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sabato 7 gennaio 2012

Caso Raphael Rossi, il Mattino: ‘Rapporto finito per questioni di soldi e di consulenze’




VINCENZO IURILLO

Il quotidiano di Napoli cita un report commissionato ai dirigenti di Asìa dal vice sindaco con delega all’Ambiente, Tommaso Sodano, sui sei mesi della presidenza Rossi
Dietro il licenziamento o le dimissioni che dir si voglia di Raphael Rossi dalla presidenza di Asìa, la municipalizzata dei rifiuti di Napoli, ci sarebbe stato uno scontro su questioni di soldi. E più precisamente, sui costi di gestione e sulle consulenze firmate dal giovane manager venuto da Torino su chiamata del sindaco Luigi de Magistris per rilanciare un’azienda ingrippata e per avviare sul serio la raccolta differenziata nella città delle emergenze continue. E’ la tesi che fa capolino da un documentato articolo di Adolfo Pappalardo su Il Mattino. Nel quale si fa riferimento a un report commissionato ai dirigenti di Asìa dal vice sindaco con delega all’Ambiente, Tommaso Sodano, sui sei mesi della presidenza Rossi. Interpellato per dire la sua sulla vicenda, Sodano preferisce non commentare precisando però di non aver commissionato nessuna relazione. Ma non ne smentisce il contenuto, limitandosi ad aggiungere “che quando c’è un cambio di management in un’azienda è normale che chi subentri voglia sapere come ha lavorato chi lo ha preceduto”.

Il report citato dal Mattino, punta il dito su 5 consulenze decise da Rossi per un totale di 150.000 euro circa. Quattro di queste consulenze sono state chieste ai collaboratori più fidati di Rossi, provenienti anch’essi da Torino: si chiamano Robiati, Di Polito, Varisotti e Vecchiottie da tempo fanno squadra con il manager torinese. La quinta consulenza riguarda Studium, società che si occupa di studi in materie ecologiche, fondata dal professore di Sociologia della Sapienza di Roma Domenico De Masi. Sono tutte consulenze inferiori alle 50.000 euro, limite entro il quale Rossi, conformemente ai pieni poteri attribuitigli dall’azionista (il Comune di Napoli), poteva deliberare senza informare il Cda. Circostanza che però avrebbe fatto arrabbiare qualcuno, indispettito dal non aver potuto analizzare il curriculum e le competenze dei professionisti scelti. O forse semplicemente per non averne potuti indicare altri al loro posto. Malumori comunque generici, quelli messi nero su bianco sul documento, nel quale sarebbero finite anche le spese relative alla presidenza Rossi. Lo stipendio del manager torinese ammontava a circa 2500 euro al mese. Ai quali, però, si dovrebbero aggiungere un rimborso non forfettario di 2400 euro, il costo dell’appartamento in affitto occupato dal manager, le spese telefoniche e il rimborso delle spese di viaggio andata e ritorno verso Torino, dove Rossi ha casa e famiglia.

In assenza di spiegazioni convincenti da chi avrebbe dovuto fornirle, le ragioni dell’avvicendamento di uno dei simboli della rivoluzione arancione alla guida di Asìa, assomigliano a un complicato puzzle di tasselli. Andrebbero incastratati tutti e bene, per avere un quadro chiaro. Ma i tasselli stanno emergendo in maniera frammentaria, uno alla volta, e forse ne mancano ancora diversi. Cosicché il quadro riporta molti pezzi bianchi e altri poco chiari. Del puzzle fanno sicuramente parte i numerosi ‘no’ pronunciati da Rossi, i cui pieni poteri hanno finito per infastidire qualcuno, e ricordati sul blog aperto sulla versione web de ‘Il Fatto Quotidiano’, tra i quali quello all’assunzione di 23 ex lavoratori ultracinquantenni del bacino Napoli 5, sul quale ha riferito ai magistrati che indagano sull’Immondizia Connection a Napoli. E un tassello importante del puzzle è sicuramente il deterioramento dei rapporti con Sodano, che su molte vicende sindacali e gestionali ha assunto posizioni diametralmente opposte a quelle di Rossi. Ora spunta il tassello delle spese di gestione dell’Asìa. Sulle quali Rossi ha assicurato che spiegherà tutto nelle prossime ore sul suo blog.

venerdì 6 gennaio 2012

Monti va a Parigi: “Lavoriamo mano nella mano con Francia e Germania”





Si terrà a Roma il 20 gennaio il vertice a tre con Nicolas Sarkozy e Angela Merkel. Il presidente del Consiglio italiano dice: "E' essenziale che ogni stato membro faccia fino in fondo quello che deve fare per consolidare il bilancio e realizzare riforme"
Due incontri programmati per la giornata parigina di Mario Monti, che prima è andato dal premier Francois Fillon e nel tardo pomeriggio è arrivato all’Eliseo dal presidente Sarkozy. ”L’Italia lavora mano nella mano con la Francia, così come con la Germania, per proseguire insieme verso la costruzione europea”, ha detto il presidente del Consiglio al termine di un pranzo di lavoro di un’ora e mezza con Fillon, che ha detto di essere “molto grato al presidente Monti per il lavoro eccezionale che sta facendo per restituire valore alla costruzione europea e alla zona Euro”. Il premier francese ha aggiunto che “tra Francia e Italia c’è un’identità di vedute quasi totale”. Nel primo pomeriggio, Monti si è spostato a Bercy, sede del ministero dell’Economia per il convegno economico ‘Nouveau Monde’ – al quale partecipano anche il ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera, e il viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli. Passera ha chiarito che “ancora non abbiamo una soluzione alla crisi finanziaria”, precisando che “non esiste comunque una soluzione unica ma diverse”. Tra queste, sicuramente il nuovo Patto di bilancio Ue, il “fiscal compact“, è un “passo nella giusta direzione”, come anche il semestre europeo, ma “l’Ue deve essere all’altezza delle sua aspettative”. Per questo “abbiamo bisogno di più innovazione, ricerca e investimenti, dobbiamo avere il coraggio di costruire questa competitività e affrontare la crisi con gli strumenti giusti”, ha ammonito il ministro. “Certamente ci stiamo muovendo nella buona direzione, certamente non ci stiamo muovendo sufficientemente veloci”, ha concluso Passera.

Al termine del convegno economico Monti ha ribadito che l’ “Europa è in un momento cruciale, con equilibri in continuo cambiamento”. Poi è passato a parlare della crescita che “in Europa rischia di fermarsi, mentre i Brics sono in forte crescita”. Il modello sociale europeo, ha proseguito il premier, “prima veniva visto con distanza da parte di Usa e Cina, mentre dopo la crisi economica anche questi paesi hanno dedicato maggiore attenzione al sistema sociale”. Secondo il presidente del Consiglio, l’Ue, dopo la crisi vede confermata anche la sua scelta costitutiva di fare governo “di governance multi-laterale”. E conclude: “Bisogna evitare che l’euro diventi un elemento di divisione in questo periodo di crisi, per questo bisogna rimediare alla crisi dell’eurozona. L’Italia ha messo in opera un pacchetto in vigore dal 1 gennaio che comporta un radicale cambiamento del sistema delle pensioni e viaggia verso il pareggio di bilancio nel 2013″.

E’ durato poco più di un’ora l’incontro con Nicolas Sarkozy. I due presidenti si sono presentati per una brevissima conferenza stampa, in cui Sarkozy ha assicurato:”Italia e Francia condividono la stessa identità di vedute per risolvere la crisi dell’euro”. Fissato per il prossimo 20 gennaio il nuovo vertice a tre con Angela Merkel, a Roma. ”Siamo d’accordo sul fatto che in una fase così delicata per l’unione europea e l’eurozona è essenziale che che ogni stato membro faccia fino in fondo ciò che deve fare per consolidare i bilanci e le riforme”, ha detto Monti al termine del colloquio in cui si è parlato probabilmente del fondo Salva Stati e delle modifiche al Trattato di Lisbona, oltre che della preparazione dei prossimi appuntamenti europei, in particolare il Consiglio europeo del 30 gennaio. Gennaio sarà infatti un mese di intense consultazioni per dare all’Europa un nuovo volto: l’11 gennaio Monti incontrerà a Berlino il cancelliere Angela Merkel per discutere della crisi economica europea e in particolare di quella che coinvolge i paesi dell’eurozona. Alla fine del mese si recherà a Londra per incontrare il premier britannico David Cameron, mentre altri viaggi sono in programma nelle prossime settimane a Washington e Tripoli. Intanto Cameron ha ribadito oggi la sua intenzione di “fare tutto il possibile” affinché i firmatari del nuovo trattato Ue non usino istituzioni come Commissione e Corte di Giustizia per portare avanti il lavoro dell’Europa senza la partecipazione di Londra. “Non dovrebbero prendere decisioni che riguardano il mercato unico e la competitività: Non si può avere un trattato fuori dell’Ue che inizia a fare ciò che andrebbe fatto all’interno dell’Unione”.

