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venerdì 17 dicembre 2010

Le mezze misure non bastano


MARIO DEAGLIO

L’economia italiana delude, dice la Confindustria. Purtroppo però non sorprende, è necessario aggiungere. Quella pur bassa crescita che è tornata a farsi vedere in Europa ci sfugge tra le mani come sabbia e deposita solo minuscoli granelli in un Paese in cui la classe politica si occupa prima di tutto di se stessa, con un presidente del Consiglio impegnato, fino a poco tempo fa, a negare la gravità e persino l’esistenza stessa della crisi.

L’Italia detiene poco invidiabili primati come quello della disoccupazione giovanile più alta di tutti i Paesi ricchi, è stata, in questo primo, tormentato decennio del XXI secolo, il fanalino di coda dell’Europa e tornerà solo nel 2015 - come dice il Centro studi della stessa Confindustria - ai livelli economici precedenti la crisi.

L’economia italiana delude chi aveva pensato che, per sostenere il futuro produttivo del Paese, bastassero le aziendine del made in Italy e che il patrimonio tecnologico delle grandi imprese potesse esser tranquillamente lasciato deperire oppure altrettanto tranquillamente venduto all’estero, come è accaduto per elettronica, chimica, farmaceutica e tanti altri settori. Che le ricerche di mercato potessero sostituire la ricerca scientifica. Che un elevato livello di buon gusto potesse prevalere su un mediocre livello tecnologico. Che il Paese potesse avere un futuro trasformandosi in una gigantesca boutique.

L’economia italiana delude chi aveva pensato che tutto potesse aggiustarsi da sé, che la presenza di migliaia di imprese in buona salute, nonostante tutto, fosse una garanzia sufficiente della buona salute dell’intero Paese. Non è così, purtroppo: le imprese in buona salute operano generalmente in settori a bassa produttività e costituiscono una parte complessivamente piccola del totale, mentre i settori a elevata produttività sono assai poco presenti nella Penisola. Per questo, quando si tirano le somme, l’Italia tende ormai a essere superata da quasi tutti i Paesi dell’Ocse.

In quest’Italia che delude tutti sono responsabili di una fetta, grande o piccola, della delusione collettiva. Se la maggiore responsabilità tocca alla classe politica nel suo complesso - opposizioni comprese, quindi - per il suo colpevole estraniarsi dalle vicende di tutti i giorni del Paese, non possono chiamarsi fuori le forze sindacali, gli stessi imprenditori, e più in generale un mondo culturale che si guarda troppo poco attorno. Se ciascuno facesse l’esame di coscienza si accorgerebbe di aver agito con orizzonti miopi, di aver trascurato le esigenze dei giovani, di aver sopportato troppo a lungo ritardi e inefficienze - a cominciare dalle proprie -, di non aver premuto abbastanza fortemente il pulsante dell’allarme.

Purtroppo l’Italia rischia di deludere ancora di più guardando al futuro. L’analisi del Centro studi Confindustria non fa sconti e dice chiaramente che l’attività produttiva rimarrà debole a lungo e che l’orizzonte dell’occupazione è privo di facili speranze di un riassetto rapido. Queste debolezze dovrebbero essere poste sul tavolo del governo: il recupero di tassi accettabili di crescita e il ritorno a tassi accettabili di disoccupazione dovrebbero diventare il requisito essenziale di qualsiasi discorso politico, L’accordo su queste priorità economiche e sui cambiamenti necessari per metterle in pratica dovrebbero costituire una premessa alle intese su maggioranze di governo soltanto aritmetiche, l’inizio e non la fine, spesso distratta e svogliata, dei discorsi programmatici.

Le cose da fare sono molte e tutte piuttosto scomode. Hanno in comune la necessità di mettere sul piatto la rinuncia a posizioni consolidate, alla pretesa di nuove spese pubbliche. Agricoltori e liberi professionisti dovrebbero essere consci di godere di normative fiscali generose (i primi) e di limitazioni alla competitività a proprio vantaggio (i secondi) che si traducono in oneri maggiori per il Paese; il mondo del lavoro dovrebbe percorrere con più coraggio il cammino verso una maggiore flessibilità in cambio di maggiori investimenti; quello delle imprese dovrebbe mostrare maggiore lungimiranza e rischiare di più con capitali propri. Occorre inoltre esigere dal mondo della politica una riduzione consistenti dei suoi costi di funzionamento.

È necessaria una generale «conversione» del Paese, tanto più urgente in quanto le tempeste finanziarie mondiali continuano: per ora ci troviamo in un’area di relativa calma ma potremmo essere chiamati a contribuire finanziariamente alla salvezza del sistema, in maniera proporzionale alle nostre considerevoli dimensioni economiche, a cominciare dall’aumento di capitale della Banca Centrale Europea, reso noto ieri. La solidità di fondo del Paese, dovuta alla presenza di forti risparmi familiari, che compensano un debito pubblico consolidato assai grande ma in crescita lenta, potrebbe non essere sufficiente.

Su queste linee, dal voto di sfiducia mancato di tre giorni fa occorrerebbe passare a un voto di fiducia su un programma che contrasti alla radice i mali strutturali dell’economia italiana. Il problema della maggioranza di governo potrebbe risultare secondario. L’importante è rendersi conto che i piccoli aggiustamenti e le mezze misure non bastano più.

mario.deaglio@unito.it

lunedì 13 dicembre 2010

Ma l'euro da solo non basta


MARIO DEAGLIO

Quella che oggi si apre dovrebbe essere la settimana cruciale della politica, ma potrebbe anche risultare la settimana cruciale dell’euro. In Italia si valuterà la capacità di tenuta del presidente del Consiglio, ma sui mercati finanziari si valuterà la tenuta della moneta europea, prima scesa, poi rimbalzata, poi nuovamente debole dopo la faticosa messa a punto di una politica in favore dei Paesi maggiormente a rischio della zona euro.

Ebbene, diciamolo francamente: alla maggioranza degli italiani, e forse degli europei, l’euro non è simpatico e se ne parla male qualunque cosa succeda. Se il cambio si rafforza, ecco le critiche perché i prodotti esportati fuori della zona diventano automaticamente più cari, le vendite diminuiscono e la crescita rallenta; se il cambio si indebolisce, e quindi si pagano più cari gli acquisti extraeuropei, sono immediati i timori che il rialzo dei prezzi dei beni importati inneschi l’inflazione. E chi fa sommessamente presente che l’euro ci ha dato dieci anni senza inflazione si sente rispondere che gli indici dei prezzi sono sbagliati e che gli aumenti «veri» sono molto superiori. Se mai l’euro dovesse scomparire - un’ipotesi del tutto irrealistica - ci sarebbero moltissime preoccupazioni ma poche lacrime.

E questo perché, essendo frutto di un compromesso, nessuno Paese percepisce veramente l’euro come la propria moneta. I tedeschi rimpiangono il loro amatissimo marco, alla cui ombra potente pagavano volentieri più della loro quota del costo complessivo dell’Unione Europea; gli altri europei, e i francesi in particolare, borbottano sottovoce che l’abbandono del marco ha rappresentato la contropartita del «sì» europeo all’unificazione tedesca e che era inteso che i tedeschi avrebbero continuato a finanziare l’Europa senza proteste; agli italiani, poi, in fondo non dispiaceva la sagra degli zeri, preferivano sentirsi milionari nelle vecchie lire che vivere con mille euro al mese anche se con minore inflazione. Per tutti l’euro evoca più doveri che piaceri, un mondo grigio e ordinato in cui i conti devono tornare.

