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sabato 28 novembre 2009

Come evitare la bolla-bis

Paul Volcker

di Massimo Riva


La crisi, nata in banca, si è presto trasferita all'economia reale e ora offre il suo volto peggiore traducendosi in paralisi della politica


A oltre due anni dai primi lampi della tempesta finanziaria che ha sconvolto l'economia mondiale, nulla di sostanziale è cambiato nelle regole che guidano la vita dei mercati, quello creditizio innanzi tutto. Chi più, chi meno, chi moltissimo come quello americano, tutti i governi hanno messo grandi quantità di denaro a disposizione delle banche in difficoltà. Un'imponente mobilitazione di risorse pubbliche che è stata spiegata con una ragione di tenore economico, ma accompagnata da un preciso impegno d'ordine politico.

La ragione economica è che si trattava di impedire un collasso generale del sistema creditizio, i cui effetti sarebbero stati esiziali per il benessere collettivo. Mentre l'impegno politico, contratto in parallelo agli esborsi, assicurava ai cittadini che, superata l'emergenza, nuove e più stringenti regole sarebbero state calate sui mercati finanziari per impedire il ripetersi degli abusi e delle malversazioni che avevano prodotto il disastro.

L'inadempienza dei governi su questo punto è oggi sotto gli occhi di tutti, tanto in Europa quanto negli Usa, epicentro della crisi. Né vale a nasconderla il miserevole tentativo di gettare fumo negli occhi della pubblica opinione con efferate dichiarazioni o anche con qualche misura contenitiva contro gli scandalosi premi in denaro o azioni che i boss del mondo bancario si sono assegnati e in parte continuano ad assegnarsi con scandalosa protervia. Che il tema dei bonus sia di sicura presa demagogica è un fatto. Ma è altrettanto un fatto che si tratta di una questione di dettaglio che neppure sfiora quei problemi di sostanza di fronte ai quali governi, parlamenti e banche centrali per ora balbettano senza costrutto. E balbettano soltanto perché non trovano il coraggio di riconoscere che il primo e fondamentale passo da compiere riguarda anche un più severo esercizio della vigilanza sul mercato, ma soprattutto una revisione dell'impianto strutturale del sistema bancario. Riforma che si può condensare con l'abbandono del modello della cosiddetta banca tuttofare e con un ritorno al regime creditizio, nato dopo il 'Big crash' del 1929, nel quale vigeva la separazione rigida fra banche di credito ordinario e banche d'investimento.

Al riguardo va reso merito a un vecchio saggio come Paul Volcker (a capo della Fed dal 1979 al 1987) e all'attuale governatore della Bank of England, Mervyn King, di aver indicato con fermezza questa soluzione come la vera strada maestra per scongiurare nuovi guai come quelli recenti. Il punto è che l'obiettivo indicato da Volcker e King, non difficile da tradurre in legge - in Usa c'è il precedente del Glass-Steagall Act negli anni Trenta - comporta in concreto una rivoluzione nella geografia del potere bancario a livello mondiale, Italia compresa. E, dunque, postula la volontà dei governi di sfidare le reazioni dell'arrogante establishment finanziario dominante sui mercati. Volontà che non è dato cogliere né di qua né di là dell'Atlantico. A conferma di un singolare paradosso per cui la crisi, nata in banca, si è presto trasferita all'economia reale e ora offre il suo volto peggiore traducendosi in paralisi della politica.


(27 novembre 2009)

martedì 5 maggio 2009

Un'altra beffa dal G7


MASSIMO RIVA

La finanza internazionale stenta a definire regole nuove e rigorose che evitino il ripetersi dei nefasti crack accaduti di recente. Con la connivenza dei politici e delle autorità di vigilanza

Non è che questa storia dei nuovi 'legal standard' per la finanza internazionale si risolverà in una colossale buffonata? Più passano i mesi, più si infittiscono le riunioni di ministri, autorità ed esperti e più l'increscioso dubbio prende corpo. Al vertice G7 di Roma in febbraio si è raggiunto il formidabile risultato - celebrato con giubilo dal nostro ministro dell'Economia - di dichiarare che sì, è proprio necessario definire regole nuove e naturalmente più rigorose. Qualche settimana dopo a Londra si è tenuto il summit allargato del G20 e l'unica cosa che ne è uscita è una lista di paesi fiscalmente canaglia, contro i quali si minaccia un boicottaggio del quale non sono stati definiti né tempi, né modi, né mezzi.

Ora i membri del G7 sono tornati a rivedersi a Washington per concordare che 'entro l'anno' (la prudenza non è mai troppa) si dovrà trovare un linguaggio contabile comune per valutare le perdite provocate dai banchieri d'avventura, oltre a cercare 'approcci coerenti' per la supervisione sui fondi più speculativi. Infine, è stato compiuto un altrettanto sostanziale passo in avanti: la struttura tecnocratica di supporto alle decisioni dei governanti - presieduta dal governatore italiano Mario Draghi - si chiamerà Financial Stability Board e non più banalmente Forum. Una rivoluzione lessicale dalle conseguenze, immagino, incalcolabili.

Nel frattempo sui mercati gli affari - per fortuna, ovviamente - continuano, ma come se poco o nulla del tutto fosse cambiato. Si assiste così a eventi che hanno il sapore di beffe grottesche. Le famigerate (e un tempo reputate) agenzie di rating - quelle stesse che, per esempio, davano il massimo di affidabilità a banche come Lehman Brothers fino al giorno prima del patatrac - hanno ripreso a sfornare le loro valutazioni con l'identica sicumera d'un tempo. L'unica novità è che ai vertici dell'una o dell'altra Mr. Caio ha preso il posto di Mr. Tizio, ma tutto prosegue sempre come se la tempesta finanziaria non avesse pesantemente intaccato la loro credibilità. Di sciogliere il clamoroso conflitto d'interessi in cui versano queste agenzie, essendo pagate dagli stessi soggetti di cui esaminano i conti, neppure si parla.

Ci sono poi alcune grandi banche che hanno ricominciato tranquillamente a diffondere i loro report sulle aziende quotate nelle varie Borse con relativi consigli di acquisto o di vendita di questo o quel titolo. Per esempio, tanto per non far nomi, la svizzera Ubs o l'americana Citi, cioè due fra gli istituti che hanno subito autentici tracolli di bilancio per gli investimenti fatti nel periodo della finanza allegra. Anche qui, tranne qualche giro di valzer nelle poltrone di vertice, nulla è accaduto che possa dare davvero il segno di una fiducia riconquistata.

La sensazione complessiva è che le volpi stiano così tornando a guardia dei pollai. Con l'implicita connivenza dei poteri politici e delle autorità di vigilanza la cui defatigante lentezza nel maturare le regole di un nuovo codice finanziario internazionale rischia alla fine di risolversi in una manovra gattopardesca: far finta di cambiare tutto per non cambiare nulla.
(30 aprile 2009)

mercoledì 25 marzo 2009

Disoccupato e disfattista


MASSIMO RIVA

L'incubo della disoccupazione inizia a far paura. Secondo recenti dati diffusi dall'Istat circa 370 mila lavoratori hanno perso il posto nei primi due mesi del 2009 I costi sociali della crisi cominciano a diventare vistosamente pesanti. Già il boom dei ricorsi alla cassa integrazione, cresciuti in poche settimane di oltre il 500 per cento, ha dato un forte segnale di allarme.

Ma un record negativo ancora più preoccupante si è registrato sul fronte della disoccupazione vera e propria: secondo i dati Inps, nel solo bimestre gennaio-febbraio, più di 370 mila lavoratori hanno perso il posto. Le cifre di marzo non sono ancora disponibili, ma si sa che le code agli sportelli dell'istituto di previdenza non si stanno accorciando. Di questo passo rischia di risultare ottimistica perfino la stima di Confindustria, secondo la quale, nel corso dell'anno, oltre 600 mila italiani dovrebbero essere licenziati dalle rispettive aziende.

Ciò significa che il Paese si trova dinanzi a un'emergenza economico-sociale di straordinaria gravità: altro che far fatica a superare l'ultima settimana del mese, per milioni di italiani i problemi cominciano dalla prima. Nessuno pensa, naturalmente, che una simile ecatombe di posti di lavoro possa essere imputata al governo in carica: a tutti sono evidenti le origini, più esterne che interne, di una crisi di dimensioni planetarie. Quel che lascia, però, sbigottiti è che tanto il presidente del Consiglio quanto i suoi ministri non mostrano di avere la consapevolezza necessaria ad affrontare una situazione così drammatica.

