politica: devi colpire con la battutaccia, là dove ti mancano gli argomenti.

Esistono paradossalmente anche forme sofisticate di volgarità. L’ultima è quella vista nei giorni scorsi rivolta contro l’articolo di «Famiglia Cristiana» che con severità e precisione argomentava la sua critica a Berlusconi. È stato definito «pornografia politica». Bossi avrebbe detto semplicemente che è una «stronzata». L’espressione di un esponente del Pdl che ha parlato di «pornografia» è sembrata più intelligente, e zelantemente ripresa dai tg nazionali. In realtà la sostanza è la stessa: quando mancano gli argomenti, ci si rivolge all’insulto.

Ogni fase della Repubblica italiana ha avuto il suo linguaggio o gergo. Quello della Prima Repubblica è stato ideologico, serio o serioso anche nelle sue forme aggressive. Era un linguaggio insieme controllato e allusivo; poi a partire da un certo periodo è diventato un codice per adepti. Ma era sempre costruito sulla separatezza tra privato e pubblico, la cui rottura è la premessa che trasforma anche l’attacco ideologico più duro (frequente tra comunisti e democristiani) in insulto volgare. Naturalmente anche allora i politici in privato usavano parolacce. Ma rimanevano, appunto, rigorosamente private.

Con il tracollo della Prima Repubblica il linguaggio è sembrato inizialmente liberarsi da ipocrisie; è sembrato innovativo oltre che dissacrante. Poi è cominciata un’inarrestabile aggressività. Al suo interno l’innovazione comunicativa di Silvio Berlusconi ha messo in moto una dinamica espressiva nuova, carica di aspetti sia negativi che positivi (che vanno riconosciuti francamente) che soltanto oggi sta deragliando verso la vera e propria volgarità, di cui stiamo parlando. Ciò che stupisce è la passività dell’intero sistema mediatico italiano di fronte a questi fenomeni. Sembra che sia complice o succube dell’attivismo dei nuovi leader della repubblica del volgo.

Gli intellettuali hanno provato un’altra strada, quella di esporsi alla sfida di espressività alternative, forme nuove come i festival in piazza, che sono però insufficienti a cambiare il segno del discorso pubblico.

venerdì 22 gennaio 2010

Lo spettacolo mal riuscito della politica


22/1/2010
GIAN ENRICO RUSCONI


Sulla scena politica si profila uno scontro istituzionale e costituzionale di portata decisiva. Ma la società civile è assai meno coinvolta di quanto non appaia dall’enfasi, dal fragore, dalla cacofonia della stampa e del circuito mediatico che è tutt’uno con la politica. La società civile precipita lentamente nella depressione e nell’attendismo.

In quale grande nazione democratica il premier può permettersi di dire che la giustizia del Paese, che governa, è un plotone d’esecuzione puntato su di lui - senza che si verifichi un soprassalto di indignazione? Invece da noi si reagisce con sarcasmo, con un’alzata di spalle, con cinismo. E molti danno ragione al premier.

Vista dall’esterno, la vita politica italiana si muove in tre spazi che hanno un rapporto problematico tra di loro. Per usare la metafora dell’opera teatrale, c’è la scena su cui si rappresenta o si svolge la trama della politica in senso stretto - governo del premier, partiti politici, istituzioni di garanzia costituzionale (Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale). Poi c’è la sala del pubblico che talvolta fischia, talvolta applaude identificandosi con gli attori in scena. Ma da qualche tempo ormai sta a guardare perplesso, diffidente, distratto.

Nell’opera musicale tra la scena e il pubblico c’è lo spazio intermedio dell’orchestra («la fossa dell’orchestra») che nel nostro caso è occupato dal sistema mediatico di stampa e televisione che accompagna e amplifica la voce dei protagonisti ma anche e soprattutto dà o dovrebbe dar voce al pubblico.

Naturalmente qui la metafora funziona poco, perché soltanto qualche audace opera d’avanguardia richiede un’attiva interazione tra scena e pubblico - che quasi sempre finisce in una bagarre. Ma la politica italiana oggi è proprio questo: uno straordinario spettacolo interattivo mal riuscito. Sulla scena c’è zuffa continua, nella fossa dell’orchestra trionfa la cacofonia, in sala crescono l’indifferenza e la depressione.

