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lunedì 31 ottobre 2011

Renzi lancia “Wiki Pd”, ma sbaglia l’etimologia


Nella vecchia stazione Leopolda di Firenze, il sindaco del capoluogo toscano, Matteo Renzi, ha radunato coloro che vengono considerati i “rottamatori” del PD. L’obiettivo è quello di ringiovanire – dal suo punto di vista – quello che doveva essere il maggiore partito della coalizione di centro-sinistra, sempre più ingabbiato nella morsa di Sinistra Ecologia e Libertà e dell’Italia dei Valori. Serviva una canzone persuasiva per dare un senso all’evento: “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang“, uno degli ultimi singoli di Jovanotti, è un simbolo di novità che fa da sfondo a un prosperoso crescendo di neologismi e nuovi paragoni.

Quelli chiamati una volta “sepolcri imbiancati” vengono identificati ora come “dinosauri” nella convention, con le immagini dei rettili arcaici proiettate alle spalle del leader. Le critiche non vengono risparmiate e sul palco si alternano i rampanti Pippo Civati (blogger e consigliere regionale in Lombardia) e Giulia Innocenzi (già opinionista da Santoro e rappresentante dell’area radicale). Ne emerge un attacco generalizzato ad una politica che deve essere fatta dai “giovani” e deve essere rivolta ad essi. Ma sul palco fiorentino sono attesi anche Parisi o Chiamparino, non propriamente la “new-generation” della lista. Prima ancora il parallelo tra D’Alema o Veltroni e i Gormiti.

Eppure Renzi avrebbe voluto parlare “non di polemiche, coalizioni, alleanze” ma “delle questioni vere, degli italiani”. Difficile, se l’obiettivo di fondo è quello del “rottamare”, del fare una sorta di “rivoluzione interna” – seppur pacifica – dei democratici. Un altro segnale evidente per dimostrare il concetto è il ricorso alle nuove tecnologie: per concretizzare l’idea, il primo cittadino fiorentino non esita a parlare di “Wiki-PD”. Con molta probabilità, il senso con cui Renzi intende la parola “wiki” è quello di “facilità”, di “comunità” (sul modello islandese, come è stato più volte detto). Tuttavia, per avvicinarsi e parlare al mondo web bisognerebbe conoscerlo in modo corretto. L’etimologia di “wiki” deriva infatti dalla lingua hawaiiana e significa “velocità”: la rapidità, in tal senso, non va pienamente d’accordo con la nostra politica né con le dinamiche interne del PD.

Una scommessa, quella di Renzi, che dovrebbe essere fondata su basi solide. A partire dalla conoscenza del vero significato dei termini usati per “raccontare” la comunità in cui – a suo giudizio – dovrebbe trasformarsi il PD. Il resto è politica.

Fotografia delle carceri italiane, tra sovraffollamento e suicidi


Il rapporto ''Prigioni Malate'' di Antigone Onlus parla di un tasso di sovraffollamento secondo solo alla Serbia e di un suicidio ogni cinque giorni

Sovraffollamento. Un suicidio ogni cinque giorni. Scarsità di misure alternative e di recupero. Parole che potrebbero far pensare ad un Paese dittatoriale del terzo Mondo e che invece parlano di una situazione tutta nostrana: quella delle pessime condizioni detentive nelle carceri del Belpaese. A tornare a denunciarlo è l’VIII Rapporto Nazionale “Prigioni Malate” sulle condizioni di detenzione redatto dall’associazione Antigone Onlus e presentato lo scorso 28 ottobre a Roma.

Il nostro Paese deterrebbe infatti in Europa un primato ben poco invidiabile, battuto solamente dalla Serbia: le sue carceri (206 su tutto il territorio nazionale) risultano tra le più affollate del Vecchio Continente, con 67.428 detenuti in un totale di 45.817 posti e un tasso di sovraffollamento di 147 carcerati ogni 100 posti. In Serbia, la percentuale è del 157,9%. Dati che confermano quelli già raccolti al primo settembre 2009, data dell’ultima rivelazione ufficiale del Consiglio d’Europa, quando in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito il tasso di sovraffollamento nelle carceri era stato stimato rispettivamente al 123,3%, 92%, 141% e 98,6%, per una media europea che si attestava al 98,4%. Un dato che stride con i tassi di criminalità piuttosto bassi – 4.545 reati registrati ogni 100 mila abitanti, secondo dati Eurostat utilizzati nel rapporto – rilevati in Italia rispetto ad altri Paesi europei, quali ad esempio Germania a Regno Unito (8.481 e 7.436 reati registrati per 100 mila abitanti).

