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sabato 1 ottobre 2011

Berlusconi, sindrome dell'assedio "Così il Colle ci destabilizza"


di CARMELO LOPAPA

Un intervento "fuori spartito", che in quei termini il Cavaliere proprio non si aspettava. Nel fortino sempre più assediato di Palazzo Grazioli, un presidente del Consiglio già alle prese con l'ennesimo ultimatum della Marcegaglia e con la valanga di firme anti-porcellum che i referendari gli hanno appena rovesciato contro, commenta con un misto di asprezza e preoccupazione le parole del capo dello Stato.

A Silvio Berlusconi è chiaro che quei fendenti sul popolo padano che non esiste, sull'illegalità della svolta secessionista, pur inappuntabili nel merito, colpiscono al cuore l'asse che lo lega a Umberto Bossi e che tiene in piedi il governo. Una filippica "a freddo" che - è il suo commento più riservato - rischia di "destabilizzare" ulteriormente il governo. Raccontano che abbia tirato un sospiro di sollievo solo leggendo la reazione tutto sommato contenuta di Calderoli.

Ma la preoccupazione resta. Anche per quel che l'uscita di Napolitano comporta in prospettiva. L'uscita, in realtà come di consueto ben ponderata dal Colle, è il sintomo dell'apprensione del Quirinale per un quadro politico generale che appare alquanto deteriorato e fragile. Da qui la necessità di una nuova legge elettorale che ricostruisca la "fiducia nelle istituzioni".

Ma la schiettezza e il linguaggio senza sconti con cui si è espresso il capo dello Stato sono state anche il termometro per misurare quanto siano ridotti al lumicino ormai i rapporti tra il presidente e il Senatur, un tempo improntati alla cordialità e alla lealtà. E la bordata che lancia a sua volta stamattina la "Padania" all'indirizzo del Quirinale ne è la conferma.

Gli industriali, i sindacati, la magistratura, il colle più alto. Il presidente del Consiglio affetto da sindrome dell'assedio è intenzionato comunque a resistere. Lo ripete ai massimi dirigenti del partito che lo vanno a trovare in giornata dopo la riunione pidiellina del mattino in cui, sotto l'occhio vigile del segretario Alfano, si riscrivono le regole per i futuri congressi locali. Non partecipano Alemanno, Scajola, Formigoni, le anime critiche del Pdl. Il Cavaliere incontra Francesco Storace, poi Alfano e Gianni Letta, Verdini, si rivede in via del Plebiscito anche Mauro Masi, l'ex dg Rai. Con loro, con i coordinatori e i capigruppo che lo sentono nel pomeriggio si dice comunque disposto a mettere mano alla riforma elettorale, se a dicembre la Consulta darà via libera al referendum sull'onda del milione e 200 mila firme depositate ieri.

La consultazione è una bomba da disinnescare. Due i paletti che Berlusconi torna a fissare per la nuova legge: "L'indicazione diretta del premier e le preferenze per restituire il potere di scelta agli elettori, bisogna ascoltare le istanze che vengono dall'esterno del Palazzo". Perché, per dirla col vicecapogruppo Massimo Corsaro, "la raccolta di firme ha posto il problema, ma non lo risolve e noi ce ne faremo carico".

Per adesso tuttavia, in cima all'agenda c'è il decreto sviluppo - da mettere a punto la settimana prossima per rispondere a Confindustria - e la partita Bankitalia. Berlusconi fa sapere che si prende un week end di riflessione sulla scelta del governatore. Salvo confidare ai ministri più vicini che servirà a stemperare la tensione con Tremonti, ma la strada per lui è segnata e porterà a Saccomanni.

Detto questo, con almeno un paio degli interlocutori di ieri il Cavaliere si è lasciato andare anche a previsioni sul futuro, suo e del partito: "Io non voglio restare qui in eterno, confido molto nell'opera di Angelino, ma prima di fare un passo indietro voglio essere certo che l'Italia non vada in mano alla sinistra e che si amplino i confini della coalizione".

Il capo del governo spera ancora nel coinvolgimento di Casini, nonostante il leader Udc continui a chiudergli la porta in faccia. "Pier sa bene che a sinistra non ha margini di manovra e che non potrà stare altri cinque anni all'opposizione" è stato il suo ragionamento.

Ma mentre Berlusconi guarda fuori dal suo recinto, le fibrillazioni sono in aumento proprio dentro il Pdl. E la fuoriuscita di Santo Versace ne è stata solo l'avvisaglia. La regola di "una testa un voto" decisa ieri in vista dei congressi locali, ma soprattutto l'apertura alle preferenze annunciata da Alfano angoscia decine di parlamentari, dalla rielezione a questo punto più che incerta.

È una fronda molto silenziosa delusa dal segretario, pronta a tutto pur di sopravvivere. "Spero che il Pdl trovi una quadra al suo interno, sembra sempre più una federazione di correnti" dice un preoccupato Storace, leader della Destra. In Transatlantico raccontano che uno strappo significativo potrebbe maturare, anche sotto forma di un documento, già nelle prossime settimane.

(01 ottobre 2011)

sabato 24 settembre 2011

Tremonti vuole resistere "se vogliono, mi sfiducino"


di CARMELO LOPAPA

"Provino a cacciarmi, se ne hanno la forza". La trincea di Giulio è una barricata eretta al "fronte" di Washington, tra ministri economici del G20 e vertici del Fmi alle prese con la crisi globale. Resiste, Giulio Tremonti, all'assedio con il quale in quelle stesse ore lo cingono da Roma i pretoriani del Cavaliere. Chiaro che quella sfilza di peones e dirigenti che chiedono la sua testa accusandolo dell'assenza al voto su Milanese, prende le mosse da un input del presidente del Consiglio. L'inquilino di via XX Settembre ha la conferma di essere stato "sfiduciato" quando al risveglio, alle sette del mattino negli Usa (sono le 13 in Italia), i suoi gli confermano che da Palazzo Chigi non è arrivata alcuna smentita delle accuse attribuite al premier da tutti giornali: "Giulio immorale", "prima si dimette meglio è".

Tremonti chiama sottosegretari e collaboratori al ministero dell'Economia e rassicura. Se in questo caos il presidente del Consiglio non si fa da parte, è la tesi, non vede la ragione per la quale dovrebbe farlo lui. "
Io sono qui a lavorare per l'interesse del Paese e Silvio che fa? Mi vuole sfiduciare? Se ne ha la forza mi cacci, provino a farlo, se ne sono capaci" è lo sfogo del ministro con i pochi che hanno avuto modo di parlargli. Sicuro di sé anche perché consapevole di quanto Berlusconi stesso e il suo governo rischino di essere travolti dall'eventuale siluramento del responsabile dell'Economia, tra borse che rimbalzano, titoli al ribasso e spread schizzato oltre i 400 punti. Per non dire del Quirinale che, in una fase così delicata e critica, sarebbe per nulla propenso a sostituire in corsa Giulio Tremonti per affrontare un salto nel vuoto o addirittura un interim. Il professore di Sondrio dunque continua a tessere la sua tela. E a coltivare i suoi rapporti internazionali. Un breve incontro con il direttore generale dell'Fmi Christine Lagarde, poi il suo collega israeliano. Come nulla fosse.

