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mercoledì 18 agosto 2010

Sarò onesto non mi mancherà


di Nando Dalla Chiesa

Sarò onesto: non mi mancherà. Guai se la pietà per la morte offuscasse la memoria e il giudizio che la memoria (viva, ben viva) porta con sé. Non esisterebbe più la storia. E dunque, parlando di Francesco Cossiga, rifiuterò il metodo che gli fu alla fine più congeniale: quello di ricordare i morti diffamandoli, dicendo di loro cose dalle quali non potevano difendersi. Fidando nel fatto che i familiari una cosa sapevano con certezza: che se avessero osato replicargli lui avrebbe inventato altri episodi sconvenienti ancora e poi li avrebbe dileggiati, forte della sua passata carica istituzionale e della compiaciuta docilità con cui la stampa ospitava ogni sua calunnia. Fece così con Moro, con Berlinguer, con il generale dalla Chiesa. Fece così con altri. Era nato d’altronde un autentico genere giornalistico, l’intervista a Cossiga, che consisteva nel mettergli davanti un microfono o un taccuino e ospitare senza fiatare le sue allusioni, le sue bugie. Da trasformare in rivelazioni storiche, provenienti dal loro unico e inesauribile depositario. Mi atterrò dunque ai fatti che tutti possono pubblicamente controllare. Perché ai tempi fui tra parlamentari che ne chiesero l’impeachement, anzitutto. Perché io il sistema politico di allora, quello che chiamavo il regime della corruzione, lo volevo cambiare per davvero. Ma per renderlo conforme alla Costituzione e a un decente senso delle istituzioni. Perciò mi scandalizzavo nel vedere un capo dello Stato giocare soddisfatto al picconatore, conducendo una massiccia attività di diseducazione civica. Quando poi Cossiga si mise alla testa della lotta contro i giudici, minacciando, lui presidente del Csm, di farlo presidiare militarmente dai carabinieri avvalendosi delle sue prerogative di Capo supremo delle Forze armate, pensai che la misura era colma. Che l’uomo esprimeva una cultura golpista e che era nella posizione istituzionale per tradurla in realtà politica.

Le chiavi di casa e i giudici ragazzini

PERCHÉ titolai la storia di Rosario Livatino “Il giudice ragazzino”. Esattamente in polemica con lui, che delegittimava i giovani magistrati che in Sicilia sfidavano la mafia. A questi giudici ragazzini non affiderei neanche le chiavi di una casa di campagna, aveva detto. E Livatino, morto a trentotto anni, aveva compiuto le sue prime coraggiosissime inchieste quando di anni ne aveva ventotto. Avevo imparato dai racconti di mio padre che quando si ha a che fare con la mafia chi ha un grado superiore protegge chi sta sul posto, ci passeggia insieme in piazza perché tutti capiscano. Che non è solo, che ha dietro lo Stato. Lui, capo dei magistrati, aveva invece umiliato sprezzantemente proprio i giudici più esposti negli anni della mattanza. Perché mi astenni, unico nel centrosinistra, sulla fiducia al primo governo D’Alema. Non per oltranzismo ulivista, ma perché non ero certo entrato in parlamento per fare un governo con Cossiga e con ciò che lui rappresentava nella vita del paese e nella mia vita personale. Il testo dell’intervento pronunciato in quell’occasione è agli atti. Allora mi valse richieste di interruzione da sinistra e qualche stretta di mano (tra cui quella di Gianfranco Fini). Perché l’ho spesso citato - ma non quanto avrei voluto - nei libri, negli articoli o negli interventi che avevano per oggetto la vicenda di mio padre.

Veleni attorno a un sacrificio

PERCHÉ ho sempre trovato maramaldo quello spargergli veleno intorno dopo il suo sacrificio. Non ho mai capito se fosse il seguito dell’isolamento che il sistema aveva inflitto al prefetto dopo l’annuncio che sarebbe andato in Sicilia per combattere la mafia per davvero. Ricordo però con certezza che Cossiga iniziò a colpirne l’immagine in vista del maxiprocesso presentandolo con naturalezza come iscritto alla P2. I giudici che avevano indagato a Castiglion Fibocchi, Gherardo Colombo e Giuliano Turone, mi garantirono che loro nella lista quel nome non l’avevano trovato. Lui insisté contro ogni atto giudiziario e parlamentare (della storia ho reso i particolari su “In nome del popolo italiano”, biografia postuma di mio padre, nel 1997). Finché anni dopo ancora raccontò la sua pazzesca verità: per proteggere mio padre Colombo e Turone, giudici felloni, avevano strappato un foglio dall’elenco. Non smise mai di raccontarlo. Così come, per sminuire il lavoro di Giancarlo Caselli e di mio padre contro il terrorismo, sostenne un giorno, poco dopo l’avviso di garanzia per Andreotti a Palermo, che il vero merito del pentimento di Patrizio Peci fosse di un maresciallo delle guardie carcerarie di Cuneo. Costui venne da lì lanciato pubblicamente in orbita giornalistica e televisiva per seminare nuove e inverosimili calunnie su mio padre, alcune delle quali si sono ormai purtroppo depositate negli atti giudiziari (tra i quali rimane però anche, a Palermo, il testo della contro audizione da me richiesta). Altro verrebbe da dire, dalla memoria di Giordana Masi uccisa in quella famigerata manifestazione del ‘77 zeppa di infiltrati in armi, al contrasto avuto con lui in Senato, dai banchi della Margherita, sui fatti della Diaz, che lui, sedicente garantista, avallò senza scrupoli. Come e più che con Giovanni Leone, che non ebbe comunque le sue colpe, avremo probabilmente un mieloso coro di elogi. Poiché l’uomo ha incarnato alla perfezione la qualità media della nostra politica questo è assolutamente naturale. Certo non si porterà nell’aldilà solo i segreti veri di questa Repubblica. Si porterà anche i segreti da lui inventati, le trame inesistenti fatte intravedere, le panzane spacciate per misteri. Riposi in pace, e che nessuno faccia a lui i torti che lui fece alle vittime della Repubblica.

