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martedì 13 dicembre 2011

Clima. Francia, produzione record per parco eolico nazionale


Il parco eolico francese ha battuto oggi il record di produzione, con 4.453 MW di energia pari al 6% del totale consumato: lo ha reso noto l'Associazione francese per le Energie rinnovabili. Il dato medio annuale per l'eolico francese (con una potenza teorica installata di 6.576 MW) è di circa il 2,5%; l'obbiettivo di Parigi è di raggiungere i 25mila MW di potenza installata entro il 2020, con una fornitura media che dovrebbe in tal modo salire al 10%. Escludendo le necessarie soste per la manutenzione, una pala eolica non è in grado di funzionare continuamente, sia per l'assenza che per un eccesso di vento; oppure la resa può essere minore si quella teorica a causa di un vento insufficiente. (fonte Afp) TM News

domenica 5 giugno 2011

Berlusconi: "Referendum inutili e senza conseguenze sul governo"

Silvio Berlusconi torna a parlare del risultato delle amministrative. Intervenendo a La telefonata di Maurizio Belpietro su Canale5, il presidente del Consiglio ripete quanto aveva già detto: "Abbiamo subito un gol ma continuiamo a vincere e a condurre per 4-1". E continua riassumendo quello che a suo parere è stato l'esito delle elezioni degli ultimi anni: "Riconosciamo la sconfitta. L'abbiamo fatto anche nel '96, quando avvenne a seguito del ribaltone propiziato da Scalfaro, l'abbiamo fatto nel 2006 quando siamo stati battuti per 25 mila voti dai brogli della sinistra. Poi gli elettori hanno capito e dal 2008 abbiamo sempre vinto".

Il premier ribadisce poi la sua opinione sulle eventuali primarie nel Pdl: "Io non sono contrario, purché si arrivi ad essere certi che i votanti siano davvero sostenitori del nostro partito e non infiltrati della sinistra". Quanto alla scelta del nuovo segretario politico, Berlusconi assicura che
Angelino Alfano avrà pieni poteri. "Alfano avrà tutti i poteri che gli verranno delegati attraverso la modifica dello statuto dal presidente (del Pdl, ndr), e sarà lui a dare ai tre coordinatori i compiti che riterrà opportuno conferire a ciascuno di loro", spiega il premier.

Al centro della conversazione, anche i prossimi referendum. Quello del 12 e 13 giugno sul nucleare , sostiene il presidente del Consiglio, sarà un voto "inutile" e in ogni caso "il governo rispetterà il volere dei cittadini". "Non daremo nessuna indicazione ai nostri sostenitori che avranno anzi libertà di scelta - spiega - anche se questi referendum nascono da iniziative demagogiche". "Il quesito sull'acqua - prosegue - è del tutto fuorviante perché non è vero che la legge che si vuole abrogare voglia privatizzarla ma solo porre fine a sprechi. E sul nucleare - dice ancora - le norme sulla localizzazione delle centrali sono state già abrogate e quindi si chiede ai cittadini di votare sul nulla".

Ad ogni modo, assicura Berlusconi, "ci asteniamo dal prendere posizione e ci adegueremo alla volontà dei cittadini". E l'esito della consultazione "non avrà nulla a che vedere sul governo". Nessun problema, secondo il premier, neppure nei rapporti con il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. "Dovremmo fargli un monumento - dice - perché stiamo uscendo dalla crisi senza adottare le misure che hanno invece adottato gli altri paesi europei". "Noi - aggiunge - non abbiamo aumentato nessuna imposta e non abbiamo messo mai, mai le mani nelle tasche degli italiani". "Abbiamo il dovere di arrivare al 2013 per onorare il patto con gli elettori del 2008 e dobbiamo arrivarci perchè è l'unico esecutivo in grado di garantire la governabilità", afferma ancora il Cavaliere.

(03 giugno 2011)

Acqua, Italia controcorrente all'estero vince il pubblico

di ANTONIO CIANCIULLO

Mentre il governo Berlusconi varava la legge che bocciava il gestore pubblico dell'acqua, facendolo finire in serie B e costringendolo per legge a restare in minoranza nelle aziende quotate in Borsa, grandi città, comprese quelle che per decenni avevano sperimentato la gestione privata, decidevano di puntare sul pubblico. Parigi, Berlino, Johannesburg, Buenos Aires, Atlanta, Monaco di Baviera sono tutte guidate da ideologi sprovveduti, teorici estremisti che odiano i capitali privati? Proviamo a vedere cosa sta succedendo in alcune di queste città partendo dal caso meno pubblicizzato, Monaco di Baviera.

La chiave per comprendere la scelta di Monaco è il rapporto tra l'acqua e il territorio. Per la risorsa idrica quello che conta è la qualità dell'ambiente: più si preserva la natura in cui l'acqua scorre, meno è necessario intervenire sugli acquedotti.
Nel 1992 Monaco di Baviera ha deciso di acquisire i terreni vicini alla falda e di riservarli alla coltivazione biologica: niente chimica, allevamento controllato. In questo modo è stata vinta la battaglia contro i nitriti che per tre decenni avevano continuato a crescere e l'acqua può arrivare in tavola senza cloro e senza trattamenti chimici.
Analoga la scelta di Parigi che, dopo la decisione di far tornare l'acqua in mano pubblica togliendola alle due multinazionali francesi (Veolia e Suez) che gestivano il servizio da 25 anni, ha preso il controllo dei terreni collegati alla falda idrica e li ha concessi in affitto a canone agevolato o a titolo gratuito agli agricoltori che si sono impegnati a lavorare seguendo gli standard più rispettosi dell'ambiente. Secondo i dati del Comitato per il sì, le perdite di rete registrate in Francia dai due principali gruppi privati del settore vanno dal 17 al 27 %, contro il 3-12 % della gestione pubblica. E l'assessore alla municipalità di Parigi, Anne Le Strat, ritiene che il passaggio da un sistema privato a uno pubblico consentirà di risparmiare 30 milioni di euro l'anno.

"Questo tipo di scelte può essere fatto solo se la gestione dell'acqua è pubblica perché impone investimenti e programmazioni a lunghissimo termine", ricordano al Comitato per i sì al referendum. "Una società privata non ha interesse a investire per acquistare terreni che poi potranno non servirle più a nulla se alla scadenza il contratto non viene rinnovato. Inoltre avrebbe difficoltà a giustificare agli azionisti un investimento così importante per risolvere un problema che si può affrontare con una spesa molto minore utilizzando il cloro".

I punti cruciali sono dunque due.
Il primo, come abbiamo visto, è lo spazio. Più è vasta l'area ambientalmente sana in cui l'acqua scorre minore è la necessità di un intervento correttivo sulla rete idrica. Il secondo è il fattore tempo. Gli importanti investimenti di cui il settore idrico ha assoluto bisogno per chiudere il cerchio dell'acqua collegando alle fogne quel 30 per cento di scarichi non ancora in regola, richiedono uno sguardo lungo. La manutenzione costa, l'espansione della rete costa. E i ritorni si misurano nell'arco di vari decenni. Spesso troppi per un'azienda privata che è abituata a rendere conto del suo operato in tempi decisamente più brevi e che difficilmente ottiene contratti con una durata di più di 30 anni. A meno che il controllo delle scelte sull'acqua non rimanga saldamente in mano alla mano pubblica.

