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martedì 27 luglio 2010

Un'idea attuale di giustizia


E’ esercizio non scontato, o di puro affetto amicale, ricordare a tutti coloro che si occupano delle difficili vicende della giustizia italiana la figura e la testimonianza di Adolfo Beria d’Argentine scomparso dieci anni fa. Una testimonianza che è ancora eloquente, incardinata come era in un lungo percorso umano e professionale, che aveva voluto rendere leggibile a tutti attraverso la sua ventennale collaborazione al Corriere, ma con cui ha dovuto confrontarsi tutta la classe dirigente italiana dagli Anni 50 al 2000. Una testimonianza di cui è opportuno registrare i cinque elementi essenziali, utili per parlare dell’attualità.
Anzitutto la tensione a collegare l’amministrazione della giustizia con la dinamica sociale («capire la società italiana in evoluzione» era il suo richiamo costante) nella consapevolezza che il magistrato deve aver coscienza del mondo che gli sta intorno e deve capire come cambiano identità, interessi, comportamenti, conflitti di tipo collettivo; altrimenti è soggetto cieco prima ancora che inerte. E per provare tale tensione basta riandare ai primi Rapporti del Consiglio superiore della magistratura (Csm) sull’amministrazione della giustizia, datati ’71 e ’72 cui mi associò con grande convinzione professionale.
Connessa a questa prima consapevolezza ce ne è una seconda, quella della assoluta necessità per il magistrato (e per l’ordine giudiziario) di avere testa fredda nei momenti caldi della società. «Conservare la testa fredda» era il suo imperativo costante, ancor più cogente nel periodo in cui come presidente dell’Associazione Magistrati fronteggiò il terrorismo con fredde strategie, anche quando gli decimavano gli amici più vicini e cari. Un imperativo che ripeterebbe oggi, anche se il calor bianco delle contrapposizioni è diventato solo politico.
Di qui era per lui facile passare a una terza convinzione, ancora oggi molto attuale: il giudice non deve «fare» giustizia ma «amministrare» la giustizia. Tutto lo sforzo innovativo di Beria sul mondo giudiziario si muoveva nella direzione di dare senso e prestigio all’amministrazione della giustizia, come protagonista istituzionale della regolazione costante dei comportamenti (anche conflittuali) dei soggetti sociali. Mai sovrapponendosi ad essi con il protagonismo ansioso di «fare giustizia».
C’era naturalmente in questo rifiuto del «fare giustizia» una quarta componente della sua testimonianza: l’esigenza e il bisogno collettivo della «terzietà», termine non molto di moda nell’attuale dinamica sociopolitica, tutta fatta di contrapposizioni così antagonistiche che chiunque si metta in mezzo rischia l’odio dell’una o dell’altra parte. Ma chi conosce la società italiana sa bene che una buona parte del diffuso disagio sociale di questo periodo viene dall’assenza di terzietà a tutti i livelli e in tutti i campi, un’assenza che vale soprattutto a delegittimazione della giustizia, dove, se non c’è terzietà, non ci sono le basi per la fiducia collettiva. Solo la terzietà del resto permette di non farsi coinvolgere da quel che avviene nella realtà circostante. Il mestiere del magistrato impone una comprensione del mondo senza appartenere ad esso, per cui una cautela e un distacco per le quotidiane contingenze sono sempre necessari.
A tal proposito Beria predicava la «insularità» del mestiere di magistrato, il saper essere solo senza dover dar conto del suo operare alla cerchia dei suoi amici, ai soci del suo circolo, ai sodali delle sue associazioni. Non ho conosciuto un magistrato più allegro e conviviale di lui, ma nessuno di noi amici ha mai avuto una parola o una smorfia del viso su un argomento che riguardasse il suo lavoro. Presa di coscienza della complessità sociale, tensione a conservare sempre testa fredda, amministrare e non fare giustizia, saper coltivare la terzietà, blindare la riservatezza sul proprio lavoro; questi i cinque basilari elementi della testimonianza di Beria, che lui rinviava a suo padre e suo nonno magistrati ma specialmente a colleghi come Bianchi d’Espinosa, Colli, Brancaccio. Pensando allo spessore di quella testimonianza credo che non ci si debba acquietare o inquietare se quegli elementi basilari sembrano oggi messi in ombra dai combattimenti che tagliano orizzontalmente il mondo della giustizia italiana. Essi infatti (lo dico da antico attento spettatore delle vicende giudiziarie italiane) non appartengono alla cultura di un periodo e meno ancora all’azione di una persona; sono invece la vera e grande lunga deriva su cui non può non camminare, oggi e domani, la istituzione giustizia, se vogliamo che essa riacquisti la sua legittimità sociale e politica.

