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martedì 27 dicembre 2011

Una politica a corto di idee




Forse esagero, ma è da cinquant'anni che dalla politica italiana non nasce una sola idea. Siamo partiti con il Bipartitismo Imperfetto di Giorgio Galli, dove «imperfetto» stava per dire che non c'era alternanza al potere. È sì un difetto. Ma sin da allora facevo notare che i Paesi senza alternanza di governo erano parecchi, specialmente il Giappone, che pure è stato per lungo tempo un Paese di prima fila.

Poi si è affermata l'idea che se un Paese non aveva una struttura bipolare non poteva funzionare. Per anni ho cercato di spiegare che una struttura bipolare (tipo destra-sinistra) veniva di solito da sé, che era fisiologica. Chi si prova, ogni tanto, a dichiararsi «terzo polo» è un politico spiazzato dagli eventi. D'altronde, i sistemi bipolari hanno spesso bisogno di un piccolo partito intermedio di sostegno. Come in Germania.

Qual è, allora, lo scandalo italiano? È che non abbiamo il voto di preferenza. Lo avevamo, ma a furor di popolo venne cancellato da due referendum. Non era un secolo fa, eppure ce ne siamo dimenticati. E ci siamo anche dimenticati perché non funzionò allora, e perché funzionerebbe ancora peggio se ripristinato. In passato la prassi costante, tra gli scrutatori dei seggi, era di controllare attentamente i voti di lista ma di consentire a sé stessi di aggiungere crocette di preferenza ai raccomandati del proprio partito. Oggi siamo più smaliziati. Così è ancora più sicuro che il votante non riuscirà quasi mai a eleggere chi voleva. Eppure ci crede.

In questo cinquantennio la vera novità è invece passata inosservata. Nel 1918 Max Weber scriveva un saggio, La politica come professione, che è illuminante già nel titolo, e che stabilisce una volta per tutte qual è il problema. Questo: che si è man mano consolidata e moltiplicata una popolazione che vive di politica e che non sa fare altro. Se perde il posto o le entrature nella «città del potere», allora resta disoccupato: o politica o fame. È evidente che la politica come professione è una inevitabile conseguenza della entrata in politica delle classi povere. Finché l'accesso al potere era ristretto ai benestanti, il cosiddetto «politico gentiluomo», non si faceva pagare. Non ne aveva bisogno. Ma i nullatenenti, invece, sì.
Va da sé che il politico di professione esiste oramai un po' dappertutto. Ma da noi con una virulenza inedita che ci assegna tra i Paesi più corrotti al mondo (al 69° posto).

È che da noi mancano le controforze politiche, manca un vero pluralismo politico. Il fascismo ha favorito lo sviluppo di quelle che oggi ci siamo abituati a chiamare lobbies, ovvero corporazioni di interessi economici. Dopodiché il dopoguerra ci ha restituito un sindacalismo largamente massimalista. Mentre nel 1959 i sindacati tedeschi ripudiavano a Bad Godesberg il sindacalismo rivoluzionario e da allora collaborano con le aziende, noi continuiamo il rito di inutili e dannosi scioperi.
Il punto è, allora, che lo strapotere della nostra casta di politici di professione non si imbatte in vere controforze che lo combattono. Noi siamo precipitati nel momento in cui la stupidità della sinistra, allora di D'Alema e di Violante, ha consegnato il Paese a Berlusconi regalandogli tutta o quasi tutta la televisione.

Giovanni Sartori
27 dicembre 2011

lunedì 19 dicembre 2011

Merito e selezione per salvarci tutti




Da parecchi anni, oramai, insisto sulla distinzione tra democrazia protettiva o difensiva, che protegge la libertà dei cittadini e che è irrinunciabile, e democrazia distributiva, che dovrebbe distribuire ai cittadini i benefici della democrazia, e che invece funziona sempre meno e sempre peggio. Non mi è ancora capitato di sentirmi citare oppure contestare da qualcuno su questa distinzione. Eppure senza la democrazia protettiva noi ridiventiamo sudditi, non più cittadini. Il cittadino è quasi sparito dopo la fine del mondo greco-romano, salvo qualche eccezione. Era tanto sparito che del termine civis, cittadino e polites si era pressoché perduta la memoria. Riappare solo con le rivoluzioni settecentesche. Con fatica. Ricordo che in Germania il vocabolo polites ricompare a casaccio per denotare più che altro la polizia.
Ci sono poi i partiti. Nel 1921 James Bryce asseriva che i «partiti sono inevitabili... Nessuno ha dimostrato come il governo rappresentativo possa operare senza». Per più di un secolo questa è stata la comune dottrina. L'idea era che i partiti dovessero aggregare le opinioni dell'elettorato per poi trasmetterle al governo, che a sua volta le avrebbe recepite e, nella misura del possibile, ne avrebbe soddisfatte le richieste.
Ma non è andata così. Tanto per cominciare, l'elezione doveva anche essere una selezione, una selezione dei migliori. Anche a lume di buonsenso, che senso avrebbe una selezione dei peggiori? Tanto vero che per tutto il Medioevo il principio di scelta è stato espresso dalla formula della melior et sanior pars. Fin quando la sciaguratissima rivoluzione studentesca degli anni Sessanta inalberò la bandiera dell'anti-elitismo: abbasso le élites, evviva chi le abbatte.
Confesso di non avere mai capito se gli anti-elitisti erano in verità degli scalatori con la voglia di far presto. Certo è che gli anti-elitisti di allora sono oggi ben sistemati in posti di potere e di comando. Erano, negli anni Sessanta, soltanto dei furbacchioni in mala fede? Resta il fatto che svalutando la meritocrazia otteniamo soltanto la immeritocrazia, che svalutando la selezione otteniamo soltanto la disselezione, e che attaccando il merito otteniamo soltanto il demerito e con esso il governo dei peggiori.
Che l'Italia sia un Paese profondamente corrotto è noto. Ma scoprire che si trova nella graduatoria di Transparency International al sessantanovesimo posto (per corruzione) lascia allibito anche me. Certo, non abbiamo un passato glorioso. La mafia, l'onorata società, sboccia in Sicilia, per poi risalire per tutta la penisola e diffondersi al tempo stesso negli Stati Uniti. Abbiamo anche un passato assai più lungo. In un bellissimo libro, L'Italia e i suoi invasori, Girolamo Arnaldi racconta che nessun popolo è mai stato invaso quanto il nostro. A quei tempi i barbari ammazzavano. Noi l'abbiamo quasi sempre scampata, come se fossimo dotati del genio della sopravvivenza. O Spagna o Francia, purché se magna. Siamo, allora, di vecchissimo mestiere. Se vogliamo capire come è nato e nasce tanto odierno marciume forse conviene ripartire da qui. Quanto all'oggi, il governo tecnico di Monti è l'unica chance di salvezza che ci resta.
Giovanni Sartori
19 dicembre 2011 