L'unica linea seguita dal governo Berlusconi sembra essere quella di negare o comunque nascondere la realtà. A chi gli chiedeva un'opinione sui 370 mila disoccupati in più di gennaio-febbraio, il ministro Tremonti ha risposto: "Lei fa domande di carattere ansiogeno, le faccia a casa sua, non con me". Mentre il suo collega Sacconi ha così commentato: "La dimensione della crisi può essere accentuata dal disfattismo di coloro che esasperano le previsioni e così incoraggiano la propensione al rattrappimento dei consumi, della produzione e dell'occupazione".

Insomma, l'Italia potrà uscire dalla crisi, come Berlusconi non si stanca di predicare ogni giorno, soltanto quando giornali e televisioni smetteranno di parlarne ovvero di rendere pubblici dati 'ansiogeni' o 'disfattisti'. Aggettivo quest'ultimo che rievoca, fra l'altro, una stagione politica fra le meno felici della storia patria.

Il bello è che il premier e i suoi ministri si dicono pure convinti che questo rifiuto a guardare in faccia la realtà sia la strada migliore per spronare gli italiani a ritrovare la fiducia perduta, senza rendersi conto che il loro ottimismo stereotipato suona come un insulto crudele per milioni di famiglie in serie difficoltà. Nella tragedia sociale incombente si inserisce così un aspetto tristemente comico che - come si è appena visto nel caso della vigilanza prefettizia sulle banche - sta diventando ormai la chiave prevalente nei provvedimenti del governo.

Aspettiamoci, a questo punto, che fra i prossimi decreti-legge ne salti fuori anche uno che obblighi ad appendere in ogni fabbrica od ufficio un cartello con la scritta: "Qui non si parla di economia, qui si lavora". Firmato: Berlusconi. Chi non avrà perso il posto, potrà farsi almeno un'amara risata.
(20 marzo 2009)

domenica 8 marzo 2009

Europa a tre velocità


MASSIMO RIVA

La spaccatura fra Est e Ovest, che si è verificata al vertice dell'Unione europea, offre una lezione importante per il futuro della comunità continentale. Fin dalle origini, il dibattito sul processo di unificazione ha visto la continua dialettica fra due visioni contrapposte. Da un lato, coloro secondo i quali andava preferito il sentiero dell'unità politica attraverso successive rinunce dei poteri statali a favore di un'autorità sovranazionale con espliciti fini federativi. Dall'altro, i più pragmatici secondo i quali soltanto l'integrazione degli interessi economici avrebbe potuto creare le premesse necessarie per il salto in avanti verso la creazione di un'unione politica a tutti gli effetti.

Nei fatti è questa seconda opzione che ha prevalso: dapprima con la Comunità del carbone e dell'acciaio, poi con il mercato comune, infine con la più recente nascita dell'euro. Ma con un'eccezione significativa: la decisione, assunta pochi anni fa, di aprire le porte ai paesi dell'ex-blocco sovietico e ad altri minori portando a ben 27 i membri dell'Unione. Questa forzatura del passo politico ha subito fatto venire alla luce seri inconvenienti di governabilità del sistema, compromettendo finora anche il cammino verso il superiore obiettivo di un Trattato costituzionale che valga da pietra angolare degli agognati Stati Uniti d'Europa.

Avevano ed hanno, quindi, ragione i fautori della 'économie d'abord'? Sì. E proprio l'ultimo vertice a 27 di Bruxelles ne ha dato la riprova: non ci può essere una volontà politica unitaria quando gli interessi economici sono troppo divergenti. In altre parole, è vano immaginare di poter assumere decisioni comuni facendo finta di non vedere che quella a 27 non è un'Unione fra pari, ma un'Europa dentro la quale si ritrovano e s'intrecciano almeno tre differenti categorie di paesi.

Quelli senz'altro di serie A come Francia e Germania, che si tirano dietro il Benelux e forse (i guai di Londra oggi sono seri) il Regno Unito. Quelli di serie B che sono principalmente Italia e Spagna con a rischio retrocessione Austria e Portogallo. Infine c'è un'affollata serie C, che comprende ora non solo i paesi dell'Est (a eccezione della Slovenia) ma anche Stati pur appartenenti alla moneta unica, quali Irlanda e Grecia. La crisi finanziaria presente ha un po' rimescolato questa classifica, ma non poi troppo perché le differenze di capacità e di peso economici preesistevano agli scossoni della tempesta in atto. Tanto per fare un esempio, è ridicolo che a Roma si punti il dito contro l'aumento del debito in corso a Parigi o a Berlino perché in ogni caso Francia e Germania resteranno comunque lontanissime da quel rapporto 100 per cento con il Pil da cui l'Italia si sta di nuovo allontanando al rialzo.

In simile scenario la richiesta di un piano globale di salvataggio per i paesi dell'ex-blocco comunista era e rimane fuori dalla realtà economica e, quindi, anche politica.

La scelta di fare, viceversa, interventi caso per caso, paese per paese, non va intesa perciò come abbandono degli ideali unitari, ma va letta come rivalsa di quella realtà dei rapporti di forza economici che è da europeisti stolti ignorare.
(06 marzo 2009)

mercoledì 11 febbraio 2009

Fiat: un film già visto?

L'ESPRESSO
MASSIMO RIVA

Dice il ministro Calderoli che nuovi aiuti pubblici alla Fiat provocherebbero una rivolta popolare. Il linguaggio leghista è spesso iperbolico, ma talvolta sa raccogliere o eccitare sentimenti diffusi. È probabile, in effetti, che numerosi contribuenti siano piuttosto stufi del fatto che, ogni due-tre lustri, il grande gruppo industriale torni a battere cassa per ottenere dallo Stato sostegni, diretti o indiretti, alle sue difficoltà economiche. È accaduto troppe volte perché questo non lasci un segno negativo nella memoria collettiva.

C'è da chiedersi, tuttavia, se anche questa specifica volta si tratti di una replica di un abusato copione. A ben vedere così non è. Oggi, infatti, non ci si trova di fronte a una crisi solitaria della Fiat. In realtà, ad essere nei guai è l'industria automobilistica dell'intero pianeta: dagli Stati Uniti al Giappone, passando per l'Europa. Guai che nascono dal sovrapporsi di due fattori entrambi pesanti: l'uno causato dalla precipitosa caduta degli acquisti dovuta alla tempesta economica generale, l'altro derivante dalla necessità di una svolta tecnologica profonda in direzione di vetture a basso tenore sia di consumi sia di emissioni inquinanti.

In altre parole, la posta in gioco oggi non è tanto la sopravvivenza di una singola impresa, ma il futuro dell'industria automobilistica in quanto tale. Quelle aziende che, con gli aiuti dei rispettivi governi, riusciranno a superare la dura sfida del momento metteranno i loro paesi nella condizione di potere ancora contare su un settore industriale importante in termini di occupazione e di saldo della bilancia con l'estero.

Certo, quando si parla di industria automobilistica, in Italia si intende Fiat e soltanto Fiat per ben note ragioni. Ma questa coincidenza fra una singola azienda e un intero settore non sposta granché i termini del problema. Quel che anche i nostri governanti sono chiamati a decidere è se vogliono oppure no che l'economia italiana del futuro possa continuare ad avere il contributo (oggi attorno al 12 per cento del Pil) di un comparto produttivo che finora è stato uno dei principali volani dell'intero sistema. È del tutto lecito, naturalmente, che si voglia abbandonare questa partita per puntare su altri obiettivi di sviluppo industriale. Ma deve essere chiaro che questo è ora il nocciolo della questione e quindi che non si tratta di fare regali agli eredi Agnelli o al signor Marchionne, il cui ruolo potrebbe essere passeggero.

