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lunedì 6 settembre 2010

Il tradimento di Fini


GIANNI VATTIMO

Casini, perché attaccare Berlusconi solo dopo averlo abbandonato? La domanda di Mentana sullo speciale de La7 al termine del discorso di Mirabello è legittima e illuminante. L’imbarazzo di Casini – “Ci siamo sbagliati”, ha spiegato,”pensavamo che alla lunga il suo agire si sarebbe normalizzato”. Ricorda qualcosa? E il mea culpa di Fini sulla legge elettorale? “Ho contribuito anch’io alla porcata” – ammetteva – queste ammissioni tradiscono l’opportunismo dei due, tanto che Di Pietro può dire a Fini di “non fare il furbo”.

D’altronde, a detronizzare i leader di regimi autoritari ci pensano solitamente, in mancanza o prima delle rivoluzioni, gli ex alleati; che però difficilmente sanno fornire spiegazioni convincenti, a posteriori, del perché si siano accorti così tardivamente degli errori compiuti. E lo stesso Fini, che pure ringrazia B. per aver sdoganato l’Msi trasformatosi in An, ha ricordato un solo motivo che possa spiegare l’abbraccio mortale con colui che oggi lo espelle dal partito: fermare, nel ’94, la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto. Certo, sulla macchina non c’era il centro guidato da Martinazzoli, che però avrebbe dato vita all’Ulivo di lì a due anni; ma davvero il pericolo (quale, poi?) della gioiosa macchina da guerra giustifica il regime di B.?

Difficile che un partito come quello di Casini, abituato a votare in base alla convenienza politica, possa ricordare di essere stato parte di un progetto politico-ideale, e per questo scusiamo l’incapacità di fornire una risposta sensata al perché della tragica alleanza. Ma lo stesso Fini non ha voluto ricordare alcun risultato positivo del suo (ex) governo, e si è limitato a dire che l’esecutivo si è comportato bene (?) in merito alla crisi economica per poi sparare a zero, come notava giustamente Travaglio, sull’essenza dei principali provvedimenti presi dai ministri di B. – in primis la sciagurata riforma di scuola e università che di certo non fa nulla per risolvere il male che Fini sente al cuore per quel giovane disoccupato ogni quattro.

Un governo senza politica industriale, che ha tradito il suo orientamento liberale, e ha promosso politiche insensate, come spiega lo stesso Fini (federalismo, riforma della giustizia, ecc.), e che anzi ha di fatto favorito il sorgere di cricche e illegalità di ogni tipo. Fini non può certo ricordare con merito, alla luce delle sue posizioni attuali, la legge Bossi-Fini sull’immigrazione e quella Fini-Giovanardi sulla droga. Ma allora cosa?

Nulla. Resta solo la distruzione della macchina da guerra, l’unico risultato dell’impegno politico di B. che resterà negli annali. Vent’anni bruciati, oltre ai danni irreparabili subiti dalla democrazia. Un paese mancato, come direbbe Guido Crainz. E a subirne le conseguenze sono proprio i giovani che preoccupano il cuore di Fini. Lo sguardo di Bersani era giustamente sconsolato, ieri sera. Ora però anche Bersani sa che il governo non sa giustificare il suo operato, e che fare peggio è impossibile. L’occasione è irripetibile: il vuoto da riempire è fortunatamente enorme. Se solo il Pd dedicasse un po’ del tempo che ha perso per difendere i diritti di Schifani (ma l’opinione pubblica non ha il diritto d’interrogare la seconda carica dello stato sulle accuse che gli sono state rivolte?) a costruire un programma e un’alleanza, la gioiosa macchina, non da guerra ma da governo, potrebbe finalmente vincere la sua corsa.