martedì 8 novembre 2011

La resistenza del Cavaliere




Quando Silvio Berlusconi vinse la sua prima elezione, siccome cambiava sempre parere, smentiva, diceva e disdiceva, lo battezzai per celia «Cavalier Traballa». È stata una delle mie peggiori trovate. Il Cavaliere è restato in sella, salvo brevi intermezzi, per diciassette anni e ancora non dà mostra di volersene scendere. Eppure stavolta, come raccontano le cronache politiche di questi giorni, traballa davvero. Ma, se volesse lasciare la presidenza del Consiglio, come dovrebbe fare? Qual è la procedura per liberarsi del fardello del potere? Prima ipotesi: Berlusconi chiede la fiducia in Parlamento, non la ottiene, va subito al Quirinale dal presidente della Repubblica e chiede nuove elezioni. Proprio subito, illico et immediate .

Ma in tal caso dubito che il capo dello Stato gliele conceda. Perché la nostra Costituzione richiede che prima di indire nuove elezioni il presidente della Repubblica debba accertare se nelle due Camere esistano altre possibili maggioranze di governo. Ma sento già le dichiarazioni di stizza di Fabrizio Cicchitto e altri portavoce: ma questo sarebbe un infame «ribaltone»; la nuova maggioranza, se ci fosse, sarebbe costituita da «traditori» della volontà popolare, da venduti.
Spero che il capo dello Stato si infischierà della dottrina del ribaltone (che tra l'altro non esiste in nessun altro ordinamento costituzionale). Dunque non è detto che, caduto Berlusconi, non possa seguire un nuovo governo di «tecnici» (per esempio presieduto da Mario Monti). So bene che per gli onorevoli in carica un governo dei tecnici sarebbe esecrando perché li spoglierebbe (temporaneamente) dei loro emolumenti e privilegi. Ma l'attuale stato di sfascio dei nostri partiti di sinistra non rassicurerebbe né il Paese né il resto del mondo. Perché noi italiani siamo ormai dei «sorvegliati speciali». Berlusconi promette ma non mantiene, dice ma non fa. E «sorvegliati speciali» resteremmo anche se il governo fosse sostenuto dall'alleanza Bersani-Di Pietro-Vendola.

Avevamo detto della prospettiva delle elezioni in tempi ravvicinati. Con l'occasione mi permetterei anche di suggerire al presidente di far cancellare sulla scheda elettorale l'indicazione del premier già bellamente stampata. Se si vuole davvero offrire all'elettorato una scelta seria, allora accanto al nome del candidato devono esistere due caselline per dire «sì» oppure «no». Si può essere di destra eppure non volere Berlusconi, o di sinistra e non volere Vendola. Questo può sembrare un punto di poco momento, ma invece fonda l'interpretazione presidenzialista e al contempo «direttista» della nostra Costituzione. Meno male che Silvio c'è oppure meno male che non ci sia più?

Giovanni Sartori
06 novembre 2011

sabato 3 settembre 2011

Un tracollo ben preparato


Tutti gli economisti, o quasi tutti, sostengono che la salvezza sta nella «crescita». Perché il mondo occidentale non cresce più (in nessun senso della parola). La sola crescita globale è stata, da un secolo a questa parte, quella della popolazione. Oggi siamo 7 miliardi, forse arriveremo a 9 o anche a 10. E di tanto cresce la popolazione, di altrettanto (se non più) crescono i problemi che la crescita economica dovrebbe risolvere. Problemi che oramai sono di «grande depressione». E problemi che le ricette degli economisti non sembrano in grado di risolvere. Forse perché sono ricette che ci hanno fatto sbagliare previsioni e terapie da almeno mezzo secolo a questa parte. Perché da mezzo secolo a questa parte gli economisti ci hanno incoraggiato a spendere più di quanto guadagniamo, creando così un progresso economico fondato sul debito. Il debito pubblico che oggi assilla tutti (anche se alcuni più, alcuni meno) nasce così: dallo Stato che spende e spande, che elargisce più di quanto incassa.

Negli Stati Uniti, per decenni, l'indicatore di una economia che «tira» è stato la consumer confidence , la fiducia del consumatore di poter spendere non sui soldi che si hanno ma sui soldi che verranno. Un altro problema delle società industriali avanzate è che alla fine le macchine «disoccupano». Certo, all'inizio creano occupazione per creare le macchine; ma poi, alla lunga, finisce che sono le macchine che lavorano per l'uomo e che lo sostituiscono. Questo problema è stato oscurato dalla teoria (eminentemente sociologica) che la società post industriale era, e doveva diventare, una «società dei servizi». Certo, in parte sì. Ma in parte la società dei servizi è diventata sovrappopolata e parassitaria perché serve a colmare il buco della disoccupazione crescente. Il nostro Sud è un magnifico esempio di politica che diventa strumento di pubblico impiego.

Il sistema che sono andato descrivendo era destinato a crollare. E difatti sta crollando. L'aggravante è poi stata la globalizzazione. Nel 1993 scrivevo che a parità di tecnologia i Paesi poveri a basso costo di lavoro erano destinati a togliere lavoro alla manodopera dei Paesi ricchi. Invece gli economisti hanno inneggiato alla globalizzazione come nuovi mercati di espansione e di vendita. È finita, per ora, che la Cina è diventata la cassaforte che sostiene il debito pubblico degli Stati Uniti, e che sono i cinesi che esportano più di noi.

