sabato 27 dicembre 2008

I vedovi del duello

IL CORRIERE DELLA SERA
di Giuseppe De Rita


Spero che qualcuno avverta la povertà del linguaggio unico, e forse del pensiero unico, che impera sull’argomento denominato «questione morale ». Una povertà dove si annida il rischio che, girando e rigirando mediaticamente nobili o allarmate parole, si vada da nessuna parte, fino a quando alla fiammata moralistica subentrerà un accentuato cinismo. Un rischio che merita quindi uno sforzo di diversa interpretazione. Nelle vicende di questi mesi (come in quelle del ’92-’93) è in atto la trasposizione allargata della politica non nella guerra ma nella violenza, secondo la reinterpretazione di Clausewitz fatta da Aron e Girard. La voglia di annientamento del nemico, vero fine di ogni violenza (anche di quelle giudiziarie e mediatiche) avviene ogni giorno, mettendo in grande evidenza anticipazioni e intercettazioni. Ma contrariamente a quindici anni fa non sembra esserci oggi un compatto disegno politico di annientamento del nemico, ma piuttosto una tendenza a far rifluire i fenomeni in due tipiche categorie italiane: il policentrismo e il localismo. Qualche moralista dirà che son due categorie che non c’entrano in una vicenda che è solo e soltanto un drammatico duello fra ladri e guardie, fra scatenati mascalzoni e ordinati servitori dello Stato.

Ma a ben vedere «il duello», come confronto biunivoco a due parti (ad esempio, fra berlusconismo e antiberlusconismo), non c’è più. Le vicende di cui si parla sono tanti duelli incrociati: fra politici e magistrati; fra politici fra di loro e magistrati fra di loro; fra mezzi di comunicazione di massa e politica; fra autorità politiche centrali e periferiche; fra poteri di rappresentanza sociopolitica e poteri forti, magari occulti. Siamo cioè in presenza di una lotta a tanti protagonisti, in una inestricabile confusione di ruoli e poteri. Tutti i soggetti in campo pensano di star facendo un duello con un solo avversario (con il presidente regionale o con il collega procuratore) e non si sono accorti che il concetto di duello fra due forze contrapposte è finito da un pezzo, anche sul piano internazionale, in ragione di un crescente policentrismo dei poteri e dei conflitti. Sbagliano quindi coloro che sperano che il duello finisca con l’annientamento dell’avversario; in un sistema policentrico l’annientamento assoluto non esiste, ci sono solo morti e feriti. La storia, procede, e la gestiranno solo coloro che sapranno combinare la violenza con le armi della politica. Il resto è spettacolo, drammatico e attraente, ma spettacolo. E purtroppo fa parte dello spettacolo anche la nostra invincibile dimensione localistica. La lettura dei documenti giudiziari e delle intercettazioni allegate è esercizio deprimente: vince il volgare vernacolo (e «la lingua è la forma del pensiero»); vincono le locuzioni mirate all’omertoso «ci capiamo »; sono costanti i riferimenti a circuiti e consorterie locali; vincono le «chiacchiere», grande capitale sociale della nostra provincia; cresce lo sdegno per piccoli privilegi di persone e clan; si capisce come, nel montarsi emozionalmente a vicenda, maturi nella gente l’attesa di un vendicatore (giudice o giornalista che sia).

Il magistrato di procura finisce per diventare il riferimento obbligato e atteso dei mormorii localistici, che si trasmettono prima nelle sue orecchie e poi nelle sue inchieste. Non a caso queste diventano sue gelose proprietà e fanno parte del suo prestigio personale: tenerle alte è la migliore difesa, perché tenerle basse potrebbe dar luogo a chiacchiere deluse delle comunità. La dialettica sociale della comunità resta quindi il riferimento costante di tante nostre vicende giudiziarie, insieme al policentrismo dei poteri. Se non si avvia una faticosa politica su questi due riferimenti (articolando i poteri ed i loro controlli) non si andrà da nessuna parte. Si attiveranno solo ulteriori duelli, avvertiti come «epocali» solo da chi ne è coinvolto.

27 dicembre 2008

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