Nelle stesse ore, a Roma, il presidente del Consiglio tesse altro genere di tele, con l'obiettivo dichiarato di disarcionarlo, o meglio, di costringerlo alle dimissioni. Ma intanto deve fronteggiare l'accerchiamento - non solo quello delle inchieste - che si fa sempre più asfissiante. La leader degli imprenditori Marcegaglia torna ad attaccare il governo, a invocare il cambiamento, pronta ormai a guidare la "rivolta" di Confindustria ("Salviamo noi l'Italia"). Berlusconi, raccontano, è furente dopo l'ultimo exploit: "La presidentessa è a fine mandato. Pensa al suo futuro in politica e di poter diventare il leader che il centrosinistra sta cercando" è il commento velenoso che gli attribuiscono. Certo, l'accerchiamento il governo lo avverte eccome, "c'è una elite lontana dal popolo che lavora contro il governo" va ripetendo Maurizio Sacconi anche alla kermesse Pdl organizzata da Alemanno alla quale partecipa con Alfano nel pomeriggio.

Ma in cima alle preoccupazioni del Cavaliere c'è soprattutto Tremonti e la risoluzione del rapporto. Non ne avrà parlato giusto con
Sabina Began - 90 minuti nella residenza del premier - ma è il nodo al centro dei colloqui che seguono a Palazzo Grazioli con Angelino Alfano e poi con Renato Brunetta. Berlusconi lascia trapelare, non a caso, che i decreti per il rilancio dell'economia sono già in gestazione a Palazzo Chigi, che il ministero nei fatti è "esautorato". Ma si prepara alla guerra intestina, convinto com'è che "tanto Giulio non lascerà, perché sa bene che con le dimissioni uscirebbe di scena per sempre".

E così, ha tutto il sapore della provocazione, che non dell'effettivo tentativo di convincere l'interlocutore, il sondaggio riservato fatto nelle ultime ore con Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro. L'invito affinché accetti il dicastero di via XX Settembre viene rivolto dallo stesso Berlusconi e da
Gianni Letta, nell'eventualità remota che il ministro getti la spugna. Grilli, uomo forte di Tremonti - scavalcato dal direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni nella corsa alla successione a Draghi alla guida di Palazzo Koch - avrebbe cortesemente declinato la proposta, com'era prevedibile. Ma il fatto che sia stata avanzata è risuonato come l'ennesimo avvertimento all'indirizzo del ministro. Come pure lo è la girandola di nomi che dal quartier generale di via dell'Umiltà hanno iniziato a far girare ventilando una successione: da Maurizio Sacconi ad Antonio Martino. Pedine improbabili.

Tremonti resta dov'è, quasi a ripetere quel "hic manebimus optime" già proclamato il 13 luglio scorso. Sempre più isolato, questo sì, ora che anche la sponda leghista appare meno solida per lui. Raccontano i dirigenti di via Bellerio che l'assenza al voto su Milanese abbia sorpreso e amareggiato anche il Senatur, che pure ha dovuto ingoiare il rospo al cospetto della sua base. "Giulio è stato scandaloso" è lo sfogo al quale si è abbandonato
Umberto Bossi, amico di sempre del ministro. Tremonti resiste. Ma al rientro a Roma tutto sarà più difficile.

(24 settembre 2011)

mercoledì 8 giugno 2011

Rai preoccupata per minori introiti il governo studia l'aumento del canone

di CARMELO LOPAPA

E adesso il governo studia l'aumento del canone. Una bella cura da cavallo, stavolta, non l'euro e 50 centesimi del ritocco 2011. Ci sono i costi del servizio pubblico che galoppano, certo, ma dal prossimo anno andrà compensato - tra le altre voci in perdita - anche il mancato introito pubblicitario del prime time del giovedì su Raidue, che con Santoro e Annozero ha garantito dal 2006 incassi a sei zeri.

Quando ieri mattina il ministro alle Comunicazioni
Paolo Romani ha chiamato il direttore generale Rai Lorenza Lei per congratularsi del benservito a Michele Santoro, per aver compiuto "con successo" la missione nella quale aveva fallito per due anni l'ex Mauro Masi, l'impegno (verbale) è stato preso. La dg le congratulazioni le ha incassate, ma ha anche esternato tutte le sue preoccupazioni per le prospettive non rosee dell'azienda di Viale Mazzini. E l'ex imprenditore televisivo milanese, vicinissimo al premier, su questo è stato in grado di sbilanciarsi, promettendo un intervento del governo.

Il dossier "canone" è sulla scrivania di Romani. E tra le ipotesi contempla anche
la possibilità di agganciarne il pagamento alla bolletta elettrica. Espediente ritenuto utile per combattere l'evasione, che sulla tv è ancora dilagante. Nella stagione televisiva che sta per concludersi, il programma di Santoro ha avuto una media di 5,8 milioni di spettatori, con uno share del 20,71, stando ai dati diffusi dallo staff di Annozero. Garantendo così a Raidue il successo in prima serata il giovedì: il 12 per cento in più rispetto alla media di rete. Non è un caso, d'altronde, se ieri a Piazza Affari i titoli de La7, la TiMedia, hanno subito un balzo del 17,56 per cento, dopo le indiscrezioni sul passaggio di Santoro alla controllata Telecom. Una crescita del valore delle azioni in Borsa stimato in 29 milioni di euro.

A tutto questo, meglio, al già previsto crollo pubblicitario la Rai chiede al governo di porre rimedio. E l'unica leva sarà appunto il canone (oggi già a 110,50 euro). La pillola amara al contribuente sarà somministrata a fine anno, quando Tesoro e Comunicazioni dovranno annunciare che l'aumento di 1,50 euro del 2011 non è stato sufficiente. Ha permesso d'altronde di incassare 30 milioni di euro in più, poca cosa, appena il 10 per cento rispetto ai 300 milioni di fabbisogno che aveva stimato la dirigenza Rai.

Tutto questo, al momento, al presidente del Consiglio Berlusconi interessa poco, raccontano. Soddisfatto com'è del risultato raggiunto con la liquidazione di Santoro. Anche perché al momento della nomina della Lei, il Cavaliere non aveva fatto mistero con la dg del suo personale auspicio. Suo, ma non di Fedele Confalonieri. Sembra che già ieri il numero uno di Mediaset abbia confidato al vecchio amico di sempre tutte le sue preoccupazioni per i pezzi pregiati che la Rai sta "regalando" a La7, con tutte le ripercussioni che il terremoto dei palinsesti avrà sullo share della tv in chiaro dal prossimo autunno.

(08 giugno 2011)

domenica 17 aprile 2011

L'exit strategy del Cavaliere verso le elezioni "I processi mi fanno crescere nei sondaggi"


di CARMELO LOPAPA

L'ombra delle manovre di palazzo per disarcionarlo. Il timore per le possibili mosse del Quirinale sulle leggi sulla giustizia. "Andremo fino in fondo se mi consentiranno di fare la riforma della giustizia e quella costituzionale, diversamente io porto tutti al voto, meglio le urne" si sfoga un Silvio Berlusconi galvanizzato dal bagno di folla all'Eur ma agitato dai due spettri che hanno segnato gli ultimi giorni.

Il premier spiega ai consiglieri più fidati, a chi lo sente evocare a sorpresa elezioni anticipate proprio nel momento in cui dichiara di essere più forte di prima, di vantare la maggioranza più coesa. Il fatto è che i sondaggi consegnatigli da Euromedia questa settimana - raccontano da Palazzo Chigi - avrebbero sollevato parecchio gli umori dell'inquilino. "Se votassimo a breve, vincerei ancora con una larga maggioranza" rivela ai suoi tenendosi sul vago sui numeri. Dunque, la scadenza naturale del 2013 potrebbe non essere più così "naturale". Di più. Tra i processi a suo carico, il presidente del Consiglio teme realmente il solo giudizio sul caso Mills, per altro imminente. E l'approvazione anche al Senato della prescrizione breve lo scioglierebbe in via definitiva dalla principale fonte di preoccupazione sul fronte giudiziario. A quel punto, prescritta l'accusa più pesante, sentirebbe di poter affrontare con maggiore sicurezza le urne.

