

ANDREA CARUGATI
Alla fine di una giornata lunga e nerissima, la peggiore per
Dopoquel 15a 15, la situazione si mette molto male per il Carroccio. La base in rivolta, strali contro Berlusconi, inviti a Bossi, quasi ultimatum: «Coraggio, stacca la spina». Un diluvio di rabbia, su Radio Padania, sul web, sui profili Facebook dei dirigenti. Ancora inni alla secessione, delusione per i vent’anni senza risultati. Persino inusuali critiche a Bossi: «Gli elettori sono stanchi delle prese in giro». A Roma i “padani” non sanno che pesci prendere. Deputati senza bussola, girandola di vertici tra Bossi e Berlusconi e Tremonti. Fino alla decisione di un Consiglio dei ministri straordinario. Un colpo di mano, senza dubbio. Uno schiaffo al Parlamento. Ma Bossi non vuole sentire ragioni. Aspetta il voto della Camera su Ruby e poi tutti a palazzo Chigi. Se ne esce dopo un’oretta con lo scalpo in mano: «Decreto approvato definitivamente, i soldi restano sul territorio,
IL BLUFF DEL SENATUR
Una toppa, senza dubbio. E anche piuttosto dozzinale. Un modo per far durare la sconfitta leghista solo qualche ora. Bossi aveva giurato che se non c’erano i numeri sul federalismo si tornava alle urne. Lo aveva detto anche la notte scorsa, dopo un vertice con Berlusconi. Ma era un bluff. Che non ci sarebbe stata crisi lo si era capito da giorni. E ieri ha fatto outing: «Elezioni? Non penso, ora vediamo». E ancora, dopo il voto su Ruby: «I numeri sono buoni, per ora si va avanti». Il Senatur fa retromarcia, e in cambio ottiene il decreto lampo, per dire ai suoi che il federalismo è passato. Ma la falla non si chiude. Tra i leghisti non mancano i dubbi. Molti pensavano che fosse assai più opportuno passare almeno da un voto della Camere, per sanare il no della Bicamerale. A metà pomeriggio un capo leghista ha la faccia scura: «Si va verso in Cdm straordinario, speriamo che il Quirinale dia l’ok al decreto. Ma è un casino». Il macigno peggiore è il “lodo Maroni”: dopo il voto del 14 dicembre, il ministro aveva iniziato a ragionare sulla urne a primavera, e si era pure lasciato scappare la data in una chiacchiera con Vendola in Transatlantico: 27 marzo. Bossi ci pensava, ma riteneva che la minaccia delle urne fosse sufficiente per indurre Pd e Terzo polo a miti consigli sul federalismo. Per questo aveva caricato il voto di ieri di un significato politico altissimo, persino sproporzionato. Poi il caso Ruby ha cambiato tutto, ha ridato fiato alle opposizioni, e il Senatur è rimasto prigioniero del suo bluff. Non Maroni, convinto che occorra votare, magari con un nuovo candidato premier. Ieri “Bobo” è stato quieto, ma non cambia idea. E la base è con lui.
A Radio Padania il filo diretto con i militanti è un Calvario: «È evidente che con Berlusconi non c’è nessun federalismo possibile. Bisogna rottamare il governo prima che quello rottami
4 febbraio 2011

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