lunedì 7 giugno 2010

Da trent’anni “dietro le sbarre” cercando la persona che vive in ogni detenuto


STORIA DI DON LUIGI MELESI, IL CAPPELLANO DI SAN VITTORE

di Nando Dalla Chiesa

Con quel filo di voce domerebbe anche Fra Diavolo. E, in effetti, altro che i briganti ha ammansito credendo nella forza della parola. Come quando andò a dir messa nel braccio del carcere in cui erano stipati i terroristi. Il direttore di San Vittore glielo aveva sconsigliato, “quelli sono tutti atei”. La celebrò in perfetta solitudine, in un silenzio di gelo. E al direttore che, saputo com’era andata, lo invitava a trarne le conseguenze, rispose che tutto sommato l’esperimento aveva funzionato. Nessuno aveva fatto fracasso per boicottarlo. Nessuno aveva lanciato bestemmie d’ira o di scherno dalle celle. Così ci riandò. E poi ci riandò ancora. Finché se ne trovò qualcuno vicino. Finché qualcuno servì messa. Con lunghe discussioni durante la predica.

Il filo di voce si chiama Luigi, don Luigi Melesi. Ed è originario della Valsassina, provincia di Lecco, dove l’altra sera ha tenuto inchiodate centinaia di persone raccontando la sua vita di “prete da galera”, come recita il titolo del libro che lo ha per protagonista. Un prete che ha avuto un punto di osservazione tutto suo sull’Italia di questi tempi e di tempi ormai lontani, visto che a San Vittore – nella veste di cappellano – ci sta da più di trent’anni e che prima ha vissuto presso il riformatorio Ferrante Aporti di Torino e la casa di rieducazione di Arese. Frequentando rapinatori, terroristi, mafiosi, ladruncoli di strada, immigrati clandestini, semplici balordi, detenuti eccellenti dal colletto bianco candido. Raccogliendo confidenze, portando un barlume di conforto, aiutando impossibili redenzioni, incoraggiando confessioni, provando ad ammansire gli errori della giustizia. E cercando di non avere mai una casacca addosso, neppure quella dell’associazione più benefica. Di essere, come dice, uomo spoglio di tutto tranne del Vangelo.

Le storie che racconta hanno sempre qualcosa di incredibile, sembra al profano che solo il carcere le sappia e possa produrre. “Una sera avevo davanti a me alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine. Dissi qualcosa sul carcere e sui nostri doveri verso i detenuti. Alla fine venne da me un carabiniere e mi disse che provava un senso di colpa. Durante la giornata lui e dei suoi colleghi avevano fermato quattro giovani in un bar ma uno solo era stato portato a San Vittore. Aggiunse che secondo lui era quello che c’entrava meno e che gli avevano fatto pagare solo la reazione più nervosa e indisponente. Che era in pensiero per lui. Così il mattino presto andai a San Vittore e chiesi di questo ragazzo, lui venne, confermò di essersi trovato nel bar per caso, che non c’entrava niente con gli altri tre, era il figlio di una persona importante. A un certo punto, quasi incredulo, mi chiese chi mi avesse mandato in quel preciso momento. E mi rivelò che la guardia era andato a chiamarlo proprio mentre si stava suicidando. Mi disse di andare su in cella a controllare, che avrei trovato i lacci già legati all’inferriata”.

Di queste storie incredibili la vita di don Luigi è piena. Come quando assistette spiritualmente Giordano Dell’Amore, ottantenne ex rettore della Bocconi finito a San Vittore negli anni ruggenti di Tangentopoli, trovato in ginocchio nella cappella e poi assolto con formula piena. O quando, dopo il segno di pace scambiato alla fine di una messa, un boss incriminato per un omicidio provò fulmineamente vergogna della propria vita: e si decise a confessarne trentacinque di omicidi, e i giudici non gli credettero e gli avvocati ne risero perché ormai si era fatto la fama dell’imputato strafottente e inaffidabile. O come quando i brigatisti lo avvertirono che tre carceri erano imbottite di dinamite pronte a saltare e a Roma non volevano credergli. O quando nel 1982, sempre i brigatisti, decisero di lasciare le armi presso l’arcivescovado di Milano. Erano gli anni del cardinale Martini, che per don Luigi stravedeva. L’opinione pubblica nazionale rimase impressionata per quel ritrovamento; per quel gesto di resa, certo, a valori superiori. Che però erano quelli della Chiesa, non quelli dello Stato.

Il mondo intero è passato davanti a questo prete. Il quale dei giudici non porta in realtà un buon giudizio. Trasmette questo suo pensiero con toni lievi ma se ne sente in pieno il dramma. Perché ogni mancanza di scrupolo umano o professionale ha conseguenze che lui ben conosce.