Ci sono, infine, le malefatte dei banchieri e del loro avventurismo speculativo con i soldi degli altri. Hanno cominciato a elargire mutui subprime e cioè insufficientemente garantiti. E poi si sono buttati sui derivati, una diavoleria escogitata da due matematici che nemmeno i banchieri né i loro economisti hanno ben capito. Il che non toglie che siano riusciti a inondare il mondo con un nuovo tipo di pericolosa spazzatura.

Così oggi si scopre che abbiamo consumato le risorse per stimolare la ripresa, la crescita, senza che le nostre economie ripartano, senza che ci sia ripresa. Anche la locomotiva tedesca sembra che si sia fermata, la disoccupazione giovanile è altissima un po' dappertutto, e non può essere assorbita da impieghi burocratici che già soffrono di elefantiasi.

Sì, in Italia bisogna assolutamente ridurre in modo drastico un deficit che continua ad alimentare uno dei più alti debiti pubblici del mondo. Ma bisogna anche dire la verità, tutta la verità. Come ha ben dichiarato il presidente Napolitano: «La maggioranza ha nascosto la gravità della crisi». Berlusconi è bravo, bravissimo, come illusionista. Resta da scoprire se sa vedere e dire la verità.

Giovanni Sartori
29 agosto 2011

lunedì 15 agosto 2011

Quando saremo dieci miliardi


Mentre tutto va male nel mondo economico, ci siamo dimenticati che dai palazzi vaticani arriva la buona notizia che stiamo per diventare (in ottobre) 7 miliardi. Per di più, e meglio ancora, arriva anche una nuova previsione demografica. Finora si stimava che nel 2050 saremmo arrivati a 9 miliardi, per poi cominciare a decrescere. Ma oggi la stima è diventata che a fine secolo, nel 2100, saremo 10 miliardi. È anche perché l’Aids è diventato controllabile e non ucciderà più come prima. Ma è anche per merito (o per colpa) della Chiesa cattolica che si ostina – pressoché sola tra tutte le religioni – a proibire i contraccettivi e a demonizzare il controllo delle nascite.

Eppure la nuova proiezione dei dieci miliardi è terrorizzante. Anche perché il sovraccarico demografico colpirà soprattutto l’Africa. Per fortuna per fine secolo la popolazione cinese scenderà a quota 950 milioni, e anche se l’India dovrebbe salire da 1 miliardo e 200 milioni di oggi a più di un miliardo e 500 milioni, anche così il totale dei due colossi asiatici rimarrebbe invariato. Invece l’Africa è davvero votata al disastro. Quest’anno la zona in crisi di siccità e di cibo è il Corno d’Africa; ma lo è da parecchio, si tratta di una crisi ricorrente. Che ricorre un po’ dappertutto. Ma la proiezione che più spaventa è quella della Nigeria, che dai 150 milioni di oggi dovrebbe addirittura salire a 730 milioni. Follia suicida? Certo. Ma la stessa follia è diffusa in tutta l’area, fino al Sud Africa.

Aggiungi che i dati demografici non dicono tutto. Di tanto un Paese povero si sviluppa davvero, di altrettanto aumentano i consumi pro capite: consumi di cibo ma anche di comodità di vita. Chi non ha mai visto la luce elettrica, ora la vuole; chi ha sofferto il freddo dell’inverno e il caldo dell’estate ora vuole riscaldamento e condizionatori; chi va in bicicletta aspira a una motocicletta; chi mangiava solo riso ora vuole anche carne. Quindi l’aumento demografico comporta aumenti moltiplicati di cibo e di comodità. È giusto. Ma il «carico ecologico» diventa così sempre più insostenibile. L’altra faccia del problema è che la sovrappopolazione fa salire l’inquinamento e anche il riscaldamento dell’aria. Per il 2100 l’aumento dovrebbe essere di 4 gradi con effetti sconvolgenti sul clima e anche sul livello del mare. E mentre l’acqua salata cresce, l’acqua dolce diminuisce. Ovunque le falde acquifere che alimentano l’agricoltura si assottigliano (scendono) da decenni. Cina e India possono ancora contare sui fiumi alimentati dai ghiacciai dell’Himalaya; ma il granaio del mondo, gli Stati Uniti, dipende in buona parte dalle falde acquifere di Ogallala, che oramai si abbassano tra i trenta e i novanta centimetri l’anno.

Che fare? Io dico che la crescita demografica va fermata ad ogni costo. Ma nessuno osa dirlo; l’argomento è proibito. Tutti o quasi tutti invocano la tecnologia e le sue scoperte. Ma non c’è tecnologia che basti e che ci salvi con dieci miliardi di viventi.

Giovanni Sartori
15 agosto 2011

sabato 16 luglio 2011

Citrullaggini e confusione sul sistema elettorale

Tra le tante ragioni che impediscono al nostro Paese di rimettersi in piedi c'è anche la citrullaggine elettorale e cioè l'incapacità di adottare un sistema di voto che funzioni e che, di conseguenza, consenta alla politica di funzionare.

La nostra prima Repubblica esordì con un sistema proporzionale puro (senza sbarramenti) che consentiva all'elettore di indicare tre preferenze tra i candidati in lizza (in lista). Queste preferenze furono eliminate da un referendum a furor di popolo. Dal che risulta che agli elettori di allora le preferenze non sembravano importanti come agli elettori di oggi. Il Sud segnava sulla scheda molti più nomi del Centro-Nord. Ma non era senso civico; era che al Sud il voto clientelare era già vivo e vegeto. E il punto resta che allora nessuno difese le preferenze proclamandole l'essenza stessa della democrazia. Lo potrebbero essere solo se e quando gli elettori si interessano di politica e si informano sui candidati. Ma finché se ne impipano, le preferenze possono fare più male che bene.

Il passo seguente fu la richiesta ossessiva di Pannella, con Mariotto Segni sempre di sostegno, di sostituire il sistema proporzionale con il sistema maggioritario secco, all'inglese. Pannella prometteva e giurava che quel sistema avrebbe prodotto il bipartitismo, e cioè solo due partiti. Mai promessa fu più sciocca e infondata. Ma in gran parte venne accolta nella legge che battezzai il Mattarellum: un sistema elettorale per tre quarti uninominale e per un quarto proporzionale.

