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domenica 23 novembre 2008

Voci e storie dei ricercatori in fuga

(Un'assemblea all'Università romana della Sapienza)

LA REPUBBLICA
di Roberto Calabro'

'Non ho più fiducia nella mia Italia'
Una buona preparazione universitaria, poi il vuoto quasi assoluto
Si "scappa" per avere spazio, ma tornare è quasi impossibile


Sono tanti i cervelli italiani in fuga. Ricercatori, dottorandi, laureati che frequentano master e specializzazioni post-laurea. Più che i numeri sono le storie a raccontare questo esodo che, di anno in anno, assume dimensioni sempre più consistenti. Nel suo articolo di due giorni fa per il nostro giornale, il premio Nobel per la Medicina, Renato Dulbecco, scriveva: "Chi vuol fare ricerca se ne va, oggi come ieri, per gli stessi motivi. Perché non c'è sbocco di carriere, perché non ci sono stipendi adeguati, né ci sono fondi per le ricerche e le porte degli (ottimi) centri di ricerca sono sbarrate perché manca, oltre ai finanziamenti, l'organizzazione per accogliere nuovi gruppi e sviluppare nuove idee".

Una diagnosi terribile e impietosa, confermata dai duemila messaggi che i ricercatori italiani hanno lasciato sul forum di Repubblica.it. Cervelli in fuga dall'Italia che hanno utilizzato la "bacheca" messa a disposizione da "Repubblica" per raccontare le loro storie, per esprimere lo sdegno e la rabbia nei confronti di un paese non ha saputo valorizzarli. E che li ha persi, forse per sempre.

Fuggono i ricercatori italiani per le strutture inesistenti, soprattutto nel campo delle scienze e della tecnologia, per i fondi che mancano, per gli stipendi ridicoli, per un sistema di selezione che scoraggia i migliori e premia i raccomandati. Fuggono e se ne rammaricano, perché la preparazione di base della nostra università è ottima. Però, poi manca tutto il resto.

Le storie, le testimonianze, i racconti arrivati al nostro sito descrivono tutto questo e mettono in mostra i sentimenti che albergano nei cuori di chi è dovuto emigrare. La delusione e la rabbia, su tutti. Un esempio è quello di Delia Boccia che definisce il suo lavoro all'estero un "esilio coatto", otto anni a Londra, uno a Ginevra: "In Italia non torno e non tanto per quei 1000 euro al mese, che mortificano più il frigorifero che l'orgoglio, ma perché l'Italia é un paese che non si merita più né la mia forza, né la mia passione, e tanto meno la ricchezza delle cose che faccio. Perché se fino a qualche anno fa era l'Italia a non credere in me, adesso sono io che non credo più all'Italia".

Sono in tanti a raccontare la frustrazione di anni spesi nei dipartimenti delle università italiane a lavorare alacremente per poi vedere sforzi e studi vanificati da concorsi pilotati, con i nomi dei "predestinati" che si conoscono in partenza. O di dottorati al termine dei quali non c'è alcuna prospettiva di futuro e di carriera. E, allora, si lasciano amici e familiari e si parte in cerca di una chance. Come ricorda Sara Pinzi che scrive: "Ho un contratto di ricerca in un'università in Spagna, che mi permette pagare i contributi, l'affitto e crescere un bimbo piccolo. Qui in Spagna mi hanno dato qualcosa che in Italia non ho avuto: un opportunità".

Non tutti si definiscono "cervelli in fuga". Rico Barsacchi è tra questi: "La mia non é stata una fuga: è stata la voglia di fare ricerca all'estero e di vivere fuori dall'Italia per un po' di tempo". Però, una volta sperimentate le possibilità offerte dalle università straniere, è difficile tornare indietro. "Se non torno è perché le condizioni di lavoro che ho qua (Max Planck Institute a Dresda) sono semplicemente introvabili in Italia: qui mi sono fatto una famiglia, ho due figli e guadagno relativamente bene", continua il ricercatore.

E poi c'è chi all'estero è andato per caso ed è rimasto per scelta. Prendi Laura Parducci che da 14 anni vive e lavora in Svezia, prima ad Umeå, oggi ad Uppsala vicino Stoccolma: "Qui si avanti se si é competente e volenteroso e i giudizi, gli avanzamenti di carriera, gli ottenimenti di fondi per la ricerca sono quasi sempre dati in maniera imparziale da terze parti non interessate ed esterne. Perché mai tornare in Italia? Cosa offrirebbe questo paese ad una donna ricercatrice della mia età, con tre figli?"

Sono tanti ad evidenziare le differenze enormi tra il sistema universitario degli altri paesi europei e il nostro. Non solo in termini di meritocrazia, ma anche di efficienza, di strutture, di metodi. Lorenzo Basso, un neolaureato che conduce il suo dottorato di ricerca a Southampton, non nasconde la sorpresa: "Faccio un colloquio telefonico (via Skype) e quattro ore dopo mi viene dato il posto! Impensabile in Italia".

Chi si trova all'estero da tanto tempo vede trasformarsi la rabbia e lo sdegno iniziali in soddisfazione per avercela fatta con i propri mezzi, grazie alle proprie capacità, senza dover sottostare al barone di turno o dover ricorrere al sistema delle raccomandazioni.

Non è soltanto il fattore economico a spingere a fermarsi, ma anche il clima di collaborazione tra colleghi, l'organizzazione delle università, le opportunità che vengono offerte. C'è uno stimolo continuo a crescere, a dare il meglio di sé.

La nostalgia di casa, comunque, è forte. Il sole, il mare, i colori e i sapori dell'Italia rimangono sempre nel cuore. Alcuni non resistono e tornano. E c'è anche chi vorrebbe tornare e non ce la fa. E' il caso di Mario Pagano, un giovane medico napoletano che, dopo un'esperienza a New York, da quattro anni lavora all'Università di Cambridge: "Io e mia moglie vorremmo tanto tornare in Italia, ma non ci riusciamo". O di Gianluca Calcagni che lamenta: "Dal 2005 lavoro all'estero come ricercatore in fisica. Prima in Giappone, poi Regno Unito, ora Stati Uniti. Da allora sto cercando di rientrare ma é quasi impossibile. Mentre ogni anno all'estero ci sono centinaia di bandi di concorso, in Italia si contano sulle dita di una mano".

E per i tanti che vorrebbero tornare, ce ne sono altrettanti, giovani e meno giovani, sul punto di andarsene. Come Roberto Orti, un chimico, che scrive: "Io non sono ancora andato ma sto preparando le valigie e partirò a breve per il Nord della Francia per raggiungere là la persona con la quale sono anni che tento invano di mettere su una famiglia qui in Italia. Lei è ricercatrice in Storia dell'Arte ed io laureato in chimica, ma in Italia questo non basta per avere degli stipendi decenti e un futuro dignitoso". Un altro cervello in fuga. Ahinoi, uno dei tanti.
(21 novembre 2008)

lunedì 27 ottobre 2008

Ma il premier teme il calo di consensi -"Walter cavalca la crisi e la scuola"



di CLAUDIO TITO
LA REPUBBLICA

ROMA - "Gliel'hanno detto a Veltroni che nelle banche ci sono i risparmi degli italiani? Gliel'hanno detto che io sto facendo esattamente quello che fanno in tutti gli altri paesi? Gliel'hanno detto che se il governo non difende gli istituti di credito crolla l'intero sistema? Ma si rende conto di dire delle cose assurde?". Quando ha letto la sintesi del comizio del segretario Pd al Circo Massimo, Silvio Berlusconi si trovava ad Astana, la capitale del Kazakhstan.

La sosta tecnica di sabato notte al rientro da Pechino si era trasformata in una breve visita ufficiale con tanto di cena formale con il presidente kazako Nazarbayev. Lo scalo allora gli ha consentito di ricevere tutti i fax e le "brutte notizie" da Roma. Le parole del leader Pd gli hanno mandato di traverso la cena. In particolare gli attacchi sulla situazione economica e sulla crisi dei mutui. Allora, con lo staff che lo accompagnava sul velivolo dell'Aeronautica militare, non ha fatto niente per nascondere la rabbia. "Non possiamo lasciare che tutto passi senza una risposta. Domani parlo io".

E già, perché l'attenzione di Palazzo Chigi su quel versante è altissima. Il presidente del Consiglio monitorizza gli umori della gente con continui sondaggi ed è convinto che l'"emergenza portafoglio" sia l'unico fronte che può incrinare la cosiddetta "luna di miele". Quella sintonia con gli elettori che gli ha permesso fino ad ora di incassare indici di popolarità piuttosto alti.

Eppure, la bufera finanziaria qualcosa ha cambiato nell'umore degli italiani. "I sondaggi che cita Veltroni sono del tutto falsi - ripete ai suoi -. Quel calo del 18% non esiste". Ma anche a Via del Plebiscito temono che il combinato disposto tra la "protesta scolastica" e le difficoltà economiche possano invertire il trend. Qualche preoccupazione, del resto, l'ha provocata anche l'ultimo sondaggio di Mannheimer che segnala una certa flessione. A Via del Plebiscito non è ancora suonato l'allarme rosso, ma è la prima apprensione che si manifesta da maggio.

Non è un caso che ieri sera, il premier abbia parlato proprio dei sondaggi con il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. E non è nemmeno un caso se, pur sbattendo la porta in faccia all'opposizione, l'abbia tenuta ben aperta nei confronti del sindacato. Anche della Cgil. Berlusconi vuole infatti evitare che il Pd diventi il portabandiera delle famiglie in difficoltà, il portavoce di chi non arriva alla quarta settimana. Sta quindi cercando di capire con Tremonti se sia in qualche modo realizzabile la proposta formulata un paio di settimane fa dalla Confcommercio: detassare le tredicesime.

Un'ipotesi complicatissima per il Tesoro, ma il presidente del consiglio sta insistendo per una misura che tocchi almeno i redditi più bassi. Anche perché una manovra in questo senso, a suo giudizio, piazzerebbe il Pdl con il vento in poppa nella campagna elettorale per le prossime europee di maggio. O almeno renderebbe stabile la tendenza a non trasferire verso il Pd il voto dei "delusi" dal governo.