Il nocciolo duro della questione è tutto qui. In questi giorni è stato autorevolmente detto da più parti, con allarmismo ingiustificato, che, se l’euro dovesse finir male, l’Europa smetterebbe di esistere. E’ necessario ribaltare la questione: perché l’euro vada davvero bene, bisogna dare un senso all’Europa. L’euro ha rappresentato un’operazione inedita nella storia, e precisamente il tentativo di avviare un’identità comune non già attraverso l’eredità culturale del passato, la religione, la lingua ma, appunto, attraverso la moneta. Va detto che l’euro ha fatto bene la sua parte e dal punto di vista tecnico non lascia certo a desiderare. Ora però la sua spinta iniziale si è esaurita e non può trainare indefinitamente un continente svogliato: una moneta europea richiede una gestione europea, e non più nazionale, dell’economia. Questo implica sia l’esistenza di un ministro europeo dell’Economia, non previsto né dal fallito progetto di costituzione né dal trattato di Lisbona, sia almeno un embrione di tassazione europea. Nessun governo li accetta volentieri perché perderebbe la parte di sovranità che maggiormente sta a cuore ai politici: la facoltà di decidere come tassare e come spendere, a chi far pagare e chi beneficare.

Questo vuoto non può durare a lungo, siamo su un piano inclinato e se non andiamo avanti scivoleremo all’indietro. Andare avanti significa appunto trasferire una parte, inizialmente piccola, delle entrate fiscali a un governo centrale europeo che sia qualcosa di più dell’attuale Commissione. Con queste entrate il governo centrale europeo dovrà provvedere a spese a carattere generale, sottraendole ai governi nazionali. La scelta è ampia: dal controllo dell’immigrazione alla ricerca scientifica, dalla protezione civile alla sanità di base, ad alcuni segmenti della difesa. L'importante è che si cominci; invece tutti sono distratti da questioni nazionali e gli italiani avranno questa settimana la mega-distrazione del voto di fiducia mentre i problemi si accumulano per chi si troverà al timone dopo il voto di fiducia.

Solo in quest’ottica generale ha un vero significato, al di là dell’utilità come espediente congiunturale, la proposta Juncker-Tremonti sull’emissione degli E-bonds, ossia di titoli sovrani di debito non solo da parte di singoli Stati ma anche da parte dell’Unione Europea. I nuovi titoli non dovrebbero servire soltanto a scopi di stabilizzazione finanziaria ma anche al finanziamento di progetti europei, a cominciare dal campo delle infrastrutture. Si dovrebbe procedere, così come è successo nella storia degli Stati Uniti, alla determinazione di diversi livelli di finanza pubblica, uno europeo, uno nazionale e forse anche uno regionale. Il federalismo miope in cui ciascun Paese fa da sé, come se l’Europa e il mondo non esistessero è comunque destinato al fallimento. Quale che sia l’esito del voto di fiducia.

mario.deaglio@unito.it

mercoledì 1 dicembre 2010

Il nodo diventa sempre più stretto


MARIO DEAGLIO

E’ ormai diffusa la sensazione che, dalla finanza mondiale alle politiche nazionali, molti nodi stiano venendo al pettine; quando il nodo è troppo complesso, il pettine non lo scioglie ma strappa i capelli. In maniera analoga, i molti e intricati problemi di oggi potrebbero risolversi con «strappi», o discontinuità, alle regole, alle procedure, alle convenzioni, agli equilibri di potere economico e politico.

Tutto ciò vale, prima di tutto, per la finanza internazionale, squassata da crescenti manifestazioni di debolezza e singolarmente incapace di trovare una via d’uscita per conto proprio.

E’ possibile leggere queste manifestazioni di debolezza, e, in particolare, quella dell’euro, come il risultato di due evoluzioni parallele. La prima è di tipo finanziario e ha alla base l’incredibile incapacità dei grandi istituti bancari internazionali di comprendere la natura e le dimensioni della natura della crisi in atto. Dopo essere stati salvati dal collasso - soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna - grazie all’intervento dei governi, con risorse finanziarie che dovranno essere restituite da generazioni future di contribuenti, hanno ripreso a fare le stesse operazioni di prima, come prima, in assenza di controlli adeguati. Si è creata così un’insanabile contraddizione tra gli esami severissimi cui sono sottoposti i conti pubblici di paesi come Irlanda, Portogallo e Grecia e i controlli leggeri e molto tolleranti sulle grandi banche internazionali i cui conti hanno spesso dimensioni superiori a quella dei bilanci pubblici dei paesi predetti; tra banche alle quali le autorità pubbliche hanno generosamente prestato, senza precisi limiti di tempo, e paesi dai quali si pretendono misure socialmente durissime in cambio di prestiti spesso esosi e relativamente scarsi.

In questa situazione generale si colloca la particolare evoluzione negativa dell’Europa che ha inizio tra il maggio e il giugno 2005, quando gli elettori francesi e olandesi bocciarono nettamente, in due referendum, il progetto di costituzione europea. Come costituzione forse non era un granché, ma in questo modo la creazione di uno «Stato» europeo è stata congelata e l’Europa si è trovata all’appuntamento della crisi come un pachiderma impotente e cieco. Impotente perché privo degli strumenti necessari per governare un grande sistema economico-finanziario, com’è quello dell’euro; cieco perché all’Europa mancano non solo gli strumenti per reagire ma anche quelli per conoscere la vera consistenza dei prodotti finanziari che contengono titoli «infetti», ossia provenienti dai Paesi dell’area euro in particolare difficoltà. Tutto ciò costringe a laboriose e incerte riunioni a Bruxelles con troppi partecipanti e troppi rinvii su argomenti che richiederebbero decisioni rapide e sicure.

A una simile situazione di debolezza si aggiunge la crescente abitudine dei vertici europei di diffondere messaggi di pericolo incombente sull’euro, incuranti del fatto che i mezzi d’informazione inevitabilmente amplificano - e talora distorcono - questi messaggi, accentuando le paure degli operatori e accrescendo i pericoli per il sistema. Di conseguenza aumenta la preoccupazione per il cambio in discesa dell’euro, anche se i livelli ai quali è ora quotato erano ritenuti soddisfacenti qualche mese fa e, per rifinanziare i titoli pubblici in scadenza, i paesi in difficoltà devono pagare un «premio per il rischio» ormai a livelli record, sottraendo così risorse alla spesa pubblica.

La debolezza dell’euro è almeno in parte frutto di questa situazione mentre sussistono interrogativi più sostanziali sulla tollerabilità sociale delle manovre finanziarie imposte a Grecia e Irlanda, e forse in un prossimo futuro anche a Portogallo e Spagna; a questi Paesi viene prescritto di rientrare dal proprio eccesso di debito in 3-4 anni, con inevitabile disoccupazione e una generale, grave sofferenza sociale. Se si diffondesse la convinzione - giusta o sbagliata - che tutto ciò avviene in primo luogo per rafforzare i bilanci delle grandi banche, potremmo trovarci di fronte a un rigetto politico di manovre di risanamento troppo dure.

In un simile, burrascoso contesto l’Italia si trova - non si sa per quanto tempo ancora - in una zona di relativa calma. E questo sia perché il debito pubblico italiano, per quanto elevato, è molto stabile sia perché le banche italiane non sono entrate, o sono entrate in maniera del tutto marginale, nel girone caldo della finanza internazionale e per conseguenza l’esposizione italiana al rischio dei quattro Paesi sopra indicati è minima. Dopo il recente, lusinghiero risultato di un’asta importante di titoli del debito pubblico italiano i mercati finanziari hanno però manifestato dubbi e preoccupazioni, forse collegabili all’incertezza - che ha del grottesco - della situazione politica del Paese. E qui il cerchio si chiude: per motivi di finanza internazionale, la crisi politica di fatto in cui si trova l’Italia non può essere aperta al buio né esser gestita come se il debito pubblico italiano non esistesse e non fosse, per circa metà, in mani estere. E’ difficile sciogliere questi nodi sempre più aggrovigliati ma qualche tentativo deve essere fatto. Prima che questi vengano sciolti strappando i capelli e procurando un male non necessario.

mario.deaglio@unito.it

sabato 13 novembre 2010

L'Italia nel mezzo di due crisi


MARIO DEAGLIO

Una crisi di governo al buio nel bel mezzo di una crisi economica mondiale al buio: è questo il rischio che correrà l’Italia se la classe politica continuerà ad occuparsi soprattutto delle proprie questioni interne. L’Italia si trova infatti - e continuerà a trovarsi nelle prossime settimane - a un poco invidiabile crocevia tra la grande tempesta economico-finanziaria mondiale e le bufere politiche interne. Per quanto riguarda il quadro internazionale, la riunione del G20 chiusasi ieri a Seul pone la parola fine alle speranze di un’uscita «facile» dalla crisi.

