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domenica 21 febbraio 2010

La banda del fare quello che ci pare



di Fabrizio Gatti

Così Berlusconi, Letta e Bertolaso hanno affidato le opere più importanti a un gruppo di costruttori senza scrupoli. Con una cascata di leggi su misura per eliminare ogni ostacolo e ogni controllo

Un casinò da aprire sul dolore dell'Abruzzo. Una sala da gioco autorizzata da una postilla, infilata dentro uno dei decreti per la ricostruzione. Questo stavano progettando gli amici di Guido Bertolaso, 60 anni, capo della Protezione civile e uomo immagine del governo. È l'ultima trovata della banda della maglietta: una volta c'era la banda della Magliana, adesso nella capitale dominano gli uomini con la t-shirt delle emergenze.

Diego Anemone, 39 anni, il costruttore tuttofare arrestato il 10 febbraio, voleva trasformare il Salaria sport village di Roma in una piccola Las Vegas. Poker e slot machine di ultima generazione. Quelle in cui infili i numeri della carta di credito o del bancomat e vai avanti a giocare fino a quando il conto è prosciugato. Erano sistemi vietati. Poi Silvio Berlusconi ha firmato il decreto, convertito il 24 giugno 2009 nella legge 77. E via, con la scusa di finanziare la rinascita a L'Aquila grazie a una tassa una tantum di 15 mila euro a macchinetta, ecco inventata una nuova fonte di guadagno. C'è sempre un provvedimento d'urgenza, un'ordinanza pronta quando qualcuno della banda si fa prendere la mano dalle deroghe o dagli abusi.

È davvero straordinario il sottosegretario Bertolaso, come i suoi poteri che la Procura di Firenze ha ora messo sotto inchiesta. Sembra che in Italia non ci siano più alternative al suo modo spaccone di gestire gli appalti, i cittadini, il codice civile e quello penale. Se ne sta lì in mezzo al sistema solare della Tangentopoli 2. Praticamente intoccabile. Protetto dall'affetto di Gianni Letta e Francesco Rutelli. Amato nel Pdl, nel Pd e in Vaticano. Cercato, riverito da questa drammatica corte di imprenditori, massoni, paramafiosi, progettisti e puttanieri che stanno spolpando le casse dello Stato. Come hanno fatto in Sardegna, a forza di prezzi gonfiati e ritocchi in corso d'opera: quanto sarebbero utili i soldi sprecati alla Maddalena, oggi che da Porto Torres a Cagliari aumentano i disoccupati e nessuno sa come riaccendere l'economia.

Dalla scuola dei sottufficiali dei carabinieri a Firenze ai laboratori con i virus letali dell'Istituto Spallanzani a Roma, finiti in una interrogazione in Senato: «Sono state rispettate le norme antisismiche?», chiede pochi mesi fa Domenico Gramazio (Pdl). Perché se crolla, scappano i virus. E lui, il Guido nazionale, può beatamente dire che va tutto bene, che non si è accorto di nulla. Può perfino permettersi, senza perdere il posto, di negare la partecipazione della Protezione civile a una esercitazione internazionale, finanziata dall'Unione Europea: l'unica organizzata in Calabria negli ultimi anni, in una delle regioni sismiche più pericolose al mondo. Quando la Commissione europea viene a sapere che i soccorritori di Bertolaso non ci saranno, annulla l'esercitazione. Una figura pazzesca per l'Italia. A tutt'oggi nessuno ha mai più valutato se le prefetture, i Comuni, gli ospedali calabresi siano in grado di gestire l'emergenza dopo una catastrofe. Niente male per l'uomo che pochi giorni fa è volato ad Haiti e dalla capitale rasa al suolo dal terremoto ha accusato di incapacità il governo degli Stati Uniti.

Il viaggio nel mondo infallibile di Guido Bertolaso, fresco di riconferma, può cominciare proprio da qui: via Miraglia 10, prefettura di Reggio Calabria. Nel 2008 si celebra l'anniversario del terremoto del 28 dicembre 1908: 80mila vittime a Messina e provincia, 15mila a Reggio. Da duecento anni la terra sullo Stretto trema dopo un secolo di silenzio sismico. Il dipartimento di Bertolaso dovrebbe per legge verificare la preparazione di Comuni, Regioni e prefetture, coordinare le esercitazioni, aiutare gli enti locali a predisporre i piani, correggere le lacune. Il 27 luglio 2007 il professor Mauro Dolce, direttore per la Protezione civile dell'Ufficio prevenzione e mitigazione del rischio sismico, spedisce in Calabria lo 'scenario di danno', nel caso si ripetesse oggi una catastrofe come quella del 1908. I dati vengono ricavati dal Sistema informativo per la gestione dell'emergenza, un archivio che tiene conto della qualità degli edifici. Il bilancio è terrificante: 325.247 persone coinvolte dai crolli, 335.699 senzatetto. Un altro calcolo, tenuto nei cassetti degli uffici di Bertolaso, prevede 112.312 morti.

L'anno successivo è il momento delle commemorazioni storiche. Ed è anche l'occasione per verificare il sistema dei soccorsi: viene messa in agenda l'esercitazione Ermes 2008. La Commissione europea sceglie il progetto di Reggio per collaudare su vasta scala l'integrazione internazionale tra i diversi corpi di protezione civile. Si fanno riunioni a Bruxelles, si firmano accordi. Il prefetto, Antonio Musolino, però deve insistere con Bertolaso. E lui il 6 agosto 2008 gli risponde con una lettera di ghiaccio: «Nel comunicarti che questo Dipartimento non prenderà parte alle successive attività organizzative ed operative, non mi resta che augurarti un proficuo avanzamento dei lavori... previsti dal progetto, che mi auguro possa avere la giusta rilevanza in ambito locale», scrive Bertolaso. Ambito locale? E la Commissione europea? Il capo dipartimento se la prende con il prefetto Musolino «per il quadro economico progettato dalla tua struttura, che non risulta modificabile». Questione di soldi. Il capo della Protezione civile nazionale vuole essere al centro dell'organizzazione.

Il 3 settembre Hervé Martin, capo unità della Commissione europea, prende atto che senza gli uomini di Bertolaso l'esercitazione non sarebbe più realistica: «La Commissione comprende la perdita di tempo risultata dalle negoziazioni senza successo con il dipartimento di Protezione civile...», scrive Martin. Bruxelles cancella la partecipazione dei Paesi della Ue. E pure i finanziamenti. La prova viene rinviata dall'estate a dicembre. Ma resta limitata alla catena di comando locale. Niente mobilitazione sul campo dei soccorritori italiani e stranieri. Niente coinvolgimento dei cittadini, delle scuole, degli ospedali. Nessun piano di emergenza condiviso.

Nel 2008 Bertolaso lascia scadere anche il protocollo di prevenzione tra il suo dipartimento e la Regione Abruzzo. E, mentre nei mesi successivi la terra trema, nessuno ricorda che uno studio ha inserito la prefettura a L'Aquila tra gli edifici a rischio sismico. Infatti il 6 aprile 2009 la prefettura crolla, paralizzando per ore la catena dei soccorsi. Sempre nel 2008 il commissario delegato per il G8, una delle tante cariche che Romano Prodi e Silvio Berlusconi affidano a Bertolaso, deve soprattutto predisporre i cantieri sull'isola della Maddalena. È la grande abbuffata di soldi pubblici che il 10 febbraio porta in cella con l'accusa di corruzione quattro uomini della 'banda della maglietta'.

Oltre all'amico Diego Anemone, gli altri sono: Angelo Balducci, 62 anni, nel 2008 coordinatore delle strutture di missione e poi presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Fabio De Santis, 47 anni, prima soggetto attuatore per il G8 e poi provveditore ai Lavori pubblici a Firenze, e Mauro Della Giovampaola, 44 anni, ingegnere cresciuto tra le imprese di Diego Anemone, diventato poi controllore degli appalti di Diego Anemone alla Maddalena e, forse proprio per l'efficacia dei suoi controlli, nel 2009 confermato alla presidenza del Consiglio e nominato responsabile delle opere per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Balducci e De Santis vengono nominati negli appalti della Protezione civile su proposta di Bertolaso. Quella di Mauro Della Giovampaola è invece una carriera tutta di corsa. Quando sull'isola della Maddalena 'L'espresso' gli chiede al telefono come possa conciliare il suo passato di sociodella famiglia Anemone con il presente di controllore dei lavori e delle spese degli Anemone, l'ingegner Della Giovampaola si appella all'etica professionale. Poi chiama Angelo Balducci e lo aggiorna della telefonata. I carabinieri del Ros li registrano.

