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venerdì 9 ottobre 2009

Nelle offese a Rosy Bindi la"filosofia dell'utilizzatore"


di CHIARA SARACENO


Il premier che "adora le donne", come ha graziosamente risposto al giornalista spagnolo che lo interrogava sulle sue frequentazioni, perde non solo le staffe, ma ogni senso della buona educazione e del limite appena una donna, una sua collega parlamentare e vicepresidente della camera, si permette di criticarlo. Nella cultura da caserma in cui sembra trovarsi a suo agio quando tratta di donne e con le donne, non gli basta insultarla genericamente come comunista mangiabambini, come fa di consueto con gli oppositori del suo stesso sesso.

Non può trattenersi dall'appoggiare il suo disprezzo ad un giudizio estetico. Confermando che per lui - per altro brutto, tinto e rifatto, oltre che piuttosto anziano - le donne si dividono in due categorie: quelle (per lui) guardabili e potenzialmente utilizzabili (se non già utilizzate), la cui intelligenza è eventualmente un optional e comunque non deve velarne il giudizio obbligatoriamente positivo nei suoi confronti, e tutte le altre. Le non convenzionalmente belle e le anziane sono accettabili solo se adoranti. Altrimenti cadono sotto la mannaia del giudizio di non esistenza.

Il leghista Castelli ha offerto un'altra variante della stessa cultura da caserma, scegliendo un altro topos classico, quello della zitella. Come se, tra l'altro, una donna senza un uomo fosse automaticamente una donna non voluta, non desiderata e non una che ha scelto di non avere un compagno (saggiamente, verrebbe da dire, se questi fossero gli unici tipi di maschi disponibili sul mercato). Per i leghisti, apparentemente, le donne non devono coprirsi il volto e il capo per motivi religiosi, ma vale sempre l'esortazione del Veneto profondo, secondo cui la donna "Che la tosa la tasa, che la piasa, che la staga a casa" - un atteggiamento non molto distante da quello degli uomini tradizionalisti mussulmani da cui gli orgogliosi leghisti nordici si sentono tanto diversi.

Con prontezza, Rosy Bindi ha reagito all'insulto osservando che ovviamente lei non appartiene alla categoria delle disponibili e utilizzabili . Ma è stata la sola a reagire alla maleducazione di Berlusconi e Castelli. Nonostante qualche faccia imbarazzata, nessuno dei maschi presenti, incluso il conduttore, ha ritenuto doveroso prendere le distanze da questo tipo di linguaggio e comportamento gravemente sessista, che rende difficile partecipare alla comunicazione pubblica le poche donne cui, raramente, si concede la parola (Bindi era la sola donna l'altra sera a Porta a Porta, in un folto parterre di uomini).

Nessuno dei molti brutti, sfatti e rifatti uomini più o meno anziani che popolano la politica italiana deve temere di essere insultato e delegittimato per questo dai propri interlocutori, per quanto aggressivi. Il silenzio - complice, imbarazzato o codardo - degli uomini sia alleati a Berlusconi che all'opposizione, sia in politica che nei media è una questione politicamente seria che andrebbe affrontata, perché segnala quanto siano profonde le radici culturali del sessismo nel nostro paese. Non dimentichiamo che in Spagna Zapatero è stato attaccato dalla stampa per aver assistito in silenzio allo show in cui Berlusconi ha spiegato come intende le norme di ospitalità quando si trova di fronte una bella donna potenzialmente disponibile.

Ma c'è anche un altro silenzio che disturba: quello delle donne dei partiti di governo, a cominciare dalle ministre. Le loro voci si sono levate solo quando il capo le ha chiamate all'appello perché lo difendessero allorché scoppiarono gli scandali a catena: dalle candidature promesse alle veline a Noemi ai festini di Villa Certosa. Mai nessuna presa di distanza dalla immagine di donna - e di loro come politiche e come ministre - che emerge dalle appassionate autodifese del loro capo.

