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lunedì 26 ottobre 2009

Violante: Discutere problemi reali, non chi va a letto con chi


La politica “non si fa discutendo di chi va a letto con chi, si fa discutendo delle esigenze dei cittadini”. Lo ha detto Luciano Violante ai microfoni di Maurizio Belpietro nel corso del programma La telefonata in onda stamane su Canale 5. Intervento - nel quale vengono affrontate anche questioni della riforma della giustizia - effettuato all’indomani della elezione di Pierluigi Bersani a segretario del Partito democratico. Per Violante, la linea del partito di Bersani sarà “una linea molto più legata ai fatti, alle questioni materiali, ai temi del lavoro, delle imprese, della scuola, della salute, tutte le cose di fondo che servono al Paese”. Mettendo da parte “le sciocchezze, le vite private e così via e battersi invece per il futuro del Paese e credo che anche il centrodestra abbia questo tipo di obbiettivo tutto sommato, con strade diverse ci si confronti sulle strade”. La politica d’altro canto “non si fa discutendo di chi va a letto con chi, si fa discutendo delle esigenze dei cittadini”.

All’indomani delle primarie, Violante crede che il Pd non subirà “scissioni” e che ora è necessario “lavorare uniti per costruire l’alternativa al centrodestra”. Il deputato pensa poi che Rutelli rimarrà nelle fila del Pd: “Del suo contributo abbiamo bisogno”, ha detto. Per capire la dinamica del nuovo partito, comunque, “bisogna aspettare un paio di giorni. Poi gli animi si distendono e si lavorerà tutti insieme, essendo nello stesso partito bisogna lavorare per costruire un’alternativa al centrodestra questo è il punto di fondo”. Quanto all’attuale meccanismo delle primarie, Violante dice che va “benissimo per indicare il candidato sindaco, il presidente della Provincia, il presidente della Regione, il presidente del Consiglio anche per i candidati alla Camera e il candidato al Senato, le regole sono queste, vanno rispettate e chi sarà eletto sarà il segretario di tutti e così via. Ora invece – ha aggiunto - si dovrà un po’ riflette sul rapporto che passa sul voto degli iscritti e il voto degli elettori perché gli elettori erano consultati anche per le grandi scelte per esempio sul referendum sul nucleare, l’allungamento dell’età pensionabile. Bisogna riflettere meglio su quale rapporto costruire tra il voto degli iscritti e il voto degli elettori che come si è visto non è diverso la percentuale degli iscritti è stata la stessa percentuale degli elettori”.

Spostandosi sul tema della giustizia, Violante parla della necessità di ridurre il numero dei tribunali e di valutare la separazione delle carriere “senza pregiudizi ideologici”. Esprimendo perplessità sul cosiddetto “papello”. Su una possibile stagione di confronto e all’ipotesi di una nuova Bicamerale il deputato del Pd spiega: “C’è il Parlamento per questo – ha detto - e il Parlamento è più che sufficiente. Io dico alcune cose molto semplici. La prima è questa: maggioranza e opposizione si mettano d’accordo per ridurre a metà il numero dei tribunali. Oggi sono 164 i tribunali, circa 110 non hanno un numero di magistrati sufficienti per funzionare: ci si metta d’accordo si riduca a cento il numero dei tribunali, avremo più risorse, più personale, più funzionalità. E certo se lo si fa insieme nessuno paga il prezzo politico che c’è in termine di consenso di questa riduzione. Ma questa è una delle poche strade per restituire efficienza alla giustizia”. La separazione delle carriere, magistrati e pubblici ministeri, per Violante dovrà essere valutata “senza pregiudizi ideologici”.

