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lunedì 1 agosto 2011

D'Alema: «Chi è sotto accusa faccia un passo indietro»

FRANCESCO CUNDARI

Il problema, dice Massimo D'Alema, non è la «casta», ma Berlusconi. Silvio Berlusconi e il suo «egoismo titanico». Un presidente del Consiglio concentrato solo «sui suoi problemi giudiziari e le sue leggine ad personam», che per nascondere le sue responsabilità nella crisi «aizza campagne contro la politica in generale e contro di noi in particolare».

In che senso?
«Nel senso che se il problema è l’assistenza sanitaria per il deputato, meglio affidarsi all’unico che di sicuro non ne ha bisogno. È la filosofia illustrata da Giulio Tremonti: non rubo perché non ne ho bisogno. Dunque, per combattere la “casta” e avere una politica pulita, dovremmo affidarci ai ricchi. Una tesi antica, e discutibile anche nel merito: la storia dimostra che i ricchi rubano molto più dei poveri, perché hanno più esigenze. Ma ovviamente non è questo il punto».

E qual è?
«Il punto è che il centrodestra prima boccia in Parlamento le nostre proposte per tagliare costi e privilegi, come il vitalizio. E poi, sui suoi giornali, guida le campagne contro la “casta”. E contro il Pd».

Le inchieste che hanno coinvolto esponenti del Pd come Filippo Penati, però, non sono un'invezione dei giornali.
«Prima di tutto vorrei dire che noi non sottovalutiamo affatto il pericolo che un grande partito che ha responsabilità amministrative e di governo possa imbattersi in episodi di corruzione. E non rivendichiamo, ormai da tantissimi anni, una diversità genetica. Riteniamo che la politica debba avere delle regole, rispettare i magistrati e il loro lavoro, e abbiamo detto che non abbiamo nulla da nascondere e nessuno da proteggere. Le persone oggetto di gravi accuse facciano un passo indietro».

Il quadro che emerge dai giornali è preoccupante, non crede? «Si tratta di vicende che se venissero confermate anche solo in parte sarebbero molto gravi. Ma anche qui ci sono aspetti poco chiari, che suscitano almeno due domande. La prima è perché mai, trattandosi di vicende risalenti a molti anni fa, il principale accusatore di Penati non abbia usato quelle informazioni in campagna elettorale, quando si candidò con il centrodestra».

E la seconda?
«La seconda è dove sia finito questo fiume di denaro. Si parla di 20 miliardi di lire dell’epoca. Un’epoca in cui ricordo bene quali fossero le difficoltà economiche del partito milanese. Tanto che si dovette vendere la sede di via Volturno».

L’altro caso al centro delle polemiche è quello del senatore Tedesco, che dal punto di vista politico viene imputato soprattutto a lei.
«È naturale. Non appena qualcuno ha dei guai con la giustizia, subito la stampa lo battezza come “dalemiano”. A quel punto, l’unica speranza che ha di riprendere il suo nome è di essere assolto. Solo allora riacquista la sua identità».

Dunque, il problema non esiste?
«Il problema nasce dall’estrema scorrettezza del Pdl, che ha rifiutato di concedere autorizzazione all’arresto e voto palese in aula, nonostante a chiederli fosse lo stesso Tedesco, e ha rifiutato perché pensava così di crearci un problema. Purtroppo, aveva ragione. Infatti le responsabilità della destra sono subito scomparse dalla scena».

Al di là del voto parlamentare, non ritiene di avere avuto nella vicenda Tedesco qualche responsabilità?
«No, l’idea del complotto dalemiano su Tedesco è ridicola. Figuriamoci cosa si sarebbe detto se fossi stato io il presidente della Regione che lo ha nominato assessore alla Sanità. Avrebbero crocifisso me e tutto il Pd. Ricordo peraltro che Tedesco era in quel momento leader di un altro partito, aveva molti voti e il suo passaggio con il centrosinistra fu determinante per la vittoria di Vendola».

Al Pd si rimprovera di averlo portato in Parlamento, mandando in Europa Paolo De Castro...
«Forse qualcuno dovrebbe ricordare che Paolo De Castro è presidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo. È forse la posizione più importante che abbia un italiano in Europa. L’idea che sia stato candidato non per sue qualità, ma per fare entrare Tedesco in Senato, è ridicola».

A proposito di questione morale, in tutte le vicende di questi mesi, che hanno toccato anche la sua fondazione, non ritiene di avere nulla da rimproverarsi?
«Il mio errore riguarda il fatto di avere lasciato che per un anno Vincenzo Morichini raccogliesse fondi per la fondazione Italianieuropei, cosa del tutto lecita e documentata nel modo più trasparente. Ma la sovrapposizione con le attività private di Morichini ha creato evidentemente un conflitto di interessi che avremmo dovuto evitare, prevenendo ogni possibile rischio del genere. Ecco quel che mi rimprovero. Ma questo non giustifica la campagna inaccettabile scatenata contro di noi in particolare dai giornali che sono direttamente o indirettamente riconducibili al presidente del Consiglio, un pulpito da cui davvero non si possono accettare lezioni sulla questione morale».

Non teme che la campagna faccia presa sull’elettorato?
«Gli italiani vogliono un’altra politica e lo dimostrano i sondaggi di questi giorni: nonostante tutte le polemiche, il Pd non registra il minimo calo. L’idea di cancellare la politica e di affidarsi al partito-impresa di un miliardario gli italiani l’hanno già sperimentata e gli effetti si vedono».