"Altro che difendere le banche - si è allora sfogato ieri anche sull'aereo in volo da Astana - io difendo i soldi degli italiani. So bene che la situazione è quella che è, ma facciamo tutto il possibile". Così ai ministri che ha sentito per concordare l'affondo di ieri pomeriggio, ha di nuovo ribadito che un dialogo con il centrosinistra allo stato è impossibile. "Quello - si è ancora lamentato di Veltroni - mi accusa di guidare il Paese come un consiglio di amministrazione, ma non sa di cosa parla. Io concordo sempre tutto con ciascun alleato".

Ma il suo vero chiodo fisso sembra soprattutto Antonio Di Pietro. "Mi chiedo? Dopo tutto quello che gli ha combinato, come fa Veltroni a manifestare con quello lì? A cosa gli serve tornare insieme all'Italia dei Valori? A cosa gli serve usare quel linguaggio?". A suo giudizio, infatti, l'ex pm resta "il vero problema del riformismo italiano". Senza contare che l'abbraccio tra "Walter e Tonino" può risultare fatale per quanto riguarda la Rai. In questo clima, il premier scommette ben poco sull'accordo per eleggere il nuovo presidente della commissione di Vigilanza. "A meno che il Pd non si decida a ragionare".

Della manifestazione del Circo Massimo, poi, ha parlato pure con il ministro dell'Interno, Roberto Maroni. Ha preso atto che tutto si è svolto pacificamente ammettendo che sotto il profilo della partecipazione "a Veltroni non è andata male". Ma fin dalla scorsa settimana il Cavaliere era certo che la piazza sarebbe stata riempita e che non si sarebbe trattato di un flop. Pure il titolare del Viminale, però, gli ha confermato i dati forniti dalla questura: "ad ascoltare il leader democratico non c'erano più di 300 mila persone".

Con i "fedelissimi", poi, è tornato a ricordare gli incontri avuti a Pechino. I contatti con i leader di tutto il mondo. I colloqui con il governo del Kazakhstan dove l'Italia ha "interessi enormi" a cominciare dall'Eni e da Unicredit. L'agenda internazionale del prossimo anno che prevede missioni in Giappone, Vietnam, Corea del Sud, Cina e India nei primi mesi del 2009. "Poi torno qui a Roma - ha allargato le braccia dinanzi a tutti i suoi interlocutori - e devo assistere a questa vecchia politica".

(27 ottobre 2008)

mercoledì 22 ottobre 2008

Botta e risposta tra D'Alema e Brunetta


IL CORRIERE DELLA SERA
L'ex ministro degli Esteri: «È un energumeno tascabile con la sua virulenta campagna contro il "pubblico"»

ROMA - «Brunetta è un energumeno tascabile». È l'opinione che Massimo D'Alema ha del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta. «L'altro giorno in Parlamento ci siamo dovuti battere per difendere i diritti dei disabili gravi ad avere un'assistenza degna di questo nome», ha detto l'ex ministro degli Esteri durante un’iniziativa del Pd a Roma in vista della manifestazione del 25 ottobre. «Ci siamo sentiti rispondere da parte di quell'energumeno tascabile che è il ministro Brunetta che ci sono degli abusi. Ma se ci sono degli abusi bisogna colpirli senza cancellare i diritti. Con la sua virulenta campagna contro tutto ciò che è pubblico, Brunetta rischia di colpire beni pubblici essenziali e di fare di tutta l’erba un fascio».

«VOLGARITÀ RAZZISTE» - «Alle volgarità razziste del deputato D'Alema non replico», ha risposto Brunetta. «Evidentemente la mancanza di potere gli ha fatto perdere la testa».

BERLUSCONI: «NOI LAVORIAMO, ALTRI IN PIAZZA» - In precedenza a Napoli all'assemblea degli industriali campani, Silvio Berlusconi aveva di nuovo criticato la scelta del Pd di manifestare contro il governo sabato prossimo: «Non è andando in piazza a manifestare contro chi vuole fare le riforme che si risolvono i problemi del Paese. L'Italia possiamo salvarla solo noi e non andando in piazza o in tv a farneticare».

REPLICA VELTRONI - A Berlusconi ha replicato il segretario del Pd Walter Veltroni: «Chi dice questo è la stessa persona che parlava due anni fa da un palco in piazza San Giovanni contro il governo Prodi».


21 ottobre 2008

giovedì 2 ottobre 2008

"Ho scoperto un virus, e ora via"



La Repubblica
Valentina Conte
1 ottobre 2008


Da eBay alle strade di Roma. I precari della ricerca, da ieri all'asta su internet per un centesimo di euro, gridano la rabbia di chi si sente espulso. All'improvviso, con un emendamento che li esclude da laboratori e progetti dopo anni - decenni - di lavoro incerto e sottopagato. Questa mattina in via Veneto erano migliaia: dipendenti di Isfol e Istituto superiore di sanità. Per chiedere al ministro del welfare Sacconi di ripensarci. È un muro contro muro. "Il loro modo per risolvere il problema dei precari è licenziarli", riferiscono i manifestanti che piegano gli striscioni e tornano al lavoro.

Marco, 40 anni e da otto all'Iss, è il simbolo della protesta. Parla con il cartello che porta al collo: "Figli di un genitore precario. I diritti di un precario sono anche i loro". Il broncio dei suoi tre bambini spiega più di ogni comunicato. "L'abbiamo saputo dal sito di Repubblica - racconta Marco - dalla storia di Valentina Benni, premiata da Brunetta ma messa fuori. Uno choc. Ho pensato: sono fuori anch'io. E ora come lo spiego ai miei figli?".

Si inizia con un progetto per un mese. Poi due mesi, sei mesi. Un anno. Tre anni. A seconda dei fondi. Il tempo passa. E zero concorsi. Ti specializzi, diventi indispensabile. "Un lavoro che amo perché unisce due passioni - continua Marco - l'informatica e i bisogni delle persone. Ricordo gli inizi, quando ero nel progetto di sperimentazione del vaccino anti-Aids. Tutte le mattine mi svegliavo pensando ai malati che non ce l'avevano fatta e a quelli che aspettavano di guarire".

L'unità informativa, nata anche grazie alle competenze e al lavoro di Marco, rischia di saltare. Sono tutti precari. E con loro anche i progetti aperti. Come quello sui farmaci contraffatti, un database a prova di hacker quasi pronto e realizzato in collaborazione con Aifa, carabinieri del Nas e ministero della Salute, per sconfiggere la piaga dei medicinali falsi spacciati su Internet senza controlli. Chi se ne occuperà? "Molti colleghi non hanno retto". Marco abbassa lo sguardo. "Sai quanti vanno dallo psicologo dopo dieci, venti anni di precariato? La gente pensa che la pubblica amministrazione sia un porto sicuro. E invece è solo l'utero di una matrigna. Ci sei ma non ti vuole. Una schizofrenia".

All'Istituto superiore della sanità i posti a rischio sono settecento: 400 con un contratto a progetto e 300 a tempo determinato. Quasi la metà del personale di ruolo. Biologi, medici, amministrativi di primissima qualità. Firmatari di progetti, autori di brevetti scientifici e articoli sulle riviste internazionali. Responsabilità e competenze che potrebbero scomparire e paralizzare l'intera attività dell'Istituto. Che vuol dire ricerca e controllo: alimenti, farmaci, ceppi influenzali, batteri, virus. "Ho colleghi anche di 50 anni con famiglia e mutuo. Fuori da qui come si riciclano? Cosa faranno? Cosa farò? Non siamo raccomandati, imbucati, infiltrati. La gente non capisce perché non sa. Abbiamo lavorato qui perché avevamo le competenze e servivamo. E ora?".

Francesca, 43 anni, tecnico di laboratorio è da record: 23 anni all'Iss in attesa di una "stabilizzazione". Quella garantita in modo graduale dalle ultime due leggi Finanziarie e per ora saltata. "Più di venti anni ad occuparmi di emergenze sanitarie e controlli di stato sui vaccini: morbillo, varicella". Francesca scorre i ricordi. "Ve la ricordate la chikungunya? La febbre mortale trasmessa da zanzare infette che fece qualche morto anche in Italia nell'estate 2007? Siamo stati noi a identificare e isolare il virus in 24 ore". Gli anni all'Istituto? "Bellissimi, ma un calvario. Nei primi tre ero a zero lire. Poi le parcelle. I co.co.co. E finalmente il tempo determinato. Fatto il concorso, speravo nella stabilizzazione. Niente. Non solo. Ora siamo fuori. È assurdo".

La sala Pocchiari dell'Iss è stracolma. Mai stata così. Un muro di persone che parte dal marciapiede di viale Regina Elena. Tutti in assemblea con i sindacati di base. Per decidere cosa fare. Qualcuno chiede spiegazioni. "Cosa succede se passa l'emendamento?". Intanto nei laboratori i camici bianchi lavorano con ampolle e vetrini. C'è l'australiana in arrivo, l'influenza di quest'anno. E poi il vaccino anti-Hiv: il progetto di sperimentazione va avanti ed è il fiore all'occhiello dell'Istituto. Il latte cinese con la melammina da testare. E la ricerca da proseguire.

Non molto lontano, in via Ardeatina altri ricercatori sono in assemblea permanente. Giovani e meno giovani angosciati. Fausta, 37 anni, è biologa dell'Inran (l'Istituto nazionale di ricerca per l'alimentazione e la nutrizione) e al settimo mese di gravidanza. Con un dottorato alle spalle e dodici anni di assegni di ricerca, co.co.co. e poi tempo determinato dopo il concorso. Un precariato lunghissimo e la speranza di essere "stabilizzata" presto. "Pensavo proprio di avercela fatta - si illumina - ero tra i primi 14 in graduatoria e sarei passata con la successiva tornata e invece niente. Stabilizzazione di fatto abrogata. Niente assunzione ma neanche tempo determinato, come ora. Completamente fuori. A casa. Con un bimbo in arrivo".