Sin dal primo giorno protestai, prevedendo che il Mattarellum non avrebbe ridotto ma anzi moltiplicato i partiti (i miei editoriali sono tutti raccolti in volumi, chi non mi crede può controllare). Così fu: quando il Mattarellum venne abolito, i partiti, partitelli e partitini erano diventati tanti che era difficile contarli. Ma al male è seguito l'ancor peggio. Dopo la caduta del secondo governo Prodi il governo Berlusconi-Bossi impose un sistema elettorale che dissi il Porcellum, visto che il suo stesso estensore, Calderoli, lo aveva dichiarato una «porcata».

Lo sfaldamento del centrodestra offre l'opportunità e segnala l'urgenza di una riforma elettorale che almeno elimini la maggiore orrendezza del Porcellum: premio di maggioranza assegnato alla maggiore minoranza. Un 35% dei voti che può ottenere il 55% dei seggi in Parlamento, è una intollerabile e vergognosa distorsione del processo democratico, senza precedenti in nessuna democrazia. E se in queste condizioni una opposizione chiede nuove elezioni senza almeno tentare di eliminare questa distorsione, allora è una opposizione che vuole il proprio male. Ed è proprio così.

Il professor Passigli, già senatore del Pd, si è mosso proponendo un referendum abrogativo del Porcellum. E si è trovato mezzo partito contro. Il professor Ceccanti, il costituzionalista prediletto da Veltroni, lo attacca asserendo che «il ritorno alla proporzionale segnerebbe la fine del bipolarismo». Ma quando mai, ma perché? Quasi tutta l'Europa occidentale usa la proporzionale ed esibisce al tempo stesso una struttura bipolare.

Inoltre non sarebbe il ritorno alla stessa proporzionale di prima, visto che ora avremmo una proporzionale con sbarramento del 4 per cento. Il professor Ceccanti ricorda anche che il partito è sempre stato per il sistema maggioritario a doppio turno di tipo francese. Ma non ricorda bene. Proprio Veltroni, quando era segretario del partito, lo cancellò dall'agenda. L'altra idea è di tornare al Mattarellum. Come se avesse funzionato bene, come se fosse degno di riesumazione. E in ogni caso mi sfugge come un sistema maggioritario possa essere ricavato da un referendum abrogativo che può soltanto cancellare ma non sostituire. A prescindere dalla proposta Passigli, che mi sembra già silurata dal suo stesso partito, mi ha colpito che anche Bersani, tra le tante stramberie, ne abbia detta una anche lui: che la proporzionale è da respingere «perché non dice come sarà composto il governo». Ma, di grazia, come potrebbe? Le elezioni (mi si perdoni l'ovvietà) eleggono, punto e basta. I governi, quali saranno e da chi composti, li stabilisce il Parlamento. Nei sistemi parlamentari è così. E il nostro è pur sempre un sistema parlamentare, per quanto malconcio e tartassato.

Giovanni Sartori
16 luglio 2011

lunedì 27 giugno 2011

Il gioco stanco delle retromarce

Ormai è sempre più evidente che siamo nelle mani di leader penosi, di leader da strapazzo. A Pontida Bossi si è trovato al cospetto di un popolo, il suo popolo, che gridava «secessione, secessione ». Credevo, o meglio mi illudevo, che oramai la Lega si fosse attestata sul federalismo. Ma la autentica razza padana di Pontida resta indomita, vuole di più. Addirittura secessione, uscita. E sì che il nostro capo dello Stato si è impegnato come più non si poteva nel celebrare la festa della Repubblica e l’unità «indivisibile» del Paese. E Bossi? Bossi ha glissato. Aveva invece le sue richieste che ha presentato come ultimatum.

Prima richiesta: ritiro pressoché immediato dalla malriuscita e mal concepita guerra libica, oltretutto e se non altro perché ci costa un miliardo di euro (cifra che per altri sarebbe di 3-400 milioni). Ora, che l’impresa libica fosse balorda e mal concepita si è visto subito. Che Berlusconi ci sia stato tirato dentro controvoglia è un punto a suo merito. Ma oramai siamo coinvolti. E se Gheddafi restasse in sella, noi il petrolio della Libia ce lo possiamo scordare. Un grossissimo guaio perché i nostri governi non hanno mai avuto una politica energetica, e quindi rischiamo di ritrovarci senza petrolio e anche senza rigassificatori sufficienti per il metano. Bossi e Maroni lo capiscono? Si direbbe di no.

Maroni cerca anche di venderci la favola (se fosse intelligente saprebbe che è una favola) che Gheddafi ci manda profughi per vendetta, e che se «facciamo pace» non lo farebbe più. Al contrario, se Gheddafi vincesse continuerà a vendicarsi con sempre più soddisfazione mandandoci profughi a valanga spediti proprio da lui.

La seconda perentoria richiesta di Bossi è di trasferire alcuni ministeri al Nord. Le voci di corridoio sussurrano che dapprima Berlusconi abbia consentito, ma che poi se l’è fatta addosso (è una parafrasi del più colorito vocabolario bossiano) e ha fatto retromarcia annunziando soltanto traslochi di «sedi di rappresentanza operative ». Di conserva anche Bossi ha fatto retromarcia realizzando che la sua richiesta avrebbe suscitato un vespaio e comunque che era assurda. Sarebbe un costo (anche di disorganizzazione e di confusione) che non possiamo assolutamente sopportare.

Dopo tante marce avanti e indietro, cosa resta? Resta che tanto Berlusconi che Bossi chiedono perentoriamente a Tremonti di ridurre la pressione fiscale, di ridurre le tasse. È la medicina demagogica e irresponsabile di tutti i tempi. Ed è, in questo momento, una richiesta che disonora tutta la classe dirigente che la asseconda. Come siamo arrivati a un colossale debito pubblico del 120 per cento del nostro Pil, del nostro Prodotto interno lordo? Ci siamo arrivati, molto semplicemente, spendendo più di quanto lo Stato incassa. E questo debito pubblico comporta che lo Stato deve oggi pagare circa 80 miliardi di interessi annui ai sottoscrittori dei buoni del tesoro. L’Italia ha assunto l’impegno con l’Europa di ridurre il deficit con una manovra di 40 miliardi. Se non lo facciamo, i conti pubblici peggioreranno, e noi rischiamo la fine della Grecia.