Ma lasciamo le metafore per concentrarci sulla scena politica. È evidente che il governo del premier - chiamiamolo con il suo nome - ha accantonato ogni ipotesi di intesa non solo con l’opposizione ma nei confronti delle istituzioni della Repubblica che non esita a definire pubblicamente ostili - prima fra tutte la magistratura. Questo dichiarato stato di guerra fredda è possibile per due ragioni. Da un lato, la stabilizzazione di un ceto politico devoto e dipendente da Berlusconi al di là di ogni aspettativa. Dall’altro, l’impotenza, anch’essa al di là di ogni aspettativa, dell’opposizione politica. Solo a partire da questi due dati di fatto si può capire l’attuale situazione.

Oggi Berlusconi è in grado di compattare attorno a sé, nella sua strategia di autodifesa personale e nei suoi progetti politici, un ceto politico (maggioritario in termini aritmetici) che identifica il proprio destino politico con quello del Cavaliere. È un fatto oggettivamente straordinario che non ha trovato ancora una spiegazione convincente. Questo ceto politico (che è un mix di vecchio e di nuovo) è convinto che la sua fortuna politica dipenda letteralmente e totalmente dalla sopravvivenza politica di Berlusconi. Sin tanto è convinto di questo, seguirà il Cavaliere nella sua guerra contro la magistratura e contro l’intera struttura istituzionale della Repubblica se e quando ostacola i suoi progetti.

Ma quello che appare un punto di forza della maggioranza deve diventare il punto di attacco dell’opposizione. Il fuoco del confronto, del dibattito, della dialettica politica va spostato dall’ossessiva concentrazione sulle parole, sulle mosse, sui tic del Cavaliere e va riorientato verso il gran numero dei politici che lo seguono. Sono loro che vanno cercati e sfidati nel confronto sui temi della giustizia e del presidenzialismo. Sanno articolare ragioni e argomenti o sono soltanto ripetitori del Cavaliere?

Al momento nessuno sa quale esito avrà lo scontro sulla giustizia che arriverà a toccare i due organi di garanzia per eccellenza del nostro sistema democratico: la Corte Costituzionale e la Presidenza della Repubblica. Il pessimismo sulla condizione spirituale della nazione (mi si perdoni questa espressione obsoleta nella nostra età volgare) non si spinge al punto da temere o ipotizzare qualcosa di irreparabile a questi livelli. Teniamo fermo l’ottimismo della volontà. Credo che la sfida più insidiosa si presenterà quando sul tavolo della politica compariranno i progetti sul rafforzamento delle competenze dell’esecutivo e le varie ipotesi di presidenzialismo. Occorre arrivare preparati, informati e competenti a quell’appuntamento. È bene che l’opposizione antiberlusconiana si prepari sin da ora. Sarebbe sbagliato e tragico coltivare un atteggiamento negativo e diffidente verso le riforme dell’esecutivo. Sarebbe intelligente giocare d’anticipo.

lunedì 7 settembre 2009

Boffo, se il killer è un amico


7/9/2009
GIAN ENRICO RUSCONI


E’ superficiale leggere lo sconcerto dei vertici della Chiesa italiana in chiave di regolamento di conti tra cardinali. Non c’è dubbio che assistiamo a una collisione tra strutture di governo ecclesiastico. Ma il contrasto nel giudizio su quanto è «accaduto davvero» nella vicenda Boffo, e le differenze nella diagnosi e nella strategia per uscirne, vengono dal profondo di una Chiesa in cui da troppo tempo le voci dissonanti sono mortificate. Voci spesso denunciate come conniventi con il nemico laicista.

Non è un caso che le contraddizioni siano esplose proprio al vertice dell’organo ufficiale della Chiesa italiana, quando sembrava che esprimesse giudizi articolati, differenziati, controversi, ma presenti nella Chiesa. Ma il killer, che lo ha colpito al cuore, veniva dal campo politico amico.

Il risultato è stato un danno d’immagine, che soltanto un paio di settimane fa sarebbe stato inconcepibile. Tuttavia, dietro al problema d’immagine, è venuto alla luce qualcosa di più essenziale. Si è improvvisamente constatato che gli organi della Chiesa non sono in grado di controllare quella sfera pubblica e mediatica nella quale ritenevano di potersi muovere con sovrana sicurezza. È un colpo al mito della Chiesa come l’istituzione più abile nel gestire la propria comunicazione pubblica.

