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mercoledì 19 gennaio 2011

La giustizia dei Folli


di Armando Spataro (*)

Le vicende politico-giudiziarie degli ultimi giorni – mi riferisco alla sentenza della Consulta che ha spazzato via il legittimo impedimento autocertificato e agli ultimi sviluppi del “caso Ruby” – hanno determinato alcune prevedibili reazioni politiche, ma anche sorprendenti commenti di pur autorevoli opinionisti che ripropongono sconcertanti e stantii luoghi comuni. Quanto alla sentenza del 13 gennaio, esponenti della maggioranza di governo e difensori del presidente del Consiglio si sono affannati nell’impossibile tentativo di dimostrare che sarebbe rimasto comunque in piedi l’impianto della legge sul legittimo impedimento. Il che non è.

I PUNTI inaccettabili di quella legge erano infatti due: il potere del presidente del Consiglio di autocertificare l’impedimento proprio e dei ministri a comparire innanzi all’Autorità giudiziaria e l’impossibilità del giudice di valutare la legittimità o meno dell’impedimento addotto. Entrambi questi aspetti della legge, già duramente criticati da giuristi di ogni estrazione, tra i quali non si può non citare il compianto prof. Grevi, sono stati spazzati via dalla Consulta. Ma – si dice da parte dei cultori del bicchiere mezzo pieno – è rimasta la possibilità di opporre al giudice, quale legittimo impedimento a comparire, attività “preparatorie, consequenziali e coessenziali” rispetto alle competenze del governo. Il che è sicuramente vero, sempre che – ha statuito la Cortesia il giudice a valutare in concreto se quelle ragioni siano apprezzabili o meno ai fini del rinvio dell’udienza. Ma ciò era già possibile prima dell’approvazione della legge la quale, a scapito del principio di eguaglianza dei cittadini, aveva sottratto al giudice proprio quel potere di valutazione ora restituitogli dalla Consulta. Dunque, ciò che la Corte ha salvato della legge non costituisce una novità, ma solo la specificazione di un pacifico orientamento giurisprudenziale che si intendeva sovvertire.

Passiamo ad altro tema, quello della tempistica dell’indagine milanese, il caso Ruby, che riguarda anche il presidente Berlusconi. È stato ancora evocato il tema trito e ritrito della giustizia ad orologeria. In particolare, sorprende leggere commenti come quelli pubblicati il 15 gennaio scorso su Il Sole 24 Ore e sul Corriere della Sera. Il fatto che giusto all'indomani della pronuncia della Consulta sul legittimo impedimento si siano conosciute le “contestazioni infamanti” nei confronti di Berlusconi ha indotto, da un lato, Stefano Folli ad affermare che ciò “...autorizza i soliti sospetti e lascia capire che il conflitto è salito di livello” e dall’altro Pierluigi Battista a parlare di “...uno zelo che autorizza ogni genere di malizioso accostamento temporale”.

Orbene, al di là del merito di quella specifica inchiesta, vorrei chiedere ad entrambi i citati opinionisti cosa avrebbero scritto se si fosse saputo di quella indagine il giorno prima della decisione della Consulta. Facile immaginare che i magistrati sarebbero stati accusati di volerla condizionare.

Ma vorrei anche sapere da Folli e Battista quanto tempo prima o quanto tempo dopo, rispetto a rilevanti eventi come la citata sentenza, i pubblici ministeri sarebbero a loro avviso legittimati ad acquisire prove e compiere atti d’indagine senza destare “i soliti e maliziosi sospetti”.

La mia opinione è evidentemente diversa da quella dei due giornalisti poiché penso che i tempi della politica non possano e non debbano influenzare in alcun modo quelli della giustizia. Lo impongono non solo il timore di una prevedibile paralisi della giustizia penale (specie ove si pensi alla frequenza di scadenze politiche ed eventi sconcertanti che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese negli ultimi decenni), ma anche e soprattutto due importanti principi che sono a base del nostro assetto costituzionale: l'obbligatorietà dell'azione penale e l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, resi possibili dall'indipendenza del Pm.

INFINE, non si può non far cenno alla rappresentazione che Folli e molti altri suoi colleghi giornalisti danno dell'azione della giustizia e delle reazioni politiche che essa determina: si parla ancora una volta di scontro epocale tra potere esecutivo (anzi "il premier") e la magistratura (anzi "le procure").