Unicredit mette in guardia chi investe “L’euro potrebbe saltare”




L'avviso nel prospetto dell'aumento di capitale. Improvvisa missione di Monti a Bruxelles. Per il premier giro d'incontri con i vertici Ue: in gioco la trattativa sul rigore per i conti pubblici
Con i mercati europei che si avvitano al ribasso e lo spread italiano che torna a volare oltre i 520 punti si fa presto a concludere che gli investitori finanziari vedono nuovi guai in arrivo per l’euro. Ma per capire davvero quanto siano aumentati negli ultimi mesi il pessimismo e la sfiducia sul futuro della moneta unica può essere utile dare un’occhiata a un paio di paginette del prospetto informativo dell’aumento di capitale di Unicredit che prenderà il via lunedì prossimo. “Rischi connessi alla crisi del debito dell’area euro”, questo il titolo di uno dei paragrafi del voluminoso documento pubblicato. È la prima volta che una grande banca italiana, mentre si appresta a chiedere denaro ai propri azionisti, decide di mettere in guardia i risparmiatori anche da una possibile dissoluzione della valuta continentale. Certo, è solo un’ipotesi tra molte altre che, secondo i manager di Unicredit potrebbero influenzare nei prossimi mesi l’andamento della banca. Il solo fatto che un rischio euro venga menzionato riesce però a dare l’idea delle tensioni e dei timori sul mercato.

“Le preoccupazioni relative all’aggravarsi della situazione del debito sovrano dei Paesi dell’Area Euro potrebbero portare alla reintroduzione, in uno o più Paesi dell’Area Euro di valute nazionali o, in circostanze particolarmente gravi, all’abbandono dell’Euro”. Questo è quanto si legge a pagina 66 del prospetto. Insomma, nei prossimi mesi non è da escludere neppure un ritorno alla vecchia lira. Semplice ipotesi, ovviamente, ma i vertici del secondo gruppo bancario italiano, il più attivo oltrefrontiera con una forte presenza in Germania, non hanno potuto fare a meno di segnalare il rischio euro. “È una forma di tutela legale contro un rischio di carattere sistemico”, precisa una fonte ufficiale di Unicredit.

Un rischio che adesso, però, è diventato ben più concreto rispetto al recente passato. Prospetto a parte, va detto che ieri Unicredit ha trascinato al ribasso l’intera Borsa italiana. Alla vigilia dell’aumento di capitale il titolo del colosso bancario ha perso addirittura il 17 %, che si aggiunge alla caduta del 16 % registrata mercoledì. Il crollo si spiega in parte con il forte sconto (43 %) rispetto al prezzo di mercato a cui le nuove azioni verranno collocate. Molti operatori hanno così preferito vendere adesso per poi ricomprare da lunedì. Ieri, però, è stato l’intero settore bancario a perdere terreno in Borsa per effetto anche della nuova impennata dello spread.

E ad aumentare la sensazione di allarme presente sui mercati ha contribuito anche la notizia dell’improvvisa e inaspettata partenza di Mario Monti alla volta di Bruxelles per alcuni incontri, non meglio specificati, con i vertici Ue. Il premier ha così aperto la sua campagna d’Europa: curiosamente però, per la cosa più importante che farà a palazzo Chigi, le sue doti accademiche non conteranno niente. Quel che serve oggi è un bel po’ di politica: guidare, convincere, mediare. Se, infatti, il premier non riesce a persuadere il duo Merkel-Sarkozy ad abbandonare i furori rigoristi del nuovo Patto fiscale europeo per l’Italia, l’Ue e la sua moneta non c’è futuro. Vedremo poi i particolari, ma appare chiaro che gli investitori non si fidano del cosiddetto “accordo salva euro” a trazione tedesca. Ieri la Borsa di Milano s’è persa per strada 11, 3 miliardi di euro (-3, 6 %) e lo spread Btp-Bund, come detto, è tornato sopra i 520 punti. Se a questo si aggiunge che il differenziale coi titoli tedeschi ieri ha colpito anche Francia (150) e Spagna (380), si capisce che gli investitori si stanno convincendo che l’euro è destinato al decesso e chiedono tassi di interesse adatti alle (future) monete nazionali.

Questo è il quadro che Mario Monti si è trovato davanti ieri a Bruxelles, accompagnato dalle “referenze” di Giorgio Napolitano: “Monti ha tutti i titoli per porre all’Ue questioni che riguardano il modo di garantire rigore e crescita”, ha detto il Colle. “Inoltre – ha aggiunto Napolitano – il decreto approvato dal Parlamento è la prova come l’Italia sia, anche sul debito pubblico, affidabile”. Tanta enfasi è giustificata dal fatto che oggi gli sherpa dei vari governi cominciano la trattativa sulle modifiche alla bozza di Trattato intergovernativo firmata il 9 dicembre. I tempi sono stretti: un paio di settimane per la stesura definitiva, accordo al Consiglio europeo del 30 gennaio, firma definitiva a marzo. Si tratta di un testo pericolosissimo: sanzioni automatiche per gli sforamenti del deficit e un percorso di rientro al 60 % del rapporto debito/Pil a colpi di un ventesimo l’anno (per l’Italia significa 45-50 miliardi), per non citare che le due minacce più gravi. I professori hanno proposto alcuni emendamenti il cui senso è “va bene il rigore, ma bisogna tenere conto del ciclo economico”, cioè che siamo in recessione. Tradotto: se non cresciamo, anche con la spesa pubblica, siamo morti.

Ora che sa cosa vuole fare, però, a Monti resta la cosa più difficile: convincere la Merkel e gli altri paesi nordici. Monti insomma cerca alleati (Polonia e Belgio non bastano): oggi ci proverà con Sarkozy, la commissione è già dalla sua parte e mercoledì potrà presentarsi alla Cancelliera tedesca avendo chiara la situazione. Con una freccia al suo arco: con la Gran Bretagna già fuori dai giochi, il potere di veto dell’Italia è enorme.

di Vittorio Malagutti e Marco Palombi

da Il Fatto Quotidiano del 6 gennaio 2012

giovedì 5 gennaio 2012

IL MASTINO EQUITALIA MA SOLO CON I PICCOLI




Una cartella esattoriale può trasformarsi in un incubo, ma i grandi evasori si salvano
di Sara Nicoli