Nel dicembre 2008 'L'espresso' con uno stratagemma entra nei cantieri del G8 coperti dal segreto di Stato. È la prima inchiesta giornalistica sulla rete Bertolaso- Balducci-Anemone. A Roma piove da giorni. Il Tevere è in piena. La sera di venerdì 12 il capo della Protezione civile si fa intervistare dalle tv. Sullo sfondo le luci della capitale si riflettono nel gonfiore del fiume. Alcuni ponti sono chiusi da ore dopo che i barconi-ristorante si sono incastrati sotto le arcate. «La grande criticità», dice Bertolaso, «non è rappresentata dalla piena del Tevere, che passerà nel corso della notte in maniera controllata, ma da alcuni imbecilli che non hanno ancorato bene i barconi sul fiume». Il capo della Protezione civile sa bene che il Tevere, come tutti i fiumi, ha bisogno di zone di espansione. Servono a rallentare le piene, a evitare che l'acqua allaghi le città. Una di queste aree di protezione è all'ingresso di Roma, quartiere Settebagni. Anzi era. Perché quello è il terreno vincolato a uso agricolo su cui Diego Anemone ha costruito i nuovi impianti del Salaria sport village, sfruttando le ordinanze proposte a Berlusconi dall'amico Bertolaso per i mondiali di nuoto 2009. La palazzina, la piscina olimpionica coperta e la sala del futuro casinò sono ora sotto sequestro. Ma nel dicembre 2008 i muratori lavorano ancora giorno e notte. Tranne nei giorni della piena: il cantiere finisce sott'acqua. Bertolaso è socio del Salaria sport village. È lì quasi ogni settimana a farsi massaggiare la schiena. È perfino un pubblico ufficiale con obbligo di denuncia. Il suo amico Diego Anemone sta violando tutte le norme urbanistiche e paesaggistiche. Italia nostra e il circolo locale del Pd denunciano da mesi gli abusi.

Il vicepresidente del quarto municipio di Roma, Riccardo Corbucci, 31 anni, tra i più impegnati e informati nella battaglia di quartiere, qualche mese dopo verrà addirittura pedinato e filmato da due persone in scooter. Un modo per provare a spaventarlo e fermare i ricorsi al Tar, che invece vanno avanti. Eppure l'attento Guido nazionale non vede nulla di irregolare tra gli affari dei suoi amici. Anzi il 30 giugno 2009, sei giorni dopo la conversione in legge del decreto per l'Abruzzo e per le nuove slot machine, Bertolaso propone e Berlusconi firma l'ordinanza 3787 della presidenza del Consiglio. Gli amici sono salvi: gli impianti privati vanno equiparati a quelli pubblici e gli abusi, se approvati dal Comune di Roma, diventano legali. Molte strutture, compresa quella di Anemone, restano sotto sequestro dopo le prime perquisizioni chieste mesi fa dalla Procura di Roma. Ma almeno le piscine possono essere usate per gli allenamenti durante i mondiali. Ci sono gli affitti e i compensi della federazione da incassare.

Passata la piena del Tevere di fine 2008, il 23 dicembre Bertolaso sale a Parma per una scossa di terremoto. Il 24 torna a Roma e incontra Balducci per decidere come rispondere all'inchiesta giornalistica de 'L'espresso' uscita il giorno prima. «Il dottor Guido Bertolaso», fa scrivere qualche ora dopo il capo all'ufficio stampa della Protezione civile, «ha ricevuto dall'ingegner Balducci una relazione che ribadisce la regolarità delle procedure seguite ed esclude qualsiasi legame familiare con imprese impegnate nella realizzazione delle opere». Bertolaso ovviamente non dice di avere concordato con Balducci una menzogna. È quello che scoprono poco dopo i carabinieri del Ros quando sentono Balducci spiegare la soluzione a Diego Anemone e a Fabio De Santis: «Nel corso dell'incontro tra il Balducci e il Bertolaso è stato concordato di far predisporre al commercialista Gazzani» una falsa dichiarazione: dovrebbe scrivere una nota da cui risulti inattiva la Erreti film, la società che lega negli affari le mogli di Balducci e di Anemone. Stefano Gazzani, 48 anni, è il commercialista delle due famiglie. Forse proprio in cambio di questo favore Gazzani viene inserito nella commissione di collaudo delle opere alla Maddalena. Un commercialista messo a verificare lavori di ingegneria?

La notizia circola da tempo nei cantieri. Quando per verificarla 'L'espresso' chiede alla Protezione civile l'elenco dei collaudatori, c'è una sorpresa: il commercialista di Balducci non compare. La presenza di Gazzani nella commissione di collaudo emerge soltanto adesso dalle intercettazioni di Mauro Della Giovampaola. Anche i compensi per i collaudi sono un affare. E in quell'elenco, tra i tanti nomi, c'è un'altra storia da raccontare. Quella di Roberto Grappelli. È segretario generale dell'Autorità di bacino del Tevere quando il 31 marzo 2008 firma il parere positivo al progetto di Diego Anemone per l'ampliamento dello Sport Village sul terreno di espansione del fiume. Così, mentre Claudio Rinaldi, altro amico di Balducci e commissario delegato per i mondiali di nuoto, dà il via libera ai lavori nel Salaria sport village, Grappelli cambia vita: collaudatore per il G8 e presidente della metropolitana di Roma.

Il casinò è l'ultima frontiera della banda della maglietta. Sport, massaggi, ristorante, gioco. E tanti ospiti famosi. Come l'amico Guido Bertolaso. Qualche settimana fa la pratica finisce sul tavolo di un concessionario di Lottomatica. L'idea è di installare le Vlt, le macchine mangiasoldi collegate online. «È come connettersi a Internet, si può vincere fino a mezzo milione », spiega uno dei rappresentanti contattati da 'L'espresso': «Abbiamo fatto un sopralluogo con il dottor Travasi, un concessionario di Lottomatica. Il problema è che in uno spazio sotto sequestro non si può aprire un casinò. Nemmeno un minicasinò. La legge non lo consente ». Questo no, almeno per ora.

(18 febbraio 2010)

venerdì 15 gennaio 2010

Morire nel deserto

Nell'incontro Berlusconi e Gheddafi non parlano solo di immigrazione. Discutono di affari personali, dei 5 miliardi di dollari in vent'anni a carico dell'Eni per il risarcimento dei danni di guerra, di contratti per il petrolio e il gas. Tripoli offre subito un segnale di buona volontà e rispedisce verso il Niger centinaia di migranti rinchiusi nel campo di detenzione della base militare di Al Gatrun. Forse i cadaveri filmati con il telefonino sono la tragica conclusione di una di quelle operazioni. Al Gatrun e Agadez sono separate da 1.490 chilometri di deserto. Dieci giorni di viaggio e in mezzo una sola oasi, Dirkou. Fino a quando non si entra ad Agadez non si può dire di essere sopravvissuti al Sahara. Ma la polizia e l'esercito libici di Al Gatrun non si sono mai preoccupati della sorte degli stranieri una volta lasciati al di là del confine con il Niger. Gli immigrati espulsi vengono scaricati dai camion militari e costretti a proseguire a piedi. Oppure sono affidati ai trafficanti che spesso li abbandonano molto prima di arrivare a destinazione. Dalla linea di frontiera tratteggiata sulla carta geografica, la prima postazione militare del Niger è solo Madama, a 80 chilometri di colline e avvallamenti senza pozzi. Non c'è altro. Ottanta chilometri in cui, persa la rotta e abbandonato il bidone d'acqua per camminare leggeri, si è destinati a morire. Già nel 2005 'L'espresso' aveva scoperto che le operazioni di rimpatrio verso il Niger, dopo il primo accordo tra Berlusconi e Gheddafi, avevano provocato 106 morti in quattro mesi. Ed erano soltanto le cifre ufficiali. Come i 50 schiacciati da un camion sovraccarico che si è rovesciato. Oppure il ragazzo del Ghana mai identificato, sbranato da un branco di cani selvatici durante una sosta a Madama. E le tre ragazze nigeriane morte di sete o le15 raccolte in fin di vita con quattro uomini da un convoglio umanitario francese, dopo essere state abbandonate. Tutti condannati a morte da chi aveva organizzato il loro rimpatrio.(14 gennaio 2010)

sabato 5 dicembre 2009

Razzisti senza vergogna


di Fabrizio Gatti


In tutto il Nord le nuove regole volute dalla Lega creano un clima di apartheid. Che testimonia come ormai anche l'intolleranza sia accettata da intere comunità. Ecco come

Bregnano è un piovoso paesino della provincia di Como, se si vuole consultare la cartografia ufficiale. Ma è anche un Comune della "locale" di Cermenate, secondo i territori con cui la 'ndrangheta ha suddiviso la Lombardia. Ed è stato perfino un avamposto segreto dei mafiosi di Totò Riina nel traffico di armi e soldi con la Svizzera. Però se leggi il programma della nuova giunta di centrodestra eletta sei mesi fa, il pericolo da combattere va sotto il titolo di "Immigrazione, sicurezza e ordine pubblico". Non un solo accenno alla piaga criminale che ha reso gli italiani famosi nel mondo. Anche perché il piano sicurezza di Bregnano non è stato pensato e scritto a Bregnano: è un banalissimo copia-incolla, paro paro, del "Programma elettorale per i Comuni 2009" sotto il simbolo "Lega Nord - Bossi", stampato e distribuito dal comitato centrale del senatur. Lui le pensa e i suoi amministratori in camicia verde le devono mettere in pratica. Sarà per questo che il neo sindaco di Bregnano, Evelina Arabella Grassi, bionda leghista di 35 anni, professione contabile, alla domanda de "L'espresso" «Qual è la chiave del suo successo elettorale? », candidamente risponde: «Sinceramente non lo so».