Come è noto, si tratta proprio della teoria della guerra mirata e politicamente motivata delle Procure contro il presidente Berlusconi che costituisce il cavallo di battaglia dello stesso premier, nonché dei suoi compagni di partito e alleati e che, riproposta all’infinito, finisce con l’influenzare e condizionare la pubblica opinione: persino il presidente dell’Anm sembra incorso in un equivoco lessicale, parlando, appunto, di “scontro”, mentre – semmai – siamo di fronte a un attacco che proviene da una parte sola. Dovrebbero servire da monito, allora, le parole del purtroppo defunto Lord Thomas H. Bingham of Cornhill, uno dei più autorevoli giuristi britannici: “Alcuni rappresentanti della stampa, dotati del dono della sobrietà, hanno parlato di guerra aperta tra governo e potere giudiziario. Questa, secondo me, non è un’analisi precisa. Ma è vero che esiste un’inevitabile e, a mio parere, assolutamente giusta tensione tra i due poteri. Esistono al mondo paesi in cui tutte le decisioni dei tribunali incontrano il favore del governo, ma non sono posti dove si desidererebbe vivere”. (The Rule of Law, 16 novembre 2006, Centre for Public Law)

(*) Procuratore della Repubblica aggiunto a Milano

domenica 2 gennaio 2011

“È UN VERO CRIMINALE”



Il procuratore di Milano, Spataro, spiega: Battisti si è politicizzato dentro al carcere

di Armando Spataro*

Catturato a metà del 1979, a Milano, in una base dei Proletari Armati per il Comunismo piena di mitra, pistole, fucili e documenti falsi, Cesare Battisti evase nell’ottobre del 1981 dal carcere di Fossombrone. Fu catturato di nuovo a Parigi, nel febbraio del 2004 dopo quasi 23 anni di latitanza dorata. A giugno dello stesso anno la Francia concesse l’estradizione chiesta dall’Italia, ma in modo e con esiti farseschi: Battisti era già stato posto in libertà a marzo e si era reso di nuovo latitante. Veniva però a Rio de Janeiro, nel marzo del 2007 e molti pensarono che, finalmente, quell’assassino sarebbe stato riconsegnato all’Italia. Invece accadeva l’incredibile. Mentre era in corso la procedura per l’estradizione, Battisti rilasciava un’intervista dichiarando che se fosse stato trasferito in Italia sarebbe stato ucciso.

E MOLTI politici brasiliani gli diedero credito: il 14 gennaio del 2009, il ministro della Giustizia Tarso Genro gli concedeva l’asilo politico mentre a febbraio il senatore Edoardo Suplicy dava lettura in Senato di una lettera di 19 pagine dell’assassino italiano che proclamava la sua innocenza e denunciava l’Italia per avere utilizzato “correntemente” il sistema della tortura durante i processi degli anni di piombo. Dopo una serie estenuante di rinvii, però, la Corte Suprema brasiliana, con cinque giudici favorevoli su nove, votava a favore della estradizione di Battisti in Italia, sconfessava il ministro Tarso Genro, ma affermava che l’ultima parola sarebbe spettata al presidente Lula che avrebbe potuto diversamente decidere in base a ragioni politiche. Questi, dal canto suo, dichiarava: “adesso la palla è nel mio campo e sarò io a decidere come calciarla”. Cerchiamo di capire ora perché, utilizzando la stessa metafora calcistica cara a Lula, si può affermare che egli non si sia limitato a calciar male la palla, ma se ne sia impossessato, portandosela via dal campo e lasciando arbitro, giocatori e spettatori attoniti. Partiamo dalla fine, cioè dal comunicato letto dal Ministro degli esteri Celso Amorim che, citando la norma della Convenzione tra Italia e Brasile posta a base della decisione di Lula, ha spiegato che questa si fonderebbe sul rischio di aggravamento della condizione personale di Battisti ove fosse trasferito in Italia. In attesa di leggere il testo completo del provvedimento, sono i fatti a dimostrare subito come si tratti di una tesi priva di fondamento giuridico e come siano false le affermazioni propalate in Francia e Brasile dai fans dell’assassino:

1) Battisti non è un estremista perseguitato in Italia per le sue idee politiche, ma un criminale comune per motivi di lucro personale, che si è politicizzato in carcere, commettendo poi rapine, ferimenti ed omicidi.