A volte centrano il bersaglio. Come a Cortina, dove il blitz di Capodanno ha effettivamente portato l’Agenzia delle entrate a segnare un punto a suo favore. Altre volte i “blitz” Equitalia – il braccio armato del fisco – non li fa contro i veri evasori fiscali, bensì contro quei cittadini che le tasse le pagano, ma hanno piccole pendenze che l’attuale sistema di riscossione e tassazione trasforma nel peggiore degli incubi. Fino, spesso, a sfiorare la tragedia. Ma chi è “il mastino” Equitalia che sta togliendo il sonno agli italiani?
   I soci di Stato
   EQUITALIA è una società pubblica (51% Agenzia delle Entrate, il 49% Inps) incaricata della riscossione nazionale dei tributi. In particolare, esercita sia la riscossione “non da ruolo”, che riguarda per esempio l’Ici e le entrate pagate col modello F23, sia quella “a mezzo ruolo” attraverso la notifica di cartelle di pagamento. Dunque ha funzioni prevalentemente strategiche, di indirizzo e di controllo dell’attività degli agenti della riscossione, mentre gli agenti si occupano degli aspetti operativi dell’incasso, gestendo gli sportelli e i rapporti con i contribuenti e con gli enti. Nel 2010 l’Ente ha ottenuto 1,29 miliardi di euro di ricavi, di cui 1,22 miliardi derivanti dall’incasso di commissioni sull’attività di riscossione conto terzi. Nell’ultimo periodo ha riscosso crediti per 8,87 miliardi di euro, 4,61 per conto dello Stato, 2,83 conto Inps/Inail, 1,42 conto Enti non statali (Regioni, Comuni, Consorzi ecc.). I cosiddetti Grandi Debitori (coloro che sono iscritti al ruolo per importi maggiori di 500 mila euro) sono 1.055, da cui nel 2010 Equitalia ha riscosso 1,78 miliardi. Il grosso dell’evasione, come si vede, deve ancora essere aggredito, mentre il comune cittadino, in quanto conosciuto al fisco, si trova nel mirino di Equitalia senza possibilità di fuga.
   Quando è cominciato
   QUALCHE ANNO FA, intorno al 2005, con lo Stato esattore si poteva ancora parlare. Si poteva ricorrere alla Commissione tributaria, si poteva contare sulla prescrizione di multe prese cinque anni prima, si poteva – insomma – sperare in una via d’uscita che spesso gli stessi impiegati dell’Agenzia delle entrate proponevano come “paracadute”. Poi ci sono state le elezioni. E al ministero dell’Economia è tornato Giulio Tremonti. E tutto è cambiato. Il fisco, negli ultimi anni , si è preso alcune libertà che poteva evitare. Fino a metà del 2011 ha iscritto ipoteche su abitazioni private, anche prime case, per cifre debitorie inferiori agli 8 mila euro, senza notifiche (ex articolo 140 cpc) e senza intimazione di pagamento. Stessa cosa per quanto riguarda i fermi amministrativi delle automobili (le cosiddette ganasce fiscali). All’alba del 1° ottobre 2011 il governo ha messo nelle mani di Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate, armi che prima il fisco mai aveva posseduto. Ecco la sostanza: dopo 60 giorni dall’avviso al contribuente, Equitalia può attivare i suoi mezzi per recuperare il debito, iscrivere ipoteca sull’artigiano considerato infedele (facendo scattare una comunicazione alla centrale rischi delle banche, con conseguente chiusura dei fidi), pignorare il suo conto corrente (rendendo impossibile il pagamento di dipendenti e fornitori), avviare i pignoramenti presso terzi (sono i crediti dei clienti, Equitalia ha il potere di arrivare anche lì) e far partire le ganasce fiscali su auto e vani posseduti. Il“titolo di debito” è diventato immediatamente esecutivo. Se Equitalia, poi, si convince che c’è il “fondato pericolo” di perdere il credito, ha il mandato per recuperarlo in ogni modo: sequestrando una pensione, mandando un bene all’asta immobiliare e così via.
   Lotta per spot
   IL SALDO FINALE di tanto agitarsi è il classico topolino partorito dalla montagna. Perchè i grandi evasori restano ben coperti. Un rapporto della Corte dei Conti rivela che, negli ultimi anni, la lotta all’evasione è apparsa più che altro come una resa all’evasione. Alla fine dell’iter, lo Stato incassa appena l’11% delle imposte evase “accertate” e soltanto l’1% se l’evasore non patteggia con il fisco. L’indagine in questione riguarda il periodo 2006-2009, in cui sono stati effettuati 1.445.892 controlli: il 95% si è concluso con l’addebito di evasione, per un totale di 71 miliardi di euro, che salgono a 75 con le sanzioni. E quanti ne sono stati recuperati realmente? Uno scarso 10%. Su 100 euro di imposte evase accertate, alla fine lo Stato ne chiede agli evasori solo 51. Le pretese originarie vengono praticamente dimezzate. Motivi: sconti dei “patteggiamenti”, rateizzazioni, lunghezza dei contenziosi. E recupera appena qualche briciola.
   Morire di tasse
   TALVOLTA la spietatezza del meccanismo di Equitalia, che quando viene attivata non ha alcun margine di discrezionalità “caso per caso”, ha provocato conseguenze molto gravi. Non è detto infatti che tutti siano attrezzati a sostenere il forte stress emotivo che l’arrivo di una cartella esattoriale o la notizia di un’ipoteca sulla casa possono provocare. Di qui il dramma sociale di migliaia di famiglie. Come quello che ha colpito gli ultimi mesi di vita di Mauro Bordis, 58 anni. Per 6 mila euro gli avevano ipotecato casa e tolto i fidi. Bordis è morto d’infarto mentre lottava contro le cartelle di Equitalia. Casi come questo ce ne sono purtroppo parecchi, tant’è che molti cittadini hanno preso ad aggregarsi in associazioni e comitati. È accaduto a Cagliari, ma anche a Vicenza e a Napoli. Per non parlare di Roma. Sono nati comitati come l’Avis: acronimo dell’Associazione vessati italiani solidali, niente a che vedere con i donatori del sangue. Ma la lista sta diventando lunga, molto lunga.
   Come tutelarsi
   DIFENDERSI da eventuali eccessi o errori di Equitalia si può. Ma non è facile e, soprattutto, non è alla portata di tutti riuscire a combattere ad armi pari con chi è stato dotato dal governo di strumenti straordinari per contrastare – con scarsi effetti, come abbiamo visto – la grande evasione fiscale. Appena arriva una cartella di Equitalia, la prima cosa da fare è recarsi nella sede più vicina dell’ente per capire esattamente la natura delle contestazioni. Se gli estremi della “cartella” non sono chiari, è bene rivolgersi a un’associazione di consumatori (come l’Adusbef o la Federconsumatori) e farsi assistere da un loro legale, soprattutto per evitare di perdere tempo prezioso per fare ricorso. Un tempo fondamentale. Anche per la salute.

Il brutto dell’architettura





di Marco Biraghi*

Già lo si è detto: l’architettura è un fatto complesso. Le sue implicazioni sono innanzitutto finanziarie, impegnando di sovente ingenti capitali economici. Ma sono anche politiche e sociali, coinvolgendo la sfera del “pubblico”, tanto sul versante della sua amministrazione quanto su quello della sua fruizione. Non minori sono inoltre i suoi effetti urbanistici e, almeno in alcuni casi, il suo impatto sulla mobilità e sul traffico. L’architettura ha poi evidenti ricadute ambientali, esercitando inevitabilmente un impatto sul luogo in cui si inserisce, e in un senso più lato valenze culturali, essendo il prodotto cosciente di una civiltà e di un’epoca. L’architettura insomma è qualcosa che difficilmente può essere considerata in modo esclusivo sotto il profilo estetico. Parlare di architettura fermandosi alla questione del “bello” è certamente limitato. Ma perché questo sembra giustificare certi architetti a produrre architetture così brutte?
   IL CURRICULUM progettuale di Giancarlo Perotta è degno di tutto rispetto. Per essere un architetto italiano operante tra gli anni ottanta e oggi (un’epoca certo non facile per l’architettura italiana, stritolata nella molteplice morsa di una situazione economica endemicamente critica, di una committenza pubblica o privata latitante o poco efficiente, di un sistema concorsuale spesso senza esiti, e della concorrenza “sleale” dei colleghi stranieri) Perotta ha costruito decisamente parecchio.
Tuttavia, un sinistro filo rosso unisce tutte le sue architetture: dai due grattacieli per uffici delle Ferrovie dello Stato alla Stazione di Porta Garibaldi (con Laura Lazzari) alla Stazione FN Milano Bovisa, passando per numerosi interventi residenziali e complessi ospedalieri, fino al recente progetto sull’area ex Enel, di fronte al Cimitero Monumentale, nell’ambito del Programma integrato di intervento di Porta Volta, il tratto che le accomuna è una singolare bruttezza: una bruttezza che non ha nulla a che spartire con quanto offre al giorno d’oggi nel campo dell’architettura contemporanea una città come Milano; una bruttezza che varca la soglia di guardia e che (purtroppo) non passa inosservata. Una bruttezza tale – per intendersi – da costringere i nuovi proprietari dei grattacieli di Porta Garibaldi ad affrontare un costoso restyling pur di cancellarne la pietosa configurazione originale. Una bruttezza tale da rendere la prospettiva della realizzazione del progetto sull’area ex Enel, con le sue sgraziate volumetrie, le sue soluzioni e materiali sbagliati al posto sbagliato, assolutamente agghiacciante.
   Perché un architetto che produce architetture così brutte ha tanta fortuna? Un simile quesito va necessariamente incrociato con quello posto in precedenza: perché certi architetti sembrano giustificati a produrre architetture così brutte?
   IN ENTRAMBI i casi risulta evidente come per architetti del genere il problema estetico non è minimamente importante, al punto da poterne fare l’ultimo dei loro problemi. E non certo perché l’architettura – per loro – sia “qualcosa che difficilmente può essere considerata in modo esclusivo sotto il profilo estetico”, come affermato più sopra, bensì per la semplice ragione che la loro architettura non viene giudicata – da parte di chi la commissiona e l’approva – sulla base di questo parametro.
Evidentemente c’è in palio ben altro.
Ma in fondo, che cosa conta davvero la questione estetica in architettura? Non è forse vero che essa è massimamente relativa e soggettiva? Certo. Non tuttavia abbastanza da essere completamente indipendente dall’insieme dei fattori che determinano nel suo complesso un edificio.
L’estetica dell’architettura non è mai fine a se stessa, è sempre il prodotto del delicato equilibrio tra tutte le componenti che concorrono all’esistenza di questa. Pertanto, un’estetica particolarmente “alterata”, particolarmente “squilibrata” – un’estetica particolarmente brutta – non indica soltanto una mancanza di gusto, o una caduta di “stile”: rivela senza dubbio un errore. Nel 1895, Otto Wagner, uno dei più grandi architetti degli ultimi due secoli, scriveva: “Niente che non sia funzionale potrà mai essere bello”. Oggi, davanti al progetto sull’area ex ENEL – come davanti agli altri edifici dell’ineffabile Perotta – anche Wagner sottoscriverebbe l’affermazione che “niente che sia tanto brutto potrà mai essere funzionale”.
   