Per uscire dallo scontro tra magistratura e politica, Violante suggerisce “innanzi tutto” di “guardare ad alcune questioni di fondo. La politica deve darsi innanzitutto delle regole, delle regole anche di carattere di etica pubblica come si fa in altri parlamenti. Se tutto è ridotto al diritto, alla sentenza, i giudici hanno un peso eccessivo nella vita nella società rispetto al mondo politico. Però – ha sottolineato - se la politica non si da regole forti dei propri comportamenti è evidente che tutto diventa giudiziario”. Violante commenta poi la necessità di rivedere il codice penale per rendere più spedito il processo. Permettendosi “un paradosso”: “Non esiste la crisi della giustizia – spiega -, esiste la crisi di alcuni uffici giudiziari e cito un dato. Ci sono alcuni uffici, alcune Corti d’appello che istruiscono un processo in primo grado in 267 giorni, in appello in 441 ed altri che lo istruiscono in primo grado in 863 giorni e in secondo grado in 2.808 giorni, allora dico se a parità di regole abbiamo questa enorme differenza bisogna prima mettere mano all’organizzazione degli uffici e poi cambiare le regole altrimenti qualunque regola mettiamo avrà questo tipo di effetto quindi guardiamo un po’ più ai contenuti e meno alle questioni tipo ideologico”.
“Serve quindi qualche azione per costringere qualche magistrato a lavorare di più?”, incalza Belpietro. “Cominciamo a pagare gli straordinari a cancellieri e ai segretari che dopo le 2 devono smettere perché non vengono pagati gli straordinari. Ma se accorpiamo gli uffici giudiziari questo si può fare”. Bisogna “certamente anche affrontare un problema di organizzazione degli uffici giudiziari, ci sono uffici che sono organizzati male e qui devono entrare in gioco sia il ministro della Giustizia sia il Consiglio superiore della magistratura, ci sono modelli positivi di organizzazione e modelli negativi. Bisogna esportare i modelli positivi e non limitarsi a criticare i modelli negativi”.

Interpellato nella sua qualità di ex presidente della Commissione antimafia Violante spiega che il “papello” suscita “alcune perplessità”. “Ci sono dei dati che francamente non mi sembrano…”. Secondo lei è falso? Chiede Belpietro. “Falso. Ci sono degli elementi che non mi sembrano verosimili come il 41bis, il carcere duro per i mafiosi, la revoca del carcere duro”, che però “non era applicato nel ’92. Si parla di dissociazione ma non mi pare che i mafiosi ’92, quando noi eravamo quasi in ginocchio, pensassero alla dissociazione. Ci sono delle cose che non si comprendono, tutte queste cose che vengono dalla mafia bisogna prenderle con prudenza”.

26 ott 2009

domenica 18 ottobre 2009

Arte, un recupero “impossibile” di Mantegna a Iic di Belgrado


L’Italia propone a Belgrado un caso emblematico di un recupero “impossibile”, quello degli affreschi del Mantegna alla Cappella Ovetari a Padova. La mostra “Andrea Mantegna. Gli affreschi della Cappella Ovetari a Padova. Un tesoro ritrovato” sarà allestita dal 23 ottobre al 20 novembre nella capitale serba presso l’Istituto Italiano di Cultura per iniziativa dello stesso Istituto, della Soprintendenza ai Beni Storici ed Artistici del Veneto e della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Quest’ultima ha finanziato il recupero degli affreschi del Mantegna e il restauro della Cappella Ovetari agli Eremitani e, con questa mostra, oltre a presentare uno degli interventi di restauro tra i più complessi, intende anche ringraziare la Serbia per il prestito, nel 2007, dei tesori archeologici del Museo Nazionale Serbo di Belgrado esposti al Museo Nazionale Archeologico di Adria nella grande mostra “Balkani. Antiche civiltà tra i Danubio e l’Adriatico”.