2) Battisti è stato poi condannato all'ergastolo per molti gravi reati, tra cui anche 4 omicidi: in due di essi, omicidi del maresciallo Santoro (Udine 6.6.1978) e del poliziotto A. Campagna (Milano 19.4.1979), egli sparò materialmente alle vittime; in un terzo (L.Sabbadin, macellaio, ucciso a Mestre il 16.2.1979) svolse il ruolo di “palo” in aiuto dei killer; per il quarto (P. Torregiani, Milano 16.2.1979) partecipò alla decisione ed organizzazione del fatto.

3) Non è vero che a Battisti sia stata negata la possibilità di difendersi in quanto assente durante i processi. Nel 2006, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha respinto il ricorso di Battisti contro la concessione dell’estradizione da parte della Francia, giudicandolo per questa ragione «manifestamente infondato» ed affermando che in tutti i processi egli era stato sempre assistito dai suoi avvocati, con cui era rimasto in stretto rapporto durante la latitanza.

4) E’ falso che l’Italia ed il suo sistema giudiziario non siano stati in grado di garantire i diritti delle persone accusate di terrorismo negli “anni di piombo”. E’ un’affermazione che ci ferisce. Sono tanti i magistrati, gli uomini delle istituzioni, i poliziotti che sono stati vilmente uccisi, da persone come Battisti, solo perché applicavano la legge. L’Italia, invece, non ha conosciuto derive antidemocratiche nella lotta al terrorismo.

PER FINIRE: molti accusano il Governo di non essersi sufficientemente adoperato per ottenere l’estradizione di Battisti. Il Governo, dal canto suo, afferma di essersi mosso con ogni possibile energia e determinazione.

Vedremo in futuro come stanno i fatti. Ma forse è stato trascurato un altro possibile rilievo, quello sulla coerenza degli atteggiamenti diplomatici che, per essere autorevoli, hanno bisogno di essere omogenei di fronte a situazioni simili. Allora, occorrerebbe forse una buona dose di autocritica con riferimento all’atteggiamento inspiegabilmente passivo tenuto nell’ottobre del 2008 dal Governo italiano quando il Presidente francese Sarkozy negò l’estradizione della brigatista Marina Petrella per “ragioni umanitarie”, non molto dissimili dalle “condizioni personali” di cui oggi parla il Presidente Lula. Per ora non resta che condividere l’amarezza del Presidente Napolitano, sperare nel possibile accoglimento di future nuove istanze del nostro Governo e stringersi attorno ai congiunti delle vittime del terrorismo. È certo che la decisione del presidente brasiliano non appare compatibile con i principi su cui si fonda la collaborazione internazionale contro ogni forma di criminalità. Anzi, li incrina profondamente.

*Procuratore aggiunto a Milano, Coordinatore del Dipartimento antiterrorismo

venerdì 4 giugno 2010

QUELLE PAROLE NON DETTE


Armando Spataro ricorda Giovanni Falcone

Che impressione fa a un magistrato di appena 29 anni esordire come pm nel processo contro il nucleo storico delle Brigate Rosse, Renato Curcio in testa? È praticamente cominciata così la carriera di Armando Spataro, procuratore aggiunto di Milano, da 35 anni in trincea, tra delitti a sfondo politico o di criminalità comune, tra mafia e terrorismi di tutti i tipi, anche quelli di matrice islamica. Un magistrato che ha deciso di raccontarsi, inserendo qua e là episodi inediti della sua vita professionale nel libro “Ne valeva la pena”, poco più di 600 pagine, Laterza Editore, in uscita oggi. “Ne valeva la pena” è un viaggio che accompagna il lettore lungo un percorso accidentato di morti, di stragi, di denunce, intervallato, tra un capitolo e l’altro, dalla vicenda che ha dato a Spataro la maggiore visibilità internazionale: il rapimento dell’imam egiziano Abu Omar, al centro di scottanti polemiche per i cosiddetti conflitti tra poteri sul segreto di Stato, sollevati sia dal governo Prodi sia dal governo Berlusconi davanti alla Corte costituzionale. Tutt’intorno, una carrellata in mezzo a interrogativi e misteri che hanno accompagnato la vita dell’Italia per decenni: l’omicidio del giornalista Walter Tobagi; l’assassinio del gioielliere Pierluigi Torregiani; alcuni aspetti del caso Moro; gli arresti dei brigatisti Mario Moretti e Sergio Segio. Infine, le relazioni di Spataro con i suoi colleghi magistrati. Il Fatto Quotidiano ha scelto il capitolo dedicato ai rapporti con Giovanni Falcone. (Leo Sisti)