Ben consci della portata del problema, altri paesi europei (la Germania per 2,5 miliardi di euro, la Francia addirittura per nove) hanno già deciso robuste misure di sostegno, che vanno dagli incentivi al rinnovo del parco auto nazionale a finanziamenti per la ricerca. Negli Stati Uniti è stato predisposto un piano di aiuti di oltre 25 miliardi di dollari per i tre colossi di Detroit. In Italia, viceversa, si continua a polemizzare attorno a un intervento che resta comunque cifrato nell'ordine di qualche centinaio di milioni. La classica mezza misura per aggirare il problema senza assumersi le responsabilità di una scelta netta. La lezione della vecchia Alitalia non ha proprio insegnato nulla.
(06 febbraio 2009)

mercoledì 4 febbraio 2009

Se Bossi sbanca lo Stato

MASSIMO RIVA
L'ESPRESSO

Secondo l'ultimo comma dell'articolo 81 della Costituzione ogni legge "che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte". È ormai consolidata opinione che proprio la sistematica violazione di questa elementare regola contabile da parte dei legislatori abbia provocato i maggiori guasti della finanza pubblica, a cominciare dall'abnorme montagna di debito. Nell'escogitare trappole con le quali aggirare il disposto costituzionale le Camere hanno dimostrato, di volta in volta, un'inventiva fertilissima, ma il trucco più abusato è sempre stato quello di sottostimare (talora clamorosamente) l'onere effettivo delle leggi di spesa ovvero di sovrastimare (spesso spudoratamente) il gettito dei provvedimenti fiscali assunti per offrire una copertura finanziaria alle nuove o maggiori uscite.

Con il voto del Senato sulla normativa che introduce il federalismo fiscale si è compiuto un ulteriore e più grave passo di conclamata indifferenza verso gli equilibri di bilancio. Nel senso che non ci si è nemmeno preoccupati di fare finta di credere in una stima, magari manipolata, del saldo finanziario fra entrate e uscite del nuovo sistema. Perfino il ministro dell'Economia, chiamato a dire la sua in proposito, se l'è cavata definendo "imponderabili" gli oneri della legge. Valutazione che, in un paese normale, avrebbe dovuto indurre un governo responsabile a dichiarare la sua contrarietà all'approvazione di un testo siffatto. Ciò non è avvenuto e un Senato disinvolto ha dato il suo semaforo verde e non con il solo voto favorevole della maggioranza. Fatto politico importante, l'opposizione di sinistra - che pure aveva sollevato con forza il problema degli oneri per il bilancio - si è alla fine limitata a un voto di astensione, mentre soltanto gli Udc di Casini hanno espresso un chiaro no.

Non c'è da stupirsi che i ministri leghisti presenti al misfatto - da Bossi a Calderoli passando per Maroni - abbiano manifestato una gioia incontenibile per questo primo passo verso quello che è da sempre l'obiettivo politico fondamentale del loro partito: chi se ne frega, in fondo, se i conti dello Stato si scassano ma la bandiera federalista può finalmente sventolare. Già molto meno spiegabile, invece, è la posizione del presidente del Consiglio il quale, per chiudere la partita sui costi, ha assicurato che il federalismo fiscale porterà a una riduzione delle tasse. Non si sa da dove Silvio Berlusconi ricavi simile convincimento, ma prendiamolo pure in parola. Ciò significa che vi sarà una riduzione delle entrate e allora dove stanno i correlati tagli di spese, visto che neppure le province vengono contestualmente abolite? Senza volerlo, il Cavaliere ha dimostrato che il problema dei costi e dei ricavi è più che mai aperto.

Ciò che più sconcerta, comunque, è l'atteggiamento dell'opposizione di sinistra. Tutti hanno capito che i diessini puntano a ottenere in cambio un distacco dei leghisti da Berlusconi su altri temi, in particolare sulla riforma della giustizia. Posto che si tratti di un calcolo fondato e motivi per dubitarne non mancano, il gioco vale la candela di un'ennesima spallata ai conti pubblici?

(30 gennaio 2009)

giovedì 22 gennaio 2009

Capitalismo medievale

L'ESPRESSO
MASSIMO RIVA

Il sistema finanziario italiano si regge su una struttura di tipo medievale al vertice della quale un ristretto gruppo di grandi feudatari esercita il proprio dominio attraverso una lottizzazione delle poltrone e delle partecipazioni azionarie così ben congegnata da svuotare di ogni significato la parola 'mercato'. Basti dire che il 60 per cento delle società quotate ha nel proprio capitale azionisti che sono al tempo stesso diretti concorrenti. Mentre, se si considerano i componenti dei consigli di amministrazione, in quasi il 90 per cento dei casi si verificano cumuli di incarichi in società concorrenti. Queste le cifre riassuntive dell'indagine appena realizzata in proposito dall'Autorità Antitrust.

Purtroppo, a ben vedere, l'organismo presieduto da Antonio Catricalà ha fatto un po' la classica scoperta dell'acqua calda. Sarà anche meritoria e utile l'opera di accurata rilevazione statistica sugli intrecci azionari e personali del mondo finanziario domestico, ma in fondo essa non fa che confermare ciò che anche la semplice lettura dei giornali quotidiani certifica ormai da decenni. Ovvero che quello italiano è una sorta di capitalismo tribale, fondato sulla diffusione pervasiva di quel conflitto d'interessi che rappresenta il più insidioso ostacolo alla realizzazione di un'economia di mercato effettivamente aperta alla libera concorrenza. E ciò senza che la suddetta Autorità Antitrust e meno che mai il potere politico abbiano fatto qualcosa di buono e di utile per il superamento di questa situazione paleocapitalistica.

Anche stavolta, del resto, lo stesso Catricalà non sembra intenzionato a suscitare grandi speranze di novità. A suo avviso, infatti, la strada maestra per uscire da questi eccessi di concentrazione di legami personali e azionari dovrebbe essere quella di un'autoregolamentazione da parte degli stessi soggetti implicati. Insomma, ci si dovrebbe affidare a una sorta di ravvedimento operoso compiuto proprio da coloro che hanno fatto del conflitto d'interessi la propria ragione di vita o comunque l'asse portante dei loro business.A che scopo Catricalà snocciola le scandalose cifre di cui s'è detto se poi egli stesso si affida alla buona volontà di chi finora si è manifestamente infischiato di rientrare in decenti regole mercantili? È un po' come se un ministro dell'Interno sostenesse che la lotta a Cosa Nostra deve essere affidata al rinsavimento dei boss che ne compongono la cupola. Si obietterà che i poteri dell'Antitrust sono limitati dalla legge e che una vera riforma in materia può venire solo da scelte legislative di Parlamento e governo. Scelte oggi poco probabili alla luce del fatto che proprio l'attuale presidente del Consiglio è la personificazione di un gigantesco e irrisolto conflitto d'interessi.

Tutto vero, ma allora il rischio è che le denunce dell'Antitrust assomiglino al 'latinorum' di Don Abbondio per ripararsi dal Don Rodrigo di turno. Come forse è già accaduto con l'appoggio offerto alle misure governative mirate a rendere ancora più blindate le cupole di potere dominanti chiudendo anche gli ultimi spazi di contendibilità delle imprese. Dire una cosa e farne un'altra non sta bene.

16 GENNAIO 2009

lunedì 12 gennaio 2009

Scontro in via Nazionale

L'ESPRESSO
MARIO RIVA

Nell'inerzia delle parti in causa è silenziosamente trascorso il termine del 31 dicembre 2008, entro il quale la proprietà della Banca d'Italia avrebbe dovuto passare allo Stato ovvero a enti pubblici dal medesimo controllati. Così stabilisce una legge datata 28 dicembre 2005. Non è la prima volta che qualche scadenza importante viene ignorata: le vicende politiche del paese sono fitte di impegni disattesi, soprattutto quando tali comportamenti non implichino alcuna forma di sanzione. Del resto l'Italia - fertile culla di azzeccagarbugli - è forse l'unico Stato al mondo nel quale si è escogitato che un termine di legge non debba essere per definizione perentorio, ma possa essere considerato meramente ordinatorio o indicativo: vale a dire, evanescente.

Rischia così di trascinarsi ancora per chissà quanto tempo una questione di tenore istituzionale non trascurabile, tanto più alla luce delle pesanti disavventure che hanno scosso di recente il sistema bancario domestico sull'onda della grave crisi finanziaria internazionale. Proprio tali eventi hanno reso - per unanime giudizio - indispensabile un rafforzamento del ruolo di vigilanza che l'istituto centrale esercita sulla stabilità del mercato del credito e, in particolare, sulla gestione dei singoli istituti. Compito diventato ormai il più rilevante fra quelli rimasti a Via Nazionale dopo il passaggio alla Banca europea di Francoforte del potere di determinare il costo del denaro.

Il punto cruciale è che proprio un esercizio rigoroso e penetrante dei controlli di Banca d'Italia sugli istituti di credito rende ancora più ineludibile il nodo del conflitto d'interessi in cui opera Via Nazionale, essendo il suo capitale posseduto da una nutrita schiera di quelle stesse banche che sono oggetto della vigilanza. Ciò configura una non sostenibile commistione di ruoli fra controllore e controllati. Si obietta che, in realtà, questo intreccio pone un problema più teorico che pratico perché la Banca d'Italia gode di un'autorevolezza non condizionabile dagli istituti vigilati, siano o non siano essi suoi azionisti. L'infelice esperienza del governatorato di Antonio Fazio insegna che così non è o non è sempre stato.

