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mercoledì 17 marzo 2010

La sindrome del padrone


di EDMONDO BERSELLI

La questione politica, e ormai anche strutturale e storica del rapporto fra Silvio Berlusconi e la giustizia, è diventata una questione di sistema, perché fra il premier e le articolazioni della magistratura è scattata la guerra totale.

Ormai Berlusconi sta accentuando il suo ruolo proprietario, in quanto il premier tratta da padrone le istituzioni giudiziarie e le autorità neutrali. Lo si vede con l'atteggiamento assunto verso la procura di Trani, trattata come un tassello del complotto che si starebbe sviluppando contro la presidenza del Consiglio, con una funzione schiettamente politica, e con le parole rivolte verso l'AgCom, considerata semplicemente come un pezzo dell'immensa manomorta berlusconiana.

Sotto questa luce, è l'intera Italia a essere di proprietà del capo del governo. Nel silenzio dell'opinione pubblica, e nella sostanziale acquiescenza delle opposizioni, Berlusconi ha aumentato a dismisura il suo potere, anzi, le sue proprietà. Si è sentito autorizzato a intervenire sull'Agenzia per le comunicazioni con l'atteggiamento e con le parole del padrone, insofferente di norme e convenzioni, e incapace di trattenersi: "Ma non riuscite neppure a chiudere Annozero?". "È una questione di dignità", dice al commissario Giancarlo Innocenzi, "Ti ho messo io in quel posto". Quindi regolati di conseguenza. Il che dimostra la sua intuizione di essere, più che un politico, un imprenditore senza limiti etici, cioè con la possibilità di conquistare tutto, con la violenza di una funzione anti-istituzionale che si esercita giorno per giorno.

Si instaura così un nuovo triangolo delle mille sfortune, tra la presidenza del Consiglio, la magistratura e l'Agenzia per le comunicazioni. Al centro del triangolo si è collocato, con la sua consueta forza strategica, il premier Berlusconi. Ormai da anni sta insistendo che in Italia c'è un problema da risolvere, ed è quello del rapporto fra la politica e la magistratura. "Alcune procure", secondo il premier, che non ne ha mai citata una, composte da "toghe rosse", da "giudici comunisti", stanno conducendo una battaglia "contro la democrazia", nel tentativo di liquidare per via giudiziaria il capo del governo.

In queste condizioni, il "padrone" Berlusconi tenta di frenare il funzionamento dei processi che lo riguardano, come quello contro l'avvocato inglese Mills e i processi All Iberian e i diritti televisivi. Ma dal sistema penale spuntano casi giudiziari a iosa, in modo anche casuale come quello di Trani, per cui a suo modo, nella sua logica proprietaria, Berlusconi ha ragione: come è possibile che, possedendo tutto, gli sia impossibile controllare tutto ciò che possiede o crede di possedere in virtù del voto popolare, compresi i processi e le inchieste giudiziarie? E come mai non è possibile, da parte sua, padrone assoluto dei media, controllare il sistema televisivo e i programmi politici di approfondimento e di dibattito? Che ci sta a fare l'Agenzia per le comunicazioni, se non esegue i comandi che vengono dall'alto? Naturalmente Berlusconi ignora, volutamente, la complessità del sistema della comunicazione pubblica. Ai suoi occhi basterebbe una telefonata all'Innocenzi di turno per stroncare un programma come quello di Michele Santoro (o come il salotto di Floris o della Dandini), considerato da mesi una delle "fabbriche di odio" nei confronti del premier e del Popolo della libertà.

È una situazione disperata, quella di Berlusconi, che lo induce a gesti disperati, o almeno terribilmente disinibiti, nel senso che fanno a pezzi il tessuto generale delle istituzioni del nostro Paese. Il "padrone" non riesce più a comandare, il suo partito si sta sfaldando, e i vari cacicchi cercano un'area di autonomia personale e politica. Berlusconi teme una "sindrome francese" e una sostanziale non vittoria alle elezioni regionali. Paradossale situazione del padrone che non riesce a spadroneggiare fino in fondo, pur cercando di farlo in tutti i modi. C'è una contraddizione intrinseca nell'azione di Berlusconi, e la formula proprietaria o "padronale" la riassume tutta, senza risolverla. Ma la questione è: in una democrazia può il capo del governo rivolgersi come un padrone alle autorità di garanzia?

(17 marzo 2010)

martedì 22 dicembre 2009

La pubblicità del Cavaliere


di EDMONDO BERSELLI


Gli ultimi sondaggi sembrano attestare una significativa crescita di consenso di Silvio Berlusconi dopo l'aggressione di Piazza del Duomo (l'indice sarebbe cresciuto di sei-sette punti). I numeri sono la prova provata del successo propagandistico ottenuto dalla campagna del Pdl.

In sintesi, secondo Fabrizio Cicchitto e soci: i nemici del Cavaliere hanno creato un clima di odio, e in questa atmosfera livida si è scatenata la violenza di Massimo Tartaglia. Uno "psicolabile", che però ha riassunto nel suo gesto l'avversione antropologica verso il premier, un sentimento che secondo il sondaggista Renato Mannheimer accomuna il 20-25 per cento del centrosinistra.

L'aspetto pubblicitario di questo argomento è stato immediatamente raccolto ieri nella telefonata del premier ai giovani del Pdl radunati a Verona. Il ragionamento di Berlusconi è stato di una semplicità assoluta. Quando si racconta che il capo del governo non soltanto frequenta minorenni (e prostitute), ma viene additato anche come corruttore, mafioso e stragista, non c'è da stupirsi se certe menti deboli si fanno prendere la mano. Fin qui l'inversione dei fatti e delle responsabilità è vistosa. Le accuse, o almeno le critiche, a Berlusconi non derivano da un "cervello unico della sinistra"; a parlare di minorenni è stata Veronica Lario; di escort un'inchiesta giudiziaria barese; di corruzione di testimoni (il caso Mills) la sentenza di un tribunale, di mafia un pentito nel corso di un processo regolarmente istruito.

Ma ignorare la realtà è una delle migliori specializzazioni del Pdl. Di fronte a ogni contestazione sui fatti, in base a notizie circostanziate, i portavoce della destra rispondono strillando contro i fomentatori di odio e i celebri mandanti morali. Quando in realtà, di fronte a ciò che dicono, che so, Marco Travaglio o Antonio Di Pietro, si tratterebbe solo di capire se è vero o se è falso. Al di là della loro aggressività possono essere smentiti o no? Da parte dei "combattenti" della destra, come Maurizio Lupi e Fabrizio Cicchitto, non si è mai ascoltata una contestazione seria su fatti ed episodi concreti. In questo modo la retorica nazionale sull'odio è diventata un dato di fatto, una specie di incontestata realtà ambientale. E Berlusconi, che ha fabbricato una carriera politica proprio dividendo in due la società italiana e separando i nemici, "i comunisti", dai cittadini per bene, oggi può consentirsi di fare il benevolo padre della patria, augurandosi che "da un male nasca un bene" e che l'odio svanisca dalla politica.

Sarebbe tuttavia un fraintendimento, e grave, pensare che il premier sia cambiato. E che sia cambiata la sua concezione della politica. Vero è che dalla convalescenza di Arcore sfoggia formule di tolleranza volterriana ("Da quest'ultima esperienza dobbiamo essere ancora più convinti di quanto abbiamo praticato fino ad oggi e cioè che sia giusto il nostro modo di considerare gli avversari come persone che la pensano in modo diverso da noi, ma che hanno il diritto di dire tutto ciò che pensano, che noi dobbiamo difenderli per far sì che lo possano dire e che non sono nemici o persone da combattere in ogni modo, ma sono persone da rispettare. Lo facciamo noi con gli altri e ci piacerebbe che lo facessero gli altri nei nostri confronti").

Tuttavia queste sono parole. Dietro ci sono le idee. E le idee di Berlusconi sulla democrazia liberale sono a dir poco singolari. Perché il premier e i suoi uomini sono convinti di poter imporre la loro agenda politica anche all'opposizione. Sarebbe utile formulare un programma di riforme istituzionali per rendere più efficiente lo Stato e più giusta la giustizia? Già, ma per avviare un riforma condivisa il Pd faccia il piacere di liberarsi dall'alleato più ingombrante e vocale, cioè Antonio Di Pietro, ormai demonizzato senza pietà come un eversore. E Pier Luigi Bersani si tolga dai piedi le ultime cianfrusaglie movimentiste, rinunci alle idee "socialiste", e se è il caso abbandoni al loro destino anche gli esponenti più combattivi, i "bolscevichi bianchi" irriducibili al "consenso organizzato" (di brezneviana memoria) come la pasionaria Rosy Bindi.

A suo modo la concezione di Berlusconi è talentuosa, anche se lontana da ogni concezione moderna della democrazia. Il premier sta rivelando ciò che ha sempre pensato, nella sua ormai lunga carriera pubblica. La politica è unica, senza distinzioni fra maggioranza e minoranze. Senza articolazioni culturali, ideologiche e neppure organizzative. Si tratta semplicemente di annettere per corporazioni, o per "caste", i blocchi politici dell'intero spettro rappresentativo. Il resto viene di conseguenza: riforme concesse dall'alto, come le costituzioni nell'Ottocento, per ritagliare giochi di ruolo da attribuire a partiti-simulacro. Una società d'ordini come nell'ancien régime. Retorica epocale su federalismi e autonomie, in modo da nascondere la realtà del comando unificato e dell'opposizione ridotta a flebile strumento di sua Maestà. Una Costituzione aziendale per assecondare il decisionismo post-democratico. E sullo sfondo, insieme con il perdono di Stato per il premier-sovrano da attuare con leggina ad personam, o con inciucio kolossal, ecco infine l'immagine che incombe sul sistema democratico: quella del "partito unico", approvato con elevati sondaggi e un senso di liberazione dall'odio dalla democraticissima e disincantata Italia contemporanea.