Non si sogna nemmeno di portare legno alla fascina del capo del governo, non sono gli interessi dei potenti che lo scuotono, ma le sofferenze degli ultimi, compresi i potenti che tra gli ultimi finiscono. Non che non abbia il metro del male. “Un giorno mi sorpresi che quel mafioso potesse uscirsene libero per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Com’era possibile, con tutti i reati che aveva confessato? Lo chiesi un po’ turbato a un magistrato. E lui mi rispose che la colpa era dei suoi colleghi che in tanti anni non erano riusciti a processarlo nemmeno per un reato minore”. Ma certo se gli chiedete da che parte sta, lui vi risponderà che sta con la persona che si trova dentro ogni detenuto. Nella ricerca di quella persona si è speso per decenni. Finché un giorno la fatica ha presentato il conto. Un aneurisma lo ha mandato in coma. Un intervento disperato all’aorta. Per settimane, mesi, non si è capito se si sarebbe mai ripreso. Una riabilitazione difficilissima. La voce si è fatta più flebile, è diventata ancora più soffio. Quando è rientrato a San Vittore a dir messa, la folla degli ultimi della terra si è fatta tripudio. Da mesi lo aspettava un cartello grande quanto una lavagna: “don Luigi preghiamo per te”.

lunedì 17 maggio 2010

LA PROFESSORESSA DI FRANCESE CHE SFIDA LA LEGA NELLA “PADANIA”


Storia di una donna di sinistra alle porte di Bergamo

di Nando Dalla Chiesa

Perlita. Con quel nome un po’ Spagna e un po’ fumetto, a scuola devono averle fatto vedere i sorci verdi. Rime senza fine, battute ingenue o irriverenti. Magari non c’entra niente, ma il carattere è venuto fuori bello tosto, sotto una buccia spessa di dolcezza e autoironia. Le sarebbe difficile d’altronde, senza un carattere così, rappresentare il Pd e la voglia di cultura e scuola e civile convivenza in uno dei paesi simbolo della Lega di governo. Curno, settemila abitanti alle porte di Bergamo, ai piedi della Val Brembana. Difficile stare in prima fila dovendo tirare su da sola tre figli ormai adulti, perché suo marito Beppe, ingegnere, morì undici anni fa in un crepaccio durante un’escursione alpina.

Perlita Serra è donna di scuola. Professoressa di francese anche se la laurea in Lingue a Bergamo l’aveva presa in tedesco. “Me la sono fatta tutta la provincia. La montagna, i paesi di pianura, fino ad arrivare a Bergamo città quando ho vinto il concorso per le superiori. Poi la scuola l’ho lasciata ma mi è rimasta la malattia. Così ho fatto la rappresentante dei genitori nelle medie di Curno, dove andavano i miei figli e dove il preside era Franco Gatti, un vero maestro della scuola bergamasca. Non mi va di restare con le mani in mano, ho la partecipazione nel cuore, sono anch’io una figlia del ’68, meglio del ’69, perché le cose a Bergamo arrivarono un po’ più tardi, mentre ero al liceo. Non sono mai stata iscritta a un partito fino a che è nato il Pd, ho sempre preferito le associazioni e il volontariato”.

Un temperamento curioso, perennemente inquieto. Un giorno le è venuto pure in mente di seguire un corso dell’Università di Bergamo per diventare guida turistica. Conoscenza del territorio, storia dell’arte. Ha preso uno dei primi patentini di abilitazione rilasciati per legge dalle province. Così oggi, tra un dibattito e una riunione di partito, arrotonda portando per musei o per piazze comitive multicolori di anziani turisti stranieri. E la politica? Perlita ci ride su d’istinto, sotto un trucco leggero e capelli a caschetto. “È incominciata così. Un giorno del 2002 mi telefona Anna Maria Morelli, la vicepreside della scuola dove rappresentavo i genitori. E mi comunica quella che lei definisce una proposta indecente: stare nella sua squadra di candidato sindaco alla testa di una lista civica, ‘Insieme per cambiare Curno’. Macché indecente, non ci ho pensato un attimo, ho risposto subito di sì. Abbiamo vinto le elezioni, perché Lega e Forza Italia erano divise. Ma anche perché eravamo tante facce nuove e credibili. Che assessorato ho avuto? E me lo chiede? Istruzione e cultura, ovviamente. E sport, pure. Che in verità alla fine mi ha dato le maggiori soddisfazioni, con tutti quegli ometti a cui chiedevo pareri in umiltà assoluta perché non ne sapevo niente. È stata un’esperienza bellissima. La più grande gioia l’ho avuta nel settembre del 2006 quando abbiamo fatto una splendida festa per le strade di Curno, invase da associazioni, artisti di strada e tavolate. Robe da paese, dirà lei. Ma questo è un dormitorio alle porte di Bergamo. Mentre per me la polis è rete di relazioni visibili. Certo, poi abbiamo perso. Perché la destra si è rimessa insieme e perché soffiava il vento contro il governo Prodi, che qui si era fatto uragano. Ma io mi sono buttata lo stesso nel Pd. Sentivo Veltroni e vedevo una politica che puntava in alto. Sono stata chiamata nella segreteria provinciale da un’altra donna, Mirosa Servidati. Ora sono presidente dell’assemblea provinciale del partito. Capirà: avevo sostenuto Ignazio Marino, non venivo da nessun partito, ero pure una donna…”.