Berlusconi perciò non tollera intralci sul cammino della norma, ora al Senato per il via libera atteso nelle prossime settimane. Il capo dello Stato Napolitano ha fatto sapere che si riserva di esaminare il testo a tempo debito. Considerazione scontata, che tuttavia il Cavaliere ha raccolto non senza apprensione, raccontano. Ecco perché lo spauracchio della richiesta di scioglimento anticipato delle Camere e del voto, agitato ieri dopo parecchio tempo, ha avuto tutto il sapore di un messaggio indirizzato anche al Colle. Il Quirinale tuttavia non si fa trascinare nella polemica politica. Ieri si è chiuso nel più stretto riserbo. D'altronde, la posizione della più alta carica dello Stato sulla giustizia, sul ruolo dei magistrati, è nota. E, se necessario, verrà ribadita nelle sedi istituzionali e nei tempi che la presidenza della Repubblica riterrà più opportune.

In ogni caso, il ddl sulla prescrizione breve e poi sul "processo lungo" e infine la norma in arrivo per la sospensione del processo Ruby sono tappe che Berlusconi e i suoi ritengono irrinunciabili. "La riforma della giustizia nel suo complesso è indispensabile e senza quella meglio andare a votare - è l'esegesi della fedelissima
Daniela Santanché - Alcune procure non possono pensare di far cadere Berlusconi, stravolgere la volontà popolare". L'obiettivo, per dirla col neo ministro Saverio Romano, "è solo quello di introdurre in Costituzione meccanismi di check and balance anche per la magistratura".
Giustizia ma non solo. Sono state anche le scosse telluriche degli ultimi giorni a far vacillare alcune delle certezze del Cavaliere. Il tramonto repentino di
Cesare Geronzi - al vertice di un potere finanziario che è stata colonna portante del sistema berlusconiano - l'affondo del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia contro il governo e ancora l'appello di Pisanu e Veltroni per un "governo di decantazione". Ecco, tutto questo ha acceso l'allarme rosso a Palazzo Chigi. Fabrizio Cicchitto di quel sospetto non ne fa mistero, parla di "prime mosse di una manovra di palazzo di cui ancora non si vedono gli elementi costitutivi". Manovra per disarcionare il capo, sottinteso. Se qualcosa del genere dovesse mettersi in moto, l'esito sarebbero le urne, è l'avvertimento di Berlusconi. Se proprio di messaggio si tratta, Gaetano Quagliariello lo esplicita senza giri di parole: "Io resto convinto che ci siano tutte le condizioni per portare a termine la legislatura, ma se non dovesse essere così, allora non abbiamo paura di andare al voto, siamo pronti, la macchina del partito è pronta".

Già, il partito. Con l'exploit del palacongressi il premier riprende in mano i cocci di un Pdl in frantumi. Minaccia di cambiare tutto, torna a indossare i panni del leader e manifesta per la prima volta in pubblico tutta la sua irritazione per cene e correnti, guerre di potere e polemiche. Perché il partito è Berlusconi. Altro che successione.

(17 aprile 2011)

domenica 27 marzo 2011

Frattini: piano italo-tedesco per la Libia "Gheddafi in esilio e più diritti alle tribù"


di CARMELO LOPAPA

Un asse italo-tedesco per la soluzione diplomatica della crisi libica. Destinato inevitabilmente ad affiancarsi all'iniziativa annunciata da Sarkozy e Cameron. Il governo italiano non cederà il testimone alla cabina di regia franco-britannica, insomma, ha un suo piano e sta lavorando perché possa tradursi in una proposta. Un vero e proprio documento da mettere a punto con la cancelleria Merkel e presentare al vertice della coalizione martedì a Londra. Una way out politica che il ministro degli Esteri Franco Frattini anticipa a Repubblica nelle sue linee guida e che dovrebbe passare - qui sta la svolta - attraverso l'esilio del colonnello Gheddafi. "In questi giorni difficili l'Europa forse ha perso dei pezzi - è il ragionamento del capo della Farnesina - noi non vogliamo perdere la Germania e un'evoluzione verso il cessate il fuoco ne renderà più facile il rientro. Noi lavoriamo per percorrere insieme con loro l'ultimo tratto di strada, cerchiamo di tenere insieme l'Europa".

Da domani la Nato assumerà il controllo delle operazioni. Almeno questo successo la diplomazia italiana può rivendicarlo. Ministro Frattini, cosa cambierà sullo scenario libico?
"Fino ad oggi, in questa fase iniziale segnata dell'emergenza, sono esistiti tre comandi distinti delle operazioni. Quello italiano e americano a Napoli, un secondo britannico e un terzo francese. Da lunedì, il comando sarà nelle mani di un'organizzazione sovranazionale, la Nato, che si muoverà in base alle direttrici di un comitato militare e politico. Abbiamo fatto valere le nostre buone ragioni. A onor del vero, americani e inglesi si erano detti d'accordo fin dal primo momento".

Meno la Francia. I vostri rapporti con Parigi sono ormai gelidi. Colpa del protagonismo di Sarkozy?
"I rapporti con Parigi restano immutati. Diciamo che non abbiamo condiviso la scelta della coalizione dei volenterosi. Vi abbiamo partecipato in quanto misura urgente e temporanea. Trasformarla in una soluzione permanente non era accettabile".

La tensione è cresciuta anche in vista del vertice di Londra di martedì. Si profila un asse franco-britannico per una soluzione diplomatica, ci sarà un loro direttorio sulla crisi?
"Intanto, martedì si insedia un gruppo di contatto sulla Libia che coinvolge più di quindici paesi chiamati a discutere l'"end game". Quel che è certo è che non ci sarà una cabina di regia, tanto meno a due".

L'Italia ha le sue idee sulla "fine dei giochi", lei ha annunciato. Quali?
"Abbiamo un piano e vedremo se si potrà tradurre in una proposta italo-tedesca. Magari da elaborare in un documento congiunto da presentare martedì".

Quali sarebbero i passaggi della Road map alla quale state lavorando?
"Il cessate il fuoco, innanzi tutto. Che dovrà essere verificato e monitorato dalle Nazioni unite. E l'istituzione di un corridoio umanitario permanente, al quale stiamo già lavorando col governo turco".

Questo per gestire l'emergenza. E sul piano politico-diplomatico?
"Chiederemo intanto un impegno forte dell'Unione africana e della Lega araba, soprattutto al fine di coinvolgere le forze di opposizione di Bengasi. Le quali vogliono una Libia unita, si rifiutano di trattare con Gheddafi, intendono rispettare i trattati internazionali stipulati dal loro paese, anche quelli commerciali. Occorrerà coinvolgere i gruppi tribali, quantomeno i più rappresentativi. Tutti insieme lavoreranno quindi a una costituzione per la Libia, della quale il paese finora è stato sprovvisto.

D'accordo. Ma che ne sarà di Gheddafi? Tutto dipende da quello. La vostra proposta? È vero che il premier Berlusconi sarebbe disposto a mediare?
"Dopo che tutta Europa e l'Onu hanno ripetuto che il Colonnello non è interlocutore accettabile, non si può pensare ad una soluzione che contempli la sua permanenza al potere. Chiaro, altra cosa è pensare a un esilio per il Gheddafi, l'Unione africana si è già fatta carico di trovare una soluzione".

Peccato che lui non ne voglia sapere.
"Sta di fatto che anche nel suo regime c'è chi sta lavorando per favorire dall'interno questa via d'uscita".