In ogni caso, l'esistenza di un conflitto d'interessi di tal fatta non può essere esorcizzata solo fidando nelle qualità soggettive del governatore e della sua squadra. Ecco perché, molto opportunamente, la legge del dicembre 2005 aveva imposto che il nodo fosse tagliato una volta per tutte, entro tre anni. Termine più che congruo per venire a capo del problema più intricato in materia: quello della valutazione del patrimonio di Via Nazionale, che le banche azioniste hanno registrato nei loro bilanci con stime fortemente divaricate. Ma i tre anni sono trascorsi invano e ora la questione si sta confusamente sovrapponendo a quella dell'emergenza finanziaria in cui versa il mondo bancario. Intanto il ministro Tremonti, invece di chiudere questa partita, si diletta a lanciare frecciate goliardiche contro il governatore Draghi. Evidentemente, in età berlusconiana, occuparsi di conflitti d'interessi è parlare di corda in casa dell'impiccato.
(09 gennaio 2009)

mercoledì 24 dicembre 2008

Brindano solo gli evasori

L'ESPRESSO
MASSIMO RIVA

Alle soglie di un 2009 che s'annuncia come uno dei peggiori anni dell'ultimo mezzo secolo, Silvio Berlusconi insiste nel suo ottimismo di facciata. "Presto", si è addirittura spinto ad annunciare, "splenderà il sole". Su che cosa riposi questa incrollabile fiducia del presidente del Consiglio è un mistero. Lo scenario internazionale resta dominato da un'incertezza plumbea: dagli Stati Uniti non giunge alcun segnale di rapida fuoriuscita da una crisi finanziaria che ora sta mettendo in ginocchio anche i giganti dell'industria, le grandi economie emergenti (Cina, India, Brasile.) stanno vistosamente rallentando il passo, mentre in Europa si rischia di scivolare pericolosamente verso una strategia del ciascuno per sé e nessuno per tutti. Quanto all'orizzonte domestico, consumi, investimenti e occupazione sono in netta caduta tanto che la più prudente delle stime (Confindustria) prevede la perdita di circa 600 mila posti di lavoro nel prossimo anno.

Ma da che parte immagina che possa spuntare presto un sole splendente? Berlusconi questo non lo dice, né lo fa capire. Dagli atti del suo governo si può arguire, però, che la sua reticenza non nasconda un vuoto di strategia, ma qualcosa di inconfessabile: una spudorata scommessa sulla ripresa dell'economia sommersa. Un primo indizio al riguardo risale a una delle scelte subito compiute dal ministro Tremonti con la cancellazione delle norme, introdotte dal governo Prodi, per scoraggiare i pagamenti in nero con drastiche limitazioni sugli assegni trasferibili e sui movimenti in denaro liquido. Con la revoca di tali vincoli si è lanciato un preciso messaggio al mondo dell'evasione fiscale: niente paura, si torna a fare il proprio comodo.

Un secondo indizio è venuto poi con il decreto che ha fissato margini più stringenti per le agevolazioni fiscali sulle opere di risparmio energetico. È vero che con questa misura l'Erario rinunciava a prelievi importanti, ma è altrettanto vero che la grande massa di attività messe in moto dagli sgravi d'imposta ha costretto una non piccola parte del popolo delle partite Iva (idraulici, elettricisti, piccoli e medi artigiani dell'edilizia) a far venire alla luce imponibili fiscali che in passato finivano regolarmente imboscati con tanti saluti all'Erario. Una vecchia via di fuga verso il sommerso è stata così riaperta.

Infine, l'unica mossa cui il governo si sta rassegnando per arginare la valanga di disoccupazione incombente è il rifinanziamento della cassa integrazione. La decisione, s'intende, risulta quanto mai necessaria e opportuna alla luce delle previsioni correnti sulla perdita temporanea o permanente di posti di lavoro. Ma è un fatto che, tra i suoi effetti collaterali, essa avrà anche quello di aiutare la formazione di un esercito di manodopera particolarmente disponibile a svolgere lavoro in nero.

Cosicché, se un po' di sole tornerà a scaldare l'economia, il fenomeno riguarderà soltanto quella parte di società che già in passato ha prosperato con l'evasione fiscale, trovando sempre il suo difensore più sfrontato proprio in Silvio Berlusconi. Per il quale, par di capire, il 2009 non sarà un anno nero, ma l'anno del nero.

(24 dicembre 2008)

lunedì 22 dicembre 2008

Subito un socio per Cai

L'ESPRESSO
MASSIMO RIVA


Dal 12 dicembre, con la stipula dell'atto di cessione, quel poco di buono che restava nella vecchia Alitalia è passato dalla mano pubblica a quella privata della cordata di Roberto Colaninno e soci. Non è che con questo, però, lo Stato e il potere politico siano usciti dalla gestione dei molti e pesanti problemi che la tormentata vicenda lascia aperti. Intanto, l'Erario continuerà a farsi carico di tutte le passività e di tutti gli oneri finanziari e previdenziali che il governo Berlusconi ha deciso di addossare alla generalità dei contribuenti per spianare la strada al decollo dell'operazione Cai. Un fardello non lieve perché stimabile vicino ai tre miliardi di euro. Cifra che da sola grida vendetta al cielo al solo pensiero che, nell'aprile scorso, è stata fatta cadere l'offerta con la quale Air France si dichiarava disposta a prendersi tutte le passività di Alitalia e a versare, per giunta, un miliardo tondo tondo al Tesoro.

Già simile precedente rende offensivo per l'intelligenza degli italiani che il presidente del Consiglio abbia voluto organizzare un pranzo ufficiale per conferire agli azionisti della cordata Cai la benemerenza di salvatori della patria. Un'iniziativa davvero pessima anche per il suo intento manipolatorio della realtà dei fatti: se mai c'è qualcuno che merita in materia l'appellativo di patriota, questo sventurato altri non è che il solito Pantalone, dalle cui tasche usciranno i tre miliardi necessari per far stare in piedi il sacco confezionato da Silvio Berlusconi.

Ma ancora oggi, non pago di tanta dissipazione di pubblico denaro, il premier insiste nel voler fare il 'deus ex machina' anche per il futuro della nuova Alitalia. Si sa che quest'ultima ha in corso trattative per aprire le porte del proprio capitale o ad Air France o a Lufthansa. Scelta obbligata per reggere nella dura competizione internazionale dove la rapida caduta dei margini operativi sta provocando una tumultuosa rincorsa alle fusioni societarie al termine della quale si avrà una concentrazione del mercato sotto il controllo di pochi grandi vettori aerei. Ed ecco, in questo marasma, di nuovo Berlusconi rimettere mani e piedi nel piatto: a suo avviso, infatti, Colaninno dovrebbe limitarsi a stringere accordi commerciali con partner stranieri e non offrire loro i poteri connessi alla posizione di azionista.


Evidentemente il Cavaliere si rende conto che l'arrivo di un socio estero, si tratti di Air France (soluzione più probabile) o di Lufthansa, non può che preludere al progressivo passaggio della nuova Alitalia sotto la piena gestione di chi - a differenza di Colaninno e soci - è un po' meglio attrezzato nel business del trasporto aereo. E perciò rema contro anche questa scelta inevitabile perché essa metterebbe a nudo tutta la fragilità della soluzione 'patriottica' da lui voluta e promossa contro ogni logica economica e finanziaria. Incurante del fatto che, in tempi di grandi fusioni fra vettori aerei in tutto il mondo, una nuova Alitalia in solitario finirebbe presto per rimanere uno straccio di bandiera, ma non più una compagnia. Con ulteriori e pesanti conseguenze per il portafoglio dei contribuenti.

(18 dicembre 2008)

sabato 13 dicembre 2008

La legge dell'arbitrio

L'ESPRESSO
MASSIMO RIVA

Con un comunicato grondante soddisfazione e compiacimento Palazzo Chigi ha annunciato che la Libia si accinge a diventare grande azionista dell'Eni: dapprima con una quota del 5 per cento, che potrà poi salire fino al 10. L'importanza dell'operazione è evidente perché essa potrà consolidare i rapporti con un partner energetico per noi fondamentale. Da quel paese l'Italia importa - fra petrolio e gas - circa il 20 per cento del suo fabbisogno: in attesa che fra una decina d'anni arrivino i primi chilowattora delle centrali nucleari per ora soltanto vagheggiate dal ministro Scajola, è un bene cercare intanto di stabilizzare i rifornimenti di prodotti tradizionali quali gli idrocarburi.