Per il momento non le resta che sfruttare a fondo l’immagine di «vittima» di un sistema mediatico imbarbarito.

Questo accade proprio nel momento in cui autorevoli commentatori insistono nel dire che la vera discriminante della nuova laicità è l’apertura incondizionata della sfera pubblica al discorso religioso. Ma se c’è qualcosa di nuovo nella traumatica vicenda Boffo, è l’assoluta assenza del tema religioso o laico.

Nelle prossime ore ci sarà certamente la corsa da parte delle istituzioni ecclesiali e governative a sdrammatizzare la situazione. È chiaro che la Chiesa italiana non rinuncerà masochisticamente alle generose offerte che le farà il governo (il quale, nelle parole testuali del presidente del Consiglio, pronunciate tempo fa, si è dichiarato «compiacente verso la Chiesa»). Ma è altrettanto evidente che si è rotto irreversibilmente il vecchio equilibrio che consentiva di mettere sullo stesso piano i nemici politici dell’attuale maggioranza e i nemici della Chiesa. I tempi per creare un nuovo equilibrio non saranno più lunghi dell’attuale legislatura. Il ciclo elettorale diventerà una variabile del comportamento della Chiesa in Italia. Quello che ci si aspetta - anche da parte laica - dopo l’amara lezione di questi giorni, è un atteggiamento meno strumentale nei confronti della politica «compiacente», per coerenza con il suo quadro di valori.

Di fronte a questa problematica non esaltante ma realistica, non mi è chiara la tesi che Vittorio Messori ha espresso sul Corriere della Sera. Nella tensione di questi giorni nella Chiesa vede il segno di «una strategia di lungo respiro del Papa per contrastare un inaccettabile “federalismo clericale”». Messori è uomo addentro alle cose della Chiesa. Avrà quindi i suoi motivi per sostenere questa tesi o magari soltanto per esprimere un suo augurio. Ma non vorrei che si confondessero piani diversi. Per la Chiesa cattolica come tale mi sembra un dato positivo e acquisito che l’unicità dei principi del Credo trovi una pluralità di espressioni politico-istituzionali nelle diverse Chiese nazionali o addirittura continentali. Può darsi in Italia il pericolo di un «federalismo clericale» sia più accentuato che altrove. Ma non credo che possa essere corretto con il richiamo ai grandi fondamenti unitari di fede, quando è in gioco la politica. Alla politica del resto si rivolge direttamente lo stesso Pontefice quando le raccomanda di seguire le indicazioni morali della Chiesa. L’incidente Boffo non ha nulla a che vedere con la fede, ma con un cattivo uso strategico della politica.

martedì 16 giugno 2009

Berlusconi spiegato agli stranieri


16/6/2009
GIAN ENRICO RUSCONI P>

Sui giornali europei si è assistito nelle settimane scorse a una campagna accusatoria senza precedenti sui comportamenti privati (e non solo) di Silvio Berlusconi. Ma il Cavaliere è uscito indenne dalle elezioni. Gli osservatori europei sono sconcertati. Ai loro occhi l’anomalia italiana prosegue. Incomprensibile.

Perché un numero così alto di italiani - si chiedono - accetta con indifferenza il conflitto di interesse di Berlusconi, i suoi scontri continui con la giustizia che finiscono in contumelie, i discutibili comportamenti privati, le intemperanze verbali contro gli avversari e le istituzioni? Perché accettano le spiegazioni che ne dà lo stesso interessato, che si presenta come vittima della giustizia italiana, della sinistra e dei giornali stranieri? Perché gli oppositori di Berlusconi sono sostanzialmente impotenti politicamente?

Evidentemente le descrizioni sarcastiche, offerte quotidianamente dai giornali e dai settimanali europei, non colgono la sostanza della questione. C’è un dato oggettivo che si può sintetizzare in tre elementi.
1) Il berlusconismo dà voce a una società civile profondamente scontenta, al limite della sopportazione, carica di conflitti, moralmente sfacciata, che non si fida più della sinistra.
2) Alle spalle del Cavaliere c’è un ceto politico emergente (una nuova classe politica) che sta giocando interamente la sua partita. Fa quadrato attorno a lui, razionalizzando le sue esternazioni emotive e cercando di orientarlo secondo i propri interessi. La Lega di Bossi in particolare sta stringendo un’alleanza politica strategica che porterà lontano.
3) È il trionfo del «populismo democratico» che rappresenta una vera mutazione della democrazia italiana che va studiata nella sua originalità.