Ci sarebbe da ridere se non stessimo precipitando dalla xenofobia al vero razzismo. L'importante è sfruttare ogni occasione per dividere, aprire ghetti mentali e alimentare il sacro fuoco del consenso. La Svizzera boccia i minareti? Facciamolo pure noi. Anche se nessuno si è mai lamentato dell'unico, piccolo, minareto costruito al Nord, all'ingresso di Milano 2, il quartiere che rese famoso l'impresario edile Silvio Berlusconi. Il Tricolore? Mettiamoci in mezzo una croce, come vorrebbe il sottosegretario leghista, Roberto Castelli. Anche se a Venezia il suo principale, Umberto Bossi, aveva annunciato pubblicamente che con la bandiera degli italiani ci si sarebbe pulito il culo. Il risultato è un'Italia sempre più spinta verso l'apartheid e sempre meno disposta a investire sui suoi nuovi cittadini.

Grazie soprattutto a questa generazione di sindaci e assessori che con la superbenedizione del ministro dell'Interno, Roberto Maroni, e l'approvazione di milioni di elettori, stanno smascherando il volto della tolleranza zero. Contro le infiltrazioni di mafia e camorra? Ma no, il programma clone dei leghisti non ne parla. Altrimenti Bossi e Maroni dovrebbero spiegare ai loro elettori che ci fanno al governo dalla parte di un viceministro sotto inchiesta per camorra, come Nicola Cosentino, e nella stessa coalizione di un senatore condannato in primo grado per reati di mafia, come Marcello Dell'Utri. Più facile prendersela con gli immigrati. Non votano, non hanno partiti, non hanno sindacati, nemmeno controllano i programmi tv e al massimo possono essere espulsi.

Così perfino il mansueto Comune di Bregnano sta dando filo da torcere a una residente che dopo essere stata convocata in municipio per l'assegnazione di un monolocale, se l'è visto sfilare legalmente sotto il naso. L'interessata, 47 anni, vedova, operaia in un'impresa di pulizie a meno di 500 euro al mese, è cittadina italiana. Ma è nata in Marocco, ha un nome arabo e il suo accento non apre le vocali come fanno gli abitanti nati in questi paesi al confine tra la Brianza milanese e comasca. Per non parlare di Coccaglio, provincia di Brescia, dove la prima uscita pubblica del neo assessore alla sicurezza, Claudio Abiendi, avrebbe dovuto coprire di vergogna l'Italia intera. Perché chiamare "White Christmas" un'operazione di polizia municipale significa attribuire connotati religiosi e di colore all'applicazione della legge. E la legge, in uno Stato laico, non ha colore né religione. Invece? Invece il ministro Maroni ha approvato di persona.

Del resto i controlli casa per casa alla ricerca di lavoratori irregolari fanno parte del programma clone leghista, adottato a Bregnano, a Coccaglio e da tutte le piccole giunte locali del Nord. Punto due, pagina 12: "Potenziamento della vigilanza municipale in modo tale che, nel corso delle attività di verifica, si richieda l'esibizione del permesso di soggiorno". Se l'avessero chiamato "aggiornamento dell'anagrafe" l'assessore Abiendi e il sindaco di Coccaglio, Franco Claretti, 38 anni, architetto, avrebbero avuto il loro minuto di popolarità? Proprio Maroni, dopo aver dato più potere ai sindaci con il pacchetto sicurezza, aveva chiesto loro di amministrare con fantasia. Ed eccolo servito. A San Martino dall'Argine, 1.800 abitanti a 45 chilometri da Mantova, il sindaco invita a denunciare tutti i clandestini.

Agli abitanti, se si rileggono i risultati in zona delle elezioni amministrative 2009, piace così. Perché con gli slogan xenofobi i primi amministratori leghisti hanno fatto pubblicità alle loro città. Prendete Treviso con le proposte razziste e i vagoni piombati dell'ex sindaco Giancarlo Gentilini. Treviso ha più o meno gli stessi abitanti di Caserta, 82 mila contro 78 mila. Ma Treviso in questi ultimi anni è stata completamente restaurata. Ed è una delle province con il più alto tasso di integrazione. Mentre a Caserta i caporali e la camorra continuano a controllare la manodopera straniera della ricca agricoltura.

E a Napoli un giudice considera una minorenne nomade a rischio di recidiva criminale solo perché "pienamente inserita nella cultura rom" e la tiene agli arresti.

«Se il prezzo da pagare è una maggiore severità contro gli immigrati, viva la severità », dice un commerciante del centro di Coccaglio che aggiunge di non sentirsi affatto razzista. E chiede l'anonimato perché, rivela, ha paura. Ma alla domanda su cosa lo spaventi di più, non sa dare risposta.

Coccaglio e Bregnano sono due esempi dell'attuale espansione leghista, nella testa e nel voto della gente. Per anni gli elettori di questi due paesi, 8 mila e 6 mila abitanti, hanno scelto il centrosinistra. In giugno hanno fatto il ribaltone. Il perché va cercato anche nei dati demografici. Soprattutto a Coccaglio. In dieci anni, dal '98 al 2008, gli stranieri residenti sono passati da 177 a 1.562. Cioè dal 2 al 18,5 per cento. Un incremento che nell'Inghilterra degli anni Settanta ha portato a sanguinosi scontri razziali. E che qui è stato finora governato.

Da questo punto di vista la storia recente può essere riletta chiamando in causa Confindustria, che nelle imprese del bresciano ha una grande base. È una storia identica a tutto il Nord Italia. La massiccia immigrazione ha compensato il calo demografico nelle fabbriche. E in molti settori ha permesso di ridurre il costo del lavoro. Ma girando in queste zone è impossibile trovare cosa abbiano fatto gli industriali dell'ultima generazione per sostenere l'integrazione nelle scuole e nei paesi. Non si trova perché non hanno fatto nulla. Se non scaricare sulle amministrazioni locali, quindi sulla gente, i problemi che hanno accompagnato l'arrivo di nuova manodopera. E nello stesso tempo sostenere le scelte estreme del governo.

A cominciare da Berlusconi che a giugno a Milano aveva liquidato così il futuro del Paese: «C'è chi vuole una società multietnica e multiculturale, ma noi non siamo di questa opinione».

La crisi economica ora rende tutto maledettamente più difficile. Perché chi perde il lavoro può rinnovare il permesso soltanto per sei mesi. Poi, senza un'altra assunzione regolare, è fuori: diventa clandestino. Quanti immigrati irregolari avete trovato durante i controlli casa per casa? «Nessuno», risponde Donato Nardelli, comandante dei vigili di Coccaglio. Nessuno? «L'ultimo clandestino l'abbiamo fermato e accompagnato in questura a inizio aprile. Aveva fatto un incidente stradale ed era senza permesso di soggiorno». Tanto clamore, l'operazione White Christmas e nessun clandestino? «È così», risponde il comandante: «I nostri controlli sono nei confronti degli stranieri residenti, per aggiornare l'anagrafe. E cancellare chi non abita più qui. Ma noi, intendo noi della polizia locale, in nessun atto l'abbiamo mai chiamata White Christmas». L'operazione viene definita così la prima volta il 6 novembre su un giornale locale. Al quale l'assessore Abiendi dichiara: «Ora la musica è cambiata, gli extracomunitari non fanno più quello che vogliono».

È la forza della Lega. Inventano minacce e problemi. Adattano la legge ai propri slogan. E si propongono come soluzione. Poco importa che a Coccaglio l'ultimo clandestino sia stato fermato in aprile. Se proprio non fanno paura le notizie in paese, si cercano nella cronaca del circondario. E spesso a ragione. Come nella vicina Rovato. Pochi giorni fa un marocchino, pieno di cocaina, accoltella un ragazzo e violenta per ore la sua fidanzata, 19 anni. Qualche sera dopo durante una manifestazione degli abitanti, un gruppo di estremisti di destra ferisce a bastonate due stranieri scelti a caso. Ma c'è notizia e notizia. Sempre a Rovato l'inverno scorso viene condannato a 6 anni in primo grado Roberto Manenti, l'ex sindaco leghista. Ha promosso retate contro le prostitute, firmato ordinanze contro i musulmani che si avvicinavano alle chiese e intitolato una piazza ai fascisti di Salò. Il reato dell'ex sindaco? Stupro di gruppo di una prostituta. Ma in questa Italia dalla memoria corta nessuno, nemmeno i leghisti di Rovato si ricordano più.

Il riferimento all'apartheid non è un'esagerazione. È la legge. «Un immigrato ha solo sei mesi di tempo per trovare un nuovo lavoro, pena la perdita del permesso di soggiorno», spiega l'avvocato Domenico Tambasco: «Un immigrato deve necessariamente avere un alloggio idoneo secondo la normativa regionale per poter stipulare un contratto di lavoro e mi chiedo cosa c'entra. Un impiego pubblico o che comporti un incarico di pubblico servizio può essere attribuito solo ad un cittadino italiano. Se hai un grave infortunio che ti compromette irrimediabilmente le capacità lavorative e non hai la carta di soggiorno, non puoi percepire la pensione di invalidità. Risultato: non hai più redditi, perdi il permesso, vieni espulso ».