Alcuni dicono che se lo stato intervenisse di meno nell’economia si correrebbero meno rischi. Che ne pensa? «Siamo stati noi che abbiamo privatizzato e liberalizzato, non certo la destra. Tuttavia il vero grande problema che non solo in Italia ma nel mondo ci troviamo di fronte con la crisi è proprio quello di tornare a un primato della politica sull’economia. Il dominio della finanza e del mercato senza regole, cioè senza la politica, è stato all’origine della crisi di oggi e ha contribuito anche a produrre una caduta di tensione ideale ed etica. Non si esce dal berlusconismo sulle macerie del sistema democratico e dei partiti, ma al contrario rigenerandolo e dando a esso una nuova legittimazione nel rapporto con il Paese».

Come?
«Tutti dovrebbero capire che Berlusconi porta alla rovina. Non soltanto l’economia italiana, ma anche il sistema democratico. Zapatero mostra senso di responsabilità di fronte al destino del suo Paese, capendo che un governo senza consenso non può affrontare la crisi. Berlusconi, invece, non ha il minimo senso dello stato e si occupa solo degli interessi suoi, non del destino dell’Italia. Credo che anche nella destra ci sia chi comincia a capirlo. Si facciano coraggio, prima che sia tardi. Noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità».

31 luglio 2011

domenica 6 febbraio 2011

Bossi si rimangia il voto, i lumbard s’arrabbiano: «Stacchiamo la spina»


ANDREA CARUGATI

Alla fine di una giornata lunga e nerissima, la peggiore per la Lega da quando nel 2006 il referendum cancellò la devolution, Umberto Bossi riesce persino a cantare vittoria. Ha imposto a Berlusconi di approvare seduta stante il decreto sul fisco municipale, con un consiglio dei ministri straordinario in serata. Per mettere una toppa sulla bocciatura del decreto da parte della Bicamerale. A ora di pranzo il pareggio in commissione,15 a 15: decreto bocciato, dicono i regolamenti. Bossi, Tremonti e Calderoli escono nervosi da San Macuto, senza fiatare. Le avevano provate tutte per ottenere il via libera: minacce e lusinghe, trattative a oltranza e diktat. Maroni a fare la parte del cattivo, Calderoli a tessere la tela col finiano Baldassarri. Persino un vertice tra Bossi e l’odiato da Fini ieri in mattinata, prima del voto, per convincerlo almeno a un’astensione. Persino un tentativo disperato di votare il decreto a pezzi, per camuffare la bocciatura, subito stoppato dalle opposizioni.

LA RABBIA DEI MILITANTI
Dopoquel 15a 15, la situazione si mette molto male per il Carroccio. La base in rivolta, strali contro Berlusconi, inviti a Bossi, quasi ultimatum: «Coraggio, stacca la spina». Un diluvio di rabbia, su Radio Padania, sul web, sui profili Facebook dei dirigenti. Ancora inni alla secessione, delusione per i vent’anni senza risultati. Persino inusuali critiche a Bossi: «Gli elettori sono stanchi delle prese in giro». A Roma i “padani” non sanno che pesci prendere. Deputati senza bussola, girandola di vertici tra Bossi e Berlusconi e Tremonti. Fino alla decisione di un Consiglio dei ministri straordinario. Un colpo di mano, senza dubbio. Uno schiaffo al Parlamento. Ma Bossi non vuole sentire ragioni. Aspetta il voto della Camera su Ruby e poi tutti a palazzo Chigi. Se ne esce dopo un’oretta con lo scalpo in mano: «Decreto approvato definitivamente, i soldi restano sul territorio, la Lega mantiene le promesse».

IL BLUFF DEL SENATUR

Una toppa, senza dubbio. E anche piuttosto dozzinale. Un modo per far durare la sconfitta leghista solo qualche ora. Bossi aveva giurato che se non c’erano i numeri sul federalismo si tornava alle urne. Lo aveva detto anche la notte scorsa, dopo un vertice con Berlusconi. Ma era un bluff. Che non ci sarebbe stata crisi lo si era capito da giorni. E ieri ha fatto outing: «Elezioni? Non penso, ora vediamo». E ancora, dopo il voto su Ruby: «I numeri sono buoni, per ora si va avanti». Il Senatur fa retromarcia, e in cambio ottiene il decreto lampo, per dire ai suoi che il federalismo è passato. Ma la falla non si chiude. Tra i leghisti non mancano i dubbi. Molti pensavano che fosse assai più opportuno passare almeno da un voto della Camere, per sanare il no della Bicamerale. A metà pomeriggio un capo leghista ha la faccia scura: «Si va verso in Cdm straordinario, speriamo che il Quirinale dia l’ok al decreto. Ma è un casino». Il macigno peggiore è il “lodo Maroni”: dopo il voto del 14 dicembre, il ministro aveva iniziato a ragionare sulla urne a primavera, e si era pure lasciato scappare la data in una chiacchiera con Vendola in Transatlantico: 27 marzo. Bossi ci pensava, ma riteneva che la minaccia delle urne fosse sufficiente per indurre Pd e Terzo polo a miti consigli sul federalismo. Per questo aveva caricato il voto di ieri di un significato politico altissimo, persino sproporzionato. Poi il caso Ruby ha cambiato tutto, ha ridato fiato alle opposizioni, e il Senatur è rimasto prigioniero del suo bluff. Non Maroni, convinto che occorra votare, magari con un nuovo candidato premier. Ieri “Bobo” è stato quieto, ma non cambia idea. E la base è con lui.