Giuseppe De Rita
27 luglio 2010

martedì 3 febbraio 2009

Il localismo che fa bene


di Giuseppe De Rita

Mesi fa, dopo lo sconquasso provocato dalle elezioni politiche, andò di moda, specialmente a sinistra, la esigenza di tornare al territorio e di rifare osmosi con le diverse realtà locali. Poi tutto è rifluito nel centralismo democratico, magari attraversato da qualche ventata polemica con i cacicchi di periferia.

Viene da domandarsi oggi quale ruolo giuochino o possano giocare le diverse realtà locali, e le loro assunzioni di responsabilità, nello sconquasso provocato dalla grande onda di crisi finanziaria e poi trasposto in una sottile ma endemica difficoltà dell'economia reale. Come sempre nelle crisi violente ed inattese, la reazione istintiva si orienta alla verticalizzazione decisionale, anche perché le drammatizzazioni mediatiche spingono verso l'alto la domanda e la ricerca di adeguati interventi. Siamo quindi tutti in attesa di quel che farà il governo (magari d'intesa con altri governi e con le autorità sopranazionali); di quel che faranno le grandi centrali finanziarie e bancarie; di come potranno essere risolti i problemi delle grandi imprese in difficoltà. Alla periferia, se dobbiamo dar retta alle intenzioni, si guarda prevalentemente per deputare le amministrazioni regionali all'articolazione e all'applicazione operativa degli ammortizzatori sociali.

È probabile però che sia un errore non far riferimento al modo in cui la realtà locale vive la crisi, in una articolazione di atteggiamenti e comportamenti che è più chiaroscurata delle fosche tinte usate a livello centrale. Ci sono sindaci e presidenti provinciali che stanno valutando e programmando interventi anticiclici, facendo leva sulla riorganizzazione localistica del welfare e più ancora su incentivi alla manutenzione (di abitazioni, di boschi, di edifici scolastici, ecc.) che potrebbero coinvolgere molecolari interventi finanziari delle famiglie magari incrociati con segmenti di fondi europei.

Ci sono aziende di servizio pubblico locale che si dichiarano pronte a fare significativi investimenti in cambio di sostenibili aumenti tariffari. Ci sono banche a forte caratterizzazione locale che già ridanno fiato al mondo delle imprese (le banche di credito cooperativo hanno decisamente aumentato gli impieghi, contro la rigidità un po' egoista delle grandi banche nazionali). Ci sono fondazioni bancarie che giustamente il ministro Tremonti ha sollecitato a esser soggetti di capitale sociale orientato allo sviluppo locale. Ci sono distretti che stanno dimostrando di essere più che vigili sull'evoluzione delle loro filiere settoriali e di poter quindi presidiare il potenziale rilancio dell'export. Ci sono innumerevoli piccole e medie imprese che usano la crisi (e la cassa integrazione) per ristrutturarsi, mantenendosi rigorosamente liquide e guardandosi intorno «per comprare», ove se ne configurino oggetti e tempi opportuni.
Come sempre nelle difficoltà, la voglia di sopravvivere e rilanciare si afferma come una nostra costante silenziosa scelta.

Nessuno può pensare, anche fra i più accesi localisti, che tutto ciò possa bastare per superare la grande turbolenza che stiamo attraversando. Ma sapienza italiana vorrebbe che in questo anno difficilissimo mettessimo tutto a contributo: non abbiamo da anni uno sviluppo e un sistema di vertice, ma uno sviluppo molecolare, a tanti soggetti, e siamo, quindi, un sistema articolato e diffuso.

Cedere alla paura di vertice sarebbe un errore, fare sistema e politica solo al vertice sarebbe non solo uno sbaglio ma una autocastrazione controproducente; non sarebbe male, allora, tentare una politica di promozione e sostegno delle spinte localistiche che, come visto, sono già in essere.
Non ripetiamo quindi in economia quelle ambizioni centralistiche che nel recente passato politico hanno prodotto cattivo frutto.