Particolarmente silente è la ministra delle Pari opportunità, che pure dovrebbe parlare per dovere istituzionale. Qualsiasi siano i motivi per cui è finita lì, cerchi di ricordarsi per favore che le pari opportunità non sono un concorso di bellezza. E che non si può lasciare a dei vecchi mandrilli, per quanto ricchi e potenti, il potere di parola e di giudizio su ciò che sono, sanno e possono fare e dire le donne, a prescindere dall'età e dai canoni estetici. Lasciare insultare una collega, anche della opposizione, con argomenti che nulla hanno a che fare con la politica, ma solo con il sessismo, è un errore grave, di cui paghiamo il prezzo tutte.

(9 ottobre 2009)

venerdì 24 luglio 2009

La sindrome del maschio


di CHIARA SARACENO


"Non sono un santo", ha dichiarato Berlusconi, meritandosi i titoli di apertura di tutti i giornali. È davvero una ammissione di colpevolezza, una assunzione di responsabilità rispetto al pericolo serio in cui ha messo la sicurezza dello stato con i suoi comportamenti a dir poco sventati, e rispetto alle menzogne profuse con generosità al paese?

Persino gli ambienti della Santa Sede sembrano aver accolto con benevolo favore questa ammissione, mostrando ancora una volta quanta real politik ci sia nell'atteggiamento della gerarchia cattolica nei confronti dei politici italiani. Pronta a chiudere non uno, ma due occhi di fronte alle nefandezze comportamentali, purché (verrebbe da dire, in cambio) sia assicurato il mantenimento e l'approvazione delle norme che le stanno a cuore, anche se contro il principio di sovranità dello stato e di rispetto della libertà dei cittadini. Viceversa pronta ad attaccare violentemente i politici, specie se cattolici, che tentano di trovare ragionevoli equilibri normativi tra le diverse opzioni valoriali. Ne sanno qualche cosa Prodi e Bindi.

In realtà a me sembra che, con la solita furbizia e tempismo, Berlusconi abbia semplicemente detto, strizzando l'occhio alla platea di cittadini maschi, ma anche di un bel po' di donne: sono uno come voi, solo più fortunato e più potente. Sono un "maschio vero", e per questo potenzialmente incontenibile e incontinente. A differenza di voi, mi posso permettere tutte le donne giovani e carine (e disponibili) che voglio, perché le posso pagare sia direttamente sia utilizzando risorse pubbliche (posti di lavoro, candidature in parlamento, ministeri). Per questo ci sono schiere di "belle figliole", anche non necessariamente già professioniste del ramo, disposte ad accettare un mio invito, anche con il consenso dei genitori.

Questo tipo specifico di "non santità", in effetti, è la realizzazione dei sogni più o meno inconfessati molti maschi italiani (anche russi, a leggere la Komsomolskaia Pravda) - a prescindere dal colore politico. E lusinga tutte quelle donne giovani e meno giovani che perdono la testa per gli uomini forti e potenti. E sono disponibili, come le mamme degli stupratori, a trovare loro ogni tipo di scusante, compresa la cattiveria femminile. O le donne che, più cinicamente, hanno deciso di fare del proprio corpo e della propria sessualità il proprio strumento di lavoro, o di accesso al lavoro, in una società dove abbondano i maschi guardoni e segretamente mandrilli. Una società che sembra avere della sessualità una concezione sfruttatoria, coattiva e ripetitiva, svincolata da ogni dimensione relazionale, mortalmente triste. Molte donne italiane sono soffocate e umiliate da questa situazione e si ribellano. Ma non si sentono uomini ribellarsi a questa immagine della maschilità e dei rapporti uomo-donna che suggerisce.

E' questa complicità sotterranea di una parte grande della società italiana che permette a Berlusconi la sfrontatezza che conosciamo e a cui si è rivolto con quella banale, ma furba, ammissione. Una complicità, verrebbe da dire, a tutto campo, che riguarda le sue imprese sessuali con corollario di scambio sesso-potere, ma anche i vari conflitti di interesse e le imprese finanziarie non sempre limpide. Del resto, che cosa ci si può aspettare in un paese che approva solennemente codici etici quando basterebbe fare rispettare il codice civile e penale? Ovvero dove non imbrogliare assurge a dimensione etica alta e non è il normale atteggiamento che ci si deve attendere nei rapporti commerciali e non? Se Berlusconi è un problema per la nostra democrazia, lo è ancora di più la complicità di larga parte della società civile, con il benevolo silenzio-assenso della gerarchia cattolica.