di Armando Spataro

Alla vigilia del varo della Direzione nazionale antimafia… altre discussioni divisero noi magistrati: riguardavano Giovanni Falcone... Siamo stati molto vicini tra il 1988 e il 23 maggio del 1992: abbiamo insieme partecipato alla fondazione del Movimento per la Giustizia… Il gruppo era nato nell’88 e l’evento che ne aveva determinato la fondazione era stata proprio la mancata nomina di Giovanni a capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo. Solo pochi componenti del Csm avevano tentato invano, in quella occasione, di evitare che logiche ottusamente formalistiche, quando non di mero potere, prevalessero sulla necessità di potenziare l’efficacia dell’azione giurisdizionale in terra di mafia. Quell’episodio, che richiamava i temi della professionalità e della questione morale insieme, risvegliò l’impegno associativo di decine di magistrati, fino a quel momento apprezzati soprattutto per le loro qualità professionali… Nacque così il Movimento per la Giustizia.

LE DELUSIONI Nel 1990 Falcone ebbe la prima delusione: si presentò candidato alle elezioni per il rinnovo del Csm ma non fu eletto… Anche la parte di magistratura che rappresentavamo dimostrò in tal modo la falsità dell’assunto secondo cui chi si impegna strenuamente nel settore dell’antimafia, acquistando notorietà e però rischiando la pelle, diventa per ciò solo popolare e amato da tutti e fa più facilmente carriera. Lo aveva teorizzato, come si sa, Leonardo Sciascia…. Fu probabilmente più forte un’altra successiva sua delusione e anch’io, in questo caso, contribuii alla sua amarezza: non approvavamo il fatto che egli avesse assunto nel marzo del 1991 il ruolo di direttore generale degli Affari penali offertogli dal ministro della Giustizia ad interim Claudio Martelli. Credevamo alla sua volontà di dimostrare con i fatti quanto infondato fosse il nostro timore di vederlo ingabbiato e trasformato in testimonial inconsapevole del governo. Ciononostante, avremmo preferito che non avesse accettato quell’incarico: gli scrissi una lunga lettera per spiegare le mie forti perplessità e lui mi rispose mostrandomi amicizia e comprensione. Era come se mi avesse detto: “...Capisco i vostri timori, ma io sarò più forte di loro... e sarò più utile al paese ed alla magistratura lavorando al ministero piuttosto che ingabbiato a Palermo”…. Elaborò, mentre era al ministero, il progetto di costituzione della Direzione nazionale antimafia e patì anche qualche critica per la sua originaria impostazione: il 28 ottobre del 1991 una sessantina di magistrati (tra cui io stesso) sottoscrisse un documento contenente le critiche e le preoccupazioni di cui ho già detto. Qualcuno ancora oggi, spero senza ricordare o voler capire, considera quell’appello un subdolo attacco a Giovanni. Per smentire questa tesi, basta citare tra le tante firme sotto quel testo quelle di Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto e Gian Carlo Caselli.

LA CANDIDATURA Ma altre critiche, più personali, gli piovvero addosso quando, approvata la legge istitutiva, si candidò alla carica di procuratore nazionale antimafia: in molti, anche all’interno della nostra corrente, pensavamo che per Giovanni fosse inopportuno proporre domanda per quella carica dopo essere stato l’artefice della legge con cui essa era stata istituita. Io stesso gli scrissi l’8 febbraio del 1992 un’altra lettera di cui conservo copia: gli esprimevo con franchezza le mie riserve pur confermandogli amicizia e stima. Giustamente, Vladimiro Zagrebelsky ancora oggi ricorda l’assurdità di quei dubbi diffusi : chi, se non Giovanni Falcone, poteva essere in quel momento il procuratore nazionale antimafia? Ma prima che il Csm nominasse il procuratore nazionale, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, con Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro, furono trucidati dalla mafia…