(21 dicembre 2009)

giovedì 22 ottobre 2009

L'antipolitica del rancore


di EDMONDO BERSELLI


Nel social network Facebook, il gruppo "Uccidiamo Berlusconi", inaugurato nel settembre del 2008, è ancora attivo. Ieri sera alle 20 contava 12.333 iscritti; dopo poco più di un'ora se n'erano iscritti altri 600. Secondo l'"amministratore" del gruppo, si tratta di una iniziativa goliardica, che pubblica "affermazioni bizzarre".

In realtà, basta scorrere i messaggi "postati" dagli iscritti per capire che è un catalogo di odio. Succede, nella Rete. Il web consente l'anonimato, e con l'anonimato il manifestarsi gratuito delle pulsioni più elementari e scandalose. Un incidente serio era già accaduto qualche giorno fa, allorché un giovane impegnato nel Pd di Vignola si era chiesto perché nessuno assoldasse un killer per togliere di mezzo il capo del governo. Adesso, la scoperta che 12 mila sciagurati si sono iscritti a un gruppo intitolato all'uccisione del premier peggiora gravemente la situazione. Perché è l'espressione collettiva di un'avversione totale, senza scampo, irriflessa: una specie di autismo espressivo, l'indizio di una malattia psicologica priva di antidoti culturali.

Barbarie, insomma.
Barbarie modernissima e arcaica insieme, come se tra i frequentatori del web, cioè nella parte più aggiornata della società italiana, allignasse un virus capace di spegnere l'intelligenza e di liberare gli istinti più insidiosi. Certo, basta un clic, cioè un gesto quasi automatico, per aderire ai gruppi d'interesse più inquietanti. Si può anche immaginare che, presi uno per uno, gli iscritti al gruppo "Uccidiamo Berlusconi" giustificherebbero facilmente e scioccamente la loro iscrizione e i messaggi inviati, magari con un'alzata di spalle: leggerezze senza importanza. Tanto è vero che su Facebook ci sono circa 500 siti con un titolo che comincia con "Uccidiamo...". E che nel frattempo è stato fondato un altro gruppo, simmetrico, intitolato "Uccidiamo chi vuole uccidere Berlusconi".

Questioni di revanscismo. Ma si può anche legittimamente pensare che alcuni individui, fra le migliaia di antiberlusconiani iscritti al gruppo, siano davvero convinti che la politica italiana possa cambiare soltanto con un colpo violento. Oppure che, più semplicemente, affidino a una violenza figurata la loro frustrazione politica: "Un anonimo autocarro alle quattro di mattina, il prelievo, e poi nulla", come in un film di spionaggio, come i rapimenti e le vendette in un regime dittatoriale.

Tutto questo ha effetti penosi sul clima politico, e non soltanto perché consente alla destra più animosa di alimentare polemiche che ogni volta alludono a una presunta simpatia della sinistra verso gli estremismi; ma perché contribuisce in primo luogo ad alimentare un clima di avversione di cui per molte stagioni proprio la sinistra ("i comunisti") è stata ed è il bersaglio principale. Non è facile oggi, anzi è praticamente impossibile, immaginare atti reali di violenza politica ai danni di Berlusconi o altri uomini di governo. Anche il vecchio episodio del treppiede scagliato contro il Cavaliere, qualcuno lo ricorderà, apparteneva al genere degli atti folli quanto innocui. Ma le espressioni più o meno goliardiche, più o meno bizzarre, si collocano inevitabilmente a fianco delle lettere minatorie firmate da sigle terroristiche minacciose quanto sconosciute, e danno il loro contributo a illividire l'atmosfera politica.

Se è possibile, tuttavia, "Uccidiamo Berlusconi" ha un significato profondo ancora più disarmante, in quanto testimonia una specie di abdicazione dalla politica. Certo minoritaria, legata a ispirazioni dettate dalla solitudine rancorosa della Rete, e tuttavia a suo modo significativa. Perché rappresenta una rinuncia implicita ai metodi e alle procedure della politica, come se fossero inutili. È una specie di antipolitica rovesciata, che mostra un profilo speculare all'antipolitica stessa, di cui Berlusconi è stato un maestro. E che sicuramente si sottrae al perimetro delle convenzioni che regolano la polis. Sembra quasi di assistere a una secessione silenziosa, a un esodo muto e rancoroso, accompagnato da una scia di risentimenti che si sottraggono a ogni norma politica e a ogni codice di civiltà. Probabilmente è in questa rinuncia, in questa secessione irresponsabile, il messaggio più preoccupante che proviene silenziosamente del web.

(22 ottobre 2009)

sabato 26 settembre 2009

Il problema Bersani



di Edmondo Berselli

Se l'ex ministro vincerà le primarie del Pd dovrà usare il meno possibile la parola sinistra

Circola la sensazione che Pier Luigi Bersani vincerà agevolmente le primarie del Partito democratico. Ma probabilmente Bersani non è la soluzione, è il problema. Perché la conquista della leadership del Pd da parte sua rappresenta la riproposizione del modello socialdemocratico di ispirazione emiliana, che appare in grado di mobilitare larghi settori della sinistra classica, ma che nello stesso tempo configurerebbe il Pd, partito ancora relativamente nuovo, come l'erede diretto del Pci e delle sue filiazioni post Ottantanove.

Di questo apparente salto all'indietro, Bersani non ha colpa. Da mesi sta elaborando una 'narrazione' culturale che cerca di tenere insieme culture diverse, appellandosi ai centocinquant'anni di storia che accomunano il movimento operaio e socialista, l'associazionismo cattolico, il mutualismo cooperativo rosso e bianco. Tutto questo proprio per cercare di superare i confini storici della sinistra, le spaccature e gli steccati del Novecento, i conflitti ideologici e civili che hanno diviso comunisti e cattolici.

Sembrerebbe un compito tutto sommato facile, se non fosse che la frattura tra gli eredi del Pci e i democristiani memori del degasperiano "partito di centro che guarda a sinistra" fa ancora sentire i suoi effetti. Sostengono i cattolici che hanno scelto la mozione Bersani, in particolare Enrico Letta e Rosy Bindi, che il rimescolamento fra le culture è già in corso, e se si completerà, il Pd avrà raggiunto il suo scopo. Tuttavia siamo sempre nel discorso ipotetico. E i contraccolpi sono sempre possibili, come si è visto con le sortite di Francesco Rutelli agli stati generali dell'Udc, dove il candidato antiberlusconiano del 2001, fondatore del Partito democratico, ha prefigurato lo scioglimento del patto da cui nacque il Pd, e una possibile confluenza centrista.


Se con il successo di Bersani dovesse verificarsi un contraccolpo nel Pd, con la diaspora di esponenti cattolici, è probabile che dal punto di vista quantitativo ciò non sia un fenomeno politico rilevante. Sarebbero segmenti di nomenklatura a spostarsi nella mappa politica, mentre gli effetti sull'elettorato, almeno nel breve periodo, sarebbero tutti da verificare. Di certo, o almeno probabile, c'è che un rafforzamento dell'area centrista, al momento presidiata dall'Udc, appare nell'ordine delle cose. Verso il centro convergono in questo momento frange cattoliche rese inquiete dalle rivelazioni sulla vita privata e pubblica di Silvio Berlusconi, preoccupate dalla violenza mediatica rivoltasi verso il direttore di 'Avvenire', nonché fasce moderate che non gradiscono l'egemonia esercitata dalla Lega sulla coalizione di destra.

Al contorno di tutto questo c'è la convinzione di nuclei forti di potere, a cominciare dall'establishment economico-finanziario e dai vertici confindustriali e di categoria, che la destra è una coalizione tenuta insieme dalla figura di Berlusconi. Ma nel dopo? C'è un protagonista in grado di assumersi la leadership del Pdl e di gestire utilmente il rapporto di coalizione con la Lega? E di trattare con chiarezza di obiettivi l'arco delle riforme necessarie? Oppure quando verrà il momento della successione occorrerà un ridisegno complessivo del sistema politico, fino a configurare il 'modello Kadima', partito della nazione, luogo di una politica consensuale?

Va da sé che il ridisegno centrista, connesso esplicitamente alle élite economiche (vedi l'attivismo trasversale di Luca Cordero di Montezemolo) e nello stesso tempo legato alle sensibilità moderate del cattolicesimo diffuso, appare irresistibile per molti ambienti che si sono stancati del 'primato della politica'. UnGrande Centro, magari anche piccolo, un Centrino, che fosse in grado numericamente di condizionare la formazione delle alleanze elettorali e delle maggioranze parlamentari, sembra uno strumento irresistibilmente attraente per relativizzare la politica.