Come dire: lei lo sa con che criteri estetici si danno gli incarichi. “La formazione politica è la mia passione. Me ne ero occupata quando ero in segreteria, me ne sto occupando ora a Curno, un bel corso sulla ‘Città ideale’. Aperto a tutti, perché quella della porta aperta è la mia idea di vita. Ci partecipano in tanti, ci si è iscritta anche una consigliera leghista che viene sempre. Stavolta sulla Costituzione. Poi sarebbe bello andare sui diritti, sugli immigrati, sulle donne, sa, tutte quelle cose che bisogna fare se si vogliono perdere le elezioni… (risata monella, ndr). Che penso del Pd, vuol sapere. Qui in Lombardia, nella bergamasca, si sente disperatamente il bisogno di avere un Pd all’altezza. Con grandi obiettivi, che sappia dar fiducia in un’Italia migliore. Ci ho sperato, ci spero. Ma ho avuto molte delusioni, troppi equilibrismi, il merito che non va avanti, proprio come nel paese. Qualche volta mi sento una foglia di fico. Lo sa come lo vorrei il mio Pd? Coraggioso e generoso. Ma non lo è. Quante volte mi viene risposto ‘ma si è sempre fatto così’ e allora io mi incavolo. Noi dobbiamo cambiare la cultura anzitutto, perché a rapporti di forza politici stiamo malissimo. Senza contare che ci sono anche amministrazioni leghiste che funzionano bene. Mica a Curno, per carità, ma a Treviolo o Brembate di Sotto sì, per esempio. Sarà una bella lotta”.

E i figli? “Seguo anche loro. Li chiamo i miei gioielli: Pietro, Valentina e Giovanni. Vanno dai 28 ai 22. Forse perché sono rimasta da sola a far da capofamiglia, credo che mi ammirino; in ogni caso non mi hanno demolita. Il primo fa l’attore di teatro, la seconda un master a Lisbona sul no-profit… Proprio non abbiamo la vocazione del denaro. Guardi la mia auto, un politico leghista ne avrebbe orrore: una Fiat Punto a metano. Capisce? Piccola, italiana ed ecologica”. Parola di Perlita, antileghista nell’animo e nell’auto.

domenica 27 dicembre 2009

L’ARCHITETTO MILANESE ALLERGICO AGLI INTRALLAZZI


Donata Almici, sempre in prima fila per il rigore.Costretta a dimettersi dal Cda di Brera
di Nando Dalla Chiesa

Questa è una di quelle storie che vanno raccontate scoprendo subito le carte. Perché la protagonista è amica di chi scrive. Ma nel caso il rapporto di amicizia va a beneficio del lettore, perché ha aiutato la conoscenza in diretta dei fatti che qui si narreranno. Lei è un architetto, con il dono della pittura. Che vive contromano fin dai natali.
Donata Almici, questo il suo nome, è infatti originaria di Coccaglio, il paese bresciano proiettato recentemente in prima pagina dalla strabiliante idea del White Christmas partorita dal sindaco leghista per combattere l’inquinamento etnico. E, pur venendo da una delle famiglie borghesi più antiche di Coccaglio, sfoggia come massimo motivo di orgoglio una nipotina di colore in nome della quale si batte come una tigre contro ogni battuta razzista, a Coccaglio ma anche a Milano.
Ha un carattere tosto, l’architetto, intollerante solo verso la corruzione e i clientelismi. E fu proprio questo temperamento a portarla, nell’85, a essere (ecco dove nacque l’amicizia)tra i soci fondatori del circolo milanese “Società civile”, impegnato in prima fila contro il degrado etico della vecchia “capitale morale” del Paese. Un temperamento gettato anche nella vita associativa della professione. Per esempio da direttore di AL, il giornale degli architetti della Lombardia. Funzione non contestata da nessuno fino all’esplosione di Tangentopoli. Quando inizia a salire la marea degli scandali, l’Almici fa una scelta: dare la parola al mondo degli architetti. I quali scrivono ad AL per denunciare la condizione di corruzione e monopolio abusivo che caratterizza la professione a Milano e hinterland. Un monopolio goduto da una ristretta cerchia di architetti facenti capo ai partiti della sinistra: Epifanio Li Calzi, Andrea Balzani e Claudio Dini soprattutto.
A quel punto il presidente dell’ordine di Milano Demetrio Costantino, anziché tuonare contro gli inquisiti, chiede le dimissioni di lei dalla direzione del giornale e, non ottenendole, compie la scissione. L’ordine di Milano si fa un house organ tutto suo e invia un richiamo alla moralizzatrice, rea di essere intervenuta sul tema anche sull’Espresso e su altri giornali. Una scomunica da qui all’eternità, parrebbe; se è vero che due anni fa AL (tornato a essere il giornale unitario degli ordini lombardi) ha dedicato un numero monografico alla propria storia pubblicando un’intervista a tutti i direttori; tutti tranne lei, che aveva annunciato di volere ribadire i suoi eretici convincimenti.
Ebbene, è per questa sua storia che nel 2007 il Ministero dell’università (dove chi scrive era sottosegretario), dovendo rinnovare i propri rappresentanti nei consigli di amministrazione delle accademie di Belle Arti, quando arriva il turno di Brera pensa a lei. Tra i molti problemi che emergono in accademie e conservatori vi è infatti quello del rigore amministrativo, che dà luogo, fra l’altro, a diversi commissariamenti.
Donata Almici arriva a Brera con il nuovo presidente Gabriele Mazzotta. E si imbatte in questioni che sollecitano subito il suo uzzolo moralistico. Gli appartamenti della Fondazione Lombardo Croci, ad esempio. Destinati a sostenere artisti indigenti e invece concessi a condizioni di estremo favore, rispetto ai valori di mercato, a docenti dell’Accademia; con le entrate (circa 50.000 euro l’anno) destinate a finanziare mostre. Quest’anno finalmente il consiglio d’amministrazione ha ottenuto, dietro sua insistenza, che i canoni vengano adeguati e i proventi effettivamente corrisposti ad artisti in difficoltà. “Sotto Natale ha telefonato un vecchio professore di Brera, bisognoso, e ha chiesto se fosse uno scherzo”, dice lei, che considera quella telefonata una sua vittoria.
Ma soprattutto quel che la porta in tensione con larghe fette dell’Accademia è il clamoroso avanzo di bilancio, che lei scodella all’attenzione della stampa milanese, in particolare del Corriere. Nella primavera del 2008, in sede di bilancio consuntivo, scopre che c’è un attivo di otto milioni e mezzo di euro parcheggiato in banca mentre i locali di Brera vivono una più volte documentata e lamentata situazione di degrado. “Inconcepibile incapacità di spesa”, commenta lei. “E il bello è che dopo averlo fatto rilevare al Consiglio Accademico, che è l’organo titolato a fare le proposte di spesa per la didattica, quest’anno l’avanzo è aumentato di un altro milione di euro. Di fronte a questa anomalia abbiamo fatto abbassare le tasse degli studenti, per un totale di un milione e centomila euro in meno. E visto che parliamo di studenti, come si fa a non indignarsi quando ci si accorge che ci sono 450.000 euro di borse di studio non assegnati, che si è fatta una commissione per risolvere il problema e a distanza di un anno ancora quelle somme non sono andate agli allievi meritevoli? Qui sui giornali si parla di Brera ormai solo per polemizzare sul suo trasloco parziale nella caserma di via Mascheroni. Si sono inventati anche la bufala dell’uranio impoverito nei nuovi locali o che la caserma sarebbe una topaia. Ora, l’uranio impoverito è sempre l’eredità di bombardamenti aerei, e qui a Milano non se ne sono visti, mi pare. Quanto alla topaia, non solo non è vero, ma semmai bisognerebbe vedere lo stato di alcuni locali di Brera: assenza delle minime norme igienico-sanitarie o di sicurezza, abbiamo dovuto avviare dei primi interventi con il Provveditorato alle opere pubbliche. Sul trasferimento, che sarebbe solo parziale (le discipline storiche resterebbero in via Brera) e consentirebbe comunque di avere una superficie totale più estesa, si può anche discutere. Il guaio è che questa polemica fa sparire la questione del rigore gestionale. E certo a molti non dispiace. Ma è possibile che nell’ultimo consiglio mi sia vista proporre delle cifre di centinaia di migliaia di euro di spesa, ripeto, centinaia di migliaia di euro, senza alcun progetto, sotto la voce generica, che so, ‘iniziative culturali’ o ‘acquisti di beni e servizi’?”.
Conclusione non scontata, almeno in Italia. Dimissioni. In un contesto invece scontatissimo: silenzio assoluto. Una perfetta metafora dell’Italia al rovescio. L’architetto in prima fila a denunciare gli intrallazzi della professione che subisce il richiamo del suo ordine. L’amministratore pronto a denunciare i misteri di bilancio di una grande istituzione culturale che invece di suscitare dimissioni altrui è costretto a dimettersi. Storie di un paese che non cede. Ma che paga il prezzo amaro di tenere alla sua faccia.