Quelle speranze che erano state accese dalla riunione del G20 di Londra della primavera 2009. Allora tutti sembravano andare d’accordo su una ricetta di marca anglo-americana che comportava il sostegno alle grandi banche in difficoltà, una considerevole iniezione di liquidità nell’economia degli Stati Uniti e in quelle di buona parte d’Europa, nella diffusa convinzione che in questo modo l’economia sarebbe ripartita e tutto sarebbe tornato come prima.

Come ben sappiamo, le cose non sono andate così: la realtà ha tradito le speranze, la ripresa è risultata asfittica, sta rallentando invece di accelerare, come mostrano anche i dati sul prodotto lordo italiano resi noti ieri. Nei Paesi ricchi ha lasciato sul terreno alcune decine di milioni di posti di lavoro, con poche prospettive concrete di poter riassorbire questa nuova disoccupazione, e con un peggioramento delle condizioni di molte categorie di lavoratori e delle prospettive dei giovani. Un vasto e disordinato dissenso comincia a emergere, con gli scioperi francesi di ottobre, le elezioni americane di Midterm e fenomeni come la devastazione, alcuni giorni fa, della sede centrale del partito conservatore inglese.

Di fronte a queste difficoltà, gli Stati Uniti hanno reagito come in altre crisi, ossia ponendo il resto del mondo di fronte a un fatto compiuto. Senza consultare nessuno hanno infatti deciso di mettere in circolazione - mediante la sottoscrizione di titoli governativi da parte della banca centrale - un’enorme quantità di dollari. Questa grande iniezione di liquidità potrebbe rilanciare l’economia americana ma anche far cadere il cambio del dollaro, penalizzando i Paesi come la Cina che ne posseggono enormi quantità. Gli Stati Uniti mostrano così un’incapacità culturale, prima ancora che economica, a comprendere che il mondo è cambiato e che gli altri Paesi non accettano più senza reagire quanto viene stabilito a Washington.

E infatti, dietro ai sorrisi e alle buone parole dei comunicati di Seul, gli Stati Uniti hanno dovuto incassare il «no» della Cina a una drastica rivalutazione della propria moneta. La stessa Cina, insieme a Taiwan, adotterà misure restrittive per evitare l’afflusso di capitali americani, cosa che il Brasile, dal canto suo, ha già fatto, mentre anche la fedelissima Corea del Sud ha respinto un accordo commerciale con gli Stati Uniti e l’Europa ha preso garbatamente ma decisamente le distanze. Prevale, quindi, un clima non solo di confusione ma anche di divisioni, di contrasti. Il che lascia purtroppo prevedere, per l’insieme dei Paesi ricchi, un altro periodo di crescita stentata, in un clima di incertezza e senza alcun riassorbimento dell’occupazione.

Questo quadro fosco chiama in causa soprattutto i Paesi europei gravati da posizioni debitorie difficilmente sostenibili, come la Grecia e l’Irlanda che - quali che siano le colpe passate delle loro politiche economiche - si trovano impegnati in sforzi sovrumani per rimettere a posto i loro conti pubblici. E qui dal ciclone dell’economia mondiale si arriva alle tempeste, più moderate ma molto serie, di un’Italia, affetta da una cronica e grave ampiezza del debito pubblico che, come è stato annunciato ieri, ha toccato un nuovo massimo anche a seguito dello scarso gettito, conseguenza della debolezza della ripresa. Non si può trascurare che ieri il «rischio Italia» ha fatto momentaneamente capolino nelle quotazioni del debito pubblico italiano quando il differenziale di rendimento tra i titoli pubblici italiani e tedeschi ha toccato un massimo storico, per poi fortunatamente ripiegare. E che i movimenti delle quotazioni possono dipendere non solo dalla situazione economico-finanziaria ma anche dalla situazione politica.

È un campanello d’allarme: non solo è necessario approvare la legge finanziaria, come ha ricordato il presidente Napolitano, ma è indispensabile che, quale che sia la configurazione politica che emergerà dall’attuale tormentato periodo, il rispetto degli accordi europei sul rientro dagli attuali livelli di deficit e di debito deve essere assicurato. Questo significa che, nella nuova situazione, la Finanziaria non potrà essere riscritta e che qualsiasi allentamento su un capitolo di spesa dovrà essere controbilanciato da un inasprimento su un altro capitolo. Al voto di fiducia parlamentare, il futuro governo dovrà aggiungere un voto di fiducia della finanza internazionale; dovrà quindi apparire credibile e sostenibile non solo alle Camere ma anche alle Borse, chiamate a rifinanziare, per centinaia di miliardi di euro, i titoli pubblici italiani in scadenza.

mario.deaglio@unito.it

mercoledì 20 ottobre 2010

All'Europa mancano i governi


MARIO DEAGLIO

Un’Europa virtuosa, con i bilanci pubblici a posto e l’inflazione sotto controllo, un’Europa solida, dalle tecnologie avanzatissime e dalla moneta immacolata, ben presente negli scambi mondiali e bene ordinata al suo interno.

È questo il progetto sommariamente delineato, due giorni fa, a Strasburgo durante una riunione, tesa e lunghissima, dei ministri economici e finanziari.

Per la verità, tedeschi e «nordici», che sono i principali fautori di questo progetto, hanno fatto qualche concessione ai Paesi un po’ «vivaci» e un po’ caotici, come l’Italia, perennemente disordinati, con i conti pubblici non in ordine ma con famiglie che possono vantare un risparmio di entità superiore a quello delle famiglie tedesche. Purché anche questi italiani sbarazzini si adeguino al modello dominante.

Il giorno dopo quest’accordo, ossia ieri, si è svolto in Francia il sesto sciopero generale che può essere considerato - anche se non intenzionalmente - come il rigetto di questa visione dell’Europa. È infatti parte di un’imponente azione contro la riforma delle pensioni, premessa indispensabile perché i conti pubblici francesi possano avere qualche speranza di sostenibilità nel lungo periodo. Tre milioni e mezzo di persone secondo i sindacati, poco più di un milione secondo la polizia, hanno partecipato a cortei e manifestazioni con numerosi incidenti, mentre i Tir a passo di lumaca, gli scioperi delle raffinerie e la conseguente penuria di carburante non solo stanno mettendo a rischio la normale operatività del Paese ma stanno anche ponendo interrogativi importanti sul futuro, non certo solo francese, ma dell’intera Europa. Non a caso, l’euro, che avrebbe dovuto rafforzarsi alla notizia del nuovo patto - per nulla scontato alla vigilia - ha invece subito una netta battuta d’arresto per la paura di un nuovo «mal francese».

Di fronte all’accordo di Strasburgo non è quindi sufficiente che gli italiani si chiedano che cosa ci «guadagna» e che cosa ci «perde» l’Italia in termini di politica fiscale, ossia quanto spazio può restare per aumentare (o non ridurre) la spesa pubblica nei prossimi anni. E neppure porta molto lontano l’invito del governatore della Banca Centrale Europea - in un’intervista a La Stampa del 17 ottobre - alla sobrietà finanziaria e alla rapida riduzione del debito pubblico. Non si tratta di una partita tra l’Italia e il resto d’Europa, occorre inserire l’accordo finanziario in un più ampio quadro europeo.