Lei ha avuto contatti con esponenti del governo provvisorio. Li ritiene affidabili?
"Ho avuto un colloquio in questi giorni con Ibrahim Jebril, capo di quel governo. Ha insegnato all'università della Pennsylvania, viaggia, parla fluentemente inglese. Ha idee, proposte. Si tratta di figure che hanno la possibilità di rappresentare degnamente il loro paese".

Fronte interno. Lampedusa al collasso. Lei e Maroni avete siglato un importante accordo a Tunisi. Per Bossi gli immigrati vanno "cacciati e basta". Come la mettete?
"Quel che forse al ministro Bossi è sfuggito è che il fondo al quale si attinge per favorire il rimpatrio assistito dei migranti con i circa 1.500 euro a testa, è stato già istituito dall'Ue quando io ero commissario. Al più le somme vengono anticipate dall'Italia. Serve a consentire a ciascun immigrato di avviare un'attività in Tunisia ed evitare che dopo qualche mese torni su un barcone. Ma ricordo che c'è un secondo ordine di intervento, per chi non accetta il rimpatrio assistito, che è quello previsto dalla Bossi-Fini: l'espulsione".

Ammesso che il flusso venga arginato in Tunisia, c'è il rischio di un esodo biblico dalla Libia in fiamme.
"L'ammassarsi di profughi ai confini terresti della Libia è per noi segnale di grande preoccupazione. Non possiamo accogliere neanche temporaneamente più dei 50mila di cui ha parlato il ministro Maroni. L'Unione europea ha confermato, per la verità in modo un po' vago, la propria disponibilità a una "concreta solidarietà". È bene che ne dia subito prova, cominciando ad elargire subito i fondi per i rimpatri assistiti".

(27 marzo 2011)

martedì 1 marzo 2011

Il Cavaliere ora rompe la tregua "Napolitano si sta mettendo di traverso"


CARMELO LOPAPA

"Anche lui non mi fa governare". In pubblico morde il freno, si limita a prendersela con lo staff del Quirinale. In privato, quando i ministri fanno capannello dopo il pranzo milanese con gli eletti lombardi, Silvio Berlusconi esterna tutta la sua rabbia. "Ho detto solo le cose come stanno, si sta mettendo di traverso". Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano entra senza eccezione nella lista di coloro che in questi anni hanno ostacolato la sua azione di governo.

Sono giorni da resa dei conti. A poca distanza da lì, al Tribunale milanese, viene riaperto il processo sui diritti tv. Altri tre lo attendono al varco nelle prossime settimane. Il capo del governo punta gli avversari a testa bassa senza più remore o diplomazie istituzionali. "Se alcune cose non le ho potute fare è anche colpa sua, non solo di Fini" lamenta con riferimento, per esempio, alla stretta del Colle sulle intercettazioni. Una delle norme che sta più a cuore a Berlusconi, per ovvie ragioni, e che in questi giorni non a caso verrà rispolverata per essere portata in aula. Non tollererà altri ostacoli, il Cavaliere, ora che con la riforma della giustizia in Parlamento tenterà di risolvere alla radice i suoi problemi con la giustizia. "Dal Colle arrivano solo tirate d'orecchie, ma io andrò avanti ugualmente con le riforme, a cominciare da giustizia e intercettazioni: stavolta non mi fermano" si sfoga il premier con un paio dei ministri che siedono al suo tavolo, al pranzo seguito alla kermesse della Confcommercio meneghina. La Russa e Romani, la Brambilla e la Gelmini, Rotondi e Fazio, il governatore Formigoni e, ministra in pectore tra i ministri, Santanché.

La lista delle contestazioni è lunga. La prima carica dello Stato non avrebbe a suo dire mantenuto gli impegni sul "legittimo impedimento" poi cassato in Consulta. Il 12 febbraio scorso è arrivata a minacciare lo scioglimento delle Camere se il clima da scontro istituzionale dovesse proseguire. In ultimo, ha stoppato il varo in Consiglio dei ministri del decreto sul federalismo municipale e costretto a rivedere il Milleproroghe. "Incidenti" che, dal suo punto di vista, confermerebbero l'esistenza di una strategia tesa a impedirgli di governare. Convincimento non nuovo. Stessa platea di industriali, ma a Parma, l'11 aprile 2010 Berlusconi si era già lamentato dei suoi scarsi poteri, ricordando come "ogni provvedimento che esce dal Consiglio dei ministri debba poi essere sottoposto al presidente della Repubblica e al suo staff, che controlla minuziosamente anche gli aggettivi". Un episodio che è ben ricordato al Quirinale.

Sullo sfondo, stavolta anche il sospetto dell'asse Quirinale-Montecitorio. "Fini non perde occasione per attaccarmi con ogni mezzo e dal Colle niente, silenzio: vengono usati due pesi e due misure" si sfoga il premier alludendo all'ultimo battage mediatico del presidente della Camera tutto giocato all'attacco dell'"imputato" Berlusconi. Convinto che siamo già nel pieno di uno "scontro istituzionale, ma non certo per colpa mia: lo hanno aperto Fini e i pm, io mi sto solo difendendo".

L'ultimo attacco del presidente del Consiglio non ha colto di sorpresa lo staff del Colle, consapevole che non si è trattato del primo e molto probabilmente neanche dell'ultimo. Ad aprile scorso erano stati usati gli stessi termini, forse peggiori. Self control, dunque, nelle stanze del Quirinale, e non potrebbe avvenire diversamente, è il ragionamento che viene fatto, dato che gli unici poteri ai quali si rifà nei suoi interventi la Presidenza della Repubblica sono quelli riconosciuti dalla Costituzione. Insomma, dicono sul Colle, la "puntigliosità" è un complimento: segno del buon lavoro svolto rispettando le funzioni attribuite dalla Costituzione.

Dialogo assente, dunque. Nessuna collaborazione istituzionale. Moral suasion ridotta ai minimi termini dall'insofferenza di Palazzo Chigi. Silvio Berlusconi d'altronde è già proiettato all'imminente campagna elettorale per le amministrative, come ha spiegato ieri a La Russa, Gelmini e agli altri ministri. "Sarò ogni sabato e domenica in giro per l'Italia, ci metterò la faccia, ancora una volta, senza di me il partito non potrebbe farcela" striglia i suoi. E ai collaboratori lancia un suggerimento che è quasi un monito alla vigilia della formazione delle liste elettorali da Napoli a Milano, da Torino a Bologna: "Voglio quasi tutti candidati giovani e donne, soprattutto donne, perché ormai è evidente che fanno meglio degli uomini". In Parlamento, forte dei numeri, il centrodestra andrà come un treno: "Pensateci, abbiamo più maggioranza oggi senza Fini che quando siamo stati eletti. E a breve altri ancora passeranno con noi".

1 marzo 2011

domenica 6 febbraio 2011

Il Cavaliere pronto a sfidare il Colle "Tiro dritto, Napolitano cederà"


di CARMELO LOPAPA e UMBERTO ROSSO

La lettera non porta consiglio. Berlusconi, platealmente, la ignora e non risponde nemmeno ai rilievi del Colle sul decreto federalista. Napolitano avrebbe gradito, se non proprio atteso, una risposta ufficiale alle contestazioni indirizzate personalmente al presidente del Consiglio. E perciò il silenzio del premier suona come una sgarbo nello sgarbo. Berlusconi snobba ancora il Colle - dopo quel Consiglio dei ministri convocato senza informare il Quirinale - e tira dritto sulla strada dello scontro. «Rispondere? Ma non ero tenuto a farlo - confida ai suoi il premier - bastava solo prenderne atto. E poi, per paradossale che sia, Napolitano ci fa un favore: con i tempi del decreto che slittano, le elezioni sono scongiurate».