Ho il rimpianto di non avere ulteriormente chiarito con Giovanni che le mie personali perplessità sul suo trasferimento al ministero di Martelli e sulla sua candidatura alla Dna non avevano intaccato neppure in minima parte la mia immensa stima e l’amicizia per lui. Un rimpianto acuito dalla lettura di alcune pagine di un libro di Francesco La Licata, ove l’autore rammenta l’amarezza con cui Falcone gli parlò della lettera che gli avevo scritto e della incomprensione delle sue ragioni da parte di molti tra i suoi amici. All’epoca, invece, ero certo che Giovanni avesse ben colto la natura dei nostri dubbi e che la diversità di vedute sulla sua possibile nomina a procuratore nazionale antimafia non avesse in alcun modo intaccato la ricchezza del nostro rapporto personale.

giovedì 8 aprile 2010

Csm, il sorteggio indegno


di Armando Spataro (*)

E dunque il lettore appassionato del Fatto ha appreso lunedì che Bruno Tinti la pensa come il ministro della Giustizia Alfano. Anzi, che è stato il precursore e che rivendica il diritto di primogenitura di uno dei progetti di riforma del Csm. Ci sarà tempo di parlare di altre criticabili proposte come quelle di alterarne la composizione e di creare una sezione disciplinare esterna al Consiglio stesso. Ma ora parliamo del possibile sorteggio dei suoi componenti. Chi sostiene tale tesi parte da un assunto largamente condiviso: le correnti dell’Anm sono il male assoluto e ne va stroncato il potere che si manifesta proprio nel momento del rinnovo quadriennale del Csm.

Le correnti, infatti, designando i loro candidati nelle consultazioni previste dalla legge e dalla Costituzione e ottenendone l’elezione nella proporzione risultante dal voto dei magistrati, finiscono con l’occupare il Consiglio nella misura di due terzi (mentre l’altro terzo è di nomina parlamentare) e di conseguenza con il gestire in base ad accordi spartitori tutte le funzioni e le competenze consiliari. A partire dalla nomina dei dirigenti: uno a noi, uno a voi e la prossima volta pure! Dunque, ha detto Tinti prima di Alfano, bisogna disarticolare il potere delle correnti che tracima anche nell’occupazione dei ruoli di vertice dell’Associazione e nelle carriere parallele dei magistrati fuori ruolo, cioè quelli destinati al ministero della Giustizia e ad altri incarichi. Ma poiché sembra impossibile convincere i magistrati a votare candidati che diano garanzie di irreprensibilità (forse, deve dedursi, perché non ne esiste alcuno), non resta che togliere alla magistratura italiana il diritto di voto. Come? Semplice, procedendo al sorteggio dei futuri componenti del Csm così da ottenere, con l’aiuto della dea bendata, un esercizio delle funzioni consiliari efficiente e super partes.

Qui, però, le strade del ministro e del Tinti divergono a causa di un piccolo ostacolo: l’art. 104, comma 3, della Costituzione prevede che i magistrati eleggano i loro colleghi componenti del Csm. Certo si potrebbe cambiare la Costituzione ma, come si sa, l’iter prevede tempi lunghi.

Ecco allora che si manifestano due diverse scuole di pensiero per conciliare precetto costituzionale e guerra alle correnti.

I consiglieri del ministro Alfano pensano che si potrebbe procedere prima al sorteggio di un certo numero di magistrati (50,100,200?) e poi, entro questo gruppo di fortunati, consentire l’elezione dei 16 togati previsti dalla legge. Ma, osserva Tinti, questa potrebbe essere una scelta incostituzionale perché non pare che il diritto di voto possa soffrire limitazioni. Dunque, meglio sarebbe che le correnti organizzassero il sorteggio dei 16 magistrati e poi impegnassero tutti a votarli. La soluzione proposta da Tinti, insomma, si fonda sullo stesso esercizio del potere correntizio che vorrebbe contrastare e prevede che circa 9000 magistrati (vuoti d’organico permettendo) votino passivamente coloro che viene loro ordinato di votare.

Francamente, non riesco ad immaginare una proposta più lesiva della dignità dei magistrati italiani di quelle legate alla possibilità di sorteggiare – direttamente o indirettamente – i componenti del Csm. Si tratta di una visione “istituzionale” non solo contraria alla Costituzione, ma anche miope nella misura in cui attribuisce all’Associazione magistrati la natura di un “sindacato” (come Tinti dice espressamente), ignorando le ragioni della sua nascita e la sua storia nobile che la portò ad autosciogliersi durante il fascismo. Ed è una visione inadeguata al livello costituzionale del Csm che si vorrebbe deputato a compiti burocratici e di ordinaria amministrazione (trasferimenti e nomine innanzitutto), esattamente come volevano i padri della Bicamerale di infausta memoria.