La Borsa, com'era prevedibile, ha accolto la notizia facendo schizzare al rialzo la quotazione del titolo Eni. Ciò fa sorgere, tuttavia, un primo dubbio su modalità e tempistica dell'affare. Possibile che i libici siano stati così sprovveduti da aver atteso il benvenuto di Palazzo Chigi per comprare azioni a prezzi che la pubblicità dell'operazione sta rendendo sempre più alti? Banali considerazioni di convenienza economica inducono a ritenere che l'annuncio del governo italiano sia arrivato a cose fatte, ovvero che il nulla osta sia stato dato già da settimane. Un chiarimento al riguardo non guasterebbe.

Quel che comunque Palazzo Chigi non spiega è come questa operazione si collochi rispetto sia alla linea sbandierata dal premier Berlusconi in materia, sia ad alcune recenti scelte legislative del governo in tema di scalate azionarie. Sul primo versante, infatti, sono mesi che il Cavaliere lancia allarmi sul pericolo che capitali esteri - soprattutto provenienti dai cosiddetti fondi sovrani (come quello libico in Eni) - approfittino del tracollo dei listini per fare man bassa di imprese nazionali. In conseguenza, sul secondo versante, nell'ultimo decreto il ministro Tremonti ha inserito norme che svuotano la competitività borsistica delle società quotate, mettendo a disposizione dei loro amministratori più robusti strumenti per neutralizzare eventuali offerte pubbliche d'acquisto dirette a scalzarli dalle loro poltrone.

Si tratta di una direzione di marcia seriamente nociva per la vitalità della Borsa perché - in un mercato che patti di sindacato e scatole cinesi rendono già fra i più ingessati del mondo - privilegia la difesa delle posizioni di potere dominanti a pesante scapito degli azionisti di minoranza e della generalità dei risparmiatori. Oltre tutto, in un momento nel quale la caduta delle quotazioni richiederebbe semmai di spalancare le porte all'arrivo di denaro fresco in grado di rianimare un listino boccheggiante.

Ed eccoci al punto cruciale. Aprire le braccia alla Libia e al tempo stesso alzare le barricate contro l'arrivo in Borsa di nuovi capitali, interni o esteri, è una contraddizione palese, la quale induce a ritenere che a Palazzo Chigi in un modo si predichi e in tutt'altro si razzoli. Ovvero a pensare che Silvio Berlusconi intenda procedere caso per caso, nascondendo dietro la foglia di fico del pragmatismo il vezzo più temibile da parte di chi governa: l'arbitrarietà, sciolta da ogni regola.
(12 dicembre 2008)

venerdì 5 dicembre 2008

Manovra tragicomica

L'ESPRESSO


Una sintesi di 'vis comica' e di 'vis tragica' come quella realizzata nella manovra economica del governo Berlusconi è uno spettacolo che non si vedeva da tempo. Forse bisogna risalire al primo shock petrolifero negli anni Settanta, quando un fervido spirito propose di inserire fra le norme per il risparmio energetico anche l'obbligo di usare gli ascensori soltanto in salita. Con la differenza che allora il ritrovato senso del ridicolo impedì di inserire la luminosa trovata nella redazione finale del decreto.

Stavolta, no. Nei dieci minuti impiegati dal Consiglio dei ministri per esaminare il compendioso provvedimento che dovrebbe arginare la crisi economica incombente, lo scatto di resipiscenza non c'è stato. Ne è uscito così un testo ricco di autentiche perle del più triste degli umorismi con venature di insospettata crudeltà. Il caso più calzante al riguardo è quello della cosiddetta social card. In sostanza, la macchinosa escogitazione si risolve in un obolo quotidiano di 1 euro e 30 centesimi. Buoni, ad esempio, per acquistare ogni giorno un tozzo di pane e un mezz'etto di mortadella. Ci vuole davvero un audace sprezzo del ridicolo per sbandierare simile decisione come frutto di acuta sensibilità politica per le condizioni di vita dei più indigenti.

Sempre sul piano dell'equità sociale spicca poi la discriminazione nel sostegno ai titolari di mutui in difficoltà. Per chi ne ha sottoscritti a tasso variabile ci sarà un congruo intervento dello Stato, mentre coloro che più saggiamente hanno scelto il tasso fisso dovranno arrangiarsi da soli e così verranno in sostanza puniti proprio per la loro prudenza e lungimiranza. Così come risulteranno inopinatamente beffati coloro che vedranno sfumare il bonus fiscale per opere di risparmio energetico realizzate con malriposta fiducia nella continuità dello Stato di diritto.

Un ulteriore passaggio tragicomico, questo invece sul piano ordinamentale, è l'ipotesi di affidare ai prefetti la vigilanza sull'esercizio del credito bancario nei confronti delle piccole e medie imprese. Qui siamo al sublime: l'idea che un'attività ispettiva così sofisticata possa essere demandata a un'autorità amministrativa le cui mansioni principali riguardano l'ordine pubblico magari avrebbe potuto avere una qualche efficacia (comica) in un film con Totò e Peppino De Filippo, ma nel contesto di un piano per rivitalizzare il sistema finanziario suona non come uno scivolone involontario, ma come la confessione di voler far finta di fare qualcosa che in realtà non si sa come fare.

Che dire, infine, del raddoppio dell'Iva per la tv di Sky? Già il fatto che Berlusconi approfitti del proprio ruolo politico per danneggiare il suo principale concorrente ripropone in termini drammatici il nodo irrisolto del conflitto d'interessi. Ma si scade nella buffonata insolente quando si giustifica il provvedimento con l'alibi che anche Mediaset ne sarà colpita. Siamo seri: per Murdoch il satellite è tutto, per Berlusconi una quisquilia. Ma quello alla serietà è certo il richiamo meno adatto per una manovra che rimane un campionario di miserevoli espedienti.
(05 dicembre 2008)

mercoledì 3 dicembre 2008

Il consumatore inesistente


(L'interno di un Wal-Mart store)
L'ESPRESSO
MASSIMO RIVA

Alle prese con la peggiore crisi economica dell'ultimo secolo, Silvio Berlusconi ha deciso di tornare alle origini e di rivestire i panni del 'piazzista di Arcore', come lo chiamava Indro Montanelli. Comprate, spendete, consumate! Questa, infatti, è la semplicistica ricetta che il Cavaliere insiste a predicare da tempo nell'ottusa convinzione che i suoi consigli per gli acquisti possano essere la pozione miracolosa per evitare lo scivolamento del Paese da una congiuntura recessiva a una fase di dolorosa depressione.

Se egli oggi si occupasse soltanto di guidare l'impero televisivo di Mediaset, simili sortite sarebbero tutto sommato innocue e potrebbero essere giustificate in nome della deformazione professionale, oltre che del lampante interesse aziendale a sostenere il fatturato pubblicitario della propria impresa. Ma il fatto è che chi lancia simili messaggi al Paese riveste ora la carica di presidente del Consiglio dei ministri. Esercita, cioè, quel potere politico dal quale dipendono le decisioni principali di contrasto a una tempesta economica, di cui si avvertono al momento le prime avvisaglie mentre il peggio - per unanime opinione internazionale - arriverà nel corso del 2009.

Affermare, come fa Berlusconi, che "solo i cittadini (...) con lo stile dei loro consumi possono determinare la profondità della crisi" significa intanto ignorare il senso e la portata di quanto sta accadendo, ma soprattutto denunciare insensibilità e indifferenza per lo stato di difficoltà in cui versano milioni di bilanci familiari dal Nord al Sud del Paese. Spendere di più? Ma con quali soldi, per favore? Quelli della cosiddetta 'social card' forse? Per carità, va benissimo che a chi si trova con l'acqua alla gola arrivi qualche decina di euro in più al mese, ma non ci si venga a raccontare che con l'obolo per costoro si possono rilanciare sul serio i consumi e l'economia.