A Radio Padania il filo diretto con i militanti è un Calvario: «È evidente che con Berlusconi non c’è nessun federalismo possibile. Bisogna rottamare il governo prima che quello rottami la Lega». «Se non stacchiamo la spina perdiamo voti ». «Berlusconi game over». Sui profili Facebook dei capi va ancora peggio: «Basta abbassare la testa - scrive Lorella al deputato Caparini -. Berlusconi ci ha fottuti tutti. Ringraziamolo per folleggiare con minorenni, grazie a tutto questo polverone il federalismo oggi diventerà un miraggio». Secessione, autonomia, annunci di divorzio: «Basta alleanze con i partiti italioti, andate via da Roma altrimenti non vi voto più». Invano i dirigenti cercano di calmare gli animi. «Schiavi di Berlusconi. Ecco quello che sono i nostri», attacca Danilo. Bossi per ora ha scelto il male minore del decreto lampo. Ma con Fini, e poi con Casini, i capi leghisti ragionano apertamente di un dopo Berlusconi. «Se dovessero arrivare altri macigni sul caso Ruby», è la premessa. Bossi aveva già parlato con Fini a novembre diun «patto di legislatura», garantendo al premier un salvacondotto giudiziario. Contatti anche col Pd, ma Bossinon accetta la condizione di mollare Berlusconi. E rischia di restare appesa al destino del Cavaliere.

4 febbraio 2011

Furto nell'agenzia di Corona «Cercano foto premier nudo...»


Era stato tra i primi a parlare di presunte foto o video delle cene a casa del presidente del consiglio Berlusconi, in circolazione sul mercato del gossip. Aveva poi smentito le interviste, ma qualcuno probabilmente non si è fidato e ha deciso di verificare direttamente.

La notte scorsa dall'archivio del fotografo
Fabrizio Corona sono sparite foto e hard disk. I ladri sono entrati nella sede della sua nuova agenzia e hanno portato via i computer.

«Mi sono davvero rotto, sono quattro giorni che mi chiamano tutti i giornalisti e tutti mi chiedono la stessa cosa, se ho quelle foto - sbotta il fotografo con voce adirata -. Non è un caso che chi è entrato nella mia agenzia abbia lasciato soldi e assegni e si sia portato via l'archivio segreto e gli hard disk».

«Quello che ho subito non è un furto - continua il fotografo - chi è entrato nella mia agenzia cercava foto di Berlusconi nudo». «Ma io adesso ho paura, ho paura che mi possa accadere qualcosa e ho deciso che racconterò tutta la verità - aggiunge -. Domani vado a Canale 5 e devono lasciarmi parlare senza interrompermi, racconterò finalmente tutto quello che devo dire su questa storia».

L'archivio fotografico della Fenice, così si chiama la nuova agenzia di Fabrizio Corona, è stato portato via la notte scorsa. «Probabilmente è stato un furto su commissione - dice sicuro
Luca Arnau, direttore della stessa agenzia - cercavano le foto del premier nudo di cui si parla così tanto in questi giorni».

«Foto, comunque - garantisce Arnau - che non erano nell'archivio, perché non sono in nostro possesso e non c'era null'altro di compromettente». I ladri, secondo il direttore dell'agenzia, che si trova in via De Cristoforis, avrebbero portato via solo i cd e i supporti che custodiscono l'archivio fotografico, lasciando invece oggetti di valore come stampanti e schermi del pc.

«Corona ha già sporto denuncia - aggiunge Arnau, secondo il quale in via De Cristoforis, sono già stati fatti i rilievi della polizia scientifica. Fabrizio Maria Corona, 37 anni, aveva fondato l'agenzia fotografica di Milano, la Coronàs, dichiarata fallita il 9 dicembre 2008, dopo lo scandalo di Vallettopoli, a causa del quale era anche stato arrestato.

5 febbraio 2011

mercoledì 2 febbraio 2011

«Entro martedì richiesta processo Berlusconi»


«La richiesta di giudizio immediato per il premier sarà inviata al Gip verosimilmente lunedì o martedì». Lo ha detto il procuratore della repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati, in relazione alla richiesta di processo per Silvio Berlusconi indagato per il caso Ruby.


La notte del Cavaliere

Non basta una festa di compleanno, quella della deputata Pdl
Pina Castiello, per stemperare la tensione. Non bastano le battute - tra "bunga bunga" e Fidel Castro - per allontanare i problemi che vedono il destino del governo allacciato a doppio filo alle prove di tenuta tra federalismo e controffensiva giudiziaria. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, cerca di sdrammatizzare, ma il messaggio, quello politico, non si fa pregare. E il premier, pur non perdendo mai il sorriso, l'affondo lo sferra ribadendo che «l'Italia si è consegnata alla magistratura» che ormai si è trasformata in «potere» con conseguenze i cui effetti «i cittadini - dice - sanno esser diventati qualcosa di indecente».

Il caso Ruby non sembra voler uscire dall'agenda di Governo con Berlusconi che però rilancia: «io non ho nessun timore di questi processi perchè le accuse non sono solo infondate ma addirittura ridicole». Si tratta di «invenzioni», scandisce accusando la procura di Milano di non aver «alcuna competenza nè territoriale nè funzionale». Si tratta, insomma, di un caso di «violazione del sistema di legge molto grave». Grave sì, ma non abbastanza per sparigliare le carte e chiamare la piazza (come un 'misunderstanding' - secondo il premier - ha avvallato ieri) o le urne.

Poco prima di lasciare il castello alle porte di Roma dove è stata festeggiata la deputata del Pdl, il Cavaliere ha infatti escluso che all'orizzonte ci siano elezioni anticipate. Almeno nell'immediato: le urne? «Non le escludo», premette, ma solo «nel caso di impossibilità a governare» altrimenti «per noi la via è quella di nuove elezioni». Il premier ha insomma ribadito quello che ormai dice da settimane. E cioè che a suo avviso il voto anticipato sarebbe un danno per il paese: «Andare alle elezioni sottoporrebbe il paese ad un periodo di instabilità » su cui «le agenzie di rating stabiliscono il proprio giudizio».