Rita Sanlorenzo, segretaria di Magistratura democratica, ha invece già ricordato che “il modello realizzato dai Padri costituenti ha consapevolmente fondato il sistema di autogoverno su una forte rappresentatività del corpo della magistratura, un modello che ha fino ad oggi tenuto, nonostante i numerosi interventi sul sistema elettorale (5 riforme in 50 anni). Modificarlo, magari per abbracciare ipotesi di evidente stampo reazionario come quella del sorteggio dei componenti del Csm, porterebbe ad annullare questa rappresentatività e dunque ad abolire il sistema di governo autonomo [...]. Il fatto che proprio su questo carattere si voglia intervenire, agendo periodicamente sui sistemi elettorali, è il segno di quanto l’obiettivo reale sia la capacità del Consiglio di essere davvero rappresentativo e per questo autorevole nella difesa della magistratura verso l’esterno”.

Non è difficile spiegare in cosa consiste la “rappresentanza” della magistratura che è alla base del sistema di autogoverno se solo si accetta l’idea, certo non blasfema, che i magistrati abbiano il diritto di interloquire sul funzionamento della giustizia, sulla sua organizzazione, sulla difesa della propria indipendenza: è meglio nominare un dirigente più anziano o uno più dinamico e capace (vecchio tema di discussione)? È meglio privilegiare la specializzazione o la pluralità delle esperienze professionali? È giusto organizzare corsi di aggiornamento professionale aperti alle esperienze esterne alla magistratura? O è meglio evitarlo? In che senso interpretare la possibilità di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale ecc.? E, passando alle valutazioni dei disegni di legge, si deve accettare la pretesa – pure negata dagli interventi degli ultimi due capi dello Stato – che il Csm resti silente sui progetti di riforma della giustizia se non interpellato dal governo?

Questi e altri possibili interrogativi si materializzano all’atto del rinnovo del Csm perché è logico che, al momento di eleggerne i componenti, il magistrato elettore che intenda esprimere un voto consapevole voglia conoscere le opinioni e i programmi dei candidati. Ed è altrettanto logico che costoro, per presentarsi agli elettori, si aggreghino per omogeneità di vedute e che vogliano rendersi riconoscibili con un programma, una sigla.

Sono le regole fondamentali della democrazia. E la democrazia non riguarda solo il Parlamento, riguarda anche l’elezione dei comitati di quartiere. Ecco perché all’interno dell’Associazione magistrati si sono formate le tanto vituperate correnti: luoghi di aggregazioni ideali, delle quali va contrastata non la ragion d’essere, ma solo la deriva corporativa. Voglio essere anche chiaro, però, su uno dei punti centrali che muovono i recenti “raffinati” progetti di riforma del Csm: è un fatto certo, cioè, che sulle scelte consiliari pesano, spesso in modo significativo, fattori impropri, come le appartenenze correntizie, così come le amicizie, i localismi geografici (condizionamenti che riguardano anche i componenti laici, e spesso in misura maggiore dei togati). Ma perché, allora, non sforzarsi di contrastare queste patologie, chiedendo trasparenza nelle motivazioni di ogni scelta consiliare e stimolando, all’atto del voto, il ricordo di quelle ingiustificabili? E’ forse troppo difficile discutere, o esercitare la memoria, o provare a responsabilizzare i magistrati elettori? In fondo è quanto chiediamo anche agli italiani all’atto del voto per il rinnovo del Parlamento. Non comprendo, allora, perché il Csm debba essere ridotto al rango di una bocciofila di quartiere e i magistrati al livello di persone che non sanno giudicare, orientarsi, scegliere, partecipare alla vita democratica, costrette invece ad accettare che le alte funzioni consiliari siano esercitare da colleghi selezionati in base al caso. La risposta possibile è una sola: i magistrati sono persone da punire, anche privandole del diritto di voto.

(*) Procuratore aggiunto a Milano, segretario del Movimento per la Giustizia/Articolo 3 a Milano