

GIAN ENRICO RUSCONI
Berlusconi, Obama? L’accostamento è grottesco. Ma ce lo impone la nostra infelice condizione. In realtà ci manca la sostanza su cui confrontarci - la grande politica. Al di là dell’Atlantico c’è una società vitale, aggressiva che fa persino paura nella sua volontà di affermare posizioni che dividono. Da noi c’è una società divisa ma ripiegata su se stessa, apatica sino alla tristezza. Costretta a lottare per la spazzatura.
Obama non è stato azzoppato da un antagonista diretto personale, non semplicemente perché non si è trattato di una elezione presidenziale. Ha dovuto fare i conti con una mobilitazione popolare eccezionale, da lui evidentemente sottovalutata. Ma questa mobilitazione - ecco l’aspetto più sorprendente della vitalità della società americana - ha trovato, inventato o fatto emergere dal basso una nuova classe politica. È esattamente l’opposto della società italiana.
Al di là dell’Atlantico c’è (stata) una politica coraggiosa che ha fallito un suo importante obiettivo: il riconoscimento popolare. Di qua c’è un pasticcio continuo di commistioni e collusioni di interessi - non del solo leader, ma di interi settori economici e sociali che pure hanno fallito.
Ma nessuno è in grado di verificarne l’effettivo gradimento popolare.
Di là abbiamo uno spettacolo imponente di classi politiche che si confrontano lealmente e duramente da far paura. Da noi l’avanspettacolo di nomenklature che si agitano per sopravvivere sullo sfondo della colonna sonora di «Giovinezza» e «Bella ciao», gabellata come conquista bipartisan. Di là la politica. Da noi la fine della politica.
I due protagonisti incarnano tutto questo: di fronte ad un gigante della comunicazione, proprio nel momento in cui è ferito profondamente, da noi c’è un comunicatore affannato. Tra qualche giorno le retoriche della «politica della famiglia» del governo stenderanno ancora una volta una pomata dermatologica su una piaga profonda.
Ma smettiamola di guardare ai Palazzi, guardiamoci attorno e dentro di noi. È la società italiana che è frustrata e ridotta all’apatia. È perfettamente inutile attendersi con cupi commenti quotidiani la dipartita di Berlusconi dal vertice politico. Non ci sarà alcuna dipartita. La classe politica, che gli italiani hanno scelto (con il noto pessimo sistema elettorale) si rivela per quella che è: incapace di autonomia e sostanzialmente immobile. È stata scelta per sostenere il leader, non per maturare come classe dirigente di tipo nuovo. Il leghismo sta facendo il suo pericoloso doppio gioco di sostegno a Berlusconi per sostenere se stesso. Ma l’esito di questa spericolata operazione potrebbe essere catastrofico: l’implosione del Nord.
Incredibile poi è l’impotenza delle forze di opposizione interne, semi-interne ed esterne. Quando mai nella storia della nostra Repubblica c’è stata un’occasione più favorevole per farsi sentire? Qual è la loro strategia oggi? Perché non riescono ad attivare una mobilitazione analoga a quella americana - al di là del paradosso che dovrebbe avere segni politici opposti a quelli repubblicani? Oppure sta proprio qui la differenza? Che fa la leadership del partito democratico, al di là del lamento quotidiano?
Ma teniamo i nervi saldi e tentiamo ancora un confronto con gli eventi della democrazia americana. Nel suo editoriale di ieri Bill Emmott ha parlato della «genialità della Costituzione americana» che impedisce qualunque traumatica interruzione della politica di fronte al mutamento degli equilibri di forza tra le sue grandi istituzioni. Saggiamente tocca alla politica tenere conto degli spostamenti di forza politica. È quello che sta per fare Obama affermando apertamente la sua disponibilità a collaborare con gli avversari repubblicani.
A ben vedere anche la nostra Costituzione pur costruita su una logica istituzionale diversa - tanto malvista e maltrattata dai berlusconiani - è contraria ad ogni rottura traumatica perché prevede passaggi istituzionali concordati per tenere conto delle variazioni degli equilibri politici. Questo implica non già «inciuci» - come subito vengono a torto diffamati - ma convergenze condivise e ben motivate. Altrimenti si ritorna alle urne. Non c’è nulla di traumatico, nessun «tradimento» - almeno per una classe politica responsabile che sappia riconoscere i propri errori o inadempienze. Ma è troppo chiederlo alla nostra attuale classe politica. Siamo daccapo con la nostra miseria.

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