*Docente di storia dell'Architettura  contemporanea al Politecnico di Milano e autore Einaudi

LA MALEDIZIONE DEL PRESIDENTE DI GERMANIA




Wulff telefona alla “Bild” per censurarla La stampa tedesca vuole le dimissioni

Il presidente tedesco Christian Wulff ha riconosciuto che “la telefonata al caporedattore della Bild è stata ‘un grave errore’: ho chiesto scusa e le  scuse sono state accettate”. Il cancelliere Angela Merkel poche ore prima aveva esortato il capo dello Stato a fornire spiegazioni. Con le scuse non sono arrivate le dimissioni, che gran parte della stampa tedesca adesso chiede.
   Comincia a sfaldarsi il fronte di coloro che ancora appoggiavano il presidente Christian Wulff. Dopo la campagna di stampa per il prestito privato a condizioni di favore ottenuto dall’imprenditore Egon Geerkens, Christian Wulff ha compiuto un altro grosso scivolone telefonando al direttore della Bild e al presidente della casa editrice proprietaria del quotidiano per impedire l’uscita di un articolo che avrebbe potuto danneggiarlo.
   Le telefonate hanno avuto luogo il 12 dicembre, ma la notizia è diventata di dominio pubblico solamente un paio di giorni fa. Tutto è cominciato con un pezzo della Bild nel quale si diceva che Wulff aveva ricevuto un prestito di 500 mila euro dalla moglie di Egon Geerkens quando era ancora governatore della Bassa Sassonia. Successivamente, per la precisione nel febbraio 2010, aveva mentito dinanzi a una commissione parlamentare che gli aveva chiesto se era in affari di qualsivoglia natura con i Geerkens.
   Come non bastasse, Die Welt ha fatto sapere che Wulff era intervenuto anche l’estate scorsa per impedire la pubblicazione di un articolo del Welt am Sonntag. In quella circostanza aveva convocato al palazzo Bellevue, sua residenza ufficiale, uno degli autori dell’articolo minacciando “conseguenze pubbliche e sgradevoli”. Die Welt non ha reso noto il contenuto dell’articolo. Stando a voci autorevoli e a fonti riservate, ma attendibili, l’articolo riguardava la famiglia, la sua difficile infanzia e la sorellastra. Prima di Natale, quando Wulff ha ammesso di non essere stato “chiaro” riguardo al prestito, l’impressione era che, malgrado le critiche, non avrebbe dato le dimissioni. Ora però la sua posizione è molto meno solida in quanto gli sta venendo meno anche l’appoggio del partito di Angela Merkel. Il silenzio degli ultimi due giorni dei suoi alleati è stato assordante. Sempre più tiepidi nei suoi confronti anche gli esponenti della Cdu della Bassa Sassonia. “Mi hanno telefonato molti esponenti del partito. Tutti hanno avuto parole di biasimo per il comportamento di Wulff”, ha detto Karl-Heinz Klare, vice presidente del gruppo parlamentare della Cdu.
   Nel frattempo, dopo le pressioni di chi voleva che Wulff facesse una pubblica dichiarazione per spiegare come sono andate le cose (arrivata insieme alle scuse), adesso c’è chi aspetta le dimissioni del presidente, che sarebbero un duro colpo per la Merkel e per le istituzioni. È stata proprio il cancelliere Merkel a proporre Wulff per la carica di presidente e spetterebbe a lei indicare il successore. È l’ultima cosa che Angela Merkel poteva augurarsi all’inizio di un anno che si prospetta difficile per l’economia tedesca e per l’euro. Negli ultimi giorni i quotidiani tedeschi – compresi quelli conservatori – hanno scritto a chiare lettere che Wulff non è più idoneo a ricoprire la carica di presidente della Germania. Svolgendo il capo dello Stato un ruolo prevalentemente rappresentativo, la credibilità è la prima e la più importante delle qualità richieste. Il predecessore Horst Köhler si dimise per una gaffe sulla presenza militare in Afghanistan solo un anno e mezzo fa.
   E, infatti, è proprio la credibilità di Wulff che ha toccato i minimi storici come sottolinea il quotidiano conservatore Die Welt: “In una società democratica un presidente che dichiara di difendere la libertà di stampa salvo tentare di soffocarla quando gli fa comodo, sembra assolutamente fuori posto. Chi, come il presidente Wulff, cerca di impedire ai giornalisti di pubblicare le notizie, non ha una visione democratica della società”.
   Gli fa eco il conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung secondo cui il comportamento di Wulff “è quello di un presidente uscito di senno, che altro si può pensare di un capo di Stato che minaccia con parole inaccettabili un giornale e una casa editrice?”.
   Ancora più dure le reazioni della stampa di sinistra. “Il misto di ingenuità e faccia tosta di Wulff è stupefacente” scrive il quotidiano Suddeutsche Zeitung. Ancora più graffiante il commento di Die Tageszeitung: “Con queste telefonate Christian Wulff ha perso ogni residua credibilità. Wulff si è comportato come un sindaco di provincia che pensa di poter dire al giornaletto locale cosa deve scrivere e cosa non deve scrivere”.

I SINDACATI RICHIAMATI ALL’OBBEDIENZA




Cgil, Cisl e Uil nel mirino: ostacolano il premier nel salvataggio dell’Italia
di Giorgio Meletti