Il dramma è che oramai a Berlusconi basta sopravvivere, e che a Bossi basta fare il padroncino al Nord.

Giovanni Sartori
23 giugno 2011

sabato 4 giugno 2011

Un paese di poveri lo siamo già

La Camusso, nuovo segretario della Cgil, dichiara che stiamo costruendo «un Paese di poveri». Ma lo abbiamo già costruito. L'Italia esibisce da tempo un debito pubblico colossale, che dopo una lieve diminuzione con il governo Prodi è tornato a salire e si aggira attorno al 120 per cento del nostro Pil, del nostro Prodotto interno lordo. Con un carico di interessi annuale di circa 80 miliardi superiore ai 75 miliardi che evidentemente paralizza il poco che resta da spendere. Perché ci siamo ridotti così male?

La ovvia risposta è che negli ultimi decenni gli italiani hanno speso più di quanto abbiano prodotto e guadagnato. Insomma, siamo vissuti a debito, accumulando debiti. Beninteso, non è successo soltanto da noi. Negli anni Sessanta molti intellettuali, e poi i baldi sessantottini della rivoluzione studentesca, hanno promesso «aspettative crescenti»; una idea che a tutt'oggi eccita gli economisti. Al contempo i sociologi osannavano l'avvento di una «società post industriale» che sarebbe poi stata la «società dei servizi». E così per alcuni decenni siamo andati allegramente avanti incamerando la disoccupazione post industriale in una ipertrofia di servizi parassitari, e confidando (aspettative crescenti) in una crescita infinita.

Quando la bolla di una economia segnatamente finanziaria e speculativa è scoppiata, c'è chi non ha retto (oggi specialmente la Grecia, davvero sull'orlo della bancarotta). L'Italia si è salvata perché il nostro sistema bancario è restato, per fortuna, abbastanza provinciale, e perché gli italiani sino a poco tempo fa hanno risparmiato. Ma ora non sono più in grado di farlo. E così la nostra salvezza finanziaria dipende dalla fermezza di Tremonti nel difendere la cassa dello Stato. So bene che i tagli uniformi sono ingiusti e a volte dannosi. Però vorrei vedere come si fa, in Italia, a negoziare taglio per taglio ministero per ministero.

Ma il quesito sembra sorpassato dagli eventi. Sono ormai una quindicina di anni che vedo Berlusconi in televisione sempre raggiante, sempre radioso. Ma dopo la batosta delle elezioni amministrative l'ho visto più volte nero come la pece (in volto). Quando è volato da Obama alla riunione del G8 per spiegargli che lui era un perseguitato da giudici comunisti (una alzata di ingegno che ha lasciato tutti allibiti) era livido. E l'ho rivisto livido, in questi giorni, anche in altre occasioni. Questa volta abbiamo davvero a che fare con un Orlando, pardon, un Berlusca, furioso.

Non ho mai pensato che il Cavaliere avrebbe mai rinunziato al potere. E se finora ha lasciato fare Tremonti era perché Bossi lo sosteneva e anche perché così poteva scaricare l'impopolarità del rigore fiscale su di lui. Ma ora il Cavaliere fa lui la mossa della popolarità intimando che «Tremonti deve tagliare le tasse». Povero Tremonti e anche poveri noi. A nessuno piace pagare le altissime tasse pagate da chi non le evade. Ma un primo ministro responsabile deve chiedere al suo ministro del Tesoro di far pagare le tasse a tutti, di impegnarsi a fondo nel combattere l'evasione fiscale. Chiedergli invece di ridurre le tasse equivale a far salire il nostro debito pubblico oltre ogni limite di sostenibilità. Come ha scritto su queste colonne Massimo Mucchetti, «questa volta ha ragione Tremonti». Che non deve dare le dimissioni come ha già fatto in passato, ma invece resistere. Per cacciarlo a forza Berlusconi rischia di dover affrontare una crisi di governo. Gli conviene?

Giovanni Sartori
04 giugno 2011

venerdì 15 aprile 2011

Il calderone mediterraneo


Le insurrezioni nel mondo arabo che si affaccia sul Mediterraneo hanno colto l'Occidente di sorpresa. Non poteva essere diversamente: sono insurrezioni di giovani attizzati dalla tecnologia, dai telefonini, dalla televisione e soprattutto da Internet. Come si fa a indovinare se e quando «la Rete» accenderà un incendio? Molti dicono «rivoluzione». Ma sbagliano. Per ora assistiamo soltanto a rivolte, a insurrezioni. Che in passato sono state per lo più rivolte di contadini che non hanno mai portato a nulla perché erano soltanto rivolte.

Le rivoluzioni sono una cosa diversa e sono soltanto moderne. La prima ad essere chiamata tale fu la «gloriosa rivoluzione» inglese del 1688-89. Ma fu una rivoluzione anomala. Rivoluzione perché trasformò la monarchia inglese in una monarchia parlamentare; ma anomala perché avvenne quasi senza colpo ferire. Pertanto la rivoluzione per antonomasia, la rivoluzione «modello», fu la rivoluzione francese del 1789. Che fa testo perché fu una conquista violenta del potere dal basso, che poi ristruttura il potere. Il che sottintende che una rivoluzione è tale perché incorpora un progetto che poi realizza. Alle spalle della rivoluzione francese c'era l'età dei lumi, l'illuminismo. Invece alle spalle delle insurrezioni non c'è nulla. Sono esplosioni senza progetto.

In quasi tutta l'Africa e dintorni, seppure con importanti eccezioni, il potere è oggi dei militari, e sono i militari che bloccano l'Islam. In Siria Assad, padre dell'attuale presidente, sterminò i Fratelli Musulmani a cannonate. In Iraq la feroce dittatura di Saddam Hussein fu laica perché Saddam estromise l'Islam dal suo sistema di potere. In Egitto Mubarak, che era un dittatore moderato, pur sempre controllava strettamente i Fratelli Musulmani di casa sua. Però, nel 2005 permise che si presentassero alle elezioni in un centinaio di circoscrizioni e si ritrovò, con sua sorpresa, con 88 seggi (un 20 per cento dell'assemblea popolare) conquistati dagli islamici. E dove regna il caos, come in Somalia, è solo l'intervento etiopico che impedisce agli estremisti di Al Qaeda di conquistare il Paese. Pertanto chi proclama, in Occidente, che le «rivoluzioni arabe hanno seppellito l'islamismo» parla a vanvera con poca conoscenza di causa.