La discriminazione riguarda anche la burocrazia. Se uno straniero in regola chiede la casella di posta elettronica certificata all'Inps, gli rispondono che solo i cittadini italiani possono averla. Per provare una parentela e ottenere il ricongiungimento familiare, un immigrato deve sottoporsi al test del Dna. E, a differenza di un italiano, non deve dimenticare i documenti a casa. Anche se lavora sotto la pioggia, deve avere sempre con sé l'originale, mai la fotocopia. In caso contrario è punito con l'arresto e una multa fino a 2 mila euro.

Sempre grazie al pacchetto sicurezza voluto da Berlusconi e Maroni. «I vigili nei paesi, ma anche i poliziotti, non fanno sconti», rivela Alessandra Ballerini, avvocato a Genova: «Arrivano casi di lavoratori, madri e padri di famiglia che rischiano il carcere e faranno fatica a pagare la multa».

Per Najat B., l'operaia di Bregnano, dimenticare i documenti non è più un pericolo. È cittadina italiana. Il suo caso è ugualmente finito davanti all'associazione Tribunale per i diritti dell'immigrato di Milano e all'Ufficio antidiscriminazioni razziali del ministero per le Pari opportunità. In ottobre il Comune di Bregnano convoca Najat e un'impiegata dell'ufficio tecnico le mostra la piantina dell'alloggio assegnato, in via Rampoldi. «Mi ha anche abbracciato per congratularsi», racconta Najat nella denuncia. In quei giorni gli alloggi disponibili sono tre. Poi si riducono a uno, assegnato a una famiglia italiana. Najat è subito dietro. Sempre secondo la denuncia, il sindaco Evelina Arabella Grossi, alla presenza di un avvocato del Tribunale per i diritti dell'immigrato, «ha detto che dovevamo capirla perché avevano la cittadinanza che faceva pressioni su questo caso». A "L'espresso" il sindaco spiega invece che le decisioni le prende l'Aler, l'azienda case popolari, e che gli appartamenti vuoti devono essere ristrutturati.

La prima domenica di Avvento a Bregnano, nella chiesa di San Michele Arcangelo, ci sono soprattutto pensionati. Il parroco, don Aldo Milani, predica dal pulpito: «Quando qualcuno dice: vogliamo togliere il crocifisso dalle scuole, dagli ambienti pubblici, io dico: vai a casa tua, no, come io rispetto te, tu rispetti le mie usanze. Quando io sono andato in Turchia, il collarino da prete non l'ho messo... Per cui ho rispettato la sua identità, la sua usanza. Quando vieni qui tu, rispetti le mie. Non sono io che devo adeguarmi».

Messa così, sembra siano gli immigrati musulmani in Italia a voler far togliere il crocefisso dai luoghi pubblici. Eppure chi ha sollevato la questione davanti alla Corte di Strasburgo è una cittadina italiana, di origine finlandese. Ma se lo dice il parroco, sarà pur vero. E tutti ascoltano impassibili. Secondo una ricerca della Cooperazione per lo sviluppo dei Paesi emergenti, il 23 per cento delle violenze sugli stranieri è commesso da rappresentanti delle istituzioni. Dopo anni di propaganda leghista, siamo un Paese senza più anticorpi. Lo dimostrano le fredde reazioni agli insulti razzisti al calciatore dell'Inter Mario Balotelli. Per chi può l'alternativa è scappare all'estero. Oppure unirsi alla supplica che qualcuno ha scritto sui muri del centro di Genova: "Immigrati, non lasciateci soli con gli italiani".

(02 dicembre 2009)

lunedì 13 luglio 2009

Bluff Alitalia



di Fabrizio Gatti


Guasti non riparati. Disservizi. Ritardi. Voli dirottati sulle società minori. E una sorpresa: la fusione con Air non si farà. Il difficile esordio della nuova compagnia di bandiera. Costata ai contribuenti più di 3 miliardi

Portatevi un buon libro se andate in America o in Giappone con l'Alitalia. E al bar dell'aeroporto fatevi riempire un thermos di caffè. Il libro servirà a far passare le ore di volo. Il thermos a fare colazione al risveglio. È molto facile che gli schermi dei film in cabina e le macchine espresso sul vostro Boeing siano fuori uso. E visto lo scarso funzionamento delle toilette, non sarebbe un cattivo rimedio mettere nel bagaglio a mano perfino un pitale.

LEGGI E COMMENTA:
LE RISPOSTE DI ALITALIA A L'ESPRESSO

Questo è il benvenuto della nuova compagnia di bandiera alla sua prima estate di attività. Già abbiamo speso una fortuna grazie all'idea di Silvio Berlusconi di impedire la vendita di Alitalia ad Air France e di cederla alla cordata di imprenditori patrioti sponsorizzati da Banca Intesa. Tre miliardi e 300 milioni rimasti sul groppone dello Stato, più i costi della cassa integrazione per anni e le conseguenze del monopolio. Un impegno per tutti noi che, come confronto, si avvicina a quanto in vent'anni l'Italia dovrà versare alla Libia come risarcimento dei danni di guerra. Ma questa fatica da ricostruzione post bellica finora è servita a poco. E adesso si aggiunge la beffa.

Vi ricordate quando ci dicevano che la fusione con Air One di Carlo Toto e i suoi debiti fosse un'operazione necessaria per salvare Alitalia da mani straniere? Non era vero. Le due compagnie non si fonderanno. Air One sopravviverà con una sua linea di aerei, di meccanici, di collegamenti. Continuerà a volare nei cieli della nostra economia creativa. Più snella, più leggera, più appetibile per eventuali compratori. Nonostante a metà giugno Air One non avesse ancora pagato i contributi Inps del 2005 e di quasi tutto il 2006. Per i contribuenti, gli azionisti della vecchia Alitalia e i creditori si prepara intanto un'altra sberla: arriva dai lunghissimi tempi di vendita degli aerei, tutti a terra, da cui la società in amministrazione straordinaria avrebbe dovuto ricavare qualche soldo. Un beneficio indiretto a Cai che così non si è trovata concorrenti estivi tra le nuvole. Il tempo però passa, le certificazioni di aeronavigabilità scadono e il valore di vendita scende. Come per le decine di Md80 e Md82 abbandonati a Fiumicino. Da quello che si vede in pista, sono stati parcheggiati al sole senza nessuna protezione ai motori, agli strumenti di bordo, ai parabrezza. E da aeroplani si stanno inesorabilmente svalutando in semplici ferrivecchi.

Altra storia in Francia. Gli Embraer 145 depositati a pagamento a Clermont Ferrand sono curati come pezzi da museo. Ma alcuni compratori interessati a gennaio si sono ugualmente ritirati. Troppo lunga la procedura: il commissario Augusto Fantozzi sta raccogliendo le offerte d'acquisto solo in questi giorni. Sei mesi di dominio Cai hanno iniettato nella nuova compagnia di bandiera le magagne di una low cost. Con la sorpresa troppe volte di pagare il prezzo pieno di un biglietto Alitalia e di volare con una delle tre sorelle minori, Cai first, Cai second e City liner. Servizi spesso scadenti. Voli cancellati per guasti. Bagagli lasciati alla partenza per l'impiego di aerei troppo piccoli. Magazzini senza pezzi di ricambio. Riparazioni rinviate. 'L'espresso' ha trascorso settimane sui piazzali dei principali aeroporti italiani. Sentite cosa hanno fatto su un Airbus A321 in volo tra l'Italia e Londra: in giugno si rompe lo sportello in alluminio del pannello carburante e per giorni un avviso ricorda agli equipaggi di rimpiazzare dopo ogni rifornimento il nastro adesivo che lo fissa alla fusoliera. L'importante è risparmiare. Su tutto. Ecco cosa ci attende.

Fusione addio
Il 18 maggio i manager di Cai ricevono via mail il resoconto di una riunione con l'amministratore delegato Rocco Sabelli. In quell'incontro il direttore operazioni Giancarlo Schisano spiega i «motivi che hanno condotto a risultati di puntualità così bassi nel mese di aprile». Tra questi, dice, «la carenza di organico piloti per Airbus: quelli in forza avevano già superato i limiti di impiego». Schisano conosce la macchina. È già direttore nell'Alitalia fallita e rimane direttore nella nuova. I piloti hanno limiti di impiego legati alla fatica e alla sicurezza. In aprile ci sono le vacanze di Pasqua. È tutto prevedibile. Invece al loro primo appuntamento con l'aumento di passeggeri la direzione operazioni e la nuova Alitalia vanno in tilt. A quell'incontro Sabelli parla ancora di fusione come ipotesi. La sorpresa è a fine giugno. L'amministratore delegato comunica l'addio al progetto di fusione con una mail ai manager: «È stato definito l'assetto strutturale con 5 operatori aerei a presidio dei rispettivi asset e segmenti di attività», scrive Sabelli: «Alitalia focalizzata sul mercato intercontinentale con la flotta B777-776 e A330, e sul mercato di breve/medio raggio con la flotta A319- A320-A321; Air One orientata a integrare l'operatività sul mercato di breve/medio raggio con la flotta Boeing 737; Cai 2 (Volare) volta a integrare l'attività di Alitalia ed Air One; Cai 1 (Alitalia Express) e City Liner dedicate ad attività di tipo regionale... Le flotte e i rispettivi equipaggi», aggiunge, «verranno progressivamente allineati a questo assetto in un arco temporale di 5-6 mesi». In altre parole Air One sta cedendo ad Alitalia il suo ramo d'azienda degli Airbus, di cui la compagnia di bandiera continuerà a pagare il noleggio a Toto. Ma sopravviverà con i Boeing 737 e con il suo certificato di operatore aereo. Intanto in Alitalia si risparmia soprattutto sui servizi ai passeggeri.