Non è un caso che Dario Franceschini si aggrappi alla difesa del bipolarismo. Il progetto del Centro implica la sconfessione del modello politico su cui il centrosinistra ha scommesso negli ultimi quindici anni, e un rimescolamento delle carte da cui potrebbe uscire una democrazia negoziale, basata sulla trattativa continua tra partiti alleati, e su un fitto tessuto di mediazioni con i settori economici. A occhio, Bersani dovrebbe fare tutto il possibile per disinnescare questo progetto. Ma per farlo sarebbe opportuno che non sbandierasse troppo spesso la parola 'sinistra', anche se fa parte della sua identità. La sinistra è meglio farla con i programmi, anziché con gli slogan.



(18 settembre 2009)

lunedì 31 agosto 2009

Se manca la riserva



di Edmondo Berselli


Al di là del Capo dello Stato c'è un grande vuoto di personalità cui chiedere il sacrificio dell'impegno pubblico

Le ultime rivelazioni sulla dipendenza sessuale del premier (vedi la nuova edizione del libro di Maria Latella 'Tendenza Veronica') avvalorano la sensazione che la parabola di Silvio Berlusconi sia arrivata vicina alla fase di caduta: certo l'uomo di Arcore, e di Villa Certosa, ha una forza spaventosa, e prima di cedere il potere organizzerà spettacoli impressionanti. Ma il beckettiano finale di partita di Berlusconi, tutto giocato su uno scenario virtualmente catastrofico, rischia di essere ulteriormente complicato da un fattore chiave, che investe la struttura morale e istituzionale dell'Italia contemporanea: l'assenza di riserve credibili, cioè la mancanza di uomini simbolo, in grado quando è necessario di fare da argine al degrado e da supplenza alla politica.

In passato abbiamo avuto la possibilità di ricorrere a uomini come Carlo Azeglio Ciampi, al quale venne richiesto un compito difficilissimo prima come capo di un governo di transizione, poi come ministro del Tesoro, e infine come presidente della Repubblica. Non si può dimenticare il ruolo preziosissimo ricoperto nella vicenda dell'ingresso nell'area della moneta unica, quando il suo prestigio in campo europeo contribuì a superare i dubbi dei partner sulla capacità di tenuta dei conti pubblici italiani, gravati da un debito fuori dai parametri di Maastricht. Così come oggi, nel momento di un attacco squinternato all'unità nazionale, non è possibile trascurare il sottile e fitto lavoro di cucitura eseguito nei suoi sette anni al Quirinale, con la valorizzazione dei simboli (la bandiera e l'inno nazionale) e soprattutto con i cento viaggi nelle province italiane, alla ricerca di una società più unita e solidale di quanto non mostrasse la politica.

Oggi stiamo assistendo a un solerte lavoro da parte di Giorgio Napolitano, nel tentativo di tenere sotto controllo un'azione legislativa spesso scombinata, e animata da intenzioni sbagliate o dalla voglia di slabbrare strumentalmente l'architettura istituzionale del sistema. Ma ci si rende conto facilmente che al di là del capo dello Stato c'è un grandissimo vuoto, uno spazio che difficilmente può essere riempito. Dopo il mandato di Napolitano si può immaginare un'occupazione 'manu militari' del Colle, con effetti purtroppo immaginabili sugli equilibri istituzionali (anche se grazie al cielo, e ai sofisticati microfoni utilizzati dalla escort Patrizia D'Addario, si direbbe che è evaporata dall'orizzonte politico l'ipotesi di Berlusconi al Quirinale).

Può sembrare piuttosto bizzarro che in tempi di crisi della politica (crisi culturale soprattutto, crisi di idee complessive e di progetti) si possa assistere in prospettiva a una superpoliticizzazione dei poteri neutri dello Stato. Ma si tratta di un fenomeno facilmente spiegabile: quando non sono in gioco valori supremi, la politica è anche gestione, amministrazione, spartizione. Cambia tutto, nella scena, se dovessimo affrontare un periodo di crisi conclamata, come sarebbe possibile ad esempio con la caduta di Berlusconi e con un autunno disastroso per l'economia e l'occupazione.

Tutta la politica italiana, infatti, di governo e di opposizione, dipende dalla figura del Cavaliere, dal gioco di attrazione e repulsione che ha innescato negli anni e che condiziona ormai l'intero sistema politico. Il suo ritiro, o autoeliminazione, rappresenterebbe potenzialmente la catastrofe finale di una Repubblica mai compiuta, e quindi fragilissima nei suoi meccanismi, nonché vulnerabilissima socialmente in seguito al prevedibile colpo di coda della recessione.

È in queste condizioni che verrebbero utili, e anzi essenziali, quelle figure di alta credibilità biografica e intellettuale a cui chiedere il sacrificio personale dell'impegno pubblico nel momento della massima tensione politica e istituzionale. Ma ormai le riserve della Repubblica sono esaurite. Dovesse effettivamente crollare il berlusconismo, si può intravedere in controluce l'eventualità di un governo Fini, grazie anche all'asse con il Quirinale.

Curiosa ipotesi, anche questa, di una felice coabitazione e di un 'idem sentire' fra un ex comunista e un ex fascista: ma anche in questo caso si tratterebbe, e in parte già si tratta, di un esemplare combinazione realizzata da una politica che non ha saputo trovare niente di nuovo, e quindi deve affidarsi al vecchio. Nella speranza che il 'patriottismo della Costituzione', secondo la storica definizione di Habermas, sia sufficiente a reggere gli equilibri di un sistema che sta già cedendo.

(28 agosto 2009)

domenica 23 agosto 2009

La vertigine da sogno ad occhi aperti


di EDMONDO BERSELLI


E SE avessi vinto io? Sogno o son desto? È il caso di chiederselo. Scusate, ho il cuore che si diverte a produrre aritmie, fibrillazioni, extrasistoli. Respiro profondamente e mi dico: sarebbe comico, o tragico, avere un infarto adesso.

Continuo a guardare la scheda del Superenalotto, controllo i numeri usciti, ma non ci sono più dubbi: ho vinto. Io, miserabile individuo inconsapevole, ho sbancato il più alto jackpot della storia.

Centoquarantasette milioni di euro, una cifra assurda. Convoco la famiglia e lì per lì naturalmente nessuno ci crede. Ragazzi, dico irritato, pensatela come volete: ma ho vinto. Se vi comportate bene, con gentilezza, se avete compassione per il mio povero sistema nervoso e per il mio cuore matto, posso anche dire "abbiamo vinto". Adesso ci credete? Ci credono. Mia moglie si mette a piangere. Chissà se per la soddisfazione della vincita o per l'oppressione di tutto quel denaro.

Centoquarantasette milioni di euro. Una fila di zeri impressionante. Roba da fare spavento. Terrore e tremore. Un'esperienza onirica, un abisso di paura, un vuoto nell'anima. Per precauzione mi butto sul divano del salotto, aspettando che il cuore riprenda un andamento quasi normale. Non so neanche come si fa a riscuoterli, quei soldi. In banca, probabilmente. O dal notaio, chissà.

Intanto però ci vogliono precauzioni. La prima e più urgente consiste nell'assumere l'atteggiamento di quello che non ha vinto proprio un bel niente e non sa nemmeno di che cosa stanno parlando i telegiornali. D'accordo che ho giocato in trasferta, lontano da casa, ma la regola numero uno è e rimane: depistaggio.

Mettere su un'espressione tra l'indifferente e il sofferente. Se qualcuno cita il Superenalotto, esibire un'aria di superiorità dolorosa: ma che cosa volete che m'interessi questo oppio dei popoli, una truffa collettiva che promette illusioni, una fiera delle vanità che porta soldi al governo, rito borbonico che genera soltanto frustrazioni.

Per giocare avevo dovuto addirittura chiedere spiegazioni al gestore della ricevitoria, che mi aveva guardato come se fossi un alieno. L'ultimo essere umano, nella penisola e dintorni, che non conosce il meccanismo della superlotteria. Vero che in passato giocavo al Totocalcio. Ma la schedina settimanale implicava una conoscenza del campionato, e quindi si poteva nutrire la convinzione che l'eventuale "tredici" potesse dipendere dalla competenza calcistica e non dalla fortuna dei numeri. Infatti, mai compilato un "sistema". Impegnavo piccole somme, e poche colonne della schedina, per misurare la mia capacità nel pronostico. Mai andato oltre il dieci, perché per fortuna anche nel calcio esiste l'imponderabile.

Mentre il Superenalotto è un gioco brutale: il jackpot aumenta di valore ogni settimana, a ogni estrazione fallita, e poi è solo una feroce questione di numeri. Lo schiaffo di una combinazione solitaria su sei o settecento milioni possibili. Se i tuoi sei numeri escono vuol dire che una divinità insensata ha deciso di scegliere proprio te, che durante un viaggio hai investito due euro. Domani, per sicurezza, occorrerà prepararsi uno schema di risposte plausibili: no, guardi, non gioco mai, figuriamoci. Quindi aria scettica, espressione disincantata, dissimulazione. Ma, sotto sotto, un pensiero che non vuole andarsene via: che me ne faccio di tutti questi soldi?

Vedi la gente intervistata per televisione che dice: farei beneficenza, estinguerei i mutui per la casa dei figli, farei un viaggio. D'accordo ma queste sono bazzecole. Quisquilie. Pinzillacchere. Dopo queste spesucce infatti rimane il problema della paccata di milioni rimanenti. Devo trovare un consulente.