giovedì 31 dicembre 2009

GIÙ LE MANI DA DI PIETRO


di Gianni Vattimo


Caro Paolo (e caro Di Pietro, che è il nostro interlocutore comune), come ti viene in mente, proprio il giorno in cui a Bari è successo quel che è successo tra le varie “anime” (si fa per dire) del Pd, e mentre in vista delle regionali si assiste a risse di ogni tipo all’interno di partiti, coalizioni, gruppi, - come ti viene in mente, ti domando (con la consuete amicizia) di proporre a Di Pietro lo scioglimento del suo partito in vista della creazione di una ennesima “cosa” da comporre attraverso l’unione di gruppi, movimenti, (frammenti di) partiti, società civile eccetera, per avere finalmente un vera e forte opposizione capace di battere il grande corruttore? Sarà che tu, come mi ricordi sempre, hai un passato trotzkista – immagino di mitologie rivoluzionarie, e dunque forse anche “centraliste” - e perciò stesso diffidi di ogni struttura politica che non sia fondata su primarie, secondarie, terziarie, una testa un voto, ecc.
Io che prima d’ora non sono mai stato comunista e non so nemmeno bene la differenza fra trotzkisti, leninisti, stalinisti, trovo non solo irrealistica ma anche suicida la tua proposta. Il partito di Di Pietro è nato coagulandosi spontaneamente intorno a un personaggio carismatico che finora lo ha condotto a divenire una grande forza nel panorama politico italiano. Vogliamo davvero farne una ennesima formazione i cui lottino “democraticamente” signori delle tessere e piccole burocrazie, conducendo agli esiti che sono sotto gli occhi di tutti? Non sarebbe ora di guardare realisticamente a che cosa succede a queste formazioni dilaniate da “democratiche” lotte intestine, da campagne “primarie” (sì, parlo anche del Pd) i cui strascichi si vedono anche nelle situazioni come quella di Bari? So bene che mi obietterai che questi problemi sono inevitabili se si vogliono partiti (e anche stati) democratici. Ma io ti invito a guardare alla situazione italiana: i soli partiti che “reggono” sono quelli, permettimi la semplificazione, “carismatici”. Il Partito Radicale è Pannella, la Lega è Bossi, Forza Italia e derivati sono Berlusconi e IdV è Di Pietro. Neanche a me, pieno di pregiudizi “democraticistici” piace constatare tutto ciò: ma confesso che comincio a mettere in dubbio proprio questi pregiudizi. IdV è il partito di opposizione senza compromessi e fedele alla Costituzione di cui tu parli. Che cosa vi aggiungerebbe il fatto di sciogliersi e invitare altri a comporsi in una nuova forza? Finora l’esperienza dice che simili iniziative hanno avuto esiti disastrosi (penso sempre al Pd). Ci sarebbe di nuovo solo una ennesima trattativa con piccole burocrazie moribonde pronte a confluire per ricominciare a scannarsi tra di loro. Quel che Di Pietro può e deve fare è lanciare dal suo congresso un appello a tutti gli spiriti liberi perché entrino in IdV. Del resto già ora le candidature sono decise sulla base del libero invio di curriculum, le porte sono aperte a tutti, io stesso sono un esempio di questa apertura: sono stato accolto dal partito, eletto da indipendente e con chiare posizioni comuniste.
Ripeto, c’è del “carismatico” in questa idea: non mi vergogno di ammetterlo, del resto sono un devoto ammiratore di Castro, di Chavez (peraltro sempre eletto democraticamente), ma sono anche consapevole che i dirigenti del CLN (è di questo che ora dobbiamo riparlare) non furono eletti in regolari congressi.
Il loro illuminismo era per fortuna temperato da una buona dose di decisionismo, e questo forse si chiama, appunto, carisma.

venerdì 4 settembre 2009

L'Europa tutela la liberta' di espressione



2 Settembre 2009
Gianni Vattimo


La difesa dell’informazione come difesa della libertà in quanto tale. E’ ormai evidente che il regime di Berlusconi, come ogni regime che si rispetti, sta procedendo ad una aggressione della stampa e dei media che travalica le Alpi.
Dopo la crociata interna, ora lo sguardo del premier, politicamente barcollante, si rivolge all’estero, e la crociata diventa transnazionale. Così oltre a La Repubblica e L’Unità, i nemici si chiamano anche The Times, Le Figaro, The Guardian ma soprattutto, stando alle dichiarazioni del suo fido avvocato Ghedini, Le Nouvel Observateur ed El Pais. Una virulenza tale da interessare ormai tutto il Vecchio Continente.
Non a caso proprio il portavoce della Commissione Ue, Leitenberger, in riferimento alle denunce del presidente del Consiglio verso la stampa estera, ha ricordato (e ammonito) che l’Europa tutela la libertà di espressione. In un clima di guerra ormai aperta a tutta l’informazione, le istituzioni comunitarie non possono non reagire restando in silenzio.
Per questo ho informato la Commissione Cultura e Istruzione, per mezzo di una lettera (leggi) indirizzata alla sua presidente, l’On. Doris Pack, dell’appello pubblicato su La Repubblica e promosso dai tre giuristi Cordero, Rodotà e Zagrebelsky, già sottoscritto da migliaia di cittadini e cittadine, esponenti politici, uomini e donne della cultura e dello spettacolo, personalità pubbliche.
Nel mio intervento odierno alla Commissione Cultura, nel quadro della presentazione del programma della presidenza svedese, ho fatto riferimento alle famose 10 domande che il quotidiano diretto da Mauro ha avanzato al presidente del Consiglio, pagando per questo il prezzo della denuncia da parte di Sua Emittenza, e ho suscitato l’interesse della presidenza svedese stessa, che per tramite dei suoi ministri ha definito l’anomalia italiana un problema che merita di essere discusso e del quale si discuterà.
La minaccia alla libertà, quella primaria di sapere ed essere informati, è ormai un’emergenza non solo italiana. Per questo il Parlamento europeo deve essere pienamente a conoscenza di quanto sta accadendo per poter intervenire. Si è celebrato nelle scorse ore l’anniversario della II Guerra mondiale, che chiama in causa anche quella politica dell’appeasement che l’Europa adottò verso l’allora nascituro nazismo.
Oggi l’Europa è in dovere di non ripetere la debolezza passata e di non sottovalutare i semi che, in Italia, potrebbero far germogliare l’insana pianta del regime. Sotto altre vesti, forse, ma non meno dannosa e tragica.