Il rapporto evidenzia anche tutta una serie di altre anomalie nella realtà della carceri italiane rispetto a quelle europee, a cominciare dalla mancanza di sentenza definitiva per una larga fetta di detenuti per arrivare infine alla scarsità di misure detentive o penali alternative al carcere e all’elevatissimo numero di suicidi in prigione. Secondo l’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone Onlus – che dal 1998 cura regolarmente un rapporto sulle problematiche del sistema detentivo in Italia – al primo settembre 2009 in Italia il 50,7% dei detenuti non aveva una sentenza definitiva, contro il 23,5% dei detenuti in Francia, il 16,2% in Germania, il 20,8% in Spagna e il 16,7% nel Regno Unito. Allo stesso modo, «il giro di vite sulle droghe ha avuto sul sistema penitenziario un impatto fortissimo», ha affermato il presidente di Antigone Onlus Patrizio Gonnella: sempre alla data di riferimento del primo settembre 2009, infatti, nel nostro Paese la percentuale di persone condannate per reati previsti dalla legge sulle droghe si attestava al 36,9%, molto più alta rispetto alla media europea (in Spagna, ad esempio, la stessa percentuale era del 26,2%, mentre in Francia del 14,5%). Per quanto riguarda invece l’applicazione di misure alternative al carcere, nel 2009 in Italia hanno iniziato a scontarle 13.383 detenuti, contro i circa 120 mila della Germania o le 197.101 persone solo in Inghilterra e Galles.

Il nostro Paese è un bollettino di guerra anche per quanto riguarda le morti dietro le sbarre: nei nostri penitenziari infatti si suicida circa un recluso ogni mille, rispetto ai dati nazionali che registrano fra la popolazione un suicidio ogni ventimila persone. Secondo il rapporto “Prigioni Malate”, sono 154 le morti contate nelle carceri italiane dall’inizio del 2011 ad oggi, di cui 53 per suicidio. Uno scuro trend confermato dalle ultime cronache: il 27 ottobre, a Livorno, un detenuto si è tolto la vita. Gli mancavano solo 48 ore prima di recuperare la libertà. «Ogni suicidio – ha commentato al riguardo il capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria Franco Ionta – è una sconfitta per il sistema».

lunedì 8 agosto 2011

I mancati eredi di Giuseppe D’Avanzo


Nei giorni scorsi è morto un grande giornalista, mi sento di dire questo anche se non amo la retorica post mortem, ed è quanto ho pensato appena ho avuto notizia dell’infarto fatale che ha colpito Giuseppe D’Avanzo. Superato il primo momento di sgomento ho pensato alla portata di una tale perdita per tutti noi, non solo per Repubblica per cui ha prodotto grandi inchieste negli ultimi anni. Perché D’Avanzo era un giornalista di una razza rara. Ho pensato che altri D’Avanzo probabilmente non ce ne saranno, perché viviamo in un Paese che non vuole più produrre giornalismo di qualità. Non posso fare a meno di chiedermi chi è che oggi coltiva professionisti liberi, indipendenti, in grado di svolgere un servizio fondamentale in un paese democratico. Sicuramente non i nostri editori che vedono i giovani giornalisti come manodopera a basso costo da infilare in una macchina produttiva sempre più efficiente e a costi sempre più bassi.

Immediatamente dopo, ho pensato che sicuramente non potevo essere io, giornalista professionista che pure si considera capace. Ovviamente non sono tanto presuntuoso da pensare di poter andare a via Cristoforo Colombo, domani mattina, e mettermi a fare il lavoro di un collega così bravo ed esperto: è proprio che io, ma lascerei perdere me stesso e passerei al noi, quindi noi, generazione di giovani sotto i quarant’anni (giovani date le circostanze) non avremo mai, a parte rarissime eccezioni, la possibilità di lavorare come ha fatto, nella sua carriera, Giuseppe D’Avanzo.

Non credo che una generazione di “quasi” giovani giornalisti, sparsi tra uffici stampa, portali web dove scrivere dieci pezzi al giorno e cucine che si occupano solo di passare in pagina agenzie, potrà mai permettersi di fare giornalismo di “eccellenza e approfondimento” come Ezio Mauro ha giustamente definito il lavoro di D’Avanzo durante quei tristissimi funerali. Se va bene e abbiamo una famiglia che ci sostiene, al massimo andiamo per strada a fare i freelance, ma sotto lo schiaffo di un tariffario che valuta i nostri articoli 20 o 10 euro, senza nessuna garanzia per i periodi di disoccupazione, la copertura assicurativa o i contributi previdenziali. A dieci euro a pezzo non si fanno le inchieste sui rapimenti della CIA, di questo ne sono sicuro.

Nella biografia di Giuseppe D’Avanzo è scritto che “ha lavorato nella redazione napoletana di Paese Sera tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta”; quindi a meno di 26 anni era già dentro la redazione di un giornale importante, che aveva deciso di puntare su di lui, tanto è vero che avrebbe continuato a stare lì fino all’approdo a Repubblica, a metà degli ’80 (e anche lì era sui 32 anni). Oggi, sfido uno qualunque delle centinaia di colleghi precari sparsi in tutte le redazioni d’Italia a poter vantare un simile inizio di carriera.