Onesto. Un professionista. E se poi non è onesto e mi fa sparire tutti i soldi? Eccola, la crisi di panico. Meglio spezzettare, dividere, diversificare. Lascia perdere la Borsa, ti ricordi le fregature della new economy? Il mattone, il mattone è sempre una sicurezza. Conviene comprare a Parigi, a Londra, a New York. E poi che ce ne facciamo di questi appartamenti globalizzati? Chi si occupa delle questioni fiscali? E come la mettiamo con la linea ereditaria?

Ma per il momento occorre certificare l'esistenza del tagliando vincitore. Lo fotografo con il cellulare, domani farò autenticare la foto, intanto lo metto nella cassaforte domestica che non abbiamo mai usato. Con il timore che vengano i ladri a rubare la scheda. Fra paure assurde che finora non avevo mai provato. Perché la verità è una sola, semplice e terrificante: il Jackpot è un incubo. Chissà se da questo sogno cattivo mi risveglierò, se da un sogno assurdo ci risveglieremo mai.

(23 agosto 2009)

lunedì 27 luglio 2009

La marcia del cattolico libertino tra squillo, Vaticano e Padre Pio


di EDMONDO BERSELLI


Secondo il cinismo della cultura prevalente nel circuito di potere berlusconiano, il cattolicesimo italiano è sufficientemente adulto per saper distinguere fra i comportamenti personali, eventualmente deplorevoli, e la funzione pubblica praticata da un leader politico.

Quindi la prostituzione di regime messa in piedi a Palazzo Grazioli apparterrebbe a uno stile di vita "folk", da considerare con un sorriso di complicità. Si tratterebbe in questo senso di un tocco sovrano di eccentricità, il "Berlusconi's Touch", in cui il "presidente puttaniere", come il Sultano si è definito, costituisce un gustoso tratto personale, a cui anche i cattolici convenzionali guardano con una sottaciuta simpatia.

Sono bugie, finzioni, mitologie. È la cortina di menzogne che i principali collaboratori del presidente del consiglio, a cominciare dall'avvocato Ghedini, hanno cercato di alzare intorno al capo del governo. Una volta chiesero a Bettino Craxi, rifugiatosi a Hammamet, un giudizio su uno dei suoi numeri due, Giuliano Amato: "Un professionista a contratto", rispose con tutta la malevolenza possibile Craxi. Ora Berlusconi di professionisti a contratto ne ha molti. Ma il suo stile e le sue notti di fiaba sono difficilmente neutralizzabili dai professionisti al suo servizio: e non vengono stigmatizzate ieri soltanto dall'Observer ("un governo marcio") e dal Daily Telegraph ("premier libidinoso"): la stampa inglese mette in rilievo il tentativo berlusconiano di riguadagnare consenso nei confronti del mondo cattolico meno mondano e più tradizionale, per quel "popolo" ancora convinto delle verità contenute nel sesto e nel nono comandamento.
Ma non sarà il progetto di visitare il sacrario di Padre Pio a sanare la ferita, vera, che si è aperta nella psicologia del cattolicesimo qualunque. Per almeno due terzi dei cattolici italiani, abituati da decenni a trovare un'ancora nella Democrazia cristiana, Forza Italia e il Pdl erano rimasti una garanzia ideologica e "spirituale", anche contro nemici invisibili, "i comunisti" continuamente evocati dallo spirito quarantottesco del Cavaliere. Scoprire la vera qualità dei comportamenti del Capo è stato un trauma.

Perché un conto è conoscere l'impronta culturale delle tv berlusconiane, nate e cresciute cullando il consumismo, l'edonismo, il culto del corpo, tutti i totem di una religione alternativa al magistero della Chiesa, al massimo i cattolici vecchio stampo, di fronte allo spettacolo di centinaia di centimetri quadrati di epidermide, si vergognano un po', e si consolano con la versione ufficiale esibita in ogni occasione dai leader di Forza Italia: tutti specializzati nel manifestare un cattolicesimo conformista e pronti a ogni pratica da baciapile per assicurare la loro fedeltà, laica e devota insieme, alla gerarchia.

Per strappare il velo di questa ipocrisia, e rivelare l'insostenibilità di queste acrobazie fra la bigotteria e la spregiudicatezza politica, ci voleva qualche gesto vistoso. Non il pronunciamento di un settimanale assai critico verso il berlusconismo come "Famiglia cristiana" o di altri organi e personalità del cattolicesino conciliare, dossettiano e più meno di sinistra, ci voleva l'intervento del quotidiano della Cei, "Avvenire", e del suo direttore Dino Boffo. Si può capirne l'importanza e lo spessore anche ex contrario, valutando il silenzio praticamente tombale (e non si tratta di ridicole tombe fenicie) con cui è stato accolto dall'informazione italiana. Boffo ha pubblicato tre lettere, in cui i lettori mettono in rilievo alcuni aspetti critici particolari, il primo aspetto investe la "sfrontatezza" del premier e l'incongruenza tra vizi privati e pubbliche virtù. Subito dopo viene la critica alla riluttanza della gerarchia a prendere una posizione netta verso lo stile di vita di Berlusconi, cioè riguardo a "comportamenti improponibili per un uomo con due mogli, cinque figli, responsabilità pubbliche enormi e un'età ragguardevole".

II direttore di "Avvenire" non si è tirato indietro. Il Berlusconi licenzioso induce a parlare di "desolazione". Esiste, anzi dovrebbe esistere, un a priori etico che ha valore prima delle strategie politiche e delle dichiarazioni formali, Il "sondaggismo", cioè il consenso volatile costruito dalle indagini demoscopiche ben orientate, non assolve nulla, Ecco, la fiducia che premierebbe comunque il buon cattolico, "il padre di famiglia", che ammette ridendo "non sono un santo" è un'invenzione della scaltrezza dei professionisti a contratto del giro berlusconiano.

In realtà c'è un'Italia cattolica sicuramente moderata ma forse non ancora istupidita dai giochi di prestigio dei maghi della destra. È un pezzo di società poco conosciuto, che non si fa sentire, difficilmente voterà a sinistra, ma è perfettamente in grado di togliere la fiducia a un leader politico, e di sgretolarne la base di compenso. Per questa base cattolica, il pellegrinaggio a Pietrelcina e nei luoghi di Padre Pio contiene una strumentalità talmente plateale da generare addirittura un'insofferenza ulteriore. Il paese, come scrive Boffo a proposito della sfasatura fra il Berlusconi politico e il Berlusconi più ludico, potrebbe sentirsi "raggirato".

Ebbene, la Chiesa è un organismo complesso, e la realtà cattolica non è identificabile con gli stereotipi. Forse in questa occasione i berluscones hanno scherzato troppo con un mondo che in genere conoscono poco, e che negli anni ha dovuto imparare a cambiare ripetutamente l'orientamento del proprio consenso. Il ritiro della fiducia avviene di solito in modo silenzioso. Questa volta potrebbe essere già cominciato, all'insaputa del mondo berlusconiano.

(27 luglio 2009)

martedì 23 giugno 2009

L'amnesia della morale

di EDMONDO BERSELLI


In un paese tutto televisivo, da almeno due decenni la politica è stata sostituita dalle immagini dei telegiornali, unica autorappresentazione del potere.

Si capisce facilmente allora come negli ultimi giorni, nonostante le inchieste di giornali come la Repubblica, sia stato possibile azzerare lo scandalo della prostituzione di regime, oscurare i fatti e annullare il giudizio dell'opinione pubblica. È stato lo stesso Silvio Berlusconi a delineare la strategia: se tutti tacciono, lo scandalo scivola via, e del premier rimane soltanto l'immagine, colorata dalle tv compiacenti, di un uomo di Stato.

Anche questo in realtà è uno scandalo nello scandalo
. La prova di una torsione così violenta da ridurre il paese al grado zero della politica. Perché ciò che colpisce, o piuttosto ciò che dovrebbe colpire oggi la coscienza generale, non è solo l'indifferenza anonima e spesso compiacente delle platee televisive, narcotizzate dalla "normalità" degli show privati organizzati dal circuito padronale berlusconiano.

È piuttosto la sensazione "tragica" del degrado che ha contagiato uno dei vertici istituzionali. Ed è per questo che sorprende, e quanto, la sottovalutazione in cui prende forma il giudizio delle classi dirigenti, secondo il calcolo cinico per cui il potere può permettersi qualsiasi scarto rispetto alla regola collettiva.

Il risultato è semplice e spettacolare insieme. Nel racconto delle protagoniste, presunte soubrette o modelle, una sede di fatto istituzionale come Palazzo Grazioli, residenza del capo del governo, è stata ridotta a un privé di escort, ragazze disponibili, teatro di incontri intimi, corteggiamenti sotto l'occhio delle guardie del corpo. Villa Certosa in Sardegna si è trasfigurata in una location di spettacoli grotteschi, talvolta a quanto pare con le aspiranti meteorine in costume da Babbo Natale, in una specie di Hollywood Party strapaesano, o di seriale addio al celibato.

Tutto questo senza che ci sia stata una presa di distanza, o semplicemente un giudizio esplicito, da parte delle élite nazionali: anzi, nell'understatement generale, cioè nella condiscendenza di chi detiene responsabilità pubbliche e private, è come se le ragazze che si fotografano a vicenda nelle toilette di Palazzo Grazioli appartenessero anche stilisticamente a un mondo plausibile: il mondo di Noemi, il mondo di Casoria e delle feste notturne a strascico, il mondo notturno e terminale di Berlusconi e del berlusconismo. Come se quelle fotografie, quegli abiti, quei maquillage designassero lo standard stilistico dell'Italia contemporanea, una misura morale fisiologica, perfetta per i tempi, irriducibile a codici e status che non siano quelli negoziabili del denaro e del corpo.