(04 giugno 2011)

giovedì 2 giugno 2011

Riccione, il bagno dove atterrava il duce è diventato il più “ecologico” d’Europa

Lo stabilimento balneare Giulia si toglie quella brutta storia per cui era ricordato. Oggi detiene un record: è costruito senza cemento, il legno proviene da deforestazione controllata, la vista mare non è coperta dalle cabine. Il fotovoltaico riscalda l'acqua delle docce. E non ci sono barriere architettoniche

Un tempo era lo stabilimento del duce. E decenni dopo il Bagno Giulia si toglie i brutti ricordi e da oggi in poi sarà ricordato come lo stabilimento balneare più ecosostenibile d’Europa.

Il bagno si trova a Riccione e, nella memoria degli abitanti, c’è un ricordo indissolubile che “lui” (cioè Mussolini) ai suoi soggiorni rivieraschi proprio qui. “Arrivava laggiù, in mare, col suo idrovolante. Poi i fratelli Corazza lo andavano a prendere col moscone e lo portavano a terra, proprio qui”.

Correvano gli anni Venti e Trenta e a rendere più nitido il ricordo delle estati riccionesi del gerarca massimo c’è un altro elemento: fu proprio “lui” a lanciare la moda della “perla verde” dell’Adriatico, invitando i gerarchi fascisti a villeggiare nella neonata località balneare (Riccione, prima, non era che un borgo di pescatori).

“Vedete i pali che reggono il tendone? Se ci fate caso sono a forma di fascio. È stato lui a consigliare di disporli in quel modo perché fosse più semplice montare e smontare la struttura”. A raccontarlo è Matteo Giovanardi, figlio della storica famiglia che da trent’anni gestisce il Bagno Giulia, lo stabilimento che quest’anno si è aggiudicato il titolo di bagno più ecosostenibile d’Europa.

A pochi passi da villa Mussolini (quella che donna Rachele decise di acquistare all’inizio degli anni Trenta), lo stabilimento della famiglia Giovanardi oggi si distingue subito per un fatto: lascia vedere il mare senza che faccia “schermo” alla battigia, come spesso accade. “Abbiamo evitato quel muro di cabine e abbiamo ottenuto il 60% di vista mare”, spiega sorridente Matteo. Le nuove cabine sorgono ai lati, perpendicolari alla costa, cioè “come un tempo”. E niente cemento, ma solo legno proveniente da deforestazione controllata.

Dotato di un impianto geotermico che rinfresca naturalmente il capanno, di uno fotovoltaico da 8 chilowatt al giorno che riscalda l’acqua delle docce e delle vasche e di un sistema di recupero idrico che permette di riutilizzare 10 mila litri d’acqua al giorno, il Bagno Giulia è il primo ad aver aderito ai criteri di sostenibilità di “Agenda 21 nella provincia di Rimini. Ma le soluzioni virtuose non finiscono qui: ci sono anche le isole ecologiche per la raccolta differenziata, una passerella realizzata interamente in plastica riciclata e scarti di olive, lampade a basso consumo e riduttori di flusso per il risparmio idrico.

Fresco di inaugurazione e già pienamente funzionante, lo stabilimento si distingue anche per l’accessibilità: assenza di barriere architettoniche, passerella mobile che arriva fino alla riva, punto di scambio laterale che permette il passaggio dalla carrozzina alle sedie sdraio galleggianti e una canoa doppia anti-ribaltamento (dunque accessibile anche ai disabili). “Abbiamo già avuto un padre che, pur non potendo camminare, ha potuto portare il figlio a fare un giro in canoa”, racconta Matteo. Inoltre, per i non vedenti c’è un percorso ricavato nella pavimentazione della passerella mentre una mappa Braille presso la reception spiega tutti i servizi offerti.

“Dobbiamo fare in modo che i nostri stabilimenti non siano semplici venditori di ombre, ma molto di più”, afferma Massimo Pironi, il sindaco ciclista, che passerà alla storia di Riccione per aver pedonalizzato l’intero lungomare. E chissà che la vera rivoluzione del turismo sostenibile non parta proprio da qui, ai piedi degli oltre 400 alberghi disseminati per tutta la lunghezza della città. La culla della “riminizzazione” è pronta per la sfida e ha già lanciato il guanto.

Elena Boromeo

mercoledì 25 maggio 2011

VERGOGNA MONDIALE IN COSTARICA

RUBANO LE UOVA DI TARTARUGHE MARINE, PER VENDERLE.












Il fatto è che siamo troppi, sempre di più, e sempre a spese dell'ambiente. Ma questo modo di vivere a spese di tutto ha una scadenza.

Pochi hanno capito che ogni specie animale deve essere in equilibrio con tutte le altre, senza danneggiare l'ambiente in cui vive.

Le riserve sono limitate, addirittura il mare che sembra tanto grande si sta spopolando.

Preleviamo milioni di tonnellate di pesci ogni anno e ci sembra normale. E nessun animale prima di noi aveva prodotto rifiuti che non fossero velocemente degradabili.

Ci comportiamo come se avessimo un altro mondo su cui scappare.

Saremo sempre di più, sempre più soli, sempre più al caldo, sino alla fine. Una specie di virus per questo pianeta.

E la chiamano civiltà, progresso....

venerdì 18 marzo 2011

Pechino, la muraglia verde che fermerà l'avanzare del deserto


PECHINO - La Grande Muraglia non basta più. Oggi solo una foresta può salvare la capitale della Cina. Non un bosco qualsiasi: contro il deserto serve la selva più vasta dell'Asia. È una missione senza precedenti, ai limiti delle possibilità della natura e dell'uomo. In qualsiasi altro Paese del mondo si sarebbe trasferita la capitale.

Come è avvenuto in Kazakhstan. Miliardi risparmiati e un'incertezza in meno. Ma la Cina è un altro mondo, oggi ha bisogno di storiche sfide e poi Pechino è Pechino. È una millenaria ed eterna città, il simbolo della patria, animata da 23 milioni di persone. Per questo nessun cinese si è stupito, ieri, leggendo sul "Quotidiano del Popolo" che
il governo ha varato un'impresa destinata ad entrare nella storia del mondo: piantare trecento milioni di alberi nella regione dell'Hebei, a nord e a ovest della capitale, lungo il confine con la Mongolia Interna, per arrestare l'avanzata della sabbia dal deserto del Gobi.