martedì 8 dicembre 2009

La parola “fine” alle battaglie di Pio La Torre e di Libera


LA COMMISSIONE DELLA CAMERA RESPINGE GLI EMENDAMENTI CHE SI OPPONGONO ALLA MESSA ALL’ASTA
di Nando Dalla Chiesa


Dunque il dono di Natale resterà sotto l’albero. La commissione bilancio della Camera ha respinto tutti gli emendamenti volti a neutralizzare lo sconcio del Senato: la scelta di mettere all’asta (e in certi casi di vendere perfino a trattativa privata) i beni confiscati alla mafia. La quale ringrazia e si agghinda per giungere alle aste con gli abiti della festa: “piccioli”, tanti piccioli in una mano, e minacce agli improvvidi concorrenti nell’altra. Signori si scende. Si chiude un’epoca, da Pio La Torre al milione di firme raccolte da Libera per un uso sociale dei beni confiscati. Il quadro non si presta a equivoci. É la prima legge in materia di mafia che il governo sforna dopo gli avvertimenti che vengono dalle file di Cosa Nostra. É la dimostrazione che non bisogna farsi intrappolare per tutti i mesi venturi dalle dichiarazioni di Spatuzza e far dipendere da quelle il giudizio sul governo. Il giudizio politico si dà prima di tutto sugli atti politici visibili. Che non sono gli arresti dei latitanti, da anni meritoriamente realizzati da magistratura e forze dell’ordine, indipendentemente dai governi. Ma sono le leggi. I comportamenti delle burocrazie e le circolari. Le dichiarazioni dei ministri e del presidente del consiglio.
E quindi non bisogna mai smettere di ricordare le tre irrinunciabili questioni su cui, sin dalle stragi, Cosa Nostra ha chiesto impegni precisi ai suoi interlocutori (e di cui abbiamo saputo ben prima che Gaspare Spatuzza spuntasse all’orizzonte): confische dei beni, uso dei “pentiti” e carcere duro.
Sulle confische dei beni, il più è fatto. Basteranno tre mesi senza destinazione e via con l’asta. Fare scorrere quei tre mesi e poi piazzare sul mercato terre, immobili e imprese per la gioia del primo prestanome, sarà un gioco da ragazzi.
Quanto ai pentiti, sta già dichiarando e chiedendo di cambiare la legge Umberto Bossi (è il vecchio consiglio di Vito Ciancimino: certe cose è meglio farle dire da altri).
Sul carcere duro è in corso invece un’ambigua finzione: stabilizzato dalla legge ma svuotato dall’interno con ogni astuzia, stupidità o perfidia amministrativa.
Su tutte e tre le “sue” questioni, insomma, Cosa Nostra va all’incasso.
Pretende di “far cassa” con le aste anche lo Stato, a beneficio – si dice – di giustizia e sicurezza. Ma è davvero questo lo scopo? Se lo fosse, tornerebbe sfrontatamente l’argomento dei “costi” economici della lotta alla mafia. Quanto costano le indagini, quanto le intercettazioni; quanto costa proteggere i collaboratori, quanto tenersi i beni.
Un paese che ragiona così è un paese che si merita la mafia e forse in cuor suo la desidera.
Ma il fatto è che lo stesso argomento del far cassa appare debole, debolissimo. I beni confiscati servono già ora a farci caserme (quanto costano allo Stato i terreni e gli immobili per le nuove?) a farci scuole o pensionati studenteschi (idem), a promuovere iniziative economiche dove non c’è lavoro legale (quanto costa il “trattamento” della devianza sociale? E quanto la disoccupazione?).
Alla fine si scoprirà che l’operazione è in perdita, che il far “cassa” per la giustizia è un gioco di prestigio utile a occultare l’altro, più pericoloso gioco che si sta conducendo con un occhio a Torino e l’altro a Palermo.
Quanto alle forze dell’ordine e ai magistrati, prendano pure i latitanti. Tanto non ci vorrà molto a tagliar loro le unghie investigative – dalle intercettazioni ai pentiti, dalla tracciabilità dei movimenti di capitali fino alla benzina – e, naturalmente, a render loro impossibile fare i processi.
No, non diventeremo Spatuzza-dipendenti. Non dipenderemo dalle parole di un pluriomicida che ci giungono dai doppifondi della storia.
Dipenderemo anzitutto, come è giusto, dagli atti dei galantuomini che governano il paese. Quelli ufficiali. Se poi Spatuzza ha messo l’autobomba per far saltare Borsellino e loro diciassette anni dopo fanno saltare le leggi che Borsellino, Falcone e altri hanno chiesto fino a morirne, questa non è colpa nostra. Noi arbitrariamente, e semplicemente, la chiamiamo trattativa.