(24 luglio 2009)

sabato 28 febbraio 2009

La sconfitta delle donne


28/2/2009
CHIARA SARACENO

Negli Anni 70 il movimento delle donne lanciò l’iniziativa «riprendiamoci la notte». Contro l’idea che qualsiasi donna si trovasse fuori casa di notte, specie se non accompagnata da un uomo, era potenzialmente una puttana o comunque una preda disponibile, si rivendicava orgogliosamente la legittimità della presenza delle donne nello spazio pubblico, anche di notte. Era un’affermazione del diritto alla libertà di movimento e di azione, il rifiuto della necessità di dover sempre ricorrere alla protezione, quindi alla dipendenza, di un uomo. Era accompagnata da un altro slogan ironico - «tremate, tremate, le streghe son tornate» - che giocava sull’ambivalenze con cui venivano, e vengono, guardate le donne libere e padrone di sé. Non è infatti un caso che l’espressione «donna libera» evochi immagini di trasgressioni e bassa moralità, non di autonomia.

Trent’anni dopo, la richiesta di «riprendere la notte» è sostituita nel discorso pubblico dalla richiesta delle ronde, dei «protettori». Le donne sono tornate nel ruolo di vittime da proteggere, ma anche potenzialmente chiudere in spazi, appunto, protetti. Ma quali? E chi può garantire protezione? Oltre alla notte dovremmo riprenderci anche il giorno, e oltre alle strade e ai parchi anche le case, ove continua ad avvenire il maggior numero di violenze, anche sessuali, contro le donne di ogni età e contro i bambini di entrambi i sessi.

E nessuno garantisce che chi si candida a proteggere in pubblico non sia un aggressore in privato. Al contrario, l’affidamento di un ruolo pubblico di protettore può rafforzare in alcuni l’idea che le donne siano una proprietà privata da difendere dagli altri uomini, anche contro loro stesse. Non sono rare violenze tra uomini motivate da uno sguardo o una parola sbagliata rivolta alla «donna di un altro». E troppo spesso la reazione contro gli autori di violenze in luoghi pubblici è stata l’invocazione di poter fare giustizia da sé, della consegna dello stupratore agli uomini di famiglia della vittima. Attribuire alle donne lo status di vittime potenziali non giova né alla loro sicurezza né alla loro libertà. Il fatto che si autocandidino anche ronde femminili sposta di poco la questione, anche se toglie il monopolio maschile ai «protettori».

Ciò non significa che non si debba fare nulla di fronte alla mattanza che miete vittime di ogni età con ritmo pressoché quotidiano, da parte di italiani come di stranieri, rimandando al, pur necessario, lavoro culturale ed educativo per modificare comportamenti. Non si tratta solo d’inasprire, e rendere certe, le pene. Occorre anche rendere ragionevolmente sicuri, per tutti, almeno gli spazi pubblici tramite un controllo diffuso e costante del territorio con mezzi normali: illuminazione; esercizi pubblici diffusi e aperti; il vigile o il poliziotto di quartiere di cui periodicamente si parla, ma che raramente decolla (e che ora sembrerebbe sostituito dalle ronde di quartiere), con una particolare attenzione per le aree e le ore più a rischio; mezzi pubblici che non abbiano fermate perse nel nulla e che di notte siano non solo più frequenti, ma autorizzati anche a fermate supplementari e che possano collegarsi, come avviene già in alcune città, ad un servizio taxi.