Qui all'Inran rischiano di saltare 80 posti. Cioè ottanta ricercatori precari. Quasi la metà dei dipendenti totali. E con loro i progetti già assegnati: nazionali, internazionali, comunitari. "Un Paese che spende in ricerca solo lo 0,67% del Pil - grida Fausta - e che sbatte fuori i suoi ricercatori dopo averli formati e specializzati che Paese è? Se fossi raccomandata e fannullona non sarei qui ancora dopo dodici anni a firmare progetti e fare scelte di vita senza un orizzonte di futuro. Che ne pensa Brunetta?".

mercoledì 17 settembre 2008

Berlusconi: Veltroni nei fatti è inesistente


Il Corriere della Sera
17 settembre 2008
«Per dialogare con loro dovrà passare un'altra generazione. Oggi sono posseduti dall'odio di classe»

ROMA - «Veltroni? Aveva cominciato bene, ma nei fatti è adesso del tutto inesistente». Questo l'affondo del premier Silvio Berlusconi sul segretario del Pd, secondo quanto riferiscono fonti presenti all'incontro del comitato costituente del Pdl, che si sta svolgendo a porte chiuse al Tempio di Adriano, a Roma. Per il premier «la sinistra ha scelto la vecchia linea e i vecchi vizi della sua provenienza storica». «Dimentichiamo ogni speranza di poter collaborare con loro. Dovrà passare ancora un'altra generazione, visto che oggi sono posseduti solo da invidia e odio di classe». «Questa sinistra - avrebbe sottolineato il premier secondo quanto viene riferito - non è capace né di fare opposizione né di governare. È semplicemente deludente e con loro non si potrà neanche collaborare».


«GOVERNEREMO A LUNGO» - «Il Pdl sarà una forza politica aperta, punto di riferimento per tutti gli elettori attraverso sedi locali, siti internet e circoli che manterrei vivi» ha detto il Cavaliere parlando ai cento costituenti del Pdl. «Ho letto - ha aggiunto il presidente del Consiglio - che qualcuno di voi ha detto che con il bipolarismo si arriva all'alternanza al governo. Ma quale alternanza, saremo noi a governare a lungo». Al Tempio di Adriano Berlusconi avrebbe anche fatto ancora una volta riferimento ai sondaggi, parlando un «apprezzamento record» nei confronti del governo dal lui guidato: «Siamo al 63,7%» ha specificato il premier. «Siamo una forza politica - ha aggiunto - che non si ferma al 42% ma deve andare a recuperare coloro che non si riconoscono in questa sinistra che ha profondamente deluso gli italiani».


ANTIFASCISMO - Il presidente del Consiglio, tra le altre cose, ha liquidato i cronisti che gli chiedevano se si dichiarerebbe antifascista con poche battute. «Io penso solo a lavorare per risolvere i problemi degli italiani» ha tagliato corto il premier.


«STOP AL CHIACCHIERICCIO» - Ai cento membri del comitato costituente del Pdl, Berlusconi ha suggerito di «lavorare in fretta e per il futuro».«Dimenticate di fare interviste e adottate una regola di condotta: parlare soltanto nelle conferenze stampa convocate presso i Ministeri. Ricordate che molti di voi sono a capo delle istituzioni, occorre mettere fine alla politica del chiacchiericcio e delle parole» è stato l'invito del premier.


LISTE - Da Berlusconi anche un accenno alle Europee: «Lo sbarramento più logico è al 5 per cento, per avere nel Ppe una grande maggioranza relativa capace di orientare la politica dell'Unione Europea» ha detto il Cavaliere, ribadendo la preferenza per liste bloccate, meccanismo in grado di «selezionare autorevoli esponenti politici».

venerdì 12 settembre 2008

Prostituzione: ok al ddl Carfagna -Via le lucciole dalla strada



La Repubblica
11 settembre 2008
Stessa pena per clienti e per chi si vende, stretta anche sulle minorenni


ROMA - Sì del consiglio dei Ministri al disegno di legge su "misure contro la prostituzione" messo a punto dal ministro Mara Carfagna. L'esecutivo ha dato il via libera nella riunione di questa mattina a palazzo Chigi. Per il ministro la prostituzione è "un fenomeno vergognoso che spesso è connesso alla riduzione in schiavitù, all'uso e all'abuso dei minori, che a volte sfocia anche in fenomeni di violenza come lo stupro, tutti fenomeni che sono strettamente collegati alla prostituzione in strada". Carfagna ha definito il disegno di legge "uno schiaffo durissimo per togliere linfa al mercato della prostituzione".

L'obiettivo. Le nuove norme - grazie anche all'introduzione del reato di prostituzione in strada e luogo aperto al pubblico - mirano a contrastare il fenomeno e a rendere più efficace la lotta allo sfruttamento della prostituzione, in particolare di quella minorile.

Puniti sia i clienti che le lucciole. Così dopo 50 anni cambia la legge Merlin, la norma che abolì la regolamentazione della prostituzione in Italia e rese illegali i bordelli. Il disegno di legge del ministro per le Pari Opportunità introduce il reato di esercizio della prostituzione in strada e in generale in "luogo pubblico". Ad essere colpiti, con identiche sanzioni, saranno sia le lucciole che i clienti. Previsto l'arresto da 5 a 15 giorni e l'ammenda da 200 fino a 3000 euro. Con l'attuale normativa, infatti, è punibile solo il reato di adescamento che, però, risulta di difficile definizione. Di fatto, il vendersi per le strade delle città, è un comportamento del tutto libero e sostanzialmente lecito.

Niente case chiuse. Comunque il ddl non prevede il ritorno delle case del piacere. "Le case chiuse legittimerebbero la prostituzione, il nostro ddl è invece punitivo. Non la regolamenta ma la contrasta duramente" ha precisato la ministra. Che continua: "Come donna, le case chiuse mi fanno rabbrividire... Come donna nelle istituzioni so che esiste e cerco di contrastarla". Poca chiarezza però da parte del ministro su chi continuerà (dopo l'approvazione del disegno di legge) a prostituirsi in casa o in luoghi chiusi. "La prostituzione in luoghi chiusi non è legale e non è reato..."


Prostituzione minorile. Nei quattro articoli di cui è composto il disegno di legge, che il ministro Carfagna insieme a quello dell'Interno, Roberto Maroni, e della Giustizia, Angelino Alfano, hanno presentato, anche un giro di vite per lo sfruttamento della prostituzione minorile. L'articolo 2 prevede il carcere da 6 a 12 anni e multa da 15 mila a 150 mila euro per chi "recluta o induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto" o "favorisce, sfrutta, gestisce, organizza o controlla la prostituzione di una persona di età inferiore agli anni diciotto, ovvero altrimenti ne trae profitto". Se il minorenne ha meno di 16 anni, la pena è aumentata da un terzo alla metà e le attenuanti non possono essere equivalenti o prevalenti rispetto al prescritto aumento di pena. I minori stranieri non accompagnati che esercitano la prostituzione nel nostro Paese saranno riaffidati alla famiglia o alle autorità responsabili del loro Paese d'origine.

Carcere tra i 4 e gli 8 anni anche per i promotori e gli organizzatori di associazioni a delinquere finalizzate allo sfruttamento della prostituzione, mentre la reclusione andrà dai 2 ai 6 anni per i partecipanti.

mercoledì 10 settembre 2008

Ministri, Brunetta e Maroni i più amati



Germano Antonucci
Il Corriere della Sera
9 settembre 2008
Il titolare dell'Innovazione ribalta i giudizi di quattro mesi fa: il 65% è con lui. In coda Bondi e Vito

MILANO - Brunetta e Maroni su, Bondi e Vito giù. Il ministro per l'Innovazione e la Funzione pubblica stacca tutti e si impone come il più apprezzato tra gli esponenti del governo, raccogliendo circa il 65% dei consensi. Alle sue spalle il responsabile del Viminale: due su tre affermano di essere soddisfatti del suo operato. Male, invece, il ministro della Cultura e quello per i Rapporti con il Parlamento, bocciati dal 70% dei nostri lettori. È questo il risultato del sondaggio lanciato da Corriere.it (e tuttora in corso). A quattro mesi dall'insediamento del Berlusconi IV, abbiamo infatti chiesto agli utenti della Rete di esprimere un giudizio sui ministri del governo. Tre le opzioni: "mi ha soddisfatto", "mi ha deluso", "non mi ha né soddisfatto né deluso". Nel giro di pochi giorni, sono arrivati centinaia di migliaia di voti.

I MIGLIORI E I PEGGIORI - Ebbene, i nostri lettori - che, va precisato, non rappresentano un campione statistico - promuovono con decisione, oltre a Brunetta e Maroni, anche Giorgia Meloni (Politiche giovanili). Prevalgono i giudizi positivi anche per Tremonti (Economia), Fitto (Affari Regionali), Frattini (Esteri), Letta (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) e Zaia (Politiche agricole), anche se in alcuni casi (Tremonti, Fitto e Zaia) lo scarto con la percentuale di "delusi" è di pochi punti percentuali. E gli altri? Tutti bocciati: risalendo dal fondo della classifica, vanno male - con oltre il 60% di voti negativi - Ronchi (Politiche comunitarie), Prestigiacomo (Ambiente), Scajola (Attività produttive), Alfano (Giustizia), Rotondi (Attuazione del programma), Carfagna (Pari Opportunità), Matteoli (Infrastrutture) e Bossi (Riforme). Se la cavano un po' meglio Calderoli (Semplificazione), Gelmini (Istruzione) e La Russa (Difesa): anche loro, però, raccolgono più voti negativi che positivi.

CHI SALE, CHI SCENDE - È poi interessante notare come è cambiata l'opinione dei lettori nel giro di quattro mesi (qui i risultati del vecchio sondaggio). Subito dopo la formazione del nuovo governo, ad esempio, la nomina di Brunetta era considerata «inopportuna» dal 57,4% dei lettori: solo il 33% era soddisfatto della scelta. Adesso, l'opinione si è completamente rovesciata, con il ministro per l'Innovazione che raccoglie circa il 65% dei consensi. Maroni conferma più o meno le percentuali di partenza, mentre Frattini - pur apprezzato dal 45% del campione - perde terreno rispetto al 70% di consensi iniziali. Bondi e Vito si confermano i ministri meno amati dai lettori di Corriere.it: ma se a maggio era il responsabile dei Rapporti con il Parlamento a raccogliere il maggior numero di voti negativi (addirittura l'82%), adesso è il titolare della Cultura a meritarsi la coda della classifica. Lo scarto con il collega è comunque minimo: entrambi sono attorno al 70%.