Il Cavaliere è certo che la dead line di fine marzo sia ormai a portata di mano, oltre quella data sarebbe infatti impossibile il voto anticipato in primavera. «
Io tiro dritto. Mercoledì in Consiglio dei ministri il pacchetto economico. Poi, intercettazioni e giustizia. E il capo dello Stato dovrà dire di sì alle nostre riforme, anche se non gli piacciono». Ma la risposta "pubblica" del premier ai rilievi mossi dal capo dello Stato produce l'effetto di alimentare le tensioni e inasprire ancora i rapporti con l'inquilino del Colle. Nelle due telefonate al raduno dei gruppi "satelliti" di Moffa e di Pionati, Berlusconi rimette in pista il campionario di ciò che a Napolitano non piace.

Come la valanga di accuse rovesciate sulla Consulta "comunista" e i pm da punire.
Oppure quella minacciosa allusione al ridimensionamento delle intercettazioni e al processo breve, due capitoli delicatissimi sui quali Napolitano, sia in pubblico che in privato, ha sempre espresso tutte le proprie perplessità. Raccontano perciò di un presidente della Repubblica a questo punto sempre più scettico sulla possibilità di ricucire il filo ma la linea è quella di aspettare gli eventi. «Il presidente ha bocciato il decreto - spiegano sul Colle - e ora la questione riguarda i rapporti fra potere esecutivo e legislativo, fra governo e presidenti delle Camere: tocca a loro trovare il modo di realizzare il richiesto passaggio parlamentare, sia a Montecitorio che a Palazzo Madama».

Sul tavolo infatti ci sono diverse opzioni, con voto, senza voto, con la fiducia. Le rassicurazioni di Berlusconi sul punto? «Aspettiamo di vedere i fatti», è il laconico commento. Pure se la reazione del capo del governo allo stop di Napolitano non lascia presagire granché. Il premier minimizza, sdrammatizza, riduce tutta la faccenda solo e soltanto a questioni procedurali ma il capo dello Stato, viene fatto notare, «ha sollevato anche il problema della condivisione e del coinvolgimento più ampio di tutte le forze, enti locali in primis». Insomma, rimettere mano al testo contestato.

Premier all'attacco, allora, niente scuse o spiegazioni perfino sullo strappo dell'informativa negata sull'ordine del giorno del governo. Al Quirinale, invece, registrano con soddisfazione l'autocritica di Schifani e le parole di Fini. Eppure il Cavaliere è intenzionato a rompere a tutti i costi l'accerchiamento. Dirottare l'attenzione dei media dal Rubygate e dai suoi strascichi giudiziari. «Perché ho i numeri in Parlamento e il consenso fuori dal Palazzo, per poter andare avanti e realizzare le riforme». Fosse pure portandole alle Camere «a colpi di fiducia».

«La maggioranza già solida è destinata a crescere e ormai difficilmente si andrà al voto, il federalismo in Parlamento richiederà i suoi tempi - ragiona uno dei big dei "responsabili",
Saverio Romano - Meglio essere stretti ma coesi che larghi e litigiosi». Con la riforma dell'articolo 41 della Costituzione, col piano casa e il piano per il Sud che Tremonti porterà mercoledì in Consiglio dei ministri, il premier è convinto di ricomporre il sodalizio con Confindustria. Ma prima dovrà rassicurare la Lega. E stemperare l'attrito tra il Senatur e Gianni Letta. Perché in queste ore il vertice lumbard ha iniziato a scaricare sul sottosegretario la responsabilità dell'incidente con Napolitano. Sulle intercettazioni e la riforma costituzionale della giustizia (Consulta compresa) si giocherà invece la sfida finale e tutta personale con la magistratura.

(06 febbraio 2011)

martedì 25 gennaio 2011

Il Cavaliere si sente sotto assedio "Ma non farò la fine di Prodi"


di CARMELO LOPAPA

"Siamo sotto assedio. Ma non farò la fine di Prodi". Giura che non resterà appeso ai moniti quotidiani ora della Segreteria di Stato, ora della Cei, tanto meno a un "giudizio immediato per reati che non ho commesso". Piuttosto, minaccia, "porto tutti alle urne: la gente d'altronde sta dalla mia parte, i sondaggi successivi alla tempesta che mi hanno scatenato contro lo confermano".

Nel chiuso di Villa San Martino,
Silvio Berlusconi rilegge il discorso del presidente della Cei Bagnasco e con ministri, coordinatori e capigruppo pdl che sente in sequenza confida tutta la sua preoccupazione per "l'accerchiamento". Intenzionato a non subire oltre i contraccolpi degli scandali che stanno incrinando i rapporti con le gerarchie cattoliche, preludio forse di una rottura definitiva. Il sospetto che prende piede, la sensazione è che "vogliano cambiare cavallo". Perché è vero che la voce più autorevole dei vescovi italiani "non ha acuito lo scontro col governo - ragiona il Cavaliere coi suoi - ma è anche vero che la Chiesa non fa un passo indietro" rispetto alla sferzata del segretario di Stato Bertone della scorsa settimana e al richiamo del Papa. Il presidente del Consiglio incassa anche questo colpo "con amarezza, perché è profondamente ingiusto e immeritato" ritiene. L'inchiesta, insiste, "nasce dalle macchinazioni dei magistrati milanesi e anche le fonti di prova stanno vacillando, come dimostrano le prime contraddizioni che emergono dai racconti". Detto questo, il timore per un "abbandono" da parte delle gerarchie cattoliche finora benevole e indulgenti, è avvertito, reale, palpabile alla corte del Cavaliere.

Perché giusto o no che sia "lo sgomento", il "disagio morale" che esprimono i vescovi italiani, sono segnali che non lasciano affatto tranquillo chi, come
Gianni Letta, ha continuato a tenere aperto il filo diretto con i Palazzi Apostolici. Agli attenti osservatori di Palazzo Chigi non è sfuggito come l'asse tra il Vaticano e il Quirinale si sia ormai consolidato proprio sulle rovine dello scandalo Ruby. Come il cardinal Bagnasco abbia rimarcato il dovere della "sobrietà", quasi a echeggiare il monito del presidente della Repubblica Napolitano, che l'11 gennaio scorso, ricordando Berlinguer, lanciava un appello alla "maggiore consapevolezza e sobrietà nei comportamenti". I rapporti tra il Vaticano e il Colle restano "eccellenti" e si consolidano, la sintonia è piena. Visto dal fortino berlusconiano assediato è il cerchio che si chiude. Con l'aiuto del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che non ha risparmiato critiche all'esecutivo.

Di certo, il segnale partito dalla Cei lascia pochi dubbi sul fatto che stavolta, da Bagnasco a Bertone, la "politica" e la strategia della Chiesa è univoca. E che, in prospettiva, Oltretevere preferirebbe un altro interlocutore alla guida del governo italiano. Un governo di centrodestra, magari, che tenga fermi impegni già sottoscritti. Ma che sia guidato da un altro presidente del Consiglio, col sostegno di Pier Ferdinando Casini. Berlusconi però non recita il ruolo della vittima e non compirà il passo indietro che i suoi avversari si attendono. "Respingeremo la sfiducia a Bondi e condurremo in porto il federalismo, anche con le modifiche apportate" va predicando nelle ultime ore trascorse ad Arcore prima di rientrare oggi a Roma. Al ministro della Cultura ha chiesto di restare al suo posto, nonostante le tentazioni, convinto com'è che su quella votazione strapperà un altro successo in aula, consolidando maggioranza e tenuta di governo. Quanto ai rapporti con la Chiesa, "su quelli lavoreremo", garantisce. Non solo incontrando di persona il segretario di Stato Bertone e lo stesso presidente Cei Bagnasco l'11 febbraio, in occasione dell'anniversario dei Patti Lateranensi, quando il premier spera che gli strappi di queste ore saranno ricuciti. Ma soprattutto con una stagione legislativa che da febbraio virerà marcatamente sui temi etici. Adesso, ragiona
Gaetano Quagliariello, "c'è lo spazio per portare avanti con coerenza il proprio impegno sul fronte della vita, della famiglia, della solidarietà". Il fatto è che la lacerazione che si sta consumando, fa notare Paola Binetti, deputata oggi terzopolista che gode di ottimi rapporti con la Curia romana, "non è col governo, ma con cui lo guida, a causa della sua condotta: ecco perché la via indicata da Casini, un nuovo esecutivo di centrodestra per finire la legislatura, è quella che viene ritenuta da più parti preferibile".