Accanto alla sostenibilità finanziaria esiste, infatti, la sostenibilità sociale. Sulla sostenibilità finanziaria si sono fatti moltissimi studi; della sostenibilità sociale si conosce assai poco in un contesto in cui gli stili di vita, i rapporti e le aggregazioni delle persone sono profondamente cambiati. Gli eventi francesi di questi giorni mostrano che senza accettazione sociale, le misure necessarie alla sostenibilità finanziaria possono essere clamorosamente rigettate dalla «piazza» o forse pericolosamente annacquate. Occorre ricordare che proprio il popolo francese, con il suo «no» al referendum aveva, già nel 2005, affossato la nuova costituzione europea; e, tra i motivi di quel «no», indicati dai votanti in un sondaggio, al primo posto (46 per cento delle risposte) c’era la paura che, con la nuova legge fondamentale, la disoccupazione sarebbe peggiorata.

Va ugualmente ricordato che l’Italia ha accettato un elevato (e giustificato) prezzo per entrare nell’euro. Le regole finanziarie hanno radicalmente ridotto la crescita economica e reso problematica la nuova occupazione. Si sono così create tensioni che, in una società con una fortissima, forse eccessiva, capacità di adattamento, come quella italiana, non hanno provocato - almeno finora - esplosioni di malcontento dell’entità e della gravità di quelle francesi. Nel pasticciato stile italiano, in maniera complessivamente bipartisan e con un processo di quasi vent’anni gli italiani hanno «digerito» quelle riforme indispensabili che i francesi si apprestano a varare con moltissima difficoltà.

In definitiva, non basta certo la «purezza finanziaria» dei tedeschi di oggi - che pure nasconde alcuni punti di debolezza - così come non è certo demoniaco il rifiuto di moltissimi francesi a una radicale riforma pensionistica. Entrambi, portati all’estremo, hanno il potere di indebolire un’Europa che ha finora compiuto abbastanza bene la traversata della grande crisi della globalizzazione. L’Europa, e ciascuno dei Paesi che la compongono, ha bisogno di nuove politiche e di nuovi uomini politici che sappiamo spiegare le esigenze dei bilanci pubblici alla gente e le esigenze della gente al mondo della finanza. Purtroppo, in un continente di governi con maggioranze risicate o sfilacciate, di queste politiche e di questi politici per il momento non si vede neppure l’ombra.

mario.deaglio@unito.it



martedì 17 agosto 2010

La politica dimentica l'economia


MARIO DEAGLIO

Quest’anno la pausa di Ferragosto non è stata caratterizzata, come tradizione, dal silenzio della politica. Rivelazioni e smentite, accuse e controaccuse, zuffe verbali dal linguaggio sempre più truculento hanno turbato il tradizionale riposo estivo degli italiani, molti dei quali hanno ridotto le vacanze, quando non vi hanno rinunciato del tutto, grazie alla crisi. Ed è proprio la crisi, con timori che genera per redditi e livelli di vita di milioni di persone, la grande assente in un dibattito - se così si vuol chiamare un’accozzaglia di dichiarazioni e battute in cui tutti gli intervenuti sembrano ascoltare soltanto se stessi - che ha la caratteristica di rimanere totalmente interno alla classe politica.

Chi si sobbarca la fatica di seguirlo ne ricava l’impressione che l’Italia si trovi in una sorta di vuoto pneumatico invece che immersa in un contesto mondiale in ebollizione in cui fa un po’ di fatica a rimanere a galla; e che la classe politica italiana, in quello che sembra un misto di arroganza e di ignoranza, pensi che il fare e disfare governi e legislature non abbia conseguenze sulla posizione economica internazionale del Paese.

Così come il baloccarsi disinvolto con la prospettiva di nuove elezioni.

Le cose invece non stanno così. L’economia globale è in rapidissimo cambiamento, come dimostra il «sorpasso» del Giappone da parte della Cina, annunciato ieri. Uno sguardo a questi mutamenti vorticosi è sufficiente a mostrare la pericolosità economica di un’eventuale fine anticipata della legislatura nel corso dell’autunno, con elezioni collocate in una data insolita, o anche solo la mancanza di un governo stabile e credibile sul piano della finanza internazionale.

L’instabilità o il vuoto politico potrebbero infatti avere rilevanti ripercussioni negative sulla gestione del debito pubblico italiano. Va ricordato che l’Italia è stata per decenni uno dei maggiori «produttori» di debito pubblico, ossia di titoli sovrani acquistabili sui mercati finanziari ma che, con il generale peggioramento dei bilanci pubblici delle economie avanzate, su questo mercato mondiale del debito l’Italia deve competere molto più duramente di prima con molti Paesi, quali Germania, Francia e Gran Bretagna che devono «piazzare» i propri titoli per avere le risorse necessarie a quadrare i propri bilanci.

Il debito pubblico italiano è complessivamente gestito bene, senza addensamenti eccessivi di scadenze, il che limita la possibilità di grandi ondate speculative, del tipo di quelle che hanno colpito la Grecia e, in misura minore, il Portogallo. E finora l’Italia ha rigorosamente rispettato gli obblighi di disciplina di bilancio - tra i quali il varo della recente manovra - che si era assunta in sede europea. Alcune aste importanti negli ultimi mesi, specialmente quelle di giugno, sono state superate in maniera molto soddisfacente; tra la fine delle ferie e la fine dell’anno, però, vengono a scadere circa 100-120 miliardi di debito, concentrati soprattutto a settembre e a novembre e dovranno essere rifinanziati, ossia sostituiti con titoli nuovi.

Chi li acquisterà? Una parte rilevante - si può stimare un po’ più della metà - sarà sottoscritta da risparmiatori italiani, tradizionalmente attratti da questo prodotto «di casa» (l’impiego di risparmio in debito pubblico è uno dei più importanti comportamenti unificanti dell’Italia di oggi). Il resto dovrà trovare compratori all’estero nelle condizioni concorrenziali e difficili di cui si diceva sopra. Quando devono decidere se - e a che prezzo - acquistare titoli di uno Stato sovrano, i grandi operatori finanziari, tra i quali figurano molte banche centrali, come quella cinese, esaminano a tutto campo la situazione del Paese debitore e in questo esame la stabilità politica e la volontà di rispettare i propri debiti hanno uno spazio molto importante.

Quale sarà la reazione del banchiere cinese, del finanziere americano, dell’analista finanziario che lavora per qualche grande banca internazionale di fronte alle «sparate» dei politici di questi giorni? Gli esperti internazionali che si occupano dell’Italia sono in gran parte abituati alle iperboli, al sarcasmo, alle pesanti ironie, alle punte di volgarità del dibattito politico italiano. La possibilità che tutto questo si possa riflettere sul piano istituzionale senza alcun riguardo per la posizione finanziaria del Paese non potrà però non preoccuparli. E potrebbe indurli a chiedere un «premio», ossia un tasso di interesse sensibilmente maggiore di quello applicato ad altri Paesi che si tradurrebbe, come minimo, in qualche migliaio di miliardi in più di spesa per lo Stato italiano, da recuperare poi con nuova austerità e, nella peggiore delle ipotesi, in una più generale «bocciatura finanziaria» dell’Italia.