lunedì 16 novembre 2009

L’UOMO DI SCORTA




Rischia la vita per lo Stato, ma a 17 anni dalle stragi di mafia deve proteggere anche chi si fa “baciare le mani”
di Nando Dalla Chiesa


L’uomo ha una sua eleganza. Età matura, le lunghe tensioni hanno scavato il volto, ma neppure troppo. Arriva sulla sua auto senza strafare. Nell’andatura tra i vicoli nulla lascia immaginare l’abitudine a volare su auto con sirena per tutelare l’incolumità di obiettivi sensibili, come personalità dello Stato impegnate nella lotta a Cosa Nostra. Appuntamento nel cuore del centro storico di Palermo e poi tranquilla passeggiata verso Mondello. Avere raccontato in teatro le avventure e il coraggio dei poliziotti (e delle poliziotte) delle scorte palermitane aiuta a ricevere qualche confidenza. Con che occhi vedono oggi da questa città la lotta alla mafia gli uomini che per scelta e per mestiere si trovano più esposti agli attacchi di Cosa Nostra?
“Dicono che la mafia si sia mimetizzata – dice l’uomo della scorta – ‘Inabbisata’ è il termine più in voga. Io non lo so se sia vero. Finora forse è stato davvero così. Ma nessuno può sapere se e quanto durerà. La storia della mafia è stata sempre capita dopo. Noi dobbiamo essere sempre preparati al peggio. Alla moto che spunta d’improvviso accanto al finestrino perché si è rotto qualche equilibrio senza che tu ne sappia nulla. O all’autobomba che ti fa a pezzi perché qualcosa in alto è stato deciso. E allora non dipende neanche dai tuoi nervi, dalla tua prontezza di riflessi. Salti in aria e basta. Senza accorgertene. Magari perché qualcuno ha fatto degli errori”.
Quali errori? “Per esempio quello che fecero in via D’Amelio con Paolo Borsellino. Che costò la vita al giudice. Ma costò la vita anche a cinque nostri colleghi, come sa. Ma possibile che non avessero bonificato la zona? Che a chiunque fosse consentito di posteggiare di fronte alla casa della madre? Tutti sapevano che ci andava ogni domenica pomeriggio. Un po’ di professionalità in più, mica tanta, avrebbe richiesto una tutela ferrea di quel tratto di strada. Magari l’istituzione di una zona rimozione. Morì anche quella povera ragazza, Emanuela Loi”. Una pausa, lo sguardo vaga da un’altra parte. “Sì – dice – l’ho conosciuta Emanuela. Era una novità per noi avere una ragazza in mezzo alle nostre paure e frenesie quotidiane. Eravamo sempre stati quasi tutti uomini, era il più maschile dei reparti. Occorre destrezza, forza, abitudine a sentirsi le armi addosso in qualsiasi momento. Ad avere le giacche e le camicie, anche d’estate, adatte alla pistola, mica è un giocattolo. Quando l’ho vista mi è sembrato che qualcuno portasse un po’ di allegria nel nostro lavoro. Non era come la battuta per sdrammatizzare che si fa tra colleghi nei momenti di tensione. Era un’altra cosa. Era solare, Emanuela. Rideva con gli occhi quando restituiva le mitragliette dopo il servizio. Avevo paura per lei. Che so, era una questione istintiva. Mi sembrava che fosse in pericolo, mi pareva troppo fragile per fare il nostro mestiere. Poi seppi che aveva come capopattuglia Agostino”.
Qui di nuovo l’uomo delle scorte inghiotte qualcosa. Memorie di fumi infernali e rischi solitari, dolori, vittorie e delusioni. Agostino è Agostino Catalano, uno dei cinque agenti (gli altri si chiamavano Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina) fatti in pezzi dal tritolo di quella domenica di luglio. “Agostino era bravo, era preparato, era esperto. Perciò pensai che Emanuela fosse al sicuro. Invece tutti in aria. Perché in questi casi la tua bravura e il tuo sangue freddo non c’entrano più niente. Quando mi dissero che li avevano uccisi andai direttamente sul posto, perché non ci credevo, parola mia che non ci credevo. Dovevo vederlo”.
Guida tranquillo, l’uomo delle scorte, ogni tanto mette la mano su una pistola alla sua destra, sottratta alla vista del passeggero. “Lei vuol sapere qual è la situazione oggi? Le rispondo con i dati raccolti dai nostri sindacati. Alla questura di Palermo, dicono, mancano circa trecento uomini rispetto agli organici, che sono quelli fissati nell’89, prima delle stragi. E delle 540 auto assegnate alla questura, ben 190 sono praticamente fuori uso. Un terzo delle auto fuori uso. Rendo l'idea? Non so se sia vero, ma non ho motivo di dubitare delle cifre raccolte dai nostri colleghi. Quanto alle auto delle scorte, abbiamo venti blindate con più di duecentomila chilometri addosso. Sarà ovunque così, forse. Ma noi siamo in una situazione di frontiera. Sa, ricordo bene il ministro Scotti quando era agli Interni e diceva ‘mai più senza blindate’. Come a dire, adesso vi daremo auto adatte alla missione che lo Stato vi ha affidato. E invece siamo di nuovo a terra. Certe volte mi capita di passare davanti alle fermate degli autobus con la marmitta che fa un rumore spaventoso e allora per la vergogna mi volto dall’altra parte per non incrociare lo sguardo dei cittadini fermi sul marciapiede”. Eppure, lui continua a sentirsi molto legato a questo lavoro. “Non solo perché mi sento utile allo Stato, ma anche perché nella maggior parte dei casi serve a proteggere persone che stimo moltissimo per quel che fanno. Sarei potuto tornare nella mia regione, andare a vivere a duecento metri dalla casa dei miei ma sono rimasto qui. Anche se devo mandar giù palate di indignazione. Immagina che cosa provo quando vedo decine di persone mettersi in fila per baciare le mani a persone a cui sono costretto a fare la scorta? Immagina cosa provo io quando sento dire da certi pulpiti che Vittorio Mangano era un eroe? Ho fatto cose da rischiare la vita, non solo scortare giudici e investigatori. Ho svolto indagini che nessuno sa, se non una o due persone . Ma proprio perché certe cose non sono note ed è bene non le si divulghi, nessuno mi ha mai detto grazie”. L’uomo fa una pausa, guarda il mare alla sua destra. “Ma non è questo che mi interessa. A me importa solo una cosa. Che noi delle scorte non veniamo visti come gorilla. Vede, a noi viene richiesta una professionalità altissima e siamo orgogliosi di averla. Così come siamo orgogliosi della nostra disciplina. Per questo mi disturba che ancora oggi si dica che noi uomini delle scorte ci ribellammo alle autorità dello Stato dopo le stragi. Questo non è vero. Facemmo solo una legittima manifestazione sindacale. Non ci siamo ribellati. Non c’è mai stata insubordinazione. Anche se si saltava per aria. Noi sappiamo bene che cos’è la disciplina. Lo faccia sapere, per favore”.
Il sole è alto su Mondello. Questo è uno dei volti dello Stato nell'Italia senza bussola.