Berlusconi è pronto alla battaglia, convinto di vincerla. Anche questa. Pranza ad Arcore con i figli, vede
Bruno Ermolli e Fedele Confalonieri, poi Letizia Moratti, sente Ghedini e Longo per pianificare la difesa in tribunale e in Parlamento. E si sfoga: "Le escort che rivelano gli incontri con Fini finiscono sotto inchieste, quelle che accusano il premier vengono ritenute attendibili". Anche questo sarebbe la "prova dell'asse tra i pm e il presidente della Camera". Un asse che promette di spezzare, nella battaglia finale.

(25 gennaio 2011)

lunedì 10 gennaio 2011

Berlusconi: avanti senza elezioni Federalismo a rischio, il Pdl tratta


La politica torna in aula e si apre per il governo il rush decisivo. Il premier Berlusconi è convinto di spuntarla, di superare anche gli scogli di gennaio. Lo ha detto ai suoi in questa tesa vigilia della ripresa. Lo ha ripetuto il suo portavoce Paolo Bonaiuti: "Finite le feste natalizie, gli italiani chiedono al governo di andare avanti. E il governo porterà subito a termine le riforme già avviate, come il federalismo, e altre ne metterà in cantiere. L'opposizione non c'è, sogna soltanto improbabili ammucchiate di forze diverse e divise sui valori, sui principi, su tutto".

Il federalismo fiscale, dunque, è in cima all'agenda. Domani la commissione bicamerale aprirà l'esame del decreto sul fisco municipale (il voto è previsto entro il 21) e il cammino della maggioranza è tutto in salita.
Le aperture della
Lega e del suo "tessitore" Roberto Calderoli in queste ore si sprecano. Da parte di Bossi però il segnale è netto: nessuna modifica. Se, allora, i finiani lasciano aperto uno spiraglio alla trattativa sulla riforma che sta più a cuore al Carroccio, dai centristi di Casini arriva solo una brusca chiusura. Ne parla il segretario Lorenzo Cesa con il leader Udc: "Abbiamo fatto una richiesta chiara e precisa al governo: se sarà rivisto questo federalismo, introducendo un serio e sostanziale quoziente familiare che si traduca in un sostegno concreto alle famiglie, siamo pronti a sederci al tavolo e discutere responsabilmente del testo con il governo. Altrimenti, le solite chiacchiere, i soliti slogan non ci interessano". Il fatto è che, a sentire il ministro della Semplificazione Calderoli, nella riforma il quoziente familiare rivendicato dai centristi ci sarebbe già: "Dentro il decreto sulla fiscalità delle regioni e delle province approvato dalla conferenza unificata" spiega dalle colonne della Padania. Ma non è quello che gli uomini di Casini si attendono. Il braccio destro di Bossi si trova costretto a promettere che studierà qualcosa per venire incontro alle richieste.

Sembra più propizio il dialogo con i finiani. Nei giorni scorsi, era stato il senatore Mario Baldassarri - il cui voto è decisivo in bicameralina - a proporre una serie di correzioni, in assenza delle quali Fli voterebbe contro. Ieri il parlamentare Fli è tornato sul nodo, intervistato da Sky: "Sono federalista convinto ma per questo voglio fare quello vero, strutturale, che non funzioni per i prossimi tre mesi ma per prossimi 50 anni. Voglio ragionare, con i miei colleghi, anche con Calderoli. Se mi si dice voti si o no sul federalismo rispondo: quale? In ogni caso è sbagliato lanciare un'opa su Fli". Si tratta di "proposte di buon senso, sulle quali si può discutere" dice per conto del governo il ministro Altero Matteoli, ottimista anche sul prosieguo della legislatura: "Oggi la possibilità di portarla a termine è maggiore rispetto a 45 giorni fa". La verifica è imminente. Mercoledì si riuniranno le commissioni Finanze e Bilancio della Camera che dovranno pronunciarsi sul decreto sul federalismo municipale. E forse Calderoli si presenterà con ulteriori ritocchi.
(Carmelo Lopapa)

(10 gennaio 2011)

venerdì 7 gennaio 2011

Il pressing del premier sulla Consulta "Un'ondata giudiziaria se salta lo scudo"


CARMELO LO PAPA

IL SOSPETTO e il timore è che tutto stia per precipitare. "Vogliono farmi fuori, mi sembra evidente". È questa la paura che Silvio Berlusconi confida ai suoi fedelissimi alla vigilia del pronunciamento della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento. Lo hanno capito subito, i più stretti collaboratori, quando a metà giornata sono state pubblicate le anticipazioni della telefonata del Cavaliere al programma tv serale, con tanto di attacco frontale - l'ennesimo - ai giudici strumento dei "comunisti". Il solito Berlusconi, se tutto questo non avvenisse a cinque o sei giorni dalla sentenza della Consulta. Col rischio di deteriorare ulteriormente rapporti già ridotti ai minimi termini.

È il segno, a sentire i suoi, che la partita in ogni caso nel bunker di Villa San Martino la considerano ormai persa. Anche se dai giudici costituzionali dovesse arrivare quella sentenza di rigetto interpretativa sulla quale sono pure circolate indiscrezioni, in questi giorni. "Figurarsi che garanzie potrei avere, se fosse rimessa alle toghe milanesi la discrezionalità sul congelare o meno i miei processi" va ripetendo a chi pure intorno a lui lo invita a una prudente, più cauta attesa. Gianni Letta in testa. Ma il sottosegretario e primo tra i consiglieri è lontano, a Roma. E su Arcore si addensano in queste ore i pensieri più cupi.

Il fatto è che Berlusconi fiuta già una "ondata giudiziaria" imminente, da qui a breve, se il responso sarà quello che nel più cupo pessimismo si attende. La ripresa in blocco, intanto, dei tre processi milanesi,
Mills, Mediaset e Mediatrade. E tutto quel che di nuovo "dalle solite procure" potrebbero aprire a suo carico. E poi, la Procura che ricorre in Cassazione contro la sentenza Dell'Utri, giudicando insufficienti i 7 anni inflitti dalla sentenza d'appello al braccio destro siciliano nel processo per mafia. E ancora gli affondi pesanti dell'Anm contro il governo che hanno scatenato ieri l'ultimo scontro frontale sul rischio paralisi della giustizia denunciato dai vertici dell'Associazione magistrati. Ecco, tutto questo ha un nesso, nella visione del presidente del Consiglio.