Ai politici che in questi giorni così abbondantemente si esprimono deve quindi essere consentito di rivolgere una sommessa preghiera: tengano presente che quando parlano non hanno di fronte solo il pubblico, spesso non troppo numeroso, dei loro sostenitori politici, o i giornalisti desiderosi di riempire spazi che le festività rendono vuoti. Ad ascoltarli, a pesare le loro parole più di quanto essi stessi si rendano conto, c’è tutta la finanza mondiale. Che deciderà se sottoscrivere i nostri titoli di debito anche sulla base delle loro parole e dei loro programmi.

mario.deaglio@unito.it

lunedì 26 luglio 2010

Purchè non sia un tavolino


MARIO DEAGLIO

I cosiddetti «tavoli» ai quali i sindacati, gli imprenditori e i rappresentanti del governo si incontrano e si confrontano sono una buona cosa in quanto l’alternativa è spesso uno sciopero «al buio», ossia senza che una parte abbia una chiara percezione delle posizioni e dei problemi delle altre. Il «tavolo» che si terrà mercoledì a Torino sul futuro degli stabilimenti italiani della Fiat rischia però di trasformarsi in un «tavolino», ossia di dare ai problemi sul tappeto un’interpretazione riduttiva e specifica, tesa soltanto a stabilire minuziosamente impegni reciproci sulla produzione di singoli impianti e singoli modelli in un arco di tempo necessariamente breve e in condizioni molto incerte, data la congiuntura europea e mondiale. Se così fosse, l’accordo raggiunto terrebbe fino alla prossima situazione di difficoltà, dopo di che si ricomincerebbe da capo con un altro «tavolino». Tra un «tavolino» e l’altro, la posizione competitiva dell’Italia continuerebbe a peggiorare.

E’ stato così nel corso degli ultimi vent’anni. Il «tavolo» di mercoledì sarà un successo se, pur non rinunciando ad affrontare i problemi contingenti, porrà le basi per trattare, nell’ottica dell’economia globale, il problema della sostenibilità del modello sociale europeo - e specificamente della sua variante italiana - caratterizzato da forti componenti non monetarie della retribuzione. Fino a non molti anni fa si pensava che questo modello si sarebbe imposto al mondo: le norme sul lavoro minorile, sulla sicurezza sul lavoro e del posto di lavoro, il graduale e continuo aumento di salari e del tempo libero in cui spendere quei salari avrebbero dimostrato la superiorità di una civiltà europea attenta all’individuo e ai suoi legami con la società.

Come ben sappiamo, le cose non sono andate così. I Paesi emergenti stanno muovendosi verso salari più elevati e forme rudimentali di sicurezza sociale non copiate dall’Europa, ma la produttività del lavoro vi cresce a velocità ben superiore e pertanto le loro esportazioni conquistano sempre nuovi mercati. I lavoratori sono sicuramente sottopagati ma i loro redditi sono fortemente aumentati e possono ragionevolmente sperare che i figli continuino nel miglioramento. I nostri obiettivi sono invece troppo spesso quelli di un decoroso accompagnamento alla pensione di lavoratori anziani senza dare spazio ai giovani mentre con redditi stagnanti il tempo libero rischia di trasformarsi in tempo vuoto. L’Europa, e l’Italia in particolare, più esposta di altri Paesi alla concorrenza diretta degli emergenti, si vede proporre (e forse domani imporre) un sistema in cui si deve lavorare di più e con mansioni più flessibili per retribuzioni pari a quelle di prima.

Le vie percorribili sono sostanzialmente due. La prima via è quella di una sostanziale riscrittura del modello economico-sociale europeo con l’attenuazione della difesa del «posto» di lavoro, non più garantibile nell’attuale contesto mondiale, e l’aumento della difesa del «lavoro», ossia di un’attività mutevole e flessibile: si deve andare verso una garanzia della continuità delle occasioni di lavoro, magari con un salario di cittadinanza, nell’ottica di ottenere e mantenere la produttività necessaria per stare sul mercato globale.

Modelli di questo tipo hanno consentito a diverse economie dell’Europa settentrionale di reggere assai bene all’urto dei Paesi emergenti e di riconvertirsi molto velocemente e con successo. Nessuna di queste esperienze è perfetta e tutte richiedono un supporto notevole di spesa pubblica; pertanto il meccanismo dovrebbe essere introdotto gradualmente e in via sperimentale, a cominciare dai giovani delle aree minacciate dalla crisi industriale. Torino, dove il numero di coloro che compiono diciotto anni è sensibilmente inferiore a coloro che ne compiono sessanta, sarebbe un luogo ideale per cercare di trasformare in «lavoro» - e quindi in prospettive di vita - mediante la garanzia di una continuità di fondo la miriade di «lavoretti» con cui i giovani sopravvivono.

La seconda via è quella del protezionismo moderno, fondato su barriere non tariffarie in grado di impedire l’ingresso delle merci che competono con quelle nazionali. Il protezionismo salva i posti di lavoro minacciati ma il suo costo è molto elevato in quanto riduce o toglie dai mercati numerosi beni stranieri a basso prezzo. Le varie «clausole di salvaguardia» degli accordi commerciali internazionali consentono forme di protezione per un periodo limitato. Sono utili se, nel frattempo, il Paese o il gruppo di Paesi che cerca di proteggersi modifica qualcosa nel suo modello produttivo. Nel caso dell’Italia, a esempio, occorrerebbe semplificare davvero la politica, la burocrazia, la tassazione riducendone il costo - che è spesso un reddito per categorie professionali privilegiate assai più numerose che in altri Paesi - senza far ricadere il peso della ristrutturazione soltanto sui normali lavoratori dipendenti.

Perché il «tavolo» di Torino sia un successo, argomenti di questi tipo dovranno essere affrontati - accanto a quelli più specifici dell’occupazione dei singoli stabilimenti e dei modelli che saranno prodotti, situazione economica permettendo - per essere sviluppati in seguito. La speranza è che ci sia almeno un pizzico di novità, non il solito stanco rituale che ha scandito il nostro declino.

mario.deaglio@unito.it

mercoledì 9 giugno 2010

La crisi continua e cambierà tutto


MARIO DEAGLIO

Non abbiamo scelta, il nostro stile di vita dovrà cambiare - dice il nuovo primo ministro inglese -, le conseguenze delle decisioni che prenderemo toccheranno tutti e si faranno sentire per anni, forse per decenni».

Le parole di David Cameron sono durissime, quasi apocalittiche e segnalano un brusco e imprevisto cambiamento di fondo nella crisi che stiamo attraversando e nel modo di valutarla. Gli fa eco, in maniera apparentemente più moderata ma forse ancora più allarmante nella sostanza, il governatore della banca centrale degli Stati Uniti, Ben Bernanke, il quale annuncia che la ripresa, sulla cui rapidità gli americani hanno pesantemente scommesso, non sta andando troppo bene e che la disoccupazione rimarrà a livelli elevati «per un po’ di tempo».

Pur nella diversità dei toni, le parole di Cameron e Bernanke conducono a un’unica conclusione: l’ottimismo ufficiale sulla crisi, di moda fino a non molte settimane fa, risulta sconfitto dai fatti. Il che significa che i responsabili mondiali della politica economica hanno sbagliato diagnosi, sottovalutato la gravità della situazione e adottato terapie senza effetto. Le stesse persone che avevano annunciato con fiducia l’uscita dalla crisi ora parlano di «seconda caduta» (double-dip). Tutti si muovono al buio e non sanno bene che pesci pigliare e sottolineano che la crisi non passerà tanto presto mentre prima, con uguale disinvoltura, sostenevano che era già passata, o addirittura - è il caso dell’Italia - che non c’era mai stata. Purtroppo, però, nessuno sembra avere alternative valide alle loro politiche, sin qui chiaramente ben poco efficaci.

I motivi di questo brusco aggravamento si possono illustrare abbastanza bene con una metafora medica: nonostante il drenaggio di titoli infetti, effettuato dalle banche centrali negli ultimi diciotto mesi, in quell’enorme organismo che è la finanza mondiale era rimasta in circolo una grande quantità di veleni. Anche per il comportamento scarsamente responsabile di alcune grandi banche e altre organizzazioni finanziarie che operano a livello mondiale - e per la mancanza di controlli severi sulle loro attività - questi veleni hanno intossicato la parte più sensibile del sistema e cioè il comparto del debito pubblico: l’infezione ha cominciato a colpire Paesi piccoli e in pessime condizioni come la Grecia ma sta risalendo in maniera rapidissima fino ai Paesi più grandi e considerati più soli, non esclusi gli stessi Stati Uniti. Deficit pubblici, come quello inglese, quello francese e, forse, quello americano che venivano considerati tollerabili ancora qualche settimana fa ora non lo sono più.