Se davvero il presidente del Consiglio è convinto di quel che dice, allora spetta a lui trovare i soldi che possano rimettere in moto la salvifica ripresa dei consumi. E qui scatta una legge ineludibile, di fisica prima ancora che di economia: il denaro va preso dove sta e spostato dove manca. Poiché il bilancio pubblico ha i guai che si sanno, il problema si può risolvere soltanto attraverso una redistribuzione dei pesi all'interno della società. Insomma, occorre che il piissimo e neosturziano Giulio Tremonti - una volta riscoperti Dio, Patria e Famiglia - la smetta di fare il Robin Hood per finta e indossi sul serio i panni di chi toglie ai ricchi per dare ai poveri.

Altro che estendere anche ai più abbienti l'esenzione dall'Ici o detassare straordinari inesistenti o distribuire elemosine natalizie. Occorre, piuttosto, abbandonare le promesse di Bengodi tributario diffuse a mani piene e cervello vuoto: smettendola di strizzare l'occhio agli evasori e rivedendo la curva del prelievo sui redditi, alzandola per i maggiori e abbassandola per i minori. Forse credendo di stare ancora a Mediaset, Silvio Berlusconi stavolta ha sbagliato indirizzo: da Palazzo Chigi l'invito a far ripartire i consumi non lo deve rivolgere ai cittadini ma a se stesso.
(28 novembre 2008)

lunedì 10 novembre 2008

La politica dello struzzo

L'ESPRESSO
MASSIMO RIVA

Ora, anche tecnicamente, l'Italia è in recessione e occorrerebbe che Silvio Berlusconi rimettesse i piedi per terra, ponendo fine alla sua, tenace quanto futile, battaglia mediatica per spargere un illusorio ottimismo sullo stato dell'economia nazionale. Anche al netto dei guai conseguenti alla crisi finanziaria mondiale, infatti, sono mesi che una brusca frenata si sta manifestando sia nei consumi sia nelle attività produttive. Tanto che ora, appunto, le stime aggiornate da parte dell'Unione europea - un poco più favorevoli, fra l'altro, di quelle del Fondo monetario - segnalano crescita zero per il Pil per l'anno in corso e per quello prossimo, con impliciti riflessi negativi sulla condizione dei conti pubblici: deficit di nuovo in pericoloso avvicinamento alla soglia fatidica del 3 per cento e debito non più in discesa ma stagnante attorno a quota 104 per cento del Pil.

Prendere atto di questa realtà è la cosa più logica che ci si dovrebbe aspettare da un governo di persone responsabili. Ma proprio questo sembra essere il problema più serio che incombe oggi sul paese. Il mondo è rapidamente cambiato, ma il Cavaliere non intende modificare di un grado la rotta delle sue decisioni, tanto meno riconoscere alcuni marchiani errori commessi in questi pochi mesi. Guai ad ammettere, per esempio, che è stato un atto dissennato l'abolizione dell'Ici per i ceti abbienti, bruciando così oltre due miliardi di entrate che oggi sarebbero tornati di grande utilità per manovre di sostegno al sistema produttivo.

Figuriamoci poi se Giulio Tremonti è disponibile a riconoscere che la sua 'Robin tax' è stata l'abbaglio tipico di chi non sa guardarsi intorno né capire in tempo che cosa sta succedendo. Come dimostra proprio il caso della sovrimposta sui profitti delle banche decisa pochi giorni prima che l'intero sistema del credito fosse investito da una delle crisi più serie della sua storia. Al punto che oggi somme di gran lunga più ingenti del gettito da 'Robin tax' rischiano di dover essere mobilitate per correre in soccorso delle banche medesime.


Adesso sarebbe almeno il momento di rimettere mano alla manovra finanziaria per inserirvi qualche acconcia misura di intervento a favore di consumi e produzione. Perfino dentro la maggioranza di governo si sono levate più voci in questo senso, ma Berlusconi e soprattutto Tremonti si stanno mostrando irremovibili: la Finanziaria è quella e tale resta. L'unico spiraglio che si potrebbe aprire è quello della proroga della parziale detassazione del lavoro straordinario: una pensata davvero geniale e risolutiva in una fase nella quale il ritmo dell'attività sta calando negli uffici e nelle fabbriche dell'Italia intera.

In Europa oggi tutte le economie versano in crescenti difficoltà. Ma Tremonti ha un bel dire che l'Italia è in linea con gli altri paesi. A Berlino o a Madrid, per esempio, si stanno mettendo in campo interventi commisurati ai problemi posti dalla nuova drammatica realtà. Soltanto a Roma il governo Berlusconi procede impavido per la sua strada nell'ottusa convinzione che debba essere la realtà ad adeguarsi ai suoi progetti e ai suoi desideri.
(07 novembre 2008)

lunedì 27 ottobre 2008

Qui tira una brutta aria



MASSIMO RIVA
L'ESPRESSO

L'insensibilità di Berlusconi nei confronti dell'ambiente sottolinea solo l'arretratezza complessiva del nostro apparato produttivo rispetto a quello degli altri paesi più industrializzati del continente La resistenza che il governo Berlusconi oppone al piano europeo per l'ambiente denuncia qualcosa di molto peggio di una disinvolta insensibilità verso i temi della salute dei propri cittadini e del surriscaldamento climatico. Dal fondo di questo atteggiamento riaffiora un vizio antico della politica domestica: l'incapacità a guardare al futuro per supina soggezione agli interessi consolidati nel presente.

Dietro la contesa delle cifre su quanto dovrebbe fare l'Italia per tenere il passo con gli obiettivi indicati da Bruxelles, infatti, c'è una questione ben più specifica e materiale che lo stesso presidente del Consiglio ha messo esplicitamente in piazza. Si tratta degli onerosi investimenti che il nostro sistema industriale dovrebbe affrontare per portare sia i propri impianti sia i beni prodotti dai medesimi a livelli meno tossici di quelli attuali. Non a caso sull'argomento la Confindustria si è schierata, anima e corpo, a fianco del governo contro l'Unione europea.

Evidentemente né Silvio Berlusconi né Emma Marcegaglia si rendono conto di ottenere, così facendo, solo il bel risultato di sottolineare in rosso l'arretratezza complessiva del nostro apparato produttivo rispetto a quello degli altri paesi più industrializzati del continente. Tanto che in questa specifica vicenda l'Italia rischia di vedere modificato perfino il suo ruolo e le sue alleanze tradizionali in Europa. Cioè, di passare dal rango d'élite dei sei paesi fondatori a quello di capofila dei nuovi arrivati: quegli Stati che erano un tempo al di là della 'cortina di ferro' e che, a causa del lungo dominio sovietico, hanno tuttora industrie con altissimi tassi di inquinamento. Un gemellaggio che non può portare nulla di buono, in termini sia politici che economici.

Schierarsi a tutela, per esempio, di acciaierie che spargono diossina nell'aria ovvero di automobili con scarichi eccessivi significa guardare più all'Italia di ieri che a quella di domani, rendendo così un duplice pessimo servizio al paese. Da un lato, perché si inducono le imprese a non rimodernare impianti vecchi e modelli obsoleti. Dall'altro lato, perché si disincentivano gli investimenti verso quelle innovazioni tecnologiche che stanno rapidamente trasformando la corsa all'aria e all'acqua pulite in un 'business' ad alto rendimento per il futuro. Vorrà pur dire qualcosa che il paese con la più forte industria d'Europa è oggi all'avanguardia, per esempio, nella diffusione di impianti fotovoltaici per la produzione di energia. La spiegazione è chiara: non solo la Germania riduce così la sua dipendenza dall'import di gas, ma le imprese tedesche si preparano ad essere anche le più pronte ad esportare il risultato dei loro investimenti sui mercati altrui. Perché non anche in Italia?

La volenterosa ministra Stefania Prestigiacomo, che si sta arrampicando sugli specchi per perorare un indifendibile ostruzionismo italiano contro il pacchetto europeo per il clima, per ora minaccia sfracelli più nelle conferenze stampa che nelle riunioni ufficiali. Forse c'è ancora spazio per sperare che quella ingaggiata da Berlusconi sia soltanto l'ennesima battaglia mediatica: tutta parole e niente sostanza.
(24 ottobre 2008)

lunedì 13 ottobre 2008

Riscrivere le regole



MASSIMO RIVA
L'ESPRESSO
10 OTTOBRE 2008

La trasparenza si impone oggi come l'unica via percorribile per chiunque intenda ristabilire la fiducia pubblica nelle attività finanziarie. Il caso Unicredit insegna Le banche domestiche isola felice nella tempesta globale? La favola bella - raccontata con monotona insistenza da ministri, governatori e banchieri medesimi - ha illuso gli italiani per poche settimane. Una certa mattina il titolo Unicredit ha cominciato a precipitare in Borsa e così si è scoperto che il maggior gruppo creditizio nazionale era anche lui nei guai, negati fino a poche ore prima. La repentinità di un tanto brusco cambiamento d'orizzonte ha azzerato di conseguenza proprio quello che era l'obiettivo principale delle autorevoli e reiterate rassicurazioni: consolidare la fiducia dei risparmiatori.