Torno all'Egitto. Anche lì i ribelli chiedono «democrazia». Ma se guardiamo alle strutture l'Egitto è già, ufficialmente, una «Repubblica araba con un sistema democratico socialista» di tipo presidenziale, con un Presidente eletto a suffragio diretto per 6 anni (rinnovabili) e un parlamento bicamerale anch'esso eletto periodicamente. Eppure era, di fatto, un regime autoritario fondato sul potere dei militari. Sulla carta l'Egitto è già, o potrebbe già essere, una democrazia. Ma le forze organizzate che muovono le pedine del gioco sono il potere della forza da un lato, e il Corano dall'altro.
Può darsi che i giovani che hanno dominato la piazza cerchino a loro volta di organizzarsi in partiti o comunque in forze elettorali e di governo. Può darsi, ma la gioventù che si ribella in Nord Africa e dintorni non è preparata per questo. Come dicevo, non ha un progetto. E il dramma è che si ritroverà, in Egitto, in Tunisia e anche in Libia (dove assistiamo davvero a una «drôle de guerre», a una guerra strana e impasticciata che non ha precedenti) più affamata che mai.

Giovanni Sartori
15 aprile 2011

domenica 27 marzo 2011

Senza nucleare e senza petrolio


Il titolo è interrogativo: è una domanda. Ma la grafica non vuole punti interrogativi nel titolo. Ce li deve mettere il lettore. Non so se resteremo senza nucleare e anche senza petrolio. Me lo chiedo.
La catastrofe dell'impianto nucleare in Giappone bloccherà o altrimenti rinvierà di parecchio la costruzione di nuove centrali atomiche. Però la verità è che in Giappone la catastrofe è stata in primo luogo sismica (un terremoto tra i tre maggiori mai accaduti da quando li misuriamo) seguita da un maremoto gigantesco che ha spazzato via i collegamenti elettrici delle pompe di raffreddamento. Pertanto la lezione non è che le centrali nucleari siano di per sé pericolose, ma che non debbono essere costruite in zone sismiche. Ma al momento questa distinzione sfugge, travolta dall'orrore e dal terrore che tutti proviamo nell'aver visto le immagini di Fukushima.

Sfortuna vuole che contemporaneamente la produzione del petrolio cada sempre più in mani infide (per l'Occidente). L'Europa Occidentale quasi non ne ha, e anche gli Stati Uniti non ne hanno a sufficienza nemmeno per sé. In quell'emisfero il Paese con più petrolio è il Venezuela, governato «a vita» da un caudillo alla cubana e nemico viscerale degli Stati Uniti. In Africa l'oro nero si trova soprattutto in Nigeria dove guerriglieri-pirati infestano il delta del Niger e i musulmani scannano i cristiani; e poi, appunto, soprattutto in Libia.

Mubarak è caduto lestamente perché il suo esercito dipendeva dagli aiuti americani (che non potevano consentire un massacro della popolazione civile). Gheddafi, invece, paga i suoi soldati e mercenari con i proventi del petrolio e quindi si può permettere di resistere e anche di massacrare chi gli resiste. In verità Gheddafi avrebbe già schiacciato la rivolta nel sangue senza l'intervento autorizzato dalle Nazioni Unite; purtroppo un intervento vacillante che rischia di affondare nel ridicolo. Al momento la sola certezza è che se Gheddafi resta in sella si vendicherà negandoci il suo petrolio.

Cosa resta? Restano l'Arabia Saudita e i vari emirati arabi di contorno; e resta la Russia, più l'Iran degli ayatollah. E siccome l'Iran è un nemico mortale dell'Occidente, è chiaro che resta troppo poco per un mondo affamato di petrolio. Senza contare che anche l'Arabia Saudita diventa instabile se tutto il Medio Oriente traballa. Resta anche - non lo posso dimenticare per dovere di inventario - il metano. L'Italia lo riceve dalla Russia, dall'Algeria (instabile) e finora (ma probabilmente non più) dalla Libia.
Torno al nucleare. Sulla sua insostituibilità convengo con quanto già scritto sul Corriere da Panebianco e Boncinelli (16 marzo). E torno a ripetere che la catastrofe avvenuta in Giappone non è atomica: è sismica. La lezione è che è follia costruire centrali dove sappiamo che la terra trema. Ma è anche follia non costruirle dove la terra non trema e dove uno tsunami non può arrivare. Nei prossimi 25 anni il fabbisogno energetico mondiale crescerà, si prevede, del 60 per cento. Non sarà con il sole né con il vento che potremo colmare la voragine di vuoto energetico che si sta profilando.

Giovanni Sartori
27 marzo 2011

venerdì 18 febbraio 2011

Come perdere le elezioni


Se fossi al teatro non mi sarei mai divertito tanto. Ma non sono al teatro e non mi diverto per niente. Lo spettacolo allestito da Berlusconi&Co. è allucinante. Ma anche lo spettacolo offerto dalle opposizioni è desolante.

Piluccando fior da fiore, non si era mai visto, nemmeno in Italia, che ben 315 parlamentari votassero e accreditassero la favola (favola anche per un bambino di sei anni) di un Berlusconi che crede davvero che la carnosa Ruby fosse una nipote di Mubarak e che lui era intervenuto telefonando a notte fonda alla questura di Milano per evitare un incidente diplomatico con l'Egitto. A parte il fatto che il Nostro trasforma una marocchina in una egiziana, non si capisce proprio quale terribile incidente diplomatico potesse nascere da questo modestissimo episodio. Non si capisce proprio, anche se 315 onorevoli sono evidentemente più intelligenti di me e l'hanno capito. Ma forse la questione non è di intelligenza, è che i 315 sono (come scrive Mauro Calise, politologo della Università di Napoli) inglobati in un «partito personale» al quale debbono obbedienza cieca. Perché se fiatano perdono il posto.