venerdì 3 ottobre 2008

GOMORRA A MILANO



Nando Dalla Chiesa

L'Unità

3 ottobre 2007

«Mafia a misura Duomo». Con questo titolo in copertina, vent’anni fa, il mensile Società civile lanciava l’allarme sulla presenza della mafia a Milano. Il sindaco di allora, Paolo Pillitteri, smentì recisamente che in città esistesse un pericolo di infiltrazione o addirittura di presenza delle cosche. Gli andò dietro con garbo la procura generale. Che, ancora nel ’92, dichiarò all’inaugurazione dell’anno giudiziario che non c’era prova processuale della presenza mafiosa a Milano, dal momento che non vi erano ancora state irrogate condanne passate in giudicato. Poi, in pochi anni, la pietosa (e complice) bugia fu travolta dai fatti.

Migliaia di arresti, indagini su Cosa nostra e, soprattutto, sulla ‘Ndrangheta. Maxiprocessi a raffica e condanne altrettanto a raffica. Fino alle operazioni degli ultimi mesi, che hanno toccato l’Ortomercato e l’hinterland meridionale, a partire dal comune di Buccinasco.

Eppure, appena si gratta sotto la superficie delle frasi di circostanza, Milano appare ancora resistente a confessare la sua malattia. Proprio come vent’anni fa. Vive lo stesso, identico riflesso condizionato di tante città e amministrazioni del sud. L’idea che a dichiarare l’esistenza del problema si infanghi il buon nome della città e dei cittadini, gente onesta - sempre così si grida tra gli applausi - abituata a lavorare. Si facciano correre rischi incalcolabili all’economia, agli affari e all’immagine internazionale. Perciò nelle ultime settimane incontra tante resistenze la proposta, presentata in consiglio comunale dal partito democratico, di dar vita a una commissione antimafia che analizzi con logiche autonome da quelle giudiziarie la situazione cittadina, sulla quale (fra l’altro) grava la minaccia di una nuova offensiva degli interessi criminali in vista dei giganteschi finanziamenti dell’Expo 2015. Una commissione per capire, per misurare, per decidere strategie politiche e amministrative. Le obiezioni si accavallano. La situazione non è così grave, non siamo in Sicilia o in Calabria. La mafia c’è, ma ci pensino la magistratura e le forze dell’ordine. Sarebbe uno spreco di fatica e di soldi, una commissione così non servirebbe a niente. Sarebbe una nuova occasione per strumentalizzazioni politiche.