La celebre Cappella affrescata da Mantegna e, con lui, da Antonio Vivarini, Giovanni d’Alemagna, Bono da Ferrara, Ansuino da Forlì e Nicolò Pizolo, venne letteralmente disintegrata l’11 marzo 1944. Ciò che restava di un grande capolavoro della storia dell’arte erano decine migliaia di frammenti di varie proporzioni, quasi tutte minuscole. Con oltre 1.800 frammenti Cesare Brandi, già negli anni Quaranta, ricompose la scena raffigurante il Martirio di San Giacomo, mentre il resto venne stivato, in modo indifferenziato, in gradi cassoni, dove il tutto è rimasto sino al 2001. Quell’anno, grazie alla convenzione stipulata tra la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, la Curia Diocesana, la Soprintendenza competente sul territorio e l’università di Padova, prese avvio una straordinaria avventura: con l’aiuto di una strumentazione multimediale innovativa, realizzata da docenti e tecnici dell’università patavina con il sostegno economico della Fondazione, i minuscoli frammenti sono stati tolti dalle casse in cui avevano riposato per quasi mezzo secolo, sono stati classificati uno per uno (quelli di dimensioni superiori al centimetro quadrato sono risultati essere 80.735), poi scannerizzati e infine controllati tramite il computer che li ha confrontati tra loro, sulla base delle immagini fotografiche degli affreschi scomparsi. Ciò nel tentativo di ricomporre, per quanto possibile, il più gigantesco puzzle della storia dell’arte. All’occhio elettronico si è aggiunto quello degli esperti come Gian Luigi Colalucci, Carlo Giantomassi e Donatella Zari, che hanno applicato i minuscoli brani pittorici, identificati con certezza, nella loro ubicazione originaria, fissandoli su pannelli fotografici riproducenti in scala 1:1 gli affreschi perduti. Pur nella invitabile frammentarietà dell’esito, si è così compiuto un passo significativo nel tentativo di recuperare lo straordinario ciclo pittorico mantegnesco; recupero certamente incompleto, ma in parte ancora incrementabile in futuro. L’occasione è stata eccezionale, sotto gli aspetti tecnici e scientifici, e gli esiti ottenuti comunque insperati: oggi, altri brani pittorici molto importanti sono stati tolti all’oblio e finalmente ricollocati al loro posto.

A Belgrado, insieme con lo storico modello ligneo della chiesa danneggiata realizzato all’indomani dell’evento bellico, e con materiali iconografici e filmati, saranno esposti alcuni esempi di scene ricomposte con ciò che rimane dei frammenti originali. Raggiungeranno la sede espositiva i due grandi pannelli relativi alla scena del “Martirio di S. Giacomo”, questi ultimi ricomposti sotto la direzione di Cesare Brandi, allora direttore dell’Istituto Centrale del Restauro, negli anni immediatamente successivi al conflitto, ed altri due con la raffigurazione del “Padre Eterno benedicente”, oltre ad altri lacerti con raffigurazioni di Serafini e di elementi decorativi, quali libri, festoni e racemi: “voci” evocative di un capolavoro che la guerra aveva rese mute per sempre. Le opere a Belgrado racconteranno un brano di storia violenta per l’arte e per gli uomini, ma anche la storia di una fattiva collaborazione ai fini del recupero di un pezzo importante di patrimonio dell’umanità. “Questa mostra – affermano Giovanni Gentili e Anna Maria Spiazzi, curatori dell’esposizione belgradese - può ben essere considerata anche come uno dei possibili modelli necessari al recupero di opere d’arte bisognose di interventi del genere, sia in territorio serbo che altrove. Stante la collaborazione stipulata tra il ministero per i Beni e le attività culturali della Repubblica Italiana e il ministero della Cultura di Serbia inerente il personale tecnico e scientifico addetto alla manutenzione e al restauro del grande patrimonio storico-artistico locale, la mostra si pone in ipotesi anche come preziosa documentazione scientifica per gli addetti a tali mansioni”.