Caffè amaro
I Boeing 777 della nuova compagnia sono dieci
. Grossi aerei da 291 posti che volano verso Stati Uniti, Argentina, Brasile ed Estremo Oriente. Sono le ammiraglie del lungo raggio, l'unico settore in cui una società può ancora sperare di resistere soprattutto con la classe business, senza la concorrenza delle low cost. Prima di ogni decollo l'ufficio operazioni consegna all'equipaggio e al personale di rampa l'elenco delle anomalie compatibili dell'aereo. È la lista dei guasti che non impediscono la partenza e che, secondo i manuali, non riducono la sicurezza. Al massimo i passeggeri si annoiano, si arrabbiano, ma l'aereo non corre rischi. Il 16 giugno il Boeing 777 con sigla I-Diso parte da Malpensa per il volo Az604 Milano-New York. Tredici passeggeri scoprono subito che i loro monitor per vedere i film non funzionano. Sono guasti dal 4 giugno. Dopo alcune ore di viaggio si forma una coda sofferente davanti alle uniche toilette aperte. Le altre tre sono fuori uso. Due da sette giorni, una da cinque. Difficoltà anche a smaltire i rifiuti dei pasti. È rotto uno dei compattatori. I manuali della vecchia Alitalia avrebbero impedito il decollo con toilette guaste da una base di manutenzione come Milano. Avrebbero sostituito l'aereo. Stesso giorno, altro volo. Il Roma- New York Az 608. Il vano bagagli anteriore è inutilizzabile da tre giorni per un danno alla paratia. A bordo lo scarico a pressione di tre toilette non funziona. Brutta sorpresa, se qualcuno le usa. Il 16 giugno da Fiumicino parte anche il volo Az 674 per San Paolo del Brasile: non vanno le due macchine per il caffè (guaste dall'8 giugno) e i comandi per scegliersi i film (fuori uso dal 30 maggio). Lo stesso aereo, sigla Ei-Ddh, altri. Il suo certificato di aeronavigabilità però è scaduto il 14 maggio. Andrebbe fermato per la revisione, ma forse è solo un errore di trascrizione della data. Il 24 giugno rieccolo a Fiumicino in partenza per New York. Forse hanno riparato i guasti? No, nemmeno le due macchinette del caffè. E il certificato di aeronavigabilità risulta sempre scaduto il 14 maggio. Il 24 giugno non stanno meglio i passeggeri sul Boeing Ei-Dbm della Roma- Tokyo. Fuori uso una macchina del caffè: ha la certificazione scaduta dal 16 maggio e non è stata sostituita. E 30 poltrone hanno da settimane il sistema video per i film inoperativo o mal funzionante.

Questo è un altro Boeing 777, sulla Roma- Tokyo il 16 giugno: dal 28 maggio non funziona il refrigeratore per i pasti della cucina anteriore vicino alla classe Magnifica, la business di Alitalia. E dalla fila 31 alla 37ABC niente schermi. Impossibile scegliersi il film per tutti i passeggeri del Roma-New York del 17 giugno per un guasto che, sempre secondo l'elenco delle anomalie, si trascina dal 5 giugno. Macchina del caffè rotta dal 15 marzo e otto schermi da una settimana sul Roma-Buenos Aires del 24 giugno. Aerei diversi e sempre con lo stesso tipo di guai.

Come sul Boeing 777 I-Disa che vola più volte a New York, Miami, Tokyo, Buenos Aires, San Paolo con alcuni monitor guasti addirittura dal 16 marzo e qualche decina dal 14 maggio, oltre a due toilette che si rompono a fine mese. Su questo aereo, che viaggia negli Usa, in giugno è fuori uso la telecamera di sorveglianza antiterrorismo che protegge la cabina di pilotaggio. Verrà poi riparata, entro i dieci giorni previsti dal regolamento. «Mancano pezzi di ricambio», confessa un addetto alla manutenzione, «le apparecchiature obbligatorie vengono sostituite cannibalizzando gli aerei fermi per manutenzioni più lunghe. È come il cubo di Rubik, si spostano i pezzi tentando di far coincidere scadenze e necessità. La sicurezza è garantita, per il resto si rinvia». Problemi che si trascinano da mesi. E per chi protesta, i rimborsi sono minimi. Come per il passeggero dell'Az 675 San Paolo-Fiumicino, il 2 marzo, che come risarcimento di un viaggio allucinante in classe Magnifica si vede accreditare 250 euro. Per un biglietto che può costare da 3.264 a 4.484 euro. Così è scritto nel modulo di reclamo di quel giorno: «Appena giunti a bordo e accomodati in classe Magnifica ci è stato comunicato che il sistema di intrattenimento era completamente fuori uso. Non ci è stato possibile vedere alcun film per un viaggio di 12 ore... Inoltre anche il pasto aveva un odore e un sapore strano ed era immangiabile».

Adesivo ad alta velocità
L'aereo riparato a ogni rifornimento con il nastro adesivo è uno degli Airbus A321 in partenza da Fiumicino per Londra il 17 giugno. Lo sportello è rotto da dieci giorni.
«Si usa un nastro regolamentare che resiste all'alta velocità. Se si stacca il nastro, vola via lo sportello. Ma di solito tiene», assicura un meccanico. Sullo stesso aereo è fuori uso da sei giorni una toilette e da due l'apparecchiatura ausiliaria che fornisce energia. Nello stesso periodo, su un altro Airbus A321 della rotta Fiumicino-Linate è inoperativo il computer di bordo, lato comandante, che gestisce tutte le operazioni di volo. Viene usato quello del copilota. È un'avaria da rimediare entro dieci giorni. Secondo i documenti dell'aereo il guasto risale al 26 maggio: cioè non viene riparato da 22 giorni. Forse un altro errore di trascrizione in un settore che non dovrebbe ammettere errori. Si risparmia anche in Air One. Perfino sulle ruote. Il 5 maggio il Genova-Roma delle 15.20 viene bloccato a terra dagli ispettori dell'Ente nazionale aviazione civile. Ha due gomme lisce. «È stato riscontrato che la tela interna, in corda, fuoriusciva dal copertone», dicono quel giorno i tecnici Enac: «Durante l'atterraggio c'era il rischio che i pneumatici scoppiassero». Altri guasti tra maggio e giugno costringono la compagnia a cancellare voli. O ad atterraggi di emergenza, come a Chicago e a Lamezia. Cai avrà salvato il tricolore volante. Ma intanto le manutenzioni degli aerei le fanno fare in Turchia, in Israele, a Singapore. Altro che italianità. Quasi 2 mila tecnici italiani, tra società primarie e indotto, rischiano di perdere il lavoro: alla manutenzione motori di Alitalia maintenance system a Fiumicino, all'Atitech a Napoli, all'Air One a Pescara. L'azzeramento delle manutenzioni in Italia: esattamente ciò che chiedeva il piano Air France.

I forzati della cloche
Chi protesta finisce male
. L'8 aprile la Cai avvia il licenziamento di un comandante Alitalia. Il pilota si è sfogato insultando l'azienda sul forum on line di un sindacato. I detective della compagnia hanno letto il post. Tra le frasi contestate: «Questi tra uno-due anni si dilegueranno con il malloppo». Dichiarazioni «in aperto contrasto con il vincolo fiduciario », scrive l'azienda. Nessun appunto tecnico invece alla sua abilità di comandante. Il modello di riferimento è sempre più City Liner, la società nata sotto Air One e che ora opera su destinazioni di Alitalia. Tra cui Monaco, Francoforte, Bruxelles, Salonicco e a volte il Milano-Roma-Milano. È la compagnia in cui i comandanti devono fare anche i copiloti. I dipendenti non hanno contratto di lavoro. Sono pagati a cottimo, nel senso che se i voli sono cancellati per guasto o maltempo, lo stipendio si spolpa a poco più di 1.500 euro al mese. Il record è proprio di un comandante e un copilota di City Liner, il 6 gennaio, una settimana prima dell'ingresso in Cai. Li fanno lavorare 18 ore e 40 minuti alla cloche: fino al momento in cui concludono il quarto atterraggio della giornata a Milano Malpensa, carichi di passeggeri con maltempo e una nevicata. Polverizzato il record del giorno precedente: 16 ore e 51 minuti, sempre con brutto tempo e neve. Violazioni ai limiti di guida che per un camionista qualsiasi costerebbero il ritiro della patente. Anche sotto l'ombrello Alitalia i piloti City Liner continuano ad avere poco tempo di riposo tra un turno e l'altro. A volte, se volessero dormire il minimo obbligatorio di otto ore, avrebbero appena 30 minuti per raggiungere l'albergo, cenare, addormentarsi, svegliarsi, lavarsi, vestirsi, fare colazione e tornare in aeroporto. Impossibile. Allora si autoriducono le ore a letto. Nata da appena sei mesi, la nuova compagnia di bandiera risparmia anche sul sonno.

