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lunedì 10 novembre 2008

E l'Europa si spaccherà

L'ESPRESSO
LUCIO CARACCIOLO

Il nuovo presidente degli Stati Uniti non ha una grande esperienza dell'Europa. Ma di noi Barack Obama dovrà comunque occuparsi. Perché deve chiederci quel contributo ad affrontare le crisi geopolitiche ed economiche che l'amministrazione Bush, almeno nei suoi anni 'eroici', non voleva domandarci, illudendosi di poter fare tutto da sola. Nei primi mesi della nuova amministrazione, sui tavoli delle cancellerie europee arriveranno dettagliate e pressanti richieste di truppe (e denari) da spendere sul teatro afgano e in altre aree critiche. Il nuovo leader legittimerà queste richieste nel contesto di un 'multilateralismo' probabilmente più retorico che sostanziale, dato che a dettare le regole del gioco vorrà comunque restare lui, il capo della massima potenza planetaria.

Si può scommettere che gli europei si divideranno. Tra chi vorrà mostrarsi più americano degli americani (baltici, polacchi e altri ex sudditi dell'impero sovietico), chi cercherà di puntare i piedi (soprattutto i tedeschi e gli spagnoli) e chi farà il pesce in barile (noi). Certamente, non sarà facile respingere le sollecitazioni di un leader appena insediato e con davanti a sé almeno quattro anni di governo. Fin d'ora i responsabili europei stanno studiando condizioni e reciprocità di questo nuovo rapporto.

Dal punto di vista del presidente eletto, il modo di guardare all'Europa dovrebbe comunque ricalcare i precetti stabiliti negli ultimi decenni. In particolare, coltivare i rapporti bilaterali, piuttosto che con il fantasma di Bruxelles; evitare che un gruppo di europei si coalizzi in chiave anti-Usa; e soprattutto, scacciare il timore che qualcuna delle principali potenze continentali stringa relazioni privilegiate con Mosca.

L'incubo di qualsiasi presidente americano, anche del quarantaquattresimo di fresca nomina, è che fra Russia e Germania (più, eventualmente, Francia e potenze minori) si stabilisca un'alleanza anche solo informale, destinata a limitare l'influenza degli Stati Uniti nel Vecchio Continente. In questa prospettiva, un occhio particolare verrà dedicato dalla nuova amministrazione alla geopolitica energetica. Progetti come Nord Stream, deputati a scavalcare i paesi più filoamericani d'Europa, allo scopo di connettere Germania e Russia in nome del gas, sono anatema. Così come, sul fronte Sud, il nuovo presidente continuerà probabilmente a ricercare improbabili alternative alle pipelines che connettono Asia centrale e Russia all'Europa mediterranea.

In questo mobile scacchiere geopolitico, l'Italia gioca un ruolo marginale. A torto o a ragione, gli americani tendono a dare per scontato che seguiremo, comunque eviteremo di far danni. È probabile che abbiano ragione. Ma nel contesto della crisi multidimensionale (finanziaria, economica e geopolitica) che gli Stati Uniti hanno esportato nel mondo, al nuovo inquilino della Casa Bianca potrebbe capitare un giorno persino la ventura di infilare la sua chiave nella serratura della nostra porta e di trovarla cambiata.
(07 novembre 2008)

giovedì 28 agosto 2008

Lo spettro della Guerra fredda



Lucio Caracciolo
L'Espresso
22 agosto 2008
Gli scontri tra Georgia e Ossezia del Sud hanno riportato alle cronache le vecchie tensioni tra America e Russia. Ma farlo confonde le idee

La storia non si ripete, gli stereotipi sì. Ogni volta che fra Russia e America monta la tensione, si riparla di guerra fredda. È accaduto varie volte negli ultimi anni. Mai però la crisi aveva toccato gli acuti della guerra, sia pure per interposte Georgia e Ossezia del Sud. Ecco risuonare di nuovo il riferimento al confronto bipolare che segnò gli equilibri planetari per quattro decenni, dalla fine del Secondo conflitto mondiale al crollo dell'Urss. È pertinente? Aiuta a capire? O confonde le acque? Vediamo.
Di simile al paradigma della guerra fredda c'è il rischio che due potenze termonucleari in attrito accendano la scintilla di un devastante scontro diretto. Tutto il resto, o quasi, è diverso. In primo luogo, fra russi e americani non c'è più la contrapposizione ideologico-propagandistica che rendeva apparentemente inconciliabili i due sistemi e dunque disegnava un terrificante gioco a somma zero, risoltosi poi per consunzione/suicidio dell'Unione Sovietica.
In secondo luogo, e anche per conseguenza del primo punto, fra i due paesi si sono sviluppate relazioni politico-diplomatiche relativamente normali, almeno fino alla crisi caucasica. Non si è però determinata quell'interdipendenza economico-finanziaria che rende oggi improbabile uno scontro duro, strutturale, fra americani e cinesi. Per la semplice ragione che ne scapiterebbero entrambi.
In terzo luogo, non ci sono più i due blocchi simmetricamente rivali a guida sovietica e americana. Il Patto di Varsavia è stato inghiottito nelle nebbie della storia. La Nato sopravvive, ma alla prova dei fatti, dal Kosovo all'Afghanistan fino alla guerra di Georgia, si è dimostrata scarsamente efficiente sotto il profilo militare, se non inutile. E al suo interno sono emerse mille crepe, tanto più evidenti quanto più numerosi sono i suoi membri e i suoi aspiranti soci.

Tre buone notizie? Non proprio. Infatti: primo, non è necessario coltivare filosofie opposte per combattersi. In seconda istanza, quanto meno due sistemi sono connessi tanto meno si capiscono, e soprattutto non hanno interessi comuni da difendere. Ma la notizia davvero brutta è paradossalmente l'ultima. In questo mondo molto più anarchico il conflitto può esplodere - o almeno la tensione può diventare parossistica - per iniziativa di un qualsiasi attore, anche molto secondario, che si senta supportato da Mosca o da Washington. È quanto accaduto in Georgia, con l'attacco ordinato da Saakashvili contro l'Ossezia del Sud. Entrambi si consideravano protetti dai rispettivi mentori. Gli osseti meridionali lo erano di fatto: lo si è visto dalla violenta, schiacciante reazione russa. I georgiani si sbagliavano, o erano stati indotti a sbagliarsi da qualche cattivo consigliere americano. Certo, mai durante la guerra fredda a un Saakashvili sarebbe stato concesso di attaccare il Nemico senza un ordine da Washington.