Prudenze e cautele prelatizie hanno segnato le parole delle comunità di riferimento. Al di là dei giudizi, chiari ma volutamente interlocutori sul piano politico, di Avvenire, ossia il giornale della Conferenza episcopale, non si sentono in giro voci che stigmatizzino la trasformazione di Palazzo Grazioli e di Villa Certosa in una casa di bambole. Pochi sembrano essersi posti il problema della grave caduta che investe l'immagine del nostro paese sul piano internazionale, e ancora meno appaiono coloro che si pongono il dubbio di quale sarà il clima in cui si svolgerà il G8 dell'Aquila.

Pochissimi, infine, hanno affrontato il tema, colossale, dello scadimento della qualità, e della intrinseca legittimità, del nostro sistema democratico. Insomma, dovremmo essere tutti sotto choc, con una classe dirigente traumatizzata dalle lacerazioni comportamentali di un uomo come Berlusconi, che ha trasferito nel nulla dell'intrattenimento edonistico i contorni del governo, e invece stiamo assistendo a una dissonanza cognitiva perfetta, secondo cui tutto questo è normalità, naturale modernità del gusto, etica ed estetica canoniche, insomma il criterio senza eccezioni a cui ci si confà perché è il vero "pensiero unico" che accomuna nell'autocompiacenza le classi di comando.

Viene da chiedersi tuttavia se questa misura doppia, se il codice che attribuisce la dismisura del potere a chi lo detiene, sia compatibile con la semplice convivenza civile: e viene da rispondere che no, è troppa la distanza fra i saturnalia del sultano e la vita della gente comune. Gli arcana imperii sono tollerati quando risultano iscritti nel segreto, non quando diventano un'esibizione sfrontata e a suo modo feroce. Qui invece, con i ludi fotografici di Palazzo Grazioli, si evoca un vistoso vulnus democratico, dal momento che essi rappresentano la manifestazione sfacciata secondo cui al possessore del comando tutto è possibile, e tutto è dovuto, perfino l'indulgenza.

Ecco, in questo clima di sospensione morale, di fronte a una specie di sorda dichiarazione di irresponsabilità, c'è la minaccia che l'amnesia etica diventi una condizione reale di deficit democratico e civile. Alla fine la doppia misura, una che si applica a Berlusconi e una al popolo, ha un prezzo. Sono già state poste le premesse di una sudditanza. E la credibilità di un intero sistema, nella sua dimensione istituzionale, si dilegua. Resta soltanto la protervia del potere sostanziale, e dello spettacolo che ha allestito nella certezza dell'impunità. Tanto, nell'ipnosi del buio televisivo, quel prezzo lo pagheremo caro, e lo pagheremo noi.

(23 giugno 2009)

martedì 2 giugno 2009

Eppure quel Franceschini ha grinta


di Edmondo Berselli


Non è proprio che il Pd veda il riscatto. Ma un filo di speranza, un risultato non catastrofico, il disastro evitato sul ciglio dell'abisso, la dissoluzione esorcizzata in articulo mortis? Se davvero va così, dovranno tutti passare da Dario Franceschini, e rivolgergli il discorsino che segue. Caro Dario, caro Sudario, caro Dromedario, nessuno aveva la minima fiducia in te.

Il "vicedisastro", ti aveva chiamato burlescamente l'"esprit florentin" di Matteo Renzi. "Ce la farà?", aveva titolato in prima "l'Unità", dando voce e vita a un dubbio addirittura metafisico. Il segretario "sfigato" con le sue "sparate prive di senso", secondo le definizioni all'acido di Giampaolo Pansa.

Bene, dovrebbero dire i compagnucci, mentre tutti noi siamo rimasti nelle seconde file, chi a progettare mozioni congressuali come Pier Luigi Bersani, e chi a sfoggiare nuove energie sessantenni da porre al servizio della sinistra come il nuovo D'Alema, chi a definire il ritorno di Sergio Cofferati come "un problema ligure", e una quantità di altre anime perse a progettare il nuovo centro, la fondazione della Kadima nazionale e progetti vari di ricomposizione della politica, tu, il Cireneo, ti sei preso sulle spalle le spoglie del partito che fu di Veltroni e hai cercato di farlo uscire vivo dal Calvario.

Vivo. Sembra niente.
Ma tenere in vita il Pd è un'impresa pazzesca, se si pensa che si sta sfaldando l'apparato di potere ex comunista, e proprio nelle regioni rosse, dove bisognerebbe organizzare la tenuta, non si dice la riscossa, nei prossimi anni. E tu, segretario a termine, hai provato l'impresa.

Le modalità contano fino a un certo punto. La Costituzione, le regole, l'appello quotidiano su ciò che potrebbe accadere se Berlusconi sfonda (forse non sfonda, forse a "papi" i cattolici di base e soprattutto di vertice gliela faranno pagare, c'è modo e modo: perfino i più scettici fra i vecchi e scafati dc si inalberano al pensiero di qualcuno che dedica il suo tempo ad "allevare" schiere di veline).

Per settimane l'immagine di Franceschini vista in televisione è stata quella di un ex giovane militare di fureria mandato in prima linea a sbattersi cercando di guadagnare spazio e qualche metro di campo, a qualsiasi costo, pugnal fra i denti, le bombe a mano. Su ogni argomento. La crisi economica, cercando di mostrare come l'ottimismo di Berlusconi sia soltanto manierismo puerile.

Il forcing istituzionale del Cavaliere, tutto virato su avventurismi da Repubblica estrema. Il tentativo di tenere insieme l'elettorato, pur dopo l'errore sconsiderato dell'adozione dello sbarramento al 4 per cento (che manderà probabilmente al macero fra l'8 e il 10 per cento dei voti di sinistra), e una posizione di testimonianza sul referendum Guzzetta-Segni, che doveva semplicemente essere giocato in modo tattico come cuneo fra Pdl e Lega, ed è diventato un fastidioso, anzi autolesionista, principio di divisione dentro le varie opposizioni.

Tutto questo, dovrebbero ammettere i dirigenti del Pd, l'hai fatto in un modo frenetico, con un impegno sovrumano. Sei riuscito persino a rievocare l'ombra di Enrico Berlinguer, una trovata che sarà piaciuta al popolo delle feste dell'Unità, ma non proprio alla parte moderata e cattolica del Pd, che è esente dai miti comunisti. E soprattutto sei riuscito a occupare spazi in tv, ogni sera, apparendo ogni volta dentro riprese bulgare, con luci non professionali, in condizioni catacombali di estrema difficoltà tecnica.

Dovrebbero dirti: hai fatto una grande democristianata. Non si capiva bene che cosa sostenevi, l'accento era quello sbagliato, drammaticamente necessario di correzioni tecniche, del ferrarese in trasferta, il look era quasi sempre ai confini della realtà, tremende imitazioni Lacoste, braccioni in primo piano, cravatte storte su colletti di camicia fuori moda, una tensione visibilissima nelle ospitate televisive, con gesti di irritazione e di fastidio.

Eppure, eppure, non è che ce l'hai fatta. Ma mentre tutti gli altri sembravano fare la faccia di chi dice "vai avanti te che a me scappa da ridere", tu ci hai messo la tua faccia e il tuo accento liquido. Vestito da uomo Facis, cioè da autentico ragazzo del popolo che non ha mai avuto tempo e gusto per l'immagine, hai detto cose di sinistra, perché non tutti sanno che Franceschini non è un democristiano classico, è un cristiano sociale, cioè uno che è venuto fuori dalla parrocchia coltivando certi suoi estremismi politici e certi suoi anticonformismi culturali.

Magari non servirà a nulla. Può anche essere che il Pd sia un gatto morto, e se rimbalza è il rimbalzo di un cadavere. Ma se invece c'è una fiammella di vita, sarà stata tenuta in vita proprio dallo "sfigato". Al momento buono, c'è da scommettere che qualcuno contemplerà questo risultato impossibile, e deciderà che l'unico sentimento che si può nutrire verso Franceschini è l'ingratitudine. Coraggio, Dario, a ottobre non servirà nulla, basterà dire senza retorica: amici, adieu.

sabato 9 maggio 2009

Super Silvio show


di Edmondo Berselli


Ci mancava il divorzio del Capo nel circo di Berluscolandia. Il clou di quello che è diventato il reality più amato dagli italiani. Che ha per protagonista assoluto il premier. E come spettatori un intero paese

Finisce, se poi finisce davvero, la storia estrema del berlusconismo punto 1: il computer italiano si resetta, e il nuovo codice di Matrix, opportunamente 'reloaded', proietta sulla Penisola un nuovo pirotecnico game show patrimoniale. Cioè il "sultanato", "la peggiore delle corti", come illustra nell'ultimo libro Giovanni Sartori, il politologo che dal canto suo si sarebbe accontentato di scorticare l'homo videns, cioè il golem sociale creato da Berlusconi. E una sorta di nuovo 'Truman Show' per la vittima designata, Veronica Lario, messa al centro di un reality lapidatorio. Platee immense e irriflesse per una Weltanschauung televisiva fatta di curve e Wonderbra, cioè più prosaicamente tette e culi, come ebbe a riscontrare nel 1994 lo scrittore cattolico Vittorio Messori a proposito delle reti Fininvest,'per cui Dio non è neanche un'ipotesi'.