Il governo punta all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che impedisce il licenziamento individuale senza giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti. Ne aveva già parlato poco prima di Natale il ministro del Lavoro Elsa Fornero, indotta a una precipitosa retromarcia dalle reazioni del sindacato. Ma ieri è sceso in campo direttamente il premier Mario Monti, che si è lasciato attribuire dalla Repubblica alcune frasi virgolettate, non smentite e illuminanti.
   L’OBIETTIVO evidente è una resa dei conti con i sindacati confederali, più energica di quelle tentate da Silvio Berlusconi. Se infatti la strategia del governo di centro-destra, soprattutto attraverso il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, puntava a isolare la Cgil, l’attacco all’articolo 18 non distingue tra sindacati amici e nemici. Ce n’è per tutti.
   Monti non avanza nessun argomento sull’utilità dell’abolizione dell’articolo 18 per rilanciare economia e occupazione. Sostiene però che è l’Europa a chiedercelo, e che il governo tecnico è chiamato a fare le cose “anche senza l’accordo di tutti”. E questa “è pure la ragione per cui non possiamo accettare veti”. Per Monti questa linea dura contro i sindacati serve ad affrontare “il nostro problema centrale: il deficit di credibilità”. Una questione di principio, dunque. Monti pensa, stando a queste indiscrezioni non smentite, che dimostrando di poter spezzare le reni al sindacato potrà meglio giocarsi la trattativa con Germania e Francia sull’amara medicina del risanamento dei conti pubblici. E così il confronto sulla riforma del mercato del lavoro assume una dimensione completamente scollegata dal merito delle questioni sul tavolo.
   Il tema dei prossimi giorni è il ridimensionamento del potere sindacale. Secondo Sergio Romano, che ha firmato ieri l’editoriale del Corriere della Sera, bisogna uscire dalla stagione della “concertazione”, che pure è servita in “momenti eccezionali” a “sbloccare situazioni pericolose”. L’ex ambasciatore indica con precisione le eccessive pretese a cui Cgil, Cisl e Uil devono rinunciare per non ostacolare il cammino del governo proteso verso il salvataggio del Paese: “I sindacati non vogliono essere ascoltati. Vogliono concertare, vale a dire concorrere alla definizione delle misure che il governo presenterà al Parlamento e ai suoi partner europei”. La conclusione di Romano è altrettanto netta: “Il sindacato ha funzioni importanti e deve essere in condizione di esercitarle con la massima libertà. Ma tra queste funzioni non vi è quella di concorrere al governo del Paese”.
   Mentre l’editorialista del Corriere indicava questa linea di ridimensionamento dei sindacati, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita nella sua Napoli, rimarcava i concetti già ben illustrati nel discorso di Capodanno: “Quel che mi auguro è che il movimento dei lavoratori dia di nuovo prova di saper guardare agli interessi generali e non stia sulla difensiva”.
   METTENDO insieme le tre indicazioni, quella data da Monti attraverso la Repubblica, quella di Napolitano e quella del Corriere della Sera, ai sindacati rimane uno stretto sentiero: “guardare agli interessi generali” senza pretendere però di “concorrere al governo del Paese”, cioè senza pretendere nulla più che “essere ascoltati”. Lo scenario dei prossimi giorni si presenta dunque complicato per i tre leader Susanna Camusso (Cgil), Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil): completato il “giro informale” dei colloqui bilaterali con la Fornero, dovranno andare a un tavolo di confronto in cui verrà loro presentato il pacchetto di interventi sul mercato del lavoro senza consentire ai sindacati di interloquire con il governo sulle misure per la crescita e l’occupazione.
   A differenza del passato, quando Cisl e Uil potevano lucrare la posizione di interlocutori privilegiati del governo Berlusconi grazie all’isolamento della Cgil, adesso l’imbarazzo è sostanzialmente uguale per tutti. Come dimostra il sarcasmo di Angeletti, che ha così commentato la battaglia prossima ventura: “Diciamo che tutta la polemica sull'articolo 18 è un falso bersaglio, come avviene nei giochi elettronici”.

Di Paola, la corazzata a stelle e strisce





IN SELLA DA PRODI A BERLUSCONI TUTTE LE SCELTE ANTI-EUROPEE
di Paola Zanca

La prima volta che è entrato nei palazzi della politica è finita con la guerra in Kosovo. Adesso, per noi che siamo l'avamposto americano in un Mediterraneo che ribolle, lo raccontano di nuovo come l'uomo giusto, al momento giusto, nel posto giusto.
Per capire il legame tra Giampaolo Di Paola, ministro della Difesa, e gli ambienti del Pentagono e della Casa Bianca basta scorrere il suo curriculum. Nato a Torre Annunziata nel Ferragosto di 68 anni fa, è entrato alla Accademia Navale quando ne aveva 19. Da allora non si è più tolto la divisa, fino a oggi che veste i panni da ministro.
I sommergibili della Marina, d'altronde, li ha abbandonati presto per tuffarsi nel palazzo. Da vent'anni vive ai vertici delle forze armate. È passato indenne da Prodi a Berlusconi. Nel 1998 diventa capo di Gabinetto prima del ministro Carlo Scognamiglio, durante il governo D'Alema (siamo alla vigilia delle bombe su Belgrado) poi del suo successore, Sergio Mattarella, quando a palazzo Chigi c’è Giuliano Amato. Poco prima che al governo arrivi Berlusconi, nel 2001, Di Paola viene nominato segretario generale della Difesa, ovvero Direttore nazionale degli armamenti: il capo assoluto della gestione tecnico-amministrativa della Difesa, programmi di acquisto compresi.
   UNA NOMINA che aveva “soddisfatto anche il Polo”, come riportano le cronache dell'epoca: solo il senatore di Forza Italia Vincenzo Manca era “perplesso”: “Pur trattandosi di una personalità di indubbio valore – diceva a proposito di Di Paola – non sembrava avere anzianità di grado tale da essere preferito”. A gestire la Direzione nazionale Armamenti, comunque, resta tre anni. Ed è lo stesso governo Berlusconi a nominarlo Capo di Stato maggiore della Difesa. Sarà invece il ministro Parisi (alla Difesa per Prodi dal 2006) a prorogargli l'incarico di quattro mesi per permettergli di presentare la sua candidatura a presidente del Comitato militare della Nato. Ottenuta, ça va sans dire.
   Lo considerano uno dei massimi ispiratori del cambio di strategia della politica di Difesa nazionale: dalle azioni “stanziali” alla scelta di armamenti che diano la possibilità di intervenire in maniera pronta nei teatri di guerra. “Ricordo l'intervista che un Capo di Stato maggiore dell'Esercito rilasciò al Corriere della Sera – dice Elettra Deiana, all'epoca deputata di Rifondazione Comunista in commissione Difesa – diceva: ‘A che ci servono tutti questi cacciabombardieri, queste portaerei? Se dobbiamo fare delle missioni di pace abbiamo bisogno di soldati che vadano là’. Chiaro, lui difendeva l'esercito, ma è indicativo del dibattito che le scelte di Di Paola avevano scatenato anche tra gli addetti ai lavori”. Ma cacciabombardieri e portaerei, non sono solo strategia, sono anche commesse di lavoro.
“Non è mai stato insensibile agli interessi dell'industria americana – prosegue Deiana – Non a caso favorì l'acquisto dei Lockheed C 130 anziché degli Airbus europei”. È il giugno del 2001 quando l'Italia, al contrario di Francia e Germania, decide di non firmare il memorandum d'intesa sul nuovo aereo da trasporto militare A400M. “Non c'è alcun retro-pensiero – diceva Di Paola – si sapeva che non si sarebbe firmato ora il memorandum, ma spero che prima possibile, entro settembre, si arrivi alla firma. Speriamo sia una questione di settimane e non di mesi”. Quella firma invece non arriverà mai. “L'europeismo non dipende da un aereo”, tuonava l'allora ministro Antonio Martino. E così, per il suo “orientamento personale” e per “quello delle forze armate”, la scelta italiana dirottò sull’americana Lockheed. “Noi crediamo in un'Europa forte – disse Di Paola il giorno del sì definitivo al programma F35 – ma anche nella cooperazione tra le due sponde dell'Atlantico”.
   Erano gli stessi giorni in cui prometteva che presto sarebbe arrivata per l'industria italiana la commessa per quattro aerei cisterna militari della Boeing, i Tanker. Il primo esemplare è entrato in servizio nel 2011, dieci anni dopo. Mentre gli aerorifornitori della francese Airbus arrivavano in tutta Europa, noi abbiamo aspettato due lustri. Chi? La Boeing, l'americana.