mercoledì 7 ottobre 2009

Lodo Alfano: esame riprende nel pomeriggio, sentenza entro oggi



La Corte costituzionale ha sospeso la camera di consiglio sul lodo Alfano cominciata questa mattina alle 9. La discussione sulla costituzionalità della legge Alfano riprenderà alle 15,30-16. Dopo la fumata nera di ieri, oggi dovrebbe essere il giorno del verdetto. Che forse potrebbe essere comunicato già alle 16, secondo quanto riferisce l’Adnkronos citando fonti interne alla Consulta. Tre i possibili scenari della sentenza sulla legge che sospende i processi per le quattro più alte cariche dello Stato: il rigetto dei ricorsi, l’incostituzionalità parziale del lodo e infine l’incostituzionalità totale. Ieri mattina al palazzo della Consulta si è svolta l’udienza pubblica. Un primo round che ha segnato un punto a favore dei difensori del lodo: secondo quanto disposto dalla Consulta, è inammissibile la presenza dei pm nei giudizi di costituzionalità sulla legge Alfano. Decisione accolta con rammarico da Alessandro Pace, rappresentante della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano. Contro la presenza di Pace era stata presentata una memoria dai legali del premier Silvio Berlusconi (Niccolò Ghedini, Gaetano Pecorella e Piero Longo). Di fronte all’istanza di Pace, che aveva chiesto di essere ammesso in giudizio per garantire la parità fra le parti nell’ambito della discussione, il presidente della Consulta Francesco Amirante ha spiegato che si tratta di una richiesta “inammissibile” per “giurisprudenza della Corte” in quanto “la parità tra accusa e difesa non comporta necessariamente la presenza del pm”. “C’è un po’ di amarezza: come si fa - ha commentato Pace coi cronisti - a dire che la procura non è parte in un processo penale?”. Per il costituzionalista “questa è una legge ad personam. Dieci anni fa sarebbe stata dichiarata incostituzionale solo per questo fatto”. Pace ora la vede “più negativamente: ci sono più spiragli che questa sentenza ribalti quella del 2004” sul lodo Schifani, e che quindi la Corte giudichi inammissibili i ricorsi contro il lodo Alfano. “D’altra parte - aggiunge - se i giudici della Corte sono riusciti a fare la sentenza su Abu Omar...”. Un riferimento al pronunciamento della Consulta sfavorevole alla Procura di Milano sul segreto di Stato relativo al sequestro dell’ex imam di Milano.

Alle 9.30 – dopo un minuto di silenzio per i morti dell’alluvione a Messina - il presidente Francesco Amirante ha aperto ufficialmente l’udienza pubblica. Poi la parola è passata al relatore Franco Gallo per riassumere i motivi dei tre ricorsi contro il lodo Alfano. Due di questi sono stati presentati dai giudici di Milano, nell’ambito dei processi in cui il premier Silvio Berlusconi è imputato per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato inglese David Mills e per presunte irregolarità nella compravendita dei diritti televisivi Mediaset. Il terzo ricorso è stato inoltrato dal gip di Roma, chiamato a decidere se rinviare o meno a giudizio Berlusconi, indagato per istigazione alla corruzione di alcuni senatori eletti all’estero durante la scorsa legislatura. Dopo una breve sospensione e il giudizio di inammissibilità in merito alla presenza di Pace, la Corte ha ascoltato i legali del premier. “La legge è uguale per tutti, ma non necessariamente la sua applicazione, come del resto già ribadito dalla Corte Costituzionale”, ha sottolineato nel suo intervento Ghedini, citando tra l’altro come esempio “le norme sui reati ministeriali, dove la legge ordinaria distingue il comune cittadino dal ministro e dal suo eventuale concorrente privato”. Per Ghedini la legge sul lodo Alfano “è assolutamente coerente con i dettati costituzionali e con i principi emanati dalla Corte". Longo ha invece insistito sul fatto che “non è possibile rivestire la duplice veste di alta carica dello Stato e di imputato perché, per esercitare il proprio diritto di difesa, si rischia di non poter adempiere il proprio servizio per lo Stato”. E ciò “costituirebbe un vulnus alla Costituzione” che impone “a chi ricopre incarichi istituzionali di dedicare il proprio tempo”.

Pecorella ha poi posto l’accento sul fatto che “con le modifiche apportate alla legge elettorale, il presidente del Consiglio non può più essere considerato uguale agli altri parlamentari, ossia non è più ‘primus inter pares’, ma deve essere considerato ‘primus super pares’”. Infatti ieri, ha notato Pecorella, “le coalizioni depositano il programma elettorale indicando il nome del loro leader. Rimangono certamente salde le prerogative del presidente della Repubblica, ma il presidente del Consiglio è l’unico che riceve la sua legittimazione dalla volontà popolare”. Dunque, sempre per Pecorella, occorre registrare che “con la legislazione di oggi sulle elezioni delle cariche politiche, la posizione del presidente del Consiglio si è venuta staccando da quella che era stata disegnata dalle tradizioni liberali”. La Corte ha infine ascoltato l’avvocato dello Stato che, a chiusura del suo intervento, ha replicato alle critiche suscitate dalla memoria che aveva presentato alla Corte: “C’è stato un equivoco e ricostruzioni fantasiose della nostra posizione: parlando di danni irreparabili alle funzioni di governo, intendevo dire che si danneggerebbero queste funzioni, basti pensare agli impegni del presidente del Consiglio a livello europeo”. Secondo l’avvocatura dello Stato, il lodo Alfano è “il danno minore” che la sospensione del processo penale a carico delle quattro alte cariche dello Stato posa causare alla giustizia italiana. Per Nori “la ‘ratio’ della norma è la soluzione del possibile conflitto fra le esigenze legate alle funzioni di governo e al diritto alla difesa in processo: un problema non ipotetico ma reale, in corso, che è giusto sia stato affrontato e risolto dalla legge ordinaria. Si tratta di un problema di compatibilità fra due interessi, entrambi totalmente tutelati e garantiti dalla Costituzione”.