La titanica impresa è stata battezzata
"Grande Muraglia Verde" e mira a far crescere una nuova foresta di 250 mila chilometri quadrati di superficie. Le dune, alte fino a duecento metri, avanzano di venti metri all'anno: una velocità tripla rispetto alla media del secolo precedente. Dal 1990, sabbia, siccità e cemento hanno distrutto 135 mila chilometri quadrati di macchia. La bomba-albero non punta dunque solo a proteggere la Città Proibita dalle tempeste dei deserti: verrà fatta esplodere anche contro il cambiamento del clima e l'avvelenamento dell'aria. Che Pechino scelga la natura per tentare di ricostruire un equilibrio infranto, nel nome della crescita economica ad ogni costo, è una buona notizia per tutti. Resta da dimostrare che il bosco di Stato resista. Gli scienziati sono prudenti. I tremila membri del parlamento manifestano invece ottimismo. Al punto da approvare con un applauso non obbligatorio l'annuncio del premier Wen Jiabao: 7 miliardi di euro per riforestare il fronte nord della nazione. Betulle e pioppi, assieme a faggi e abeti, sono solo l'inizio dell'ultima battaglia di Pechino. Per garantire l'irrigazione iniziale delle piante, nei prossimi anni saranno deviati anche ventiquattro fiumi, a partire dal Fiume Giallo.
I fatti del resto non lasciavano alternative. Anche in Cina il clima, nell'ultimo decennio, si è discostato dalla ciclicità dei secoli passati. Le contee interne e del Nord, tra gli altipiani tibetani e la Manciuria, sono flagellate da catastrofici periodi di siccità. Le precipitazioni annue, dal 2001, sono diminuite del 37%. Nella zona di Pechino i giorni di vento sono saliti da una media di 136 a 178 all'anno.
La capitale, nel 2010, è stata raggiunta da 56 tempeste di sabbia. Costi e danni economici sono incalcolabili. Uno studio dell'Accademia delle scienze ha rivelato che 5 milioni di abitanti della municipalità sono a rischio diretto entro i prossimi cinque anni. Sabbia, polveri sottili ed emissioni del carbone usato per industrie e riscaldamenti formano un cocktail mortale. La fascia agricola che circonda Pechino negli ultimi cinque anni si è ridotta del 12% e nella nazione vivono 400 milioni di eco-profughi. Sono i contadini costretti ad abbandonare la terra resa sterile dalla sabbia e dai veleni, pericolosamente ammassati oggi nelle metropoli.

"
Mezzo secolo di follia - dice Zheng Guoguang, capo dell'ufficio meteorologico di Stato - ha prodotto mutamenti irreversibili. Deforestazione e desertificazione delle aree coltivate sono l'effetto immediatamente più pericoloso. Dove smettono di crescere alberi, cessa di scorrere l'acqua. Pechino è minacciata dal deserto: ma prima rischia di morire di sete". La popolazione della capitale è mobilitata. Il sindaco ha invitato ogni abitante ad acquistare e piantare un albero seguendo il tracciato della Grande Muraglia, che scorre pochi chilometri oltre la periferia. Ognuno potrà far crescere la pianta preferita, alberi da frutto compresi: questo primo tratto di nuova foresta si chiamerà "Bosco del millennio". Le autorità comuniste sperano che l'umidità generata dalla selva, respingendo la sabbia verso i deserti mongoli e russi, induca anche la formazione di nuvole e lo scarico di piogge. Il 90% delle antiche sorgenti imperiali è prossimo all'estinzione, i laghi Ming sono ridotti a spiagge di quarzo e i pechinesi temono di doversi concentrare presto sulla costa ad est di Tianjin. A meno che una foresta artificiale, nella culla della deforestazione asiatica, torni a salvare la nuova capitale del pianeta.

(10 marzo 2011)

lunedì 28 febbraio 2011

Disastro in Sardegna, marea nera fatta in casa







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Diego Carmignani

AMBIENTE. Diecimila litri di petrolio spiaggiati a nord dell’isola per un incidente nello scarico di carburante a Porto Torres. Dove l’Eni vuole costruire il più grande deposito del Mediterraneo.

Archiviato l’anno nero 2010, con il disastro del Golfo del Messico come pagina più orrenda del calendario, ecco un’altra marea nera, fatta in casa, che non regge certo il paragone per i danni, ma che dovrebbe essere portata alla ribalta delle cronache nazionali per evidenziare quanto la leggerezza umana sia una costante minaccia per l’ambiente. E invece no, tanto tra cronaca, politica e dichiarazioni, giornali e tg hanno di che vivere senza troppi affanni. Il pezzo di territorio italiano di cui annunciare la triste sorte si trova stavolta in Sardegna. L’ambientazione è la spiaggia di Platamona, zona costiera a Nord dell’isola, tra Sorso e Porto Torres, sito giudicato di rilevanza comunitaria, sede di un’oasi lagunare del Wwf e, da un paio di giorni, nuova casa per diecimila litri (questa la prima stima) di olio combustibile.

L’incidente è avvenuto martedì (14.1.2011, n.d.r.), quando una nave cisterna, l’Esmeralda, impegnata a scaricare carburante nei depositi di E.On. dello scalo industriale di Porto Torres, ha perso parte del carico che si è riversato in mare. Inizialmente si è creduto in una perdita di poco conto, ma presto si è rivelata la serietà della situazione. L’intervento del nucleo anti-inquinamento e degli esperti in bonifiche non è riuscito a contrastare lo sversamento, che ha finito per raggiungere la sesta discesa al mare di Platamona, interessando diversi chilometri del litorale, dove in queste ore operai specializzati stanno lavorando per risolvere il disastro ambientale causato, come dice un comunicato dell’azienda interessata, da un «imprevedibile guasto meccanico nella linea di drenaggio del collettore manichette posizionato all’interno della banchina».

Ieri mattina, il vertice d’urgenza tra Provincia di Sassari, Comuni di Sassari, Porto Torres e Sorso, E.On, Capitaneria di porto di Porto Torres e Arpas, con la regia dell’assessore provinciale dell’Ambiente, Paolo Denegri, per coordinare le attività da mettere in campo e arginare e risolvere l’emergenza. Il programma stilato dal tavolo prevede due tempi:
prima, la rimozione del materiale, che si crede di poter ultimare entro una settimana, e poi, la fase di monitoraggio, per tenere sotto controllo la situazione attraverso la caratterizzazione di natura scientifica di tutta l’area. Tutto sembra semplice, ma a rischio contaminazione, oltre al territorio di Sorso, ci sono anche le spiagge delle Acque Dolci, nel cuore di Porto Torres, per via delle correnti che stanno trascinando gli olii. Non solo.

Come sottolinea Gigi Pittalis, portavoce dei Verdi di Porto Torres, l’incidente è «l’ennesimo disastro ambientale ai danni delle nostre coste, un fatto inaudito e inaccettabile. Lo sversamento in mare pone seri problemi circa la sicurezza delle operazioni di scarico». E il pensiero va subito al piano dell’Eni, che vorrebbe impiantare a Porto Torres il più grande deposito costiero di idrocarburi del Mediterraneo. Un progetto che è passato sotto silenzio e che regalerebbe alla costa sarda un enorme traffico di navi cisterna nel golfo dell’Asinara, proprio di fronte al parco naturale. Lo sversamento di questi giorni potrebbe essere solo la prima goccia di una grande marea nera made in Italy.

domenica 26 dicembre 2010

L'orso polare non è spacciato smentiti i catastrofisti


VALERIO GUALERZI

Per l'orso polare il tempo non è ancora scaduto. L'animale simbolo della minaccia del riscaldamento globale sulla biodiversità non è spacciato e ci sono ancora delle possibilità di salvarlo dall'estinzione. Ad accordare il necessario "recupero" dovrà essere però l'uomo, con efficaci politiche di contrasto ai cambiamenti climatici.