Ma fa parte della sicurezza degli spazi pubblici anche una diffusa coscienza e comportamento civico, per cui ciascuno si sente responsabile di ciò che succede nel proprio spazio, non facendo il poliziotto, ma il cittadino vigile e solidale. Fa impressione che dilaghi la domanda e l’offerta di ronde in un contesto comportamentale in cui si può essere aggrediti a scuola o per strada senza che nessuno muova un dito, perché è meglio farsi i fatti propri; in cui chi assiste a un borseggio in autobus tace, fin che il fatto è avvenuto e il borseggiatore se n’è andato. È l’omertà unita a indifferenza e paura diffuse che rende pericoloso lo spazio pubblico, per le donne, ma anche per tutti coloro che per età o altro appaiono vulnerabili.

sabato 10 gennaio 2009

Concorsi come foglie di fico

LA STAMPA
10/1/2009
CHIARA SARACENO

Un merito va riconosciuto al ministro Gelmini: aver provocato una discussione pubblica, all’interno dello stesso sistema universitario, sul sistema di reclutamento e di valutazione della ricerca. Non ci sono mai stati tanti articoli sull’argomento e anche franche contrapposizioni, da parte di docenti. La fretta, la procedura d’urgenza, una certa idea dei professori come tutti tendenzialmente imbroglioni, rischia però di aver prodotto una soluzione non migliore e forse peggiore di quella che si voleva emendare riguardo al reclutamento (per la valutazione viene opportunamente rimandato a una definizione dei criteri). Non si è avuto il coraggio di affrontare i veri nodi del reclutamento: il concorso e la divisione delle competenze in settori disciplinari, la cui logica e contenuto sono spesso frutto di alchimie che poco hanno a che fare col rigore scientifico. Affidare la valutazione a un’estrazione a sorte dei commissari non garantisce dall’arbitrio (o dal clientelismo). Invece del pupillo di X vincerà quello di Y, miracolato dall’estrazione. Il sistema non risponde neppure al problema, ignorato nelle varie riforme dei concorsi, di come far sì che le facoltà che hanno bandito il concorso possano avere, senza dover fare operazioni sottobanco, non la persona che vogliono, ma quella che ha le specifiche competenze di cui hanno bisogno. Una facoltà che ha bisogno di un esperto di metodi quantitativi si può ritrovare un etnometodologo o un esperto di politiche sociali, per il solo fatto che queste competenze sono state raggruppate nello stesso settore disciplinare. Ha solo il diritto di non chiamare uno dei vincitori. Come se un’azienda cercasse un ingegnere aeronautico e si trovasse ad assumere, per decisione esterna, solo tra, bravissimi, ingegneri gestionali.

Nella maggioranza dei paesi europei e anche negli Stati Uniti, spesso evocati come modello da imitare, non esiste il concorso. Le persone sono reclutate - attraverso bandi pubblici - con un sistema che, nelle sue variazioni nazionali, in Italia verrebbe definito non universalistico, localistico, se non peggio. Ma che a differenza di quello italiano garantisce sia trasparenza nei criteri e nelle procedure che efficacia rispetto all’obiettivo di trovare il candidato migliore per la posizione disponibile. Sono le facoltà, e i docenti di un determinato gruppo di discipline, o i gruppi di ricerca, a definire il profilo scientifico e le qualificazioni richieste e a operare una prima selezione sulla sola base dei curricula. I candidati che la superano (un numero raramente superiore a 10) sono invitati a presentarsi per un colloquio in un contesto aperto a tutti gli interessati. Quanto più elevato è il livello, tanto più complesse le prestazioni richieste in questa fase, al contrario di quanto avviene in Italia: oltre al colloquio, un aspirante professore ordinario (o un professore già ordinario che vuole cambiare università) deve tenere un seminario pubblico, per essere valutato anche dagli studenti, oltre che dai potenziali colleghi. Tutto ciò consente di reclutare, con procedura pubblicamente controllabile, non la persona astrattamente migliore, ma quella migliore per quel posto.

Anche con questo metodo possono operare personalismi e relazioni di potere. Ma la pubblicità delle procedure da un lato, il fatto che il prestigio scientifico di una facoltà conti sia sul piano dei finanziamenti che su quello delle iscrizioni degli studenti e sulle loro chances nel mercato del lavoro, costituiscono un potente strumento di controllo e di deterrenza da procedure troppo disinvolte. Non è che negli altri paesi i docenti sono per virtù innata più onesti o più rigorosi degli italiani. Hanno un altro sistema di incentivi. Sono questi da cambiare, eliminando il concorso, foglia di fico di un universalismo nel migliore dei casi astratto, nel peggiore finto. Tutto il resto è inutile accanimento terapeutico.