Ezio Mauro ha anche detto che D’Avanzo è “insostituibile”. Sicuramente lo è. La cosa certa è che non potrà essere sostituito da un co.co.co full-time a 400 Euro al mese, cui spesso non è neanche riconosciuto un contratto giornalistico. La morte di D’Avanzo è un grave lutto dunque, ma il problema più grande è che dopo giornalisti come lui, in Italia resterà un vuoto.

Firmato un trentenne giornalista professionista

sabato 23 luglio 2011

Mercati: la crisi non è finita, le nostre risorse sì

SIRIO VALENTI

Tirano il fiato Roma e Bruxelles. Dall'approvazione del piano di aiuto europeo alla Grecia, i listini di borsa sono tornati a salire, calmando la tempesta speculativa in atto. Una pausa che è costata tantissimo all'Italia e all'Ue: praticamente ogni energia. Ma la crisi non è ancora finita.

A contare gli sforzi italiani ed europei nella crisi finanziaria, ci si rende conto che siamo al limite. Il Governo ha dovuto varare una manovra lacrime e sangue in una settimana, aiutato dalla comprensione dell'opposizione e dal monito di Napolitano. Una manovra che raschia il fondo del barile, dimentica la parola "sviluppo" e scarica il 60% del suo conto sui contribuenti: gesto estremo per tempi estremi.

Anche l'Europa ha fatto l'impossibile, considerati i suoi limiti. Dopo i 110 miliardi di euro dell'anno scorso, i leader Ue hanno approvato altri 160 miliardi di aiuti ad Atene, raddoppiando i tempi di restituzione e coinvolgendo per 68 miliardi le banche private. Il default selettivo è stato accettato dal duo Merkel-Sarkozy, approvato all'unanimità e quantificato: 30 miliardi di euro verranno bruciati nei giorni della transizione per placare gli speculatori. Che altro si può chiedere?

Peccato che non basti. Sperare che la crisi finanziaria dell'Europa sia risolta è pura fantasia: i nodi rimangono, e sono tutti legati alla mancata crescita economica e al ristagno delle esportazioni. Certo, il momento nero sembra superato: in due giorni la fiducia nell'Italia è risalita, lo spread tra i titoli tedeschi e quelli italiani è diminuito di circa 100 punti e il costo del nostro debito torna all'accettabile 5,2%. Ma per ottenere questo "respiro" abbiamo esaurito tutte le risorse: diplomatiche, politiche, economiche.

Sul fronte fisco non si può veramente fare di più, se non vogliamo cancellare il nostro tessuto sociale. Sulle riforme, abbiamo già cancellato i progetti ventennali del Nord e le speranze di crescita del Sud. Abbiamo messo la faccia di Napolitano e Tremonti sul nostro debito; giurato sul pareggio di bilancio entro il 2014; promesso il macello delle pensioni.

Questo non ha cancellato il nostro debito, nè le nostre debolezze. Domani i mercati se ne ricorderanno e torneranno all'assalto: e noi abbiamo finito tutte le cartucce. Nemmeno l'arma bianca può salvarci, se non succede in fretta qualcosa.

giovedì 21 luglio 2011

La pantomima del Partito democratico per “salvare” Tedesco

Se al Senato è andata come alla Camera, allora Tedesco è stato "salvato" dalla stessa opposizione. Anzi, dal Pd. I partiti che avevano detto di votare per il SI' all'arresto, infatti, erano stati il Partito democratico (101 su 106 presenti), la Lega Nord (23 su 26), l'Italia dei Valori (12), il Terzo polo (12), Unione di Centro, SVP e Autonomie - UnioneValdôtaine, MAIE, VersoNord, Movimento Repubblicani Europei, Partito Liberale Italiano (14). Fanno 162. Tedesco, dunque, avrebbe dovuto essere arrestato, come lui stesso aveva chiesto. I voti per il SI, invece, sono stati appena 127 e 151 per il NO (11 gli astenuti).

Se la Lega ha votato come alla Camera, allora Tedesco - ex assessore nella Giunta di Nichi Vendola in Puglia e coinvolto nello scandalo della sanità regionale - è stato salvato da una frangia dello stesso Partito democratico, in gran segreto. Un calcolo che un Pd in evidente difficoltà ha cercato di scaricare sulla Lega: "La Lega ha annunciato che avrebbe votato per concedere l'autorizzazione all'arresto e invece ha votato con il PdL. I numeri parlano chiaro, quelli delle opposizioni ci sono tutti. Quelli che mancano sono i voti della Lega". Peccato la questione non sia così netta. Più "diplomatico" il capogruppo del PdL al Senato, Maurizio Gasparri, che ammette: al risultato finale hanno concorso ''sicuramente anche voti della Lega e di alcuni del Pd. I numeri del Senato sono chiari''. Il costituzionalista democratico Stefano Ceccanti, invece, minimizza: "al massimo i nostri che hanno votato contro l’arresto saranno stati cinque. La Lega al Senato è blindata e molto berlusconiana, non come alla Camera". Qualcuno che ha votato contro l'arresto di Tedesco, dunque, all'interno del Piddì c'è stato.