A sostenerlo non è un generico appello di qualche associazione ambientalista ma una circostanziata ricerca scientifica pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature . Incrociando i dati sulle proiezioni dello scioglimento dei ghiacci dell'Artico in base all'andamento delle emissioni di gas serra con le capacità di resistenza dell'orso bianco, una equipe formata da studiosi di diversi atenei ed enti di ricerca statunitensi è giunta alla conclusione che diversamente da quanto comunemente creduto ci sono ancora concrete possibilità di scongiurarne la scomparsa.

A profetizzare l'estinzione dell'orso polare era stata in particolare una ricerca datata 2007 dell'agenzia geologica Usa, la United States Geological Survey , che prevedeva la morte di due terzi della popolazione mondiale di Ursus maritimus entro il 2050. Proiezioni, sottolinea il nuovo studio, che non tenevano però conto della possibilità di riuscire a rallentare lo scioglimento dei ghiacci grazie all'azione di mitigazione dovuta alla riduzione delle emissioni di gas serra,prima fra tutte l'anidride carbonica. L'assunto era infatti che esistesse una soglia di restrizione dei ghiacci ormai impossibile da evitare e una volta superata la quale il collasso dell'orso sarebbe stato irreversibile. In questo caso la mitigazione avrebbe potuto ben poco.

La nuova ricerca, prendendo in esame parametri ritenuti più attendibili, arriva invece alla conclusione che esista un rapporto proporzionale tra la quantità di ghiaccio perso e il numero di orsi a rischio di estinzione. In questo caso ogni chilometro quadrato in più di ghiaccio sottratto allo scioglimento significa dunque mettere in sicurezza un certo numero di orsi. La ricerca pubblicata su Nature ritiene che adottando decise misure di riduzione delle emissioni di CO2, alla fine del secolo il numero di orsi sopravvissuti ai cambiamenti climatici potrebbe essere maggiore rispetto a uno scenario "business as usual" così come più vasto del previsto potrebbe essere il loro areale.

Conclusioni sostenute anche da nuove proiezioni su come la termodinamica dell'interazione tra mare e ghiaccio sarebbe in grado di sovrastare la possibile ulteriore impennata nelle temperature (effetto feedback) innescata dal venire meno del potere riflettente (albedo) della superficie ghiacciata. "Essendo gli orsi polari sentinelle dell'ecosistema marino artico - conclude lo studio - mitigare le emissioni di gas serra per migliorare il loro status porterebbe benefici conservazionisti a tutto l'Artico e anche oltre".

(17 dicembre 2010)

"Salviamo le balene" Ora ci pensa Godzilla


Pronti per affrontare una nuova missione. Con una nuova, supertecnologica arma. Ha preso il largo oggi da Hobart, in Tasmania, il nuovo battello degli attivisti di Sea Shepherd , l'organizzazione (nata da una costola di Greenpeace e ben più aggressiva) fondata dal capitano Paul Watson. Si tratta di un intercettore superveloce di trenta metri, dal temibile nome di "Gojira", il celebre mostro dei film giapponesi conosciuto in altre lingue come Godzilla. Con il suo equipaggio di undici marinai raggiungerà in mare aperto le altre due navi dell'organizzazione, la "Steve Irwin" e la "Bob Barker", con a bordo altri ottanta attivisti, per lanciare una nuova offensiva contro la flotta baleniera giapponese che sta per avviare la stagione estiva di caccia "scientifica" nell'Oceano Antartico con una quota di 1000 grandi cetacei.

Il comandante della "Gojira", Locky MacLean, prima della partenza ha spiegato che l'imbarcazione è più veloce anche delle navi arpionatrici e quindi dovrebbe intercettare e raggiungere senza grosse difficoltà. "E' la settima missione di Sea Shepher contro le baleniere - ha aggiunto MacLean - e potrebbe essere risolutiva. Siamo meglio attrezzati che mai, abbiamo l'equipaggio più numeroso e più esperto. E con il vantaggio di arrivare prima, ci sono buone probabilità di riuscire a cacciarli via per sempre dall'Oceano Antartico".

Un appello è giunto dal ministro degli Esteri neozelandese Murray McCully, che ha esortato entrambe le parti all'autocontrollo per evitare incidenti di grossa entità. Lo scorso giugno, gli attivisti di Sea Shepherd erano stati protagonisti di una vera e propria battaglia con due pescherecci libici,
aiutati da un rimorchiatore con bandiera italiana, che stavano effettuando la pesca al tonno rosso nelle acque di Tripoli sebbene la stagione che consente questa attività si fosse ufficialmente chiusa una settimana prima. Lo scontro verbale è rapidamente precipitato per concludersi con uno scontro fisico. Ma intanto altri attivisti erano riusciti a liberare numerosi tonni dalle reti.

(20 dicembre 2010)

Parco dello Stelvio smembrato Il Pd: "Il prezzo della fiducia"


Il debito con l'Svp, che si è astenuto sulla fiducia, è saldato. Almeno è questo l'accusa delle opposizioni. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo che modifica la disciplina del Parco nazionale dello Stelvio smembrandone la gestione sin qui unitaria a favore delle amministrazioni locali. Il passaggio, fortemente gradito alla provincia autonoma di Bolzano, per stessa ammissione della Svp era stato promesso da Berlusconi agli autonomisti altoatesini in cambio dell'astensione in occasione del voto sulla mozione di sfiducia dello scorso 14 dicembre. "Non ci hanno detto se votate la fiducia vi daremo questo o quell'altro ma è vero - aveva ammesso la settimana scorsa il leader della Sudtiroler Volkspartei, Luis Durnwalder - che su due o tre cose ci sono state trattative con Tremonti e Calderoli".

A nulla sono valse le proteste dell'opposizione e neppure l'accorata lettera-appello indirizzata ieri a Palazzo Chigi da tutte le più importanti associazioni ambientaliste. Nel nuovo assetto delineato dal decreto approvato stamane, le province autonome di Trento e di Bolzano, la Regione Lombardia, il Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare e i Comuni compresi nel perimetro costituiranno il coordinamento delle attività di programmazione e indirizzo.

Una scelta che il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo non ha condiviso. "A questo punto - dichiara il senatore del Pd
Luigi Zanda - lei non dovrebbe dimettersi solo dal Pdl ma anche da ministro, visto che la sua linea è stata sconfessata".