Dietro questo epos scatenatosi nella politica e nella società post-italiana, c'è una narrazione totale, un'opera mondo che non è diventata romanzo autentico, rispecchiamento totale e ottocentesco di un'epoca, perché esisteva bensì il protagonista, figurarsi, addirittura il deus ex machina, ma non il narratore. C'era il balzacchismo, ma non c'è Balzac. I 'Demoni' senza Dostoëvskij. Proust senza madeleine e le nevi d'antan. E da anni nemmeno l'anarchismo borghese di Indro Montanelli, cronista ed esorcista di Sua Emittenza.

Il circo di Berluscolandia ha frullato dentro di sé ogni lembo di pelle della creatività secolarizzata; e magari la sorpresa è che la Cei se ne sia accorta con quindici anni di ritardo, dopo le mille evoluzioni del pensiero "mettiamolo alla prova", fra i progettini culturali di Camillo Ruini e gli interessi di una gerarchia a storia azzerata, piena di unzione per l'Unto, e convinta di trarne benefici, sui soldi, sulle scuole cattoliche, addirittura sull'"etica" e i "valori". Adesso 'Avvenire' reclama sobrietà, cioè più o meno chiudere gli studi tv a vacche scappate. E il Cavaliere si preoccupa delle ricadute elettorali, perché un divorzio molto d'autore, spettacolare e mediatico, potrebbe scalfire il fantastico 75 per cento di popolarità, "tre italiani su quattro che mi approvano", e si identificano con la sua italianità al cubo.

'Non perderò il voto dei cattolici alle europee', giura a dispetto di tremolanti sondaggi laici e malumori vaticani, e per questo deve trascinare "la signora" in una pochade disordinata, in uno scambio di slealtà politiche e morali, dentro una macchinazione ordita da 'la Repubblica', e via alla caccia al "sobillatore", nonché dalla stampa di sinistra che non regge il suo trionfo travolgente. Lei, l'unicum Veronica, era emersa splendente 15 anni fa nella notte della reggia di Caserta, allorché Silvio ammicca alla luna, e a Bill e a Hillary Clinton, "attenzione che qui si aumenta la prole": la steineriana, la pacifista, la pannelliana, l'irenica, l'appenninica, la ragazza di sinistra, l'epicentro new age di un circuito femminile molto attento al 'genere' e ai suoi riti culturali, poteva soltanto inorridire davanti alla volgarità del piccoletto superdotato al meeting in formato 'world' (naturalmente non era ancora nato il Sarkoberlusconismo, con gli amori da Eliseo fra il leader francese e la diva Carlà, e un circuito erotico mondano assai più chic delle feste sarde, finti vulcani rinascimentali compresi).

D'altronde, era prevedibile che un tipo con l'energia mentale di Berlusconi fosse chiamato a squinternare un intero mondo. La 'robba' alle spalle, gli affari al sicuro a dispetto delle vecchie irrisioni di D'Alema, il tutor Confalonieri a presidiare il trust, e il Parlamento a tutelare il conflitto d'interessi. Davanti a sé una politica da inventare giorno per giorno, prima con i professori d'area, come i Pera, i Melograni, e poi con l'invenzione quotidiana e siderale, il cortocircuito postfascista, lo scoperchiamento del vaso di Pandora dell'anticomunismo, a comunismo liquidato, il meno tasse per tutti, il tremontismo, il brunettismo, i "socialisti di Forza Italia", il predellino in San Babila, il filo egemonico del 51 per cento per il Popolo della libertà. Già, ma non c'era traccia della Camelot di Kennedy e Jacqueline, fra Macherio e Arcore.

C'erano storie brianzole e napoleoniche di mausolei di famiglia: "Indro, vuoi favorire? Per me sarebbe un onore" (rapida toccata tombale di zebedei dell'altissimo giornalista), gli attentati carineria dello stalliere Mangano, "dal suo punto di vista un eroe", s'intende per i silenzi. E soprattutto divagazioni virili come lo storico jogging alle Bermuda, con la squadra di Dell'Utri e di Gianni Letta tutta schierata in ordine di corsa, e a Roma l'altro eroe Cesare Previti e i giudici sotto pressione, i circoli, l'Aniene, i Canottieri, via del Plebiscito, via dell'Anima, le vie di un potere che si fa metafisica. In questa realtà politica privatizzata, "la signora', forse già allora sventurata vittima di cattivi consigli e furbizie da sinistra, faticava a trovare una funzione. Non first lady, non Second Life, non interprete intellettuale, se non quando scrive di pace per 'Micro- Mega', e fino a quando si infuria e invade il giornale nemico 'la Repubblica' con la sua lettera lamento per essere divenuta "la metà di niente".

'Tendenza Veronica', scrive la sua amica Maria Latella, affidandola idealmente a un vettore di reincarnazioni, insomma un karma politico-esistenziale, che la seconda moglie del Cavaliere non sembra in grado di seguire, schiacciata dalle trovate mozzafiato di un vecchio istrione, che dopo i mignottismi con le starlet le si presenta in Marocco, bardato da beduino, a farsi perdonare con il brillante donato nel corso di una ondeggiante danza berbera, genere Silviò le Mokò.
Perché nel frattempo il marito, quello delle zie suore, il cattolico che si disanima perché la Chiesa non gli lascerebbe fare la comunione e partecipare all'Ecclesia, è decollato, ha dato del kapò a Martin Schultz all'Europarlamento, fra i "turisti della democrazia', ha inflitto le corna allo spagnolo nella photo opportunity, offende le ministre straniere a pranzo ghignando "ma perché non parliamo un po' di calcio e di donne?", e affonda: "Comincia tu, Schröder, che di matrimoni ne hai avuti".

L'impostatissimo cancelliere tedesco vacilla, così come aveva barcollato ignaro il Rasmussen eletto a miglior rivale di Massimo Cacciari, professione amante filosofico di Veronica ("Sapete quel che si dice, no, povera donna?"); così come aveva piegato il ginocchio la premier finlandese, 'corteggiata' per l'autorità alimentare europea, e quante proteste dallo staff di Helsinki, gente fredda, gente povera di spirito. Forse un tratto di umanità familiare e domestica poteva in effetti venire fuori dagli incontri internazionali di loisir, con Tony e Cherie Blair dopo il trapianto a Ferrara e con la bandana da 'Pirati' di Roman Polansky. Ma oltre alla filibusta si era profilato lo spettro della guerra in Iraq, con Wojtyla che gli aveva inveito contro. E non era stato di gran classe l'incontro con l'amico Putin e il Bagaglino reclutato per l'occasione, non la visione delle sequenze del 'Caimano' di Nanni Moretti ("Un film orrendo") con gli ultimi incendi che bruciano i resti di una democrazia istituzionalmente scalcagnata e ormai, nell'allegoria cinematografica, visibilmente eversiva.L'ultima curvatura della tendenza Veronica, a parte le faccende di avvocati e di soldi, consiste nel suo rifiuto a rivelarsi per quello che il Cavaliere ha confessato con i gesti da tempo: ossia che Lui evidentemente si credeva di avere la moglie giovane, e si è ritrovato fra le ville una suocera, inselvatichita dal risentimento, insofferente delle zingarate notturne ed elettorali del vecchio complice. Figurarsi, lui due ore in discoteca alle tre di notte per dimostrare ai giovani di essere in tiro. L'irruzione nella vecchia sezione romana ex Pci per vedere dal vivo le mummie del comunismo capitolino diventate democratiche.

Il "ciarpame senza pudore" delle candidature velinonze alle elezioni europee, secondo'la solita trappola della sinistra e lei c'è cascata, e adesso dovrà ammettere l'errore'. La nottata a Casoria di 'Papi' con Noemi, "sia chiaro che non frequento minorenni', però fra un raid e l'altro nel sottosviluppo metropolitano, con relativa dispersione psicologica negli ambigui hinterland del consenso? Ma era già successo tutto già da qualche settimana, e da qualche anno: il mondo di Berlusconi era esploso in un fuoco artificiale di quelli da festa a Porto Cervo. Dopo il tragico esordio del G8 di Genova, più tardi la sindrome diplomatica di Pratica di Mare, ballon d'essai della politica estera fatta con il compensato, era diventata ammirazione compunta per i muscoletti afro di Condoleezza Rice e i bianchi glutei palestrati di George Bush. Il suo consigliere Giuliano Ferrara, con il giornale finanziato da Veronica, ha sempre sostenuto che Berlusconi è un singolare misto di buonsenso esplosivo e di esasperazioni pop. Che sia un'icona a scoppio, è indubbio.

Che Veronica abbia avuto la desolante sensazione di essere ormai fuori dalla realtà vivibile, nello spazio esterno dominato dalle cyberpassioni di un misirizzi atomico, l'atletico sciancato di Vicenza, il tarantolato del sisma, il "tumorato di Dio" come lo chiamò Gianni Baget Bozzo, il 'teghnico' del Milan a due punte, anche questa è una certezza. E ci mancava, dopo il presidente operaio, e il presidente spazzino a Napoli, ci mancava, per lo sfondamento finale, il terremoto e il presidente partigiano, con le insegne della brigata Maiella. Ma no, neppure questo bastava: si era dovuta vedere la scena da italiano vero con Angela Merkel, l'indice puntato sul cellulare per segnalare la telefonata ultimativa al premier turco Erdogan, fino alla stoccata vociante al cospetto della regina Elisabetta,'Mr Obamaaa? I'm Mr Berlusconi?".