Il «popolo» berlusconiano-bossiano è il «popolo-degli-elettori», nel senso che la maggioranza elettorale ritiene di poter incarnare automaticamente «il demos sovrano» che può plasmare a suo piacimento la Costituzione. Un successo elettorale maggioritario legittima quindi uno spoils system applicato in modo radicale, nel senso che chi vince stabilisce le regole del gioco a suo piacimento. Il popolo-degli-elettori è destrutturato rispetto al popolo diviso secondo le linee classiste tradizionali e le loro convenzionali proiezioni partitico-politiche. Trova la sua omogeneità soltanto nell’immediatezza (apparente) del rapporto leader-elettori.

La stratificazione sociale non ha perso oggettivamente i suoi connotati fondamentali di classe, ma soggettivamente è diventata estremamente complessa per la diversità delle fonti di reddito e delle posizioni di lavoro, per la molteplicità degli stili di vita e di consumo e soprattutto per l’autopercezione degli interessati. Non a caso Berlusconi non parla mai di «classi sociali» ma di «cittadini fortunati/sfortunati», «prilegiati/deprivilegiati», e le classi inferiori sono composte di chi è «rimasto indietro». A tutti promette un indistinto miglioramento generale purché lo si lasci agire contro l’ordine istituzionale esistente che frena ogni innovazione e contro la sinistra che «lo odia». Il berlusconismo ha reinventato tutta la potenza politica della contrapposizione amico/nemico. E in questo modo trova consenso.

A questo punto occorre fare una precisazione importante. Spesso per spiegare l’anomalia italiana, compreso il fenomeno Berlusconi, molti analisti parlano di una estraneità tra «il sistema politico» (inefficiente, inadeguato) e «la società civile» (vitale e ricca di risorse ed energie). In questa ottica, molti a sinistra fanno appello a una «società civile» italiana che si contrapporrebbe a Berlusconi. È un errore. Il berlusconismo infatti è esso stesso la prima espressione della «società civile» italiana. O se vogliamo, del suo profondo disorientamento. Molte patologie sociali (generalizzata assenza di senso civico e senso dello Stato, endemica complicità di molte regioni e gruppi sociali con la mafia e la camorra, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono dal di fuori, ma dal ventre della società civile. Non ha senso quindi contrapporre «la società civile» al «sistema politico» come se fossero due poli ed entità autonome.

Il berlusconismo infine prima che il sintomo di una crisi di rappresentanza politica-partitica, è una domanda di decisione di governo. A questo proposito, non è qui la sede per discutere l’opportunità di una riforma in senso presidenziale (sul modello francese o americano) o comunque di forme di rafforzamento dell’esecutivo in Italia. Se ne discute da anni senza successo per la ferma opposizione non solo della sinistra ma anche dei partiti di centro (ex-democristiano). Ma non c’è dubbio che l’idea di competenze decisionali più forti per il governo è sempre più popolare in Italia. E su di essa Berlusconi giocherà la sua carta più impegnativa. Sullo sfondo di una società profondamente divisa, socialmente disgregata, frammentata, incattivita può succedere che moltissimi cittadini guardino con scettico (persino divertito) distacco ai comportamenti personali disdicevoli del premier, che all’estero appaiono intollerabili. Ecco perché più che un «fenomeno Berlusconi» esiste un «caso Italia».