Quindi, in caso di voto, «il nuovo governo, che io penso sarebbe comunque di centrodestra - preconizza - si troverebbe in una situazione identica ma peggiorata da 4-5 mesi di instabilità. E a pagarne il prezzo - sottolinea - sarebbero i contribuenti italiani». Un prezzo, quello da pagare, che coinvolgerebbe anche la riforma federalista che il premier, però, vede in dirittura d'arrivo: penso che il federalismo passerà«, dice spiegando che »con un pareggio (nella cosiddetta bicameralina) andremo avanti lo stesso perchè la legge consente al governo di procedere anche se il risultato della commissione è di pareggio«. Ma la serata conviviale non distrae Berlusconi dall'attualità internazionale. Se i problemi interni lo vedono alle prese anche con un possibile rimpasto di governo (del quale, dice, »non abbiamo premura« pur anticipando movimenti utili in un ottica di »ampliare la squadra«), quelli riguardanti l'Egitto si affidano alla speranza: »mi auguro - dice a fine serata - ci possa essere un passaggio ad un diverso regime che sia indolore per la popolazione e che possa portare presto ad una conferma democratica».

2 febbraio 2011

Minuscole maiuscole

Tra i milioni di giovani italiani senza Papi in paradiso - siano tri bi o monolingua, diplomati o laureati, maschi o femmine, di bella o chirurgicamente migliorabile presenza - uno su tre è senza lavoro.

Chi non gode dei favori del generoso leader, il quale se non tocca con mano non eroga denari, è destinato ad un ingiusto avvenire di stenti.

Nessuna politica di governo, difatti, si occupa della moltitudine di giovani di bel talento e scarsa fortuna. Il governo si occupa semmai personalmente di aiutare quanti, fra costoro, accedano personalmente in villa: meglio se disponibili a slacciare il reggiseno, terza misura minimo.

Una gestione politica figlia di uno stile di vita spacciato come “vincente” nel corso del recente ventennio. Fai carriera se ti scelgono e se sei disponibile, servile, cortigiano.

Ne consegue il Paese che abbiamo attorno, del quale ecco di seguito alcuni fotogrammi di giornata in ordine sparso - politica, sesso e mercato, fa lo stesso, son sinonimi.

Luca Barbareschi fra la spola fra Berlusconi e Fini in cerca del miglior offerente. Le famiglie italiane si indebitano per fare il seno nuovo alle figlie, se c’è da spendere spendiamo bell’a’papà. La mamma di Noemi Letizia, antenata di tutte le minorenni di Arcore, incassa denaro dal ragionier Spinelli agente pagatore di Silvio B. detto “Spin” dalle ragazze del condominio Olgettina.

Spin è anche il presidente della società editrice del Foglio di Ferrara, neoeditorialista di Sallusti che invece dirige in condomino (metaforico, questo) con Daniela Santanchè il Giornale con la G maiuscola, per cui quando esce la notizia poi smentita che il Cav ha dato incarico a Santanchè medesima di armare le piazze e Ferrara commenta che Silvio B. “ha problemi con lo Spin” tutti pensano alla maiuscola, invece è minuscola: spin nel senso di agenda del presidente, ce l’ha con Bonaiuti.

Presto sugli schermi un nuovo gioco a premi, “Il contratto”: un’azienda mette in palio un posto di lavoro i concorrenti si sbranano in tv in una gara di sottomissione.

In un liceo di Napoli gara di fellatio in classe fra sedicenni ripresa dai compagni fra le risate collettive, per la serie che male c’è, le gare di sesso orale a ricreazione in bagno sono molto in voga come gli affranti insegnanti sanno.

Un parlamentare del Pdl sorpreso a cercare puttane sul catalogo nell’Ipad durante il voto di sfiducia a Bondi, è Simeone di Cagno Abbrescia, si giustifica dicendo che “il dibattito non era emozionante”.

Aperto un fascicolo su Frattini, che ha chiesto carte a Santa Lucia senza che nessuno (Nessuno, con la maiuscola) glielo avesse chiesto.

Aperta indagine anche sulla fuga di notizie dal Csm, che uno penserebbe essere un posto sicuro non fosse che è popolato da persone come Matteo Brigandì. (Solidarietà alla collega del Giornale perquisita, se uno lavora al Giornale del resto sa come funziona, le carte o i nastri arrivano sovente direttamente dall’editore. A rifiutarsi si rischia di finire tra i concorrenti del nuovo reality). Non sappiamo se sia stato Brigandì a passare al Giornale le carte su una vicenda (archiviata) di trent’anni fa che riguarda Ilda Boccassini, che non era e non è presidente del Consiglio: sappiamo che lui, membro laico del Csm, le aveva chieste in visione una settimana prima. Brigandì, il leghista che commentò l’elezione di Scognamiglio al Senato con «È stato meglio di una scopata», da quando è al Csm ha fatto aprire una pratica per incompatibilità ambientale contro due magistrati torinesi che si sono occupati di lui in altrettanti processi (una condanna in primo grado per una storia di assegni familiari e una in appello per diffamazione). In caso di condanna definitiva decadrebbe dal Csm. Forse però. Non è detto. Potrebbe sempre cambiare la legge, minuscola.