Adesso succederà l'inevitabile, come annunciato nelle intervistine confidenziali del premier ai direttori del 'Corriere' e della 'Stampa', Ferruccio de Bortoli e Mario Calabresi, con storielle e moniti che attengono al campo delle solidarietà virili e alle avvocatesche minacciosità matrimoniali, ribadite a Bruno Vespa. "Veronica dovrà chiedere scusa".

Va da sé che questa Dynasty incattivita non terminerà come nella 'Guerra dei Roses'. Ma comunque finisca, c'è poco da fare, il Berlusconi-Lario 'reloaded', storia privata esposta clamorosamente in pubblico con tecniche da Partido rivolucionario institucional, ha tutta l'aria di avere fatto girare random il software nazionale e l'aria italiana, facendo risuonare nei cieli armoniche e amori di contrabbando: in un clima da faccia triste dell'America, di uno strazio firmato Enzo Jannacci che inevitabilmente si chiama e si chiamerà per sempre, nel nome di un kitsch tutto latino e casinista, 'Messico e nuvole'.
(07 maggio 2009)

venerdì 17 aprile 2009

Un premier sotto ricatto


di EDMONDO BERSELLI

Nei suoi momenti più avvincenti, quando ogni spiegazione spiegherebbe poco o nulla, Silvio Berlusconi ha in serbo una bugia o una patente verità. Ieri è venuta fuori la verità. Il referendum non si accorpa con le elezioni europee, l'Election Day del 7 giugno non si terrà, perché la Lega ha minacciato di fare cadere il governo. Insomma, il premier ha ammesso il ricatto e ha ammesso di avere ceduto, "a una richiesta precisa", e dopo un confronto di maniera.

Nemmeno il premier infatti aveva voglia di una sfida con i leghisti, e i ventilati, e fumosi, progetti di elezioni anticipate con il mirino del Pdl puntato sul 51 per cento appartenevano più alle esercitazioni intellettuali che non ai progetti politici. Tuttavia per riconoscere a fronte alzata di avere "ragionevolmente" alzato le mani di fronte alla minaccia dell'alleato ci vuole qualcosa in più che un atteggiamento di realismo politico.

Occorre un'autocertificazione della propria funzione insostituibile, la qualificazione del proprio governo come l'unico assetto praticabile in questo mondo empirico, e l'unico capace di rispondere alle esigenze del bene comune, dettate dalla crisi economica e dall'emergenza in Abruzzo. Ora, la funzione provvidenziale di Berlusconi è fuori dubbio, vista la sua assidua presenza sulla scena del terremoto. Tuttavia, se si vuole sfuggire da schemi come "il medioevo più la televisione", con il sovrano che si esprime fisicamente e mediaticamente nel suo popolo, sarà il caso di prendere nota delle implicazioni politiche della decisione sul referendum: che potrebbe finire con il palliativo del rinvio di un anno, oppure con lo spreco del voto il 21 giugno.

In quest'ultimo caso ci sarebbe da intendersi su che cosa sia il bene comune. Gettare via 400 milioni di euro, la "Bossi Tax" di cui parla Dario Franceschini, sacrificati sull'altare della stabilità, il grande totem del momentum berlusconiano? E nello stesso tempo cercare con un certo affanno le risorse per la ricostruzione, nelle strettoie della crisi economica, mentre le entrate dello Stato flettono? Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, ha subito dichiarato che il mancato accorpamento è semplicemente uno spreco, soldi buttati mentre si lasciano correre a casaccio voci di una tantum, contributi forzosi di solidarietà, imposte e accise, "tasse sui ricchi".

In sé l'immagine di un governo "bimane", che con una mano semina soldi dalla finestra e con l'altra li infila nelle tasche dei cittadini per un pugno di euro, è suggestiva. Ma in senso ancora più direttamente legato alla politica, andrebbero osservati anche i musi lunghi di Gianfranco Fini, cioè il capo di un partito che ha appoggiato il referendum, e i cui uomini, confluiti nel Pdl fra vari psicodilemmi di identità e obbedienza, si trovano ora indotti a storcere inutilmente le narici di fronte alla scelta di Berlusconi e Bossi.

Certo al momento manca una mobilitazione specifica dei cittadini sul tema referendario. Anche per le opposizioni l'interesse verso lo schema bipartitico prospettato dal referendum era tiepido. I dirigenti del Pd convengono nel considerare il referendum come l'innesco di una ulteriore e seria riforma elettorale. Una posizione debole, che tuttavia ha consentito di infilare un cuneo nella coalizione di maggioranza e di segnalare una linea di conflitto.

Un risultato diverso sarebbe stato pensabile soltanto se Berlusconi avesse avuto in mente davvero la piena normalizzazione del sistema, oppure l'idea di un accordo complessivo su una riforma condivisa, una pacificazione istituzionale con l'apertura di una legislatura costituente. Ipotesi troppo ambiziose. Ci troviamo in una fase non di pace reale, ma di sostanziale appeasement fra la società italiana e il Cavaliere. Non valeva la pena di rompere l'incantesimo, e Berlusconi lo ha confessato allargando le braccia, con la sua sfrontatezza più disarmante, facendo intendere che è il buonsenso a imporre la sua volontà, e che insomma l'opinione pubblica capirà.

Un certo sentore di politica politicante, questo sì. Ma al di là dell'estetica adesso tocca soprattutto alle opposizioni provare a districare il senso di questa non inutile battaglia. Per mostrare che nessuna decisione è senza prezzi. E che il prezzo della rinuncia berlusconiana si riflette con chiarezza sulla qualità della maggioranza. La pax referendaria fra Bossi e Berlusconi è la prova evidente che il Pdl e la Lega non sono un esercito di idealità, bensì un insieme di interessi e convenienze. Lecite ma con tutte le opacità della bassa fureria. Insomma, i progetti, le ricette, i programmi, le azioni e la propaganda della destra appartengono al migliore dei mondi mediatici possibili. La pratica berlusconiana appartiene invece al mondo inferiore delle complicità. Utile, che si sappia.

(17 aprile 2009)

mercoledì 18 marzo 2009

Franceschini: cambio il Pd



di Edmondo Berselli

Partito aperto. Opposizione dura. Alleanze su criteri chiari per guidare il Paese. E trasformare in rabbia positiva la delusione degli elettori. Le sfide del segretario Pd. Colloquio con Dario Franceschini

Mai sottovalutare uno che viene dalla Dc. Difatti anche Berlusconi lo guarda con attenzione sospettosa. "Buca il video, con quella faccia da bravo ragazzo". Comunque, per essere un giovane vecchio dc, Dario Franceschini si muove come un vietcong. Attacchi rapidi, sortite veloci, ritirate tattiche, il contropiede dell'assegno di disoccupazione ai precari licenziati, e poi la polemica sull'Election Day, "risparmiamo 400 miliardi e mettiamoli nella sicurezza". E adesso per qualcuno questa è la vera strategia del nuovo segretario del Pd. La sua innovazione rispetto al veltronismo. Tecnica della guerriglia. Il dito nella piaga. Sarcasmo di fronte alle verità dogmatiche dei berluscones. A dirglielo, Franceschini ride: "La mia deriva a sinistra è inarrestabile".

Rida pure, segretario. Se ne sentiva il bisogno. Ma intanto i sondaggi sono sanguinosi. Lei scherza con il fuoco, o il gelo, del 22 per cento.
"Guardi, non commetterò di nuovo l'errore di non credere ai sondaggi. Ma prima dei sondaggi c'era il clima che respiravamo in giro, nelle sedi del Pd, nei luoghi di incontro".

Una delusione avvertibile.
"Un misto di delusione e di sfiducia, ma anche di rabbia, perché molti hanno la sensazione che stiamo perdendo un'occasione. Per me questa rabbia è positiva: è un sentimento verso qualcosa a cui si sente di appartenere, per simpatia, per affetto. Ma è per questo che credo che si possa ripartire: perché non credo affatto che i nostri elettori possano passare a destra. Alle europee non credo affatto in un cambio di campo dei nostri elettori più moderati".

Che il Pd perda mentre il Pdl guadagna è indubitabile.
"Ma noi perdiamo eventualmente verso l'area della protesta. Ci sono flussi di consenso che si staccano dal Pd e si rivolgono all'astensione, o verso Di Pietro, che rappresenta una reazione emotiva alle nostre difficoltà. E della nostra democrazia, aggiungo".

Ci vorrebbe una buona diagnosi del perché.
"Le ragioni sono molteplici. In questi mesi abbiamo visto all'opera un Pd che ha ereditato i problemi dell'Unione, le sue divisioni, non le ragioni di coesione. Vede, i media si sono specializzati negli anni del centrosinistra largo, la coalizione di Prodi, mostrandone tutta la rissosità interna. E il Pd è andato sui giornali più per la litigiosità intestina, e per gli attacchi ingiusti alla leadership, che per la sua capacità progettuale o la qualità della sua opposizione".

Non dia la colpa ai giornali.
"Me ne guardo bene. Ma l'informazione ha fatto da cassa di risonanza ai contrasti interni. Siamo stati noi a non dare tempo a Veltroni. Nel Regno Unito, Tony Blair ha fatto l'opposizione per tre anni, prima di giocarsela con Major; Zapatero è stato in attesa anche lui per tre anni, la Merkel cinque. A tutti i leader europei è stato dato il tempo per prepararsi alla competizione".