Ma il nodo che il leader Pdl vede aggrovigliarsi è anche politico. Perché anche l'operazione allargamento della maggioranza, in caso di bocciatura dello scudo in Consulta tra martedì e giovedì prossimi, rischierebbe di morire sul nascere. Le già difficili trattative che i suoi "procuratori" stanno portando avanti tra Montecitorio e Palazzo Madama per raccogliere parlamentari dai banchi delle opposizioni, subirebbero un brusco stop se la stessa permanenza del premier a Palazzo Chigi dovesse vacillare. Nessuno - questo il timore avvertito nell'inner circle berlusconiano - si azzarderebbe a traghettare su una sponda malferma e insicura. Per altro, la pioggia di smentite di tutti i deputati e senatori indiziati di abboccamento è stata in queste ultime 48 ore già un pessimo segnale per chi, da Moffa a Romano, sta lavorando all'operazione. "E se la situazione precipita, anche Bossi e Tremonti rialzeranno la posta, ma io non mi faccio mettere nell'angolo" hanno sentito dire al Cavaliere. Deciso com'è a passare fin da ora al contrattacco.

L'uscita all'apparenza spregiudicata di ieri in tv altro non è se non un avvertimento di quel che potrebbe essere e probabilmente sarà una campagna elettorale tutta giocata appunto all'attacco. E, neanche a dirlo, sui temi della giustizia: sulle procure che lo assediano, che lo vogliono "eliminare", che lo vogliono "in galera" o "in esilio, come Craxi". Sarebbe una mossa disperata, quella del voto anticipato in primavera, non quella che Berlusconi vorrebbe tentare, se dipendesse solo da lui. Anche perché sulle elezioni - lui lo sa - grava come un macigno l'incognita del risultato al Senato. Dato per scontato il successo alla Camera, con l'attuale sistema e col terzo polo contro, non replicherebbe a Palazzo Madama. "Abbiamo fatto uno studio, verificando come solo in Campania, Calabria e Sicilia il Pdl perderebbe ben 12 senatori a beneficio delle opposizioni" racconta il repubblicano Francesco Nucara che porterà a breve lo schemino al presidente del Consiglio. Con un'altra dozzina in uscita nelle altre regioni meridionali, il tonfo è servito. "Proprio per questo continuiamo a consigliargli di evitare per ora il ricorso alle urne". Ma dei suggerimenti in queste ore Berlusconi tiene conto poco o nulla. E su quello scenario post voto, nello stesso governo, c'è già chi sta scommettendo il proprio futuro.

(06 gennaio 2011)

L'ira di Berlusconi su Tremonti "Questa volta rischia di andare a sbattere"


CARMELO LO PAPA

Tremonti evoca i mostri e in quel videogame da paura Silvio Berlusconi si è sentito subito risucchiare. Il suo ministro parla da Parigi della "situazione internazionale", delle nubi che si addensano, della crisi che è altro che finita, e il presidente del Consiglio legge nel monito sui conti un messaggio tutto a uso interno.

"Se è stato un modo per farmi capire che non aprirà le casse per reperire i fondi necessari alle riforme che gli ho chiesto, stavolta si sbaglia e va a sbattere" è stata la reazione che gli uomini del Cavaliere hanno registrato nelle ore successive all'intervento di Tremonti al simposio francese. Coordinatori e quegli stessi fedelissimi - da Cicchitto alla Bernini a Napoli oltre - dai quali partirà non a caso una raffica di avvertimenti all'indirizzo del ministro: certo, la crisi, ma ci sono anche spiragli positivi, dunque assieme ai tagli è giunta l'ora di "interventi sul fisco che aiutino la crescita", per usare le parole del capogruppo alla Camera. Per il presidente del Consiglio è lo spettro dei cordoni della borsa che restano sigillati. Sono le porte delle casse pubbliche che si chiudono alle richieste degli uomini di Casini su quoziente familiare e cedolare secca, come sulle speranze - in chiave pre-elettorale - di dar forma e sostanza alla riforma del fisco. E in queste condizioni le aperture della maggioranza ai centristi sono destinate a restare una chimera.

Di più. Il Cavaliere ieri ha avuto la conferma plastica di come Tremonti si sia ritagliato ormai un ruolo del tutto autonomo. Lo contraddice sulla scena internazionale sostenendo che dalla crisi non siamo affatto fuori. E si pone quale unico interlocutore in grado di dialogare con le cancellerie europee e di governare la Borsa e i suoi contraccolpi. Il ministro dell'Economia ha le sue ragioni e i suoi conti, d'altro canto. Sa bene che quei miliardi (cinque, dieci?) necessari alla copertura finanziaria del quoziente familiare come della cedolare secca non sono nelle disponibilità del Tesoro. Né è possibile tagliare ancora. Una partita, quella tra Bossi e Tremonti, che appare già alla resa dei conti finale. Con Umberto Bossi che resta col fiato sospeso: perché se salta il tavolo del governo, anche il federalismo fiscale va alla malora. Ecco perché proprio il Senatur, in queste ore, sta portando avanti l'ultimo strenuo tentativo di tenere insieme "quei due". Non è il solo. Con altre finalità, anche nel fronte pidiellino c'è chi sta tentando di convincere Berlusconi che sarebbe un errore abbandonare del tutto "Giulio" all'egemonia del Carroccio, oltre che alle "cene degli ossi". "Sarebbe un errore, è una risorsa del Pdl, non possiamo consentire che la Lega metta il cappello sul nostro ministro - ragiona Osvaldo Napoli - Se Berlusconi e Tremonti torneranno a confrontarsi, una soluzione la troveranno senz'altro, tra rigidità dei conti ed esigenze della politica". È quella stessa corrente "trattativista" che fa capo a Letta e Cicchitto che in queste ore sta esercitando pressioni sul presidente del Consiglio perché fermi la campagna acquisti ad personas. I due ritengono di aver strappato già a Casini e ai suoi una sorta di "desistenza esterna" della quale il governo e l'esigua maggioranza potrebbero giovare non poco. "Ma devi fermare le manovre dei Moffa e dei Romano a caccia di parlamentari" è l'insistente invito dei consiglieri al premier.

Berlusconi sembra avere altri pensieri, altre preoccupazioni in questo scorcio di vacanze trascorse - come quelle estive - nella residenza di Arcore. Ed è il timore che col precipitare della situazione, col fallimento dell'allargamento della maggioranza, con la crisi e l'eventuale voto anticipato, Tremonti a questo punto divenga una "risorsa" non del Pdl, ma proprio di chi - dalla Lega ai terzopolisti - lavora già al dopo-Berlusconi. Perché il tempo limite per ottenere le elezioni anticipate come ultima via di fuga dalla "palude", scade ad aprile. A quel punto lo scioglimento delle Camere diventerà un miraggio. E il fantasma di un esecutivo di emergenza economico-finanziaria potrebbe materializzarsi proprio nelle sale del ministero di Via XX settembre.

L'attrito del premier nei confronti del ministro raccontano stia rasentando l'astio. E non è casuale - a sentire gli stessi dirigenti pidiellini - l'avvertimento lanciato qualche giorno fa dal Giornale di famiglia, quel "non fare come Fini". Che ai più maliziosi ha ricordato un analogo avvertimento lanciato dal quotidiano al presidente della Camera affinché non uscisse fuori dai ranghi, poco prima che partisse la campagna mediatica sulla casa di Montecarlo. Tremonti va avanti sicuro ma non del tutto sereno. Le indiscrezioni trapelate in questi giorni sull'inchiesta napoletano che coinvolge Marco Milanese, suo fidatissimo collaboratore, non gli fanno presagire nulla di buono. Dalla "macchina del fango" in azione contro gli avversari, lui si è sempre tenuto lontano. Non vorrebbe adesso vedersela scatenare contro.