(08 luglio 2009)

lunedì 13 aprile 2009

Il dolore e la rabbia


di Fabrizio Gatti

Gli allarmi inascoltati. La scossa devastatrice. Le vite spezzate. La disperazione dei sopravvissuti. Il dramma dei bambini. Il reportage di Fabrizio Gatti nella tragedia che ha sconvolto l'Abruzzo


Qualcuno adesso dovrà indagare
. Una volta sepolti i morti e sistemati gli sfollati, dovrà spiegare perché a L'Aquila il cemento impastato dieci o vent'anni fa già si sbriciola come pane secco. Dovrà dire perché queste travi si sono spezzate e hanno fatto un massacro. Come qui, adesso, in questa notte gelida, con il brivido delle scosse di assestamento e il vento del Gran Sasso che spazza le macerie di via Luigi Sturzo, centro città, cento per cento di morti nelle case nuove là in fondo alla strada. Nuove. Eppure sono venute giù. Questa bambina di tre anni che stanno tirando fuori immobile come una bambola non dovevano ridurla così. In questo momento lei doveva essere con gli altri sfollati a dormire sulle brande al campo sportivo. Invece la stanno portando all'obitorio dentro una coperta di lana sporca e strappata. Uccisa nel suo lettino, tra giocattoli e disegni sciupati dal crollo. Nessuno viene ad accarezzarle i capelli sbiancati e invecchiati dalla polvere. Non c'è nemmeno una persona che sappia dire qual è il suo nome. La sua mamma, il papà, la sua sorellina sono ancora là sotto. E là sotto ci sono tutti i loro vicini. Guardia forestale, vigili del fuoco e volontari cercano ormai solo cadaveri.

Se due mesi di sciame sismico riducono così il cemento, allora l'allarme lo dovevano dare molto prima. Invece questo passerà alla storia come il primo terremoto previsto in Italia. E, purtroppo, anche come il primo snobbato dalle autorità. Hanno ignorato l'annuncio del disastro molti sindaci della provincia per finire, su su, agli esperti della Protezione civile. Eppure la previsione di Giampaolo Giuliani, tecnico del laboratorio scientifico del Gran Sasso insultato e denunciato per procurato allarme, non è uno scoop da premio Nobel. Che la liberazione di gas radon dagli strati profondi delle rocce riveli l'arrivo di un forte terremoto, lo si impara al primo anno di Geologia all'università. Anche in Italia. È vero che non è possibile conoscere con precisione quando colpirà la scossa. Ma a L'Aquila e lungo l'Appennino la terra tremava e trema tuttora da fine febbraio. Avere un laboratorio di fisica proprio dentro il Gran Sasso, la montagna attraversata dalle faglie e dalle tensioni geologiche di questo disastro, era poi una immensa opportunità. Forse bastava sfruttarla. Nessun preallarme nemmeno per i soccorsi in una regione fatta di antichi paesi di sassi e pietre.

Lunedì mattina a Civita, una frazione a pochi chilometri da Onna, vicino all'epicentro in provincia, gli abitanti hanno dovuto sbarrare la strada a un convoglio dei vigili del fuoco per chiedere loro di estrarre due persone. Le hanno tirate fuori che erano già morte. I pompieri son ripartiti subito per L'Aquila. I cadaveri sono rimasti a Civita, per terra, fino alle quattro del pomeriggio: "Quando è arrivata un'auto delle pompe funebri", raccontano i testimoni. Sono le priorità a stabilire dove si devono fermare i convogli. I primi sono stati inviati dove c'erano più cadaveri: a L'Aquila, a Onna, a Paganica. Così gli abitanti delle piccole frazioni hanno dovuto aspettare. Non c'erano alternative. Da martedì, secondo la Protezione civile, con l'arrivo dei rinforzi da tutta Italia, anche i centri più piccoli sono stati raggiunti. Nonostante la previsione del terremoto, però, gli abitanti della città e di tutta la provincia avevano creduto alle rassicurazioni degli esperti della commissione Grandi rischi, riprese dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, dal governo e dalle autorità locali. Nessuno immaginava che perfino le costruzioni più moderne di L'Aquila fossero trappole. Non lo sapevano i ragazzi italiani e stranieri morti e feriti nel pensionato universitario, nemmeno i quattro studenti sepolti in due stanze prese in affitto in un'altra villa in via Sturzo. Non lo poteva sapere Alice Dal Brollo, 20 anni, scesa qui due anni fa da Cerete in provincia di Bergamo per studiare Scienze investigative. Morta anche lei con una sua compagna di camera: dormivano in una nuova palazzina sul fianco della collina. Non lo poteva immaginare Antonio Cristiani, poco più di cinquant'anni, di Sora in provincia di Frosinone, da ore in piedi con sua moglie a sperare e aspettare il salvataggio del loro figlio Armando, 24 anni, terzo anno di Fisica e inquilino con altri cinque coetanei di un condominio completamente raso al suolo.

Il terremoto ha gli occhi sfiniti dell'insonnia. Le mani giunte della mamma di Armando, di Alice, degli studenti che alle prime ore della notte sono ancora dispersi. Ha il calore del sottile soffio di brezza che precede le scosse più forti. Il suono che discende il fianco della montagna come un tuono lontano. L'asfalto che si fa liquido e i piedi che slittano come se stessero scivolando su un pavimento ricoperto di sfere. Gran parte delle strade di L'Aquila è da giorni al buio. In molte case però non manca la luce. Vedi le finestre illuminate dentro le tapparelle abbassate. Credi che ci sia qualcuno lassù. Invece è la fotografia di lunedì 6 aprile, ore 3,32, il momento esatto della scossa, 5,9 gradi della scala Richter, nemmeno un record in Italia.

A metà di via Sturzo la fuga di una famiglia su un'Alfa Romeo è rimasta bloccata al cancello, quando un grosso pezzo di cornicione l'ha colpita in pieno. In una camera da letto spogliata dai muri perimetrali è ancora accesa l'abat-jour sul comodino. Sui balconi sopravvissuti al crollo, il bucato steso domenica sera. I libri negli scaffali. Le sveglie che ancora suonano la mattina presto. Persiane semichiuse che ricordano le ville calcificate di Pompei. Istantanee di vita quotidiana. Al buio si intuisce la sagoma di quattro donne avvolte nelle coperte di lana. Si fanno coraggio insieme e dormono sulle sedie davanti alla casa di una di loro. Non hanno voluto andarsene al centro di raccolta. Pochi passi più avanti, in fondo a via Sturzo, le fotoelettriche illuminano il vuoto. Due ruspe rimuovono il groviglio di tondini di ferro. L'armatura a queste costruzioni non manca. Stupisce l'apparente fragilità del cemento. Tre o quattro ville, tutte uguali, si sono accasciate sui loro piani. Resta soltanto il tetto di due. In una sono morti due anziani. Nella seconda almeno quattro studenti tra i quali un ragazzo della zona di Vasto, in Abruzzo. La sua mamma sostenuta da un'amica piange da ore. «Ho provato a far suonare il suo telefonino», sussurra, «risulta irraggiungibile. Un collega di università di mio figlio ha invece chiamato il telefonino di un suo compagno di stanza sepolto là sotto. Quello suona ancora, ma da domenica notte nessuno risponde».

Subito più avanti il cumulo di macerie nasconde la bimba di tre anni e tutta la sua famiglia. Rimossi i blocchi di cemento, trovano prima il piccolo materasso del lettino. Si vede subito che apparirà un bambino. Non ci sono più bare. Nemmeno bodybag, i sacchi utili per trasportare le vittime delle emergenze, che l'Italia ha regalato negli anni scorsi alla Libia. I soccorritori liberano dai calcinacci una coperta di lana. La ripiegano per usarla come barella. Avvolgono la piccola nella lana e la adagiano sulla terra. Vigili del fuoco e guardia forestale interrompono per qualche minuto il lavoro a mani nude nei detriti. Li guida un abitante del quartiere in tuta blu, grigio di polvere fin nei capelli. «Adesso restano da trovare un'altra bambina, la sua mamma e il suo papà», spiega l'uomo al capo operazioni dei pompieri: «Poi dobbiamo tirare fuori gli anziani che abbiamo visto nella casa accanto. Ma non so quanti sono». Arriva finalmente l'ambulanza, allontanata per caricare le macerie su due grossi camion. «Come si chiama questa bambina?», chiede un'infermiera della Croce rossa. Nessuno sa rispondere. Non ci sono parenti. Non ci sono vicini. Tutti sotto le macerie. Forse una quindicina di morti. Tutti sepolti dal crollo di case relativamente nuove. Intorno le costruzioni più vecchie e i condomini sono rimasti in piedi. Hanno danni strutturali. La facciate bombardate. Ma i loro abitanti hanno almeno avuto il tempo di svegliarsi e fuggire.