E invece sulla gravità non dovrebbero esserci dubbi. La Lombardia è la quarta regione di mafia d’Italia, la quarta anche per beni confiscati alle organizzazioni mafiose. L’ospitalità della capitale e della sua area metropolitana verso i clan è ormai storia conclamata. Da Joe Adonis che vi aveva messo radici a Luciano Liggio che vi venne catturato latitante. Dalle presenze cresciute sull’onda del vecchio confino a quelle che non hanno avuto alcun bisogno del confino ma sono arrivate a vele spiegate sull’onda dei soldi da riciclare. Basta leggere gli atti della commissione parlamentare antimafia, non solo l’ultima ma anche quella del 2001-2006 guidata dal centrodestra, per rendersi conto di quanto penetrante, insistita e avvolgente sia la carica lanciata dalla ‘Ndrangheta nei confronti della capitale economica e finanziaria del Paese. È una situazione che richiede una mobilitazione immediata, in città e in provincia, dalla quale i consigli comunali non possono chiamarsi fuori. Qualche week end fa la città di Desio è stata testimone silenziosa di una tipica, perfetta scena da Gomorra. Decine e decine di camion dei clan sono andati avanti e indietro per le sue strade rovesciando montagne di sostanze tossiche su terreni privati, di proprietari consenzienti e (forse) intimiditi. Committenti dello scempio, altro che colpa del confino!, imprenditori lombardi, in gran parte bergamaschi. L’altra sera a Telelombardia il sindaco di Buccinasco ha ammesso candidamente di avere ricevuto nel suo ufficio il boss di una nota famiglia calabrese in carcere da luglio. E alle obiezioni del sottoscritto hanno fatto da contrappunto le telefonate di protesta in trasmissione delle sorelle del boss medesimo. In silenzio Milano e il suo hinterland stanno costruendo una propria nuova “normalità”.

La gravità c’è tutta, dunque. E non sarebbe nemmeno una commissione inutile. Vi è infatti il precedente della commissione presieduta da Carlo Smuraglia. Che venne istituita agli inizi degli anni novanta proprio in seguito alle prime polemiche. Essa includeva oltre a consiglieri comunali anche esperti esterni (utilissimi per evitare logiche di “scambio politico”). Benché non avesse poteri speciali, con la sola audizione dei testimoni, quella commissione consentì di capire e intuire quel che ancora l’attività giudiziaria non aveva stabilito con certezza processuale. La stessa, successiva commissione d’inchiesta sulla corruzione nel commercio, presieduta da chi scrive, pur avendo ambiti e compiti di osservazione specifici e differenti, aprì squarci inaspettati e talora eclatanti sulla presenza mafiosa.

Il problema allora mi sembra un altro. Ed è il timore non dichiarato di Milano di farsi mettere addosso la lente d’ingrandimento. Non solo per non mandare in frantumi l’ideologia della pura razza padana; per non rovinare la fiaba della Lombardia inquinata dai mafiosi meridionali estranei al tessuto locale e spuntati come funghi grazie al confino deciso dallo Stato centralista che “ci ha mandato qui i mafiosi”. Ma perché la presenza della mafia a Milano ha sempre toccato nervi delicati del potere. Occorre forse ricordare Michele Sindona e le sue banche al servizio della mafia e l’omicidio, a Milano, dell’eroe borghese Giorgio Ambrosoli che difendeva i piccoli risparmiatori truffati dal “salvatore della lira”? Occorre ricordare Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano e di nuovo il riciclaggio del denaro della droga?

È lunga la serie delle prove e dei sintomi delle relazioni pericolose, pericolosissime. Le denunce del giudice Franco Di Maggio sulla mafia che a Milano investe nelle cliniche. Il leoncino regalato dal boss Epaminonda (su cui il giudice Di Maggio indagò) a Bettino Craxi. I viaggi milanesi degli uomini della Cupola alla ricerca di nuovi settori, quelli delle nascenti televisioni private, in cui investire. La facilità con cui l’emissario dei corleonesi riusciva a mettersi in contatto (gli bastava un solo intermediario) con qualche assessore agli inizi degli anni Novanta. E il boss assassino Vittorio Mangano insediato nella villa di colui che avrebbe guidato più governi della Repubblica. E Marcello Dell’Utri eletto trionfalmente nel centro di Milano mentre accumulava un curriculum giudiziario che lo avrebbe portato a una condanna in primo grado per i suoi rapporti con Cosa nostra.

La città preferisce non vedere. Sembra posseduta dal timore di non sapere esattamente che cosa si potrebbe trovare nelle sue viscere se ci si incominciasse a guardare senza aspettare la magistratura. Quasi che la maggioranza politica, anche nelle sue componenti mai colluse o sospettate, temesse per sesto senso di doversi trovare a maneggiare materia infiammabile senza sapere bene come dominarla. Fu d’altronde per questa ragione, credo, se ai tempi del governo più lombardo della storia d’Italia, dal 2001 al 2006, la commissione parlamentare che pure andò in Veneto e Piemonte ed Emilia evitò di andare a Milano, dove tutte le tracce inducevano ad andare.

Eppure un consiglio comunale ha un dovere verso i cittadini, verso tutti i cittadini. Difenderli. Difenderne il tenore della vita civile ed economica, la qualità della convivenza sociale. Senza strumentalizzazioni, certo. Ma anche senza voltarsi dall’altra parte. Si viene eletti anche per questo. L’Expo con i suoi soldi si avvicina. Letizia Moratti si è detta non contraria alla commissione. Altri nel centrodestra non lo sono. Perché non mettere al primo posto l’interesse della città?

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