I PIU' VOTATI - Un altro dato riguarda i ministri sotto «la luce dei riflettori»: quelli, cioè, che ottengono il maggior numero di voti complessivi (sommando i positivi, i negativi e i neutri). Come dire: i ministri che fanno più discutere, nel bene o nel male. Anche in questo caso, a svettare è Brunetta, che ha superato largamente quota 50 mila. Seguono Tremonti, Meloni, Gelmini, Maroni, Carfagna e Alfano.

Maxiaumenti ai giudici che si spostano a sud


FRANCESCO GRIGNETTI
LA STAMPA
9 settembre 2008

Era una «riforma» di qualche mese fa: via gli incentivi economici e i punti-premio ai magistrati che scelgono le cosiddette «sedi disagiate» del Sud. E per di più divieto a quelli di prima nomina, ai giovanissimi, di ricoprire molte funzioni. Li ritenevano troppo inesperti per fare i pm oppure i giudici monocratici. Risultato finale, non c’è più nessuno a combattere la criminalità organizzata. In molti uffici giudiziari di Campania, Sicilia e Calabria i vuoti sono spaventosi.


Il caso è esploso quest’estate, quando ignoti hanno bruciato il portone di casa di una giovane magistrata a Gela, Serafina Cannatà. E il suo capo, un’altra donna, Lucia Lotti, aveva raccontato la «desertificazione» dell’ufficio. Così si corre ai ripari. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, riscopre gli incentivi ed ecco un decreto legge che andrà in discussione giovedì prossimo a palazzo Chigi. Prevede consistenti aumenti di stipendio, circa 2.500 euro netti al mese, per i quattro anni che il magistrato s’impegna a trascorrere nella sede disagiata. E c’è di nuovo anche il riconoscimento di un maggiore punteggio di anzianità. A godere degli incentivi saranno al massimo cento magistrati (ma resta il divieto per quelli di prima nomina) che sceglieranno di andare in trincea. La bozza di decreto prevede uno stanziamento di 4 milioni e 500 mila euro lordi all’anno per quattro anni. Sarà anche riconosciuta un’anzianità di servizio doppia per ogni anno svolto nella sede disagiata. Non si placa intanto la polemica sul braccialetto elettronico. L’idea è stata lanciata dal ministro della Giustizia, alle prese con il cronico affollamento delle carceri. La difende il neodirettore del dipartimento penitenziario, Franco Ionta, che rivendica come «priorità» la lotta al sovraffollamento carcerario. Diffidente invece il ministro dell’Interno, Maroni, che ha sul tavolo un rapporto letteralmente catastrofico sull’esperienza di otto anni fa. A parte le «evasioni», che pure si sono verificate, la sperimentazione ha evidenziato che il vecchio braccialetto va in tilt se entra in contatto con l’acqua. Oppure che il segnale si perde quando il detenuto entra in un locale con mura troppo spesse, tipo la cantina. Moltissimi i falsi allarmi. E poi comporta costi spaventosi.

Ognuno degli apparecchi aveva bisogno di una centralina in casa, una linea Isdn dedicata, un collegamento con la sala operativa più vicina di una forza di polizia. Così l’esperimento del 2000 era finito malinconicamente in cantina. Dopo quindici mesi, di 400 kit presi in affitto, ne funzionavano appena 13. Poi più nessuno. Oggi al Viminale si riuniranno gli esperti del ministero dell’Interno e della Giustizia per verificare l’efficienza di nuove tecnologie. Senza perdere di vista i prezzi: quel contratto del 2000, valido fino al 2011, costa allo Stato 11 milioni di euro all’anno. Soldi buttati senza che nessuno se ne ricordi più.


lunedì 8 settembre 2008

Veltroni a Parisi: "Hai offeso il Pd"



CLAUDIA FUSANI
La Repubblica
6 settembre 2008


FIRENZE - Doveva essere un po' l'esame generale dopo l'estate dei veleni, dei "rami tagliati all'albero dello stesso Pd", delle domande senza risposta e delle "scosse" che non arrivano, con D'Alema e Red da una parte, Parisi dall'altra e una miriade di polemiche locali, da Torino alla Sardegna, passando per Firenze. Veltroni lo sapeva e alla chiusura della prima festa Democratica è arrivato teso, sereno ma preoccupato. Si giocava molto oggi, per se stesso e per il partito.

Missione compiuta, emozione mescolata a passione, lacrime forse no ma sudore tanto. Ed è difficile dire dove finisce il secondo e cominciano le prime. Veltroni ha dato la carica, ha saputo trovare le parole giuste per dire "ripartiamo", ridare "orgoglio" e "speranza" e chiamare a raccolta "il più grande partito riformista". Il problema non erano le parole, con cui Veltroni è abilissimo. Il punto era quanto quelle parole avrebbero potuto convincere. Tremila persone accalcate, posti in piedi e in terra, a 33 gradi con un tasso di umidità altissimo, standing ovation e applausi da spellare le mani, la coda per l'autografo sulle melodie dei Cold Play, raccontano di una sintonia rara in una piazza, come quella fiorentina, appassionata, che non fa sconti e pretende fatti. E i "fatti", le risposte, sono arrivate. Sulla cose da fare, salari, famiglie, scuola, giustizia, ambiente e sicurezza. Sul partito che non è più liquido e quindi "tutti diano una mano" e sul suo ceto politico ("voglio coinvolgere tutti i dirigenti") a cominciare da D'Alema per finire con Parisi contro cui Veltroni punta il dito: "Non voglio un partito antiberlusconi ma neppure dirigenti filo-Berlusconi". Risposte anche sulle alleanze di ieri, oggi e domani: "Di Pietro ha tradito il patto con gli elettori"; con l'Udc "va bene il dialogo" ma "no al pressing su Casini". A Rifondazione, con cui dialoga, il segretario dice: "Sono allibito per il rapporto con le Farc". Perché in fondo il Pd ha davanti a sé una marcia lunga, il traguardo non sono le Europee (a giugno 2009) ma le prossime elezioni politiche.


Veltroni scalda i muscoli in mattinata. Il segretario arriva alla Fortezza da Basso intorno alle dieci di mattina. Non aveva ancora messo piede alla Festa Democratica, anno primo dopo la festa dell'Unità, tra gli stand e nei vialetti che in due settimane hanno ospitato più di un milione di persone. Veltroni aveva in programma un incontro "tecnico" con i dirigenti locali ma alla fine improvvisa un comizio di circa cinquanta minuti. Per dire: "Il partito democratico non è un partito né di ex né di post ma di democratici e di democratiche", "non è un'assemblea di reduci che sta insieme per contrastare la malinconia". Soprattutto "non alza bandiera bianca". Come invece vorrebbe qualcuno. Poi se ne va a Cortona per il matrimonio di Jovanotti. Torna alle sei, come previsto.

"Un paese senza guida e senza baricentro". Ore 18, due poltroncine sul palco verde e metallo, da una parte Veltroni, dall'altra Enrico Mentana, davanti una platea per 2.500 persone. A mezzogiorno i posti erano già tutti occupati. Centinaia di persone trovono posto in terra, fuori, altre seggiole, altre panche. Comincia così la campagna d'autunno del Pd. Prima con la critica del governo che "lascia il paese senza guida e quando si spengeranno i fuochi d'artificio resteranno solo macerie"; e del premier che "nei primi cinque mesi ha pesnato solo a risolvere i suoi problemi". Poi indicando la rotta di una navigazione "complessa" a cui però non ci sono alternative: "Nel momento in cui il progetto del Pd andasse in crisi, nel centrosinistra si apre una diaspora difficilmente conciliabile". Avanti tutta, quindi, "col gioco di squadra". Nelle prime file Rosy Bindi, Vannino Chiti, Michele Ventura, Lapo Pistelli accanto a Grazioni Cioni che scalpita per diventare sindaco e nei pressi di Leonardo Domenici che in primavera lascerà Palazzo Vecchio dopo dieci anni. L'appuntamento più importante è la manifestazione del 25 ottobre, "una grande manifestazione, inusuale forse perché dirà tanti no ma anche qualche sì". Servono pazienza e sangue freddo perché "tutte le svolte hanno bisogno di tempo, non si fanno 800 metri col fiato dei 100...".


Parisi "offende" la base del Pd, Di Pietro "ha tradito", D'Alema faccia squadra. Prima di dire le cose da fare "fuori" dal partito, Veltroni cerca di fare chiarezza dentro il partito. A cominciare da Arturo Parisi che ieri aveva criticato il governo ombra del Pd ed elogiato il governo Berlusconi. "Molti dirigenti del Pd sparano bordate per finire sui giornali senza preoccuparsi se il corpo collettivo del partito subisce danni" dice Veltroni. E comunque, Parisi "ha offeso il 34 per cento degli italiani", quelli che hanno votato Pd. Toni altrettanto duri contro Di Pietro. Perché ti sei alleato con lui, gli chiede Mentana. "Per dare l'idea di essere più forti e vincenti. Poi Di Pietro aveva sottoscritto un programma e accettato di fare gruppo parlamentare unico. Quando ha visto che aveva i numeri per andare per conto suo, ha scelto di tradire...". Un paio di messaggi anche per D'Alema. Il primo: "Bene discutere, dare vita ad organismi e associazioni - dice Veltroni - ma il tesseramento quello no, anche perché deve essere uno solo. E soprattutto a un certo punto la discussione deve finire". Il secondo: "Voglio coinvolgere tutti i dirigenti, ma certo, purché tutti diano veramente una mano e facciano squadra". Sufficiente per l'ex ministro degli Esteri che ha chiesto di essere coinvolto?