Il fatto è che il Pd è nato e vissuto in modo trafelato. E affannosa è parsa a molti anche la scelta di 'correre da soli', cioè il programma di alleanze fondato sulla vocazione maggioritaria.
"Ma quella scelta non è mai stata messa in discussione. Nessuno può avere nostalgie per la coalizione a 11. Ad alleanze come quella non torneremo più".

E come pensate allora di raggiungere la maggioranza dei consensi?
"Il tempo delle alleanze verrà, e si tratterà di comporre una coalizione, nel campo alternativo alla destra: su questo non devono esserci dubbi".

E quindi il rapporto con l'Udc, a cui guardano con interesse Enrico Letta e Francesco Rutelli?
"Noi non dobbiamo allargare l'alleanza solo per ragioni tattiche. E neanche farci risucchiare in operazioni trasformistiche. Quando verrà il momento costituiremo una coalizione elettorale fondata su criteri chiari, e sull'intenzione esplicita di governare il paese: purché, ripeto, sia alternativa alla destra".

Lei parla di alternativa alla destra ma sulla presidenza della Rai avete perseguito un accordo.
"Questo è l'effetto di una legge assurda, che prevede la maggioranza dei due terzi nella Commissione di vigilanza per scegliere il presidente, nel contesto di un Cda già politicizzato. Io sono stato costretto a una trattativa sgradevole proprio da questa legge. In ogni caso, ci impegneremo a fondo per cambiarla".

Torniamo al Pd. Lei parlava di delusione e rabbia del vostro elettorato.
"La prima delusione deriva da una speranza delusa: si sperava che la costruzione reale del Pd fosse più veloce. Certo, non si poteva fare in due settimane, dato che mescolare storie, tradizioni, abitudini, culture politiche era difficile".

Per la verità a un certo punto sembrava che le differenze fossero svanite. Sono venute fuori di nuovo dopo la sconfitta elettorale.
"È bene fare i conti sino in fondo con un bilancio provvisorio che contiene elementi positivi e negativi. Positivo è il fatto che il mescolamento dei Ds e degli aderenti alla Margherita è avvenuto, in pochi mesi. Di negativo c'è che si è vista poca apertura verso l'esterno: se alle primarie di Veltroni hanno partecipato più di tre milioni di simpatizzanti, e c'erano un milione di iscritti ai partiti promotori, nella formazione dei gruppi dirigenti non si è dato poi ascolto e spazio a quei due milioni che hanno scelto di avvicinarsi alla politica con la nascita del Pd".

Ora si rischia di nuovo la paralisi del sistema.
"Non credo affatto all'immutabilità dei blocchi elettorali. L'Italia è maturata politicamente: milioni di persone decidono come votare in base a scelte pragmatiche, alle risposte dei partiti, al profilo dei candidati".

Sicuro che l'elettorato sia così disincantato? In realtà c'è il timore che si stia riformando il bipartitismo imperfetto degli anni Sessanta, con un blocco inamovibile al potere e un'opposizione non competitiva.
"No, resto convinto che il paese è contendibile. Per renderlo tale nel concreto, Berlusconi va incalzato sulla capacità di governare. Loro non stanno governando: continuano a mobilitare il consenso, con gli annunci, e sono in campagna elettorale permanente. Alla fine l'opinione pubblica si stancherà di sentirsi promettere sette-volte-sette sempre le stesse cose, gli stessi finanziamenti, le stesse risorse.".

Quindi lei nega che Berlusconi possa capitalizzare una specie di riflesso d'ordine, un consenso inerziale simile a quello dc del passato.
"Guardiamolo da un punto di vista meno contingente e meno provinciale. Ci troviamo a un vero punto di svolta. Dopo gli otto anni di Bush stiamo assistendo all'esaurimento del modello secondo cui c'è sempre una risposta automatica ai problemi sociali e questa risposta si trova nel mercato: il mercato sopra tutto e il benessere crescerà per tutti".

Tutto questo crolla con la crisi, ma occorre vedere se questo fallimento del modello apre prospettive politiche alternative.
"La destra ha cavalcato il modello neoliberista, e ora passa a cavalcare le paure".

Anche i riformisti sono stati succubi del modello.
"Il riformismo ha avuto il torto di proporre solo correttivi timidi. Io adesso dico che questa crisi offre possibilità ingenti, in primo luogo per riscrivere la gerarchia dei valori".

E che cosa dice questa gerarchia?
"Che occorre affrontare i problemi contingenti sempre riferendoli a un disegno generale: e questo modello non è timido, deve rovesciare l'idea che la società è costretta ad accettare le diseguaglianze esasperate. Obama non ha proposto correttivi modesti, ma una formula radicalmente nuova".

I problemi nuovi sono scomodi.
"Vogliamo prendere il più scomodo di tutti? L'immigrazione, naturalmente. Che porta differenze, la presenza di culture altre. Che tuttavia fanno nascere società più giovani e colorate di quelle rinchiuse nella paura. Me lo faccia dire: io provo orrore per gli uomini politici che guardano soltanto agli interessi contingenti. Questa non è politica. Io credo che occorra uno choc culturale rispetto all'idea che i riformisti devono dire cose di destra con un po' di equità sociale aggiunta".

Franceschini, questa tirata contro il conservatorismo compassionevole è la prova della sua deriva a sinistra.
"Significa pensare la comunità in modo diverso rispetto ai dogmi in vigore fino all'altro ieri. E non soltanto in economia. Per esempio: ho giurato sulla Costituzione, in un luogo simbolico a Ferrara, dove c'era stato un eccidio di antifascisti nella 'lunga notte del 1943', e ho avuto la sensazione stordente che nemmeno quello sia ormai un patrimonio di valori condiviso, come è stato per tutta la prima Repubblica. Nessuno allora avrebbe accusato un uomo politico di deriva a sinistra per aver parlato di Resistenza e antifascismo".

Non chiuda gli occhi. Il patrimonio di valori è quello della televisione.
"E allora il problema non consiste nel battersi per ottenere un minuto in più al tg, ma cambiare il modello di comunicazione, uscire dalla dittatura del consumo e del glamour straccione.".

Vasto programma, segretario.
"Perché se si accetta quel modello, scattano gli egoismi: intendo gli egoismi territoriali, sociali, corporativi. La regola è 'mors tua vita mea', un darwinismo che socialmente fa paura. Per questo occorre una gerarchia di valori alternativa".

Per ora il Pd è più modestamente al 'primum vivere'.
"Ma vivere senza filosofare è impossibile, mi creda. Se ci si ferma al 'primum vivere' si cede subito al ricatto delle 'asticelle', alle percentuali minime che dobbiamo spuntare alle europee e alle amministrative".

Esercizio che non le piace, com'è ovvio.
"Per niente. Abbiamo due obiettivi veri. Il primo è la conferma della validità del progetto del Pd. Il secondo consiste nel dimostrare una vitalità alternativa al berlusconismo. Il premier in Sardegna si è impegnato a dismisura, ci ha messo la faccia, i comizi, le tv: si è chiesto perché?".

Me lo sono chiesto, ma la risposta la dia lei.
"Perché la Sardegna era la prova generale per quello che potrebbe venire dopo. Berlusconi non voleva vincere, ma stravincere. E se stravince alle europee, grazie all'astensionismo e alla delusione nel nostro campo, quello che potrà fare dal giorno dopo è inimmaginabile".

Adesso è lei che cavalca la paura.
"Cavalco il realismo. Ci sono segnali sufficienti per capire che Berlusconi metterà in campo un disegno di riprogettazione istituzionale, di svuotamento della Costituzione e del Parlamento in chiave decisionista".

E lei nei suoi sei mesi che cosa crede di poter fare?
"Abbiamo due obiettivi principali. Dobbiamo dimostrare che Berlusconi e il suo disegno possono essere battuti. E poi costruire davvero il Pd, nelle sue strutture, nella sua classe dirigente".

E agli esuli in patria, ai delusi di Ilvo Diamanti, che cosa dice?
"Se sono esuli in patria, vuol dire che la loro patria è il Pd. Per questo non sono sfiduciato. Veltroni me lo aveva detto: vedrai che se me ne vado cambia il clima".

Lei ha cominciato con qualche successo. Era da tempo che il Pd non coglieva risultati contro il governo.
"C'era una strategia precisa, nascondere la crisi parlando d'altro, fino a creare l'oscuramento, come è avvenuto con l'oscena strumentalizzazione del caso Englaro. Occorreva impedire che la crisi diventasse un fenomeno collettivo e consapevole".

E che cosa significa costruire davvero il Pd?
"Vuol dire costruire un partito aperto, con migliaia di dirigenti impegnati, capace di fare un'opposizione propositiva ma dura e intransigente, mettendo in primo piano i ceti deboli e i valori fondanti. Dimostrare che tutte le personalità del Pd possono darsi il compito di lavorare insieme per ottenere questi risultati".

Non si è ancora capito qual è veramente l'obiettivo sociale del Pd. Nel 1996 Prodi era chiaro: modernizzazione più solidarietà. E oggi?
"Oggi siamo in un altro quadro. Siamo alla rottura di una fase. Dobbiamo proporre un mondo in cui la società civile è più forte del mercato, e la regola non è soltanto quella del profitto, con i risultati che si sono visti".

Guardi che sei mesi non le bastano, segretario.
"Bastano e avanzano, se abbiamo le idee chiare"
(12 marzo 2009)