1 febbraio 2011

giovedì 27 gennaio 2011

Silvio B. parla al pubblico Succede tutto in tv


CONCHITA DE GREGORIO

«L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello» è il titolo del fortunatissimo saggio del neurologo Oliver Sacks che raccoglie una serie di casi clinici da lui personalmente osservati in casa di cura, tra cui quello del titolo.

Il nostro caso clinico nazionale ha scambiato l’Italia per un bordello e non si trova in casa di cura ma al governo del Paese. Chiunque abbia seguito la trasmissione di Gad Lerner ha potuto constatare in cosa consistano le sue crisi di incontinenza. Monologhi di insultante violenza concepiti solo come propaganda agli elettori.

Silvio B. parla al pubblico, l’unico tribunale da cui concepisce l’ipotesi di essere giudicato, si atteggia a vittima e insieme a invincibile secondo un copione rodatissimo negli anni e assai efficace.

Nella variante osservata l’altra sera l’assetto padronale ha preso il sopravvento. Ha difatti ordinato a
Iva Zanicchi, che considera sua dipendente, di alzarsi ed andarsene. Zanicchi non l’ha fatto, si vede che non era stata “briffata”. Briffate, dice delle ragazze di Arcore Nicole Minetti: preparate sul da farsi da un breafing.

I giornalisti alle dipendenze del caso clinico, difatti, vengono regolarmente briffati ad Arcore in riunioni in cui il padrone assegna loro una parte e la declina mostrando come si fa
: la sceneggiata più in voga ultimamente è alzarsi e andarsene. Altre disposizioni sono la reiterazione di un concetto semplice anche in disprezzo alla logica e senza relazione con la domanda. Il dito medio, la crisi mistica, la logorrea urlante, il silenzio opportuno sono varianti declinate secondo la personalità individuale.

Augusto Minzolini per esempio, briffatissimo, è pagato per tacere. Briffato Filippo Facci, che usa una pagina intera di Libero per additare al disprezzo l’Unità colpevole di aver mostrato come Silvio B. usi i programmi più popolari (da anni, del resto) per fare disinformazione.

Briffato in origine il
Giornale di sua proprietà gestito dalla coppia Sallusti-Santanchè: ieri è arrivato a scrivere che il monologo recitato da Lucrezia Lante della Rovere (quello che ha fatto dire all’esperto: “questa trasmissione è un postribolo”) sia un testo “con frecciate neanche tanto larvate al sexy gate”.

“Malamore”, da cui è tratta l’intervista alla prostituta Cristina, è un libro del 2008. Marco Santambrogio, filosofo del linguaggio, illustra oggi le due caratteristiche del sistema-melassa: la costanza della macchina propagandistica,
il progressivo (conseguente) impoverimento culturale del paese.

Mentre il Quirinale premia le “eccellenze femminili”, mentre 50 mila donne (tra cui Ilaria D’Amico e Lucrezia Lante, le “cosiddette signore”) hanno già firmato il nostro manifesto «Esistono altre donne» - concetto che Emma Marcegaglia ha declinato in tv usando le stesse parole - l’attuale preoccupazione del premier è quella di far sparire il pubblico in studio dai talk show.

Masi, briffato, dirama circolare: il pubblico è pericoloso, può far pensare a chi guarda da casa di avere un’opinione. Guai, terribile delitto. Nei paesi oltremare i cittadini insorgono contro i governi dispotici. Nel nostro accendono la tv e ammutoliscono: è scomparsa una salma. È di Mike Bongiorno, naturalmente. Succede tutto in tv. Allegria.

27 gennaio 2011

mercoledì 26 gennaio 2011

Ruby, dalla Procura nuovi documenti alla Camera



La Procura di Milano ha inviato alla Camera nuovi documenti che vanno ad integrare la precedente richiesta ad eseguire perquisizione domiciliare nei confronti del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, indagato nell'ambito dell'inchiesta sul caso Ruby.

Documenti che il presidente della Camera,
Gianfranco Fini, ha già trasmesso al presidente della Giunta per le autorizzazioni, Pier Luigi Castagnetti, che si sta occupando della vicenda. "Nella giornata odierna, alle ore 13.33, è pervenuta alla presidenza della Camera dei deputati, da parte della Procura della Repubblica presso il tribunale di Milano, ulteriore documentazione integrativa di quella già inviata il 14 gennaio scorso in relazione alla domanda di autorizzazione ad eseguire perquisizioni domiciliari nei confronti dell'onorevole Berlusconi", si legge in una nota dell'ufficio stampa della Camera.

"Tale documentazione è stata immediatamente trasmessa dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, al presidente della giunta per le autorizzazioni, onorevole Pier Luigi Castagnetti", si legge ancora nella nota.

La difesa

Ruby ripete: mai fatto sesso con Berlusconi. E afferma: gli ho detto io che ero la nipote di Mubarak. Il ragioniere del premier, Spinelli, dichiara di aver aiutato la ragazza marocchina perché segnalata da Berlusconi in quanto bisognosa di aiuto. Nicole Minetti asserisce di aver conosciuto il capo del Pdl “per ragioni politiche”. Questo dicono le “investigazioni difensive” trasmesse dai legali della difesa, Niccolò Ghedini e Piero Longo, alla Giunta per le autorizzazioni contro gli atti inviati dalla Procura di Milano.

28 testimoni a difesa
Nella difesa, interrogati dai due avvocati, 28 testimoni lasciano le loro deposizioni: Luigi Pontillo, Angelo Reccia, Giuseppe Brumana, Alfredo Pezzotti, Michele Durante, Lorenzo Brunamonti, Dafni Di Boni, Danilo Mariani, Mariano Apicella, Carlo Rossella, Alberto Zangrillo, Giovanni Gamondi, Giampaolo Alessio Traversi, Giuseppe Spinelli, Lele Mora, Giorgio Puricelli, Antonino Battaglia, Aida Yespica, Maria Esther Polanco, Miriam Loddo, Barbara Faggioli, Nicole Minetti, Roberta Nigro, Licia Ronzulli, Daniela Santanche', la deputata Mariarosaria Rossi, Antonio Gallo, Ruby.