"La decisione del Consiglio dei ministri di obbedire al diktat della SVP a smembrare uno dei più antichi parchi nazionali per affidarlo alle province è una ferita all'ambiente gravissima", dichiarano i senatori del Pd
Roberto della Seta, Vincenzo De Luca, Francesco Ferrante e Daniela Mazzuconi, della commissione Ambiente di Palazzo Madama. "Berlusconi, Fitto e Frattini - sottolineano i sentori - hanno voluto procedere nonostante l'opposizione del Ministro Prestigiacomo e del Consiglio regionale della Lombardia, che proprio ieri ha approvato un ordine del giorno del Pd contrario a questa scelta, perche' hanno voluto pagare un debito di riconoscenza alla SVP che si è astenuta sulla fiducia al loro governo. Oltre tutto, la norma, è chiaramente anticostituzionale perché nella nostra Costituzione le competenze in materia di Ambiente sono affidate allo Stato mentre questa decisione di fatto le provincializza creando così un vero e proprio vulnus costituzionale e un grave precedente''.

"Ora - concludono i senatori Pd - viene meno l'unitarietà della gestione del Parco e magari qualcuno in Trentino Alto Adige potrà coronare il proprio sogno di aprire le porte dei parchi ai cacciatori. Uno scempio ambientale per uno scambio politico, una forma forse ancor più grave di compravendita di voti e di degrado etico del modo di fare politica berlusconiana".

Ma in realtà la vicenda dello Stelvio apre una ferita (l'ennesima) anche all'interno del Partito democratico con la risentita precisazione della parlamentare altoatesina del Pd Luisa Gnecchi. "Per il futuro del parco mi fido più del governatore Durnwalder, anche se è un cacciatore, che del governo Berlusconi e del ministro Prestigiacomo che proprio oggi non ha votato con la maggioranza e ha lasciato l'aula", ha commentato la deputata difendendo lo smembramento. "Non temo confronti - ha inistito - L'Alto Adige ha sempre dimostrato di tutelare il territorio meglio di qualsiasi altro ente, mi fido più di Bolzano, Trento e Milano che di Roma che nel bilancio 2010 non ha stanziato nemmeno un euro per il parco nazionale dello Stelvio".

Critiche simili a quelle dei membri democratici della commissione Ambiente del Senato erano state avanzate anche nella lettera del cartello ecologista al governo. "Siamo estremamente preoccupati - scrivevano tra gli altri Wwf, Legambiente, Lipu, Federparchi, Cai e Tci - e contrariati dall'idea di un Paese che, per effetto di un decreto deciso ed approvato in modo sicuramente troppo frettoloso, decide di cancellare settantacinque anni di gestione unitaria di un patrimonio naturalistico montano di indiscussa eccellenza e notorietà anche internazionale qual è il Parco Nazionale dello Stelvio". "Lo Stelvio è Parco Nazionale perchè rappresenta - sottolinea il documento - un elemento irrinunciabile del paesaggio naturale e culturale del nostro Paese, come tale esso è riferimento per l'intera comunità nazionale, ed è anche una tessera fondamentale delle aree naturali protette che compongono il sistema sovranazionale delimitato dalla Convenzione Internazionale per la Protezione delle Alpi, che il nostro Paese, come tutti gli altri Stati dell'Arco Alpino, ha ratificato con propria legge nel 1999".

"Una simile decisione - denunciavano ancora le associazioni - avrà sicuramente una ricaduta internazionale sull'immagine e sulla credibilità dell'Italia: in oltre un secolo di storia dei parchi nel nostro Continente, non è mai accaduto che un Paese cancellasse, di fatto, un Parco Nazionale".

(22 dicembre 2010)

domenica 5 dicembre 2010

Ciad, il mare d'Africa che tra vent'anni rischia di scomparire


DOMENICO QUIRICO

Anche ora che ha perso in cinquant'anni il novanta per cento della sua superficie, anche se lo chiamano lago, il Ciad è un mare, un errore della natura che ha colmato di acqua dolce questa enorme voragine nel cuore dell'Africa e l'ha imprigionata fra pareti di deserti incombenti come un lento destino e fertili savane dagli orizzonti azzurrognoli. A prestar fede ai geologi e alle leggende che ne hanno preceduto di secoli i vaticini, l'Africa un giorno si spaccherà in due all'altezza di questa lunghissima cicatrice che corre tra il Sahara e le foreste, luoghi grandiosi e subdoli dove dalla decomposizione delle foglie sale il profumo della morte. L'Africa è un tuffo non nella preistoria, ma nell'eternità, tutto qui è possibile. Ventimila anni prima della nostra era non era forse il lago Ciad già scomparso? Per poi riapparire come per un sortilegio.

Quando il continente si spezzerà, allora si realizzerà il suo sogno, essere il mare. Se ci sarà ancora. Perché nel 1960 la superficie di questa distesa di acqua dolce misurava
25 mila chilometri quadrati: oggi si è ridotta ad appena 2.500 chilometri quadrati. Secondo uno studio dell'Ente spaziale americano a questo ritmo tra venti anni non esisterà più. Ancora oggi è bello da ferirti gli occhi, un dio, visto che dà la vita a trenta milioni di persone che si affollano sulle rive, separati da frontiere più che mai senza senso davanti alla lotta per sopravvivere. È un dio placido, senza malumori, nulla che ricordi le burrasche degli astiosi laghi dell'Africa australe. Le acque ormai sono così basse, non più di tre metri, che è diventato perfino difficile pescare. La navigazione è vietata da tempo. Ma anche qui i pescatori sono filosofi come in tutto il mondo; gente che vive senza fare rumore, come se temesse di far male al dio, malato e fragile come è. Uomini e bimbi sparuti, strozzati dal bisogno, continuano a lavorare attorno alle loro canoe sempre più inutili, ne ricuciono le slabbrature con stoppie e argilla. Dove le hanno tirate a secco una lunga macchia scura ricorda che lì, solo poco tempo fa, c'era ancora l'acqua.

Acque stanchissime, quasi impaludate, che avanzano senza un tremito, come di un canale morto. Ogni tanto da qualche imbarcazione che arriva a riva vengono gettati strani pesci di un verde splendido, dalle schiumose branchie di corallo, che lasciano nella polvere le tracce della loro agonia. «Quando ero piccolo gettavo recipienti nel lago e li ritiravo pieni di pesci - racconta Adam Seid che è capo del villaggio di Kinaserom, come se rievocasse paradisi antichi -. Alcune specie come il pesce siluro sono scomparse, e non vediamo più da tempo sulle rive molte varietà di uccelli». Si spaventerebbe Seid se sapesse che le specie scomparse sono addirittura 150; e che la pesca che nel 1960 rendeva 80 mila tonnellate l'anno, nel 2000 era striminzita a 50 mila; oggi chissà. Attorno al lago l'aria è fresca, la brezza porta odori di erbe giovani: perché dove l'acqua si è ritirata si stende una pianura umida dove i contadini hanno preso il posto dei pescatori e mettono a cultura le nuove terre, avidamente. Questa è una delle aree del globo che conosce i più alti tassi di densità demografica. La terra non può, non deve riposare. Ma ora tutto in realtà è in pericolo: la pesca, l'allevamento l'agricoltura i commerci, la vita.