Famiglia, scuola, giustizia, sicurezza: ecco le risposte. "Questo governo - attacca Veltroni - non sa parlare del primo problema di ogni famiglia: i salari". E' l'avvio del capitolo delle cose da fare. Il governo-ombra presenterà un pacchetto per la famiglia che prevede "un assegno di 2 mila e 500 euro per famiglie incapienti, un credito d'imposta rimborsabile per incentivare le donne al lavoro, il potenziamento delle detrazioni pari al 19% dell'affitto e l'innalzamento al 23% della quota del tasso detraibile sul mutuo". Poi la scuola ("l'unica cosa che funziona sono le elementari e tagliano i maestri"), l'ambiente, la sicurezza. "Quanto ci abbiamo messo, noi a sinistra, per capire che se un cittadino chiede sicurezza non è di destra?" si rammarica Veltroni. E quindi a chi arriva da lontano, senza documenti, "va stretta la mano" e "mostrato il pugno di ferro". Senza dimenticare mai che "è prima di tutto mio fratello". Pubblico in piedi per un lunghissimo applauso. E ancora, "lotta all'evasione fiscale con parallela riduzione delle tasse visto che il governo ha detto che non potrà farlo per i prossimi cinque anni". Anzi, "le tasse cresceranno dello0,2% nel 2010". E la riforma della giustizia. "Berlusconi - dice - la intende così: cambia la legge se è accusato. Noi vogliamo fare le riforme con i magistrati e con gli avvocati no contro". Su questo punto, comunque, il Pd "non dirà solo dei no". E' la risposta all'appello di Napolitano. E a quello che hanno dichiarato nei mesi estivi D'Alema e Violante.

Alleanze "non contro qualcuno ma su qualcosa". C'è una percentuale che aleggia sulla giornata e sulla festa, un sondaggio pubblicato da La Stampa che piazza il Pd sotto il 30 per cento. Veltroni non capisce "dove sia lo schock" visto che "in Europa la sinistra ovunque perde voti e gli unici che crescono siamo noi''. Detto questo, inutile parlare ora di alleanze, "usciamo dal politichese, torniamo a parlare alle persone, ai cittadini". Con L'Udc c'è "un dialogo" e "io incontro tutti i leader politici". E' più di una frecciata quella contro Rifondazione di Paolo Ferrero: "Resto allibito: un anno fa, quando l'Unione era al governo, alcuni di loro erano in contatto con le Farc. E noi ci si mobilitava per la liberazione di Ingrid Betancourt, prigioniera delle Farc".

Follini dice che "oggi Veltroni s'è scrollato la polvere della sconfitta". La maggioranza sorride da lontano e parla di un leader dell'opposizione "in confusione". La tensioni interne, almeno per un giorno, sembrano congelate. Presto per dire missione compiuta. Ma il Pd oggi sembra aver ritrovato una strada.

sabato 6 settembre 2008

Veltroni: «Parisi ha offeso il popolo Pd - E Berlusconi alzerà le tasse»


Il Corriere della Sera
6 settembre 2008

FIRENZE - Un colpo al governo e uno a chi nel partito "rema contro". Walter Veltroni parla all'assemblea regionale del Pd a Firenze. «Siamo in un paese senza guida, cioè senza chi sappia leggere le contraddizioni che ci sono nel paese e quando si spegneranno i fuochi d'artificio si vedrà un paese con un paesaggio di macerie» attacca Veltroni. «Avevano detto che le tasse si sarebbero ridotte e invece dal 2010 aumenteranno» incalza il leader democratico per il quale «il Governo parla di tutto meno che del problema principale per 60 milioni di italiani: come arrivo a fine mese». Perfino Alitalia, attacca, finirà per essere un ulteriore costo per gli italiani perché i debiti «verranno caricati sui cittadini» e alla fine Air France l'avrà gratis. Altro capitolo: l'immigrazione. Veltroni quasi grida quando pronuncia un forte «no a Guantanamo o Abu-Ghraib per strada» spiegando che «sbattere gli immigrati in prigione non funziona».


«CRISI PROFONDA» - È per tutti questi motivi, sostiene, che il Pd deve costruire l'alternativa del governo «in un paese in cui c'è una crisi profonda economica e civile». Poi, risponde colpo su colpo alle critiche alla sua leadership, arrivate in particolare da Arturo Parisi che ha definito il governo ombra «un fallimento». Secondo Veltroni «ci sono alcuni dirigenti che hanno capito che per andare sui giornali bisogna sparare bordate utilizzando tutte le occasioni senza preoccuparsi dei danni che producono al corpo collettivo del partito. Il partito è molto più avanti dei suoi rappresentanti e basta vedere come sul territorio ci si è adeguati alla festa. Noi non abbiamo drammatizzato questo passaggio lasciando una certa libertà e quindi si è scelto sul territorio il nome che piaceva di più, ma sempre pensando al bene del partito». Veltroni continua: «La sinistra è afflitta dalla sindrome di Tafazzi. Dire che Berlusconi è stato bravo è un'offesa per il popolo del Pd. Quando si è dirigenti si hanno maggiori responsabilità».


«DIASPORA A SINISTRA» - Il segretario lancia però un chiaro avvertimento: «Se entra in crisi il progetto del Pd, nel centrosinistra si aprirebbe una diaspora difficilmente conciliabile. Nel caravan serraglio della litigiosità italiana i partiti che si sono uniti, dopo sei mesi si sono separati. Noi invece stiamo costruendo un'identità politica che non è scritta sull'acqua». Il segretario del Pd sa che «la navigazione è complicata ma prima di tutto è affascinante e poi non c'è alternativa». Riprendendo le parole di un giovane delegato, ha spiegato che «il Pd non è un partito né di ex né di post, ma di democratici e democratiche» e che «nella società italiana sta succedendo il più grande investimento del riformismo italiano. In pochi mesi stiamo compiendo passi giganteschi, costruendo un'identità nuova, non un'assemblea di reduci». Qual è il futuro del Pd? «Questo tran tran deve finire. Ora è venuto il momento per tornare tra la gente e ricominciare a cercare il consenso».


IL «SONDAGGIO CHOC» - «Oggi i giornali - ha aggiunto Veltroni - parlando di 'sondaggio choc': il Pd al 30%. Non so dove sia lo choc, dopo tutto quello che è successo e quello che leggo sui giornali. Nelle condizioni date abbiamo la possibilità di crescere molto». Tutto questo però all'interno di «un paese senza guida, cioè senza chi sappia leggere le contraddizioni che ci sono nel paese e quando si spegneranno i fuochi d'artificio si vedrà un paese con un paesaggio di macerie». Secondo Veltroni il Pd deve servire a costruire l'alternativa del governo in un paese «in cui c'è una crisi profonda economica e civile».

«DI PIETRO HA STRACCIATO PATTO» - L'ex sindaco di Roma parla anche dell'alleanza elettorale con l'Idv: «Il patto con Di Pietro era giusto farlo e io non sono stato un ingenuo perché» l'Italia dei Valori «ha sottoscritto un programma anche per fare dopo un gruppo unico e solo dopo le elezioni ha detto no». Ma, «visto che spesso mi danno lezioni di correttezza, voglio ricordare che Di Pietro ha tradito e stracciato il patto preso davanti agli elettori».


IDV: «NON ABBIAMO ROTTO PATTO MA PD HA APERTO A BERLUSCONI» - Pronta la replica del capogruppo dipietrista alla Camera, Massimo Donadi. L’Italia dei valori «non ha rotto nessun patto» ma «è stata costretta alla scelta di un proprio gruppo autonomo proprio per l’incapacità del Pd di darsi, fino a qui, una linea chiara e unitaria e, soprattutto, dall’aver Veltroni confuso un proficuo dialogo istituzionale con un’apertura di credito alla cieca a Berlusconi, il quale lo ha ripagato soltanto con leggi ad personam». «Piuttosto che inveire contro i propri alleati - aggiunge Donadi- il Pd farebbe piuttosto bene a interrogarsi sulle ragioni della sconfitta e della crescente disaffezione dei suoi elettori. Per quanto ci riguarda, l’alleanza con il Pd resta il perno indiscutibile della nostra azione politica ma crediamo anche che sarebbe bene che gli eredi dell’ex Pci abbandonassero una volta per tutte il loro antico complesso da primi della classe».


«VELTRONI CONFUSO» - Secondo il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti «Veltroni è sempre più confuso: il giudizio sul governo del Paese viene dall'indice di fiducia degli italiani che ha raggiunto livelli record oltre il 60% e fino al 67% per il presidente Berlusconi. Ma come può dire Veltroni che il Paese è senza guida? Le macerie le ha lasciate il governo della sinistra portando il carico fiscale sui cittadini oltre il 43%». Poco tenero anche il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto. «Veltroni è accecato dalla sconfitta del Pd e dalla sua incapacità di guidare il partito, che presenta profonde divisioni interne».

LA GIUNGLA FEDERALE

LUCA RICOLFI
LA STAMPA
6 settembre 2008


L’altro giorno mi è capitato di ascoltare un’animata conversazione al bar: c’era un tale che raccontava di aver cambiato già tre volte gestore telefonico, ogni volta persuaso dalle mirabili e «convenientissime» offerte del nuovo gestore. Risultato del cambiamento: nessun vero risparmio e, anzi, servizi telefonici forse un po’ più cari di prima.

Questa conversazione mi è tornata prepotentemente alla mente ieri, alla fine della lettura del nuovo «Schema di disegno di legge» sul federalismo fiscale, altrimenti noto come «bozza Calderoli-bis», che ritocca e integra la versione precedente (del 24 luglio). Prima di spiegare perché, una premessa indispensabile: sono un federalista convinto, e spero che il governo - questo o un altro - ce la faccia a darci un buon assetto federale.

Però, dopo aver letto la bozza Calderoli, mi è sempre più chiaro che gli scettici sulle virtù del federalismo hanno molte ragioni per restare tali.

Un federalismo ben fatto è probabilmente l’unica via che resta all’Italia per uscire dalle secche in cui si è incagliata. Ma un federalismo «mal fatto» (ossia sbagliato nei meccanismi e nei dettagli) potrebbe rivelarsi un rimedio peggiore del male.

Perché il nostro federalismo rischia di riuscire male?

Fondamentalmente perché immagina un meccanismo di controllo da parte dei cittadini che non ha nessuna chance di funzionare come ci si attende. La filosofia di base del federalismo si può riassumere così: diamo agli enti territoriali la responsabilità di decidere sia le tasse sia la spesa, e vincoliamoli al pareggio di bilancio. Così se un territorio non funziona (o perché tassa troppo, o perché spende male) i cittadini se ne accorgono e puniscono con il voto chi ha male amministrato.

Fin qui benissimo, ma in pratica?

In pratica bisogna fare un sacrificio sovrumano e leggere attentamente lo schema di disegno di legge. Se trovate il coraggio di farlo (il testo è scritto in un italiano inquietante), scoprite diverse cose.