Ruby: mi presentai come nipote di Mubarak
"Quando ho conosciuto Berlusconi gli ho detto di essere figlia di una nota cantante egiziana e nipote del presidente Mubarak, che pure non avrebbe avuto buoni rapporti con mia madre", sostiene Karima el Marough, Ruby, controinterrogata dai legali del premier Piero Longo e Niccolo' Ghedini. "Gli ho anche detto di trovarmi in difficolta' per essere stata ripudiata dalla mia famiglia di origine dopo che mi ero convertita al cattolicesimo". Poi scagiona tutti: "nessuno ne' Berlusconi ne' altre persone, mi ha mai prospettato o anche solo suggerito la possibilita' di ottenere denari o altre utilita' in cambio di una disponibilita' ad avere rapporti sessuali con Berlusconi". Da lui "ho ricevuto come forma d'aiuto, vista la mia particolare situazione di difficolta', alcune somme di denaro (nonche' qualche regalo)".

Il ragionier Spinelli: "Il dottore mi invia persone bisognose"
Giuseppe Spinelli, ragioniere di Berlusconi, spiega di aver aiutato Ruby perché così gli aveva chiesto il premier: "Faccio presente - aggiunge - che il dottor Berlusconi spesso mi invia delle persone bisognose, da lui conosciute anche in tempi remoti, perche' io senta di cosa abbiano bisogno e del caso aiutarle economicamente".

Nicole Minetti: "L'ho conosciuto per ragioni politiche"
Quanto a Nicole Minetti, lei dice d'aver conosciuto Berlusconi un paio d'anni fa "per ragioni politiche". E di averlo frequentato perché andava spesso al San Raffaele dove lei lavorava.

Battaglia della sicurezza: "Non veri controlli ad Arcore"
Antonino Battaglia, uomo della sicurezza del presidente Berlusconi dal 1990, risponde ai legali del premier sul controllo degli ospiti ad Arcore dicendo. "Non c'e' una vera e propria identificazione e controllo. Quando le dimore del presidente erano considerate residenze alternative a Palazzo Chigi, le identificazioni erano effettuate in modo piu' accurato e secondo un protocollo. Cio' accadde, mi pare, fino a dopo meta' 2006. Oggi l'ingresso compete al servizio di vigilanza privato e non alla sicurezza del presidente. Per quanto a mia conoscenza l'identificazione avviene all'ingresso con contatti con la segreteria, non con controllo di documenti, ma con una lista di invitati che viene comunicata dalla segreteria. Sempre per quanto mi e' dato sapere, se vi sono delle persone sconosciute queste di solito sono sempre accompagnate da persone gia' note alla segreteria".

25 gennaio 2011

giovedì 20 gennaio 2011

Le altre donne


Esistono anche altre donne. Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».

Osservo le ragazze che entrano ed escono dalla Questura, in questi giorni: portano borse firmate grandi come valige, scarpe di Manolo Blanick, occhiali giganti che costano quanto un appartamento in affitto. È per avere questo che passano le notti travestite da infermiere a fingere di fare iniezioni e farsele fare da un vecchio miliardario ossessionato dalla sua virilità. E’ perché pensano che avere fortuna sia questo: una valigia di Luis Vuitton al braccio e un autista come Lele Mora. Lo pensano perché questo hanno visto e sentito, questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le politiche fatte eleggere per le loro doti di maitresse, le starlette televisive che diventano titolari di ministeri.
Ancora una volta, il baratro non è politico: è culturale. E’ l’assenza di istruzione, di cultura, di consapevolezza, di dignità. L’assenza di un’alternativa altrettanto convincente. E’ questo il danno prodotto dal quindicennio che abbiamo attraversato, è questo il delitto politico compiuto: il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine l’Italia ridotta a un bordello.

Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne italiane non è in fila per il bunga bunga. Sono certa che la prostituzione consapevole come forma di emancipazione dal bisogno e persino come strumento di accesso ai desideri effimeri sia la scelta, se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza. È dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. Sono due anni che lo faccio, ma oggi è il momento di rispondere forte: dove siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete. Di destra o di sinistra che siate, povere o ricche, del Nord o del Sud, donne figlie di un tempo che altre donne prima di voi hanno reso ricco di possibilità uguale e libero, dove siete? Davvero pensate di poter alzare le spalle, di poter dire non mi riguarda? Il grande interrogativo che grava sull’Italia, oggi, non è cosa faccia Silvio B. e perché.

La vera domanda è perché gli italiani e le italiane gli consentano di rappresentarli. Il problema non è lui, siete voi. Quel che il mondo ci domanda è: perché lo votate? Non può essere un’inchiesta della magistratura a decretare la fine del berlusconismo, dobbiamo essere noi. E non può essere la censura dei suoi vizi senili a condannarlo, né l’accertamento dei reati che ha commesso: dei reati lasciate che si occupi la magistratura, i vizi lasciate che restino miserie private.

Quel che non possiamo, che non potete consentire è che questo delirio senile di impotenza declinato da un uomo che ha i soldi – e come li ha fatti, a danno di chi, non ve lo domandate mai? - per pagare e per comprare cose e persone, prestazioni e silenzi, isole e leggi, deputati e puttane portate a domicilio come pizze continui ad essere il primo fra gli italiani, il modello, l’esempio, la guida, il padrone.