Ma se Berlusconi non ride, le opposizioni possono solo piangere. Chiedono le sue dimissioni e quindi nuove elezioni. Ma sono davvero in condizioni di affrontarle con una ragionevole speranza di vincerle? Oggi come oggi direi proprio di no. Per la semplicissima ragione che sono opposizioni al plurale spesso profondamente divise (anche al proprio interno) che hanno poco di «unitario» da proporre. E il recente congresso dei finiani ha peggiorato questo quadro rivelando che anche in quel partito regna la zizzania. Eppure il duo Berlusconi-Bossi è battibile solo se tutte le opposizioni fanno, elettoralmente, fronte comune.

È possibile? Sarà possibile? Forse lo è se ricordiamo il principio che mettersi d'accordo per dire no è molto più facile che mettersi d'accordo per dire sì. Una alleanza sulle tante cose da ripudiare o disfare del lungo periodo berlusconiano potrebbe risultare più facile del previsto.
Una circostanza facilitante, in questo disegno, è proprio il Porcellum. Tutte le opposizioni sono state danneggiate da questo iniquo sistema elettorale, perché il premio di maggioranza regala seggi a minor prezzo ai partiti che ne usufruiscono mentre rende più «cari» (e rari) i seggi degli altri partiti. Il no al Porcellum di tutte le opposizioni è da considerare scontato. Analogamente tutti hanno da guadagnare dalla abrogazione di un'altra scandalosa «legge truffa», la legge Frattini sul conflitto di interessi, che ha regalato a Sua Emittenza un esorbitante potere sugli strumenti di comunicazione di massa. Sono anche da cancellare tutte le leggi o leggine ad personam, fatte per favorire e proteggere il Cavaliere.
Tanto può già bastare per giustificare - lo dico solo a titolo del tutto personale e non propongo affatto un'«ammucchiata programmatica», contro la quale il Corriere si è già espresso - una «Federazione democratica» nella quale ogni partito sottoscrive le abrogazioni che accennavo, e poi mantiene la propria identità specificando le proprie proposte caratterizzanti.

Giovanni Sartori
18 febbraio 2011

martedì 1 febbraio 2011

Illusioni e delusioni


Sin da quando esistono, gli Stati Uniti si sentono investiti della missione di diffondere la libertà e la democrazia nel mondo. L’intento è nobilissimo. Ma le buone intenzioni possono generare cattivi risultati. Da quando la Cina ha sepolto il maoismo e ristabilito buoni rapporti con l’Occidente, non c’è presidente americano che non si senta in dovere, in Cina, di bacchettare i governanti di Pechino sul rispetto dei diritti umani. Serve a qualcosa? Ovviamente no; semmai li irrita. I cinesi si sentono eredi della più antica civiltà del mondo. La civiltà del Celeste Impero ha avuto alti e bassi, ma non si è mai dissolta. Persino a dispetto di Mao è restata, nel fondo, confuciana da 2.500 anni. E oggi non è la Cina ad aver bisogno degli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti della Cina. Che tra l’altro protegge (per fare dispetto?) la Corea del Nord.

Venendo al Medio Oriente, lì il grosso sbaglio del missionarismo americano è stato l’Iran. Lo scià Reza Pahlavi era sì un despota, ma un despota illuminato inteso a modernizzare il suo Paese. Quando scoppiò la rivolta istigata dal clero islamico, gli americani consigliarono ai generali dello scià di non resistere, di arrendersi. Khomeini rientrò trionfante da Parigi e li fece tutti fucilare. E da allora l’Iran degli ayatollah minaccia tutti i suoi vicini. Passando all’Iraq, probabilmente Bush credeva davvero che Saddam Hussein fabbricasse armi nucleari; ma in ogni caso credeva che la sua guerra avrebbe instaurato una democrazia a Bagdad. Poverino, l’intelligenza non è mai stata il suo forte. E lo stesso discorso si dovrà fare al più presto per l’Afghanistan, dove il problema non è di trasformare un millenario sistema tribale in uno Stato democratico, ma di impedire che diventi, o ridiventi, uno «Stato canaglia » nel quale il terrorismo islamico possa liberamente produrre micidiali armi chimiche e batteriologiche.

Ma veniamo all’oggi, al fatto che parte dell’Africa araba che si affaccia sul Mediterraneo (Algeria, Tunisia, Egitto) è subitamente esplosa. C’era da aspettarselo? No, nel senso che tutti sono stati colti di sorpresa. Ma sì nel senso che sappiamo, o dovremmo sapere, che Internet, telefonini cellulari e simili sono formidabili strumenti di mobilitazione istantanea, e quindi anche di esplosioni insurrezionali (a fin di bene o a fin di male che siano).

Al momento il caso più preoccupante è quello dell’Egitto. E al momento in cui scrivo Mubarak non è fuggito, è ancora lì; ma ha dovuto cedere il potere ai militari. Gli Stati Uniti hanno condannato, come da copione, Mubarak per l’impiego della violenza contro i manifestanti e sospeso gli aiuti militari. E ora il rischio è (come ha scritto sul Corriere Benny Morris) di ripetere «un secondo Iran». Mubarak è stato un leale alleato dell’Occidente, ha firmato la pace con Israele, non è stato un dittatore sanguinario e ha bloccato i Fratelli musulmani (che si presentano come un islam moderato che però appoggia Hamas in Palestina). Spero che Obama sappia come è andata in Iran e che non ripeta gli errori di allora. Viviamo in un mondo pericolosissimo, che dobbiamo fronteggiare non da missionari ma scegliendo il male minore.

Giovanni Sartori
31 gennaio 2011

mercoledì 12 gennaio 2011

Ottimisti e ingenui


Tempo fa scrivevo così: «A parità di tecnologia l'Occidente ad alto costo di lavoro è destinato a restare senza lavoro: le cosiddette società industriali avanzate diventerebbero società senza industria... In un'economia globalizzata il lavoro va ai poveri e i Paesi ricchi vanno in disoccupazione». Quanto tempo fa? Esattamente nel 1993, diciotto anni fa prolusione dell'anno accademico dell'Accademia dei Georgofili. S'intende che questo era uno schema astratto, in vitro, che non metteva in conto le vischiosità del mondo reale. Ma la previsione era, direi, centrata.