In pratica, al di là delle intenzioni manifeste, il Partito democratico avrebbe assicurato un pacchetto di voti contrari all'arresto, per poi scaricare le responsabilità su una Lega a quel punto contraddittoria rispetto a quanto visto alla Camera. E se davvero il Piddì fosse stato favorevole all'arresto, il pressing per le dimissioni sul suo ex senatore sarebbero state molto più ficcanti: "Tedesco - ha detto Bersani nella serata di ieri - rifletterà nelle prossime ore ma vorrei sottolineare che il suo intervento al Senato per il si' all'arresto è stato buono". Tedesco invece non ci sta a tornare un "normale cittadino" e dopo aver votato non si dimette. Non si fa arrestare: "con le dimissioni - ha spiegato il diretto interessato - avrei dato ragione alle tesi dei pubblici ministeri che dicono che la mia posizione è potenzialmente criminogena".

Un invito alla coerenza - in linea con la "volontà" in merito alla richiesta da parte di Tedesco di votare a favore dell'arresto - viene anche dal leader dell'IdV, Antonio Di Pietro: "Il senatore Alberto Tedesco sia coerente con se stesso e non accetti il salvagente-trappola propostogli dal PdL. Si dimetta e si faccia giudicare dalla magistratura". Una decisione che - per coerenza con quanto chiesto ai colleghi senatori prima del voto - Tedesco avrebbe dovuto prendere subito dopo la bocciatura del Senato. L'arresto sarebbe scattato un istante più tardi. A meno che non fosse tutto già scritto.

martedì 19 luglio 2011

Borsellino diciannove anni dopo

ERICA BALDUZZI

Dopo l'uccisione del magistrato poco è cambiato ma la lotta alla mafia prosegue grazie a chi non si è arreso e continua a rischiare la vita

19 luglio 1992. Una delle tante date insanguinate che hanno segnato la storia dell’Italia più recente. E nomi, come quello di Paolo Borsellino, che la mafia, nell’ansia di eliminarli, ha trasformato in pietre miliari. In eroi. In simboli di una lotta senza se e senza ma, che in nome del senso civico e della legalità supera anche la paura.

Sono passati diciannove anni dalla morte di Borsellino e degli agenti della sua scorta, rimasti uccisi con lui nell’attentato di via d’Amelio: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Diciannove anni in cui l’Italia – o almeno la sua parte migliore – ha giurato a se stessa “mai più”. Ed ha tentato, nonostante tutto, di portare avanti ciò per cui Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, ma anche Peppino Impastato, don Beppe Diana, don Pino Puglisi e le tante altre vittime della criminalità organizzata sono morte: il sogno di un paese migliore. Di un paese che trovasse la forza di opporsi ai tentacoli delle mafie, del pensiero mafioso. Guardare al suo futuro da paese libero e pulito. Nuovo.

Eppure, diciannove anni dopo, tante cose non sono ancora cambiate. Troppe, le stesse per cui anche Paolo Borsellino è stato ucciso. La politica non è diventata più pulita, poco è stato fatto perché ciò che di marcio c’era e c’è nello Stato fosse una volta per tutte estirpato. . Non basta neanche continuare a sostenere che alcuni mafiosi siano “eroi”. Ormai, in questa Italia e in questa politica, la legalità pare quasi essere diventata un’ignominia e gli eroi dell’antimafia solo dei nomi, buoni per essere rispolverati in occasione dell’anniversario della loro morte con poche frasi di circostanza.

Eppure, per fortuna, non è solo questa l’Italia che merita di essere ricordata. Le terre confiscate alla criminalità organizzata e riutilizzate per progetti di sviluppo costruttivo, la gioventù italiana che scende in campo e manifesta per dire no alle mafie, la sempre maggiore sensibilità dell’opinione pubblica su questi temi, tanto al Nord quanto al Sud, un fronte comune che dimostra - meglio di tante altre celebrazioni - che la vera unità d’Italia è possibile, ed è possibile proprio in questi frangenti. Roberto Saviano, Giulio Cavalli, Antonino Monteleone e tutte quelle persone – spesso anche molto giovani – che mettono a rischio la loro vita per denunciare le dinamiche delle mafie. E forse è per merito di questa Italia pulita che la morte di Borsellino non è stata e non sarà mai vana.