Come ha ricordato a N'Djamena l'ultima sessione del Foro mondiale dello sviluppo compatibile. Gli assassini del lago sono tanti: la sua fragilità ecologica che lo rende dipendente dagli umori delle piogge mai così dispettose e avare come negli ultimi anni, la pressione intensiva degli uomini (negli ultimi quarant'anni la popolazione che abita sulle rive del Ciad è quadruplicata): sospinti dalle siccità tribù e popoli sono venuti ad aggrapparsi alle rive. E poi l'evaporazione e la dispersione nelle terre aride sono aumentate. Il lago, e il suo principale affluente, il fiume Chari, si insabbiano. Il Ciad, comunque, è sempre stato mutevole, ridotto a pozzanghera o enorme: seimila anni fa misurava 340 mila metri quadrati di superficie e la profondità era di ben 160 metri. I pescatori si sono fatti saggi, hanno adottato piccole regole per fermare il degrado dell'ambiente circostante; come costruire sbarramenti per impedire la migrazione dei pesci e favorirne la riproduzione. Una legge vieta l'uso per la pesca di reti a maglie troppo piccole, pena la prigione.

I contadini, loro, per ora, sono felici: affondano gli aratri nelle nuove terre. Ma tutto è fragile e la festa presto si cambia in veleno: negli anni scorsi era la siccità che assaliva questi nuovi campi, ora le inondazioni che hanno sepolto sotto il fango le coltivazioni, il mais, le patate dolci, la manioca Al vertice di N'Diamena sono state presentate diverse proposte per salvare il lago Ciad: inserirlo nel patrimonio dell'umanità, migliorare la coesione sociale per ridurre la vulnerabilità delle popolazioni, accelerare i lavori per regolare il volume dell'acqua e ridurre l'insabbiamento. Ma soprattutto c' è un progetto di una mole che in passato solo la titanica volontà di potenza di Stalin aveva osato immaginare, capovolgere cioè il corso dei fiumi, dirottare l'acqua dell'Oubangui che scorre nel bacino del Congo a Nord, facendone la vena che tiene in vita il lago Ciad. Gli studi per la fattibilità sono iniziati nel 2009 ma i costi dell'operazione sono immensi. E nessuno può dire come reagirebbe l'ecosistema a un intervento di questa portata.

sabato 27 novembre 2010

Polveri sottili e acque reflue L'Italia deferita alla corte Ue


La Commissione europea punta il dito sul Paese e ha deciso di mettere l'Italia sul banco degli imputati alla Corte di giustizia dell'Ue. Sotto accusa, i livelli di polveri sottili e trattamento delle acque reflue.

Nel primo caso, il nostro Paese è stato deferito insieme a Spagna, Portogallo e Cipro. Per Bruxelles "non è stato finora affrontato in modo efficace il problema delle emissioni eccessive di Pm10", i cui valori limite sono stati superati in numerose zone.

Gli Stati membri dovevano adeguarsi entro il 2005 alla legislazione europea, secondo la quale i cittadini non dovrebbero essere esposti alle microparticelle Pm10 i cui valori limite non devono essere superati per più di 35 volte in un anno di calendario. Un'esenzione è possibile fino a giugno 2011, ma solo se il Paese dimostra di avere adottato misure per rispettare gli obblighi entro il termine proprogato. La Commissione, però, ritiene che, per quanto riguarda l'Italia, "le condizioni per concedere la proroga non siano state rispettate" e per questo "ricorre alla Corte di giustizia europea".

La Commissione europea ha anche deciso per di intervenire contro il nostro Paese per il mancato rispetto delle normative comunitarie sul trattamento delle acque reflue provenienti da vari comuni della provincia di Varese e sversate nel bacino del fiume Olona. In questo caso si tratta in realtà di un secondo ricorso, per inadempienza rispetto a una sentenza della Corte già emessa quattro anni fa, nel novembre 2006, a cui le autorità italiane non hanno mai dato esecuzione. In caso di un seconda condanna, l'Italia rischia quindi pesantissime sanzioni pecuniarie giornaliere, proporzionali alla durata del mancato adeguamento.

Una terza procedura d'infrazione decisa oggi dalla commissione contro l'italia, anche se a uno stadio meno avanzato, riguarda la direttiva europea sul rendimento energetico degli edifici, le informazioni utili sugli immobili che i cittadini acquistano o affittano. In questo caso si tratta di un 'parere motivato': Bruxelles minaccia il ricorso in Corte Ue se l'Italia non adotterà entro due mesi una normativa conforme alle esigenze della direttiva in materia di rilascio degli attestati di rendimento energetico degli edifici, e che includa anche l'obbligo di ispezioni periodiche degli impianti di condizionamento d'aria per valutarne il rendimento.

(24 novembre 2010)

martedì 16 novembre 2010

Eolico, cala la redditività


Mentre in Honduras si annuncia la chiusura finanziaria del progetto relativo alla centrale eolica di Cerro de Hula e l’emissione dell’ordine per iniziare la costruzione di 51 turbine da 2 MW ciascuna, per un totale di 102 MW, c'è aria di stagnazione sull'eolico italiano. «A metà anno c'è stato un crollo verticale degli investimenti, perché il valore dei certificati verdi è sceso troppo e le banche non finanziano più i nuovi progetti», spiega Simone Togni, segretario nazionale dell'Associazione nazionale energia del vento. «Si stanno realizzando solo i progetti già finanziati all'inizio dell'anno. Tutto il resto si è fermato».

OBIETTIVI LONTANI - L'obiettivo 2010 per l'eolico italiano, ritenuto realistico a inizio anno, era di crescere di oltre mille megawatt, come nel 2009, per arrivare a 6 mila megawatt installati. Ma è probabile che l’anno si concluda a quota 5.600, un buon 30% sotto le attese. «Mantenendo il ritmo che ci eravamo dati negli anni scorsi, saremmo riusciti a centrare gli obiettivi comunitari, ma se perdiamo un semestre intero, quando lo recupereremo?», si chiede Togni.

REDDITIVITÀ IN CALO - Il problema sta tutto nella remunerazione dell'investimento, che è gradualmente calata fino a raggiungere livelli considerati dalle banche non più finanziabili. La remunerazione è data dal valore dell'energia venduta alla rete, più il valore dell'incentivazione, che in Italia avviene attraverso i certificati verdi, i titoli attribuiti all'energia pulita, che le aziende produttrici di energia convenzionale sono costrette ad acquistare per una quota del 3% della loro produzione da combustibili fossili. In questo modo, le aziende che sporcano l'ambiente finanziano quelle che lo tengono pulito. Ma il mercato dei certificati verdi negli ultimi anni ha sofferto di due tendenze contrapposte: da un lato la crisi ha portato a un calo della produzione elettrica, dall'altro le compagnie convenzionali hanno cominciato a produrre energia verde in proprio. Di conseguenza, il valore dei certificati è sceso del 10% l’anno: a fine 2006 valeva circa 140 euro a megawattora, oggi siamo a 80. A soffrirne sono tutte le rinnovabili, tranne il fotovoltaico incentivato con il conto energia .