Al riguardo si può e si deve riconoscere che i vertici di Unicredit - Alessandro Profumo in testa - hanno dimostrato una tempestiva capacità di reazione chiamando i propri azionisti ad approvare un'ingente ricapitalizzazione della banca. Ma né questo pronto intervento né gli atti di contrizione dello stesso Profumo possono cancellare lo sconcerto e gli interrogativi che la vicenda lascia tuttora in campo. Non basta, infatti, dichiarare che l'azienda ha dovuto registrare 700 milioni di svalutazioni nel solo terzo trimestre di quest'anno. Una simile botta richiede qualche spiegazione aggiuntiva se si vuole recuperare credibilità sul mercato. Di quei 700 milioni sfumati, per esempio, ben 500 erano in titoli Abs, ovvero garantiti da attività. Chi, come, quando e perché ha valutato quelle 'attività' in garanzia? Una falla di queste proporzioni non può essere disinvoltamente attribuita al caso o alla mala sorte.

Del resto, anche al di là del caso Unicredit, proprio la trasparenza sugli errori compiuti si impone oggi come l'unica via percorribile per chiunque intenda ristabilire la fiducia pubblica nelle attività finanziarie. E ciò vale tanto per i banchieri quanto per tutti i poteri chiamati in causa da questa disfatta del sistema regolatorio del mercato. In proposito fa presto il nostro presidente del Consiglio a proclamare, turgido e impettito, che nessuno perderà neppure un euro. A parte il fatto che di euro numerosi risparmiatori ne hanno già persi parecchi, quello di Berlusconi è il metodo classico per cercare di fare bella figura senza pagare dazio.


Va bene, infatti, ricordare che i conti correnti italiani sono garantiti fino ad almeno 103 mila euro ciascuno, ma quel che si dovrebbe pretendere oggi dal potere politico è che, invece di fare decreti sui grembiulini scolastici, si occupi con almeno pari urgenza di riscrivere quelle regole mercantili che tuttora consentono di realizzare le più sfacciate (e tollerate) forme di circonvenzione dei risparmiatori. Grazie a Berlusconi, infatti, l'Italia è il paese nel quale il falso in bilancio è una sorta di banale reato contravvenzionale, mentre nella gestione del risparmio da parte delle banche come negli assetti azionari del mondo del credito (da Mediobanca in giù) il conflitto degli interessi è pratica corrente. In queste materie non c'è da cercare alcun concerto in Europa o nel G8, i rimedi sono tutti e soltanto di competenza domestica. Serie iniziative al riguardo ricostruirebbero fiducia nel mercato più di tante enfatiche assicurazioni sulla solvibilità dei depositi bancari.
(10 ottobre 2008)

domenica 28 settembre 2008

A chi predica Tremonti



Massimo Riva
L'Espresso
26 settembre 2008


Il ministro dovrebbe evitare di lanciare invettive contro i bilanci falsi. Non va dimenticato che fu il governo Berlusconi a volere la riforma del reato in bilancio che depenalizzò diverse fattispecie in materia Giulio TremontiLa lingua di Giulio Tremonti attraversa una fase di intensa attività. Il ministro dell'Economia parla, parla, rilascia dichiarazioni, si fa intervistare, sentenzia sovente con infrangibile sicumera. Da ultimo poi, sulla grave crisi finanziaria internazionale, si è prodotto in una serie di giudizi per lo più sprezzanti dell'universo mondo. Con un perentorio 'silete' - a civettuola ostentazione dei suoi studi classici - ha invitato tutti gli economisti a starsene zitti per pagare il fio di non aver previsto il terremoto che ha scosso i mercati dagli Stati Uniti all'Europa passando per l'Asia. Così cercando di accreditarsi l'immagine di colui che sarebbe stato l'unico a capire per tempo la tempesta incombente.

La saccenteria, come si sa, non è mai una buona consigliera. Chi conservi un poco di buona memoria, infatti, rischia di restare francamente stupefatto nell'ascoltare alcune affermazioni proprio dalla bocca di Tremonti. Per esempio, a proposito degli sconquassi bancari, il ministro è partito da un'osservazione tanto condivisibile quanto ovvia: "Non è fallita soltanto una banca, è finito un mondo senza regole". Ma poi ha così soggiunto: "Occorre rifare - governi ed autorità - le regole, vietando alcuni contratti, i bilanci falsi e i paradisi fiscali".

Ora per quanto riguarda i paradisi fiscali si può magari pensare che l'intemerata di Tremonti sia frutto della sua lunga esperienza di consulente tributario, nella quale gli sarà probabilmente capitato di vedere da vicino a quali espedienti cercano di ricorrere i più smaliziati evasori delle tasse. Che egli voglia oggi mettere questo patrimonio di conoscenze al servizio dell'Erario può essere una buona notizia. Ma l'invettiva contro i bilanci falsi, questa è davvero uno sfregio all'intelligenza degli italiani. I quali non possono aver dimenticato che uno dei primi atti legislativi compiuti dal governo Berlusconi-Tremonti nei fatidici cento giorni dopo le elezioni del 2001 fu precisamente una riforma radicale del reato di falso in bilancio con conseguente depenalizzazione di numerose fattispecie in materia.


Iniziativa che si rivelò, fra l'altro, particolarmente incresciosa perché esposta allo sgradevole dubbio di essere viziata dal fine occulto di alleggerire alcune posizioni processuali del premier Berlusconi. E che risultò comunque intempestiva come messaggio politico ai mercati perché a ridosso della medesima esplosero in Italia gli scandali del malaffare finanziario in Cirio e Parmalat. Ma neppure la lezione di questi due sonori dissesti, nei quali fu coinvolta una gran massa di risparmiatori, convinse l'ottimo Tremonti a tornare sui suoi passi per rivedere una disciplina del falso in bilancio che non suonasse più come un 'fatevi i vostri comodi' agli attenti orecchi dei manipolatori contabili.

E adesso che i falsificatori di bilanci sono stati scoperti, ma in terre lontane, il ministro veste i panni del fustigatore del malcostume finanziario? Per giunta con la protervia di chi vorrebbe far intendere un supponente 've lo avevo detto io'? È meglio che l'invito al silenzio Giulio Tremonti lo rivolga a se stesso ogni mattina dinanzi allo specchio.
(26 settembre 2008)

sabato 30 agosto 2008

Fondi a sovranità limitata


Massimo Riva
L'Espresso
29 agosto 2008
Dai tempi delle crociate sono cambiati gli atteggiamenti degli interlocutori dell'Occidente. Adesso si presentano sul mercato in forme organizzate, hanno sagacia finanziaria e potere contrattuale

Gli storici delle crociate, o almeno quelli meno conformisti fra loro, ritengono che una concretissima motivazione economica sia stata ben dissimulata dietro le giaculatorie religiose sulla riconquista della cosiddetta Terra Santa finita in mano agli infedeli. Essi partono dalla constatazione che in quei secoli, bui ma di intensi traffici commerciali, le economie dell'Europa avevano subito un pesante impoverimento della loro base monetaria (allora principalmente in argento) con parallela concentrazione di ricchezze nei forzieri dei califfati mediorientali. Se per la bandiera, insomma, il fine era di liberare il sepolcro di Cristo, per la cassa si trattava più prosaicamente di riprendersi il malloppo.

Un processo finanziario non troppo dissimile è quello che Europa e Stati Uniti stanno vivendo ora a seguito del colossale trasferimento di risorse da Occidente a Oriente in forza di due fattori sovrapposti: la brutale escalation dei prezzi petroliferi e il rapido accumulo di riserve in eccesso in paesi a forte crescita economica, la Cina avanti a tutti. Una recente stima dice che non meno di 3 mila miliardi di dollari sarebbe la dote nelle mani dei cosiddetti 'fondi sovrani' ovvero di quei soggetti finanziari che fanno capo al governo di un determinato Stato: da Abu Dhabi a Singapore, dal Kuwait alla Cina, dalla Arabia Saudita alla Russia e così via.