Questo articolo è stato pubblicato sulla «Süddeutsche Zeitung», che aveva chiesto all’autore di spiegare ai tedeschi il fenomeno Berlusconi

mercoledì 25 marzo 2009

Segnali di scisma silenzioso


25/3/2009
GIAN ENRICO RUSCONI

C’è uno scisma latente nel cattolicesimo europeo? Certo non nel nostro Paese, zittito dalle gerarchie e dai suoi apparati giornalistici e mediatici. Con la complicità di chi, fedeli credenti o agnostici «compiacenti verso la Chiesa» (parole di Berlusconi), considera «una moda di giornalisti e intellettuali» il dissenso verso alcune affermazioni del Pontefice. Gli agnostici compiacenti, che si proclamano laici «positivi», sono numerosi soprattutto nell’area del centro-destra. Non sanno né vogliono sapere nulla del Concilio Vaticano II. Lo considerano una specie di Sessantotto della Chiesa. Questo basta per diffamarlo. Ma proprio il Concilio - o meglio la sua interpretazione e attuazione - sta diventando il motivo dello «scisma» silenzioso interno alla Chiesa. Con una differenza decisiva tra la condizione italiana e quella delle altre nazioni europee.

Le Chiese tedesca e austriaca sono state protagoniste - con le massime autorità ecclesiali - nel denunciare e nel far rettificare l’atteggiamento del Papa sulla questione del vescovo negazionista. Qualcosa di più di un incidente. Dietro l’incredibile errore di valutazione del Pontefice c’è l’interrogativo sul senso dell’apertura verso i lefebvriani. Presentata come un paterno segno di accoglienza di fratelli che avrebbero frainteso il Concilio, è interpretata invece da molti esponenti della Chiesa in lingua tedesca come implicito rinnegamento degli aspetti più innovativi del Concilio stesso. Lo dicono apertamente. Tutto l’opposto delle reticenze e dei distinguo verbali delle gerarchie ecclesiastiche italiane. Che forse non hanno neppure capito la posta in gioco. Preoccupate di difendere sempre e comunque il Papa e di attaccare sempre e comunque «i laicisti», lasciano i laici credenti in gravi difficoltà. Dopo il viaggio del Papa in Africa, la Cei accusa la stampa d’aver ridotto tutto il suo messaggio di fede e d’amore alla distorta questione dei preservativi. Per certi aspetti ha ragione, anche se il problema dell’Aids in quella terra disgraziata è di una gravità immensa. Ma il vero punto critico è: come mai, nonostante l’imponenza della macchina comunicativa della Chiesa, nell’opinione pubblica(ta) è «passato» solo il dibattito sui preservativi? Per malizia occidentale? O non è emerso invece ancora il difetto di comunicazione della Chiesa, incapace di collegare in modo convincente i contenuti religiosi e teologici del suo messaggio con le sue indicazioni morali?

Questo difetto è sistematico. Da anni si discute di biotecnologie, di testamento biologico, di «famiglia naturale» mescolando in modo confuso e arbitrario argomenti che si pretendono razionali e scientifici, «puramente umani», con assunti di fede. Il punto culminante è l’idea di vita (anzi di Vita) potente veicolo di una visione religiosa che diventa intransigente rifiuto di altre visioni della vita umana intesa nella sua concreta storicità. La teologia diventa sacra biologia, bioteologia. Con quel che segue per i rapporti procreativi, sessuali, familiari, giù giù sino alla contraccezione. L’ossessione del bios e del suo controllo ha sostituito i contenuti del discorso sul logos. I grandi temi della grazia, della salvezza, della redenzione sono diventati incomprensibili e incomunicabili alla maggioranza delle persone. Al loro posto c’è un’astratta proclamazione della dottrina morale, ignorando che questa si è costruita attraverso complesse operazioni di assestamento di durata secolare. La fedeltà ai principi diventa nemica della ragionevolezza, dal testamento biologico sino alla contraccezione.

Barbara Spinelli ha parlato su questo giornale con passione e forza argomentativa del «silenzio che manca al Vaticano». Vorrei aggiungere che alla Chiesa vaticana manca soprattutto la ragionevolezza, l’altra faccia della razionalità che sta tanto a cuore a papa Ratzinger. Riprendendo l’interrogativo iniziale sulla latenza di uno «scisma» nella Chiesa europea, ritengo che non si verificherà nella realtà. Tanto meno nel nostro Paese. Non è più il tempo delle grandi dispute teologiche, neppure delle grandi eresie, teologicamente robuste. È il tempo dei silenziosi abbandoni. Soltanto una laicità matura nelle persone e nelle istituzioni consentirà a tutti la piena e serena espressione della loro fede e dei loro stili morali di vita. A dispetto dei clericali vocianti e dei loro agnostici compiacenti fiancheggiatori.