Primo, i territori che hanno responsabilità amministrative si situano a ben 5 livelli diversi: Stato, Regioni, Province, Comuni, Città metropolitane, cui nella nuova versione della bozza si aggiunge un sesto livello, quello di «Roma capitale» (art. 13). Il cittadino che, grazie al potere punitivo del voto, dovrebbe far funzionare il federalismo fiscale, dovrebbe anche essere in grado di sapere, per ogni servizio (e sono almeno una ventina quelli importanti), da quale dei cinque livelli amministrativi è gestito, senza contare il problema di quei servizi che resteranno di fatto gestiti in modo misto, ossia da due o più livelli. Se non sai a chi dir grazie, come fai a punire elettoralmente i cattivi amministratori?

Ma le ricerche indicano che la maggior parte dei cittadini non ha un’idea precisa di quali servizi siano in carico allo Stato, quali alla Regione, quali alla Provincia, quali al Comune, quali siano in condominio e fra chi. Mi sembra decisamente utopistico, specie se i livelli di governo saranno ben cinque, immaginare una cittadinanza molto più istruita e attenta di quella attuale.

Ma ammettiamo che l’utopia si realizzi, e che i cittadini prendano nota attentamente di cosa funziona e cosa no, individuino il colpevole, facciano una media ponderata di quel che va male e quel che va bene (se Dio vuole nessun amministratore riesce a fallire in tutto), valutino se un cambio di governo locale migliorerebbe o peggiorerebbe le cose. C’è un secondo problema, però: i cittadini non dovrebbero soltanto giudicare i servizi, ma anche valutare se per quei servizi pagano troppe tasse. Qui a prima vista le cose sono più semplici: se a Torino l’aliquota Irpef per un certo scaglione di reddito è al 30% e a Milano è al 32%, a Torino si pagano meno tasse. Ma la situazione reale non è questa. A Torino come a Milano ci sono già oggi una quantità incredibile di tributi locali: Ici, Tarsu, addizionali comunali e regionali Irpef, addizionale Irap, e chi più ne ha più ne metta.

Ci si poteva aspettare che la bozza Calderoli dicesse: bene, per aiutare cittadini e imprese a confrontare la pressione fiscale di territori diversi unifichiamo le decine di tributi pre-esistenti, e introduciamo una tassa unica regionale, una tassa unica provinciale, una tassa unica comunale, con un unico parametro-aliquota che permette di sapere dove si paga di più e dove si paga di meno. E invece no, la bozza Calderoli, anche nella nuova versione, che pure auspica una razionalizzazione dei tributi locali (art. 10), prevede addirittura la nascita di «panieri di tributi», nonché la possibilità degli enti locali di introdurre «tributi di scopo», manipolare le basi imponibili (ossia decidere come si calcola il reddito o il patrimonio su cui si pagano le tasse), fissare tariffe, disporre agevolazioni, esenzioni, sgravi di ogni genere e sorta. Esattamente quello che fanno i gestori dei telefoni, con il risultato che il povero cittadino fra promozioni, fasce di orario, tipi di telefonata non è mai in grado di calcolare davvero se gli conviene un gestore oppure un altro.

Ma non basta. Nello schema di disegno di legge c’è almeno un altro punto preoccupante: il periodo di transizione durerà ben cinque anni anziché tre come previsto in un primo momento (art. 17).

Ed ecco allora l’incubo. Cinque anni di continui cambiamenti e aggiustamenti normativi. Tasse locali e «panieri di tributi» che spuntano come funghi. Ritocchi continui a tariffe, agevolazioni, basi imponibili. Imprese che devono fare calcoli complicatissimi per capire se conviene localizzarsi in un territorio o in un altro. Cittadini disorientati dalla giungla di nuove tasse e nuove regole di calcolo. Competenze che si trasferiscono dal centro alla periferia con lentezza e continui attriti fra Stato ed Enti territoriali. Negoziazioni infinite fra «conferenze» di tutti i soggetti interessati: governo centrale, governatori delle Regioni a statuto ordinario, governatori delle Regioni a statuto speciale, presidenti di Provincia, sindaci. Nuovi costi dovuti all’attuazione della legge (in barba all’articolo 21 che tenta di evitarli). Litigi istituzionali sull’interpretazione della legge e conseguente pioggia di ricorsi per ottenere più risorse o devolverne meno. Insomma una transizione infinita, nel più classico caos italiano.

Naturalmente il ministro negherà tutto, e dirà: vedrete che ce la faremo. Me lo auguro anch’io.

sabato 23 agosto 2008

Seconda Lettera Giorgio Napolitano



Enzo di Frenna
dal suo blog
21 agosto 2008


Caro Presidente,


anche questa seconda lettera verrà pubblicata sul mio blog e resterà in Internet disponibile per la lettura, in quanto, come certamente saprà, la Rete è il Terzo Schermo, certamente più libero e democratico grazie alle migliaia di blogger italiani che pubblicano informazioni altrove censurate. Come ricorderà le avevo scritto una lettera raccomandata A/R n° 13430900687-0, spedita il 24 giugno 2008 e ricevuta presso il Quirinale il 27 giugno, in cui le chiedevo, da cittadino, di resistere, resistere, resistere e non firmare le cosiddette “leggi salva-premier”, tra cui il Lodo Alfano. Ciò perché tali norme risultano incostituzionali all’opinione di molti italiani, e soprattutto, agli esperti di materia giuridica. Dunque mi rivolgevo a Lei in qualità di garante della nostra Costituzione. Tale lettera è stata ripresa dal giornalista Vittorio Zambardino di Repubblica.it il 25 giugno 2008, all’interno della rubrica Netmonitor, dunque favorendo una forte visibilità nella blogosfera italiana.

Ora le scrivo nuovamente perché il Lodo Alfano è diventata legge. Lei, presidente Napolitano, ha apposto la sua firma. Quindi quattro persone sono in questo momento al di sopra della Legge: presidente della Repubblica, presidenti Camera e Senato, presidente del Consiglio. Ciò, agli occhi di numerosi costituzionalisti, viola l’articolo 3 della Costituzione, che dice in sostanza: tutti i cittadini sono uguali di fronte alla Legge. Nel 2008, dunque, si scrive una pagina importante della storia italiana, che sarà affidata ai libri e ai posteri: tutti uguali, tranne quattro persone che rappresentano cariche pubbliche (Giorgio Napolitano, Renato Schifani, Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi). Sulla incostituzionalità di tale legge, adesso, si pronunceranno i giudici della Corte costituzionale a cui molti faranno appello, i quali come saprà, avevano già bocciato il precedente Lodo Schifani (simile a quello attuale). Allo stesso tempo sarà certamente al corrente che l’Italia dei Valori ha definito “immorale” tale norma e ha indetto
la raccolta firme per un referendum abrogativo, previsto dalla nostra Costituzione, a cui personalmente darò la mia adesione.

Si è detto che la sua firma al Lodo Alfano era “un atto dovuto”, ma come cittadino mi sono chiesto: il presidente Napolitano poteva illustrare pubblicamente se sentiva la necessità di essere immune verso la Legge? Ne sentiva il bisogno e quindi gradiva di essere incluso nel Lodo? Lo considerava opportuno, visto il suo ulteriore incarico di presidente del Consiglio superiore della Magistratura, organo che difende il lavoro dei “guardiani della Legge”, cioè i magistrati?

Si è scritto, in realtà, che il Lodo Alfano aveva l’obiettivo di salvare una sola persona dai processi: Silvio Berlusconi. Dunque, se in futuro questa legge dovesse risultare anch’essa incostituzionale e contravvenire all’articolo 3 della Carta scritta dai padri costituenti, si scriverà in Internet e nei libri di storia che tale legge portava la firma del presidente Napolitano. E purtroppo, ciò nonostante le diffuse contestazioni espresse nei mesi precedenti all’approvazione.

Nel frattempo, una plateale violazione dell’articolo 3 della Costituzione è già in atto e colgo l’occasione per sottoporla alla sua attenzione: Renato Schifani, presidente del Senato, ha citato il giornalista Marco Travaglio per un milione e trecentomila euro. Schifani vuole essere risarcito per presunti danni subiti a causa di un articolo di Travaglio e per l’intervista rilasciata a Fabio Fazio nella trasmissione “Che tempo che fa”, in cui si citavano informazioni pubblicate nel libro “I complici” scritto da Lirio Abbate e Peter Gomez, nel quale Schifani è menzionato più volte in relazione a dichiarazioni rese ai pm da Francesco Campanella, quest’ultimo indagato per mafia per rapporti con Mandalà e Provenzano. Allo stesso tempo Travaglio non può querelare Schifani per le accuse che gli ha mosso in quanto questi è immune da processi. Una anomalia, come è evidente. Anche in questo caso, credo, verranno sollevate nelle opportune sedi giudiziarie dubbi di costituzionalità del lodo Alfano.

Caro Presidente Napolitano, ciò che mi lascia più sbalordito è la netta, inequivocabile diseguaglianza sociale che emerge da questo scenario. Lei ha militato nel Partito comunista, ha visto nascere la Costituzione italiana nel 1947 (aveva 22 anni) e la sua politica si è sempre ispirata alla difesa delle classi più deboli, insieme al rispetto delle varie componenti sociali. Lo ha ricordato anche nel suo discorso di insediamento come 11° Presidente della Repubblica italiana: «Non sarò in alcun momento il Presidente solo della maggioranza che mi ha eletto; avrò attenzione e rispetto per tutti voi, per tutte le posizioni ideali e politiche che esprimete; dedicherò senza risparmio le mie energie all'interesse generale per poter contare sulla fiducia dei rappresentanti del popolo e dei cittadini italiani senza distinzione di parte».

Ora, caro Presidente, una distinzione però c’è. E dice: la Legge non è più uguale per tutti. Dopo 60 anni dall’entrata in vigore della nostra Costituzione (1 gennaio 1948) un politico italiano, Silvio Berlusconi, si è reso superiore a tutti. Con la sua approvazione.

Le auguro buone vacanze.