Anche una trentina d'anni fa, al tempo dei due primi shock petroliferi, l'Occidente si trovò ad affrontare un'analoga requisizione di liquidità. Preclusa la via di nuove crociate, si fece ricorso a un intenso riciclaggio dei petrodollari sia con maggiori forniture di prodotti ai paesi esportatori di greggio sia con investimenti diretti di questi ultimi in imprese europee: tipico il caso della Libia con la Fiat. La differenza rispetto a oggi è che gli interlocutori dell'Occidente erano meno avvezzi agli usi e costumi della finanza internazionale, mentre ora hanno imparato la lezione e si presentano sul mercato in forme organizzate (i fondi sovrani, appunto) che sanno ben combinare sagacia finanziaria e potere contrattuale.

Questa novità sta allarmando non pochi paesi occidentali. Al punto che perfino in Germania il governo di Angela Merkel ha messo in campo un disegno di legge per impedire a soggetti esterni all'Unione europea di acquisire partecipazioni rilevanti in imprese tedesche qualora ricorrano non meglio precisate ragioni "di ordine pubblico o di sicurezza nazionale". Un preoccupante segnale di paura dato che viene da un paese che è primo al mondo per esportazioni e dunque dovrebbe essere il più aperto sul piano degli scambi. Diventa perciò serio il rischio che la deriva protezionistica trovi altri seguaci in Europa, innescando una corsa alle barriere nazionali tale da trasformare il continente in una fortezza assediata con grave pericolo per la sopravvivenza del mercato unico. L'iniziativa tedesca è ora al vaglio di Bruxelles: c'è da sperare che al vertice dell'Unione non si sia smarrita la nozione dei vantaggi che la liberalizzazione degli scambi può ancora portare all'economia di tutti i paesi associati. La fruttuosa esperienza degli anni Settanta non va dimenticata.

giovedì 28 agosto 2008

Banche nella giungla



Massimo Riva
L'Espresso
22 agosto 2008
Meglio il modello europeo socialmente responsabile o quello americano del profitto ad ogni costo? In Italia è ancora presto per porsi interrogativi su un'etica del sistema bancario

I banchieri devono o non devono farsi carico della responsabilità sociale che grava sulla loro impresa? Devono o non devono orientare la loro azione al perseguimento anche dell'interesse generale? Insomma, è da preferire il modello europeo della cosiddetta economia sociale di mercato oppure quello americano del profitto innanzi a tutto? Si fa dura fatica a prendere sul serio il dibattito apertosi dopo la pubblicazione su 'Il Sole 24 ore' di un ponderoso intervento in materia da parte di Giovanni Bazoli. Nel quale il presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo fa una netta scelta di campo in favore della nozione di banca come soggetto carico di responsabilità collettive e generali.
La difficoltà ad appassionarsi alla disputa nasce dalla constatazione che essa rischia di alzare una cortina di fumo attorno ad altri nodi istituzionali irrisolti del sistema creditizio. Uno su tutti: quello dei conflitti d'interesse, presenti nel nostro mondo bancario in misura massiccia e abbondantemente sregolata.
Qualche esempio: ci sono i grandi azionisti di banca che sono anche grandi debitori della medesima e in parallelo gli istituti che finanziano le imprese di cui detengono parte del capitale, poi c'è il controllo delle banche sui fondi d'investimento le cui quote vengono pacificamente vendute alla clientela dagli sportelli dello stesso soggetto nel vuoto torricelliano di qualunque filtro credibile fra le banche e le società di gestione del risparmio. Nello specifico, c'è addirittura il caso di un prestigioso istituto, quale Mediobanca, che per storia e struttura si può definire come un monumento vivente al conflitto d'interesse.
A fine luglio c'è stata in materia un'importante riunione del Comitato per il credito, nella quale la già gracile disciplina degli intrecci fra banca e industria è stata ulteriormente indebolita. Era un atto dovuto per adeguarsi alle norme europee: ma in Italia il sicuro effetto sarà di moltiplicare le opportunità di incesto finanziario. Si poteva, quindi, sperare che il quadro delle novità fosse inserito in una cornice di regole stringenti contro la proliferazione delle metastasi del cancro principale.

Ne è uscita, invece, soltanto una bozza di identikit delle cosiddette 'parti correlate', tartufesco eufemismo dietro il quale mascherare la più acconcia nozione di conflitto d'interesse. A fissare paletti più rigorosi provvederà, non si sa quando, la Banca d'Italia. Quella stessa - guarda caso - che lamenta di non avere poteri adeguati per disboscare la foresta degli abusi presenti nell'attività creditizia, sollecitando interventi legislativi a un governo e a un parlamento del tutto sordi in proposito.
In simile scenario più che di dispute dottrinarie si avverte la priorità di risposte concrete a questioni concrete. Per esempio, nella logica del professor Bazoli, sarebbe stato più utile sapere quale interesse generale ritiene di perseguire la sua banca con un piano per il 'salvataggio' di Alitalia concepito secondo il risaputo schema di privatizzazione dei profitti e di socializzazione delle perdite. Modello tornato oggi in gran voga tanto in Europa che in America proprio per le crisi bancarie.

martedì 19 agosto 2008

Un regalo agli evasori



Massimo Riva
L'Espresso
8 agosto 2008
Se il gettito Iva nell'ultimo mese è calato del 7% non è solo colpa della congiuntura economica sfavorevole. Tremonti, cancellando le restrizioni normative di Visco, ha alimentato il ritorno all'evasione fiscale

Con toni allarmati e sorpresi, come se avesse trascorso l'ultimo anno in chissà quale lontana galassia, il presidente del Consiglio annuncia ora che la situazione economica si è fatta pesante e che la coperta dei conti pubblici è corta, anzi cortissima. Il segnale che lo avrebbe risvegliato dal suo prolungato sonno in materia è soprattutto il brusco calo (7 per cento in meno) nel gettito Iva dell'ultimo mese rispetto ai precedenti.
Dato che, oltre a incidere negativamente sulle disponibilità del bilancio statale, è letto da Silvio Berlusconi come sintomo di una preoccupante contrazione dei consumi e degli affari. Una scoperta dell'acqua calda davvero degna di nota.
Che il volume degli incassi per l'Iva sia un indicatore della vitalità del ciclo economico è innegabile, salvo che le sue oscillazioni possono dipendere anche da altri fattori. Lo prova, per esempio, il fatto che la riduzione dei consumi è in atto ormai da più di un anno e, nonostante ciò, nel 2007 e nei primi mesi del 2008 il gettito dell'imposta è stato superiore alle più rosee previsioni. C'è un solo modo per spiegare questa apparente contraddizione: la base imponibile si stava allargando non tanto per incremento delle attività, quanto per riduzione costante dell'evasione fiscale.
Come confermato anche da un altro dato: gli incassi da Iva crescevano a tassi nettamente superiori a quelli di incremento del Pil. Insomma, vuoi per le strette normative operate da Vincenzo Visco, vuoi per l'immagine di maggior rigore impersonata da quest'ultimo, la tentazione di fare i furbi con le fatture Iva era in significativo declino.
Ebbene, una delle prime mosse del governo Berlusconi è stata quella di spazzare via proprio quelle misure che erano state concepite allo specifico fine di prosciugare il terreno più fertile per l'evasione fiscale in materia, che è quello dei pagamenti in contanti. In un sol colpo, infatti, sono stati abrogati i limiti sia al saldo delle parcelle dei professionisti in denaro liquido, sia all'emissione di assegni al portatore.

Fiscalista di lungo corso, il ministro Giulio Tremonti non poteva non sapere che questa sua mossa poteva essere letta in un solo senso dalla vasta platea delle partite Iva: dal più eminente degli avvocati come dall'ultimo degli idraulici. Ovvero nel senso di un ritorno alla tolleranza delle cattive abitudini del passato: invito subito raccolto con entusiasmo, stando ai dati forniti dal medesimo Berlusconi.
Insomma, se la coperta dei conti pubblici è diventata più corta, ciò dipenderà pure dalle difficoltà della congiuntura economica generale, ma in misura rilevante anche da alcuni atti specifici del governo in carica. Che vanno dalla rinnovata benevolenza verso gli evasori fiscali alla distribuzione di benefici tributari che, come l'abolizione totale dell'Ici e la detassazione degli straordinari, hanno favorito chi una casa comunque ce l'ha ovvero le imprese che già meglio reggono sul mercato. E adesso il presidente del Consiglio ha anche la spudoratezza di dirsi allarmato perché gli incassi dell'Iva hanno avuto un crollo e i consumi non marciano? Un po' più di rispetto per l'intelligenza degli italiani non guasterebbe.
(08 agosto 2008)