Lo sconcerto, lo sgomento non sono le carte che mostrano – al di là dei reati, oltre i vizi – un potere decadente fatto di una corte bolsa e ottuagenaria di lacchè che lucrano alle spalle del despota malato. Lo sgomento sono i padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché portino i soldi a casa, magari li portassero. Siete questo, tutti? Non penso, non credo che la maggioranza lo sia. Allora, però, è il momento di dirlo.

18 gennaio 2011

Il Vaticano: «Moralità». Il Colle: «Sobrietà»


NINO ANDRIOLO

''La Santa Sede segue con attenzione e in particolare con preoccupazione queste vicende italiane, alimentando la consapevolezza di una grande responsabilita' soprattutto di fronte alle famiglie, alle nuove generazioni, di fronte alla domanda di esemplarita' e ai problemi che pesano sulla societa' italiana''. Lo ha detto il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, rispondendo a una domanda dei giornalisti sul caso Ruby.

Stoppare la procura di Milano intenzionata a chiedere il rinvio a giudizio per il premier. Berlusconi alza il tiro per delegittimare i pm che proporranno al gip il processo immediato.

E per punirli brandisce la riforma della giustizia come una clava, mentre minaccia di mobilitare la piazza a difesa della Costituzione violata. «Se dovesse essere accolta la richiesta dei pm ci troveremo di fronte a un colpo di Stato - argomenta Daniela Santanchè, dando voce agli avvertimenti del Cavaliere - In quel caso non ci sarebbe bisogno di fare manifestazioni, perché la gente si mobiliterebbe da sola».

Non si dimette e non accoglie l’invito del Capo dello Stato a difendersi davanti ai magistrati. Berlusconi, al contrario, sceglie la strada della drammatizzazione e dell’offensiva mediatica concordata ad Arcore con i direttori delle testate di famiglia e manager Fininvest. Invitati a villa San Martino per pianificare la controffensiva allo scandalo del bunga bunga che rischia di farlo finire fuori gioco.

Ieri il secondo videomessaggio (GUARDA IL VIDEO) del Cavaliere, il primo era stato divulgato domenica. «I magistrati cercano di sovvertire il voto», tuona Berlusconi nel tentativo di chiamare a raccolta il suo popolo.

La denuncia delle «violazioni di legge incredibili» che vanno «contro i più elementari principi costituzionali", quindi. Silvio non vede l’ora di mostrare la sua innocenza e di testimoniare che ad Arcore si cenava in allegria senza gli strascichi che le malelingue - le testimonianze convergenti delle invitate, in realtà - vorrebbero far credere.

Suo malgrado, però, non può presentarsi «da giudici che non hanno competenza né funzionale né territoriale» e che «non sono legittimati ad indagare».

E da quelle 389 pagine che ha letto e riletto mandandole quasi a memoria, poi, viene fuori con evidenza «l'ultima vera e propria persecuzione giudiziaria, la ventottesima in 17 anni, che la Procura di Milano mi ha notificato con grande e voluto clamore».

Un complotto architettato per farlo fuori, in poche parole. «La mia casa di Arcore - si duole - è stata sottoposta a un continuo monitoraggio che dura dal gennaio del 2010 per controllare tutte le persone che entravano e uscivano ». Un «comportamento gravissimo ».

E state attenti cittadini - mette in guardia Silvio - perché ciò che è capitato a me «potrebbe capitare a chiunque di voi». Bunga bunga o no, in sostanza, italiani a rischio di spionaggio collettivo. Il caso Ruby? «Mi si contestano rapporti sessuali con una ragazza minore di 18 anni - spiega il premier - Ma questa ragazza ha dichiarato che mai e poi mai ha avuto rapporti sessuali con me e che si era presentata come una egiziana ventiquattrenne. Sia lei che il suo avvocato, inoltre,hanno radicalmente smentito di aver richiesto o ricevuto offerte di denaro».

Le ripetute telefonate al ragionier Spinelli, che amministra le risorse di casa Berlusconi? Ruby, in realtà, beneficiava della magnanimità del premier senza fornire contropartite. «Aiuti» perché si era trovata «in difficoltà». Un premier generoso che le solite toghe rosse vogliono infangare, quindi. «Vorrei fare il processo subito - ripete Silvio -Ma con giudici super partes e non con Pm che vogliono utilizzare questa vicenda come strumento di lotta politica».

Pubblici ministeri da Santa Inquisizione che hanno disposto perquisizioni a danno delle ragazze gentilmente ospitate ad Arcore per quelle innocenti cene che servivano a rilassare il Cavaliere alla fine di gravose settimane di governo. E che sono state «maltrattate, sbeffeggiate, costrette a spogliarsi, portate in questura, portate in questura e lasciate senza mangiare, trattate come criminali in una pericolosa operazione antimafia». Procedura «indegna di uno stato di diritto che non può rimanere senza una adeguata reazione».

Giudici da punire, quindi. Perché «non c'è stata nessuna concussione, non c'è stata nessuna induzione alla prostituzione, meno che meno di minorenni. Non c'è stato nulla di cui mi debba vergognare». Per Silvio, al contrario, «c’è solo un attacco gravissimo di alcuni pubblici ministeri che hanno calpestato le leggi a fini politici con grande risonanza mediatica».

19 gennaio 2011

Vietti contro premier: «Non può "punire" i magistrati»


Il presidente del Consiglio non può invocare punizioni per i magistrati. Lo vieta la Costituzione. Il vice presidente del Csm, Michele Vietti, replica così al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, che ieri aveva minacciato "punizioni" per i pm di Milano e sottolinea che la competenza a valutare il comportamento delle toghe per Costituzione spetta soltanto al Consiglio Superiore della Magistratura.