Schifani, Casini e Rutelli: il Casta-tour alle Maldive




VACANZA DA PIÙ DI 50 MILA EURO PER DUE SETTIMANE. MONTI RACCONTA A CALDEROLI IL SUO CAPODANNO IN FAMIGLIA A PALAZZO CHIGI

Capalbio e Fregene d'inverno sono tristi, vuote e fredde. Il transatlantico di palazzo Montecitorio e i salotti di palazzo Madama chiudono per ferie. E chi incrocia le spade in televisione e in aula, a capodanno scioglie le cravatte, si riposa e, trasversalmente, si ritrova in mutande. D’altra parte la riunione a Madhiriguraidhoo (atollo Lhaviyani,Maldive) è piacevole, se l'amico Roberto Amodei, imprenditore ed editore del Corriere dello Sport e di Tuttosport, riserva tre suite presidenziali nel suo Palm Beach Resort: cinque stelle, sabbia bianca, acqua celeste, vassoi di frutta, cameriere personale, massaggi e terme, escursioni e cene. Francesco Rutelli (Api), Pier Ferdinando Casini (Udc) e Renato Schifani (Pdl, presidente del Senato), tre partiti diversi per la stessa vacanza, si rilassano nel lusso con il sole chiaro e le spiagge nude.
Sono partiti da Roma. Volo diretto su Malè. Trasferimento in idrovolante per quaranta minuti di rumori e paura su atolli grandi come un isolato. Poi il silenzio e lo sciabordio delle onde.
Quasi impossibile per una famiglia semplice seppur facoltosa prenotare per le ultime settimane di dicembre, festeggiare l'anno nuovo fra ramarri guizzanti e frutti selvatici, pasta italiana espressa e campi di calcio in faccia all’Oceano indiano.
   Schifani e Casini sono di casa. Il primo sorride, l’anno scorso passò capodanno sotto la pioggia: l’abbronzatura, questa volta, reggerà. Rutelli, vista l’aria, ha pernottato soltanto per sette giorni rispetto ai quindici di fila dei colleghi. Il Corriere della Sera suggerisce che la strana triade sia stata ospite di Amodei. C'è chi smentisce. E c'è chi sussurra che, forse, siano riusciti a ottenere uno sconto o un trattamento particolare. Perché se chiami il Palm Beach Resort per comprare un pacchetto di sette giorni (volo più alloggio) nemmeno ti rispondono. Consigliano di sentire le agenzie di viaggi affiliate che, scorrendo il calendario, ti propongono una vacanza fra un paio di mesi. E per provare l'ebbrezza di dormire negli stessi letti di Schifani e Casini, (c’era anche Totti) anche se per meno tempo, servono (extra in più, extra in meno) 23 mila euro. Un terzo di quanto, scorrendo il listino, avranno pagato i politici italiani.
   CERTO, nessun cittadino italiano dimentica che il padrone di casa è un editore italiano. E se chiedi di risparmiare un po', spacciandoti per un funzionario di Montecitorio, ti capiscono e ti chiedono di scrivere. Rutelli l'ha presa male, tornato a Roma colorito, non proprio sereno: “Ho scelto un anniversario speciale mio e di mia moglie per un viaggio di nozze che non avevamo mai fatto. Chiarisco che non ho goduto di alcun privilegio, ho pagato regolarmente, ci mancherebbe”. Schifani e Casini tacciono perché lontani migliaia di chilometri.
   Roberto Calderoli (Lega Nord), invece, dimostra di smaltire a fatica i postumi della festa e presenta un'interrogazione a Mario Monti per informarsi sul capodanno del presidente del Consiglio: “Se è vero che c'è stata una festa privata a palazzo Chigi, Monti dovrebbe dimettersi”. Segue grottesco comunicato della Presidenza del Consiglio ch ringrazia Calderoli, nega spese folli, specifica che i costi sono stati sostenuti direttamente dal “Presidente”, fa la radiografia agli invitati (parenti e nipoti) e specifica persino i luoghi fisici dove sono stati acquistati dolci, cotechino e lenticchie. Tutti a letto un quarto d’ora dopo la mezzanotte. Quasi quasi, meglio le Maldive.
   Car.Tec.

Violenze al carcere minorile: tutti sapevano Un ex detenuto: “Era una guerra tra bande”





Il ministro della Giustizia Paola Severino ha azzerato in un solo giorno i vertici dell'amministrazione penitenziaria a Bologna e la Procura ha aperto un fascicolo. Secondo gli ispettori del ministero tutti sapevano, ma non hanno mai denunciato cosa avveniva dentro al Pratello
Di quei tre anni passati nel carcere è rimasta solo una cicatrice sul viso, uno sfregio guadagnato a 17 anni dopo un regolamento di conti tra detenuti. Oggi Aldo, ex adolescente rinchiuso nell’istituto minorile di Bologna, ricorda quell’episodio con distacco, come uno dei tanti che ogni giorno scandivano la vita dei giovani nella struttura. Risse, angherie, scherzi che sfociavano in prepotenze e scene del peggior bullismo. Una realtà con cui ha dovuto convivere dal 2007 al 2010, e che non è mai trapelata fuori dalle mura di quell’edificio a due passi dalla centro città. Fino all’ispezione ordinata a dicembre dal ministero della Giustizia, che ha azzerato i vertici dell’amministrazione carceraria minorile a Bologna, tutto è rimasto nascosto.

Non una denuncia né una parola che raccontasse quale difficile mondo fossero costretti ad affrontare ogni giorno i ragazzi. Un quadro a tinte fosche, in parte già raccontato dagli ispettori mandati dal ministro Paola Severino, su cui ora proverà a far luce anche un’inchiesta avviata dalla procura. E che ogni giorno si arricchisce di nuove storie di violenze. Come quella di Aldo raccolta dal fattoquotidiano.it.

“I litigi molte volte avvenivano all’insaputa degli agenti, ce la sbrigavamo fra noi – spiega il giovane al telefono – Funzionava così: il pesce piccolo veniva mangiato dal pesce più grosso. In altre parole, vinceva sempre il più forte”. Detenuto per tentato omicidio, furti vari e rapina a mano armata, Aldo rimane al Pratello di Bologna per tre anni: “Non sempre c’era un motivo alla base delle violenze. Basta che un giorno un ragazzo si alzi col piede storto. È bullismo, ti mettono alla prova.”. E via con le prepotenze: “Sparivano i vestiti. Altre volte erano gli altri detenuti che ti obbligavano a darglieli, e se non lo facevi rischiavi che ti spaccassero la faccia durante l’ora d’aria. Era fastidioso perché ti prendevi un provvedimento disciplinare o una denuncia per cosa? Un paio di pantaloni”. Motivi futili, ma quando si è dentro, ammette ancora, si è costretti a reagire. “Se stai zitto tutti gli altri ragazzi ti prendono di mira, perché diventi il pollo della situazione”. E si rischia grosso. “A me è stata tagliata la faccia con una lametta, perché volevano che i miei compagni di cella lavassero i pantaloni a un capo della gang. Ho reagito, e se non l’avessi fatto magari mi avrebbero tagliato anche la gola. Non sapevi mai quello che poteva succederti”.

Aldo rivela poi i trucchi per procurarsi le armi. “Venivano create rompendo dei termosifoni e affilando i pezzi. Ne uscivano vere e proprie lame. Oppure venivano rotti i sanitari: la porcellana è micidiale”. E quelli che lui chiama “giochi” appaiono come delle punizioni tra detenuti al limite della tortura. “Il più comune era il gioco della “bicicletta”: quando dormivi ti mettevano la carta tra le dita dei piedi e poi le davano fuoco”.

Ma le violenze non erano solo tra i ragazzi o tra le diverse bande del carcere. “Spesso i detenuti si credevano così potenti da alzar le mani anche contro gli agenti. Ma in tre anni non ho mai visto un poliziotto alzare le mani su uno di noi”. Mentre per quanto riguarda eventuali casi di violenze sessuali, Aldo nega: “Non ne ho mai sentito parlare. Ovviamente io non sono più lì dentro e non posso sapere, ma a meno che non sia cambiato il personale, non credo sia successo”.

Il racconto di Aldo conferma in parte ciò che è già emerso dalle indagini del ministero della Giustizia. Nella relazione finale dell’ispettore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, mandato il 6 dicembre scorso, si parla di quattro tentativi di suicidio, un presunto abuso sessuale nei confronti di un ragazzo di quindici anni da parte di altri detenuti, risse, agenti della polizia penitenziaria percossi, estorsioni, incendi, danneggiamenti e lesioni. Ma anche di punizioni sopra le righe, manette usate impropriamente, scappellotti ai ragazzi detenuti e un uso eccessivo della cella di isolamento, a volte utilizzata dopo aver smontato la finestra, per lasciare i giovani al freddo.