Nei prossimi decenni la finanza pubblica è destinata a peggiorare in tutti i Paesi ricchi. Un maggior controllo dei mercati avrebbe consentito di affrontare queste difficoltà in maniera graduale; sono invece emerse tutte assieme provocando le attuali convulsioni delle Borse. Per conseguenza tutti invocano l’arma dei tagli, condizione forse necessaria al punto in cui siamo arrivati ma certamente non sufficiente, al rilancio della crescita e dello sviluppo, anzi controproducente nel breve periodo. Con i tagli i governi potranno (forse) rimettere in sesto i bilanci pubblici per qualche tempo ma al prezzo di un rinvio indeterminato della data della ripresa.

In altre parole, è difficile, probabilmente impossibile, risanare e rilanciare l’economia senza modifiche importanti del sistema economico-finanziario e queste modifiche al sistema dovranno coinvolgere la Cina. Appena scalfita dalla grande tempesta mondiale, dotata di enormi riserve valutarie, la Cina potrebbe venire in soccorso garantendo il debito pubblico dei Paesi suoi creditori e rivalutando la propria moneta in modo da dare un po’ di fiato alle industrie di mezzo mondo alle corde per la concorrenza cinese. Il Partito Comunista Cinese, però, non salverà gratuitamente il capitalismo di mercato e già si parla, tra le possibili contropartite, di un cinese alla guida del Fondo Monetario Internazionale. In ogni caso, Pechino è il convitato di pietra al tavolo affannato dei Paesi ricchi e tiene in mano una possibile chiave di questa intricata e pericolosa vicenda.

L’altra chiave l’hanno in mano i cittadini-elettori dei Paesi ricchi che, nella grande maggioranza dei casi, mostrano una forte opposizione ai tagli e richiedono protezione per risparmi e posti di lavoro. Questa protezione si può forse accordare - magari mandando a casa chi è al governo come è avvenuto in Gran Bretagna e potrebbe avvenire in questi giorni in Olanda - ma solo al prezzo di chiudere, in maniera più o meno parziale, le frontiere economiche e finanziarie. Il che porterebbe con sé un abbassamento permanente della crescita economica che in alcuni Paesi potrebbe tradursi in stagnazione.

In questa gran tempesta l’Italia si trova in una nicchia relativamente riparata, forse perché è abituata a gestire con un certo successo un debito pubblico enorme (il terzo del mondo per dimensioni) e perché, al fine di far quadrare i conti senza fare alcuna riforma, ha di fatto rinunciato alla crescita economica negli ultimi dieci anni. In Italia c’è relativamente poca occupazione ma relativamente molto risparmio famigliare, in buona parte investito nei titoli del debito pubblico italiano il che conferisce una certa stabilità a questo barcone con popolazione vecchia, destinata a invecchiare ancora. Il vecchio barcone, in altre parole, può riuscire a galleggiare; ma solo al prezzo di diventare sempre più vecchio e sempre più pesante.

mario.deaglio@unito.it

venerdì 12 marzo 2010

Alla fine il conto arriverà


12/3/2010

MARIO DEAGLIO

Quando si fa politica e si è nel mezzo di una campagna elettorale densa, come l’attuale, di incidenti di percorso, è purtroppo facile lasciarsi prendere dalla retorica e far passare in secondo piano, o addirittura maltrattare, le cifre della situazione economica. Proprio per questo si fa un giusto servizio ai lettori mettendo sobriamente a fuoco la situazione, anche se così si richiede loro di confrontarsi con le cifre, peraltro solo apparentemente aride, che pongono in luce le difficoltà oggettive di oggi.

Fatto pari a 100 il valore del 2005, la produzione industriale italiana raggiunse il suo massimo pre-crisi nell’aprile 2008 con il valore di 108,9. La crisi la fece letteralmente precipitare, tanto che nel marzo 2009 si toccò il valore straordinariamente basso di 81,1 con una contrazione del 26 per cento. La risalita successiva appare troppo lenta: ha portato l’indice di gennaio al valore di 87,9, (-19 per cento rispetto ai livelli pre-crisi) e se continueremo a questa velocità ritorneremo ai livelli di anni che oggi ci sembrano dorati non prima della fine del 2013.

E quando ci saremo arrivati, tenuto conto dei normali aumenti della produttività, indispensabili per restare sui mercati internazionali, l’industria - che ha già subito una perdita di oltre 300 mila posti di lavoro - darà lavoro a un numero di persone sensibilmente inferiore a quello di allora.

Se dalla produzione industriale si passa al prodotto lordo (il «mitico» Pil) il discorso di base non cambia anche se le dimensioni della caduta sono fortunatamente minori: dai massimi del primo trimestre 2008 l’Italia ha fatto registrare, insieme a Germania e Regno Unito, una caduta di oltre il 6 per cento. Il successivo rimbalzo è stato così debole e incerto che non possiamo ancora affermare di essere veramente in risalita, anche se numerosi segnali in vari settori produttivi puntano in quella direzione. Proprio per l’incertezza e la debolezza della ripresa, anche in questo caso ci vorranno diversi anni, assai più di quelli necessari agli altri Paesi avanzati, per tornare ai livelli di prima.

La situazione italiana è quindi molto difficile, ma non per questo deve essere drammatizzata; non appare però appropriato che il presidente del Consiglio la minimizzi, affermando sbrigativamente che «è iniziata la risalita». Come fa chi porta i bambini in gita e, a ogni svolta di strada, dice loro che la meta è dietro l’angolo perché non sentano la stanchezza. Gli italiani, come cittadini e come elettori, non meritano di essere trattati da bambini, devono essere posti davanti alla gravità della situazione e alla responsabilità che essa comporta.

Il presidente del Consiglio non è il solo capo di governo che cerca di indorare la pillola; e proprio per questo giunge appropriata la «lavata di capo» che la Banca Centrale Europea (Bce) ha rivolto ieri a tutti i governi della zona euro. La Bce ha il compito di salvaguardare la stabilità monetaria, afferma sostanzialmente che i conti vanno pagati, che, essendo terminata la fase dell’emergenza, non continuerà a immettere liquidità nel sistema economico europeo in grandi quantità come ha fatto finora. La ricreazione è finita, in altre parole, e tutti i Paesi devono rimettersi in regola con i famosi parametri di Maastricht.

A questo punto non basta affidarsi all’ottimismo, sostenere che la crisi è psicologica, o che addirittura non esiste; anche perché la caduta produttiva europea ha le sue origini nel forte calo delle esportazioni più che dei consumi interni e contro di esso non bastano consumatori più allegri. Il presidente del Consiglio - e con lui gli altri capi di governo europei - dica chiaramente se ritiene di seguire la strada indicata dalla Banca Centrale oppure preferisce non accettare questa guida molto ortodossa e molto «noiosa» che obbligherebbe a «fare le riforme». «Fare le riforme» è nulla più di un eufemismo per dire che, non solo in Italia ma in tutti i Paesi europei, occorre ridurre sensibilmente, a parità di servizi erogati, il numero dei pubblici dipendenti, aumentare la concorrenza nelle professioni cosiddette «libere», far calare le aspettative pensionistiche e forse anche una parte delle pensioni attuali. Si tratta insomma, sia pure in dosi più limitate, della «ricetta greca» che viene visceralmente rifiutata nelle strade di Atene e Salonicco.