Sempre diciotto anni fa accennavo anche ai rimedi, ai correttivi. Così: «Il localismo è miope e inaccettabile, ma il globalismo dovrà essere riformulato realisticamente come un processo multistep da perseguire con passi commisurati alle gambe. Al globalismo vero e proprio non arriveremo probabilmente mai salvo che nei mercati finanziari ma è possibile e auspicabile puntare a più ampi mercati relativamente omogenei. Tra il policentrismo di milioni di villaggi e l'acentrismo della retorica globalistica dobbiamo cioè puntare su un mondo oligocentrico strutturato per aree di mercato a tenore di vita pareggiabile. Non dobbiamo essere localisti ma nemmeno globalisti ingenui che perseguono un programma di miseria generalizzata secondo il detto «meglio egualmente poveri che inegualmente ricchi».

Invece l'Economist è contento. Cito da Paolo Legrenzi Corriere, 18 dicembre 2010 che trova singolare che in Occidente prevalga il pessimismo visto che oggi la corsa dei Paesi emergenti fa sì che moltissimi abbiano ragionevoli speranze di stare meglio nel futuro. E questa dovrebbe essere una ragione in più, per l'Economist, per tornare ad essere ottimisti.
Evviva. E mi auguro che i bontemponi «felicifici» del settimanale inglese diano il buon esempio riducendo il proprio stipendio di tre-quattro volte.
Stupidaggini a parte, la realtà è che siamo davvero arrivati al capolinea. La nostra disoccupazione è strutturale, non congiunturale; visto che è dovuta alla «delocazione» del lavoro; e la jobless recovery, una ripresa senza occupazione, deve stupire solo economisti rimasti indietro di decenni. In un mondo globalizzato il lavoro va dove costa meno. Pena il fallimento. Il caso della Fiat è emblematico. Piaccia o non piaccia alla Cgil e in particolare alla Fiom, Marchionne ha ragione, ed è lui che tiene il coltello dalla parte del manico. Fiat sta per «Fabbrica Italiana Automobili Torino». Spero che anche Marchionne senta questo antico vincolo, e cioè che senza Torino, senza Mirafiori, la Fiat non è più Fiat.

Però Marchionne è un manager che va dove deve, e fa quel che fa, per salvare la sua azienda. Mentre la Fiom è un sindacato reazionario si può dire? che difende l'indifendibile, e cioè, come scrive Massimo Gaggi Corriere, 2 gennaio, «
conquiste inesorabilmente erose dalla realtà». Come ha detto ragionevolmente Fassino, se io fossi un operaio della Fiat voterei la proposta Marchionne. Nel mondo il mercato delle automobili è saturo. Nei prossimi anni molti «piccoli» dovranno morire, e solo alcuni giganti sopravvivranno. Ci vuole molta malafede, oppure troppa fede ideologica, per non rendersene conto.

Giovanni Sartori
08 gennaio 2011

mercoledì 5 gennaio 2011

Le primarie fanno male al Pd


Le elezioni primarie sono una invenzione americana. E negli Stati Uniti servono specialmente (ma non soltanto) per selezionare i candidati alla presidenza del Paese. In Italia sono state, invece, una invenzione di Prodi e del suo fido Parisi. Dico invenzione e non importazione perché le primarie prodiane non erano una vera contesa, una vera gara; erano piuttosto un modo per rafforzare e legittimare un candidato che era un leader senza partito, che non aveva il sostegno di un suo partito.

Negli Stati Uniti esistono molte varietà di primarie, alcune «aperte» a tutti, altre «chiuse», e cioè riservate agli iscritti o a chi si dichiara tale. Ma non mi addentro in questa casistica, che è varia, cangiante e complessa. Il punto è che dopo il fallimento del progetto prodiano le primarie, quelle vere, sono state adottate dalla sinistra.

È una buona idea? In linea di principio, sì. Perché non c'è dubbio che le primarie sono uno strumento e un «aumento di democrazia» molto più efficace del voto di preferenza. Sono le primarie, ben più che le preferenze, a dare voce e peso effettivo all'elettorato nella scelta dei candidati. Inoltre la sinistra italiana soffre oggi di mancanza di idee, di nuove «idee di sinistra». E le primarie diventano una idea di sinistra, visto che Berlusconi ha una concezione padronale del suo partito, e visto, quindi, che per lui le primarie sono inaccettabili.

Ciò detto, non è detto che le primarie funzionino sempre come dovrebbero. Un primo rischio è che le primarie «estremizzino» la scelta dei candidati. È così, o può essere così, perché chi va a votare nelle primarie è di solito più coinvolto nella politica, e quindi più «intenso», più appassionato dell'elettore medio, dell'elettore normale. In tal caso il candidato scelto dalle primarie è un candidato sbagliato, un candidato perdente. Se, per esempio, Vendola trionfasse nelle primarie della sinistra, la mia previsione è che per il Pd sarebbe una catastrofe.

Un secondo rischio è che le primarie producano, all'interno del partito che le adotta, un forte frazionismo. Per vincere nelle primarie i pretendenti debbono avere una propria organizzazione elettorale interna. La prima volta, o per un paio di volte, le primarie possono essere salutari: immettono aria fresca, svecchiano un partito troppo ingessato e intorpidito. Ma poi la frammentazione in correnti, oggi variamente travestite da «fondazioni», centri studio e simili, diventa inevitabile. Negli Stati Uniti non è così perché lì i partiti sono deboli, non scelgono i candidati ma, piuttosto, sono scelti dai candidati. Inoltre negli Stati Uniti i soldi (elettorali) saltano il partito e vanno direttamente a chi scende in campo. In Italia, invece, i soldi per i partiti vanno ai partiti. E questa differenza fa molta differenza.

Infine, una stranezza (forse). A lume di logica i partiti con primarie dovrebbero piacere agli elettori più dei partiti senza primarie. Ma in Italia non è così. Agli elettori di Berlusconi sembra (dai sondaggi) che delle primarie non importi un fico.

Giovanni Sartori
03 gennaio 2011