domenica 6 febbraio 2011

Bossi si rimangia il voto, i lumbard s’arrabbiano: «Stacchiamo la spina»


ANDREA CARUGATI

Alla fine di una giornata lunga e nerissima, la peggiore per la Lega da quando nel 2006 il referendum cancellò la devolution, Umberto Bossi riesce persino a cantare vittoria. Ha imposto a Berlusconi di approvare seduta stante il decreto sul fisco municipale, con un consiglio dei ministri straordinario in serata. Per mettere una toppa sulla bocciatura del decreto da parte della Bicamerale. A ora di pranzo il pareggio in commissione,15 a 15: decreto bocciato, dicono i regolamenti. Bossi, Tremonti e Calderoli escono nervosi da San Macuto, senza fiatare. Le avevano provate tutte per ottenere il via libera: minacce e lusinghe, trattative a oltranza e diktat. Maroni a fare la parte del cattivo, Calderoli a tessere la tela col finiano Baldassarri. Persino un vertice tra Bossi e l’odiato da Fini ieri in mattinata, prima del voto, per convincerlo almeno a un’astensione. Persino un tentativo disperato di votare il decreto a pezzi, per camuffare la bocciatura, subito stoppato dalle opposizioni.

LA RABBIA DEI MILITANTI
Dopoquel 15a 15, la situazione si mette molto male per il Carroccio. La base in rivolta, strali contro Berlusconi, inviti a Bossi, quasi ultimatum: «Coraggio, stacca la spina». Un diluvio di rabbia, su Radio Padania, sul web, sui profili Facebook dei dirigenti. Ancora inni alla secessione, delusione per i vent’anni senza risultati. Persino inusuali critiche a Bossi: «Gli elettori sono stanchi delle prese in giro». A Roma i “padani” non sanno che pesci prendere. Deputati senza bussola, girandola di vertici tra Bossi e Berlusconi e Tremonti. Fino alla decisione di un Consiglio dei ministri straordinario. Un colpo di mano, senza dubbio. Uno schiaffo al Parlamento. Ma Bossi non vuole sentire ragioni. Aspetta il voto della Camera su Ruby e poi tutti a palazzo Chigi. Se ne esce dopo un’oretta con lo scalpo in mano: «Decreto approvato definitivamente, i soldi restano sul territorio, la Lega mantiene le promesse».

IL BLUFF DEL SENATUR

Una toppa, senza dubbio. E anche piuttosto dozzinale. Un modo per far durare la sconfitta leghista solo qualche ora. Bossi aveva giurato che se non c’erano i numeri sul federalismo si tornava alle urne. Lo aveva detto anche la notte scorsa, dopo un vertice con Berlusconi. Ma era un bluff. Che non ci sarebbe stata crisi lo si era capito da giorni. E ieri ha fatto outing: «Elezioni? Non penso, ora vediamo». E ancora, dopo il voto su Ruby: «I numeri sono buoni, per ora si va avanti». Il Senatur fa retromarcia, e in cambio ottiene il decreto lampo, per dire ai suoi che il federalismo è passato. Ma la falla non si chiude. Tra i leghisti non mancano i dubbi. Molti pensavano che fosse assai più opportuno passare almeno da un voto della Camere, per sanare il no della Bicamerale. A metà pomeriggio un capo leghista ha la faccia scura: «Si va verso in Cdm straordinario, speriamo che il Quirinale dia l’ok al decreto. Ma è un casino». Il macigno peggiore è il “lodo Maroni”: dopo il voto del 14 dicembre, il ministro aveva iniziato a ragionare sulla urne a primavera, e si era pure lasciato scappare la data in una chiacchiera con Vendola in Transatlantico: 27 marzo. Bossi ci pensava, ma riteneva che la minaccia delle urne fosse sufficiente per indurre Pd e Terzo polo a miti consigli sul federalismo. Per questo aveva caricato il voto di ieri di un significato politico altissimo, persino sproporzionato. Poi il caso Ruby ha cambiato tutto, ha ridato fiato alle opposizioni, e il Senatur è rimasto prigioniero del suo bluff. Non Maroni, convinto che occorra votare, magari con un nuovo candidato premier. Ieri “Bobo” è stato quieto, ma non cambia idea. E la base è con lui.

A Radio Padania il filo diretto con i militanti è un Calvario: «È evidente che con Berlusconi non c’è nessun federalismo possibile. Bisogna rottamare il governo prima che quello rottami la Lega». «Se non stacchiamo la spina perdiamo voti ». «Berlusconi game over». Sui profili Facebook dei capi va ancora peggio: «Basta abbassare la testa - scrive Lorella al deputato Caparini -. Berlusconi ci ha fottuti tutti. Ringraziamolo per folleggiare con minorenni, grazie a tutto questo polverone il federalismo oggi diventerà un miraggio». Secessione, autonomia, annunci di divorzio: «Basta alleanze con i partiti italioti, andate via da Roma altrimenti non vi voto più». Invano i dirigenti cercano di calmare gli animi. «Schiavi di Berlusconi. Ecco quello che sono i nostri», attacca Danilo. Bossi per ora ha scelto il male minore del decreto lampo. Ma con Fini, e poi con Casini, i capi leghisti ragionano apertamente di un dopo Berlusconi. «Se dovessero arrivare altri macigni sul caso Ruby», è la premessa. Bossi aveva già parlato con Fini a novembre diun «patto di legislatura», garantendo al premier un salvacondotto giudiziario. Contatti anche col Pd, ma Bossinon accetta la condizione di mollare Berlusconi. E rischia di restare appesa al destino del Cavaliere.

4 febbraio 2011

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