Se non si vuole seguire quella strada, un’alternativa c’è, pericolosa e alquanto eretica ma forse politicamente più accettabile. L’ha delineata Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, e comporta la cosciente accettazione di un tasso di inflazione sensibilmente più alto dell’attuale (il 4 per cento); quest’inflazione dovrebbe essere controllata, agirebbe da anestetico e consentirebbe di lenire la durezza delle riforme, «spalmandola» su un numero maggiore di anni. Si tratta naturalmente di una strada pericolosa perché, una volta lasciata fuori dalla sua gabbia, non è sicuro che l’inflazione sia controllabile.

In definitiva, in questa situazione i politici sono chiamati a fare i politici: a prendere delle decisioni e assumersene le responsabilità. Non a risolvere tutto con qualche battuta, sperando che questa metta il buon umore a cittadini giustamente preoccupati.

mario.deaglio@unito.it

venerdì 30 ottobre 2009

Niente sarà più come prima


30/10/2009
MARIO DEAGLIO


Il prodotto interno lordo italiano è caduto al livello di dieci anni fa, la produzione industriale italiana, con il suo balzo all’indietro del venticinque per cento rispetto al marzo 2008, è precipitata al livello addirittura di vent’anni fa. Lo ha osservato ieri il governatore della Banca d’Italia nel suo intervento in occasione della Giornata Mondiale del Risparmio.

Proiettate su questo sfondo sgradevole ma ineludibile, le polemiche relative al taglio dell’Irap appaiono piuttosto meschine, prive del grande respiro necessario per uscire bene dalla crisi.

Occorre infatti osservare che mentre la caduta produttiva è stata all’incirca uguale per tutti i Paesi avanzati - si colloca attorno al 5 - 6 per cento del prodotto lordo rispetto agli ultimi valori pre-crisi - per economie come quelle tedesca, francese e americana che normalmente crescono dell’1,5 - 2,5 per cento l’anno, ci vorranno 2-4 anni per tornare ai livelli produttivi precedenti, sempre che la fragilissima tendenza positiva degli ultimi 2-3 mesi si consolidi davvero. L’Italia, al contrario, se dovesse tornare alla crescita a passo di lumaca alla quale ci siamo abituati negli ultimi anni, ci metterebbe cinque, forse sette anni per recuperare il livello di prodotto per abitante del 2007-08: sette anni di vacche magre che seguirebbero a sette anni di vacche solo apparentemente grasse durante le quali non abbiamo messo quasi nulla nei granai.

Ci ritroviamo, infatti, non solo con una popolazione invecchiata ma anche con meccanismi economici e fiscali arrugginiti e con settori in cui punte di straordinaria eccellenza convivono con ampie zone di quasi altrettanto straordinaria mediocrità, con imprese che fanno fatica a muoversi in un panorama mondiale divenuto sempre più competitivo senza avere alle spalle il tipo di supporto sul quale possono contare le loro concorrenti di altri paesi.

Eppure riusciamo solo a pensare - e per di più disordinatamente - al futuro immediato. A trattare l’Irap soltanto come possibile oggetto di «sforbiciate» che tocchino, senza distinzione tra «buoni» e «cattivi», tutte le piccole o medie imprese non porterebbe ad alcun vero vantaggio. Tali «sforbiciate» non migliorerebbero, infatti, la situazione italiana di fronte a concorrenti che, grazie a bilanci pubblici decisamente più solidi e a visioni strategiche più chiare, hanno già messo in atto efficaci politiche di riqualificazione industriale.

E’ deleterio che ci si limiti a parlare dell’Irap in termini di riduzione di quantità e non invece di aumento di «qualità», di modificazione profonda. Occorrerebbe partire dalla constatazione che, quale che sia il giudizio storico che se ne vuol dare, l’Irap è oggi un’imposta inadatta alle condizioni congiunturali e strutturali in cui si trova l’economia italiana, con forti effetti collaterali negativi sulle imprese. A parità di gettito, è sicuramente possibile immaginarne una maggiormente capace di stimolare investimenti e crescita e, in definitiva, di favorire l’occupazione. Basterebbe, all’occorrenza «copiare» a piene mani i meccanismi fiscali tedesco e francese di tassazione delle imprese.

Più ancora del boccon di pane eventualmente dato a imprese affamate con una «sforbiciata» che costerebbe comunque diversi miliardi di euro, è importante uno strumento che permetta alle imprese buone di crescere e a quelle meno buone di essere assorbite o ristrutturate. E occorrerebbero punti di riferimento, l’individuazione di settori nei quali si vorrebbe crescere, di strade da percorrere e obiettivi da raggiungere. Su tutto questo, né dalla maggioranza né dall’opposizione pare esser stata avviata alcuna riflessione veramente importante. L’accenno fatto dal ministro dell’Economia durante la stessa Giornata Mondiale del Risparmio per «uno o più fondi di assistenza all’impresa per il rapporto tra debito e patrimonio» potrebbe contenere qualche novità interessante ma è un fiorellino solitario e striminzito in una landa deserta. Ed appare particolarmente infelice il termine «assistenza»: non abbiamo bisogno di un’economia assistita ma di fornire un sostegno che compensi le maggiori difficoltà strutturali delle imprese italiane rispetto a quelle degli altri Paesi.

Il Paese appare quindi impreparato ad affrontare i propri problemi del lungo periodo. Purtroppo lo stesso si può dire anche per il breve periodo, dove la minaccia reale, enunciata chiaramente dalla presidente di Confindustria, è quella del collasso, entro brevissimo termine, di una parte consistente del tessuto delle imprese piccole e medie non tanto o non solo per incapacità propria quanto per motivi di liquidità legati a fattori esterni: rimborsi fiscali in irrimediabile ritardo fanno il paio con forniture non pagate, magari dalle stesse amministrazioni pubbliche che dovrebbero occuparsi della buona salute delle imprese. Se il governo vuole davvero far qualcosa, in primo luogo paghi i debiti commerciali; e riformi una legge ormai infelice. Con la consapevolezza che la partita sarà in ogni caso molto difficile. Come ha detto il governatore della Banca d’Italia parlando della situazione mondiale, «le cose non torneranno come prima».

mario.deaglio@unito.it

mercoledì 14 ottobre 2009

La verità che nessuno vuole sentire


14/10/2009
MARIO DEAGLIO


L’attenzione del mondo politico e dell’opinione pubblica risulta così terribilmente schiacciata sul presente, così interessata alle minuzie della polemica spicciola da respingere o mal tollerare prospettive più ampie. E così un’osservazione pressoché ovvia dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nel corso della sua lezione tenuta ieri al Cerp-Collegio Carlo Alberto ha scatenato un putiferio.

Parlando sui «motivi dell’assicurazione sociale», il Governatore ha osservato che, con l’aumento della durata della vita, le pensioni erogate dal sistema pubblico - ossia principalmente dall’Inps e dall’Inpdap - saranno più basse rispetto ai salari, di quelle erogate finora.

Come previsto dalla riforma, si tratta di pensioni eque da un punto di vista attuariale, ossia corrispondenti all’ammontare complessivo dei contributi versato da ciascun lavoratore commisurate alla durata attesa della vita al momento del pensionamento. La loro diminuita consistenza in rapporto al salario dovrebbe essere evidente perché, se si vive più a lungo, i versamenti effettuati durante tutto l’arco di una vita di lavoro di durata invariata devono essere spalmati su un numero maggiore di anni di pensionamento; come dovrebbe essere evidente, anche se è scomodo ricordarlo, che le categorie anziane, in pensione con l’attuale sistema di transizione, ricevono una parte di pensione in più di quella a cui avrebbero «diritto» sulla base dei versamenti effettuati e della loro probabilità di sopravvivenza.