sabato 16 maggio 2009

La verità come arma


16/5/2009
GIANNI VATTIMO


Ciò che ha scandalizzò gli elettori americani nell’affare Lewinski-Clinton, e prima, quel che provocò le dimissioni di Nixon per il Watergate non furono tanto le malefatte di cui i due presidenti si erano resi colpevoli. Clinton aveva tenuto una condotta «inappropriata» con la stagista (allora non si chiamavano ancora veline), ma erano fatti suoi e della sua signora; Nixon aveva «spiato» il quartier generale degli avversari democratici, ma non sembra fossero stati rubati segreti tanto decisivi per la vittoria dell’uno o dell’altro candidato.

No, quel che costituiva una macchia intollerabile per l’immagine dei due presidenti era che avessero mentito ai concittadini. Merita di ricordarlo oggi, in Italia ma non solo, quando sembra che la sopravvivenza di un governo dipenda dal fatto che il suo massimo esponete si sia reso colpevole o no di comportamenti «inappropriati» nei confronti di una minorenne o appena maggiorenne. Se di questo si trattasse, avrebbero ragione coloro che si rifiutano di scendere a un così basso livello della polemica politica.

Ciarpame, come è stato definito il tutto, non è solo il tema delle passioni private d’un esponente governativo, ma il fatto stesso di interessarsene, violando il limite della privacy e della decenza. Non possiamo però considerare inessenziale, e parte dello stesso ciarpame, stabilire se le notizie che abbiamo della vicenda siano esatte o manipolate nell’interesse d’una delle parti in causa. Sapere se un’alta autorità governativa ha frequentazioni non conformi alla morale dei più è assai meno importante che stabilire se ci menta o no. Non è questione da lasciare alla privacy, diventa un fatto di enorme rilevanza politica.

Ma, osserverà qualche mente politica molto europea e disincantata, solo un pubblico ingenuo e di tradizioni puritane come quello americano può pensare che i politici (e i detentori di potere economico o spirituale) non debbano mentire. Andiamo, persino Kant pensava che fosse legittimo mentire in nome di una causa superiore: per salvare lo Stato, la pace, l’ordine sociale. Davvero la verità è un valore così assoluto da diventare il criterio per la stessa legittimità delle istituzioni? Nella Morte a Venezia di Mann le autorità tengono nascosta la gravità dell’epidemia che fa strage per evitare la fuga dei villeggianti e la rovina del turismo.

Tutti accettiamo come una triste necessità l’esigenza di non creare panico, e danni maggiori, in caso d’imminenti catastrofi naturali che non abbiamo il potere di evitare. La famosa distinzione di Max Weber tra etica della convinzione e etica della responsabilità vale anche in casi come questi. Paradossalmente, può essere un affare di convinzione morale personale il dovere di dire in ogni caso la verità; ma è altrettanto legittima una convinzione morale che antepone il bene comune al dovere di dire il vero. Però, anche per un convinto assertore di quest’ultima posizione, e tanto più in quanto si preoccupa del bene comune, diventa un dovere prevalente quello di dire il vero se la legge dello Stato glielo impone.

Ha poco senso, dunque, rimproverare a qualcuno di mentire, come se il dovere di dire la verità fosse un dovere assoluto precedente ogni legge positiva. Solo se viola qualche legge sancita e perciò necessariamente condivisa dai membri della comunità (l’ignoranza della legge non è ammessa) la menzogna esce dalla sfera della «convinzione» e entra in quella della «responsabilità», anche giudiziaria. Non valore naturale assoluto, la verità è piuttosto un’arma. Persino per il Vangelo: «La verità vi farà liberi».

Ma appunto quella che serve a chi non è libero per diventarlo. Mostrare (veracemente?) che il potente è un bugiardo è un modo di prendere sul serio la verità molto più che andare tra gli scioperanti a insegnare la tavola pitagorica o le leggi di Newton. Senza questa consapevolezza, davvero solo ciarpame.