(07 gennaio 2011)

mercoledì 5 gennaio 2011

l premier blinda l'asse col Senatur "Non appoggerà Giulio contro di me"


CARMELO LOPAPA

Alla "cena degli ossi" di Calalzo di Cadore alla fine non è andato. "Non ce n'era bisogno, con Umberto ormai ho chiarito" racconta ai suoi il premier Berlusconi, di rientro ad Arcore dopo la puntata romana. "Non aveva alcuna voglia di incontrare Giulio Tremonti e fare come se nulla fosse successo" spiegano con maggiore schiettezza i più stretti collaboratori.

Eccolo l'equilibrio provvisorio sul quale si reggono le speranze del presidente del Consiglio di portare avanti la legislatura: guardia alta nei confronti del superministro, patto di ferro col Senatur. Per tutta la giornata lo ha ribadito a sottosegretari incontrati, ai capigruppo e ai pochi ministri rientrati dalle vacanze: "L'accordo con Umberto tiene e lui mi garantisce che farà rientrare anche Tremonti. Senza l'aiuto della Lega, Giulio può scordarsi per ora le elezioni anticipate". A Bossi, ancora una volta, Berlusconi manda a dire attraverso Calderoli che riuscirà a portare in maggioranza una dozzina di nuovi deputati da Fli, Udc - anche se dai centristi piovono solo prese di distanza - e perfino Idv, intestarditosi sul malcontento nel partito di Di Pietro. E che dunque i decreti sul federalismo "non correranno rischi".

"Sì, l'accordo con Bossi regge ed è un accordo fondato sul buon senso - conferma
Gaetano Quagliariello - D'altronde, ha ragione anche lui: se la maggioranza c'è, per quanto risicata, si va avanti, diversamente si andrà a votare". Resta sullo sfondo il gelo tra il premier e il ministro dell'Economia. Ormai additato nei dialoghi privati del Cavaliere, come dalle colonne del quotidiano di famiglia, quale il vero regista dell'operazione "voto anticipato". I due non si sentono da giorni. Non tanti, raccontano, comunque sufficienti per lasciar sedimentare i sospetti reciproci e logorare la relazione. D'altronde, a sentire un ministro pidiellino, "ormai Giulio sta giocando due partite: una nobile e comprensibile, perché fare il ministro dell'Economia con una maggioranza a rischio è impresa ardua; uno meno nobile, perché si è ormai convinto di essere il candidato unico per un governo di larghe intese in caso di voto e mancato successo del centrodestra al Senato". Questi i sospetti, questo il clima.

Ad ogni buon conto, le "manovre di palazzo" ordite per disarcionarlo non avranno successo, va ripetendo il Cavaliere nelle telefonate alle sue tv e ancora più nei colloqui riservati: "Non andremo al voto anticipato, non lo permetterò, non certo a marzo". E la sua strategia è assai spicciola e concreta. "Se ne parlerà a giugno se non a ottobre: abbiamo bisogno di tempo per lavorare a un accordo elettorale con Casini". Occorre "una verifica seria con i centristi" vanno ripetendo ora dal Pdl Cicchitto e Napoli. Non a caso. Berlusconi si è ormai convinto che il leader Udc non permetterà che si torni a votare a stretto giro. I due, nell'ultima telefonata per lo scambio di auguri alla vigilia di Natale, si sono dati appuntamento alla ripresa. Ma i segnali indiretti che dalle Maldive gli fa giungere l'amico Pier, Berlusconi li ritiene comunque rassicuranti. A cominciare dalla disponibilità manifestata proprio nelle ultime ore dai centristi a votare il decreto sul federalismo municipale, a condizione però che contenga le coperture per quoziente familiare e cedolare secca.

Ecco, quelle coperture - qui l'altro punto di frizione con Tremonti - il ministero di via XX Settembre le dovrà trovare, è il diktat del premier, costi quel che costi. Le residue chance di un patto elettorale coi centristi si giocano anche sui cordoni della borsa. Ma esistono davvero le condizioni per un'intesa Pdl-Udc? Per i leghisti è fumo negli occhi. Casini, dal canto suo, ha in serbo accordi pesanti col Pd su importanti piazze, in vista delle amministrative di primavera. Per non dire del nascente Polo della Nazione: l'asse Fini-Casini al momento appare solido, infrangibile a sentire i loro luogotenenti. L'inquilino di Palazzo Chigi è convinto del contrario. Intenzionato piuttosto ad infrangerlo alla ripresa dei lavori parlamentari, con
due mosse. La prima, con l'apertura ai centristi sul quoziente familiare, appunto. La seconda, con le leggi di bio-etica che il vicepresidente pidiellino della Camera, Maurizio Lupi, ha già preannunciato per il calendario di gennaio. Gianfranco Fini è più preoccupato della "macchina del fango" che vede in moto contro di lui, piuttosto che degli agguati d'aula. Tanto più che su testamento biologico e altri ddl "etici" la linea ai suoi sarà quella della "libertà di coscienza".

(05 gennaio 2011)

Governo, Bossi detta i tempi "A gennaio il federalismo deve passare"


Tra il 17 e il 23 gennaio il federalismo "deve passare": è tassativo su questo Umberto Bossi, che parla da Calalzo la mattina dopo "la cena degli ossi " con i ministri Tremonti e Calderoli. "In quel periodo c'è il problema che il federalismo deve passare l'ultimo decreto attuativo nella commissione bicamerale - afferma - quindi se non passa quella cosa lì, non possiamo portare il federalismo in Consiglio dei Ministri. Io sono convinto che passi". Quando gli si chiede se ci sia un rischio per il governo riguardo alla mozione di sfiducia sul ministro della Cultura Sandro Bondi, Bossi risponde: "Non penso, di rischioso c'è solo che la Lega punti i piedi, e basta. Ma noi non li puntiamo. Siamo amici di Berlusconi, l'importante è portare a casa il federalismo, presto".

Riguardo all'allargamento della maggioranza Bossi dice che i "numeri" di Berlusconi "stanno crescendo". Mentre, riguardo alla telefonata intercorsa ieri tra il premier e i partecipanti alla "cena degli ossi" di Calalzo, Bossi precisa di aver "sentito che con Berlusconi ha parlato solo Tremonti". "Io - aggiunge - gli ho fatto solo gli auguri, cosa c'entrano gli auguri con la politica?".

Bondi. Bossi difende Bondi in vista del voto sulla mozione di sfiducia previsto per la prossima settimana: "Secondo me potremmo anche farcela - dice il Senatur - però la cosa è un po' vergognosa: se Pompei non sta in piedi Bondi cosa c'entra, che c'entra il crollo che è avvenuto a Pompei?". Per Bossi, "non ha molto senso quella mozione: crolla Pompei e diventa colpa di Bondi, ma se Bondi non ha i soldi?".

Unità d'Italia. ''L'Italia e' divisa in due. Chi sente che è una cosa positiva la festeggia, gli altri no'', dice a proposito delle celebrazioni sul 150* dell'Unità d'Italia. Alla domanda dei giornalisti se l'ex governatore del veneto ora Ministro Luca Zaia dovrebbe fare parte del Comitato per i 150 anni, Bossi replica: ''Il Veneto è una storia a sé. Una lunga storia che arriva dalla Repubblica Serenissima, che ha fatto cose che sono rimaste nella testa dei veneti. I veneti hanno fatto il referendum 5 anni dopo, nel 1866. Non c'e' niente da festeggiare? Non sbagliano. L'Italia ha voluto un Savoia, che non era certamente un federalista. L'unico federalista era il buon Cavour, che l'hanno fatto fuori e il re non è andato neppure al funerale. Della banda intorno al re l'unico che si è salvato è Cavour, altri non ne vedo''.

(05 gennaio 2011)