(Remo Urbino) 7 ott 2009

mercoledì 5 agosto 2009

Libri, Mani pulite e quei suicidi eccellenti avvolti nel mistero



Roma, 4 ago (Velino) - Nel film “Cadaveri eccellenti”, trasposizione cinematografica del “Contesto” di Leonardo Sciascia, Francesco Rosi svolse un appassionato apologo politico sulla “mostruosità” del potere, fatto di complotti, intrighi di palazzo, depistaggi e un’atmosfera claustrofobica. È da qui, con un legame evidente persino nel titolo, che bisogna partire per comprendere “Tre suicidi eccellenti”, il libro del giudice Mario Almerighi, che la rediviva Editori Riuniti manda in libreria in queste settimane.
Protagonisti dell’opera sono tre delle morti più eclatanti dell’intera stagione di Mani pulite, tutte comprese in un breve arco di mesi fra l’inverno e l’estate del 1993: Sergio Castellari, ex direttore generale del ministero delle Partecipazioni Statali, trovato esanime il 18 febbraio e il duo legato al caso Enimont, Gabriele Cagliari e Raul Gardini, rinvenuti cadaveri il 20 e il 23 luglio. Tre morti archiviate come suicidi che aprirono un dibattito nell’opinione pubblica sulla pioggia di avvisi di garanzia e dello strumento della carcerazione preventiva sui quali, tecnicamente, resta più d’un alone di mistero. “L’idea del libro - spiega al VELINO l’autore, oggi presidente del tribunale di Civitavecchia - è nata leggendo a suo tempo le cronache sulle modalità di esecuzione di quei suicidi, che mi hanno fatto sorgere dubbi come cittadino, prima ancora che come giudice. E poi ho pensato che questi tre episodi, emblematici nel palcoscenico di Tangentopoli, meritassero un approfondimento”.

Emblematico il caso di Castellari, l’inquisito che “poteva diventare un supertestimone”, come dissero all’epoca gli inquirenti, rinvenuto in un prato a Sacrofano, vicino Roma, con un colpo di pistola conficcato nella nuca. Ma con un sigaro della sua marca prediletta col dna di un’altra persona accanto al corpo e le suole della scarpe pulite nonostante lo stato paludoso del terreno. “Il pm Davide Iori chiese l’archiviazione suicidio, ma il gip Adele Rando lo smentì, chiedendo il non luogo a procedere perché l’omicidio era a carico di ignoti”, ricorda Almerighi, all’epoca anche lui giudice per le indagini preliminari nella Capitale.

Ugualmente avvolto nel mistero anche l’estremo gesto di Gabriele Cagliari, il boiardo di Stato che, almeno secondo le risultanze giudiziarie, seppe vincere perfino l’istinto di conservazione. Il manager fu infatti in grado di resistere alla busta legata attorno alla testa nel bagno della sua cella a San Vittore, nonostante le statistiche - riportate nel libro dall’autore - ne dimostrino la rarità di “successo”, per via del naturale impulso di sopravvivenza che si impossessa del suicida man mano che la respirazione si fa più difficoltosa.

Nella camera da letto di Raul Gardini, invece, la pistola fu trovata sul comodino, a oltre un metro di distanza dal cadavere e con le impronte digitali cancellate dall’impugnatura. Per i tre casi, Almerighi non offre soluzioni premeditate, ma solo spunti investigativi. Quegli stessi che durante la fase preliminare delle inchieste vengono scartati a favore di soluzioni alternative, ritenute più verosimili. Proprio come accaduto per i tre suicidi eccellenti affrontati nel libro. È in questo scivoloso e stretto crinale che si muove il racconto, senza emettere sentenze ma prospettando solo ulteriori interrogativi.