In via Sant'Andrea all'angolo con Generale Francesco Rossi, prega la mamma di Armando Cristiani. Per arrivare fin qui bisogna sfidare i calcinacci che le scosse sparano come cecchini dalle cime dei palazzi. Antonio Rossi, il papà, cammina su e giù con un piccolo ombrello in mano e un sacchetto di biscotti sottobraccio. Era la cena che un vigile urbano gli ha regalato. Sulla montagna di macerie continua il lavoro di altri eroi. Rischiano la vita e altri crolli per salvare Marta, un'altra studentessa tradita dalle norme antisismiche dei palazzi dell'Aquila. Una ragazza raggiunta nel pomeriggio dagli speleologi e dai soccorritori del Club alpino taliano. «Marta ci ha detto di aver sentito delle grida salire dalla tromba delle scale. Una voce molto più sotto di lei», racconta uno speleologo: «Abbiamo chiamato, abbiamo provato ma non ci ha risposto nessuno». Antonio Cristiani è convinto che suo figlio sia lì ad aspettare che qualcuno lo tiri fuori. Erano sei studenti in affitto, in un appartamento al terzo piano. Tutti dispersi. «Ho sentito mio figlio sabato sera», racconta la mamma, «mi ha detto che c'era appena stata una forte scossa. Eravamo preoccupati, ma lui diceva che poi passava».Trema ancora la terra. Scosse forti che fanno crollare i muri che ormai non si reggono più. Gli speleologi portano in superficie Marta, la avvolgono, la caricano su un'ambulanza. «La ragazza era incastrata accanto a un armadio», racconta il soccorritore che l'ha liberata: «Sotto c'era il vuoto e dovevamo stare molto attenti a non farla cascare più in basso». Questi soccorritori sono ragazzi di poche parole. Lo speleologo dice solo che di mestiere fa il carpentiere- saldatore: «Niente nomi, non servono». E se ne va sulla montagna di macerie a cercare Martina, studentessa di Ingegneria gestionale. È la grande Italia dei volontari, quanto mai uniti da Nord a Sud. I genitori di Martina aspettano avvolti in una coperta. Il padre è rassegnato: «Ormai mi devo mettere il cuore in pace». In via Persichetti, altro quartiere, altra strage. I condomini sono sbrecciati. Le case dell'Ottocento sembrano quasi indenni. In mezzo il crollo delle palazzine più nuove ha spianato l'isolato. Due bare attendono in mezzo alla strada che qualcuno le recuperi: "L'Aquila - Visa Persichetti, non identificata", scrive un soccorritore con il pennarello sul nastro adesivo. L'assenza di funzionari dell'anagrafe impedisce al momento di sapere chi sono i residenti a ogni indirizzo. L'identificazione verrà fatta nei prossimi giorni. Anche se la mancanza di numero civico sul nastro adesivo non sarà d'aiuto. Appare nel buio Pasqua E. , la mamma di Alice Dal Brollo. È arrivata da Cerete in provincia di Bergamo e scopre che nessuno sta scavando nella casa di sua figlia. Poco fa c'è stata una scossa oltre il quarto grado Richter. Per questo i vigili del fuoco si sono allontanati. Tornano poco dopo con la guardia forestale. «Alice è sicuramente lì. Una sua compagna di stanza l'hanno già trovata morta. Un'altra, ritornata a L'Aquila da Sora poco prima del terremoto, è riuscita a scappare. Forse mia figlia è bloccata». La quarta studentessa, anche lei di Sora, deve ringraziare l'influenza che si è presa. E domenica sera non è tornata a L'Aquila.Alle nove del mattino i genitori scoprono che Alice è morta. Come Luigi Giugno, 34 anni, guardia forestale, ucciso nell'unica camera da letto crollata nel loro palazzo. L'hanno trovato sopra il lettino del suo bimbo, Francesco, 2 anni, che ha tentato inutilmente di proteggere. Accanto il cadavere della moglie e la valigia già pronta per il ricovero al reparto maternità. Francesco questa settimana avrebbe avuto una sorellina. Anche la loro casa sembrava sicura. Dovremmo costruire case antisismiche, come in Giappone e in California dove i palazzi tremano ma pochi si fanno male. Invece spenderemo quei soldi per un grande ponte a Messina. Silvio Berlusconi l'ha ripetuto in questi giorni. Dove? Dopo aver visto le macerie a L'Aquila.

(07 aprile 2009)

sabato 24 gennaio 2009

Coca made in Cia

L'ESPRESSO
di Fabrizio Gatti

Aerei dell'intelligence Usa per portare a Guantanamo i sospetti terroristi e usati ora per il narcotraffico. E mentre la produzione di droga è in forte aumento, l'Onu manipola i dati. La denuncia dell'associazione Libera

Dai rapimenti degli attivisti musulmani in Europa al traffico di droga in Colombia. Nel lavoro sporco della Cia, l'agenzia di intelligence degli Stati Uniti, non si butta via niente. Nemmeno gli aerei usati dal governo Usa nelle operazioni di 'extraordinary rendition': il trasferimento al lager di Guantanamo o nelle celle delle torture in Medio Oriente degli integralisti sospettati, con o senza processo, di complicità con i terroristi di Al Qaeda. Alcuni di quegli aerei sono ricomparsi sulle rotte clandestine che uniscono l'America del Nord alle zone di coltivazione o di transito dell'oro bianco. È l'eredita che l'amministrazione di George W. Bush lascia al mondo: un livello di produzione e di diffusione della cocaina fuori controllo. Grazie anche al contemporaneo fallimento degli studi e delle stime dell'agenzia antidroga delle Nazioni Unite, lo United Nations office on drugs and crime di Vienna diretto dall'italiano Antonio Maria Costa, il principale organismo mondiale che con i suoi rapporti annuali dovrebbe monitorare l'attività dei narcos e indirizzare le politiche di contrasto dei governi. Una ricerca di Alessandro Donati, ex dirigente del Coni e consulente dell'Agenzia mondiale antidoping, ha verificato i dati forniti dall'Onu sul traffico di coca. E ha scoperto che da anni le cifre sono sottostimate. Un grande buco nei numeri che porta a sottovalutare la quantità di droga in circolazione proprio nel periodo in cui, anche in Italia, la polvere bianca è diventata una sostanza di largo consumo a cominciare dai ragazzi delle medie superiori, i prezzi della dose diminuiscono e la 'ndrangheta calabrese è salita ai vertici delle importazioni in Europa.

Sotto copertura Conviene cominciare dalle operazioni coperte in corso tra Colombia e Stati Uniti. Ed ecco che appaiono in cielo gli stessi aerei usati dalla Cia per portare prigionieri a Guantanamo. Nulla di segreto, ormai. È tutto su Internet. 'L'espresso' ha ripercorso le tracce. Partendo da un incidente avvenuto in Messico e dagli elenchi forniti dal ministero dei Trasporti britannico sui voli sospetti della Cia in Europa.

Il 24 settembre 2007 un Gulfstream II, un lussuoso jet d'affari, attraversa lo spazio aereo messicano. I piloti puntano a nord, verso il confine degli Stati Uniti. Ma in pochi istanti capiscono di essere nei guai. Forse hanno tenuto una quota troppo bassa quando si sono dovuti nascondere ai radar. E per questo i due motori hanno consumato più del previsto. Devono atterrare al più presto. Anche se il carico che hanno distribuito in modo bilanciato tra i sedili non è di quelli che si possono dichiarare in dogana: 126 valigie per un totale di 3 tonnellate e 300 chili di cocaina purissima. Forse la causa dell'eccessivo consumo è proprio quel sovraccarico: l'equivalente di 41 passeggeri per un aereo che di solito ne porta 14. I due piloti chiedono l'autorizzazione per atterrare a Cancun. Ma l'aeroporto rifiuta. Riprovano con Merida, a qualche minuto di volo. Respinti anche lì. Vengono intercettati e inseguiti da un elicottero dell'esercito. L'aereo si abbassa e senza più carburante va a schiantarsi sulla foresta al centro della Penisola dello Yucatan. La fusoliera si rompe in tre tronconi. La mancanza di benzina evita l'esplosione. I due piloti e il terzo a bordo si salvano. E quando dopo alcune ore vengono rintracciati dai militari, chiedono di contattare il consolato degli Stati Uniti. "Sono yankee", intuiscono subito i soldati. Le valigie piene di cocaina vengono trovate tra i rottami. E qui finiscono le notizie ufficiali. La stampa locale racconta che il Gulfstream era partito da Rionegro, in Colombia. E Rionegro non è altro che il municipio che ospita l'aeroporto di Medellin, una delle capitali dei narcos.