I reati sarebbero stati annotati nel registro disciplinare della struttura ma mai comunicati all’autorità giudiziaria. Per questo motivo il ministro Paola Severino ha già rimosso dai loro incarichi Lorenzo Roccaro, direttore del carcere del Pratello, di Giuseppe Centomani, direttore del Centro giustizia minorile di Bologna, e di Aurelio Morgillo, comandante della polizia penitenziaria. Mentre la procura di Bologna, su segnalazione del procuratore capo dei minori, Ugo Pastore, ha aperto un fascicolo (per ora non risultano indagati) per omissione di rapporto.

Gli incarichi ora sono stati affidati a Paolo Attardo, che assumerà ad interim la guida del Centro di giustizia minorile di Bologna, a Francesco Pellegrino, nuovo direttore del Pratello e ad Alfio Bosco, capo della polizia penitenziaria.

di Giulia Zaccariello e Ilaria Giupponi

“Siamo qui per fare un buon lavoro” Monti rilancia dalle colonne de Le Figaro




Il presidente del Consiglio rassicura l'Europa. "Ora la Ue non deve più aver paura di noi". Quindi ringrazia gli italiani per come stanno reagendo i sacrifici richiesti. Inizia così il tour de force europeo del premier
“L’Europa non deve aver più paura dell’Italia”. Di più: “Il mio governo non è in carica per sopravvivere ma per fare un buon lavoro”. Ne è convinto il presidente del Consiglio Mario Monti. E lo ribadisce in un colloquio-intervista a Le Figaro. Il premier italiano, dalle colonne del quotidiano francese, ha così ringraziato gli italiani per come stanno reagendo ai sacrifici imposti dal suo Governo in queste settimane. Si è rallegrato “della flemma tutta britannica” con la quale gli italiani hanno accettato “le misure molto pesanti” che gli sono state imposte. Quindi ha ribadito: “L’Italia ha fatto il proprio dovere ne sono convinti tutti gli analisti”.

Dopo i ringraziamenti, i fatti. E tra i fatti ci sta che l’armonia franco-tedesca “è una condizione strettamente necessaria al buon funzionamento e allo sviluppo dell’Europa”, ma “non è sufficiente”. Quindi la spiegazione: “Due paesi su 27, per quanto siano i più grandi, non possono decidere per tutti gli altri”. “Ho apprezzato molto – ha aggiunto Monti – che Nicolas Sarkozy e Angela Merkel abbiano mostrato apertura verso l’Italia in occasione dei nostri incontri del 23 novembre a Strasburgo”. “Io – ha proseguito il premier – porterò tutto il contributo dell’Italia ma sempre cercando di rendere minime le geometrie variabili nell’ambito del processo comunitario”. Monti ha quindi sottolineato che sarà garantito il contributo dell’Italia al processo comunitario “ma sempre tentando di rendere minime le geometrie variabili”. “Sono a favore dell’approccio comunitario, non semplicemente per l’ideale, ma perché ciò evita le derive del metodo intergovernativo che abbiamo sperimentato nel 2003 ai tempi della discussione del patto di stabilità”.Con questa intervista, Mario Monti apre il suo tour europeo, che dovrebbe includere anche un incontro a Londra con il premier David Cameron il 18 gennaio prossimo.

Intanto, oggi, il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker ha avvertito: “L’Europa è sull’orlo della recessione”. Quindi si è detto particolarmente preoccupato per i depositi bancari presso la Bce, “che hanno raggiunto un livello record’’, e per il fatto che le banche “restano riluttanti a concedere prestiti”. Il premier del Lussemburgo ha manifestato più ottimismo sul futuro della Grecia: “Non sta considerando il ritorno alla Dracma”, ha detto. La situazione “è difficile”, ma “affrontabile”, ha assicurato Juncker, secondo il quale “il ritorno alla dracma non è un’opzione”. I paletti italiani all’accordo “salva euro” e le sollecitazioni di Roma per un’azione di stimolo europea della crescita, sono, invece, i punti forte dell’offensiva europea di Monti (che entro la fine del mese avrà modo di discutere di ricette anti-contagio e anti-recessive anche con il presidente Barack Obama a Washington). A fine dicembre, l’Italia ha raccolto in un documento di 12 pagine le sue proposte di emendamento alla bozza di accordo tra i 26 stati membri (la Gran Bretagna si è autoesclusa). Ora cerca di creare una rete di consenso e di sostegno tra gli altri partner. Il primo confronto importante è previsto venerdì a Bruxelles, dove torna a riunirsi il Forum a 26 (più i rappresentanti di Gran Bretagna, Commissione e Parlamento Ue) che negozia il nuovo trattato intergovernativo. Le richieste più importanti riguardano il capitolo del debito e del deficit. L’Italia chiede che si “tenga conto dell’influenza del ciclo economico”, ma anche del debito privato delle famiglie e della sostenibilità dei regimi pensionistici, nella valutazione del ritmo di riduzione del debito eccedente il 60% del Pil. Mentre per il calcolo sul disavanzo, propone di considerare le necessità di investimenti pubblici, che andrebbero scorporati. L’offensiva italiana riguarderà anche la crescita. Roma chiede una maggiore convergenza delle politiche economiche europee per promuovere la competività e il lavoro.

Roma, rapina nel sangue Uccisi padre e la figlia piccola





E'accaduto nella tarda serata di ieri nel quartiere popolare di Tor Pignattara, la famiglia rientrava a casa dopo una giornata di lavoro nella loro agenzia di Money Transfer. Secondo le prime testimonianze, i rapinatori erano due e parlavano con forte cadenza romana. Nella capitale è caccia all'uomo
Uccisi in strada come cani, un uomo di 31 anni e la figlia di appena sei mesi. Ferita la madre della piccola, 26 anni. Tutto per rapinargli poche migliaia di euro. Si tratta di una famiglia di origini cinesi che rincasava dopo una giornata di lavoro al bar e in un’agenzia Money Transfer che gestiscono nel popolare quartiere di Tor Pignattara. Il fatto è avvenuto alle 22 circa di ieri, la coppia di cinesi ha opposto probabilmente resistenza per non consegnare la borsa con i soldi degli incassi, l’uomo è stato così colpito da almeno un proiettile di pistola, è morto sul colpo addosso ad una saracinesca, la camicia strappata,  mentre la piccola è deceduta in ospedale. Il ragazzo aveva la piccola in braccio,  e uno dei tre proiettili sparati ha colpito la piccola che è deceduta in ospedale. La mamma invece è ricoverata all’ospedale San Giovanni, ferita sembrerebbe da un taglierino. Sull’episodio indagano i carabinieri.

La donna ha ricordato ai carabinieri che indagano che i rapinatori avevano un forte accento romano e le avrebbero detto più volte:  “Ti ammazzo come un cane”. L’azione criminale è avvenuta in via Alo Giovannoli, all’angolo con via Tempesta, nella zona di Torpignattara. Due i rapinatori che con il volto coperto da caschi si sarebbero poi dileguati a piedi per poi raggiungere uno scooter. Gli esercizi della famiglia cinese, il bar l’agenzia di trasferimento denaro, sono a poche centinaia di metri dal luogo del duplice omicidio.

Oggi è previsto un vertice in Prefettura, una riunione di coordinamento delle forze di polizia che sarà presieduta dal prefetto, Giuseppe Pecoraro, in merito a quest’ultimo fatto di sangue che conta a Roma 35 omicidi nell’ultimo anno con una escalation allarmante. Tanto che già da ieri sera è stato disposto l’immediato raddoppio del numero delle volanti impegnate sul territorio per il turno notturno.

mercoledì 4 gennaio 2012

Ici, la Bocconi di Monti non paga dal 2005 E il Comune di Pisapia presenta il conto




Thomas Mackinson

Scontro tra il sindaco di Milano e l'ateneo: la contesa riguarda le residenze universitarie in via Spadolini, un complesso per studenti fuori sede con 333 camere a disposizione della gioventù bocconiana su cui non sono stati versati i contributi a Palazzo Marino dal 2005

Guerra di carte bollate tra Giuliano Pisapia e Mario Monti. Il sindaco di Milano e il capo del governo fanno la luna di miele sulla carta stampata e se le danno di santa ragione su quella bollata. Tutto per via di una storia di tributi non versati al Comune, gli stessi che Monti chiede agli italiani per risollevare le finanze pubbliche ma che, da presidente dell’ateneo più ricco e costoso d’Italia, si è ben guardato dal versare. La contesa riguarda le residenze universitarie dell’Università Bocconi in via Spadolini 12/A, un complesso per studenti fuori sede con 333 camere a disposizione della gioventù bocconiana.