“Ho cercato di mettere in condizione il lettore di farsi suo convincimento - assicura Almerighi - senza arrivare a conclusioni nette, né sentenze che sconfessano le conclusioni dei magistrati”. E, sempre percorrendo il sottile crinale che fa prediligere agli inquirenti una strada piuttosto che un’altra, il giudice-scrittore inserisce come elemento retorico personaggi inventati col compito di portare sulla pagine quelle domande e quegli interrogativi che affiorano sui punti più oscuri delle indagini. Come nel caso dello studente appena laureato in Medicina, che assiste all’autopsia di Gabriele Cagliari e maieuticamente mette in rilievo le tante incongruenze che risultano da quello che all’apparenza si profila come un chiaro caso di suicidio, come le ecchimosi sotto gli occhi o la profonda frattura alla base del cranio.

sabato 11 luglio 2009

G8, Carra (Pd): Ottimo Berlusconi, Di Pietro si vergogni



Roma, 10 lug (Velino) - “Un’organizzazione miracolosa”, l’immagine del presidente del Consiglio ne esce “ottima”. Così Enzo Carra, deputato del Partito democratico, commenta l’esito del G8 che si è concluso oggi a L’Aquila.
“È stato un grande evento mediatico e politico, con grande forma e anche sostanza - spiega al VELINO -. Un vertice di buon auspicio. Sono sicuro che gli analisti e i politologi si eserciteranno a dire che i risultati raggiunti sono stati insufficienti, mentre io credo che da un incontro di questo tipo non si poteva chiedere di meglio. L’organizzazione è stata miracolosa ed è soprattutto merito di Palazzo Chigi, con l’aiuto della Regione Abruzzo e degli altri enti locali”.
L’immagine di Berlusconi, secondo Carra, è “ottima”.
Nessun cedimento davanti agli attacchi della stampa straniera, su cui da qualche giorno fa invece capolino Antonio Di Pietro.
Prima con una pagina acquistata sull’International Herald Tribune in cui denunciava “l’incostituzionalità” del Lodo Alfano, poi con una lettera inviata al “Guardian” in cui il leader di Idv chiede di continuare all’“importantissimo compito di informazione” che i “nostri media sono impossibilitati a svolgere”.
“È vergognoso - sbotta Carra -, una pagina vergognosa. Nemmeno durante il fascismo coloro che erano stati esiliati si comportavano in modo da delegittimare l’intero proprio paese. Credo che questa sia stata la dimostrazione del fatto che, come anche in altri casi della sua vita pubblica, Di Pietro abbia subito imbeccate dai paesi stranieri...”.
Nessuna alleanza è possibile, secondo il parlamentare democratico, tra il Pd e l’Idv: “Spero che gli daremo un bel segnale rosso. Il Pd è un partito di centrosinistra. Segnaliamo a Di Pietro che le cose così non vanno”.
COMMENTO
"Enzo Carra (Roma, 8 agosto 1943) è un giornalista e politico italiano, attualmente nel Partito Democratico, in precedenza apparteneva alla Democrazia Cristiana e poi alla Margherita."
"Durante Mani Pulite viene ascoltato dal procuratore Antonio Di Pietro. In seguito, il 19 febbraio 1993, venne condannato in via definitiva per false dichiarazioni al pubblico ministero. Per i giudici, Carra è un falso testimone che, con il suo «comportamento omertoso» e la sua «grave condotta antigiuridica», ha tentato di «assicurare l’impunità a colpevoli di corruzione, falso in bilancio e finanziamento illecito» nel caso Enimont. Parola del Tribunale e della Corte d’Appello di Milano, nonché della Cassazione, che l’hanno condannato prima a 2 anni e poi a 1 anno e 4 mesi (grazie allo sconto del rito abbreviato) di carcere."(WIKIPEDIA).