Anche le marche dell'aereo sono nordamericane: N987SA. Ma quando investigatori messicani e giornalisti scrivono la sigla nei motori di ricerca di Internet, ecco la sorpresa. L'aereo compare nei due elenchi che il ministero dei Trasporti di Londra ha consegnato al Consiglio d'Europa per le indagini sui voli della Cia e il rapimento di cittadini sospettati di legami con il terrorismo. Tra il 2001 e il 2004 il Gulfstream vola 18 volte tra Gran Bretagna, Irlanda, Francia e, secondo le registrazioni americane, tra gli Stati Uniti e Guantanamo. Fino al giorno dell'incidente in Messico, l'aereo appartiene a società coinvolte in traffici con la Colombia o in servizi governativi.

Un altro aereo della Cia viene usato nel novembre 2004 per trasportare oltre una tonnellata di cocaina in Nicaragua. Dopo un atterraggio in un campo di cotone, qualcosa va storto e il Beechcraft 200 con sigla N168D viene abbandonato. La stessa sigla appare negli atti della commissione d'inchiesta dell'Europarlamento, guidata dall' italiano Claudio Fava, sui sequestri di persona degli 007 di Washington in Europa. E anche nell'elenco del ministero dei Trasporti britannico, con voli in Iraq, Grecia, Italia (Cagliari), Spagna, Portogallo, Germania, Islanda. Tra il 2002 e il 2004 la sigla N168D risulta intestata alla Devon Holding & Leasing che, secondo l'inchiesta del Parlamento europeo, è una società di copertura del governo Usa. Nella rete inestricabile tra operazioni legali e complicità degli agenti segreti corrotti restano coinvolti altri aerei: tra questi un vecchio Dc 9 con 5 tonnellate e mezzo di cocaina a bordo, atterrato per un guasto in Messico nell'aprile 2006. I piloti fuggono. Per settimane l'autorità aeronautica di Washington non rivela chi siano i proprietari. Risulterà poi una società in contatto con la Cia che, proprio pochi giorni prima del volo carico di coca, ha venduto il Dc 9. C'è un grande bisogno di mezzi per trasportare la droga dalle zone di produzione alle zone di smistamento verso Usa e Europa. Il 16 dicembre 2008 nello Stato messicano di Sonora, al confine con gli Usa, vengono sequestrati sette aerei attrezzati per la fumigazione delle coltivazioni. Non dovrebbero trovarsi lì. Erano stati assegnati alle operazioni antidroga in Colombia. Qualcuno li ha poi impiegati per il trasporto della coca verso gli Stati Uniti.

Carte false La tabella pubblicata a pagina 35 rivela la consuetudine degli esperti delle Nazioni Unite di ritoccare i dati pubblicati sulla produzione di cocaina nel mondo. Prendiamo il 2004: quante tonnellate di droga sono state prodotte, 687, 937 o 1.008? La ricerca di Alessandro Donati, promossa dall'associazione antimafia Libera di don Luigi Ciotti, dimostra ora che i numeri forniti dall'agenzia di Vienna, oltre che ritoccati, sono da anni sottostimati. Così come quelli divulgati dal governo degli Stati Uniti. Donati per tutto il 2008, giorno per giorno attraverso Internet, ha raccolto i dati sui sequestri di coca, le piantagioni distrutte, le raffinerie scoperte e i precursori chimici intercettati in Colombia e nel resto del mondo. Dati ufficiali pubblicati da siti governativi, comandi militari e di polizia. E subito i conti non tornano. Soltanto per i sequestri nel mondo di cloridrato di coca, la sostanza finita, si arriva nel 2008 a 778 tonnellate. L'Onu non ha ancora stabilito la stima per il 2008. Ma per il 2007 ha dichiarato una produzione di cloridrato di coca di 994 tonnellate, di cui ben 600 in Colombia. Se queste cifre fossero vere, significherebbe che la cocaina sequestrata nel 2008 equivale al 78,26 per cento della produzione planetaria del 2007. Cioè l'indiscutibile successo delle politiche antidroga mondiali che, per quanto riguarda la coltivazione delle piante di 'erythroxylum coca', si restringono a un'unica politica: il controllo degli Stati Uniti attraverso la guerra ai narcos su Colombia e Messico e i tentativi di influenzare gli altri paesi della regione, come il Venezuela. In testa alle spese di Washington, per quanto riguarda la cocaina, c'è infatti il Plan Colombia avviato nel 2000: 4 miliardi e mezzo di dollari pagati dai contribuenti americani per le operazioni militari dichiarate o segrete, la distruzione delle piantagioni, l'introduzione di colture sostitutive. Aumentare le stime sulla produzione di coca e avvicinarle ai dati reali, significherebbe però denunciare ai contribuenti il fallimento del Plan Colombia. Forse è proprio per questo che i numeri dell'agenzia di Vienna delle Nazioni Unite coincidono, tranne che per piccole differenze, con quelli divulgati dal Dipartimento di Stato americano. Ma a forza di ritocchi al rialzo per evitare che la quantità di droga sequestrata superi quella prodotta, il risultato diventa ugualmente clamoroso. L'Onu (seguito dal Dipartimento di Stato) dichiara infatti una produzione in Colombia di 300 tonnellate nel 1996 e di 600 nel 2007. In altre parole: l'intervento degli Stati Uniti e l'arrivo dei finanziamenti di Washington hanno provocato il raddoppio della produzione di cocaina. La realtà delle cifre e dei narcodollari in gioco però è molto più drammatica. Chi ha alterato i dati? E soprattutto perché?

I laboratori clandestini Nessuno ha mai denunciato il fallimento del piano di Washington che, con le sue ricadute nel traffico, riguarda anche l'Europa. Tanto meno l'ha fatto l'ufficio dell'Onu affidato prima a Pino Arlacchi e ora ad Antonio Maria Costa. Eppure l'agenzia di Vienna avrebbe avuto gli strumenti per farlo. E anche i finanziamenti: 332 milioni di dollari di budget nel 2008 e tra i finanziatori prima è la Commissione europea, secondo il Canada, terzi gli Stati Uniti, davanti a Svezia, Italia e Olanda. La ricerca di Libera esamina, tra i moltissimi aspetti, l'attività dei 'cristalizaderos': i laboratori clandestini in cui la pasta di coca viene trasformata in cloridrato. "Nel corso del 2008", scrive Donati nel resoconto che sarà pubblicato sul numero di febbraio di 'Narcomafie', "sono state registrate in Colombia 2.338 azioni antidroga che hanno riguardato la scoperta e la distruzione di più di 3.400 laboratori del prodotto intermedio e di 311 cristalizaderos... Le autorità hanno formulato la stima della produzione mensile per 152 cristalizaderos, cioè la metà del totale". E anche questo risultato smentisce i dati delle Nazioni Unite: "Sommando le 152 stime", spiega Donati, "si giunge a un totale di 599 tonnellate e 494 chili di produzione mensile di cloridrato di cocaina". In un solo mese si raggiunge la produzione annua stimata dall'Onu (600 tonnellate). A questo andrebbe sommata la produzione degli altri cristalizaderos sequestrati e di quelli mai scoperti. La ricerca di Libera fa il calcolo: "Il risultato finale dell'elaborazione permette di ritenere che i 311 cristalizaderos distrutti in Colombia abbiano prodotto nel 2008 almeno 1.400 tonnellate di cloridrato di cocaina... Una stima della produzione colombiana per il 2008 di almeno 2 mila tonnellate va considerata prudenziale, anche se è 3-4 volte maggiore delle stime dell'Onu e 4-5 volte maggiore delle stime statunitensi". Anche le inchieste antimafia italiane smentirebbero le cifre dell'agenzia di Vienna: 600 tonnellate è soltanto la quantità trafficata in Europa ogni anno da camorra e 'ndrangheta.

I conti non tornano nemmeno se si considera la superficie di coltivazioni distrutte dai veleni, che tra l'altro eliminano anche chi vive nell'area: il 4 agosto 2008 nel dipartimento di Vichada in Colombia è stata segnalata la morte di 25 bambini delle comunità sikuanos, guayabweros e nukak dopo le operazioni di fumigazione. "Le sistematiche manipolazioni dei dati di cui si è reso autore l'ufficio Onu per la lotta alla droga con le autorità statunitensi", commenta Donati, "hanno avuto un solo orientamento: quello di sottostimare al punto da rendere i loro valori grotteschi. Questa pervicacia non può essere spiegata solo dal bisogno di dimostrare che il proprio ruolo di lotta alla droga è stato efficace. Gli esperti americani avrebbero avuto tutti gli anni a disposizione per correggere il tiro. Se non l'hanno fatto, devo concludere che il vero obiettivo del Plan Colombia fosse un altro: quello di mettere le mani in pasta. Quindi parti dello Stato hanno ingannato il Congresso americano".

È quasi la stessa conclusione scritta nel 2005 in una relazione della commissione Affari esteri del Senato Usa: "La mancanza di prove evidenti di progressi documentati nella guerra contro la droga e nella neutralizzazione dei gruppi paramilitari è sconcertante", scrivono i senatori, "considerando i miliardi di dollari di cui il Congresso ha approvato lo stanziamento per finanziare, fin dal 2000, il contrasto alla droga e l'eradicazione delle piantagioni". Tra le firme, quella di un senatore che da pochi giorni è responsabile di quanto sarà o non sarà fatto nel futuro. Il nome è l'ultimo in basso nel documento: Barack Obama, Illinois.
(23 gennaio 2009)