"In relazione alle affermazioni di ieri del presidente del Consiglio", scrive in una nota Vietti, "i processi sommari non si fanno e non si invocano. Nel nostro ordinamento non sono previste 'punizioni' per i magistrati. La competenza a valutare la correttezza dei comportamenti dei magistrati è attribuita dalla Costituzione al Consiglio Superiore della Magistratura secondo le procedure stabilite dalla legge".

20 gennaio 2011

sabato 15 gennaio 2011

Fini: «L'etica sia faro per cariche pubbliche»


"Chi ha responsabilità deve tenere un atteggiamento di etica pubblica e considerarlo come un faro". Lo ha affermato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, a Messina per la prima manifestazione sul lavoro organizzata da Futuro e Libertà. Il riferimento è chiaro, anche se il presidente della Camera poi dice di non voler commentare il caso Ruby-Berlusconi.

Per ricoprire cariche pubbliche di deve essere ''l'etica pubblica, intesa come condizione per ricoprire con dignita' cariche pubbliche''. ''E' sacrosanta la rivendicazione dei diritti - ha concluso Fini - ma a ciascun diritto deve corrispondere l'adempimento di un dovere''.

"Rimarranno delusi i giornalisti se da me si attendono chissà quali polemiche, chissà quali invettive a proposito delle nuove tristi vicende che riguardano il presidente del Consiglio e che campeggiano su tutti i giornali di oggi. Siamo qui per parlare di altro". Concludendo il suo intervento alla manifestazione di Fli al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha ribadito di non volere affrontare il caso Ruby.

mercoledì 12 gennaio 2011

Il sindaco peggiore


CONCHITA DE GREGORIO

Proviamo a immaginare che Alemanno non ne sapesse nulla. Che abbia vissuto asserragliato nella sua stanza con balconcino su al Campidoglio, che i camerati di un tempo (da lui messi comunque opportunamente al comando dei reparti strategici) lo abbiano tenuto all'oscuro, che persino i suoi uomini di fiducia e di scorta non gli abbiano detto che tipo di cuccagna fantasmagorica era in corso già di sotto, che gigantesca spartizione di beni e di posti, che baldoria.

Proviamo a pensare che il Sindaco di Roma abbia passato la maggior parte del suo tempo distratto dalle macchinine della Formula Uno, a giocare con il plastico da piazzare all'Eur, e che non si sia accorto di nulla. Facciamo di quasi nulla, che è comunque inverosimile. Alemanno ignaro, la più benevola delle ipotesi.

Se anche fosse così - e sappiamo che così non è - saremmo di fronte alla più grande e più grave omissione di controllo, essendo il compito principale di un amministratore appunto quello di controllare: coordinare, dirigere, delegare a persone appropriate, infine controllare.

Gianni Alemanno non è stato un pessimo politico, nella sua metà campo, ma è stato, a Roma, il peggior sindaco di sempre.

Non fossero anche sue le colpe dirette sono sue le colpe obiettive.

Fare il sindaco, una gestione complessa che richiede doti specifiche, è chiaramente al di sopra della sua soglia di competenza.

Sono mesi che pensa ad altro, ad un ritorno alla politica nazionale, come se fare il sindaco della Capitale non fosse - non possa essere, certo dipende da come lo si fa - un incarico di livello nazionale.

La notizia di oggi, quella che arriva insieme all'azzeramento della giunta, è la possibile cooptazione di Bertolaso, supereroe in prepensionamento forzato in attesa di un nuovo episodio della saga. In effetti Bertolaso ha passato la quarantena, sono già un paio di mesi che della cricca degli affari del G8 dei centri benessere e del giro di cognati non si parla più. Dimenticato. L'Aquila è in effetti un peso morto, come dice Borghezio. Finite le parate ad uso dei leader stranieri i tagli di nastri alle casette verdi e rosa, finito lo show in diretta da Vespa L'Aquila può tranquillamente tornare al suo destino: un cumulo di macerie, e nessun progetto di ricostruzione come questo giornale racconta e denuncia dal principio.
Verrà il tempo, non smettiamo di crederlo, in cui questo nauseante e criminale gioco delle tre carte tra potenti che hanno il solo scopo di mantenere intatti i privilegi dei loro sempre diversi e sempre alti incarichi, sarà smascherato dai cittadini in rivolta. Una rivolta democratica, certo, ma una rivolta. Che parta dai giovani, dai terremotati, dai cassintegrati, dai precari di ogni tipo, dalle madri costrette a passeggiare coni figli tra cumuli di immondizia.

Verrà il tempo, e non manca molto, in cui tutto questo sarà chiaro: che non bastano nuove alleanze tra vecchie volpi, che non basta cambiare di posto per rifarsi una verginità. Che l'Italia è diventata il posto dove la Fiat ha di suo ormai quasi solo l'insegna al Lingotto e dove nel centro di Bologna un neonato muore di freddo. Che non sia questa la modernità e la buona politica lo diranno presto a milioni, e pazienza se la tv non ne parla. Lo capiranno sulla loro pelle, e hai voglia allora a dire che è moralismo, che è demagogia, che è disfattismo. Quando verrà quel giorno bisognerà avere un po' di memoria, non tanta ma almeno un po', e ricordarsi dello spettacolo osceno che hanno dato i servi urlanti, i sottopancia armati di fucile.

Mica per altro, giusto per fare l'elenco e dire grazie, no: di voi non abbiamo bisogno.

10 gennaio 2011