La blasonata università commerciale dal 2005 in poi non ha mai pagato la quota Ici di sua competenza sulle abitazioni, dando così avvio a un contenzioso che è partito con un primo “avviso di accertamento” da 104mila euro recapitato a marzo del 2008. Da allora la lite non è mai finita e il Comune ha continuato a notificare cartelle esattoriali, anno dopo anno, portando il contenzioso a sfiorare i 600mila euro. L’ascesa al governo di Monti non ha seppellito la questione e il sindaco di Milano non ha fatto sconti al residence per studenti e il 22 dicembre scorso Pisapia ha firmato di suo pugno l’incarico all’avvocatura comunale di andare fino in fondo alla questione, opponendosi alle pronunce delle commissioni tributarie che finora si sono piegate alle ragioni della Bocconi. Sei pagine con tanto di motivazioni che inducono l’amministrazione a tenere posizione ferma nella contesa.

Nel merito, l’università vuol far valere un’esenzione rispetto alla legge 504 del 1999 che, tra le altre cose, regola la materia del versamento delle imposte locali. L’articolo 7 comma 1 della legge esonera effettivamente gli immobili adibiti a sede “con finalità istituzionali, assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”. Ma di questo beneficio, rispondono i legali di Pisapia, la Bocconi già gode per la sede storica e istituzionale di via Sarfatti, mentre la pretesa rispetto al pensionato studentesco sarebbe una forzatura in senso estensivo della legge, essendo l’affitto in cambio di dazione – con rette salate, per altro, da 3.100 a 8.500 l’anno – un’attività adibita a scopi di lucro del tutto assimilabile a quella praticata dagli albergatori e dagli affittacamere privati cui, manco a dirlo, viene chiesto di pagare regolarmente il balzello.

Se la posizione assunta dalla Bocconi dovesse risultare vincente, quella che trasforma la casa dello studente in attività istituzionale e la esenta dall’Ici, gli effetti sarebbero surreali e a catena, ma soprattutto pesanti per il bilancio dello Stato. Tutti gli albergatori d’Italia farebbero la fila davanti all’ufficio licenze del commercio del Comune per chiedere le pari opportunità nell’evasione. Cadrebbe una sorta di tombale silenzio sulle polemiche che hanno recentemente investito la Chiesa, laddove spaccia per luoghi di culto attività para-commerciali o di pernottamento a ombrello del tributo. Avrebbe anche effetti rovinosi per le finanze pubbliche perché chi ha pagato l’Ici fino a ieri, per estensione e analogia nell’interpretazione della norma, da domani potrebbe sentirsi legittimato a chiedere di fare l’esatto contrario o a pretendere dalle amministrazioni gli importi “indebitamente” versati in anni e anni di contribuzione. Una débacle per le povere finanze di Milano e dello Stato. La contesa si trascina da sette anni, a scioglierla saranno i giudici di legittimità con sentenza in Cassazione.


CRONACA | di Vincenzo Iurillo | 4 gennaio 2012 Commenti (40) 59 Più informazioni su: Luigi De Magistris, Napoli, Raphael Rossi, Rifiuti, Saviano Su Raphael Rossi anche Saviano bacchetta De Magistris. “Mi sarei aspettato più chiarezza”




VINCENZO IURILLO

L'autore di Gomorra esprime la sua opinione sul caso attraverso Twitter e chiede all'ex pm Luigi De Magistris maggiore trasparenza perché "Sulla questione rifiuti a Napoli non ci si può permettere zone d'ombra"
Anche Roberto Saviano si aggiunge alla lista dei critici del sindaco di Napoli Luigi de Magistris per il licenziamento di Raphael Rossi. Lo scrittore di Gomorra sceglie il social network Twitter per esprimere la sua perplessità: “Mi sarei aspettato più chiarezza sulla sostituzione di Rossi alla direzione dell’Asìa. Sulla questione rifiuti a Napoli non ci si può permettere zone d’ombra”. Le parole di Saviano arrivano il giorno dopo la convocazione di Rossi in Procura come persona informata sui fatti nell’ambito di un’inchiesta del pool coordinato dall’aggiunto Giovanni Melillo sulla gestione della raccolta della spazzatura a Napoli.

L’ex manager della municipalizzata dei rifiuti, la cui audizione era prevista ieri pomeriggio, sarà sentito soltanto nei prossimi giorni. Il fascicolo giudiziario è stato aperto nel 2010 ed è relativo ad intrecci tra politici e imprenditori nell’ambito dei subappalti per la raccolta dell’immondizia, e sulle pressioni clientelari esercitate da alcuni amministratori pubblici per effettuare alcune assunzioni nelle ditte subappaltatrici. In questo filone è finita anche la vicenda del danneggiamento dei mezzi di Enerambiente che rallentò la raccolta dei rifiuti e contribuì ad aggravare un’emergenza in corso. Ma – secondo il quotidiano ‘Il Mattino’ – Rossi potrebbe essere chiamato a rispondere anche a domande sull’assunzione di 23 lavoratori ex bacino Napoli 5 in Asìa, alla quale si sarebbe opposto e che secondo alcuni boatos potrebbe essere una delle cause del suo avvicendamento alla guida dell’azienda.

Rossi venne scelto da de Magistris sull’onda della fama di professionista onesto e incorruttibile. A Torino provarono ad allungargli una mazzetta di 200.000 euro per smetterla di opporsi, da membro del Cda della municipalizzata locale, all’acquisto di costosissimi macchinari che lui riteneva inutili. Lui denunciò tutto e fece rinviare a giudizio gli autori della tentata corruzione. L’ex pm di Why Not lo aveva già coinvolto in alcuni progetti durante la sua stagione di europarlamentare Idv. Poi la chiamata di Rossi all’ombra del Vesuvio per presiedere Asìa. Un’esperienza interrotta bruscamente dopo appena sei mesi. E senza una spiegazione convincente.

“A chi chiede maggiore chiarezza in merito all’avvicendamento di Rossi come presidente dell’Asia, specifico che non esiste alcuna zona d’ombra” replica in una nota de Magistris. “L’avvicendamento non è una revoca o un licenziamento. Si tratta di una scelta che rientra nella logica di quanti stanno lavorando, all’interno di una squadra, ad un cambiamento etico-politico generale, che rende importante la flessibilità nei ruoli affinchè le competenze e le capacità siano investite nell’ambito in cui c’è maggiore bisogno e maggiore urgenza per il bene della città. Come presidente dell’Asia, infatti, è stato nominato Raffaele Del Giudice, persona che si è contraddistinta nella lotta alle ecomafie, che conosce il territorio campano e che da sempre intrattiene rapporti con le associazioni di cittadini che operano nel settore dell’ambiente. Rossi, che ringrazio per il lavoro svolto in Asia e per i risultati raggiunti, resterà nella squadra: gli proporrò di far parte dell’Osservatorio sui rifiuti zero, come di una struttura di contrasto alla corruzione, ed avrà un ruolo che, per ragioni di opportunità, non si può ancora render noto ma che avrà a che fare con un settore strategico nell’ambito dell’etica e della trasparenza”.

In serata è arrivata anche la nota di Raphael Rossi. “Come annunciato nella conferenza stampa di lunedì 2, sono a disposizione della città di Napoli. Insieme al sindaco Luigi de Magistris stiamo valutando un nuovo ruolo e un nuovo progetto per proseguire sulla strada dell’etica e del cambiamento Confermo che continuiamo insieme il lavoro per la ‘rivoluzione partenopeà che ha coinvolto tanti cittadini uniti in un sogno di miglioramento”. E ancora: “Intendo attivarmi, con il mio gruppo di lavoro, per dare continuità, anche a livello nazionale, al laboratorio di partecipazione e coinvolgimento della cittadinanza che si sta realizzando a Napoli”, aggiunge Rossi, che si dice sicuro “che il nuovo presidente di Asia Raffaele Del Giudice, al mio fianco in questi mesi, darà seguito agli impegni di trasparenza e crescita che hanno segnato il mio lavoro alla guida dell’azienda”.