martedì 28 ottobre 2008

È sempre la “donna in rosso” a sedurre gli uomini


Roma, 28 ott (Velino) - Altro che il viola, indicato dagli stilisti come il colore del momento… È e sarà sempre il rosso, simbolo di passione, il re dei colori. Lo assicurano di ricercatori dell’università di Rochester (New York) che hanno pubblicato uno studio sul Journal of Personality and Social Psychology. Il rosso è il numero uno per l’arte della seduzione. Donne avvertite quindi: per far “impazzire” gli uomini occorre semplicemente sfoggiare le varie tonalità dell’accesa e calda tinta. Del resto bastava ricordare l’effetto che la seducente Kelly Le Brock suscitava in un estasiato Gene Wilder nel film “La signora in rosso” per la regia dello stesso attore protagonista. E come dargli torto al ricordo dell’abito svolazzante della Le Brock, in stile Marilyn Monroe…

In particolare, sul potere di seduzione del rosso, i ricercatori Andrew Elliot e Daniela Niesta svelano che le signore vestite di scarlatto o cremisi hanno maggiore possibilità di essere invitate a uscire. Addirittura è stato stimato che una ragazza “in rosso” attrae quasi il doppio rispetto a una fanciulla vestita in blu (colore considerato da sempre della tranquillità). Il team ha effettuato cinque esperimenti psicologici dimostrando che è proprio il colore della passione ad accendere quel “certo interruttore” nel cervello maschile. E il tutto avviene, ironia della sorte, all’insaputa degli stessi uomini. Donne moderne matador regine delle corride dell’amore? Sembrerebbe quindi di sì. Gli studiosi hanno mostrato a un gruppo di volontari una serie di foto di donne vestite di vari colori, foto con solo il bordo delle immagini o solo con lo sfondo in tinte diverse.

Il risultato è schiacciante: nero, blu o violetto hanno perso la partita, le “women in red” hanno stracciato le rivali. “Il nostro studio conferma quello che molte donne sospettano e sostengono da tempo: l’uomo - ammette Andrew Elliot - agisce come gli animali nel regno del sesso”. Un meccanismo primitivo, potente e irresistibile già scoperto da stilisti e produttori di cosmetici. Ma non è finita qui, il team dell’università di Rochester ha scoperto che vedere “rosso” mentre si gareggia (che sia un esame scritto o una competizione sportiva) provoca performance non esaltanti. Un cambio di guardaroba a questo punto è inevitabile per chi non possiede un capo rosso, basterebbe anche solo un tocco di rossetto fiammante, la stessa Marilyn Monroe ne era maestra, oltre alle cinque gocce di Chanel...

(Michela Di Francesco)
28 ott 2008

Abruzzo, sottomissione del Pd a Di Pietro. È resa senza condizioni



Roma, 28 ott (Velino) - Ricapitoliamo. Otto giorni fa, da Fabio Fazio, Veltroni aveva indossato la faccia seria delle grandi (e gravi) occasioni, proclamando la solenne rottura con Di Pietro.

Com’è naturale, Di Pietro aveva reagito a modo suo, più o meno accusando Veltroni di avere in animo l’”inciucio finale” con Berlusconi. Insomma, pesci in faccia.

E Veltroni che fa? Dopo il “grande evento” del Circo Massimo che avrebbe dovuto rafforzarlo; dopo la manifestazione che (sic!) segnava la nascita della “più grande forza riformista della storia italiana”; insomma, dopo tutto questo mare di iperboli e di retorica, il segretario del Pd si prepara ad un resa incondizionata.

Il luogo del delitto è l’Abruzzo, dove, a meno di smentite, il Pd si adatterà a sostenere per la Presidenza della Regione il candidato dell’Italia dei Valori, a cui Di Pietro non ha alcuna intenzione di rinunciare.

Trattandosi del primo voto di rilevanza nazionale previsto nel calendario politico, siamo dinanzi ad un vero e proprio atto di sottomissione, prologo del presumibile sorpasso dell’Idv sul Pd anche nel voto di lista, sempre in Abruzzo. Del resto, se il Pd sostiene il candidato dipietrista, perché non votare direttamente la lista dell’ex pm?

Sarà il caso che i pochi veri riformisti rimasti nel centrosinistra si rendano conto della situazione, e si regolino di conseguenza. Votando con i piedi, come si diceva una volta: cioè andandosene.

(Daniele Capezzone)
28 ott 2008