Cordiali saluti,

Enzo Di Frenna

giornalista e blogger

www.enzodifrennablog.it

raccomandata A/R n° 13085118322-1

lunedì 18 agosto 2008

Addio Piazza Garibaldi

Video sull'istituzione di Piazza 4 Luglio a Capo d'Orlando al posto di Piazza Garibaldi

Guerra tra Mediaset e Youtube

Ecco i veri motivi della crociata di Mediaset contro la libertà di informazione su YouTube.


Le lacrime amare di Porto Marghera

Le lacrime amare di Porto Marghera (2007)...in ricordo degli operai di Porto Marghera perchè le loro morti non vengano dimenticate.
Scritto e diretto da Giambattista AssantiMontaggio di Sabino Spina
Questo film è stato reso possibile grazie al contributo di informazione dell'associazione Gabriele Bortolozzo.
Gli autori, i tecnici le maestranze e gli attori che hanno lavorato al film, hanno rinunciato ad ogni forma di compenso economico.
Lo scopo è stato quello di raccontare il dramma degli operai di Porto Marghera rispettando il dolore dei familiari, tentando di allontanare ogni retorica, cercando di essere stati il più vicino possibile alla verità.
un particolare ringraziamento a: Gianfranco Bettin e Nicoletta Benatelli, autori del libro "Petrolkiller".
Franco Rigosi, Luciano Mazzolin, Beatrice Bortolozzo e tutti i componenti dell'associazione Gabriele Bortolozzo.
Felice Casson
Claudio Calia per il libro: "Porto Marghera: la legge non è uguale per tutti"
Musiche di Ennio Morricone
Legambiente Venezia - Comune di Venezia - Provincia di Venezia - Regione Veneto
Marco Muller e lo staff di Industry Office per la 64° mostra internazionale del cinema di Venezia


Barbareschi (Pdl): "Presenterò una proposta per limitare YouTube"

Luca Barbareschi (Pdl) esprime il suo (prevedibile) parere sulla questione Mediaset-YouTube. Aggiunge inoltre che presenterà una proposta per limitare il potere di YouTube (e quindi anche la libertà di informazione). Nella parte finale dell'intervento si inventa poi ragioni assurde per attaccare internet...


giovedì 14 agosto 2008

«Il premier ha distrutto l’opinione pubblica»



Lorenzo Buccella
L'Unità
14 agosto 2008


È un vero e proprio pro-memoria civile e politico, quello che Nanni Moretti ha voluto lanciare dal festival di Locarno, riattraversando nel giro di una discussione con la stampa internazionale l'arcipelago di anormalità che gravano sulla pessima salute del nostro paese.

E le prime parole non risparmiano nessuno, a partire dalla divisioni che spaccano l'opposizione: «La sinistra, l'opposizione, è divisa in due: o è autodistruttiva o è in letargo. Ma ovviamente c'è qualcosa di molto più grave di questo e sta tutta nel fatto che in Italia è morta l'opinione pubblica, distrutta dallo strapotere televisivo di un uomo a cui si sono concesse cariche, poteri e impunità che in nessun altro paese europeo sarebbero stati possibili».

Altro che spostare i voti con i mezzi dell'informazione, Berlusconi in realtà ha spostato un intero paese, narcotizzandolo a tal punto da convincere la gente che siano normali cose assolutamente non-normali come il conflitto d'interesse.

«E la questione terribile è che chi ricorda l'inaccettabilità di questa situazione, viene additata come la solita persona noiosa che torna a cavalcare questo fantomatico e grossolano anti-berlusconismo. Purtroppo però grossolana è questa realtà italiana, a cui in passato non ci è opposti con la giusta fermezza. Continuo a ritenere uno scandalo il fatto che tra il 1996 e il 2001, quando avevamo una maggioranza solida, non abbiamo fatto nessuna legge contro il conflitto d'interesse».

Orizzonti ammorbati nel tempo che diventano grido d'allarme democratico quando l'inquadratura si stringe sul problema della giustizia.

«Ma vi rendete conto cosa sarebbe successo in altri paesi, se a persone condannate per reati gravi di corruzione in primo, secondo e terzo grado come Cesare Previti veniva proposto il ministero della Giustizia, cosa che nel 1994 fu bloccata solo grazie all'intervento del presidente Scalfaro e quindi ci fu il suo dirottamento verso il Ministero della Difesa. I giornali e i media indipendenti avrebbero come minimo "punito" e messo alla berlina certi atteggiamenti. E lo stesso vale per Marcello dell'Utri così come per tutte le imperterrite aggressioni che Berlusconi riserva quotidianamente alla magistratura. Tanto più che ci tengo a ricordare come Berlusconi non sia sempre stato assolto, ma per alcuni reati si sia arrivati alla prescrizione».

Un rammarico, quello di Moretti, di non poter essere ottimista di fronte al panorama attuale della società italiana che finisce per distruggere qualsiasi formuletta buonista sui giovani e il futuro.

«Mi piacerebbe tanto poter concludere dicendo che confido e ho speranza nei giovani perché in loro si possa trovare la molla morale di un riscatto, ma non ce la faccio. Anche loro sono cresciuti all'interno di questa mentalità e ormai si sono assuefatti a questa cultura berlusconiana che è dilagata nel tempo e in ogni angolo del paese».

Come da copione, per il Pdl (parla il sottosegretario ai beni culturali Giro) queste critiche non sarebbero altro che «un miscuglio di paranoia e snobismo» verso Berlusconi.


Domanda su Commissione: perché?


Vittorio Emiliani
L'Unità
14 agosto 2008


Premetto che sulla commissione Amato voluta dal sindaco di Roma Alemanno non prenderò posizione. Cioè non dirò se aderire, non aderire, o addirittura sabotare. Anche perché la mia opinione sarebbe del tutto ininfluente. Vorrei dare e darmi una risposta al quesito: ma a che serve questa nuova commissione per giunta bi-partisan? Ho girato la domanda ad una serie di amici e amiche ottenendo però risposte di sapore ferragostano. "Servirà a verificare dove è finita la rana smeraldina che un tempo allignava anche nel laghetto di Villa Borghese". Oppure: "Ci farà capire se i cavalli delle botticelle romane si stancano troppo o sono, come dice Brunetta, dei fannulloni" (per la verità un solerte assessore capitolino li ha già muniti di zoccolometro). O ancora: "Ci dirà quante zanzare tigri si pappa un pipistrello ogni giorno dopo il calar del sole". Personalmente presumo che ne faccia scorpacciate da 2-3.000 al dì (ma sarei curioso di saperne di più io pure).

Chiaramente non è questa la strada per comprendere il senso vero della commissione Amato-Alemanno. Cerco allora di rifarmi alla lunga lettera scritta dal sindaco di Roma al quotidiano "La Repubblica". Dove si parte da lontano citando nientemeno che Italo Insolera, egregio urbanista e storico dell’urbanistica a Roma, intellettuale di sinistra, per affermare che la nostra capitale ha sofferto di una pluridecennale speculazione fondiaria a cui le giunte di sinistra, andate al governo nel 1976, non hanno rimediato. Forse il sindaco Alemanno avrebbe dovuto spiegare che i guasti peggiori li combinarono amministrazioni dc appoggiate in modo diretto dal suo ex partito, il Msi. Prima Rebecchini e poi, soprattutto, Cioccetti col "mostro" dell’Hilton ad occupare l’intatto Monte Mario e continuando a rinviare sine die il PRG. Secondo lui, Argan, Petroselli e Vetere non sanarono le storiche e meno storiche borgate. Anche qui facciamo memoria: la prima di esse, Primavalle, fu creata dal fascismo per concentrarvi - lo scrive, e rivendica, Giuseppe Bottai - i sovversivi che abitavano nella zona di Via dell’Impero ora dei Fori Imperiali. Verità storica vuole che quelle periferie senza alcun servizio o quasi, "per murati vivi", come scriveva sempre Antonio Cederna, furono risanate e dotate di ogni servizio (ora anche culturale, come le biblioteche e, in alcuni casi, i teatri) dalle giunte di sinistra e poi di centrosinistra, con uno sforzo immane. Secondo Gianni Alemanno le cose non stanno così. Anzi, grazie al centrosinistra Roma "si è sovraccaricata di nuovi quartieri abusivi". Qui ci vuole un altro pezzo di memoria storica: la sola forza a sostenere che il nuovo abusivismo romano fosse ancora "sociale" o "di necessità" (e non invece pura speculazione) fu proprio il Movimento Sociale Italiano con Francesco Storace che eresse il largo petto a protezione degli abusivi della Storta (Parco di Veio) pochi anni or sono. Contro che cosa? Ma contro le ruspe demolitrici mandate dalle giunte Rutelli e poi Veltroni, sicuramente meritorie in questo campo strategico. Vedremo cosa farà Alemanno contro tale fenomeno tuttora strisciante insieme a quello dei maxi-cartelloni abusivi, per esempio.

La commissione Amato-Alemanno - leggo ancora - ha l’obiettivo di "fare entrare Roma nel network delle grandi metropoli globali, dando ad essa quel ruolo centrale nel Mediterraneo che, per troppo tempo, è stato sognato e inseguito senza successi sostanziali". Testuale. Siamo alle parole in libertà. Un network non si nega a nessuno. Purtroppo (per lui) l’attuale sindaco è compagno pieno di cordata nel Berlusconi IV di un signore di Varese che tratta Roma come minimo da "ladrona" e anche peggio. Cosa che sembrava convalidata da tutta la campagna del centrodestra fondata sul "buco" enorme di bilancio in Campidoglio e sulla criminalità che, con Veltroni sindaco, stava insanguinando tutta la città. Il "buco" si è rivelato una penosa bufala e Roma continua ad essere la capitale di gran lunga meno insicura fra quelle dei Paesi sviluppati, con un indice di omicidi decisamente inferiore a quel paradiso in terra chiamato Milano, amministrato dal centrodestra dal 1993.