COMPENSAZIONI - «In parte, la perdita di valore dei certificati è stata compensata dalla maggiore efficienza: oggi i costi di produzione dell'eolico sono più bassi di quattro anni fa», conviene Togni. Ma al calo degli incentivi si è aggiunto l'aumento degli oneri complessivi, come l'Ici che prima non si pagava, oltre al 5% di compensazione ai Comuni e all’aumento degli affitti dei terreni. «Sono tutti trasferimenti dello Stato centrale verso gli enti locali. È comprensibile, ma non hanno nessuna logica se non quella di bloccare gli investimenti, perché le compensazioni ambientali non si possono imporre alle imprese che producono energia verde, è espressamente vietato da una direttiva comunitaria», fa notare Togni. Per di più, le compensazioni chieste all'eolico sono il doppio di quelle chieste ai petrolieri.

ASPETTANDO L'EUROPA - Per le imprese dell'energia verde, a questo punto, non resta che aspettare il recepimento della direttiva Ue sulle fonti rinnovabili che, introducendo un valore minimo per i certificati verdi, darà un quadro certo di regole. «Siamo alla vigilia del recepimento della direttiva», assicura il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia. «La delega scade il 5 dicembre, quindi cercheremo di mandarla in Parlamento nei prossimi giorni», ha sottolineato. «Daremo un quadro certo di regole fino al 2020, per dare certezza agli investitori, ma anche per ridurre ogni biennio gli incentivi, in virtù dei miglioramenti tecnologici, perché vogliamo finanziare la realizzazione di impianti e non la rendita». I produttori di energia verde sono d'accordo. Ma chiedono una base sicura dell'incentivazione, sotto la quale gli investimenti si bloccano.

Redazione online
15 novembre 2010

martedì 7 settembre 2010

Allarme livello del mare la geoingegneria non basta


JACOPO PASOTTI

LA GEOINGENERIA non impedirà affatto la risalita del mare. L'ingegneria su scala planetaria non è una soluzione, nemmeno d'emergenza, ai danni procurati al clima dalle attività umane. È questa la conclusione a cui è giunto un team di ricercatori britannici, cinesi, e danesi al termine di un nuovo studio sul futuro degli oceani terrestri. A loro parere non c'è scampo: il livello marino salirà di almeno 30-70 centimetri entro la fine del 2100, anche usando le tecniche di geoingegneria più avanzate. "Sostituire la geoingegneria al controllo delle emissioni significherebbe addossare un enorme rischio alle future generazioni", affermano i ricercatori sulla rivista scientifica Proceedings of National Academy of Science.

La massima autorità mondiale sul clima, l'Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change), ha previsto che il livello marino sarà di 20-60 centimetri più elevato per la fine di questo secolo. Una stima, questa, che molti scienziati ora ritoccherebbero verso l'alto portandola a 1-1.5 metri.

Sarà un problema che "colpirà circa 150 milioni di persone che vivono in aree costiere, incluse alcune delle maggiori città del pianeta", spiega Svetlana Jevrejeva, del National Oceanography Centre di Liverpool, in Inghilterra, coautrice della ricerca. Solamente in Cina, nei prossimi decenni milioni di persone dovranno spostarsi verso l'interno del paese.

La maggior parte degli scienziati è d'accordo: per rallentare la risalita del livello dei mari bisogna affrontare il problema alla radice ed abbattere le emissioni. Ma per ottenere questo potremmo essere in ritardo. Sono nate così proposte alternative che hanno dato vita ad un intero nuovo ramo della ricerca. L'idea è di sviluppare tecniche ingegneristiche per manipolare il clima. Ci sono proposte di "fertilizzare" gli oceani con polvere di ferro, o di rimescolare le acque profonde per favorire la crescita di alghe che, crescendo, catturerebbero anidride carbonica. Altre idee sono di lanciare in orbita un ciclopico parasole planetario, o di iniettare colossali quantità di zolfo nell'atmosfera per simulare l'effetto di un'eruzione vulcanica e generare una nube di particelle in grado di schermare la radiazione solare. O, ancora, puntare su sistemi agricoli che facilitano la fissazione al suolo di carbonio (come il biochar: un modo per convertire il materiale organico in carbone).

Un invito alla cautela arriva ora però da Jevrejeva e colleghi, che hanno concluso uno studio sull'impatto che cinque tecniche di geoingegneria avrebbero sul livello marino verso la fine del secolo. "Entro il 2100 il mare si alzerà di 30-70 centimetri anche con l'impiego di qualsiasi tecnica di ingegneria, a meno di usare quelle più estreme e sotto il più stringente scenario di emissioni globali", concludono i ricercatori. Un moderato o, peggio ancora, intermittente, uso della geoingegneria non servirebbe a molto.

I ricercatori spiegano per esempio che immettere nella stratosfera biossido di zolfo quanto ne produrrebbe una eruzione vulcanica pari a quella del Pinatubo del 1991 (circa 10 milioni di tonnellate di SO2) potrebbe rimandare la risalita del livello marino di 40-80 anni. Per mantenere invece il mare al livello che aveva alla fine degli anni '90 dovremmo ripetere questa "eruzione artificiale" ogni 18 mesi.

Questo però, fanno notare i ricercatori, non arresterebbe la acidificazione degli oceani, inevitabile a meno di un taglio radicale delle emissioni di anidride carbonica. Senza contare poi che l'impresa sarebbe costosa e potrebbe causare "effetti indesiderati", come cambiamenti nei regimi delle precipitazioni o il pericolo di danneggiare lo strato di ozono nella alta atmosfera. La messa in orbita di colossali specchi per riflettere la luce solare, un'altra ipotesi di geoingegneria, nasconde sfide tecnologiche e costi che sono, secondo gli studiosi, a dir poco scoraggianti.

L'unico metodo che lascia qualche spiraglio è l'impiego dei biocombustibili che, impiegati congiuntamente alla riforestazione e al biochar, combinati ad una rigorosa riduzione delle emissioni, potrebbe limitare la risalita dei mari a 20-40 centimetri. Insomma, attenzione a progetti ingegneristici fantascientifici e miliardari, avverte Jevrejeva: "Non sappiamo come reagirebbe il pianeta ad attività di geoingegneria di così grande scala".

(02 settembre 2010)

Groenlandia, trivelle in azione il Polo è un pozzo di greggio


LUIGI BIGNAMI

In cerca di petrolio al Polo Nord ma sono alti i rischi per l'ambiente

LA ricerca dell'oro nero in tutti gli oceani del pianeta non smette di guardare avanti. Nonostante le paure e le problematiche che si sono aperte dopo quanto avvenuto durante l'esplorazione petrolifera in mare aperto nel Golfo del Messico. Da una settimana, come riferisce il New Scientist, sono le fredde acque artiche in prossimità della Groenlandia ad essere oggetto di trivellazione ad opera della società inglese Cairn Energy.