03 febbraio 2009

sabato 27 dicembre 2008

I vedovi del duello

IL CORRIERE DELLA SERA
di Giuseppe De Rita


Spero che qualcuno avverta la povertà del linguaggio unico, e forse del pensiero unico, che impera sull’argomento denominato «questione morale ». Una povertà dove si annida il rischio che, girando e rigirando mediaticamente nobili o allarmate parole, si vada da nessuna parte, fino a quando alla fiammata moralistica subentrerà un accentuato cinismo. Un rischio che merita quindi uno sforzo di diversa interpretazione. Nelle vicende di questi mesi (come in quelle del ’92-’93) è in atto la trasposizione allargata della politica non nella guerra ma nella violenza, secondo la reinterpretazione di Clausewitz fatta da Aron e Girard. La voglia di annientamento del nemico, vero fine di ogni violenza (anche di quelle giudiziarie e mediatiche) avviene ogni giorno, mettendo in grande evidenza anticipazioni e intercettazioni. Ma contrariamente a quindici anni fa non sembra esserci oggi un compatto disegno politico di annientamento del nemico, ma piuttosto una tendenza a far rifluire i fenomeni in due tipiche categorie italiane: il policentrismo e il localismo. Qualche moralista dirà che son due categorie che non c’entrano in una vicenda che è solo e soltanto un drammatico duello fra ladri e guardie, fra scatenati mascalzoni e ordinati servitori dello Stato.

Ma a ben vedere «il duello», come confronto biunivoco a due parti (ad esempio, fra berlusconismo e antiberlusconismo), non c’è più. Le vicende di cui si parla sono tanti duelli incrociati: fra politici e magistrati; fra politici fra di loro e magistrati fra di loro; fra mezzi di comunicazione di massa e politica; fra autorità politiche centrali e periferiche; fra poteri di rappresentanza sociopolitica e poteri forti, magari occulti. Siamo cioè in presenza di una lotta a tanti protagonisti, in una inestricabile confusione di ruoli e poteri. Tutti i soggetti in campo pensano di star facendo un duello con un solo avversario (con il presidente regionale o con il collega procuratore) e non si sono accorti che il concetto di duello fra due forze contrapposte è finito da un pezzo, anche sul piano internazionale, in ragione di un crescente policentrismo dei poteri e dei conflitti. Sbagliano quindi coloro che sperano che il duello finisca con l’annientamento dell’avversario; in un sistema policentrico l’annientamento assoluto non esiste, ci sono solo morti e feriti. La storia, procede, e la gestiranno solo coloro che sapranno combinare la violenza con le armi della politica. Il resto è spettacolo, drammatico e attraente, ma spettacolo. E purtroppo fa parte dello spettacolo anche la nostra invincibile dimensione localistica. La lettura dei documenti giudiziari e delle intercettazioni allegate è esercizio deprimente: vince il volgare vernacolo (e «la lingua è la forma del pensiero»); vincono le locuzioni mirate all’omertoso «ci capiamo »; sono costanti i riferimenti a circuiti e consorterie locali; vincono le «chiacchiere», grande capitale sociale della nostra provincia; cresce lo sdegno per piccoli privilegi di persone e clan; si capisce come, nel montarsi emozionalmente a vicenda, maturi nella gente l’attesa di un vendicatore (giudice o giornalista che sia).

Il magistrato di procura finisce per diventare il riferimento obbligato e atteso dei mormorii localistici, che si trasmettono prima nelle sue orecchie e poi nelle sue inchieste. Non a caso queste diventano sue gelose proprietà e fanno parte del suo prestigio personale: tenerle alte è la migliore difesa, perché tenerle basse potrebbe dar luogo a chiacchiere deluse delle comunità. La dialettica sociale della comunità resta quindi il riferimento costante di tante nostre vicende giudiziarie, insieme al policentrismo dei poteri. Se non si avvia una faticosa politica su questi due riferimenti (articolando i poteri ed i loro controlli) non si andrà da nessuna parte. Si attiveranno solo ulteriori duelli, avvertiti come «epocali» solo da chi ne è coinvolto.

27 dicembre 2008