Draghi ha poi tratto la naturale conclusione di questa premessa che gli italiani preferirebbero non sentire mai e che per i politici è come un brutto sogno che preferiscono rimuovere subito: «Per assicurare prestazioni di importo adeguato a un numero crescente di pensionati è quindi indispensabile un aumento significativo dell’età media effettiva di pensionamento». Il ragionamento non fa una grinza e con la matematica è bene non scherzare. Del resto, l’allungamento della vita lavorativa è una tendenza non solo italiana ma comune a tutti i Paesi avanzati le cui popolazioni sono in fase di invecchiamento; la Gran Bretagna porterà l’età di pensionamento a 66 anni entro il 2020 e addirittura a 69 anni entro i tre decenni successivi; la Germania ha già deciso il pensionamento a 66 anni; la Francia si sta muovendo nella stessa direzione.

L’allungamento della vita lavorativa, del resto, corrisponde a un certo concetto di equità: in media, chi va in pensione adesso vive qualche anno in più (e con un livello di salute migliore) di quanto era previsto quando ha cominciato a lavorare. Perché tutto questo bonus di vita deve andare al pensionamento, ossia a una fase inattiva della vita a carico della collettività, e perché invece una parte non dovrebbe essere dedicata al proseguimento della vita lavorativa per ripagare il costo della pensione che gli anni bonus comportano?

Eppure l’idea di toccare un caposaldo della società italiana ha unito per miracolo destra e sinistra nella difesa dell’esistente. Da parte governativa, il ministro del Lavoro, cui si è associato il presidente dell’Inps, assicurano che «il sistema tiene». Certo, il sistema tiene, ma precisamente con pensioni che saranno, rispetto ai salari, sensibilmente più basse delle attuali, a regime del 15-20 per cento, una scomoda verità che non viene quasi mai esplicitamente spiegata a chi ha meno di quarant’anni. Al momento in cui si ritireranno dal lavoro, questi lavoratori - a meno di una pensione aggiuntiva, pagata con minori consumi di oggi - vedranno i propri redditi ridursi in misura molto maggiore dei lavoratori di oggi. Da parte sindacale si invoca un «tavolo per risolvere tutti i problemi», indubbiamente un tavolo che dovrebbe avere proprietà taumaturgiche se riuscirà a non toccare l’età pensionabile e che potrebbe servire più facilmente a rinviare tutto.

Sarebbe bene che questo Paese ponesse più attenzione alle proprie prospettive. Nel 2030, una scadenza poi non tanto lontana, un italiano su quattro avrà più di 65 anni e di questi la metà sarà ancora in vita vent’anni più tardi se uomini, ventiquattro anni se donne. E circa cinque milioni di italiani (su una popolazione di poco più di sessanta) saranno ultraottantenni, il doppio dei valori attuali mentre i giovani sotto i 14 anni saranno appena 7-8 milioni. E tutto questo nell’ipotesi di un’immigrazione netta di circa 200 mila persone l’anno che attenuerà un poco l’effetto dell’invecchiamento.

Nessuna politica di crescita di lungo termine è realmente tenibile in una situazione del genere se non si prevede la disponibilità di nuove forze di lavoro, il che in Italia significa maggiore occupazione femminile e più elevata età di pensionamento. Può sembrare paradossale in un momento di crisi come questo, in cui i posti di lavoro si stanno purtroppo rapidamente riducendo; ma i governi e le forze politiche dovrebbero avere la capacità di guardare oltre le crisi. E mentre per altri Paesi l’orizzonte del dopo-crisi, quando finalmente verrà, è quello di una ripresa abbastanza sicura della crescita, per l’Italia la situazione è molto più problematica. Stiamo tutti aggrappati al nostro attuale piatto di lenticchie, attentissimi a non farcene portar via neppure una e rischiamo così una rinuncia inconsapevole, ma non per questo meno grave, ad avere un futuro.

mario.deaglio@unito.it

giovedì 14 maggio 2009

La vittoria di Roma


14/5/2009
MARIO DEAGLIO


Gli ultimi dubbi sono caduti. I lombardi che vorranno andare in America e in Cina non potranno più partire dal loro «aeroporto di casa».

E anche per recarsi in molte destinazioni europee dovranno «cambiare» a Fiumicino, o, se preferiscono, a Francoforte, Parigi, Londra. Come fanno da anni i piemontesi, i liguri, i veneti, gli emiliani che hanno visto tagliare i collegamenti in partenza dai loro scali aerei verso molte destinazioni importanti.

Optando per Fiumicino, l’Alitalia (e possiamo dire l’Italia, perché sarebbe difficile pensare che una decisione simile non sia stata presa senza un previo assenso governativo di massima) ha comunque compiuto una scelta difficilissima. Si trattava di individuare il male minore, in termini di conto economico e di perdita di traffico, un percorso obbligato dal punto di vista economico ma sicuramente non scontato dal punto di vista politico: quella di presentarsi sullo scenario del trasporto aereo mondiale con un unico grande hub, ossia aeroporto centrale di riferimento. Due hub, Malpensa e Fiumicino, l’Alitalia non se li poteva proprio permettere, come non se li può permettere nessun’altra compagnia delle sue dimensioni e la scelta è stata, tutto sommato, logica: si è optato per lo scalo più grande, anche se così si perderanno molti passeggeri (che comunque fino ad ora sono quasi sempre stati trasportati in perdita).

Il messaggio va però molto al di là delle logiche aziendali. L’Italia ha superato una paralisi decisionale che l’ha fermata per molti anni e ha ribadito di voler giocare sullo scacchiere dei trasporti internazionali come sistema economico organicamente unito e non con sottosistemi semiautonomi che difficilmente possono raggiungere l’economicità. La centralità della Pianura Padana nell’ambito euro-mediterraneo, da molti sostenuta con argomenti non banali, fa un passo indietro: Roma sta legando a sé Milano anche con la linea ferroviaria ad alta velocità e ribadisce così il proprio ruolo centrale.

In questo decisionismo, Roma si è rivelata piuttosto «milanese» mentre Milano si è scoperta «romana». Nel corso degli ultimi mesi, infatti, Roma si è, nel complesso, dimostrata «imprenditoriale», i poteri locali si sono evidentemente dati da fare perché si arrivasse alla decisione annunciata ieri da Alitalia, e in questo senso va interpretato anche l’accordo parallelo di Alitalia con Aeroporti di Roma. Milano, al contrario, ha sostanzialmente atteso gli eventi; forse ha sperato che i ministri lombardi dessero una mano o che la Lega ponesse dietro Malpensa il suo considerevole peso politico, facendo della sua valorizzazione un elemento di irrinunciabilità.

Probabilmente, però, la Lega ha orizzonti diversi. Per Milano ci sono i fondi Expo, più in generale sul piatto c’è il decreto sicurezza con il suo tempestoso passaggio parlamentare, e dietro l’angolo il federalismo. Non occorre essere degli incalliti dietrologi per immaginare la possibilità e la ragionevolezza, dal punto di vista degli strateghi del partito di Bossi, di uno scambio politico, anche se tale scambio non risulterà molto gradito ai numerosi elettori del Carroccio che vivono in provincia di Varese e che comunque vedono prossima l’istituzione delle «ronde» di cui hanno fatto una priorità. Non si può in ogni caso non provare un certo senso di delusione per non aver visto maggiori energie di imprenditori settentrionali dedicate al tentativo di creare una credibile compagnia aerea incentrata su Malpensa - come sembra voler fare Lufthansa con la consociata Lufthansa Italia - mentre proprio Alitalia ha ricevuto dal Nord un consistente apporto di capitale.

La sconfitta di Malpensa, per molti versi prevista, rilancia la possibilità che l’Italia Settentrionale provi ad organizzarsi con una rete di piccoli e medi aeroporti, il che ridimensionerebbe ulteriormente lo scalo milanese; e sicuramente lascia l’amaro in bocca a molti di coloro che fecero fallire l’offerta di Air France che, a suo tempo, con l’appoggio del governo Prodi, avrebbe probabilmente garantito a Malpensa un futuro meno incerto di quello che deve affrontare oggi.

mario.deaglio@unito.it