Il mondo intero guarda alle acque che circondano il Polo Nord come nuova meta per lo sfruttamento petrolifero e minerario. Dalle ricerche fin qui condotte, nell'area risulta esserci circa il 13% delle riserve di petrolio rimaste sulla Terra e circa il 30% di quelle di gas. L'incidente della Deepwater Horizon ha fermato momentaneamente le attività nelle acque americane, canadesi e norvegesi ma non in quelle groenlandesi e russe dove continuano la ricerca e le prime perforazioni. Tuttavia è proprio di poche settimane fa la notizia che americani e canadesi sono partiti con una nave oceanografica per importanti rilievi. "Con questa spedizione vogliamo definire con precisione quali sono i confini geologici dei nostri territori, quelli cioè che il trattato internazionale dei mari permette di considerare propri e quindi di esplorarli e sfruttarli", ha spiegato Brian Edwards del Servizio Geologico americano. La Russia aveva preceduto tale spedizione con una propria nave e due anni fa aveva mandato fin sul fondo del Polo Nord un sommergibile dove piantò la propria bandiera.

Estrarre petrolio nelle aree artiche è una sfida contro la natura che ha pochi confronti, sia che avvenga in mare che sulla terraferma. Gli uomini addetti ai lavori, qualunque attività eseguano, devono fare fronte ai movimenti del pack, agli iceberg, alle temperature estremamente fredde, alle tempeste e alle condizioni estreme quando scende la notte artica che dura circa 6 mesi.

Per questi motivi le compagnie petrolifere al momento stanno esplorando le aree marine più vicine alle coste e le più accessibili e, quando è possibile, cercano di costruire piccole isole artificiali da collegare alla terraferma così da trasformare un'esplorazione off-shore (in mare aperto) in una su terra. Quando non è possibile si costruiscono gigantesche strutture in acciaio che vengono ancorate sul fondo marino. La piattaforma russa Prirazlomnoye, ad esempio, quasi completamente costruita su un campo petrolifero dove si prevede la presenza di 610 milioni di barili e che si trova al nord della Russia, peserà 100.000 tonnellate e si trova su un mare profondo 20 metri. In questo caso sarà la sua gigantesca massa a proteggerla dal ghiaccio che la assedierà per otto mesi l'anno.

Quando bisognerà andare ancor più al largo le piattaforme saranno costantemente protette da rompighiaccio. La prima di queste sarà anch'essa russa e verrà costruita a 650 km dalle coste con un mare profondo 300 m e costantemente circondata dai ghiacci. Essa inizierà ad operare nel 2016.

Tutte le compagnie petrolifere insistono nel sostenere che le piattaforme saranno a prova di ogni evento estremo. Ma nonostante questo, molti gruppi ambientalisti fanno presente che il pericolo non viene solo dalle piattaforme ma anche dalle navi che dovranno fare la spola con esse per rifornirsi di olio. Il pack, gli iceberg e le tempeste renderanno inevitabili gli incidenti e in acque fredde una fuoriuscita di petrolio potrebbe creare danni realmente irreversibili all'ambiente. In quel mondo infatti, una fuoriuscita di greggio può essere contenuta solo in estate, ma le acque molto fredde rendono l'olio molto più stabile che non in quelle calde. Per la natura è assai più difficile eliminarlo e, come si è visto in Messico, l'uomo riesce a fare ben poco.

(02 settembre 2010)

Una strada "taglia" Serengeti rischia l'ecosistema parco

La migrazione degli gnu

di LUIGI BIGNAMI

IL PARCO del Serengeti, in Tanzania, è senza dubbio uno dei luoghi più conosciuti d'Africa. Anche per chi non è stato mai da quelle parti. Perché i documentari ci hanno più volte presentato la spettacolare migrazione di oltre un milione di gnu e di zebre che avviene annualmente in quella "pianura sconfinata" - questo il significato della parola "serengeti" in lingua masai - fra le praterie del sud e il Masai Mara. Ed è in quel parco che vi si trovano, tra l'altro, i "big five", i 5 grandi animali d'Africa, l'elefante, il leone, il leopardo, il rinoceronte e il bufalo. Ora, secondo un comunicato del Parco Nazionale della Tanzania, il governo del Paese ha pianificato la costruzione di una strada commerciale che taglierà letteralmente in due l'intero Parco.

"Non c'è dubbio - spiega Christof Schenck, direttore della Frankfurt Zoological Society - che per il Paese è un'infrastruttura che potrebbe sviluppare notevolmente i mercati tra gli agricoltori e gli allevatori, permettendo un veloce trasferimento di raccolti e di animali domestici da un luogo all'altro della Tanzania". Il tracciato della strada infatti collegherà il più velocemente possibile molti centri che circondano il Serengeti, tra cui città importanti dell'Africa orientale come Mombasa, Dar es Salaam o Tanga con i Paesi del Centrafrica. Ma, spiega ancora Schenck, "avrà anche effetti disastrosi sull'intero ecosistema dell'area".

La zona a nord del Serengeti infatti e l'adiacente Masai Mara sono fondamentali per la sopravvivenza delle zebre e degli gnu, verso le quali migrano durante la stagione secca, poiché assicurano loro acqua tutto l'anno. Secondo dati della Frankfurt Zoological Society risulta che se a quegli animali venissero sottratte le aree in questione il numero degli esemplari passerebbe dal milione e 300 mila di oggi a circa 200.000, un collasso. Sempre secondo la Società tedesca sono molte le strade del mondo che, per puri scopi commerciali, hanno tagliato in due ecosistemi particolari provocando conseguenze in certi casi catastrofiche. In Canada, ad esempio, la migrazione delle alci nel Banff National Park è stata profondamente compromessa proprio a causa di una strada che ha attraversato il Parco stesso.

"Se la strada africana diverrà importante, come è destinata ad esserlo, saranno centinaia i camion pesanti che attraverseranno il Serengeti ogni giorno e questo procurerà incidenti con la fauna selvaggia del luogo. E la morte anche di un solo adulto femmina di leopardo, ad esempio, può avere ricadute importanti - continua Schenck - visto che questo animale soffre di una mortalità del 90% dei propri piccoli, che sta già provocando una forte riduzione della popolazione". Il rischio è che gli animali si allontanino sempre di più dalle aree del nord; zebre e gnu, fino agli elefanti che non riusciranno più a raggiungere le uniche aree umide dell'area durante la stagione secca e questo significherà la loro fine.

Ma c'è anche il rischio che la realizzazione della strada porti con sé malattie e piante infestanti. Bastano pochi semi caduti dai mezzi di trasporto per diffondere pollini che entrano in concorrenza con quelli autoctoni, fino a determinarne la scomparsa. E, non ultimo, strade a veloce percorrenza possono rappresentare un richiamo per i bracconieri.

Un'alternativa esiste. Spiega Markus Borner, direttore del FZC Africa Programme: "E' una strada che potrebbe passare a sud del Parco, e permetterebbe di mettere in contatto una popolazione sette volte superiore rispetto alla progettata strada del nord". La valenza economica, dunque, sarebbe simile. Ma rispetterebbe un santuario naturale ancora - quasi - intatto e luogo unico per la biodiversità che ospita.

(06 settembre 2010)