La commissione potrebbe a fungere (cito ancora Alemanno) da "banca progetti" da proporre ad investitori italiani e stranieri. Forse però bastava una commissione comunale ben qualificata. Ma poi: progetti in base a quale strategia di fondo per Roma? Qui Alemanno è chiarissimo: la sua maggioranza di progetti non ne aveva e non ne ha, li vuole elaborare adesso con l’accordo di tutte le forze politiche. Mi permetto di insistere: in base a quale visione strategica della realtà della capitale? In base alla visione elettorale di Alemanno che ha puntato tutto sull’espulsione immediata di almeno 20.000 fra rom e clandestini, sulla pistola ai vigili urbani (e quelli, i più, che non sanno sparare, che faranno?), sull’abbattimento della teca costruita da Richard Meier per l’Ara Pacis augustea (come strepitava Sgarbi, poi deluso nelle sue aspirazioni assessorili o dirigenziali), poi sulla demolizione del solo muro, e così via? Un po’ pochino per costruirci una strategia degna di una capitale. E poi, diciamo la verità, la democrazia è fatta di conflitti (pacifici), di una serrata dialettica fra governi e opposizioni: Giuliano Amato lo sa meglio di tutti noi. La soluzione bi-partisan è del tutto eccezionale.

Per la verità dobbiamo constatare i 20.000 da espellere sono, più o meno, dove stavano, ma sono mancati alla città 200.000 stranieri in veste di turisti, in parte spaventati da quella violentissima campagna di denigrazione della capitale (lo ripeto) meno insicura d’Europa. Come rimediare? Per esempio, ricreando il caos nei parcheggi col non prendere subito posizione sulla sentenza del Tar sulle strisce blu o anche facendo un grosso favore ai commercianti e agli esercenti col ridurre di 2 ore (giusto dalle 21 alle 23) il funzionamento dei varchi elettronici per la ZTL. Per cui, se l’attuale giunta deciderà di seguire il parere dei saggi" che hanno bocciato il parcheggio del Pincio (con buone ragioni, a mio avviso), essa seguirà una politica schizoide: da una parte incoraggerà la marea montante di Suv ad entrare prima delle 23 nella città storica e dall’altra si opporrà ad un parcheggio destinato ad attrarre altro traffico in centro.

Questa benedetta commissione bi-partisan poteva forse occuparsi di garantire regole nuove, di assoluta trasparenza tecnico-scientifica, manageriale, professionale, alle nomine nei consigli di amministrazione delle società pubbliche. Ma abbiamo visto come è stato nominato il nuovo direttore delle 40 biblioteche comunali, cioè con criteri di partito, e come siano bloccate le nomine dei CdA più importanti nel braccio di ferro fra le correnti che fanno capo, rispettivamente, ad Augello, a Rampelli, a Giro e a Tajani. Un quadrifoglio di genii della politica bi-partisan. Con la quale si sta facendo fuori, per esempio, dalla direzione artistica dell’Opera di Roma un giovane e capace musicista come Nicola Sani accusato di spendere troppo prim’ancora di cominciare, nel 2009. In realtà la sua sola colpa è stata quella di venire nominato da Veltroni sindaco e da Rutelli ministro e di non essere uomo di tessera né di corrente. Per evitare altri guasti del genere una commissione di garanti sarebbe certamente utile.

Ultima chicca: Comune, Provincia e Regione "non sono vincolate a recepire tutto quanto sarà loro proposto dalla relazione finale della Commissione" (Alemanno). Per cui che essa si occupi della scomparsa della rana smeraldina dai bordi delle "marane" o del Distretto Federale di Roma capitale d’Italia (tipico incarico governativo peraltro) farà lo stesso, a spanne. Siamo alla solenne, magari nobile, copertura "culturale" di ben altro, siamo, temo, ad un’altra gigantesca foglia di fico.

giovedì 31 luglio 2008

Riforme, è dialogo Fini-D'Alema


Goffredo De Marchis
La Repubblica
31 luglio 2008
Nasce il "patto della spigola"

ROMA - Non vogliono che si chiami patto e tantomeno "patto della spigola". Ma il presidente della Camera Gianfranco Fini e Massimo D'Alema devono aver trovato un terreno comune se ieri a Montecitorio hanno parlato per due ore attorno al tavolo apparecchiato (e il secondo era appunto a base di pesce). Una prima conferma? C'è un fatto concreto, tangibile. Un appuntamento: a ottobre, a Sondrio, la Fondazione Italianieuropei, presieduta da D'Alema, e Farefuturo, guidata da Fini, organizzeranno insieme un convegno sul federalismo fiscale. Se due associazioni possono immaginare una sede unica, mettere al lavoro i rispettivi staff di esperti significa che un rapporto d'intesa tra i due leader, almeno su un obiettivo specifico, esiste.

Il federalismo è un nodo che in autunno viene al pettine. È la battaglia di Umberto Bossi, è l'impegno che Silvio Berlusconi ha preso con lui. Roberto Calderoli ha presentato una nuova bozza sostenuta anche da amministratori locali del Pd, cominciando dai governatori. D'Alema perciò apprezza il lavoro del ministro leghista, ma non dimentica i rischi. E parla di federalismo "solidale". Una formula che si sposa con il federalismo "nazionale", vecchio pallino sempre attuale di An e di Fini. Questa è la base del dialogo tra il presidente della Camera e l'ex ministro degli Esteri, un dialogo alternativo a quello tra il Cavaliere e Walter Veltroni peraltro interrotto bruscamente. Il canale parallelo si muove con cautela, anche se il pranzo di ieri fa rumore e provoca la "sorpresa", una freddezza evidente dei vertici del Partito democratico: nessuno ne sapeva niente, D'Alema si è mosso per conto suo. Del resto, ufficialmente si parlava del lavoro delle fondazioni. Ma al Nazareno fanno notare che attraverso il pranzo i due hanno soprattutto voluto tornare sulla scena nella partita delle riforme.

L'intero impianto riformatore segna anche delle divisioni profonde tra D'Alema e Fini. Però sia l'uno che l'altro possono dire adesso di essere capaci di allargare il confronto. Oggi in consiglio dei ministri arriva la bozza Calderoli sulla legge elettorale europea. Per Fini è il primo terreno di confronto tra i poli. D'Alema ha portato al presidente della Camera il documento integrale del convegno delle fondazioni sul sistema tedesco, dove An era l'unico partito assente. Lì si parla di sbarramento al 3 per cento, il Pdl notoriamente preferisce il 5. Sulla riforma elettorale nazionale le posizioni sono ancora più distanti: Fini ha confermato nei giorni scorsi la sua preferenza per il semipresidenzialismo con il doppio turno, D'Alema ha ormai spostato il sistema proporzionale. Ma insomma il dialogo è solo all'inizio.

Dal federalismo fiscale si dovrebbe poi a cascata scendere nella riforma costituzionale e la base di partenza è comune: la bozza Violante. Ma per Fini bisognerebbe mettere le mani anche a una riforma strutturale della giustizia (oltre le leggi ad personam). Tema sensibile anche per D'Alema: ma si capisce quanto sia "difficile riformare la giustizia con questo centrodestra", cioè con Berlusconi.

Per Veltroni però le riforme non sono più un'urgenza. Altre emergenze premono, quella sociale ed economica innanzitutto, un autunno caldo. "La luna di miele del governo è già finita", annuncia il coordinatore del Pd Goffredo Bettini. Veltroni ripartirà con il pullman, da domani fino al 30 settembre. 24 tappe, per preparare la manifestazione di ottobre e promuovere la raccolta di 5 milioni di firme contro il governo.


COMMENTO

Non avete indovinato, adesso sapete chi c'è cascato e tutto per un piatto di pesce, una spigola !
La sfuriata di Totò nel film “I due colonnelli”, quando gridò all’ufficiale tedesco che esibiva un ordine di fucilazione proveniente direttamente dal Fuhrer: “Con questo pezzo di carta qui io mi ci pulisco il culo !”
Idem con i 5 milioni di firme prossime venture.

Il presidente della Camera: "Un dialogo fra i poli è possibile"


LA REPUBBLICA
29 luglio 2008
E sulla Rai: "Se necessario, convocare commissione vigilanza ad oltranza"
Fini: "Ci sono le condizioni per una legislatura costituente"

ROMA - "Ci sono tutte le condizioni per una legislatura costituente": ne è convinto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha espresso il suo pensiero durante il suo intervento alla cerimonia del Ventaglio, sottolineando come, nonostante le recenti polemiche sulla giustizia, un dialogo tra i poli è possibile.

"Se si confrontassero le proposte presentate da maggioranza e minoranza all'inizio di questa legislatura - spiega Fini - sarebbe molto più facile trovare punti di convergenza, rispetto ai punti di divergenza".

Giustizia e riforme. La questione giustizia per Fini nell'agenda politica italiana esiste ed è molto sentita nella società. Per questo il presidente della Camera invita la politica a "smetterla di avere una visione unilaterale su questo tema perché le prossime riforme dovranno occuparsi di più delle esigenze dei cittadini". Per quanto riguarda la riforma costituzionale del Csm auspicata oggi dal presidente del Senato Renato Schifani, Fini, "pur non volendo polemizzare con lui", afferma che "per una questione di correttezza" sarebbe meglio parlare di Csm, prima, con il suo presidente che è il capo dello Stato.

Decreti legge e fiducia. Fini difende i decreti legge presentati dal governo dall'inizio legislatura, più volte criticati dall'opposizione: "Non credo che ci sia particolare motivo di scandalo o di allarme nel numero dei decreti legge presentati dal governo dall'inizio della legislatura", dice. Anzi, è "per certi aspetti fisiologico che gli esecutivi varino i decreti, per dare corso agli impegni presi con gli elettori".

Diverso il discorso per il ricorso alla fiducia: se Fini ricorda come sia una prerogativa di cui il governo ha diritto di avvalersi, dice anche che "al momento in cui la legislatura va a regime, l'auspicio è che il ricorso alla fiducia sia davvero motivato ed eccezionale e non diventi una sorta di scorciatoia per aggirare il regolamento".

Commissione vigilanza Rai. Il presidente della Camera parla poi della Rai: "Se è necessaria, la convocazione della vigilanza Rai ad oltranza non la considero un'idea nè peregrina nè bizzarra", ha detto. Fini informa di aver affrontato il tema della costituzione della commissione di vigilanza sulla Rai con il presidente del Senato, ribadendo che si tratta "una questione tutta politica". Se dopo giovedì non si arriverà alla elezione del presidente - ribadisce - "chiederò al presidente del Senato una convocazione ad oltranza. E' l'unico strumento da attivare per mettere le forze politiche davanti alle loro responsabilità".

COMMENTO

Indovinate chi ha già abboccato ?